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Direzione PD, master plan per il mezzogiorno, riforma del Senato ed urne…

Anche se non è solito lasciar trasparire preoccupazione, ed infatti tale atteggiamento è confermato dalle parole all’ultima direzione PD che riportano di numeri certi per fare approvare le riforme, in particolare quella del Senato, al Premier Renzi non mancheranno certo pensieri e dubbi durante la pausa estiva dell’attività parlamentare.

Durante la direzione PD i temi dominanti sono stati sostanzialmente due: il faraonico piano di investimenti previsto per il sud, incentrato tutto si un “master plan” la cui presentazione è programmata a settembre; e le riforme istituzionali, principalmente quella del Senato della Repubblica, seconda Camera del sistema bicamerale italiano.

Riguardo al piano di investimenti, che includerebbe (ma è ancora tutto etereo, e lo sarà fino alla presentazione del “master plan”) la TAV fino a Bari ed in Calabria, il riassetto infrastrutturale ed investimenti in opere di ammodernamento e riqualificazioni varie. L’ammontare complessivo è incredibile, nel senso letterale del termine, sarebbero infatti previsti 100 miliardi. Evidentemente il Governo non ha, nè avrà mai, la disponibilità di questi denari. Non ne ha avuti per sistemare la questione del blocco delle pensioni, non ne ha per quella degli stipendi pubblici, solo per fare un paio di esempi, ha in programma di tagliare di 50 mld in 3 anni le tasse e contemporaneamente deve operare per scongiurare l’aumento IVA e delle accise, parte delle clausole di salvaguardia che entreranno in vigore se gli introiti erariali ed i risparmi statali si dimostrassero più scarni di quanto stimato in fase di redazione del DEF. Questi 100 miliardi dovrebbero pervenire da risorse e fondi europei bloccati e non spesi. Da qui la prima domanda sul perché, alla luce dell’arretratezza in vari settori del nostro paese, della dannata necessità di investimenti e riqualificazioni, della condizione a rischio deindustrializzazzione ed impoverimento perenne del nostro sud, non si siano spesi prima. La seconda questione è se, effettivamente, questi fondi siano ancora disponibili, in quanto di norma l’Europa tende a riprendere le risorse non spese entro un determinato periodo di tempo. Effettivamente la somma, più che ottimistica, pare essere esagerata e sproporzionata e difficilmente si ritiene possa essere davvero messa sul piatto, fermo restando che ce lo auguriamo di cuore, perché, per rimettere in sesto l’Italia, quelle sono le cifre in gioco e non qualche miliardo (che pure lo Stato italiano non può permettersi di spendere).

Il tema che però dovrebbe destare più preoccupazioni al Premier, è legato al tema della riforma del Senato della Repubblica. Sono state presentati dalle opposizioni e dalla minoranza DEM ben 513’450 emendamenti. Di questi 510’293 della lega nord, 1’075 da FI, 194 dal M5S, 63 dai Senatori PD, 17 dalla minoranza DEM. Un record, evidentemente con l’intento di bloccare l’iter legislativo e con la minaccia della Lega (Calderoli), qualora non si modifichi il testo proposto, di avere già pronti 6.5 milioni di emendamenti per impedire il percorso del testo. Il punto cardine della questione è l’elettività o meno della seconda Camera, infatti mentre il testo del Governo propone sostanzialmente un Senato nominato, le opposizioni non vogliono rinunciare all’elettività dei Senatori da parte dei cittadini. Il Premier Renzi ed i suoi sostenitori, tra cui i vicesegretari Serracchiani e Guerini e Zanda, si sono detti aperti al dialogo, al confronto con tutti ed al recepimento di alcune modifiche, fermo restando che non si debba snaturare l’impianto base; che, parafrasando dal lessico renziano, significa, come del resto è solito dire apertamente, che si discute con tutti ma poi si decide, e di norma a decidere è sempre e solo uno: il Premier.

Anche FI si è detta aperta alla discussione puntuale in tema di riforme ed all’eventuale sostegno al Governo, ma sul nodo del Senato, come dimostrano inconfutabilmente i 1’075 emendamenti se non bastassero le parole di Toti, FI non è allineata col Governo e non dovrebbe dare il proprio supporto. Una Nuova edizione del Nazareno pare, in questa fase, non verosimile.

Lega e M5S si oppongono strenuamente, asserendo che la Camera derivante dall’Italicum  sarà già popolata in maggior parte da nominati e che pertanto il Senato debba essere completamente elettivo.

Il nodo più ostico per il Governo, e per Renzi nella fattispecie, proviene però, e come al solito vista l’inesistenza di un fronte di opposizione in grado do coordinarsi per impensierire il Premier, dall’interno del PD che ha già tentato di frapporsi tra il Governo e la nomina dei vertici Rai, senza successo. Questa volta, nonostante il Prmier continui a ribadire di avere i numeri, le cose sembrerebbero essere differenti, se non altro perché è possibile una grande coalizione trasversale, tra opposizioni e frangia interna del PD, per affossare la riforma del Senato. Ovviamente ciò presuppone un dialogo trasversale, a cui il M5S deve cedere.

Allo stato attuale, stando a quanto riportato sui quotidiani, i senatori favorevoli al testo del Governo sarebbero 154, contro i 166 contrari, dei quali, e fanno la differenza, 28 della minoranza DEM  (totale 320 a cui si aggiunge il Presidente del Senato, Pietro Grasso, che non vota). I numeri per il Governo sembrano quindi non esserci e non risulta sufficiente l’appoggio del gruppo Verdiniano ALA.

Qualora la Riforma del Senato venisse bloccata e non andasse definitivamente in porto è prevedibile una crisi di Governo che potrebbe portare direttamente alla urne. Il Premier stesso ha affermato in più di una occasione, che il Governo sta in piedi per andare avanti spedito sulle riforme, quando questa condizione venisse meno le urne sarebbero la diretta ed immediata conseguenza.

Le opposizioni quindi hanno, volendo, la concreta opportunità di tornare al voto nel giro di pochi mesi (forse in un election dai con le amministrative del 2016) e l’ago della bilancia potrebbero proprio essere i “dissidenti” del PD. Mandare a casa il governo e sfidarlo alle urne è la missione dichiarata del M5S, più volte ripetuta, ma coi fatti mai perseguita, neppure quando ne avrebbero avuto l’opportunità. La vera domanda però, la cui più probabile risposta tranquillizza, e non poco, Renzi, è chi sia davvero interessato ad andare immediatamente alla Urne, quindi con questa legge elettorale.

Il M5S non disdegna un “Consultellum”, ma via via che si delineava l’Italcum ed i sondaggi davano il loro responso, la nuova legge elettorale è diventata sempre più conveniente per i “Grillini” che per tale ragione potrebbero aver gioco nel non forzare troppo la mano. In ogni caso, qualora volessero mandare sotto il Governo, dovrebbero dialogare ed allearsi quantomeno con la minoranza DEM e probabilmente far fronte comune, per l’obiettivo condiviso delle elezioni, con FI.

Lato opposizioni destrorse, la riorganizzazione del CDX non è ancora avvenuta, anzi con l’uscita di Verdini FI e la scissione con Fitto, il Centro Destra si è ulteriormente indebolito in favore di quel Centro-Sinistra, col trattino in mezzo, che poco piace ai nostalgici della “ditta PD”.

Infine c’è la Minoranza DEM, di fronte al dilemma ed al quesito atavico sul dove inserirsi e sul loro destino qualora cadesse il Governo. Evidentemente, a seguito della caduta dell’Esecutivo, i dissidenti, volenti o nolenti, non potrebbero rimanere nel PD di Renzi, ed allora dovrebbero allocarsi altrove (Sel, Possiamo ecc) con un numero di posti disponibili al Senato ed alla Camera decisamente ridotti.

Tirando le somme, colui che da immediate elezioni potrebbe paradossalmente uscirne l’unico davvero rafforzato, è il solo che al momento non ha interesse esplicito ad andare alla urne, cioè Renzi.

Ora le opposizioni ed i dissidenti avranno tutta l’estate per riflettere, chissà che consiglio porteranno loro le infuocate notti agostane.

08/08/2015
Valentino Angeletti
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Il caso Azzollini mina (ancora di più) le fondamenta del PD

Il voto contro la carcerazione di Azzollini per l’accusa di concussione in merito alla crack da 500 milioni di € della clinica pugliese “Divina Provvidenza” (qualora non fosse stato ascoltato si sarebbe detto pronto “a pisciare in bocca ad una suora che gestiva la struttura”), è stato un episodio che ha certamente rafforzato il Governo, o meglio l’alleanza Renzi – NCD, e contemporaneamente ha indebolito ancora di più la struttura storica e l’ispirazione valoriale del PD, inteso come “Ditta bersaniana”.

Il Governo ne esce rafforzato, o quantomeno è stato scongiurato il rischio di ritorsioni del NCD durante i passaggi parlamentari o voti di fiducia, poiché il salvataggio di Azzollini, quota NCD appunto, ha confermato il legame Renzi – Alfano e, a ben vedere, ha dimostrato la necessità numerica per il Premier di poter contare sull’apporto del nuovo centrodestra, anche e soprattutto, per disinnescare alcune frange interne ai Democratici.

Internamente al PD, invece, l’indebolimento è evidente, ed è sottolineato dalla diversità di vedute dei due vicesegretari, Debora Serracchiani, ex bersaniana ed ora renziana di ferro, e Lorenzo Guerini. La prima si è detta arrabbiata e delusa dall’esito del voto, se fosse stata Senatrice avrebbe votato per l’arresto, ha dichiarato, mentre il secondo ritiene che l’aver lasciato libertà di coscienza sia stata la giusta scelta, visto che le carte processuali sono state consegnate ad ogni Senatore e che pertanto ognuno ha potuto elaborare una propria idea.
Nel PD però sembra che siano stati disattesi, per mantenere l’appoggio NCD, i concetti di valore etico e questione morale nella politica, tipicamente ascrivibili alla sinistra che fino a poco tempo fa voleva essere rappresentata dal PD. Inoltre il Partito Democratico ne esce indebolito anche agli occhi dell’elettorato, perché è stata data la netta sensazione del voler mantenere uno status quo di privilegio (anche la possibilità di opporsi alle decisioni del potere giudiziario sono tipiche esclusivamente della politica) che prevarica la legge e la magistratura. In altre parole la classica sensazione che, al di là di tante belle parole ed intenti encomiabili, alla resa dei conti, quando v’è da dimostrar il verbo con la sostanza, non vi siano reale volontà ed interesse di una virata verso la rettitudine.

In Sede parlamentare poi, pur considerando che la nascita del movimento filo-governativo per le riforme, ALA di Verdini, nonostante crei malcontento nei Dem, conferisce ulteriore margine al Governo Renzi, si attendono aspre battaglie con la minoranza interna. Non sono le opposizioni esterne, ma il PD stesso quello che più può far vacillare il Premier ed il Governo. Per garantirsi la copertura parlamentare di NCD ed ALA, oltre al garantismo, senza se e senza ma, nei confronti di Azzollini, le riforme (sia costituzionali che economiche) dovranno avere un certo stampo (ed infatti fino ad ora il NCD è riuscito ad ottenere la realizzazione di punti tipicamente parte del proprio programma, nonostante i numeri elettorali non dessero loro alcuna speranza di farsi valere), che difficilmente potrà essere condiviso dalla minoranza DEM di Bersani, Cuperlo, D’Attorre, Gotor ecc.

Risulta chiara, e Uscita di Verdini in favore del Premier, la deriva centrista, sui programmi e sulle questioni etiche e morali, del PD, andando così a snaturare quelli che sono stati i suoi capisaldi fino a qualche gestione fa.

Il bivio è sempre il medesimo per gli “intrusi” di questo moderno PD, multinazionale, multi facce e decisamente “general purpose”: o essere relegati all’insignificanza nascondendosi dietro l’illusione di voler/poter cambiare le cose internamente, imponendo una qualche linea di pensiero, ma dando tanto l’impressione di un legame indissolubile con lo scranno (anch’esso così mal visto da alcune ideologie di sinistra), o rischiare “di tasca propria” e cercare di portare avanti, sicuramente altrove, le proprie idee.
Come recita un famosissimo film: “pillola rossa o pillola blu?”.

30/07/2015
Valentino Angeletti
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Direzione PD e la resa dei conti che Renzi vorrebbe assolutamente evitare

Sarà dunque fissata per lunedì sera, ore 21, presso la sede romana del PD la resa dei conti interna al partito democratico? Assecondando le notizie riportate dalle fonti mediatiche negli ultimi giorni, tutto farebbe pensare che quella sarà proprio l’occasione giusta per avviare il processo di “resa dei conti”, tante volte sbandierato da stampa, tv e talvolta anche dai diretti interessati, ma invero sempre rimandato.

Le questioni, che nel Partito Democratico dovranno affrontare, sono molte e complesse. Innanzi tutto dovranno essere analizzati i risultati delle ultime elezioni regionali e preparate le strategie per i complessi ballottaggi. Il 5 – 2 in favore del PD non può soddisfare il Premier Renzi, come non egli può ritenersi pienamente soddisfatto da ciò che è accaduto ai suoi candidati, Paita e Moretti, rispettivamente in Liguria e Veneto. Inoltre le vittorie in Puglia, Emiliano, e Campania, De Luca, non sono state ad appannaggio di membri, per così dire, del giglio renziano, anzi, essi possono decisamente annoverarsi nel vecchio corso, mai rottamato o sostituito come in partenza nelle mire dichiarate di Renzi.

In Campania poi si accavallano le questioni dell’impresentabilità, che ha sancito una profonda frattura nel partito e con la persona di Rosy Bindi, della legge Severino e di alleanze molto dubbie e tanto vituperate che di fatto hanno consentito a De Luca di ottenere qul 2% sufficiente a battere Caldoro.

Analizzati i risultati regionali, dovrà essere affrontato il problema di Mafia Capitale, brutto affair in cui oggettivamente il PD si trova invischiato. Il commissario PD Orfini, sostenendo che è con Marino che hanno cominciato ad emergere gli scandali, difende a spada tratta la Giunta PD e l’operato del sindaco, il quale sta valutando l’ipotesi di un rimpasto al Campidoglio. La vicenda però non è trascurabile, sia per le critiche, incluse le richieste di dimissioni sia per Marino che per Ringaretti, che provengono dai partiti avversari sia per l’immagine stessa del PD, secondo gli ultimi sondaggi in declino proprio come la popolarità del suo Segretario.

Con le vittorie in Puglia e Campania, con le vituperate alleanze, con la vicenda Marino e la connivenza trasversale tra politica (di qualsiasi colore) e malaffare, il percorso di Renzi sembra ben lontano da quell’effetto rottamazione, mutato in rinnovamento col passare delle settimane, che il Premier avrebbe voluto rapidamente dare, prima al PD, e poi alla politica in generale. Al momento l’impressione che i cittadini hanno, è il mantenimento dello status quo, forse in modo meno palese di prima, ma esattamente con lo stesso risultato e con gli stessi meccanismi di relazione. Forse con attori un poco mutati, ma egualmente influenti e potenti, non certo novizi nati ieri o prodigi che hanno spiccato il volo per le proprie capacità.

L’ultimo macro-argomento a dover essere discusso sarà quello delle riforme, ed in particolare quella della scuola che tanto ha agitato i sindacati, i professori e gli studenti, nonché la minoranza del PD. La Buona Scuola (il nome della riforma) passerà martedì 9 al voto parlamentare e dovrà essere conclusa in breve tempo per consentire le assunzioni e le regolarizzazioni dei precari previste. Il tema è molto caldo, in particolare riguardo ai poteri del dirigente scolastico, alle modalità di assunzione, ai fondi ed alle risorse economiche, alla regolarizzazione ed assunzione dei precari.

La minoranza DEM, in vista della direzione PD, pare sul piede di guerra, ma ancora ben lontana, e si parla di Fassina, Cuperlo, Bersani, Bindi, Gotor ecc, da compiere il passo “fatale” fatto da Cofferati, ed in modo più strutturato Civati, con la fondazione del suo partito “Possiamo”. L’ormai nota tendenza della minoranza DEM a parlare, anche in tono grave, senza però dare fattezza al verbo è in questo momento salvifica per il Premier, che da eccellente stratega si sta riposizionando alla luce degli ultimi fatti, e lo sta facendo comprendendo che in questa fase politica non ci sarebbe nulla di più deleterio per il Governo e per il PD targato Renzi di una scissione a sinistra che, seguendo una logica chiara, dovrebbe condurre all’ingresso pesante dei nomi sopracitati, con l’aggiunta di Cofferati, nel perimetro di Civati, col supporto di SEL e della “Coalizione Sociale” di Landini, senza dimenticare di strizzare l’occhio al M5S. Questo processo di aggregazione e di condivisione di un percorso chiaro è fondamentale per i fuoriusciti dal PD, se hanno davvero seria intenzione di creare qualche cosa che possa attingere da un bacino elettorale sufficientemente ampio. L’alternativa alla reunion delle sinistre sarà un ennesimo fuoco di paglia di pressoché nulla significatività.

Renzi ha compreso dalle ultime regionali, ed è per questo che farà di tutto per evitare la resa dei conti nel PD, che sta perdendo quel consenso di centrodestra su cui puntava inizialmente, essendo disposto a sacrificare voti di sinistra, per contare sulla maggioranza degli italiani che è appurato siano più orientati al centrodestra. Il Premier perde consenso a destra perché vi è una parvenza di riunificazione destrorsa. Lo si nota da quanto è accaduto in Liguria, dove il CDX unito ha vinto, pur non avendo un forte partito dominante a livello nazionale, senza un leader carismatico come invece è Renzi e ciò è significativo sulla tendenza di voto degli italiani. Riguardo ai temi lo si nota sulla questione degli immigrati, altro punto dolente che Renzi dovrà affrontare nella Direzione PD, rispetto alla quale l’abnorme dichiarazione, subito apostrofata come priva di fondamento sia dalla conferenza delle regioni sia da quella dei comuni rispettivamente dai rappresentanti Chaimaprino e Fassina, del Governatore Lombardo Maroni di tagliare i trasferimenti a quei comuni che si prestassero ad accettare nuovi immigrati, è stata condivisa da Toti, ovviamente dalla Lega, ed anche dai movimenti più spostati a destra. L’evidenza è che ormai la rottura Renzi – FI, sempre più nell’orbita leghista, è insanabile e quindi Renzi, anche in vista dei ballottaggi e, perché no, delle elezioni del 2018, ma chissà se non prima, si sta riposizionando cercando di recuperare la sinistra.

Il riposizionamento di Renzi passa innanzi tutto da un ammorbidimento sulle posizioni in merito alla riforma della scuola, nodo davvero dominante della direzione ed un nuovo approccio al confronto sindacale. I tempi rimangono stretti e la volontà quella di rispettarli, ma con la flessibilità di aprire, non solo all’ascolto, ma anche a modifiche, una volta impensabili da parte di un decisionista inamovibile come il Premier.

Sarà vero cambiamento o solo moda passeggera?

Valentino Angeletti
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La scena politica che orbita attorno all’Italicum

Mentre le attenzioni del mondo e dell’Europa, tanto istituzionale quanto civile, sono puntate sull’ennesimo disastro che ha coinvolto il barcone di migranti dalla Libia, solo uno tra tanti dei quali si è già parlato e di molti altri di cui forse non si conosce neppure l’esistenza, e che nonostante tutto testimonia l’incapacità totale della UE di riuscire a gestire e mitigare un gravissimo problema se non incidendo summit e vertici d’urgenza (anche se a distanza di ben 5 – 6 giorni dall’evento tragico) senza però convergere a concreti e tangibili risultati, come dimostra la periodicità di simili “disgrazie” (avevo già scritto in merito e non ritengo opportuno scriverne ancora, mi taccio, ascolto e tristemente constato: Disastro 06/10/2013 – Disastro 13/05/2014); e mentre a livello economico è ancora la vicenda di Atene, sempre più vicina anche secondo la BCE ad un default pilotato cercando di salvaguardare l’Euro, a tener banco, con il decreto del Governo “Tsipras” che impone il deposito della liquidità degli enti locali presso la Banca Centrale Greca per consentire il pagamento di stipendi, pensioni ed un anticipo dei rimborsi che dovranno essere corrisposti nei prossimi giorni (Aggiornamento Grecia 19/04/2015), in Italia il dibattito è in gran parte incentrato sulla legge elettorale Italicum.

L’ultimo aggiornamento in tema “Legge Elettorale” è davvero un colpo di scena, una mossa che non può non sancire la definitiva rottura nel PD. Che poi la minoranza DEM incassi questo nuovo affronto, dopo le dimissioni del Capogruppo Speranza, senza colpo ferire, inghiotta il rospo e continui, come fatto fino ad ora, a rimanere sempre più evidentemente insignificante, ed anche poco utile al paese, all’interno del PD è altra storia e, visti i precedenti, potrebbe pure accadere. Il PD ha deciso infatti di sostituire a tempo, in altre parole “epurare” per l’esame della legge, nella Commissione Affari Costituzionali, che ha il compito di pronunciarsi sull’Italicum, i 10 suoi membri che risultavano non allineati alla linea di partito, vale a dire disposti a portare avanti l’Italicum così com’è. I 10 nomi sono di primissimo piano e comprendono tra gli altri D’Attorre, Bersani, Bindi, Cuperlo. L’entourage del Premier si è affrettata a minimizzare asserendo che la decisione è stata presa di comune accordo con i 10 interessati all’interno dell’assemblea di partito testimoniando “grande responsabilità e dedizione”, versione immediatamente smentita da Cuperlo e “compari” che invece la ascrivono ad atto di forza autoritario la cui conseguenza sarebbe l’approvazione della legge senza che essa abbia la maggioranza e senza il rispetto del dialogo e del confronto necessario in democrazia che caratterizza il processo parlamentare tipico del potere legislativo, per costituzione non nelle mani del governo. Rosy Bindi si spinge oltre, e sostiene, non voce solitaria, che qualora il Premier decidesse di porre la fiducia su questo tema la tenuta del Governo e della Legislatura sarebbe seriamente messa in discussione e si avrebbe la scintilla necessaria e mai trovata fino ad ora affinché nasca una nuova formazione di Centro-Sinistra.

La minoranza interna è pronta a sfidare l’Esecutivo in aula e non è l’unica, perché contro la riforma elettorale si sono schierati anche l’alleato di Governo Scelta Civica, SEL, M5S e FI. M5S è pronta a sostenere la minoranza DEM, mentre FI e Scelta Civica hanno già dichiarato la loro intenzione di abbandonare l’aula. Il Premier Renzi da par suo è determinato a voler portare a casa un’altra vittoria approvando la legge così com’è, nei tempi stabiliti (27 aprile passaggio in aula del testo definitivo) e senza scendere a compromessi, non vorrebbe porre la fiducia, ma, se costretto, si dice disposto a farlo consapevole che ciò comporterebbe problemi di stabilità nella tenuta del Governo.

La battaglia dunque è attesa alla Camera dove se gli oppositori alla Legge unissero le loro forze potrebbero essere sufficientemente forti da poterne bloccare l’Iter richiedendo un nuovo passaggio in Senato. Gli emendamenti presentati sono stati 135, di cui 97 ammessi (11 presentati dal PD che si è impegnato a ridurli al minimo per spostare lo scontro in aula), da oggi iniziano le votazioni e si protrarranno fino a giovedì-venerdì.

Gli scenari che si potrebbero aprire sono dunque limitati.

Una possibilità è che la minoranza DEM composta dai 10 “epurati” (a tempo, perché si tratta di un allontanamento solo in vista dell’esame dell’Italicum che lascia spazio effettivamente a perplessità: è possibile cambiare una commissione con una più allineata? In tal caso a che servirebbe quel passaggio se già in partenza si conoscono le posizioni, in quanto messi lì ad hoc, di coloro che si dovranno pronunciare?) rientri nei ranghi supporti il Segretario di partito e, senza ricorrere alla fiducia, l’Italicum venga approvato privo modifiche.

Una seconda possibilità è che l’Italicum venga bocciato e richieda un altro passaggio in Senato.

Terza ed ultima possibilità è il ricorso alla fiducia.

La prima opzione sarebbe un successo di Renzi, il quale avrebbe avuto ragione sulla legge ed avrebbe asfaltato ancora una volta i suoi oppositori. Ne uscirebbe ulteriormente fortificato e con un motivo in più per ribadire e dichiarare quanto il suo Esecutivo sia determinato in tema di riforme, vessillo da poter sventolare in Europa con quelle controparti, quali BCE, Commissione, ma anche Bankitalia, che intimano prudenza e fanno notare al nostro paese quanto i conti siano ancora ben lontani dalla stabilità e quanto vicende esterne, ad esempio la telenovella greca che è legata a spread e mercati, possano compromettere i passai avanti fino a qui fatti.

La seconda e terza opzione, che deriverebbero dalla coerenza sulle proprie posizioni della minoranza DEM, comporterebbero la definitiva rottura nel PD, con tutta probabilità l’uscita della minoranza verso un nuovo soggetto politico di centro-sinistra, e darebbero l’opportunità al Premier di valutare l’orizzonte di elezioni anticipate che ufficialmente non vorrebbe affrontare, avendo ribadito più e più volte che il termine per questo Esecutivo è posto al 2018.

In uno scenario così frammentato, senza veri avversari, senza una formazione di centro destra pronta a sfidare il Premier e con le divisioni interne al PD che mostrano quanto sia debole una minoranza così poco organizzata (pur avendo avuto varie opportunità in passato ha scelto di non organizzarsi autonomamente senza avviare la creazione ed il consolidamento di un soggetto a sinistra del PD che qualche margine di manovra lo avrebbe), la vittoria di Renzi con un’affermazione numericamente ampia e tale da consentirgli di creare un Governo a sua immagine e somiglianza, come sta già provando a fare, ma con l’aggiunta della legittimazione popolare in vere elezioni nazionali, pare scontata. Forse proprio l’assenza di una differente legge elettorale rispetto a quella attuale, diversa per Camera e Senato, rappresenta il solo dubbio nella mente di Renzi, mentre la debolezza intrinseca degli avversari, consapevoli di ciò, può richiamarli all’ordine e non rischiare l’azzardo.

 

21/04/2015
Valentino Angeletti
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