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Le due letture dell’Ecofin

È terminata la prima due giorni economica Eurogruppo – Ecofin presieduta dall’Italia sotto la direzione del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
L’esito di questa serie di riunioni è duplice, e può essere letto positivamente o negativamente a seconda dell’interpretazione che vi si vuole dare.

Il lato positivo è rappresentato dalla condivisione degli obiettivi su cui l’Italia ha, e non poteva fare altrimenti, alzato il livello di priorità; si tratta ovviamente di crescita ed occupazione. Anche i mezzi per giungere al loro raggiungimento paiono sottoscritti dagli altri ministri dell’economia presenti, ossia più integrazione e concorrenza sui mercati, più investimenti in innovazione e riforme strutturali e costituzionali.

Il lato che invece va letto negativamente, e non è da sottovalutare, è l’interpretazione di flessibilità ancora assolutamente distante tra i rigoristi ed i fautori dell’abbandono dell’austerità. I primi, dopo aver accettato di inserire il termine flessibilità nelle loro discussioni, ma attenzione perché pare che nei documenti ufficiali questo termine non compaia così chiaramente, non tralasciano mai di accompagnarlo alla locuzione “flessibilità nel rispetto dei trattati e degli accordi” cioè fiscal compact, pareggio strutturale di bilancio e tutto ciò che è stato sottoscritto e firmato. Lo stesso Padoan è allineato ad un simile concetto ed ha più volte sostenuto che la flessibilità presente nei trattai è già sufficiente.
È bene però chiarire due punti importanti: il primo è che la flessibilità così come è attualmente prevista dai patti non contempla lo “scorporo” di alcun tipo di investimento per crescita dal computo del deficit (ed è una contraddizione con uno dei mezzi per perseguire crescita e lavoro), quindi neppure investimenti in infrastrutture, investimenti nel riassetto dell’edilizia scolastica, riassetto idrogeologico e neanche, con buona pace del Premier Renzi che l’aveva paventata parlando da Venezia, applicata agli investimenti in innovazione digitale, nuove tecnologie ed infrastrutture digitali (che tanto contrastano con la misure di Equo-compenso: link). A ribadire che nessuna spesa potrà essere eliminata dal calcolo del deficit è lo stesso Commissario pro tempore agli affari Economici e Monetari, l’estone Siim Kallas, che guarda caso è primo ministro dell’Estonia, un paese che ha fatto della digitalizzazione un capo saldo del proprio sistema tanto da essere uno dei più tecnologici di tutto il vecchio continente. L’unico elemento che può essere sottratto al deficit è la quota in carico ai singoli stati dei progetti di investimento cofinanziati dall’Europa, che come paese, e dovremo porvi rimedio, siamo davvero poco abili nell’utilizzare.
Anche l’affermazione tanto in voga “Flessibilità in cambio di riforme” non pare essere ben digerita in sede europea, infatti più voci, a cominciare dal tedesco Schaeuble e dall’olandese Jeroen Dijsselbloem, hanno ribadito che le riforme non devono essere un pretesto per abbassare la guardia e soprattutto che prima devono essere completate e solo dopo verrà eventualmente valutata la flessibilità da poter concedere.

Da questo punto di vista, pur condividendo all’unanimità che le riforme devono essere valutate univocamente nel loro impatto economico per poterne ricavare una flessibilità relativa coerente, che l’impatto delle riforme è progressivo e porta vantaggi a tutti gli stati membri nel medio periodo, mentre nell’immediato rappresentano un costo (di investimento) per lo stato che le esegue, che anche le riforme istituzionali (se ben fatte) rappresentano un miglioramento della governance che porta vantaggi in termini di competitività, è innegabile che il crono programma pensato inizialmente dal Premier Renzi stia procedendo più lentamente del previsto e che stiano comparendo numerose difficoltà all’interno della maggioranza ed all’interno dello stesso PD (la generazione Min ad esempio), che il dialogo col M5S si riveli decisamente complesso e che i poteri della conservazione continuino a difendere le loro posizioni di rendita. Inoltre, passando dalle riforme istituzionali a quelle per la crescita, queste devono ancora entrare concretamente nel vivo, mentre le crisi continua a stringere e ridurre i consumi degli italiani.
L’Istat certifica che nel 2013 i consumi sono stati i più bassi da quando vi sono le serie storiche, la spesa degli italiani è mutata ed è probabile che certe abitudini (talvolta non salutiste e che potrebbero ricadere sulla sanità) verranno mantenute anche quando la crisi sarà alle spalle. Gli 80 euro finiti nei mesi scorsi in busta paga dei redditi da lavoro dipendente tra gli 8 ed i 26 mila €, a mio avviso si sono riversate nei consumi (alimentari, medici o di prima necessità) o a saldare debiti e pagamenti (mutui e bollette), ma alla luce del drastico calo dei consumi è pensabile che essi non riescano a controbilanciare la diminuzione di spesa della ben più ampia platea di coloro che non hanno attinto al bonus: pensionati, partite iva, artigiani e commercianti ed incapienti. Senza rilancio dei consumi, delle esportazioni, del potere d’acquisto che richiedono investimenti per la creazione di posti di lavoro è assai complicato credere nella possibilità di sbloccare l’impasse creatasi.

In conclusione da quanto emerge dall’Ecofin pare che il grado di flessibilità necessario a creare quello shock per far ripartire l’economia europea ed italiana al momento non sia presente nei tratti: nessuna deroga per l’Italia. La frase “flessibilità entro i limiti dei patti” lascia dunque un po’ il tempo che trova, così come “flessibilità in cambio di riforme” perché se per applicare la flessibilità si attende l’impatto positivo delle riforme le tempistiche sarebbero inevitabilmente troppo lunghe.

La nuova Commissione Europea che si insedierà in autunno (altri mesi di stand by quindi) sotto la presidenza italiana, dovrà necessariamente portare sul tavolo la questione della modifica dei trattati almeno nell’interpretazione del concetto di flessibilità ad oggi palesemente insufficiente ed oscuro. Di buon auspicio per la collaborazione tra le parti che si rende necessaria in questi frangenti potrebbe essere l’apertura di Juncker (la cui presidenza deve ancora essere confermata dall’Europarlamento) ad un commissario agli affari economici e monetari del socialista.
In Italia quello che ci chiedono, ed a ragione, è più decisione, rapidità concretezza e meno scontri e divisioni interne nell’applicare il processo riformatore che deve sì coinvolgere le istituzioni, ma anche l’aspetto prettamente economico del lavoro, della tassazione su persone ed imprese, del cuneo fiscale, del taglio alla spesa, delle privatizzazioni, dell’abbattimento del debito ecc; il nostro impegno in questi temi però non può prescindere da un altrettanto grande commitment europeo nell’implementare misure che sostengano realmente la crescita e non mirino solamente al rigore di bilancio, il che vuol dire modificare i trattati per ampliare il concetto di flessibilità.
Se ciò non avverrà dimentichiamoci pure crescita, possibilità di portare a termine riforme economiche incisive, investire in crescita, creare posti di lavoro e tutti quegli interventi necessari per impostare un percorso nel tempo virtuoso. Anzi c’è seriamente da temere l’aggravarsi di una spirale che a quel punto sarebbe irreversibile.

Link su flessibilità ed Europa:
Scontro BuBa-Renzi, spunti di riflessione per l’Europa e per l’Italia 05/07/14
Elezione senza precedenti del nuovo presidente della Commissione ed il patto sulla flessibilità 28/06/14

08/07/2014
Valentino Angeletti
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Il Governo ed i nuovi Ministri: forse qualche compromesso ma di certo tanto duro lavoro da fare

Ce l’ha dunque fatta Renzi, o il “VelociRenzi”, a presentare la propria lista dei ministri. La sua impronta è chiara, voleva dare un segno di cambiamento portando giovani, donne, e snellendo la struttura. Non si è smentito infatti dei 16 (solo un governo De Gasperi fece “meglio” con 15) Ministri ben 8 sono donne e l’età media è di circa 47 anni.

La lista dei Ministri probabilmente è stata frutto di una trattativa serrata in modo da poter non scontentare in modo evidente nessuna forza politica, cercando di mediare anche all’interno del PD stesso. A causa di questo meccanismo ne potrebbero aver fatto le spese la brava Emma Bonino, soppiantata agli esteri dalla Mogherini, ne potrebbe aver fatto le spese Moretti, amministratore di FS, per la giovane Guidi, ex presidentessa dei Giovani di Confindustria e vicina a Berlusconi, ne potrebbe aver fatto le spese Mario Mauro per la Pinotti e può aver pagato anche il Magistrato, forse troppo giustizialista, Gratteri, per Orlando che passa dall’ambiente alla giustizia; insomma difficile credere che il percorso sia stato semplice e privo di ostacoli o cambiamenti dell’ultimo minuto, o meglio delle ultime due ore.
Lo stesso Renzi probabilmente avrebbe voluto avere un assetto differente con la presenza qualche personalità non politica forte, come gli esponenti dell’imprenditoria Made in Italy che fin dalle prime Leopolde lo hanno seguito: Guerra, Farinetti, Serra, Baricco, Della Valle o Montezemolo, ma ciò non è stato possibile, forse perché entrare in un Esecutivo che ha impronta sì renziana, ma che è comunque di compromesso non sarebbe stato semplice ed in fondo il loro mestiere è un altro, potrebbero non aver percepito le condizioni affinché potessero esprimere tutto il loro potenziale, oppure lo stesso Renzi potrebbe non averglielo proposto consapevole delle troppe difficoltà e ritenendo necessaria in questa fase una conformazione più politica.
In ogni caso la natura giovane e paritaria che Renzi voleva e doveva, perché promessa fin da subito, dare in segno di discontinuità è stata trasmessa e probabilmente lo sarà anche nella partita delle 600 posizioni in ballo tra aziende di stato e partecipate che è già in corso che e si concluderà a maggio.

Gli anni, il genere ed il numero complessivo dei Ministri, così come per le nomine, sono importanti, ma, ad esempio riguardo all’età, anche per il Governo Letta era stato usato l’aggettivo “fresco”, i suoi 56 anni di media parvero davvero pochi rispetto ai precedenti esecutivi.
Il numero, il genere e l’anagrafe di per se non sono valori universali, lo diventano quando inseriti in un contesto ove possono esprimere il proprio valore introducendo innovazione, freschezza di idee, confrontandosi e contaminandosi l’un l’altro con le generazioni dell’esperienza e delle competenze maturate e consolidate sul campo. Competenze che per altro devono necessariamente avere le nuove personalità dell’Esecutivo. Senza competenze e capacità di interpretare gli scenari, di avere vision, di essere tempestivamente innovativi, di essere umili ma al contempo ambiziosi, di sapere che la strada dell’apprendimento non finisce mai, ma è un processo continuo, e che la posizione raggiunta è semplicemente un punto di partenza non certo uno di arrivo, poco possono i dati estraibili da un passaporto o da una carta d’identità.

I nuovi ministri, stimolati da Renzi e Del Rio, dovranno avere l’accortezza di sapersi contornare di eccellenti collaboratori, presi dalla società civile, dall’industria, dal settore pubblico, dalle università e dalle aziende, includendo magari quelle figure di manager illuminati ed amici ad ora assenti. Ma non solo, la vera svolta avverrà se l’Esecutivo saprà ridare con i fatti speranza al paese e se saprà far riavvicinare i cittadini alla politica, contaminandosi ed andando a caccia di tutti coloro che, dotati di capacità e voglia di mettersi in gioco per il paese, il che non è scontato, hanno le carte in regola per dare un contributo e supportare i team di lavoro e far parte delle commissioni che si andranno a formare all’interno di ogni Ministero.

Per fare un esempio, il neo ministro per lo sviluppo economico, Federica Guidi, ha un dicastero delicatissimo; dovrà affrontare numerose vertenze ed essere in grado di porre le condizioni perché la competitività delle nostre aziende cresca e non soccomba. A tal fine dovrà lavorare alacremente, tra gli altri, su due fronti importantissimi, quello dell’ energia (dove gioca in casa essendo VP di Ducati Energia) e quello di internet e delle nuove tecnologie, da anni fattori ostanti la crescita industriale italiana. Per affrontare con la determinazione e l’incidenza sufficiente questi settori, considerando lo stato di arretratezza in cui vessano, sono necessari fin da subito gruppi di lavoro e sottosegretariati allargati e stabili attingendo a tutto il tessuto socio-politico italiano.
Stesso dicasi per il lavoro, per le riforme, e per la pubblica amministrazione, dove sono impegnati rispettivamente Giuliano Poletti, Maria Elena Boschi e Marianna Madia.

Il MEF è andato in carico al capo economista e vicepresidente OCSE, ex FMI e consigliere economico di D’Alema, nonché personalità di vertice del Think Tank Dalemiano Italiani Europei, Pier Carlo Padoan. Anche il suo compito, come del resto quello di tutti in questa situazione disperata, è complesso e forse non è ancora stato evidenziato a sufficienza come le sue idee e strategie possano essere motivo di tensioni tra il centro destra ed il centro sinistra. Padoan non è un cultore dell’austerity, ma ha recepito e fatto sue le linee guida europee che suggeriscono, anche in modo marcato, ma fino ad ora abbiamo disdette, di spostare la tassazione dal lavoro, dalle aziende e dalle persone, e fin qui tutti d’accordo, verso rendite e patrimoni, il che vuol dire sulle proprietà immobiliari, sulle rendite finanziarie ed i capital gain, ed in ultimo, ma la situazione del paese lascia pochi margini di azione, patrimoniale. Inoltre non vede particolarmente di buon occhio la crescita a mezzo di debito, e va capito quanto intenda farsi valer in Europa per l’applicazione della golden rule agli investimenti produttivi ad alto valere aggiunto e ritorno nel medio e lungo termine, che sono quelli in grado di far progredire le economie in modo duraturo, perseguendo una crescita di “qualità” e non di “quantità” ove non vi sono oggettivamente margini per competere con le economie emergenti.
Questi aspetti, ancora in penombra, potrebbero essere forieri di tensioni, alimentate dal centro destra, già alla stesura del primo DEF (documento di economia e finanza).
Analogamente malumori si percepiscono nel centro sinistra, in particolare ad opera di SEL e, all’interno del PD, dai sostenitori di Civati, con Cuperlo che si è mostrato sfidante nell’incalzare Renzi sul fatto che ora è il momento dei fatti, e su questo credo che l’ex sindaco di Firenze converrà pienamente. Un elemento fondamentale per il Governo, che ha contribuito a sancire il fallimento dei precedenti e che sarà messo ben presto alla prova, è la volontà di lavorare in modo organizzato e collaborativo per gettare le basi affinché il paese “si tolga dal pantano”. Purtroppo il realismo e la gravità della situazione sono tali da impedire di poter pensare ad un’uscita definitiva e rapida da quella che è stata definita “palude”; già indirizzarsi verso l’uscita sarebbe un primo fondamentale passo.

Infine una gradita nota di colore, dei 16 ministri 4 sono emiliano romagnoli e 2 toscani, ai quali si aggiungono il toscano Matteo Renzi e l’emiliano, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Del Rio, e questo, ma è opinione puramente personale, non può far altro che piacere.

22/02/2014
Valentino Angeletti
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