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Il Governo ed i nuovi Ministri: forse qualche compromesso ma di certo tanto duro lavoro da fare

Ce l’ha dunque fatta Renzi, o il “VelociRenzi”, a presentare la propria lista dei ministri. La sua impronta è chiara, voleva dare un segno di cambiamento portando giovani, donne, e snellendo la struttura. Non si è smentito infatti dei 16 (solo un governo De Gasperi fece “meglio” con 15) Ministri ben 8 sono donne e l’età media è di circa 47 anni.

La lista dei Ministri probabilmente è stata frutto di una trattativa serrata in modo da poter non scontentare in modo evidente nessuna forza politica, cercando di mediare anche all’interno del PD stesso. A causa di questo meccanismo ne potrebbero aver fatto le spese la brava Emma Bonino, soppiantata agli esteri dalla Mogherini, ne potrebbe aver fatto le spese Moretti, amministratore di FS, per la giovane Guidi, ex presidentessa dei Giovani di Confindustria e vicina a Berlusconi, ne potrebbe aver fatto le spese Mario Mauro per la Pinotti e può aver pagato anche il Magistrato, forse troppo giustizialista, Gratteri, per Orlando che passa dall’ambiente alla giustizia; insomma difficile credere che il percorso sia stato semplice e privo di ostacoli o cambiamenti dell’ultimo minuto, o meglio delle ultime due ore.
Lo stesso Renzi probabilmente avrebbe voluto avere un assetto differente con la presenza qualche personalità non politica forte, come gli esponenti dell’imprenditoria Made in Italy che fin dalle prime Leopolde lo hanno seguito: Guerra, Farinetti, Serra, Baricco, Della Valle o Montezemolo, ma ciò non è stato possibile, forse perché entrare in un Esecutivo che ha impronta sì renziana, ma che è comunque di compromesso non sarebbe stato semplice ed in fondo il loro mestiere è un altro, potrebbero non aver percepito le condizioni affinché potessero esprimere tutto il loro potenziale, oppure lo stesso Renzi potrebbe non averglielo proposto consapevole delle troppe difficoltà e ritenendo necessaria in questa fase una conformazione più politica.
In ogni caso la natura giovane e paritaria che Renzi voleva e doveva, perché promessa fin da subito, dare in segno di discontinuità è stata trasmessa e probabilmente lo sarà anche nella partita delle 600 posizioni in ballo tra aziende di stato e partecipate che è già in corso che e si concluderà a maggio.

Gli anni, il genere ed il numero complessivo dei Ministri, così come per le nomine, sono importanti, ma, ad esempio riguardo all’età, anche per il Governo Letta era stato usato l’aggettivo “fresco”, i suoi 56 anni di media parvero davvero pochi rispetto ai precedenti esecutivi.
Il numero, il genere e l’anagrafe di per se non sono valori universali, lo diventano quando inseriti in un contesto ove possono esprimere il proprio valore introducendo innovazione, freschezza di idee, confrontandosi e contaminandosi l’un l’altro con le generazioni dell’esperienza e delle competenze maturate e consolidate sul campo. Competenze che per altro devono necessariamente avere le nuove personalità dell’Esecutivo. Senza competenze e capacità di interpretare gli scenari, di avere vision, di essere tempestivamente innovativi, di essere umili ma al contempo ambiziosi, di sapere che la strada dell’apprendimento non finisce mai, ma è un processo continuo, e che la posizione raggiunta è semplicemente un punto di partenza non certo uno di arrivo, poco possono i dati estraibili da un passaporto o da una carta d’identità.

I nuovi ministri, stimolati da Renzi e Del Rio, dovranno avere l’accortezza di sapersi contornare di eccellenti collaboratori, presi dalla società civile, dall’industria, dal settore pubblico, dalle università e dalle aziende, includendo magari quelle figure di manager illuminati ed amici ad ora assenti. Ma non solo, la vera svolta avverrà se l’Esecutivo saprà ridare con i fatti speranza al paese e se saprà far riavvicinare i cittadini alla politica, contaminandosi ed andando a caccia di tutti coloro che, dotati di capacità e voglia di mettersi in gioco per il paese, il che non è scontato, hanno le carte in regola per dare un contributo e supportare i team di lavoro e far parte delle commissioni che si andranno a formare all’interno di ogni Ministero.

Per fare un esempio, il neo ministro per lo sviluppo economico, Federica Guidi, ha un dicastero delicatissimo; dovrà affrontare numerose vertenze ed essere in grado di porre le condizioni perché la competitività delle nostre aziende cresca e non soccomba. A tal fine dovrà lavorare alacremente, tra gli altri, su due fronti importantissimi, quello dell’ energia (dove gioca in casa essendo VP di Ducati Energia) e quello di internet e delle nuove tecnologie, da anni fattori ostanti la crescita industriale italiana. Per affrontare con la determinazione e l’incidenza sufficiente questi settori, considerando lo stato di arretratezza in cui vessano, sono necessari fin da subito gruppi di lavoro e sottosegretariati allargati e stabili attingendo a tutto il tessuto socio-politico italiano.
Stesso dicasi per il lavoro, per le riforme, e per la pubblica amministrazione, dove sono impegnati rispettivamente Giuliano Poletti, Maria Elena Boschi e Marianna Madia.

Il MEF è andato in carico al capo economista e vicepresidente OCSE, ex FMI e consigliere economico di D’Alema, nonché personalità di vertice del Think Tank Dalemiano Italiani Europei, Pier Carlo Padoan. Anche il suo compito, come del resto quello di tutti in questa situazione disperata, è complesso e forse non è ancora stato evidenziato a sufficienza come le sue idee e strategie possano essere motivo di tensioni tra il centro destra ed il centro sinistra. Padoan non è un cultore dell’austerity, ma ha recepito e fatto sue le linee guida europee che suggeriscono, anche in modo marcato, ma fino ad ora abbiamo disdette, di spostare la tassazione dal lavoro, dalle aziende e dalle persone, e fin qui tutti d’accordo, verso rendite e patrimoni, il che vuol dire sulle proprietà immobiliari, sulle rendite finanziarie ed i capital gain, ed in ultimo, ma la situazione del paese lascia pochi margini di azione, patrimoniale. Inoltre non vede particolarmente di buon occhio la crescita a mezzo di debito, e va capito quanto intenda farsi valer in Europa per l’applicazione della golden rule agli investimenti produttivi ad alto valere aggiunto e ritorno nel medio e lungo termine, che sono quelli in grado di far progredire le economie in modo duraturo, perseguendo una crescita di “qualità” e non di “quantità” ove non vi sono oggettivamente margini per competere con le economie emergenti.
Questi aspetti, ancora in penombra, potrebbero essere forieri di tensioni, alimentate dal centro destra, già alla stesura del primo DEF (documento di economia e finanza).
Analogamente malumori si percepiscono nel centro sinistra, in particolare ad opera di SEL e, all’interno del PD, dai sostenitori di Civati, con Cuperlo che si è mostrato sfidante nell’incalzare Renzi sul fatto che ora è il momento dei fatti, e su questo credo che l’ex sindaco di Firenze converrà pienamente. Un elemento fondamentale per il Governo, che ha contribuito a sancire il fallimento dei precedenti e che sarà messo ben presto alla prova, è la volontà di lavorare in modo organizzato e collaborativo per gettare le basi affinché il paese “si tolga dal pantano”. Purtroppo il realismo e la gravità della situazione sono tali da impedire di poter pensare ad un’uscita definitiva e rapida da quella che è stata definita “palude”; già indirizzarsi verso l’uscita sarebbe un primo fondamentale passo.

Infine una gradita nota di colore, dei 16 ministri 4 sono emiliano romagnoli e 2 toscani, ai quali si aggiungono il toscano Matteo Renzi e l’emiliano, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Del Rio, e questo, ma è opinione puramente personale, non può far altro che piacere.

22/02/2014
Valentino Angeletti
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Renzi, ministeri, Schulz, Europa

Quasi da bookmakers londinesi sono le speculazione mediatiche, basate su fondamentali assai poco concreti, in merito al “totoministri” ed al rinnovo dei consigli delle grandi aziende partecipate ove complessivamente sono in gioco circa 600 posizioni.
Tutti i grandi nomi in lizza per un Ministero, che hanno supportato fin qui Renzi ed in prima fila alle varie edizioni della Leopolda, hanno declinato l’ipotetico invito sostenendo che il loro mestiere è un altro; potrebbero essere più propensi, personalità come Guerra o Colao, ad essere proposte per le grandi partecipate.
Tecnicamente non si può dar loro torto, ma non si può neppure negare che i presupposti iniziali per un loro serio coinvolgimento politico ci fossero, almeno fino a quando non è stata delineata abbastanza chiaramente la composizione della maggioranza che con Renzi dovrebbe governare: sostanzialmente la medesima rispetto al governo Letta a meno del Premier e di alcuni Ministri appunto.

Sembrerebbe che in ultimo non se la siano sentita di affrontare una situazione ben più difficile di quanto era pensabile inizialmente, in particolare se la prospettiva ideale era quella di un Governo in cui il Premier, Renzi, fosse dotato di una propria maggioranza e quindi con meno vincoli di azione e più libertà. Insomma avrebbero voluto un governo di totale discontinuità e cambiamento che al momento non potrà verificarsi in tutti i suoi aspetti.
A sostenere il Governo ci saranno i partiti di centro e dovrebbe rimanere NCD a patto di discutere il programma punto per punto e di vedere rispettati alcuni paletti: no alla patrimoniale (alla quale Renzi durante lo scontro televisivo per le primarie PD non si mostrò totalmente avverso); un Ministro della giustizia garantista e non proveniente dalla magistratura; una revisione della legge elettorale proposta da PD-FI in particolare riguardo alla soglia di sbarramento; interventi sul “Jumpstart Our Business Startups – Act”.

Nel mentre si sta configurando un vero ingorgo istituzionale in merito all’approvazione dei decreti quasi in scadenza e riguardanti, tra gli altri, il finanziamento pubblico ai partiti ed il Salva Roma che quindi potrebbero saltare e vanificarsi, annullando tutto il lavoro di implementazione e modifica, pregevole o meno che sia, fatto nelle settimane scorse (altro tempo ed energie sprecate quindi). A fare il paio poi con i flebili dati positivi relativi all’ultimo mese del 2013, che nonostante ciò che dice Saccomanni segnano una stagnazione e non certo una ripresa economica, arrivano quelli meno rassicuranti sull’export, -0.1% nel 2013, ed import, -5.5% nel medesimo anno, peggiori risultati dal 2009.

Sulla scelta di Ministri, così come sulla nomina dei nuovi consigli delle società partecipate, Renzi dovrà fare attenzione, non dovrà farsi prendere la mano da una rottamazione o un cambiamento ad ogni costo facendo dell’anagrafe e del genere i due driver principali. Dovrà scegliere persone competenti e dovranno essere creati gruppi di lavoro stabili e dedicati agli argomenti più delicati, attingendo al meglio della politica e della società civile. Stesso dicasi per i manager delle partecipate che se validi ed artefici di ottimi risultati devono poter giocarsi la carta della riconferma perché le persone sono importantissime, ma in quanto meritevoli e dotate di ottime doti trasversali, in particolare quella di saper interpretare tempestivamente gli scenari e di innovare; ciò si misura solo con i risultati.
A mio avviso sarebbe auspicabile un mix di genere ed età così da poter ottenere il massimo sfruttando più punti di vista differenti: attingere dalla consolidata esperienza e competenza dei più anziani così come dalla freschezza e capacità di visione dei più giovani, maggiormente propensi a quello che è un mondo interconnesso e globalizzato. La chiave di tutto sta nel dialogo e nella collaborazione generazionale al fine di ottenere il massimo per il numero più ampio possibile di cittadini e classi sociali.

I temi che penalizzano la competitività dell’Italia e del suo tessuto industriale sono molti, ma in prima linea vi sono il COSTO DELL’ENERGIA, ed in generale la politica energetica che deve essere rivista in particolare lavorando su un Mix produttivo tecnologicamente diversificato e coerente con la terna “domanda – capacità produttiva – sostenibilità ambientale”, ed il DIGITAL DIVIDE (Link articolo) che include anche aspetti di educazione all’uso delle nuove tecnologie, di ottimizzazione e razionalizzazione di HW e SW (incluso un lavoro per unificare data base e centri di raccolta dati) in uso dalle PA e di sicurezza dei dati e delle informazioni.
Per questi settori potrebbe valer la pena istituire Ministeri ad hoc: il ministero dell’Energia ed il ministero di Internet/Nuove Tecnologie (che credo in USA ed in qualche paese anglosassone già esistano) o comunque dovranno essere creati gruppi di lavoro stabili composti dalle eccellenze che fortunatamente in Italia ci sono ancora. Se davvero il Governo riuscisse a durare 4 anni il tempo per ottenere buoni risultati su questi argomenti, che dovrebbero godere dell’appoggio di tutti i partiti, ci sarebbe.

Inoltre non si deve mai perdere d’occhio l’Europa, che dal canto suo non perde d’occhio l’Italia. Se Martin Schulz si è mostrato molto propenso ad un cambio di approccio dell’Unione che sia costituito da meno veti e diktat e più cooperazione e solidarietà tra i popoli, meno aiuti alle banche e più politiche per il lavoro, permangono le conferme di Bruxelles e dello stesso Saccomanni dall’Ecofin che ribadiscono come non si possono oltrepassare i vincoli e come ci si impegni a non farlo. Schulz, già in aria di campagna elettorale per le europee, essendo un esponente di spicco del SPD parte della grande coalizione del governo tedesco, potrebbe cercare di intercedere nei confronti della Germania e della CDU, importanti stakeholder dell’ Unione.

Certamente due primari obiettivi che si dovrà dare il Governo Renzi, impossibili senza l’appoggio delle forze delle larghe intese che allo stato delle cose ancora sussistono, saranno quello di imporsi in Europa facendo valere le ragioni e la forza italiane, e pretendendo applicazioni più vantaggiose per il nostro paese della golden rule così come condizioni differenti sul fiscal compact; ancor prima però dovrà garantire al governo una credibilità ed una autorevolezza per le quali sono fondamentali stabilità politica e capacità di fare rapidamente le riforme note a tutti e che l’Europa ricorda ogni volta. Se il secondo obiettivo non verrà raggiunto non potrà esserlo neppure il primo e verranno lasciati, come fin ora successo, ai “falchi” dell’austerità numerosi elementi politico-economici (il ritardatario piano sulla spendig review ne è un esempio) da poter addurre contro la nostra condotta ed a supporto di un approccio asfissiante alla politica economica.

18/02/2014
Valentino Angeletti
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