Archivi tag: Moody’s

Cinque analisi su alcuni fatti economico-politici salienti della settimana:

Imperversa la deflazione 13/08/14:
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande

Riforme italiane, la lesson learnt spagnola ed allerta Moody’s 11/08/14:
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere

Discorso non innovativo e pungente di Draghi, ma con una BCE cronicamente troppo attendista 08/08/14:
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota

Pil a -0.2% con le aspettative che erano altissime 06/08/14:
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto?

Scontro Renzi-Sangalli 80€ 06/08/14:
Rezi-Sangalli: 80€ utili? Certo, ma il contorno non va

13/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Annunci

L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere

Moodys In questi giorni si sente molto parlare della via virtuosa delle riforme che la Spagna è stata in grado di  perseguire. Il paragone rispetto all’Italia in modo non esplicito è stato portato anche da Draghi nel  suo ultimo  discorso (di seguito i passaggi principali ed un commento LINK) asserendo che gli Stati  che avevano fatto le  riforme sono in condizioni di crescita più solida e promettente. Effettivamente il  processo riformatore  spagnolo sta valendo allo stato iberico circa 20 pti di Spread in meno rispetto all’Italia. Sulla crescita del PIL  la Spagna ha una previsione per il 2014 del +1.2% dopo il +0.4% del  primo trimestre ed il +0.5% del secondo,  ma il Governo si è spinto a ritoccare ulteriormente il dato stimando un +1.5% per il 2014 ed un +2% per il  2015. Onori quindi all’impegno spagnolo nel portare avanti un piano di riforme, in particolare sul lavoro, in sintonia con quanto richiesto dall’Europa, ed onori alla determinazione della politica a raggiungere i risultati non impantanandosi in discussioni interne. Sulla Spagna, il cui PIL in valore assoluto si attesta a circa 1’015 miliardi di €, però non vanno dimenticati  il rapporto deficit/PIL per il 2013 a 6.62% ed un debito/PIL 2013 al 95% che ha visto una impennata dal 40% del 2008 fino alla percentuale attuale.

Oltre allo spread i benefici della politica attuata dal governo spagnolo sono da riscontrarsi in una maggior credibilità agli occhi europei, ma soprattutto ad una rinnovata capacità di attirare investimenti e capitali (incluso quello umano) anche dall’estero, fattore del quale l’Italia soffre tremendamente.

Attenzione però, non è tutto oro quello luccica perché ad oggi la situazione sociale spagnola non è così invidiabile, la disoccupazione è attorno al 25% (benché in luglio 2014 rispetto al luglio 2013 i disoccupati siano diminuiti del 5.94%) e le persone hanno subito decurtazioni o blocchi salariali, riduzione del potere d’acquisto, perdita del posto di lavoro, riduzione delle tutele sociali, con conseguente calo della qualità della vita.

Del resto la Spagna ha vissuto una crisi particolarmente pesante, iniziata con la bolla immobiliare speculativa che ha portato ad una cementificazione estrema soprattutto nelle aree costiere; dal 2007 la bolla è scoppiata ed i prezzi nel 2012 sono diminuiti mediamente tra il 30 ed il 35% rispetto al periodo pre-crisi, con una diminuzione del 13.7% rispetto al 2011. La svalutazione si è abbattuta sui maggiori detentori di immobili, ossia le banche che rappresentano la più importante agenzia di real estate spagnola, tanto che molte di esse sono state spinte a svenderle con sconti anche fino al 50%. A beneficiare di ciò non sono stati gli spagnoli, impossibilitati dalla crisi ad accollarsi spese anche se potenzialmente convenienti, ma principalmente norvegesi e russi. Vi è stata poi la necessità di intervenire sul settore bancario attraverso aiuti europei e di stato, i casi più clamorosi sono rappresentati da Bankia che ha ricevuto 36 miliardi di aiuti tra Madrid e Bruxelles (17.69 mld e da UE), NCG che ha ricevuto 10 mld (5.425 mld da UE), Catalunya Banc 14 mld (9.08 mld dalla UE), Banco di Valencia 7 mld (4.5 mld da UE); in totale Bruxelles ha fornito 37 milardi di € per ricapitalizzare gli istituti spagnoli. A valle della ricapitalizzazione è stato poi necessario che le banche tornassero ad essere istituti sani e sostenibili, cessando o riducendo drasticamente le attività di real estate ove avevano incagliati asset per miliardi di € in favore delle attività più rivolte al sostegno delle attività produttive e delle PMI. A tutto ciò va poi aggiunto l’intervento della Troika, FMI – BCE – Commissione, che ha indirizzato la politica economica della Spagna dirigendola verso pesantissimi sacrifici, dalla liberalizzazione forzata di alcuni servizi (che di per se non è necessariamente un male), all’aumento dell’IVA, al blocco o decurtazione dei salari pubblici, alla cancellazione dei debiti delle imprese rispetto allo stato centrale o agli enti locali, stremando ulteriormente lo stato sociale depauperato in modo marcato.

Evidentemente quindi, se non per le riforme che la Spagna sta portando avanti e che indubbiamente rappresentano progressi inderogabili per lo stato iberico, la sua situazione non è invidiabile, semmai si deve prendere spunto come da una “lesson learnt” per accelerare il piano di riforme prima di arrivare alle drammatiche conseguenze che hanno coinvolto la Spagna. L’italia potrebbe invidiare la politica industriale o la grande distribuzione e la filiera mondiale francese, l’export e la forza della Germania, ma non la condizione generale della Spagna.

Il nostro paese quindi, cosa ormai nota, per riconquistare credibilità istituzionale e degli gli investitori attirando nuovamente capitali verso la sua economia reale, dovrà necessariamente perseguire più che rapidamente le riforme ben notorie. Il premier Renzi proprio sulle riforme ha risposto più o meno indirettamente a Draghi rilasciando una intervista al Financial Time nel quale spiega che verranno fatte, ma in autonomia; sarà lui stesso a decidere, senza che Europa, Troika o BCE (che poi sono due delle facce di una medaglia a tre superfici talvolta in disaccordo tra loro; FMI-BCE) indichino come implementarle. La battuta fa riferimento non troppo velato alla richiesta del Goveratore della BCE di cedere parte della sovranità nazionale all’Europa in tema di riforme strutturali. A leggere le parole del Premier egli non ha detto nulla di esotico, forse ha calcato la mano usando toni troppo coloriti riferendosi a certi ambienti ed a certi interlocutori, che come Draghi non sono proprio degli sconosciuti o privi di autorevolezza internazionale e degli ambienti di comando.

Renzi ha solamente ribadito che i dettagli tecnici del piano di riforme verranno decisi internamente. Dal mio punto di vista quello che però vale la pena ricordare è che le linee guida sul tipo di riforme da implementare (non sui modi o sulle “technicalities”) sono fornite dall’Europa e sono da assecondate, proprio come ha fatto la Spagna ottenendone benefici in termini di credibilità. Se l’Europa propone, peraltro più che sensatamente, di spostare la tassazione dal lavoro e dalle persone ai patrimoni è corretto perseguire questo fine adattando la richiesta per i dettagli implementativi al contesto italiano, analogamente dicasi per la riduzione del debito, per le privatizzazioni, per l’abbassamento della pressione fiscale e per la spending review.

Ora come ora è inutile e controproducente lanciarsi in dibattiti e muro contro muro che ci vedrebbero penalizzati non avendo dimostrato ancora nulla e stringendo il coltello del fiscal compact, che sarà fondamentale modificare, dalla parte della lama, ancora di più considerando che siamo nel nostro semestre di presidenza europeo e sapendo che le stime di crescita 2014 sono state portate da Moody’s (non un gufo o un rosicone, ma un market maker) a -0.1% dal precedente +0.5% con un rapporto deficit/PIL a 2.7% per il biennio 2014/15 rispetto ai +2.6% e 1.8% precedenti. Del resto era stato lo stesso Renzi a rettificare il parametro a valle della comunicazione ISTAT di un PIL per il secondo trimestre di -0.2%, dicendo che si sarebbe attestato a 2.9% (precedente stima 2.6%) rimanendo dunque sotto il fatidico 3%. Lo 0.3% di differenza però, allo stato attuale dei patti e delle regole di flessibilità vigenti a Bruxelles, in termini assoluti vale circa 5 miliardi di € da sottrarre a possibili investimenti o impieghi che, mai come ora avrebbero fatto comodo (il giudizio di Moody’s non tranquillizza, anche se l’ OSCE è più ottimista e delinea per l’Italia una moderata tendenza alla crescita, c’è da rifinanziare il bonus IRPEF renderlo strutturale ad esempio e pare che sia in procinto di essere avviato il piano di taglio alle detrazioni fiscali ed una ulteriore spinta sulle riduzioni delle spese).

In uno scenario simile andare contro eventuali raccomandazioni europee non è consigliato, anche perché gli investitori sono sempre più freddi nei nostri confronti dopo una fase iniziale di potente luna di miele. Di questa virata causata dalla lentezza delle riforme e del cambiamento ne sono testimonianza gli indici borsistici, ma non è solo la finanza che dovremmo attrarre, e principalmente l’investimento concreto nell’industria e nella produzione ad oggi latitante.

Abbiamo più volte detto che i mercati e gli investitori sono estremamente pragmatici e cinici (LINK1 LINK2 – LINK3), ma del resto è il loro mondo che lo richiede e la regolamentazione vigente che lo permette, come lo è la stampa: tanto facilmente si innamorano e pare conferire totale appoggio e fiducia quanto rapidamente voltano le spalle spesso lanciando frecciate, pesanti critiche ed accuse. In momenti simili, complici anche le aspettative decisamente altissime, sia i cittadini, sempre più invischiati nei problemi del quotidiano non ancora ai livelli spagnoli, ma a quelli tendenti, sia la stampa (anche se in tal caso ci sarebbe da fare una considerazione differente relativa al rapporto media-potere che lascio ad altrui elucubrazioni) sia i mercati e gli investitori vogliono risultati immediati, risultati che evidentemente non hanno ritenuto sufficienti a questo punto dell’azione di Governo (LINK). A poter giustificare la difficoltà non prevista ci sono sicuramente le vicende estere, la stretta più poderosa della crisi, ma esistono le controprove di Spagna, USA ed UK, ed in ogni caso il giudizio di Moody’s, che pone anche il 2014 in recessione e segue il dato ISTAT di -0.2% per il Q2 2014, è motivato dalla lentezza delle riforme soprattutto economiche (lavoro, fisco, spending review ecc), della burocrazia e della giustizia nonché dalla tendenza atavica di agire riparando situazioni invece che creando presupposti strutturali virtuosi, insomma risultati sotto le aspettative che a detta della più antica delle tre sorelle del rating comporterà la necessità di revisione delle entrati fiscali (e pare che un processo sia già in atto) e potrebbe portare a tensioni interne ed esterne, in particolare con la Germania ed in generale con l’Europa il cui processo di rinnovo della Commissione è anch’esso lento e farraginoso e che ancora, nonostante i discorsi ed i propositi pre-elezioni, non ha dimostrato fattivamente la volontà di mutare approccio da austerità a più cooperazione e condivisione di rischi e benefici. Le nuove metodologie di governance economica, comportando un minore ricorso al rigore dei conti ed all’austerità (solo) nei momenti pesantemente recessivi avrebbero potuto evitare situazioni fallimentari protratte per mesi e mesi che hanno richiesto nel tempo un pesante contributo economico; maggiore di quanto sarebbe stato necessario per un salvataggio immediato, ed è il caso della Grecia, di Cipro e forse anche della Spagna che avrebbe potuto evitare la deriva della situazione sociale. La giustificazione secondo la quale questo approccio dovrebbe rappresentare una lezione ed un monito a non ripetersi è vera parzialmente perché gran parte delle conseguenze sono state a carico non “dell’establishment” colpevole, ma della popolazione.

Che la Spagna ci sia di esempio non tanto come situazione generale, ma esclusivamente per quel che concerne la gestione delle riforme. Dobbiamo saper essere più rapidi, scavalcare le discordie, i pregiudizi ed i particolarismi interni per focalizzarci verso l’obiettivo comune senza disperdere energie in argomenti importanti, ma non prioritari in questa fase delicata. Servono piani di riforme concreti che seguano le linee guida europee, ma rispecchino la particolarità dello scenario italiano per la loro applicazione e con la auto-richiesta da parte delle nostre istituzioni di maggior controllo europeo, che certifichi la nostra ritrovata capacità e volontà di riformare, dobbiamo metterci in gioco agli occhi di Bruxelles dimostrandoaffidabilità e rinnovata serietà cosicché da parte loro non vi siano più tabù nel concederci credito e margini più ampli (come è stato fatto per Germania e francia).

Questo è quanto, difficile considerando le nostre inclinazioni, i nostri precedenti storici, alcuni parametri di bilancio (leggi debito); tutto il resto, consapevoli che i creditori di fiducia sono venuti a batter cassa esigendo subitamente gli interessi, dovrebbe passare secondo piano.

11/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

I dati della celeberrima Spending Review tardano, il finnico Rehn reclama

Le vicende del Governo, delicatissime ed importantissime, stanno monopolizzando l’attenzione, ma si sta maturando una nuova testimonianza di inadeguatezza del nostro paese a cogliere le poche opportunità che questo periodo storico ci riserva.

Qualche dato positivo ultimamente è arrivato: un leggero calo del debito pubblico in termini di valore assoluto nel mese di dicembre 2013; un rialzo del PIL di 0.1% nell’ultimo trimestre del 2013 (anche se nel 2013 il PIL ha registrato -1.9% invece del previsto -1.7%); Moody’s ha mantenuto il rating a BAA2 migliorando l’outlook da negativo a stabile dicendo che questa fase politica non modifica il loro giudizio partorito il 10 febbraio che è dovuto sostanzialmente al migliorare delle condizioni economiche delle economie mature (al momento la finanza non sta guardando le vicende interne italiane, ha ben altro a cui pensare: LINK). Questi dati così come i 500 milioni assicurati dal fondo sovrano del Kuwait al Premier Letta durante il suo viaggio negli Emirati sono ben poca cosa e dopo i drastici cali che vi sono stati negli anni scorsi poco incidono e non contribuiscono ad una decisa inversione di tendenza.

Uno dei problemi del nostro paese è radicato nell’enorme debito pubblico che nel 2014 raggiungerà un rapporto sul PIL tra il 132.5% ed il 133%. L’Europa non perde occasione di ricordarcelo e proprio per questa gigantesca zavorra non ha concesso la possibilità di oltrepassare il rapporto del 3% deficit/PIL come invece ha fatto per Francia e Germania. Altro elemento importante su cui agire è l’assurda spesa pubblica e lo spreco di risorse pubbliche in mille inefficienze e burocrazie. La riduzione e razionalizzazione della spesa rappresenta dunque un altro obiettivo centrale della politica economica italiana.

Per cercare di scalfire i due fardelli sopra menzionati, fallimento di tanti Governi e commissari, è stata istituita una commissione speciale, a dire il vero non la prima, con a capo la persona di Carlo Cottarelli, ex funzionario IMF in forze negli USA. Il fine della spendig review a cui Cottarelli dovrà lavorare, benché senza potere attuativo nei confronti dei suoi report i quali dovranno poi passare dalle forche caudine della politica e del conflitto d’interessi tra provvedimento ed approvatore dello stesso, è quello di destinare risorse per abbattere il debito.

Il tentativo sulla carta è dunque lodevole, anche se la spending review sta diventando un po’ la panacea di tutti i mali ed ogni volta che è necessario reperire risorse di ogni tipo si confida, forse peccando di ottimismo nelle previsioni, nel taglio alla spesa. Di questo tentativo ha preso atto l’Europa che ci avrebbe concesso la possibilità di spendere più denaro per investimenti produttivi (clausola per investimenti), pur rispettando il 3%, a patto di presentare a Bruxelles entro questi giorni un piano di spending review consistente e credibile. Orbene questo piano non è stato ancora presentato e, benché non vi sia possibilità di sforare il 3%, è sempre in ballo la capacità dell’Italia di rispettare piani e scadenze. Olli Rehn sollecita affinché i dati siano inviati, mentre il MEF assicura che sono pronti ed arriveranno in tempo, aggiungendo la critica, peraltro sensata, che senza oltrepassare il 3% la clausola non avrebbe molta utilità.

Il punto è che per risanare una situazione drammatica non è possibile perdere nessuna occasione (ma de resto siamo campioni nel non utilizzare o sprecare in bizzarre circostanze i fondi Europei) e per poter discutere e negoziare da pari in Europa, come sarà necessario fare ed avrebbe già dovuto essere stato fatto, la nostra credibilità e capacità di agire rispettando ciò che è stato promesso, senza esserne stati costretti, deve essere ineccepibile.

Fino ad ora ciò di rado si è verificato e come al solito siamo a sperare che in futuro si cambi davvero verso.

 
15/02/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Garanzia artistica, accenno di dietrofront europeo, PD-Sindacati-Confindustria aggressivi … e chi più ne ha più ne metta

In questi ultimi giorni sono successi alcuni fatti piuttosto interessanti.
Andandoli rapidamente a scorrere ed analizzare iniziamo con la notizia del Financial Time, di una richiesta “monster” di risarcimento da parte della Corte dei Conti italiana nei confronti delle agenzie dei Rating, le tre grandi sorelle, S&P, Moody’s, Fitch, colpevoli, secondo la CdC, di essersi pronunciati declassando nel 2011 l’Italia senza tener in giusta considerazione il patrimonio storico, artistico e culturale del paese, universalmente riconosciuto e famigerato. La somma presunta ammonterebbe a 234 miliardi di € e l’indagine, curata dal procuratore della regione Lazio, sarebbe ancora in fase di istruttoria.

Partendo dal concetto che il patrimonio storico-artistico è un asset fondamentale per il nostro paese, purtroppo trascurato, che frutta immensamente meno di quanto potrebbe, non valorizzato come dovrebbe né ben gestito; riconoscendo senza se e senza ma che la cultura è una ricchezza inestimabile; deplorando quanto si legge in queste ore su alcuni giornali secondo i quali potrebbe venire abolito nelle classi scolastiche l’insegnamento dell’educazione artistica, dalla quale la nostra società dovrebbe ripartire e sulla quale dovrebbe puntare sempre di più, considerare questi elementi una garanzia della solvibilità di un debito sovrano sembra piuttosto inverosimile.

In un periodo in cui non sono sufficienti patrimoni immobiliari per ricevere credito dalle banche, elemento che per il nostro paese rappresenta un grave problema competitivo, ed in un momento in cui il credito è decisamente difficile da ottenere nonostante il costo del denaro basso, pensare a beni artistici a copertura dei bond statali non sembra opportuno, pur consapevoli che accostare il mondo dei bond a quello di mutui privati non è proprio corretto.
probabilmente l’idea nasce dalla vecchia e forse provocatoria richiesta della Finlandia di avere come garanzia dei propri crediti nei confronti della Grecia il Partenone.
Supponendo al limite che i beni artistici possano fungere da garanti allora si dovrebbero ricalcolare gli aiuti concessi alla Grecia e tanti altri Stati potrebbero avanzare richieste di revisione dei propri rating.
Il calcolo poi del valore di beni inestimabili è complesso ed oggettivo, quasi impossibile per definizione; se sommassimo Uffizi, Fontana Di Trevi, Fori Imperiali, Colosseo, Segesta, Valle dei Templi, tombe, catacombe ed acquedotti vari, terme romane sparse per tutta Italia, la miriade di chiese, cattedrali e battisteri fiorentini, il Maschio Angioino, le sculture ed i quadri, il Castello Sforzesco, la Reggia di Caserta ecc. ecc. ecc. probabilmente saremmo non più in debito, ma vanteremmo un credito; allora perché non aggiungere anche il patrimonio naturale, le isole, le Dolomiti, le coste, ed ancora l’agricoltura, i vigneti e gli oliveti mediterranei, le primizie dell’allevamento e via dicendo, in sostanza avremmo risolto ogni problema. Pensando poi al malaugurato caso in cui facessimo default i creditori sarebbero disposti a ricevere qualche brandello di tela preziosa? Oppure i cittadini che avessero investito in BOT invece del 2 o 3% di interessi sul capitale si accontenterebbe di qualche opera d’arte? E la tassazione sul capital gain come verrebbe gestita? Evidentemente ho esagerato, qualche opera d’arte sarebbe un interesse eccessivo, magari un paio di ingressi gratuito al museo sarebbero più adatti.

Personalmente non credo sia sostenibile l’obiezione della CdC ed infatti cose simili al mondo non si sono mai sentite, inoltre un possedimento non liquido ha un valore che potrebbe essere soggetto ad alta volatilità e se non vi è la possibilità di capitalizzarlo, cioè non si ha l’acquirente, il suo valore, benché inestimabile, sostanzialmente si azzera. Rimarrei comunque assai felice di essere smentito.

Un secondo fatto rilevante include la denuncia del presidente Napolitano di fronte al Parlamento europeo di Strasburgo, dell’eccessiva austerità. Questa dichiarazione va a braccetto: con la politica monetaria accomodante di Mario Draghi, che ha evitato di alzare i tassi, ancora allo 0.25%, dicendosi disposto a ribassarli ulteriormente; con le dichiarazioni, sempre del presidente della ECB, che rassicurano sulla minaccia di deflazione in Europa, ma al contempo invitano a non abbassare la guardia perché la ripresa non è ancora solida (e se, in particolare nel nostro paese, consumi e prezzi continueranno a calare facendo competizione sul costo del lavoro, la deflazione non sarà un rischio remoto [link 1Link 2]) e siamo comunque in un periodo di bassa inflazione benché il target rimanga attorno al 2%; con il cambiamento di rotta da parte della ECB che ritiene possibile, qualora sussistesse una strategia di investimento, procedere all’acquisto di titoli di Stato, anche di paesi in difficoltà benché esista il meccanismo OMT (Outright Monetary Transactions) parte dell’ ESM (European Stability Mechanism); con la possibilità al vaglio dell’Europa di allungare i termini di restituzione degli aiuti da 30 a 50 anni, di abbassare di 50 pti base gli interessi su una linea di credito di circa 80 miliardi di euro e di erogare ulteriori 13-15 miliardi, che si aggiungerebbero ai 240 già ricevuti, in favore della Grecia, dove permangono difficoltà, proteste e problemi alimentari e sanitari,
Tali tendenze, se vogliamo rettifiche, alla originaria politica economica che l’Europa, assecondando i desideri tedeschi e dei paesi nordici, ha intrapreso fin dall’inizio della cresi lasciano trasparire una velata ammissione di colpevolezza, forse si sta prendendo coscienza, molto tardivamente, che l’approccio da utilizzarsi già da subito avrebbe dovuto essere molto differente rispetto alla rigidità ed inflessibilità cieca imposte, verrebbe da augurarsi anche un miglior utilizzo della golden rule su investimenti produttivi, ma il tempo stringe.

Il terzo ed ultimo fatto riguarda la segreteria del PD ed il rapporto col governo Letta. Sembrerebbe che Renzi sia deciso a rivedere la posizione del partito nei confronti del governo percepito troppo lento e poco rappresentativo delle forze politiche che gli attuali partiti incarnano. Il 20 febbraio è convocata una nuova assemblea PD ed allora, mettendo in secondo piano il Jobs Act ed il tema delle riforme, verrà discussa la relazione PD-Governo, quasi un passaggio alla fiducia. Del resto l’Esecutivo non ha altri appoggi se non quello solidissimo del presidente della Repubblica e la protezione data dalla prospettiva del semestre italiano in Europa. Oltre a Renzi, appoggiato dai grandi imprenditori italiani, fino ad ora favorevole al governo a patto che facesse riforme e si concentrasse sul bene del paese, anche i Sindacati e Confindustria sono concordi nel ritenere l’operato dell’Esecutivo, compresa la missione in medio oriente, insufficiente, lento e non incisivo e se non verrà cambiata immediatamente rotta le elezioni, o comunque una richiesta di intervento da parte di Napolitano, diverrebbero inevitabili. Il Confronto Letta-Confindustria avverrà in occasione del Consiglio Direttivo degli industriali il 19 febbraio, appena un giorno prima della Direzione del PD.
In queste settimane scarse che separano Letta dai due giorni cruciali Sindacati, Renzi e Confindustria vogliono risposte chiare. Più che occasioni di chiarimento il 19 ed il 20 febbraio potrebbero essere forche caudine per il Premier, ma del resto ormai il tempo è scaduto da tempo e, come lo era già prima, a maggior ragione adesso non è retorica dire che si deve subitamente.

06/02/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale