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Renzi, l’Europa e la partita cinese

Nelle prossime ore con l’ultima tappa in Kazakistan si concluderà il viaggio asiatico del Premier Matteo Renzi, del Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e della importante delegazione industriale al seguito.

Dal punto di vista del Governo italiano gli obiettivi principali della visita erano quello di rafforzare la collaborazione e l’interscambio con l’oriente, Cina in particolare con la quale già sussistono 33 miliardi di scambi bilaterali, ma sbilanciati 23 a 10 in favore dei cinesi, e di attirare nuovi capitali ed investimenti nel nostro paese.

La volontà del Governo di spingere sul fronte degli investimenti esteri e conseguentemente anche su quello delle privatizzazioni è testimoniata dalla contemporanea presenza del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan negli Stati Uniti, in una visita avente lo stesso fine di quella del Premier, ma dall’altra parte del mondo dove si vorrebbe perfezionare e concludere il TTIP.

I messaggi lasciati da Renzi nella sua ultima conferenza prima di partire alla volta del Kazakistan  sono stati la richiesta di più investimenti da parte di imprenditori e del governo cinese in Italia, ma al contempo più coraggio da parte degli italiani nel valutare ed approfittare delle opportunità di business in cina esulando dall’idea di delocalizzazione per manodopera a basso costo, concentrandosi invece sul concetto di internazionalizzazione e creazione di una grande filiera distributiva e di marketing indispensabili per non sopperire nel mondo globalizzato.

Seguendo queste linee di pensiero, concettualmente più che corrette sia alla luce dell’evoluzione mondiale che delle condizioni del sistema paese italia dove capitali interni allocabili in investimenti ed innovazione con ritorno nel medio-lungo periodo languono, sono stati siglati numerosi Memorandum of Understanding (MoU) che hanno coinvolto molte aziende (Luxottica, Enel, Finmeccanica, Unicredit, Generali) e gli stessi Ministeri dello sviluppo Economico. Le tematiche di cooperazione spaziano dall’agricoltura, alla tecnologia, energia, smart city, reti intelligenti, ottimizzazione dell’uso del carbone fino allo scambio di know how e best practices.

La facilità con cui la Cina firma accordi e MoUè ormai notoria e dalla firma alla concretizzazione di progetti e business case concreti il percorso è di norma lungo e non privo di ostacoli, in ogni caso il viatico di certo è promettente, e l’importanza di partner come le economie asiatiche è indiscutibile; non mancano però i punti su cui prestare attenzione e meditare.

Il primo è il problema dei diritti umani e dei lavoratori spesso violati. Argomento che non si può soprassedere valutando solo i benefici economici derivanti dalla collaborazione bilaterale. Uno stato civile, come ogni azienda seria, deve seguire principi di responsabilità sociale che deve esportare in particolare in quelle situazioni più lacunose. La Cina riguardo a ciò rappresenta sicuramente un’area da migliorare senza scendere a compromessi, vincendo quell’atteggiamento di chiusura che si cela nella mentalità cinese al di là delle accoglienze e delle occasioni formali.

Il secondo è la questione ambientale e dell’inquinamento, problema che mina la salute degli abitanti delle megalopoli, che sta raggiungendo livelli non sostenibili e che effettivamente incute preoccupazione nello stesso Governo cinese un tempo non eccessivamente sensibile all’argomento. Alcuni accordi in particolare riguardo al carbone, al nucleare, alle rinnovabili ed alle tecnologie turbogas siglati in questi giorni vanno proprio in questa direzione. Stessa direzione in cui parzialmente va l’accordo sulla fornitura di gas trentennale stipulata tra Pechino e Mosca solo qualche settimana fa (notare i due accordi per fornitura di combustibile con Gazprom e per tecnologie turbo-gas con Asnaldo – Shanghai Electric).

Il terzo punto è l’altissimo grado di corruzione che dilaga tra i colletti bianchi cinesi, i mandarini, i funzionari governativi e la rampante classe dirigente che spesso impone alle aziende estere operanti nel paese di scendere ad inaccettabili compromessi.

Il quarto, ma non per importanza, è proprio la tendenza alla chiusura dei cinesi. Tendenza che si nota anche nelle comunità instauratesi fuori dal paese d’origine; ne è un esempio il caso italiano di Prato. Fino ad ora è innegabile che il modo di agire del mondo cinese, totalmente in opposizione al concetto di Open Innovation occidentale (europeo e statunitense), sia stato quello di appropriarsi delle conoscenze e tecnologie occidentali tramite partenariati o acquisizioni di aziende, dominarle ed internalizzarle sfruttando il vantaggio competitivo dato dal loro modus operandi in tema di lavoro, manodopera, produzione, vincoli ambientali ecc, per poi rifornire gli stessi mercati occidentali stroncando in qualche circostanza i competitori locali. Non ha caso le accuse di spionaggio industriale (anche cibernetico) che gli USA dichiarano di aver subito e di subire regolarmente da parte di spie ed hacker cinesi assumono toni sempre più accesi. Da considerare che in questo frangente anche l’economia cinese sta rallentando, in particolare per il rallentamento dell’economia globale, mentre rimane relativamente forte il loro mercato interno. Ciò forse potrà renderli maggiormente aperti ed una più effettiva e reale cooperazione oppure renderli ancora più chiusi e protettivi nei confronti del loro mercato interno.

Il nostro paese potrà dal canto suo contare sul brand di cui indiscutibilmente gode in particolare relativamente al turismo, al lusso, all’enogastronomia, alla sartoria ed al tessile che rappresentano uno status symbol per le classi dei nuovi ricchi cinesi; potrà contare sulla stima che la Cina ripone nell’Italia e sulla manifesta intenzione di voler investire in aziende italiane, come ha dimostrato il superamento del 2% (soglia oltre la quale è obbligatoria la comunicazione alla Consob) in Enel ed Eni, e quindi la fiducia nei business italiani di interesse cinese. In sostanza si deve fare in modo che i campioni e le eccellenze indubbiamente presenti in Italia riescano a fare squadra in modo vincente ed a tal pro il supporto istituzionale è indispensabile.

Infine il Governo italiano dovrà essere bravo e convincete a portare l’occasione cinese all’interno dell’agenda di presidenza europea in modo da rendere la collaborazione Europa – Cina un caposaldo, perché se è vero che il nostro paese ha bisogno di investimenti, lo stesso vale anche per l’intera Unione, ed il rischio di un eccessivo avvicinamento tra Russia e Cina, che rappresenterebbe un fortissimo asse strategico-economico, è altissimo. Come in tutti i contenesti economici la diversificazione diviene una parola d’ordine anche nelle partnership commerciali, a maggior ragione in un periodo dove la crescita va perseguita con organizzazione e lungimiranza. Vedremo se i MoU siglati assumeranno concretezza e saranno profittevoli per ambedue i contraenti.

12/06/2014
Valentino Angeletti
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Lucchini, Alitalia e la grande industria

Con la firma dell’accordo di programma siglato tra Governo e regione Toscana che prevede lo stanziamento complessivo di 250 milioni di € per la riqualificazione del polo siderurgico ha inizio il processo di spegnimento dell’altoforno della Lucchini di Piombino. L’intesa, finanziata per 100 milioni di € dal Governo e per i restanti 150 dalla Ragione, comprende l’inizio il primo maggio degli ammortizzatori sociali per un ammontare complessivo di 4000 lavoratori che si ripartiscono in contratti di solidarietà per i lavoratori dell’acciaieria e cassa integrazione, ordinaria o in deroga, per quelli dell’indotto; il Ministero della Difesa avrebbe inoltre assicurato l’utilizzo della struttura per lo smantellamento di 30 navi da guerra in una prima fase, per poi ampliarsi includendo anche imbarcazioni civili.

Questa situazione che si protrae da anni si inserisce nel contesto di crisi industriale italiano, certificato dai dati Unioncamere sulle imprese fallite nel primo trimestre 2014 che crescono del 22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente attestandosi alla drammatica cifra di 40 al giorno (3600 nell’intero trimestre), e ne rappresenta al contempo una differente sfaccettatura.

Mentre per le imprese tipicamente artigiane ed a conduzione famigliare le più grandi difficoltà sono rappresentate dalla difficoltà di accesso al credito, dalla burocrazia, dai debiti contratti dalle PA nei loro confronti, dal prezzo dell’energia e dall’eccessivo livello di tassazione, assieme al drastico calo dei consumi, per il colosso siderurgico uno dei problemi principali è stata una gestione non lungimirante e che non ha saputo cogliere i segnali di un settore, quello siderurgico, nel quale i paesi industrializzati non possono più competere sul costo del prodotto. I paesi emergenti, dove la manodopera costa oltre un ordine di grandezza in meno rispetto ai paesi industrializzati sono competitivamente avvantaggiati, non dovendo oltretutto sottostare a vincoli ambientali e di sicurezza sul lavoro (elementi di grandi impatto nella siderurgia, settore industriale ad alto rischio).

Il risultato nel perseguire questa competizione impari è quasi scontato, ossia le aziende dei paesi maturi, come appunto la Lucchini, tentano di abbassare i prezzi agendo sul costo del lavoro, attingendo a contratti di solidarietà, risparmiando su adeguamenti tecnologici per la salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza dei lavoratori, tagliando totalmente la ricerca e l’innovazione, ma nonostante tutto ciò non riuscendo ugualmente a produrre un prodotto in competizione con quello dei paesi emergenti ed alimentando per giunta un meccanismo che porta al calo dei consumi ed in ultima istanza alla deflazione.

Se, come ha sostenuto il Governatore Enrico Rossi, a Piombino si tornerà a produrre acciaio e fare siderurgia sostenibile, allora è imprescindibile puntare a differenti modelli produttivi cercando di orientarsi verso la qualità ed il valore aggiunto, investendo in ricerca ed innovazione e creando prodotti di nicchia e costosi. Ad esempio il passaggio dagli altoforni a coke ai forni elettrici consentirebbe di produrre acciai speciali utilizzati ad esempio nei settore dell’avio spazio, della difesa, dell’automotive e della cantieristica navale ed edilizia rivolgendosi ad una clientela disposta a pagare l’altissima qualità di cui a bisogno. Questo processo di rinnovamento implica un maggior utilizzo della tecnologia e probabilmente un minor uso di manodopera che dovrà essere più specializzata e qualificata quindi non è oggettivamente pensabile il totale reimpiego dell’indotto che comunque nella fase di riqualificazione dei siti potrebbe trovare nuova occupazione.

Quella del rinnovo dei processi e dei metodi e modelli lavorativi è un argomento che tocca un’altra annosa crisi: l’Alitalia. Al momento l’unico serio acquirente interessato risulta Etihad, un partner forte e che consentirebbe il potenziamento di promettenti rotte verso il medio ed estremo oriente. Ovviamente però, alla luce della situazione della compagnia aerea di bandiera, e poiché Etihad sa di essere l’unico ad avere serie intenzioni nell’affare, le condizioni avanzate per portare a termine l’acquisto sono stringenti. Del resto non è pensabile che un investitore totalmente privato come Etihad si accolli anche tutti gli sprechi e le inefficienze gestionali, di processo, finanziarie e tecniche che nel caso Alitalia, pur essendo divenuta la compagnia un soggetto privato, sono rimaste a carico del pubblico rappresentando un pessimo case sudy di privatizzazione. Etihad cercherà fin dall’inizio di adeguare il più possibile Alitalia ai propri standard che fino a prova contraria il mercato ed i risultati della compagnia araba hanno comprovato. Se linee paragonabili a quelli coperte da Alitalia con un certo numero di dipendenti sono coperte da Etihad con un numero di dipendenti inferiore senza lesinare su stipendi e diritti dei lavoratori, qualità del servizio e standard di sicurezza è lampante che cercherà di includere nell’affare solo quel numero di dipendenti.

Analogamente per gli oneri finanziari e per l’organizzazione degli hub internazionali, di norma uno in ogni paese e raggiungibile con collegamenti ad alta velocità, tranne che in italia (ed in Germania, ma il paragone al momento non regge) dove gli hub sono due, non serviti da alta velocità ed uno dei quali, Malpensa, per giunta non facilmente raggiungibile dai principali centri industriali  finanziari italiani neppure con mezzi “standard”. Alla fine quindi pur cercando di mediare fino in fondo, a spuntarla, qualora la trattativa non venisse sospesa, sarà probabilmente Etihad.

Questi due esempi sono la testimonianza di come la grande industria italiana (contrariamente a tante realtà piccole e PMI) non sia all’altezza di paesi paragonabili, come la Francia, la Germania o la Spagna (senza volerci spingere troppo lontano) e come l’annosa assenza di piani e politiche industriali chiare, cattivi esempi di finte privatizzazioni, inadeguati investimenti in innovazione e tecnologia necessari per mantenere la competitività e la qualità dei prodotti e servizi abbiano portato alcuni campioni industriali ad un punto tale da non riuscire più a sostenersi autonomamente, non poter contare in toto sullo Stato preso da limitatissime possibilità di spesa e quindi doversi affidare ad investitori stranieri, che se ben intenzionati nel lungo termine possono risolvere situazioni quasi compromesse, ma quando c’è una preda alle stretta possono essere estremamente ed incolpevolmente violenti.

Il rilancio dell’industria, dei campioni nazionali rimasti, siano essi privati, pubblici o misti, della sostenibilità e della qualità, la conversione a modelli innovativi e tecnologici che creano indotto e filiere produttive ad alto valore aggiunto, sono elementi fondamentali per la ripresa di un modello produttivo virtuoso e competitivo nel lungo termine, che Governo ed il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) in particolare, devono affrontare nell’immediato con grande rapidità.

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25/04/2014
Valentino Angeletti
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Report preparatorio ad evento Cybersecurity Energia 2014

Link a report Cybersecurity Energia 2014, da sito Industria Energia

Dowload: Relazione-Cyber-Security-Energia-28-2-2014-DEFINITIVA
(Sommario mio intervento da pagina 17).

Il report è il risultato di un Workshop preparatorio, organizzato da EnergiaMedia, Worl Energy Council (WEC), Anie Energia, in vista dell’evento “Cybersecurity Energia 2014” che si terrà prossimamente ove saranno coinvolti entità ministeriali, aziende ascrivibili alle infrastrutture critiche (in particolare settore energy, servizi e TLC), e fornitori di apparati e tecnologie.
L’obiettivo è portare all’attenzione il tema della Cybersecurity nel mondo Energy al giusto livello governativo poiché in Italia, contrariamente a quanto accade in Europa ed in particolare in USA, Russia e Cina (dove probabilmente sono molto più avanti di quanto si pensi), l’argomento non gode della giusta attenzione.

Nella fattispecie questo esecutivo dovrebbe instaurare segreterie e commissioni permanenti che lavorino a stretto contatto con la Commissione Europea. L’argomento, in un mondo sempre più connesso, necessità di sforzi congiunti e collaborazione. Oltre all’istituzione di commissioni nazionali, ancor prima sarebbe bene che venissero definiti chiaramente ruoli, responsabilità e compiti così come un ministero di riferimento che poi lavorerà in stretta sinergia con gli altri dicasteri. Seguendo quanto accade in Europa ed USA si potrebbe pensare, sempre presupponendo una modalità operativa altamente trasversale, al ministero dello sviluppo economico (che ha delega anche su nuove tecnologie, TLC ed energia, o a quello della difesa.

Con il piano di sicurezza cibernetica, la creazione di un CERT nazionale e l’agenda digitale il governo Monti prima e Letta poi hanno gettato primordiali basi verso una strategia che dovrà diventare integrata ed organizzata e che è compito dell’esecutivo Renzi, sempre attento al tema delle nuove tecnologie e di internet, portare avanti ed ottimizzare.

Il rischio che si corre è quello di trovarsi di fronte ad un gap incolmabile su un tema che già ora costa svariati miliardi l’anno in termini di perdite e competitività e che allo stato attuale fluttua pericolosamente nell’ombra tra mancanza di organizzazione e competenze, sia nel settore pubblico che privato, e ritrosia nel denunciare episodi subiti.

Inutile dire che Renzi ed il suo staff dovranno essere in grado di creare “competence center” di estremo valore attingendo alle migliori risorse di ogni livello sociale e dovranno coinvolgere permanentemente, e a livello nazionale e a quello europeo, aziende ed entità interessate che sono esse stesse stakeholder assieme a tutto il sistema paese.

16/03/2014
Valentino Angeletti
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Il Governo ed i nuovi Ministri: forse qualche compromesso ma di certo tanto duro lavoro da fare

Ce l’ha dunque fatta Renzi, o il “VelociRenzi”, a presentare la propria lista dei ministri. La sua impronta è chiara, voleva dare un segno di cambiamento portando giovani, donne, e snellendo la struttura. Non si è smentito infatti dei 16 (solo un governo De Gasperi fece “meglio” con 15) Ministri ben 8 sono donne e l’età media è di circa 47 anni.

La lista dei Ministri probabilmente è stata frutto di una trattativa serrata in modo da poter non scontentare in modo evidente nessuna forza politica, cercando di mediare anche all’interno del PD stesso. A causa di questo meccanismo ne potrebbero aver fatto le spese la brava Emma Bonino, soppiantata agli esteri dalla Mogherini, ne potrebbe aver fatto le spese Moretti, amministratore di FS, per la giovane Guidi, ex presidentessa dei Giovani di Confindustria e vicina a Berlusconi, ne potrebbe aver fatto le spese Mario Mauro per la Pinotti e può aver pagato anche il Magistrato, forse troppo giustizialista, Gratteri, per Orlando che passa dall’ambiente alla giustizia; insomma difficile credere che il percorso sia stato semplice e privo di ostacoli o cambiamenti dell’ultimo minuto, o meglio delle ultime due ore.
Lo stesso Renzi probabilmente avrebbe voluto avere un assetto differente con la presenza qualche personalità non politica forte, come gli esponenti dell’imprenditoria Made in Italy che fin dalle prime Leopolde lo hanno seguito: Guerra, Farinetti, Serra, Baricco, Della Valle o Montezemolo, ma ciò non è stato possibile, forse perché entrare in un Esecutivo che ha impronta sì renziana, ma che è comunque di compromesso non sarebbe stato semplice ed in fondo il loro mestiere è un altro, potrebbero non aver percepito le condizioni affinché potessero esprimere tutto il loro potenziale, oppure lo stesso Renzi potrebbe non averglielo proposto consapevole delle troppe difficoltà e ritenendo necessaria in questa fase una conformazione più politica.
In ogni caso la natura giovane e paritaria che Renzi voleva e doveva, perché promessa fin da subito, dare in segno di discontinuità è stata trasmessa e probabilmente lo sarà anche nella partita delle 600 posizioni in ballo tra aziende di stato e partecipate che è già in corso che e si concluderà a maggio.

Gli anni, il genere ed il numero complessivo dei Ministri, così come per le nomine, sono importanti, ma, ad esempio riguardo all’età, anche per il Governo Letta era stato usato l’aggettivo “fresco”, i suoi 56 anni di media parvero davvero pochi rispetto ai precedenti esecutivi.
Il numero, il genere e l’anagrafe di per se non sono valori universali, lo diventano quando inseriti in un contesto ove possono esprimere il proprio valore introducendo innovazione, freschezza di idee, confrontandosi e contaminandosi l’un l’altro con le generazioni dell’esperienza e delle competenze maturate e consolidate sul campo. Competenze che per altro devono necessariamente avere le nuove personalità dell’Esecutivo. Senza competenze e capacità di interpretare gli scenari, di avere vision, di essere tempestivamente innovativi, di essere umili ma al contempo ambiziosi, di sapere che la strada dell’apprendimento non finisce mai, ma è un processo continuo, e che la posizione raggiunta è semplicemente un punto di partenza non certo uno di arrivo, poco possono i dati estraibili da un passaporto o da una carta d’identità.

I nuovi ministri, stimolati da Renzi e Del Rio, dovranno avere l’accortezza di sapersi contornare di eccellenti collaboratori, presi dalla società civile, dall’industria, dal settore pubblico, dalle università e dalle aziende, includendo magari quelle figure di manager illuminati ed amici ad ora assenti. Ma non solo, la vera svolta avverrà se l’Esecutivo saprà ridare con i fatti speranza al paese e se saprà far riavvicinare i cittadini alla politica, contaminandosi ed andando a caccia di tutti coloro che, dotati di capacità e voglia di mettersi in gioco per il paese, il che non è scontato, hanno le carte in regola per dare un contributo e supportare i team di lavoro e far parte delle commissioni che si andranno a formare all’interno di ogni Ministero.

Per fare un esempio, il neo ministro per lo sviluppo economico, Federica Guidi, ha un dicastero delicatissimo; dovrà affrontare numerose vertenze ed essere in grado di porre le condizioni perché la competitività delle nostre aziende cresca e non soccomba. A tal fine dovrà lavorare alacremente, tra gli altri, su due fronti importantissimi, quello dell’ energia (dove gioca in casa essendo VP di Ducati Energia) e quello di internet e delle nuove tecnologie, da anni fattori ostanti la crescita industriale italiana. Per affrontare con la determinazione e l’incidenza sufficiente questi settori, considerando lo stato di arretratezza in cui vessano, sono necessari fin da subito gruppi di lavoro e sottosegretariati allargati e stabili attingendo a tutto il tessuto socio-politico italiano.
Stesso dicasi per il lavoro, per le riforme, e per la pubblica amministrazione, dove sono impegnati rispettivamente Giuliano Poletti, Maria Elena Boschi e Marianna Madia.

Il MEF è andato in carico al capo economista e vicepresidente OCSE, ex FMI e consigliere economico di D’Alema, nonché personalità di vertice del Think Tank Dalemiano Italiani Europei, Pier Carlo Padoan. Anche il suo compito, come del resto quello di tutti in questa situazione disperata, è complesso e forse non è ancora stato evidenziato a sufficienza come le sue idee e strategie possano essere motivo di tensioni tra il centro destra ed il centro sinistra. Padoan non è un cultore dell’austerity, ma ha recepito e fatto sue le linee guida europee che suggeriscono, anche in modo marcato, ma fino ad ora abbiamo disdette, di spostare la tassazione dal lavoro, dalle aziende e dalle persone, e fin qui tutti d’accordo, verso rendite e patrimoni, il che vuol dire sulle proprietà immobiliari, sulle rendite finanziarie ed i capital gain, ed in ultimo, ma la situazione del paese lascia pochi margini di azione, patrimoniale. Inoltre non vede particolarmente di buon occhio la crescita a mezzo di debito, e va capito quanto intenda farsi valer in Europa per l’applicazione della golden rule agli investimenti produttivi ad alto valere aggiunto e ritorno nel medio e lungo termine, che sono quelli in grado di far progredire le economie in modo duraturo, perseguendo una crescita di “qualità” e non di “quantità” ove non vi sono oggettivamente margini per competere con le economie emergenti.
Questi aspetti, ancora in penombra, potrebbero essere forieri di tensioni, alimentate dal centro destra, già alla stesura del primo DEF (documento di economia e finanza).
Analogamente malumori si percepiscono nel centro sinistra, in particolare ad opera di SEL e, all’interno del PD, dai sostenitori di Civati, con Cuperlo che si è mostrato sfidante nell’incalzare Renzi sul fatto che ora è il momento dei fatti, e su questo credo che l’ex sindaco di Firenze converrà pienamente. Un elemento fondamentale per il Governo, che ha contribuito a sancire il fallimento dei precedenti e che sarà messo ben presto alla prova, è la volontà di lavorare in modo organizzato e collaborativo per gettare le basi affinché il paese “si tolga dal pantano”. Purtroppo il realismo e la gravità della situazione sono tali da impedire di poter pensare ad un’uscita definitiva e rapida da quella che è stata definita “palude”; già indirizzarsi verso l’uscita sarebbe un primo fondamentale passo.

Infine una gradita nota di colore, dei 16 ministri 4 sono emiliano romagnoli e 2 toscani, ai quali si aggiungono il toscano Matteo Renzi e l’emiliano, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Del Rio, e questo, ma è opinione puramente personale, non può far altro che piacere.

22/02/2014
Valentino Angeletti
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