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Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea

Giornata di crollo delle borse, con Piazza Affari come sovente capita in queste circostanze maglia nera, perdendo sul campo il 3.92%, FTSE All-Share sotto i 20’000 punti e Spread a 142 pti.
In Europa (indice Stoxx600 dei principali listini) la perdita ammonta a circa 222 miliardi di €.
I numeri italiani non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli dei mesi più bui della crisi e sappiamo anche come i mercati siano decisamente volatili e speculino su queste circostanze, ma la debacle finanziaria c’è stata. Il motivo principale che la maggior parte degli analisti ritiene aver scatenato le vendite sarebbe stato il discorso di Mario Draghi da Napoli.
Sicuramente la strategia della BCE è una causa importante, ma non è affatto l’unica perché la situazione tende a complicarsi sempre di più.

Dalla bocca di Draghi non sono uscite quelle parole che fino ad ora, pur rimandando o ritardando quasi costantemente interventi potenti di politica monetaria nonostante i dati economici, hanno saputo tranquillizzare e sospingere i mercati. La BCE ha confermato il suo programma di acquisto di ABS e Covered Bond ed ha mantenuto il costo del denaro al tasso minimo di 0.05%. Innanzi tutto è mancato il dettaglio temporale delle misure di acquisto, infatti la comunicazione si è limitata ad ipotizzare metà ottobre come data di inizio. Secondo elemento di dubbio è relativo all’ammontare complessivo. L’istituto di Francoforte suppone 1’000 miliardi, ma al momento sono solo teorici anche perché il mercato dei Covered Bond è relativamente limitato. Altro punto è che non si conosce l’ammontare delle cartolarizzazioni che le banche emetteranno quindi un’ulteriore variabile incerta che non piace ai mercati. La precedente prima emissione di T-LTRO ha raccolto meno richieste del previsto, le banche quindi hanno distribuito meno denaro soprattutto per gli imminenti stress-test UE e per la richiesta di credito in diminuzione (dovuta principalmente alla continua negazione dello stesso). Infine il trasferimento del rischio finanziario, causa della crisi del 2007, da Banche private ad un organo centrale come la BCE può lasciare spazio a dubbi. È vero che i titoli acquistati dalla BCE sono garantiti, gli ABS ad esempio son di livello “senior” o “mezzanino”, i Covered Bond acquistabili invece hanno rating fino a BBB- (non proprio alto) e possono provenire anche da pesi come Grecia e Cipro (e, volendo utilizzare tale misura, non sarebbe corretto ed equilibrato il contrario).
Nonostante il momento di urgenza quindi la BCE ha nuovamente tergiversato, non menzionando affatto QE tramite acquisto diretto di titoli di stato sovrani in modalità FED (la quale continua col tapering e che in linea teorica potrebbe spostare flussi di capitali dagli USA all’Europa se la politica monetaria ed il processo riformatore agissero in modo espansivo), limitandosi a ribadire ciò che era già noto e rimarcando la propria disponibilità ad utilizzare misure non convenzionali, un bazooka più grosso, nel caso il periodo di bassa inflazione continuasse. In Realtà il periodo di bassa inflazione, attualmente allo 0.3% contro un target del 2% e con molti stati tra cui l’Italia (-0.1%) già in deflazione, è lungamente consolidato e la discesa inflazionistica non tende a smorzarsi. In aggiunta a ciò i dati macroeconomici continuano a peggiorare, gli investimenti pubblici e privati non ripartono ed anche la stessa BCE, oltre a ribadire correttamente la necessità di riforme importanti, ha definito più volte il periodo come fragile ed incerto proprio per via della stessa inflazione e delle tensioni geopolitiche che pure non accennato a diminuire (sono ripresi i bombardamenti su Donetsk, Mosca ha limitato la presenza di entità straniere nei media locali al 20% ed iniziato a censurare e controllare il web con lo scopo di ostacolare lo spionaggio della CIA).
Non si capisce quindi la frase della BCE:
“nel caso in cui la tendenza alla bassa inflazioni si protragga ulteriormente …”
è una affermazione già verificata, ed in questo momento in cui lo stesso Draghi intima rapidità ed urgenza d’azione ai governi sarebbe il caso di mettere in campo tutti gli strumenti possibili. A ben vedere però la motivazione che ha sempre rallentato e ritardato l’operato della BCE potrebbe essere allocata nella Germania, totalmente avversa (Schaeuble e Weidmann sono stati chiarissimi in merito) ad ogni politica monetaria espansiva e ad ogni flessibilità dei patti europei, che tra l’altro risulta essere la maggior azionista della stessa BCE. Draghi quindi si è sempre trovato imbrigliato pur alla guida di un Istituto formalmente neutrale.

Come fanno notare da Francoforte però il calo dei mercati era già iniziato prima del discorso di Draghi (a parte la solita fuga di notizie che si ha prima delle parole ufficiali che sempre esiste) ci sono altri elementi che minano la fiducia dei mercati. Nella fattispecie le dichiarazioni del ministro francese Sapin di non rispettare il vincolo del 3% sul rapporto deficit/pil portandosi quest’anno al 4.3-4.4% con rientro al di sotto del 3% (2.8% stimato) solo nel 2017. Il debito francese inoltre arriverà a toccare nel 2016 il picco del 98% del PIL per poi scendere. Questo atteggiamento di rottura unilaterale nei confronti dei patti europei e delle linee guida EU e tedesche può essere visto come conseguenza, oltre che della necessità (condivisa) di reperire risorse per investimenti, delle proteste sociali che stanno coinvolgendo il paese e dell’successo del partito anti-EU FN della Le Pen che è la prima forza nel paese.
I mercati, al di là del singolo caso francese comunque grave, possono leggere l’evento come un precedente per altri stati a cominciare dall’Italia, nonostante le smentite londinesi del Premier Renzi che, pur rispettando le decisioni francesi considerandole assolutamente nelle corde di uno stato autonomo e nazionale (non condanna quindi in alcun modo lo sforamento, anzi dice che è nelle possibilità degli stati togliendo in modo esplicito autorità a quanto prescritto dall’Europa), conferma che l’Italia non andrà oltre il 3%, rispettando vincoli (benché solo parzialmente in quanto il rapporto avrebbe dovuto attestarsi al 2.6-2.7% e sarebbe stato più alto del 3% senza il ricalcolo del PIL introdotto da Eurostat).

La vicenda francese non è stata indolore per il venturo Commissario UE agli affari economici e monetari, il francese Moscovici, che è visto con sospetto da Bruxelles e Berlino proprio per la sua nazionalità che potrebbe portalo a difendere gli interessi transalpini. La Merkel e Katainen hanno subito precisato che non avrà in alcun modo potere decisionale in temi economici e monetari considerando il nuovo potente ruolo dei VP che nel caso in questione è ricoperto dal rigorista Donbrovsky. Il VP sorveglierà e nel caso rettificherà l’operato del Commissario economico. Questa situazione mette addirittura in discussione la posizione stessa di Moscovici che potrebbe non superare il voto dell’Europarlamento.

Tali tensioni ovviamente pongono a rischio la credibilità dell’istituzione europea e mostrano quanto le dichiarazioni pre-elettorali della ricerca del perduto spirito europeo dei patriarchi lasciando l’austerità per un approccio più umano e rivolto ai popoli siano deboli e fatte senza convinzione se si tratta di mettere sul piatto interessi particolari. Evidentemente perseverando in questo egoismo l’Europa e gli stati membri avranno ben poche possibilità di risollevarsi e competere a livello globale ed anche la Germania, benché più lentamente, si indebolirà come del resto alcuni dati già iniziano a mostrare. Senza volontà comune e strategia condivisa per la crescita non si può pensare di superare la peggior crisi forse di tutti i tempi.

Analoga frammentazione vi è in Italia, dove i dibattiti sull’articolo 18 e sulla riforma del lavoro lasceranno tracce e non sembrano di facile soluzione, nonostante il tema sia di fondamentale importanza (non tanto il singolo articolo, ma la riforma complessiva) e monitorato da UE ed investitori.
La “buffa” vicenda delle elezioni della consulta mostrano poi come i centri di potere quando vedono minati propri interessi e privilegi siano ancora forti, tanto da aver portato a ben 16 votazioni senza esito positivo pur con il patto del Nazareno ancora in essere e non curandosi né dei moniti di Napolitano né dell’evidente necessità di liberare i lavori parlamentari da questo impegno.
Allo “sbocca Italia” che avrebbe dovuto agevolare il ritorno di quegli investimenti che nel nostro paese latitano non trovando le condizioni per essere redditizi, sono stati presentati circa 2000 emendamenti.
Infine pare che i proventi della spending review, elemento fondamentale da presentare in Europa, che ad un certo punto sembrava la soluzione di tutti i mali, che gli investitori vogliono vedere portato a compimento seriamente poiché gli sprechi enormi sono segno di un paese inefficiente e corrotto se si considerano le spese in certe opere pubbliche e che deve proseguire anche solo per semplice rispetto dei contribuenti, siano molto inferiori ai 15-16 miliardi previsti per il 2015: si fermerebbero infatti a 5 miliardi.

Logicamente, applicando una analisi un po’ più approfondita rispetto alle parole proferite da Draghi e dalla BCE, risulta complesso chiedere ai mercati, che si muovono rapidamente inseguendo certezza e flussi di capitali, ed agli investitori, che cercano stabilità, poca burocrazia e leggi certe, di credere in una Europa decisamente ancora frammentata, senza una linea guida politica ed economica ben definita quasi che fosse incapace di leggere il contesto che accompagna questo ciclo storico caratterizzato per giunta da alte tensioni geo-politiche ed interessanti opportunità altrove.

02/10/2014
Valentino Angeletti
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TFR in busta paga, misura dubbia. Le soluzioni ora devono essere strutturali

Persiste la situazione di estrema difficoltà dell’economia italiana, lo dimostra l’ultima stringa di dati diramata dall’Istat e lo confermano le parole del ministro Padoan.

Il dato dell’istituto di statistica che più fa rabbrividire è il livello di disoccupazione giovanile raggiunto, ossia il 44.2%, 710’000 disoccupati in valore assoluto ed escludendo i Neet, massimo da quando vi sono le registrazioni mensili (2008) e da quando esistono le serie storiche trimestrali (1977) insomma record assoluto. Questa percentuale sminuisce anche l’abbassamento di 0.3% della disoccupazione totale che passa dal 12.6% al 12.3%. Il Cnel stima che servirebbero circa 2 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020 per tornare al 7% circa e si spinge ad affermare che è del tutto verosimile l’ipotesi che non si tornerà mai più ad un livello occupazionale pre crisi. Il dato sull’occupazione complessiva è circa un punto percentuale superiore rispetto a quello europeo (che include anche stati come Grecia, Spagna, Portogallo e gli stati dell’Est) e doppio rispetto a quello tedesco che si attesta nell’intorno del 6% (target anche per l’economia USA). Fa ridere alla luce di numeri così scoraggianti come nel Governo (e nel PD) invece di operare coesi per una riforma del lavoro a tutto tondo si continui a discutere e dividersi solo ed esclusivamente sull’articolo 18, battaglia che non sarà né rapida e né indolore, ma lascerà segni profondi nell’attività e negli equilibri dell’Esecutivo e non solo.

Proprio alla vigilia della riunione napoletana del Board BCE viene diramato anche il dato sull’inflazione al quale, considerando il suo legame coi consumi, non è scollegato quello sulla disoccupazione di cui sopra e che fa da sfondo europeo a questa crisi. Nell’eurozona l’inflazione continua ad essere in calo attestandosi allo 0.3% e l’Italia entra in deflazione con un -0.1%; valori a distanza siderale dal target di Francoforte del 2%.

Il Ministro Padoan non potendo far altro registra il deteriorarsi della situazione, denotando che le difficoltà erano state sottovalutate e le aspettative troppo rosee a cominciare da quello 0.8% di PIL (pessimistico) ipotizzato ad aprile. Il rapporto deficit/PIL si attesterà al 3% per scendere a 2.9% il prossimo anno (il PIL dovrebbe risalire, ma vista l’attendibilità delle previsioni e vista la rapidità e mutevolezza delle situazioni economiche e geo-politiche è saggio neppure considerarle stime così “lontane” nel tempo). I patti Europei quindi si stanno formalmente rispettando, ma praticamente contravvenendo in quanto il pareggio di bilancio, come per la Francia, è stato spostato unilateralmente dal nostro Governo al 2017, interessante sarà vedere la reazione europea. Una Europa in cui proprio la Francia, col nuovo Commissario agli Affari economici e monetari Moscovici, cerca di superare l’austerità e porre l’ipotesi di una revisione dei patti, ma continuamente osteggiata dalla Germania, Da Weidmann, da Schaeuble e dalla vecchia (non per età ma per concetto) guardia economica capeggiata in questo frangente dal commissario ad Interim Katainen che poco si discosta per visione dal predecessore Olli Rehn. Costoro sono anche molto restii alle nuove misure BCE, probabilmente alla luce della situazione generale anche troppo poco potenti e rapide, che additano come potenziale fonte di instabilità economica e monetaria in grado di dare adito a bolle speculative consentendo una gestione più allegra dei bilanci dei vari stati che anche in questa fase di recessione prolungata, persistente e di bassissima inflazione vorrebbero vedere saldamente impostati alla disciplina. Juncker, esponente del PPE, avrà un lavoro arduo nel cercare di mediare mantenendo le promesse pre elettorali di una Europa dall’approccio meno rigorista, più flessibile e rivolto alle reali esigenze delle attività produttive, dell’economia e dei popoli.

Ora un nodo cruciale e condiviso per la ripartenza economica nel nostro paese, assieme agli investimenti, è il sostegno ai consumi affinché si inneschi  nuovamente la spirale consumi e domanda, lavoro ed ordinativi per imprese, necessità di posti di lavoro. L’ultima ipotesi, ma ancora tutta da discutere e studiare, tanto che non sarà inserita nella legge di stabilità come ribadito dal MEF, per sostenere i consumi è quella di erogare parte del TFR, il 50%, in busta paga ai lavoratori che lo richiedessero. Si tratterebbe di una somma mensile molto simile agli 80€ del bonus Irpef che per varie ragioni (discusse ampiamente: Link1 – Link2 – Link3 – Link4) non ha portato i benefici attesi, e come la sua progenitrice presenta squilibri importanti. Innanzi tutto rischierebbe di creare buchi nei bilanci delle piccole imprese (che detengono le quote TFR dei dipendenti che hanno deciso di non servirsi dei fondi pensione) e nelle casse dell’Inps (circa 3 miliardi all’anno); a copertura di ciò potrebbe subentrare un meccanismo, ancora tutto da verificare ma già ipotizzato dal Premier, che veicolerebbe alle imprese soldi dalla BCE in modo da consentire erogazioni delle quote mensili di TFR.

Gli squilibri però sono altri, in particolare dal punto di vista di coloro che percepiscono la somma. Le quote TFR coprirebbero solo lavoratori stabili (a tempo determinato ed indeterminato principalmente, quelli in parte già beneficiari degli 80€ e volendo pure tutelati dell’articolo 18), escludendo nuovamente partite IVA, precari di varia natura, artigiani e commercianti ed ovviamente pensionati. Coloro che hanno stipendi più bassi percepirebbero quote più basse e due famigliari con buoni stipendi e due bonus da 80€ avrebbero possibilità di doppio gettito, continuando ad alimentare una disparità già in essere. Inoltre, salvo l’implementazione di meccanismi relativamente più complessi, la distribuzione di quote TFR in busta paga sarebbe assoggettata alla medesima aliquota della stessa quindi fino al 40% circa invece che a quella agevolata del 11.5% riservata ai fondi pensione.

Elevando il discorso va poi detto che si tratta sempre e comunque di denari già dei lavoratori e che verrebbero anticipati. La tendenza dell’italiano medio è quella al risparmio in ottica futura (stile formica e difficile pensare che 80, 100 o anche 100€ cumulando i due bonus li trasformi in cicala), considerando l’incertezza del periodo è pensabile che la preferenza potrebbe essere quella di assicurarsi un gruzzolo a fine carriera per l’acquisto di una casa, l’istruzione (o l’aiuto all’espatrio sempre più soluzione al problema dei giovani) dei figli, cure sanitarie qualora subentrassero le necessità e via dicendo. Inoltre la modifica dello stile dei consumi presente in questo periodo di crisi e volta al risparmio a tutti i costi su ogni tipo di bene rischia di diventare cronica con un peggioramento a livello salutistico e di qualità dei prodotti e con minor spesa proprio per la ricerca della minor spesa in ogni situazione.

Dal mio punto di vista, ed è il ragionamento che faccio e che mi spingerebbe a rifiutare l’anticipo del TFR, quei soldi sono una specie di cassa forte che servirà a far fronte alle incertezze attuali (quante ve ne sono state e che influenza hanno avuto quelle sull’ IMU-TARSU-TASI-IUC?). Coloro che invece potrebbero essere portati ad accettare l’anticipo (che a ben vedere in certe situazioni già esiste come per la prima casa o la sua ristrutturazione) sono le persone veramente alle strette e che quindi probabilmente utilizzerebbero la somma non tanto per consumi (figurarsi cene o pranzi), se non di primissima necessità poiché in situazioni tali da non arrivare proprio a fine mese con figli da mantenere, ma per saldare debiti pregressi e non attualmente estinguibili. Tutto ciò, considerando anche che vi saranno a breve alcuni aumenti di accise, contribuisce a spingermi a pensare che questa misura non sarà troppo gradita se non in un numero di casi dalle specifiche necessità non in grado comunque di spingere i consumi come si vorrebbe e come servirebbe.

Dovrebbe invece essere implementata (oltre a sostenere investimenti con il supporto europeo, con l’abbandono dell’austerità e con il rapido e titanico piano di riforme) una defiscalizzazione potente, definitiva, che coinvolga lavoratori ed imprese, che sia strutturale e della quale da lungo si discute senza trovare una soluzione stabile e realmente efficace senza fare il gioco delle tre carte che da ventenni sottrae da una parte e mette (in genere meno di quanto ha sottratto) da un’altra.

Concludendo non credo che l’adagio “sporchi maledetti e subito” in questo caso valga la pena di essere applicato e nell’ipotesi che il lavoratore sia messo di fronte a tale scelta difficilmente propenderà per questa opzione, fatto salvo i casi più disperati ai quali non si sarebbe dovuti arrivare in un paese civile. I risultati strutturali che reclamano coloro che sostennero fin da subito Renzi senza se e senza e che ora non lesinano critiche (LINK), ma soprattutto i cittadini, probabilmente necessitano di ben altri interventi.

 

30/09/2014
Valentino Angeletti
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La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista?

La Francia si trova di fronte ad un terremoto politico non indifferente proprio a pochi giorni dal consiglio straordinario sulle nomine dei commissari europei della nuova commissione Juncker. La coalizione di governo messa in pedi dal Presidente socialista Hollande e composta dal Premier liberale Manuel Valls e dal Ministro dell’Economia Arnaud Montebourgn decisamente più orientato a sinistra, non ha retto alla politica a dir loro eccessivamente rigorista ed accondiscendente all’asse Berlino-Bruxelles che fino ad ora ha dominato l’approccio economico europeo impostato sul rigore dei conti e sulla disciplina di bilancio.
Il Premier Valls dopo le nuove e pesanti accuse alla politica di rigore economico portate da Motebourgn al Governo francese ha dunque rassegnato le dimissioni dell’intero esecutivo. Hollande si è trovato di fronte ad una pesante vacanza in un momento delicatissimo per la Francia, con le nomine europee alle porte, con la politica estera in preda alle tensione russe e medio-orientali, con un partito socialista ridotto alla sfascio e con gli anti-europeismi che imperversano e che hanno portato alle ultime elezioni europee il Fronte Nazionale di marine Le Pen ad essere il primo partito. La Le Pen ha subitamente colto l’occasione per rilanciare lo scioglimento dell’assemblea nazionale e l’eventualità di nuove elezioni. Questa debolezza ed incertezza del Governo non fa bene alla Francia sia perché a livello economico anche oltralpe, pur con una politica industriale decisamente migliore dal punto di vista di impostazione strategica rispetto all’Italia, si sentono pesanti gli effetti della crisi e dell’austerità sia perché da adito ad un ulteriore rafforzamento del sentimento anti europeo il quale in fasi delicate sui terreni libici, iracheni, siriani e russo-ucraini, può sfociare in pesante intolleranza e xenofobia. Un sondaggio nazionale del resto certifica che per circa il 74% degli intervistati la religione islamica è intollerante e incompatibile con la moderna società francese.
Questo sconvolgimento politico in Francia arriva immediatamente dopo le dichiarazioni dell’Ex ministro dell’Economia che accusavano le politiche di rigore ed Hollande, colpevole di averle assecondate e di star continuando a farlo, per l’avvitarsi di questa crisi. Al contempo Montebourgn lanciava l’assist a Renzi per un eventuale alleanza in nome di maggior flessibilità, asserendo che il piano di riforme del Premier italiano rappresenta la corretta modalità operativa per gestire la crisi e che tutti gli stati dovrebbero seguire il suo esempio.
Queste dichiarazioni anti Bruxelles non devono essere piaciute a Valls, al quale Hollande ha dato incarico di formare il nuovo Governo (in cui però non sarà presente né Montbourg né Filippetti che probabilmente daranno vita ad una nuova fronda di sinistra). La mossa potrebbe essere letta proprio in chiave europea, infatti le quotazioni per il posto di commissario agli affari economici e monetari europeo (che fu di Rehn il finnico) del francese socialista Moscovici sono molto alte ed un’escalation dei rapporti tra Francia e Commissione avrebbe potuto compromettere questa opzione. Il posto economico in Europa è uno dei più prestigiosi, lo sarà sempre di più se l’obiettivo è giungere ad una unione più coesa e centralizzata rispecchiando quanto suggerito da Draghi agli stati membri di cedere in tema di riforme economiche parte della sovranità proprio all’Europa.
La linea più volta alla flessibilità presente nel governo francese sembra così smorzata e Valls nella creazione del nuovo esecutivo probabilmente cercherà l’appoggio del centro, essendo la sinistra in procinto di creare una nuova fronda di circa cento membri e la destra principalmente nelle file del Fronte Nazionale della Le Pen.

Nel frattempo il Cancelliere Merkel ed il Premier spagnolo Rajoy percorrevano il cammino di Santiago (in realtà pare solo 5 dei 150 Km) e si intrattenevano per 4 ore a cena. Tra i due capi di governo è emersa una grande sintonia sulle politiche del rigore di bilancio e sull’austerità. La Spagna del resto ha incassato molti endorsement e plausi per il cammino di riforme (allegoria di quello di Compostela?) intrapreso, benché il livello del debito sia raddoppiato dal 2008 ad oggi; il benessere sociale sia decisamente più basso rispetto a prima (lo testimoniano gli scontri e le manifestazioni di protesta per l’incontro tra i due leader di vari fronti anti austerità); i livelli di disoccupazione complessivi rasentino il 28%. Indubbiamente le riforme sono fondamentali ed in tal senso va dato atto all’azione di Madrid, ma a rafforzare questa vicinanza “pro rigore” che non fa di certo il gioco spagnolo probabilmente stanno concorrendo i 37-40 miliardi che la Spagna nel 2012 ha richiesto ed ottenuto dal fondo speciale UE per il salvataggio delle sue banche, operazione gestita dal Ministro dell’Economia De Guindos con il supporto fondamentale dell’omologo tedesco Wolfgang Schauble. Proprio De Guindos risulta essere il più probabile sostituto, alla scadenza del mandato a metà 2015, dell’olandese Jeroen Dijsselbloem alla presidenza dell’Eurogruppo, sostegno dato anche dalla stessa Germania. In tal senso quindi Madrid ha tutto l’interesse a mantenere ottimi rapporti con Berlino che la erige spesso a baluardo del processo di risanamento dei conti e del significato di implementazione delle riforme (come aveva provato a fare in Francia Montbourg con Renzi).

Quella che poteva (ed avrebbe dovuto) essere un’asse pro flessibilità capeggiata da Italia-Francia e che avrebbe potuto coinvolgere anche la stessa Spagna (oltre che Grecia e Portogallo) sembra in questo frangente essersi sgretolata, così come sembra ancora lontana la virata europea verso un rapido cambiamento di gestione economica della crisi. Al momento ogni nuovo approccio pare posto sull’altare del conservatorismo, probabilmente finalizzato all’ottenimento di qualche posizione di Commissario, con una conseguente corsa ad entrare nelle grazie più che di Bruxelles di Berlino.
A pagare ovviamente saranno l’Europa e tutti gli stati membri, perché ciò vuol dire altro tempo nel quale non si definisce chiaramente se l’Europa vuole continuare con l’impulso recessivo e deflattivo dato da eccessive politiche rigoriste in fasi di pesante crisi oppure se vuole aprirsi e discutere un nuovo modello che, pur non abbandonando il controllo dei bilanci anzi in un certo senso aumentandolo, sia principalmente rivolto alla crescita, agli investimenti economico-industriali ed alla creazione di benessere diffuso, dimostrandosi così (tardivamente) resiliente ai cambiamenti in atto. Il motto che si sentirà proferire continuerà ad essere quello della flessibilità nel rispetto dei patti e dei trattati che se non rappresenta un ossimoro poco ci manca.

Al momento i mercati sembrano essere stati immuni al ribaltone francese ed aver gradito le parole di Draghi, sempre pronto alle misure straordinarie, che ha spinto sulle riforme dei singoli stati e su una rinnovata centralità europea. A riportare un po’ di capitale finanziario (differente a quello industriale) in Europa hanno contribuito anche le parole della Yellen che ha confermato il tapering (i QE mensili sono già passati da 85 a 25 mld $/m) con lo stop definitivo degli acquisti ad ottobre (a patto che non vi siano elementi palesemente ostanti). Probabilmente quindi l’aspettativa di breve-medio periodo è una calo della liquidità in USA ed un aumento in Europa. Ciò ha comportato lo sprint di tutte le borse ed il ribasso di tutti gli spread, ma la situazione dell’economia reale è più incerta. A dimostrarlo è l’indice di fiducia delle imprese tedesche (IFO), mai basso come nell’ultima rilevazione, a testimonianza che, anche se il Governo di Berlino non pare recepire in modo ufficiale (per farlo probabilmente attenderà alcuni allarmi dai dati sull’occupazione che seguono fisiologicamente un peggioramento economico), il substrato produttivo è incerto. Questo sentiment è dovuto alle esportazione extra-UE penalizzate da una moneta decisamente troppo forte (benché sia in calo il rapporto €/$ il divario rimane ancora di un 30%); ai ritardi sul TTIP; alle crisi orientali, Russe, Ucraine ed alle relative sanzioni, e alla difficoltà, visto il basso livello di consumi sopraggiunto a causa della riduzione del potere d’acquisto, di mantenere alte le esportazioni verso i principali mercati dell’euro-zona (come in italia, Spagna, Francia, Grecia, Portogallo). Il campanello d’allarme sta già squillando e non va sottovalutato. Come si sa da tempo vanno sbloccati investimenti e creata occupazione e reddito, agendo sia sul fronte dell’offerta con sostegno alle imprese (credito, sburocratizzazione, flessibilità del lavoro, defiscalizzazione) sia su quello della domanda (maggior reddito disponibile), lavorando a livello europeo, nazionale e di banca centrale europea.

Lato italiano, oltre che cercare di porre sempre in cima all’agenda europea che come presidenti di turno dovremmo dettare temi quali flessibilità, crescita investimenti, golden rule, lavoro, occupazione, ma che, vuoi le nomine dei commissari, vuoi le priorità interne, vuoi le tensioni ucraine e medio orientali, vuoi Marenostrum-Frontex e le migrazioni, vuoi le crisi di governo altrui, non riusciamo ancora ad impostare in modo efficace, vi è la necessità di proseguire con il cammino delle riforme anche per fare in modo di ottenere pure noi qualche Commissario o Alto Rappresentante. Le quotazioni del Ministro Mogherini sembrano in crescita (anche dopo la dichiarazione del Min. degli Esteri Russo Lavrov che avrebbe confermato una non vicinanza con il Ministro degli Esteri Italiano; i due si sarebbero incontrati solo una volta) anche se è opinabile una così forte volontà di ricoprire una posizione fino ad ora di rilevanza limitata, soprattutto per quel che concerne gli aspetti economici ai quali l’Italia dovrebbe essere particolarmente interessata.
Il 29 agosto, immediatamente prima del consiglio UE del 30, vi è un importante CdM con al centro scuola, giustizia e sblocca italia, tre punti cardine per impostare una crescita sostenibile. In particolare sblocca italia dovrà essere riempito di provvedimenti realmente incisivi (il caso Alcoa riporta l’attenzione sulla questione dell’energia per le PMI che deve essere ulteriormente ridotto agendo su oneri di sistema, sistema di incentivazione, adeguamento del MIX produttivo e tecnologico, supporto con fondi europei alla dismissione/riconversione dei vecchi impianti che rappresentano solo un costo pagato in bolletta, con creazione di indotto nel breve-medio periodo). Ogni provvedimento ed ogni investimento, stando a quanto si legge, è pesantemente vincolato da margini ristrettissimi, non vi sarebbero (e sempre secondo i media lo stesso Padoan confermerebbe) risorse aggiuntive né tesoretti ed i risultati dell’ambiziosa spending review sono ancora da venire e da destinarsi alla riduzione del debito e delle tasse e non alla copertura di spese. Tale è la condizione cronica in cui versa l’Italia da almeno 5 anni e che senza operazioni titaniche e probabilmente impopolari oppure senza la flessibilità che si richiede all’Europa difficilmente potrà essere curata. Potranno essere trovate copertura col “bilancino” per determinati provvedimenti, ma diversi sono gli ordini di grandezza di budget in grado di sbloccare l’economia, l’industria, la produttività, l’innovazione e la fiducia del paese.
Con i risultati preliminari del CdM il Premier Renzi può andare al Consiglio del 30 provando a portare una prova della serietà dell’azione riformatrice di governo, che non sarà comunque accettata ad occhi chiusi dall’Europa consuetamente meticolosa nell’analisi dei dettagli. In ogni caso è troppo tardi per pensare che la flessibilità sugli investimenti produttivi, in innovazione, tecnologie, infrastrutture ecc possa attendere le prime evidenze delle riforme per essere concessa. La via che l’Europa adesso dovrebbe adottare è dare credito e controllare costantemente l’attuazione ed i benefici delle riforme e delle spese in investimento. Per il Premier italiano quindi sarà ancora più importante la fase di successiva implementazione, cercando di fare in modo che si giunga rapidamente all’attuazione e che non vengano semplicemente rimpinguate le pile dei decreti attuativi ancora da sbrigare.

Link:
Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza 23/08/14
Padoan: crescita molto lontana da quanto previsto. Indiscrezioni di un non facile tavolo segreto per vincoli europei più flessibili. Che questa volta sia quella buona. 17/08/14
Economia europea congelata, analisi, possibili soluzioni e rischi a valle dei dati di PIL Q2 15/08/14
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande 13/08/14
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere 11/08/14
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota 08/08/14
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto? 06/08/14

 

25/08/2014
Valentino Angeletti
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