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Riforma del Senato, con alle spalle il DEF su pensioni e contanti

Missione compiuta, potrebbe, a ragione, asserire il Governo Renzi, giustificando di fatto la relativa tranquillità manifestata durante la votazione dei singoli emendamenti. Il Senato infatti ha approvato a larga maggioranza, con 179 sì, 16 no, 7 astenuti, la riforma del Senato, o DDL Boschi, che annovera la giovane aretina Maria Elena, tra le figure di spicco di questa legislatura e la proietta verso posizioni di sempre maggior prestigio in un venturo esecutivo Renzi, un “curus honorum” che il Premier vorrebbe la portasse alla presidenza della Camera, che, dopo la trasformazione del Senato, assumerà potere preminente, appoggiata, pare, dal sostegno istruttivo dei mentori Giorgio Napolitano ed Anna Finocchiaro. Durante il passaggio parlamentare, che ha approvato la riforma alla Camera Alta rappresentandone di fatto un “auto-suicidio”, si è verificato l’aventino delle opposizioni, tra cui M5S, Lega e FI, che non hanno preso parte alle votazioni. All’interno della Minoranza Dem, invece, la forte opposizione che, dalle solite ed ormai poco auterovoli voci, sembrava volessero mettere a ferri ignique i palazzi romani, c’è stata la solita rassegnazione, ad esclusione dei più pugnaci Corradino Mineo, Felice Casson e qualche altro prodigo seguace. Ora, il successivo passaggio alla Camera, rappresenta poco più che una formalità, ed eventuali tentativi di bloccare la riforma potranno avvenire solo in seno al referendum confermativo, durante il quale, per finalizzare un fronte degno di rilevanza, dovrebbe creare un metlin pot politico (da SEL a Lega, da M5S a Berlusconi) che, a paragone, la contaminazione etnica delle americhe e degli USA, pare ben poca cosa. Il Senatore a Vita e Presidente Emerito Giorgio Napolitano, si è prodigato in un discorso a favore delle riforme costituzionali, al quale hanno fatto seguito aspre critiche delle opposizioni, da Berlusconi, che a suo tempo fu strenue sostenitore della rielezione di Napolitano, a Vendola, il quale ironizza piccato, come la costituzione precedente fosse stata redatta, nel 48, a firma Terracini ed ora vi sia apposta quella di Verdini (anche se va evidenziato che per il voto finale il supporto dei Verdiniani non ha costituito un fattore discriminante).

Volendo fare una considerazione su Napolitano, effettivamente va detto che ha sempre sostenuto la riforma, sia del Senato che della legge elettorale (in realtà è stato uno dei maggiori sostenitori del Governo Renzi), ma l’auspicio, o proverbiale monito, dell’ex Presidente della Repubblica era di una riforma che fosse il più possibile condivisa, come lo fu nel 48, quando parti politiche diverse ed antitetiche, intavolarono un armistizio a pro della governabilità e dell’interesse della cosa pubblica, alias cittadino. Tale riforma non pare aver conseguito la condivisione auspicata e necessaria. Gli emendamenti spesso sono andati avanti come atti di forza, ed anche il passaggio complessivo al Senato, con 179 voti, non è quella quasi unanimità che avremmo voluto vedere in una riforma così delicata e piena di implicazioni. Del reso gli scontri aspri, e verbali ed a volte quasi fisici, si sono susseguiti ed ampio è il malcontento (il M5S, Di Maio Luigi, fa notare come se fosse in vigore il nuovo Senato, Mantovani, vice governatore della Lombardia in forza a FI, indagato per appalti truccati, godrebbe di immunità e non sarebbe perseguibile).

Detto ciò il percorso della riforma del Senato pare in discesa, e sarà costituito da 24 consiglieri regionali e 21 sindaci.

Le polemiche delle opposizioni, in attesa della battaglia del referendum confermativo, si spostano sull’economia, in vista della stesura del DEF.

Le misure sotto la lente sono un paio: la riforma delle pensioni e l’innalzamento a 3000 € dell’uso del contante.

Sulle pensioni, va dato atto al Premier quando dice che prima di agire su temi delicati come le pensioni e che hanno creato tanto caos e grossi problemi in passato, è bene pensarci una volta in più prima di fare “pastrocchi”. In linea di principio nulla da eccepire, all’atto pratico invece, siamo di fronte alla necessità impellente di modificare i meccanismi pensionistici per sanare la questione degli esodati e chiarire la situazione di quei lavoratori, dipendenti, ma principalmente partite IVA ed autonomi, che si sono visti decurtare il corrispettivo ed allungare, dall’oggi al domani, la vita lavorativa di svariati anni, senza ad ora avere idea di quando sarà il loro turno per il ritiro dal lavoro, comportando per alcuni una pressione psicologica non irrilevante. Sarebbe quindi doveroso, anche senza modifiche complessive che richiedono giustamente uno studio più approfondito, mettere una pezza alle situazioni di limbo che si sono create e che gravano sulle spalle di tanti lavoratori.

L’incremento dell’uso del contate dai 1’000 ai 3’000 €, come per le pensioni del resto, ha attirato le critiche della minoranza Dem, che per bocca di Bersani rappresenta un assist all’evasione e riciclaggio. Il Governatore di Bankitalia, Visco, ha la medesima visione dell’ex segretario PD, mentre l’Agenzia delle Entrate rileva che il provvedimento potrebbe aggravare il bilancio degli istituti di credito con oneri pari a 8 bil, i quali, aggiungiamo, non è difficile che si ripercuotano sui correntisti, come spesso accaduto in passato. Per la Voce.info invece, così come per Confcommercio, il provvedimento andrebbe a vantaggio di piccole e medie imprese e degli anziani. In realtà è assai difficile pensare che un anziano possa andare a spendere 3’000 € in contati, differente sarebbe per le soglia di cui era stata avanzata l’ipotesi di 50 o 100 €. Pagamenti in contanti di 3’000 €, anche ipotizzando facoltosi turisti, peraltro avvezzi all’uso della moneta elettronica, sono sporadici e relegabili ai soli pagamenti di lavoretti domestici ed edili i quali, grazie alle agevolazioni fiscali confermate, non rendono più conveniente l’evasione. Il Premier afferma di voler allineare il valore agli altri paesi europei, come la Francia. Il punto però, è che negli altri stati europei i livelli di evasione fiscale sono decisamente più bassi e l’uso della moneta elettronica assai diffuso, se non prassi comune anche tra i più anziani e per acquisti minimali, come il pane. In Italia non v’è questa mentalità (nè possibilità, perché pagare un caffè con il bancomat spesso non è consentito dal gestore, mentre è naturale in Danimarca), ed è compito del Governo introdurla con lo scopo ultimo di combattere l’evasione. Per tali ragioni, differentemente dai limiti ridicoli di 50 o 100 €, innalzare dai 1’000 ai 3’000 € sembra portare più vantaggi a potenziali medi evasori che a sostenere il commercio; parlandoci chiaro, in pochi girano con 1’000 € in contanti per una spesa in unica soluzione, la grande evasione non è toccata da questa misura, essendo le cifre in gioco sono bel altre, quindi l’impatto complessivo pare, ad una prima analisi, limitato o con leggero vantaggio per la media evasione. Esiste invece il passo indietro sull’istruzione all’uso diffuso delle carte di pagamento, mentalità che nel cittadino italiano, ben poco digitalizzato culturalmente, è ancora lontana e che la politica, tramite l’azzeramento dei costi d’uso, gestione e mantenimento di questi strumenti e con campagne informative e pubblicitarie ad hoc, ha il compito di indirizzare. Qualche giornalista malizioso ha asserto che d’ora in poi le cene di rappresentanza di sindaci e politici possono eccedere, del triplo, il “millino”.

 

14/10/2015
Valentino Angeletti
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22-25-29: Board BCE, elezioni in Grecia, inizio votazioni per il Quirinale. Un terno dalle conseguenze importanti ed imprevedibili

Confermando i più accreditati pronostici, seguendo il rigorosissimo rituale ed accompagnate da pochissime righe (comunicato ufficiale) prive delle motivazioni già ampiamente comunicate nelle settimane scorse, le dimissioni dell’ormai ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si sono concretizzate. Come da Costituzione entro 15 giorni, per dare tempo ai grandi elettori di riunirsi, è stato fissato il termine per la prima votazione, calendarizzata il 29 gennaio alle ore 15; nel frattempo sarà la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Pietro Grasso a svolgere il ruolo di supplente, mentre a guidare il Senato sarà la Vice Presidente Valeria Fedeli. Il 29 gennaio sarà quindi una data importante che ha già catalizzato l’attenzione della maggior parte dei media e di tutta l’opinione pubblica, sarà il Valzer conclusivo presso il Palazzo Schönbrunn di una stagione danzante già aperta da tempo. La rilevanza dell’evento è indubbia, si tratta a tutti gli effetti di storia che rimarrà impressa negli annali e ci auguriamo anche nei libri di Storia che vengono proposti alla scuola dell’obbligo, ma la sua collocazione è immediatamente seguente a due altre importantissime date, che di certo non verranno ricordate se non da cultori specifici, ma durante le quali si svolgeranno eventi in grado di influenzare direttamente la vita dei cittadini europei ed in un certo senso anche l’economia mondiale. Ci stiamo riferendo al 22 gennaio, quando la BCE di Mario Draghi potrebbe avviare i QE ed il 25 gennaio quando si terranno le elezioni greche.

Sul Quantitative Easing si è espresso in queste ore il membro del consiglio direttivo BCE Benoit Coeure, affermando che il 22 l’Istituto è in grado di annunciare l’inizio dei QE, a conferma quindi che non vi sono elementi ostativi tecnici, ma aggiungendo anche che non è detto che lo farà, a testimonianza di come, nonostante l’evidente necessità di stimoli sia monetari che politici (leggasi riforme Europee e dei Singoli membri), la tensione sul tema in seno al direttivo dell’istituto sia ancora alta e come le elezioni greche rechino pensieri a Francoforte.
Lo stesso Governatore Draghi, intervistato dal settimanale tedesco Die Zeit ha sostanzialmente detto che il mandato della BCE è PanEuropeo e deve rivolgersi a 19 paesi, non solamente ad alcuni. In sunto quello che ha voluto trasmettere è evidente: la Banca Centrale è un organo neutrale, anche se la presenza delle banche centrali nazionali al suo interno rendono difficile il realizzarsi in toto di questo principio e se ne hanno le evidenze, e per assolvere il suo mandato, cioè la stabilità dei prezzi e un’inflazione leggermente inferiore al 2%, ha alcuni mezzi tecnici, non infiniti, ed alcune opzioni di utilizzo che potrà mettere in campo. Chiaramente in certe condizioni queste “technicality” potranno avvantaggiare taluni Stati membri piuttosto che altri, ma non v’è volontà nè di supportare nè di penalizzare nessuno, se non nell’interesse dell’intera area Euro, nè tanto meno sono gradite (e non ne avrebbero volute avere) ingerenze esterne. Il riferimento è senza dubbio principalmente rivolto alla Germania ed alla BundesBank che, con le loro pressioni, hanno probabilmente imbrigliato l’Istituto ed il Governatore causando controproducenti ritardi d’azione. Si tratta questa della prima volta in cui viene fatto esplicito riferimento a pressioni di tipo nazionalistico all’interno del Board BCE che prima d’oggi era sempre stato detto agire e decidere per votazione a maggioranza, benché l’impressione esterna fosse che i voti tedeschi (del resto rimangono i maggiori azionisti della BCE) pesassero di più di quelli di altri stati.
A dar man forte ad un possibile avvio dei QE già da fine gennaio o inizio febbraio è anche il primo pronunciamento della Corte di Giustizia Europea di Karlsruhe in merito alla obiezioni della Corte Costituzionale Tedesca sulla adeguatezza e costituzionalità del programma OMT (Outright monetary transactions) lanciato nel 2012 per proteggere il vecchio continente dagli attacchi speculativi conto i debiti sovrani e che prevede la possibilità, effettivamente poi mai applicata, da parte di Francoforte di acquistare sul mercato secondario titoli sovrani a breve termine dei singoli Stati membri per stabilizzarne gli spread (erano inoltre presenti altri vincoli da rispettare sui quali non ci soffermiamo). In sostanza l’avvocato generale della Corte di Giustizia, Cruz Villalón, riconoscendo le sue competenze tecniche, ritiene la BCE ente proposto ed adeguato all’attuazione della politica monetaria europea per il raggiungimento, entro il proprio mandato, degli obiettivi fissati. Gli unici paletti imposti all’OMT (e di fatto all’operatività della BCE perché sembrano criteri generali) sono che l’operazione rimanga entro il perimetro di politica monetaria e non rientri nella politica economica dei singoli Stati e che sussistano circostanza straordinarie atte a giustificare l’uso di strumenti non convenzionali. I QE venturi, che i mercati (ed anche Draghi), fermo restando qualche incertezza sulle tempistiche, danno ormai per scontati come testimonia in parte (il prezzo del greggio è un altro fattore di influenza) il livello dell’Euro sceso in modo considerevole nell’ultimo periodo, si differenziano in un punto sostanziale rispetto all’OMT: mentre quest’ultimo è un acquisto sul mercato secondario (quindi con istituto bancario a vendere alla BCE) di una quantità NON illimitata di titoli sovrani a breve scadenza, il QE è un acquisto diretto di Bond sul mercato primario (quindi di titoli emessi e detenuti dallo Stato il cui acquisto si riversa nelle casse statali e viene utilizzato per impieghi “pubblici” come pagamento di interessi sul debito, stipendi, pensioni, rifinanziamenti vari ecc) e potrebbe avere natura potenzialmente illimitata. Risulta evidente che un acquisto sul mercato primario di Bond potrebbe risultare intervento di politica economica e non monetaria di conseguenza addotto come motivazione dai detrattori, e non vogliamo sospettare dei tedeschi, per impugnarne la non costituzionalità causando, se non il blocco, di certo il ritardo in attesa di chiarimenti e verifiche; le circostanze straordinarie del periodo invece difficilmente potranno essere obiettate. Bisogna augurarci sinceramente che la Germania, ancora non convinta della necessità di interventi monetari espansivi e che non teme l’inflazione relegandola solamente alla guerra sui prezzi petroliferi ed al conseguente impatto su quelli energetici, segua l’intimazione di Draghi ed accetti la decisione di agire in modo che, assieme al leggero (ancora insufficiente per l’italia e di sicuro ritardato di almeno due anni tanto che gli effetti positivi potrebbero essere insignificanti rispetto alla gravità della condizione in essere) allentamento europeo sulla flessibilità per gli investimenti, si possano creare le condizioni favorevoli tali da sbloccare liquidità per il rilancio della crescita, dell’occupazione, dei salari, della domanda e dell’offerta, senza ovviamente prescindere dal processo riformatore da compiersi a livello europeo e nazionale. La Germania dovrà convincersi, mettendo da parte un dato del PIL 2014 a +1.4%, massimo dal 2011 (mentre il PIL mondiale secondo la Banca Mondiale nel 2015 sarà del 3% invece che il 3.4% della precedente stima, e l’Europa rimarrà l’anello debole del globo), ad assecondare Draghi.

Anche l’attesa sulle elezioni greche, e questa è la seconda data importante del 25 gennaio, mette preoccupazione alla BCE, perché un’eventuale vittoria (ormai certa, ma va capito in che misura) di Tsipras (Syriza) e la sua propensione alla rinegoziazione del debito pur rimanendo nel perimetro dell’Eurozona, ritenuta irreversibile dalla stessa BCE, comporterebbe conseguenze imprevedibili sui mercati, nonché uno stop definitivo degli aiuti da parte della Troika (al momento solo sospesi per un controvalore di 10 miliardi circa). La Germania, per bocca dei suoi più arcigni rigoristi, il Ministro Schauble ed il Governatore Buba Weidmann, continua a sostenere, facendolo per l’ennesima volta, che qualsiasi sarà il nuovo Governo greco, esso dovrà portare avanti quanto impostato dal precedente Esecutivo; quindi onorare il debito e proseguire con le mosse di austerity potendo così fruire del piano di aiuti altrimenti bloccato. Non è dello stesso parere Tsipras che proclama il proprio europeismo caratterizzato da un maggior indirizzamento verso il popolo ed il cittadino piuttosto che all’esclusivo rispetto dei vincoli e dei parametri di Bruxelles, e va notato senza pregiudizi che, per quanto Syriza possa essere ricondotto ad un’ala di sinistra piuttosto spinta, questa è una posizione, tralasciando le sfaccettature di dettaglio rispetto al concetto generale, condivisa dalla grandissima maggioranza dei partiti e delle formazioni d’opinione europee inclusi movimenti anti Europa dalle più disparate basi ideologiche tipicamente di stampo nazionalista. Il leader greco di Syriza oltre alla rinegoziazione del debito, che sostiene non andrà ad impattare sulla quota parte da privati ma solo su quella detenuta da entità finanziarie, vuole incrementare la spesa pubblica per riportare a livelli dignitosi i salari e migliorare il welfare che di welfare ha rimasto ben poco, soprattutto nella sanitàSappiamo quanto la Germania sia usualmente ferma e rigida sulle proprie posizioni, ma in tal caso anche Tsipras pare non essere da meno, del resto non ha molto da perdere dato che fino ad ora gli aiuti (che minacciano di interrompere) e le azioni della Troika alle quali sono connessi, ben poco hanno sortito per lo stato ellenico se non un tremendo peggioramento dello stato sociale ed un innalzamento del debito a quasi il 175% del PIL.
Sarà fondamentale, e ce lo auguriamo, che venga trovato un accordo WIN-WIN, al quali peraltro Tsipras da l’impressione di essere disposto, per ambedue le parti e per tutta l’Europa. L’eventuale imposizione di diktat ed ultimatum in ambedue i sensi potrebbe veramente far degenerare la situazione continentale sia a livello economico-finanziario che di ordine sociale già a repentaglio. Forse è per tale ragione che la BCE potrà decidere di attendere il 5 marzo per dare l’annuncio definitivo del via ai QE, approfittando anche per cercare di ammorbidire le posizioni tedesche.

Immediatamente dopo questi due avvenimenti si colloca l’inizio della votazione per il Quirinale, il 29 gennaio. Questa partita ha la sua importanza sia sull’immagine (già in chiaro scuro) dell’Italia in Europa e nel mondo, sia sull’equilibrio politico interno con potenziali riflessi sulla stabilità del Governo, già ora dalle fondamenta non marmoree, che avrebbe di sicuro ripercussioni (principalmente di tipo speculativo) sulle piazze finanziarie.
La rosa di papabili candidati è copiosamente popolata, sicuramente non mancheranno i colpi di scena ed al momento pare che una figura politica ampiamente condivisa e che si faccia da garante (arbitro dal giusto metro di intervento) neutrale delle istituzioni sia quella preferita rispetto un un profilo tecnico come avrebbe potuto essere Draghi, se non si fosse autonomamente tirato fuori dai giochi con probabile dispiacere tedesco ma secondo noi non ancora completamente fuori corsa, Visco altamente probabile nel caso di orientamento tecnico, Padoan o Bassanini. Molto dipenderà dalla tenuta del Patto del Nazareno. Le riunioni interne del PD e di FI sono già iniziate e probabilmente la strategia dominante sarà quella di proporre un candidato accettabile per entrambi che riscuota fin dalle prime tre votazioni, nelle quali è richiesta la maggioranza qualificata (2/3) dei 1009 grandi elettori, buon consenso per poi eleggerlo a partire dalla quarta o quinta, quando la soglia si ridurrà al maggioranza semplice. FI si è riunita assieme alla Lega e si suppone che abbiano stilato una lista di personalità, anche del PD, sulle quali possono scendere a compromesso con il Partito Democratico, nella speranza che uno tra quelli sia proprio il personaggio proposto dal Premier. Renzi invece dovrà vedersela con il proprio partito ove non mancano le manifeste contrapposizioni impersonificate da Fassina e Civati, Mineo e talvolta anche Bersani, benché in modo più celato, che non si sa quanto effettivo seguito abbiano all’interno dei Democratici. Civati e Mineo, forti nelle dichiarazioni, ostentano sempre sicurezza e critica nell’esprimersi sul Governo e sulla gestione Renzi del PD, salvo poi non dar seguito alle proprie obiezioni. Forse sono consapevoli, e questo è quello che viene trasmesso ad un “analista” esterno, che anche cercando di far fronte comune con SEL non riuscirebbero a drenare un seguito almeno significativo dal partito del Premier e così preferiscono giacere, pungolando verbalmente, nell’insignificanza di non essere rappresentati nè di proporsi a rappresentare quella parte di elettorato che secondo loro avrebbero. Se al contrario, questa “fronda” civatian-fassiniana (in senso buono non me ne voglian Pippo e Stefano) ritenesse di poter mettere in difficoltà il Governo e di volerlo fare, prendendo atto che rimanere nel PD vorrebbe dire, data la risolutezza decisionale di Renzi rispetto ai Sindacati ed all’ala più a Sinistra del suo partito, non aver voce in capitolo sul moti temi che ritengono fondamentali, quella delle elezioni del Presidente della Repubblica a scrutinio segreto può rappresentare un’occasione. Ovviamente oltre a SEL sarà indispensabile il supporto del M5S e di qualche centrista. Risulta invece difficile pensare che i dissidenti-franchi tiratori di FI (stimati in circa 40 contro i circa 150 del PD, ma tutto è etereo e la segretezza del voto rende questi numeri altamente variabili), che per semplicità si possono identificare con i sostenitori di Fitto, riescano a digerire un’eventuale proposta dell’asse Civati – Sel – M5s , che da quel che si comprende dovrebbe essere spiccatamente caratterizzata (Prodi in primis). Quindi, constatata l’impossibilità di essere decisivi, i “Fittiani” potrebbero propendere per allinearsi al Nazareno mantenendo il proprio (comodo) status quo.
La possibilità, forse unica, dell’asse Civati-M5S-Sel è quella di votare ben compatti un nome al quale il Premier difficilmente potrebbe opporsi a meno di non provocare una rottura definitiva all’interno del proprio partito. Quando Bersani disse che non era necessario attendere la quarta votazione in presenza di un candidato adeguato e condiviso, è possibile che si riferisse proprio a questa circostanza: un Romano Prodi (che ormai è stato nominato troppe e troppe volte per essere ancora papabile nonostante abbia tutte le caratteristiche), o simile, con ottimi numeri fin dalla prima votazione potrebbe di certo rappresentare la base della strategia Civati-Sel-M5S.

Queste elezioni presidenziali insomma sono irte e procellose, molto importati per testare la tenuta del governo, del patto del Nazareno, del PD entro il quale si presenta la possibilità per coloro che dissentono dalla gestione Renzi di farsi valere qualora ritengano di avere forza sufficiente (altrimenti il sospetto dell’interessa alla posizione rispetto alle proprie idee ed ideali potrebbe legittimamente levarsi) e per comprendere il destino delle future riforme che inevitabilmente, nonostante i tentativi di proseguire serrando i ritmi, subiranno Quirinalizi rallentamenti.
Detta questa importanza non vanno però mai perse di vista le condizioni che sussistono fuori dai nostri confini ed attualmente riconducibili alle mosse della BCE, alle elezioni greche ed allo spiraglio di flessibilità piccolo, troppo ritardato ed ancora insufficiente che ha fatto breccia nella politica economica di Bruxelles, così come, essendo un aspetto indiscutibilmente da migliorare e rendere più efficace per l’Italia, l’immagine, la credibilità e l’autorevolezza che all’estero si forgiano sulla base degli esiti, degli sviluppi e della gestione di eventi di indubbia rilevanza quale le elezioni di un Presidente della Repubblica è.

Link:
– Dati Istat Q3 in chiaro scuro e possibili effetti (pessimi) della stretta BCE sui criteri Basilea
– Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia
– Merkel: Grecia fuori dall’Euro è un’opzione. Pronta smentita del Governo tedesco
– Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE
– Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni – Qurinalizie e le presidenziali in greche
– I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie
– La BCE punta ancora sull’effetto annuncio assecondando la minoritaria volontà tedesca
– Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica?
– Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo.

 

14/01/2015
Valentino Angeletti
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Un ultimo mese davvero intenso di eventi politici ed economici

L’ultimo mese è stato davvero intenso di vicende relative al panorama economico e politico Italiano ed Europeo.
In Italia la scena è stata dominata dalle dimissioni di Napolitano, ormai questione di ore, e dalla relativa successione al Quirinale; dal JobsAct e dal decreto delega fiscale con la norma del 3%. Come di consueto nel nostro paese gli strascichi di polemiche non sono mancati.

In Europa invece l’attenzione è stata rivolta alla conclusione del semestre di presidenza Italiano ed al relativo bilancio; alla politica monetaria ed ai possibili imminenti QE con le solite contrapposizioni tra rigoristi tedeschi avversi all’espansione monetaria e coloro, tra cui lo stesso Draghi, ormai convinti della necessità di iniezioni di liquidità; ma anche alle elezioni greche del 25 gennaio che vedono in vantaggio Tsipras. Le dichiarazioni della Merkel in merito alla tornata elettorale greca hanno suscitato interesse.

Degni di nota sono stati anche il caso di presunto attacco Hacker alla Sony ed gli scellerati episodi di terrorismo in Francia e Nigeria.

La drammatica cronaca francese ha tolto spazio a due notizie che in tempi normali avrebbero catalizzato l’attenzione: i dati Istat relativi al Q3 italiano e la stretta dei criteri di Basilea della BCE che metterebbe a rischio alcune istituti di credito (anche italiani).

Di seguito, dal più datato al più recente, articoli che raccontano questi ultimi 30 giorni.

PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE 14/12/2014;

I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie 16/12/2014;

Un “mini bilancio” di un semestre dopo l’ultimo consiglio UE 21/12/2014;

“The Interview” una differente analisi del presunto attacco hacker alla Sony 22/12/2014;

Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno…. 28/12/2014;

Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni Qurinalizie e le presidenziali in greche 01/01/2015;

Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE 03/01/2015;

Merkel: Grecia fuori dall’Euro è un’opzione. Pronta smentita del Governo tedesco 04/01/2015;

Gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti…. 05/01/2015;

Lo strafalcione della norma fiscale del 3% e delle sue contraddizioni nel momento più critico possibile 06/01/2015;

Siamo TUTTI Charlie e siamo TUTTI Islamici 08/01/2015;

Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia 09/01/2015;

Dati Istat Q3 in chiaro scuro e possibili effetti (pessimi) della stretta BCE sui criteri Basilea 11/01/2015;

13/01/2015
Valentino Angeletti
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Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni Qurinalizie e le presidenziali in greche

Poco più di 25 minuti, tanto è durato l’ultimo discorso di fine anno del Presidente Napolitano. Nelle sue parole hanno trovato conferma le “imminenti” e “prossime” dimissioni sulle quali ha tenuto a precisare come esse siano previste dalla costituzione. La scelta è stata anche dovuta ad un senso di dovere nei confronti del paese poiché le sue condizione di salute non gli avrebbero più consentito di svolgere nel pieno delle sue forze e con il massimo impegno e concentrazione tutte le funzioni caratterizzanti la posizione istituzionale che ricopre, inoltre, essendo stato rieletto in condizione di emergenza e dopo un lungo e “doloroso” percorso politico, auspica il ritorno ad una elezione svolta secondo quanto sancito dalla Costituzione e possibilmente che goda del più ampio consenso tra i partiti.

Da queste sue parole emerge il fortissimo attaccamento alla Carta fondamentale e si evince un limitato riferimento alla politica, ripresa solamente in modo superficiale in seguito, nella speranza di un lavoro comune, condiviso e collaborativo, tanto in Italia quanto in Europa, svolto per il bene dei cittadini e per perseguire un crescita economica sostenibile, di prosperità, duratura e che abbracci tutti i membri della UE. Il fatto che i destinatari delle sue parole, meno politiche e più personali rispetto al discorso di insediamento del suo secondo mandato e del capodanno 2014, siano sostanzialmente i cittadini e non i politici, apostrofati in modo perentorio ed accusatorio nelle due occasioni precedenti, può star a significare, benché non detto esplicitamente, un po’ di delusione rispetto alla politica, lenta e poco fattiva nell’elaborare ed implementare il processo necessario di riforme istituzionali ed economiche, anche per colpa di circostanze macroeconomiche ed europee oltre che per i particolarismi ed i giochi di partito interni; Napolitano fa dunque appello a tutti noi cittadini per un cambiamento più ispirato e portato avanti dal basso.

Non entrano nei dettagli già sviscerati e che continueranno ad esserlo nelle più recondite pieghe sillabiche da analisti blasonati, è innegabile che Napolitano voglia infondere fiducia, evidenziare ciò che di buono è stato fatto e che lascerà in eredità al suo successore, guardare la metà colma della brocca. Rimanda infatti al processo di riforme indubbiamente avviato senza però far menzione al tempo ed all’impegno trasversale tra forze discordi (e non solo tra partiti) ancora necessari per portarlo a termine; parla di Mafia Capitale e della scandalosa ingerenza della malavita, ma mette principalmente in risalto i nomi che portano alto il labaro dell’Italia, dalla scienziata Giannotti all’astronauta Samanta Cristoforetti; si riferisce con encomio ai giovani che intraprendono esortandoli ad impegnarsi nel lavoro dopo gli studi senza cadere nell’ignavia, ma non ricorda con sufficiente enfasi il livello di disoccupazione “non voluto” dai senza lavoro e l’impossibilità di emergere nel nostro paese, il quale lascia spesso come sola opzione l’emigrazione, che sovente i giovani devono fronteggiare sbattuti nel gorgo del precariato o di stipendi e condizioni al limite dello sfruttamento, senza possibilità di sostentamento in grandi città facendo in modo che solo coloro già agiati possano accedere ad un certo livello di studi ampliando ulteriormente il divario sociale, non solo in campo economico, ma, il che è peggio, anche a livello culturale; redige un bilancio positivo del semestre italiano di presidenza europea essendo stati inseriti con più determinazione i concetti di flessibilità, di crescita, di occupazione, senza riconoscere che questa presa di coscienza è stata parzialmente imposta dall’evidenza di errori pregressi sia di Bruxelles che della BCE, dal precipitare della crisi e poiché le misure ad oggi intraprese si stanno verificando insufficienti, a cominciare dal prossimo, lento e poco convincete piano “investimenti Juncker”, a fronte di una condizione europea (ed italiana) grave e senza ulteriore tempo da spendere in prove e test di opinabile efficacia già in partenza; accusa le pericolose tendenze anti-europee e propendenti all’abbandono della moneta unica, senza poi calcare la mano in modo deciso, come fatto dal Cancelliere Merkel nel suo discorso di fine anno, su un sentimento, ormai diffusissimo e pieno di consensi nell’Unione, che porta ad una sempre maggiore chiusura rispetto alle istituzioni, rispetto ad altri popoli, rispetto al diverso, sfociando sempre più spesso in episodi di intolleranza e di xenofobia; non accenna alla crisi Greca e ad altre delicate elezione in Europa dalla Spagna al referendum Britannico sulla permanenza nell’Euro; non parla del’incapacità di risolvere la situazione dei Marò nè dei nuovi tragici flussi migratori dalla Siria attraverso l’Adriatico, che si aggiungono a quelli africani verso Lampedusa e la Sicilia, ingestibili solo dall’Italia ed anche dall’intera Europa se continua a comportarsi come fatto fino ad ora, quasi ignorando che tante vite disperate si spengono e si disperdono tra le acque, sulle carrette del mare nelle stive dei traghetti.

Senza andare oltre, ribadiamo come Napolitano abbia voluto provare ad infondere fiducia a tutti noi, ben conscio dall’alto della sua esperienza del reale stato delle cose, della giustificata stanchezza nei confronti della politica e di un sentimento diffuso e comprensibile (forse non pienamente scusabile) di apatia e rassegnazione, sicuramente non orfano, ma che ha i genitori ben definiti nei partiti (ovviamente non in tutti i componenti), nelle evidenti protezioni di Status Quo e rendite di posizione, di scontri divisivi forieri di conservazione, di inutili vessilli ideologici, di una UE distante e meccanica e via dicendo in un impietoso quanto noto elenco. La fiducia, anche nella politica, è fondamentale per la ripresa economica, la crescita, la propensione ai consumi di medio e lungo termine, per la dinamicità sociale e Napolitano ha provato a fomentarla lasciando un messaggio di speranza al suo successore ed a tutti i cittadini. Sappiamo però che la fiducia, che i sondaggi danno ulteriormente in calo, si perde con facilità ed è difficile da riconquistare, per guadagnarla servono molto impegno, dimostrazioni concrete di buona volontà e risultati ed atti tangibili.

A livello nazionale il primo test per mettere alla prova il recepimento (dubbio, perché la condivisione di circostanza per taluni discorsi spesso lascia subitamente spazio ad una sordità cronica) delle parole e degli auspici di Napolitano, saranno le elezioni Quirinalizie. Il Presidente dall’alto della sua esperienza sa che esse stanno catalizzando i movimenti di partito e già giochi di forza sono in atto, influenzando l’attività parlamentare. Forse a questo punto sarebbe doveroso da parte sue dare una dimensione temporale precisa ai concetti di “IMMINENTI” e “PROSSIME” in modo da focalizzare entro un limite ben definito la preparazione e le manovre per il Colle, definendo una data oltre la quale, con un nuovo Presidente, tutto dovrà tornare alla normalità politica ed alla piena concentrazione sul lavoro di riforma che non dovrebbe cessare, ma è in evitabile che si interrompa.

Guardando all’Europa invece le elezioni in Grecia, che per come sono nate lasciano sospettare una volontà trasversale della politica greca di dare freno all’austerità non più sostenibile, sono la prima prova. Il 25 gennaio i sondaggi danno favorito Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra Syriza, che ha nei suoi programmi non l’uscita dall’Euro, ma il rinegoziato dei trattati, una nuova discussione sul debito sovrano, aumento della spesa pubblica per investimenti e salari e la convergenza verso una Unione meno oppressiva e più vicina ed assistenziale verso i cittadini, teorie non molto differenti da quelle di molti economisti e partiti europei. Le urne, benché il FMI abbia interrotto il piano di aiuti, al momento non spaventano troppo i mercati per quattro ragioni principali:

  1. Draghi è atteso nel suo discorso di giovedì 22 gennaio; in tale occasione i broker e le piazze finanziarie confidano che i dettagli dei QE siano precisati e siano sufficientemente potenti.
  2. L’ Europa ha toccato con mano che in certe occasioni il costo per il mantenimento del rigore e dell’austerità è ben superiore rispetto a quello di un salvataggio immediato della situazione difficoltosa; si crede quindi che lo stesso errore non verrà ripetuto.
  3. La TROIKA non ha risolto la situazione ed il sentimento popolare, con il consenso a Tsipras e più duramente con gli scontri di piazza, ha prevaricato i freddi dati  ed i parametri economici in miglioramento.
  4. Il governo Tsipras probabilmente governerà in coalizione, non avrebbe quindi carta totalmente bianca.

Se le condizioni di cui sopra si verificheranno tutte e la vicenda sarà gestita da Bruxelles con trattative WIN-WIN senza diktat, ostruzionismi, arroccamenti ed inserendo elementi di flessibilità e garanzia per la sostenibilità dei conti (più tempo, proroghe o sospensioni dei trattati nel periodo di crisi ecc) i mercati, il governo Tsipras ed il popolo greco digeriranno, altrimenti potrebbe scoppiare una tempesta dovuta non al peso economico ellenico, ma al fattore “precedente che fa giurisprudenza”.

Un ruolo fondamentale lo avrà la BCE, Draghi e la Germania, con la triplice Merkel, Schauble, Weidmann, per consentire all’istituto di Francoforte la messa in atto di acquisti di titoli di stato ed a Bruxelles per alleggerire la morsa del rigore introducendo elementi di flessibilità. Pur avendo Schauble assicurato con durezza che lo contraddistingue che qualsiasi governo salirà nello stato ellenico i trattati europei non sono in discussione nè possono essere disdetti, la Merkel ha la possibilità di dar atto alle parole sui timori per le tendenze xenofobe e violente presenti nel suo discorso di fine 2014 muovendosi una volta tanto concretamente e senza mettere dinnanzi a tutto l’interesse germanico.

Non ci rimane che attendere queste imminenti, prossime e fondamentali vicende, confidando davvero nell’apertura, non solamente verbale, di un reale periodo di cambiamento la cui fase embrionale ha animato il discorso dell’ancora Presidente Napolitano ed è stata da lui ritenuta sufficiente, in decisiva concomitanza con la stanchezza fisica tipica della sua veneranda età, per stabilire che è il momento di collaborare con le istituzioni da altra sede rispetto all’Ufficio del Quirinale.

Link:
Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica? 02/12/14
Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni? 09/11/14
Fine anno, tutti con Napolitano. Quindi da domani si cambia? 01/01/14

01/01/2015
Valentino Angeletti
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I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie

Infastidisce quasi dover riscontrare che un’altra voce importante, di peso, autorevole, ribadisce la linea politico economica sostenuta umilmente in questa sede (ovviamente non solo, la schiera è foltissima). In audizione alla Camera il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha lanciato importanti messaggi e tratto conclusioni che dovrebbero lasciare il segno. Quindi dopo FMI per bocca della Lagarde, FED parlando con i suoi vertici Bernanke prima e Yellen poi e BCE con Draghi, si unisce anche l’omologo italiano (forse addirittura papabile inquilino del Quirinale) del Presidente della BundesBank Weidmann, totalmente in disaccordo rispetto ai suoi colleghi economisti.

Riprendono quanto in questa sede viene proposto ormai da mesi (forse anche di più) e constatando il permanere del cronico ritardo e, in quanto riteniamo che simili idee non possano essere state partorite solo adesso da luminari (senza ironia) come coloro sopra menzionati, la costante supremazia dell’impostazione rigorista tedesca, molto in sintesi i punti focali toccati da Visco sono stati i seguenti:

  • i prestiti del settore bancario sono ancora deboli e le banche dovrebbero impegnarsi a fornire risorse all’economia reale cosa che, nonostante TLTRO ed ABS, non è ancora avvenuta, sia per carenza di domanda che per carenza di offerta. Analogo discorso vale per i prestiti alle famiglie che dovrebbero invertire leggermente il trend nella prima parte del 2015 anticipando quelli alle imprese.
  • Gli stress test sulle banche italiane non danno risultati invidiabili e ciò è parzialmente dovuto ad una sorta di distorsione nel metodo di valutazione europeo che non ha considerato le specificità nazionali ed ha ritenuto più penalizzante il credito (attività preminente negli istituti italiani) rispetto alla speculazione finanziaria ad alta leva (tipica delle banche nordiche, britanniche e tedesche).
  • La crescita nella zona euro è molto più lenta del previsto e non si può negare la dinamica deflattiva che non è dovuta solo (contrariamente a quanto sostiene Weidmann) ai prezzi energetici, bensì anche alle dinamiche salariali e dei prezzi in generale che nel breve saranno acuite ulteriormente dal calo del prezzo del greggio (nota: i paesi del MO hanno apertamente dichiarato di potersi spingere a 40$/bar; da capire quanto possano stare al gioco una Russia ormai ai limiti della sostenibilità finanziaria per Rublo e Bond ed un Iran sotto embargo, che pure continuano a spingere al ribasso il petrolio in un gioco che per loro potrebbe risultare mortale). Ciò rende necessario l’utilizzo di ulteriori armi monetarie non convenzionali come i QE diretti acquistando titoli di stato su larga scala. Il rischio sottoscritto dalla BCE da questa sorta di condivisione del debito (peraltro avanzata esplicitamente da Draghi riprendendo una filosofia Prodiana e Tremontiana) sarebbe bilanciato da una maggiore stabilità e minor rischio per la zona euro nella sua interezza e per i singoli stati membri.
  • Il debito italiano è in crescita ad ottobre di 23.5 mld € (+ 25 mld Amministrazione centrale, – 1.5 mld Amministrazioni locali) arrivando a 2’157.5 mld e previsto a 2’200 mld a fine anno. Evidentemente con le condizioni congiunturali in essere è impossibile per l’Italia rispettare i piani di rientro del rapporto Debito-PIL secondo quanto sottoscritto nei patti europei che anche la commissione Juncker sembra voler mantenere inalterati.

Tutti questi punti sono stati da tempo affrontati in precedenti analisi delle quali riportiamo di seguito solo le ultime:

Un altro presagio, stavolta afferente alla sfera politica più che economica, che si sta vedendo realizzato è il rallentamento, quasi il blocco, dei lavori parlamentari dovuti alle imminenti dimissioni del Presidente della Repubblica. Ufficialmente non si conosce la data precisa, qualche indizio potrebbe essere dato proprio oggi dallo stesso Napolitano in occasione del saluto alle alte cariche dello stato oppure in occasione del discorso alla nazione di fine anno. A rallentare l’azione di Governo vi sono già le miriadi di emendamenti presentati sulla legge elettorale, su quella di stabilità e su ogni provvedimento proposto e non sembra il caso aggiungervene altri dovuti alle manovre in corso per la scelta di un nuovo Presidente, giochi di palazzo evidentemente già in atto da tempo. Il Presidente del Senato Grasso aveva auspicato un accordo preventivo su un nome condiviso da più parti politiche, idealmente tutte, in modo da essere rapidi al momento debito: non sembra che l’auspicio possa vedersi realizzato e del resto vi erano pochissimi dubbi. A far salire il tema della successione a Napolitano ufficialmente sugli scudi sono stati: l’incontro tra Renzi e Prodi tenutosi da poche ore a palazzo Chigi che sarebbe stato incentrato sulla politica estera, la Libia, il medio oriente, la crisi russa ed ucraina, forse la Grecia, di certo l’Africa ed il Sahel, ma è difficile pensare che nei 120 minuti di dialogo non sia stata proferita parola sulla successione, alla luce di chi è il Professor Prodi e della sua storia trascorsa e recente; e le risposte piccate di Berlusconi secondo cui il patto del Nazareno contiene anche indicazioni sul Quirinale, contrariamente a quanto precedentemente affermato dal PD.

Berlusconi, qualora Renzi agisse da solista nella elezione del Presidente, è intenzionato a dare battaglia sulle riforme. Clima da ultimatum, due patti del Nazareno ed un PD in cui regna non proprio l’armonia dunque: tutti gli ingredienti per una azione di governo rapida e snella.

Inutile ricordare quanto l’Italia e l’UE non possano concedersi di rallentare ulteriormente  in una situazione già abbondantemente in stallo. Per quel che riguarda il nostro paese ciò non è consentito sia perché dopo tanto immobilismo sarebbe giusto iniziare a spingere davvero sull’acceleratore, sia perché non è possibile dare il fianco a Bruxelles sempre pronta a ricordarci che dobbiamo portare avanti le riforme. Monito sacrosanto che però dovrebbe essere accompagnato da una visione politico-economica europea meno burocratica, più lungimirante e davvero incentivante crescita, investimenti e lavoro.

Lungi dal voler essere un gufo, dicono ve ne siano anche troppi, ma sembra proprio che le previsioni meno confortanti si stiano almeno parzialmente verificando.

15/12/2014
Valentino Angeletti
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L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia)

Le entità istituzionali, politiche ed economiche italiane avevano appena finito, in alcuni casi non senza altisonanti quanto eccessivi proclami pubblici, di gioire e “gongolarsi” per l’approvazione della legge di stabilità 2015 da parte della Commissione UE. In realtà non si è trattata di una vera promozione, ma di un rimando a marzo 2015 in compagnia di Francia e Belgio, data per la quale si dovranno vedere i risultati delle misure economiche e delle riforme intraprese dai paesi in oggetto perché ad oggi di oltrepassare i limiti dei trattati ancora non se ne parla. Avevamo già espresso i nostri dubbi (LINK: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo. 28/11/14 ) interpretando le parole della Commissione più come un ultimatum che come una promozione. Oggettivamente però qualche mese in più, perché l’Italia stando ai numeri non ha rispettato gli accordi, è stato concesso e, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno col più ben’augurante ottimismo, si poteva sperare che quello fosse l’inizio di una stagione che si lasciasse alle spalle l’eccessiva austerità per concentrarsi davvero su occupazione, crescita, investimenti, riforme tali da coinvolgere in modo trasversale tutta l’Europa, la quale, ripetendolo come di consueto, ha assoluta necessità di una nuova governance. Ovviamente l’Italia non fa eccezione, anzi, essendo un paese in grande difficoltà, risulta anche uno di quelli che più ne abbisogna. La flessibilità dei conti e l’allontanamento dai vincoli programmatici imposti, almeno nel periodo di crisi per poi renderli nuovamente vigenti, così come una politica monetaria ancora più espansiva, sarebbero stati dei mezzi grazie ai quali provare a rilanciare l’economia. Negli USA del resto, ed anche il 2015 non fa eccezione, trovano praticamente ogni anno un accordo i Democratici ed i Repubblicani sul budget dell’anno seguente che consenta un debito pubblico superiore al 100% del PIL per evitare lo shutdown, ossia un incremento di tasse che evidentemente ritengono insostenibile in questo periodo che li sta vedendo ripartire, molto più brillantemente dell’Europa e grazie anche alle manovre espansive della FED di Ben Bernanke prima e Janet Yellen poi, dopo una dura crisi economica.

Appena pochi giorni dopo (06-07/12) invece, è stata la Merkel in un’intervista al tedesco Die Welt a riportare tutti con in piedi per terrà affermando che la Commissione ha riscontrato che quanto fatto da Italia e Francia non è sufficiente ed ha aggiunto che lei è dello stesso parere prendendo atto che i due paesi sono nel bel mezzo di un processo di riforme delle quali i risultati hanno ancora a venire. Tecnicamente ha ragione, non ha detto nulla di nuovo rispetto alla Commissione, ha solo utilizzato una chiave di lettura differente, molto più tedesca, rispetto a quanto fatto in Italia. La stoccata del Cancelliere tedesco di certo è di quelle che lascia il segno ed  a distanza di poche ore, in occasione dell’Eurogruppo che ha dato il via libera politico alle note della Commissione UE sulle leggi si stabilità, è stato il Ministro delle Finanze Schauble ed edulcorare le parole della Merkel puntando l’attenzione sulle riforme che l’italia sta portando avanti e auspicandosi che a regime consentano di intraprendere un percorso più virtuoso. Il concetto è quello medesimo della Merkel: al momento i patti non sono stati rispettati e si attendono gli effetti delle misure adottate che ad ora risultano insufficienti. In ogni caso il passo falso comunicativo è stato riconosciuto ed anche il portavoce del Cancelliere, Steffen Seibert, ha smorzato i toni dichiarando che non sta alla Germania dire ad altri Stati come comportarsi e che il Governo tedesco riconosce l’impegno italiano nelle riforme. Il succo insomma non cambia, ma i rapporti idilliaci tra Renzi e Merkel sembrano incrinati ormai da tempo e fino ad ora ad averla vinta è stata la seconda.

Sempre dall’Eurogruppo anche il pragmatico Presidente olandese Dijsselbloem, pur riconoscendo l’oggettiva difficoltà della situazione italiana e l’impegno nelle riforme (ormai un leitmotiv), sottolinea che i vincoli non sono stati rispettati da Francia, Belgio ed Italia. Per quest’ultima a preoccupare è il debito e la correzione sul deficit di solo 0.1% PTI anziché di 0.5%, uno 0.4% che vale circa 6 miliardi e che dovrà essere recuperato entro marzo. Per fare ciò vi sono tre vie: aspettare gli effetti delle riforme già avviate; implementare nuove riforme o manovre aggiuntive; effettuare una nuova valutazione da parte della Commissione. Il Ministro Padoan ha smentito immediatamente le voci di una manovra aggiuntiva (non c’è da stupirsi, se non lo avesse fatto probabilmente importanti conseguenze di Governo si sarebbero avute) ed effettivamente non è ciò che richiede Bruxelles, il quale si limita a ricordare che a marzo il percorso di rientro di deficit e debito dovrà essere quello dei patti, i mezzi per raggiungere tale scopo sono liberamente in capo ai singoli stati membri, quel che conta è il numero finale. Evidentemente Padoan confida che ciò possa essere conseguito grazie alle riforme che stanno prendendo lentamente corpo. Il concreto Presidente dell’Eurogruppo ha anche rilanciato che non è sufficiente annunciare un piano di riforme ambizioso, ma esse devono essere attuate con rapidità e soprattutto devono fornire i risultati attesi, risultati che ad esempio sul Jobs Act non sono così condivisi unanimemente, a cominciare da Moody’s che non ritiene possa cambiare il livello occupazionale nel breve termine (e marzo è breve termine).

Non ha mancato di far sentire la propria voce anche il Neo-Commissario UE Jean Claude Juncker. In un’intervista alla testata tedesca FAZ, forse mosso dall’impeto di compiacere Germania e Merkel, ha tuonato che se Italia e Francia a marzo non presenteranno misure soddisfacenti e risultati concreti andranno incontro a conseguenze spiacevoli (quasi una minaccia), salvo poi aggiungere che in questa fase si deve dare fiducia ai due paesi ed a marzo verificare se tale fiducia sia stata disattesa o meno. L’invettiva grave e fuori luogo per i toni è emblematica delle posizione di Juncker che ha ulteriormente rincarato la dose suggerendo ad Italia e Francia di non lamentarsi poiché erano da procedura di infrazione e se questa non è stata applicata è stato merito delle sue posizioni. Una decisione della Commissione tutta politica insomma, perché a livello strettamente burocratico ed economico la procedura di infrazione avrebbe dovuto essere aperta.

Infine anche Draghi e la BCE han proferito parola sull’Italia decendo che per mantenere credibilità sui mercati devono essere portate avanti le riforme ed anche i patti europei non devono essere violati.

Si evince chiaramente dal sapiente palleggio tra Merkel e Schaeuble, dalle dichiarazioni di Dijsselbloem, da quelle di Juncker e della BCE che la trazione europea dei prossimi mesi continuerà ad essere quella orientata a far rispettare in modo deciso i trattati e, nonostante le circostanze di eccezionalità che fanno parte dei patti stessi e la cui presenza non può essere più negata, il margine di flessibilità che potrà essere concesso è esclusivamente quello dei trattati stessi. Allentamenti simili però proprio per le somme in gioco e per la situazione gravemente compromessa hanno dimostrato di non essere sufficienti e ben poche speranze vi sono che possano smentirsi nell’immediato futuro.

Un primo banco di prova importante è rappresentato dal caso greco. In questa sede fin da subito si disse che salvare lo Stato Ellenico sarebbe costato molto meno che imporre rigidi paletti ed il duro commissariamento della Troika. Adesso alcuni parametri economici sono migliorati, ma al prezzo di un alto disagio sociale, povertà diffusa, privatizzazioni imposte senza che le condizioni di mercato fossero coerentemente proficue, taglio stipendi statali e pensioni, aumento IVA e riduzione dei servizi di welfare (la sanità è di fronte a gravi problemi), tanto che a breve si terrà l’elezione anticipata del presidente della Repubblica che potrebbe causare, qualora dopo tre votazioni (17-23-29 dicembre) non venisse raggiunto l’accordo, la caduta del Governo e nuove elezioni. Il favorito è Tsipras del partito di sinistra Syriza che chiede l’abbandono del programma della Troika, è deciso a non rispettare gli impegni presi con l’europa e ad andare verso un default con il non pagamento dei titoli di stato. Al paventarsi di questa ipotesi la borsa di Atene ha perso il 12% trascinando con se tutte le piazze del vecchio continente. La Commissione Europea è quindi di fronte ad una scelta: o fermare il piano della Troika che prevede altri rincari dell’IVA, delle accise ed ulteriori tagli, “abbonando” una somma complessiva relativamente irrisoria di circa 2.5 miliardi di €, oppure proseguire dritta, rigida ed inflessibile lasciando campo libero all’ascesa di Tsipras.

La somma in gioco come si evince è sostenibile, ma quello che preoccupa è il precedente che poi potrebbe volersi veder applicato anche in Italia con numeri di un altro ordine di grandezza. Analizzando la situazione anche l’ascesa di Tsipras potrebbe comportare un precedente, forse anche peggiore, cioè l’uscita di un paese dall’Euro, fino ad ora neppure ipotizzabile. Effettivamente se Syriza andasse al governo e Bruxelles continuasse su posizioni oltremodo rigoriste, in ultima istanza si potrebbe giungere anche ad una rottura definitiva e drammatica per l’economia mondiale non tanto per i denari in ballo, quanto per la definitiva scomparsa dell’Eurozona come entità credibile e stabile. Il piano di ristrutturazione del debito t proposto Syriza andrebbe a concentrare la maggior parte delle perdite su BCE e ESM (maggiori detentori di Bond ellenici dopo la ristrutturazione del debito già avvenuta) dei quali la Germania e la BuBa sono maggiori azionisti e contribuenti. A detta del leader greco invece l’8% dei titoli in mano a cittadini privati sarebbe protetto. Per l’Europa la posta in gioco è molto alta ed i tempi per decidere, contrariamente a quanto avviene di solito in contesti istituzionali dove si medita spesso più del dovuto, pochissimo.

L’Italia ha una situazione piuttosto critica, ancora non a livello greco, ma la strada è simile. Gli ultimi dati sulla produzione industriale rilevano -0.1% per ottobre e -0.3% su base annua. Fermo restando che, e lo abbiamo ripetuto miriadi di volte, vanno portate a termine le riforme (più perché non possiamo permetterci uno Stato così inefficiente, burocratico e cieco davanti alle necessità dei cittadini, dei lavoratori e degli imprenditori) dando priorità a tutto quello che può avere un impatto immediato sull’economia e sull’attrazione degli investimenti e si deve tagliare drasticamente la spesa pubblica improduttiva rivedendo tra le altre cose le spese per le regioni, per la sanità (non servizi sanitari), il concetto di ammortizzatori sociali e la struttura del sistema pensionistico e previdenziale eccessivamente penalizzante per alcuni (come artigiani e commercianti, giovani, precari e via dicendo). E tutto va fatto assieme, in poco tempo, perché parla bene Squinzi quando dice che, se dal suo punto di vista il Jobs Act è un buon provvedimento, esso da solo può far poco per attrarre gli investimenti necessari ed invertire il ciclo economico. In fondo senza domanda manca anche una richiesta  consistente di lavoro (lasciando perdere alcuni lavori di nicchia sempre richiesti).

Ciò si inserisce, e BCE ed UE guardano attenti anche questi aspetti, in uno scenario politico sempre più traballante e fluido, con manifestazioni sindacali importanti, rotture interne al PD ed alla sinistra tali da mandare in minoranza il Governo per due volte negli ultimi due giorni ed anche il patto del Nazareno sembra sempre meno solido, con voci su possibili elezioni anticipate a maggio 2015 costantemente smentite, ma sempre più presenti sulla bocca dei politici. Condizioni simili sono tutt’altro che vicine a quanto auspicato dal presidente Napolitano da Torino al forum di amicizia italo-tedesca, ove, molto commosso, stanco e provato fisicamente ha richiesto in Italia ed in Europa maggior cooperazione ed unione, evitando i particolarismi (ed il fatto che parlasse faccia a faccia col suo omologo tedesco è significativo) e le tendenza all’isolazionismo che possono comportare derive nazionaliste pericolose e già ampiamente presenti. Dalle parole del Presidente Napolitano, forse le ultime del suo mandato, si evince un reale timore per le sorti dell’Unione Europea e forse anche questo motiva la scelta di lasciare il suo incarico.

Lo scenario dunque non è buono neppure in Europa e tutti gli istituti, inclusa la BCE, rilevano rallentamenti della dinamica di crescita che risulta peggiore del previsto e che potrebbe essere compromessa.  Ciò che è stato fatto: i trattati, la flessibilità, la politica monetaria, le riforme dei singoli Stati, è risultato non sufficiente.

E’ chiaro che vada voltata pagina e se lato Italia l’impegno deve essere sulle riforme, va detto che la Commissione e Bruxelles devono impegnarsi, con la crisi greca come prima tappa da gestire, ad abbandonare l’austerità imposta con pochi risultati fino ad ora e concentrasi ad elaborare immediatamente una strategia che possa ammettere anche temporaneamente la sospensione dei patti e dei vincoli. Il Piano di investimenti di Juncker lascia più di un dubbio, e viviamo il paradosso che agli Stati che avrebbero bisogno di spendere per investire (come l’Italia) non è concesso per via degli stessi patti; a quelli che dovrebbero investire perché possono permetterselo, come la Germania, non gli viene imposto; ovviamente i privati valutano attentamente se investire in un territorio con prospettive così incerte come l’Europa quando altre zone del mondo sono ben più attrattive.

Infine anche la BCE deve rilevare che il suo compito non è stato assolto. In prima istanza l’intermediario finanziario rappresentato dalla banche ha assorbito tutta la liquidità iniettata distraendola dall’economia. Molto, troppo, lentamente sono state implementate misure volte ad iniezioni di capiteli verso le imprese in modo vincolato in parte attraverso cartolarizzazioni di bond corporate ed in parte attraverso le banche: ABS e TLTRO, sui quali la Germania ha mosso critiche. Attualmente, a causa di un mercato di bond aziendali poco liquido in Europa e per via dei timori delle banche a chiedere prestiti per la poca richiesta creditizia e per gli stess test europei, la risposta a queste misure si è rivelata più fredda del previsto. Il risultato di simili lentezze è stato un Euro fortissimo fino a pochi giorni fa che ha ostacolato le esportazioni e una inflazione sempre in discesa, in alcune zone già negativa, lontana anni luce dal 2% obiettivo. Nonostante questo ancora non viene definito nei tempi e nei modi (pur avendo iniziato a parlarne) dalla Banca Centrale Europea un piano di acquisto diretto di titoli di stato, un QE nella più classica delle accezioni.

Detto in tutta sincerità e per quanto può contare questo parere trovo quantomeno complesso che l’Italia riesca a fare entro marzo ciò che, sia per colpe che per circostanze contingenti, non è stato possibile fare fino ad ora, così come che Europa e BCE abbiano davvero intenzione di approcciarsi diversamente a quanto sta accadendo. Infine anche il fare squadra all’interno di tutta l’Unione e le sue istituzione, quindi Paesi Membri, Commissione, Eurogruppo, BCE ecc, per persegue quegli obiettivi comuni ricordati, per prendere l’ultimo esempio, da Napolitano e che richiamano i valori dei padri fondatori, sembra più un’utopia che una realtà.

11/12/2014
Valentino Angeletti
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Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica?

Pare proprio che ci siamo. Con una nota ufficiale il Quirinale ha definitivamente posto nero su bianco il fatto che il Presidente della Repubblica non ha assoluta intenzione di dimettersi prima di fine anno, il che coincide con la fine della presidenza italiana in Europa la quale ha contribuito in modo decisivo alla scelta di Napolitano di accettare un nuovo e stancante mandato che pure aveva anticipato non avrebbe portato a termine. La nota però lascia anche intendere che dopo il 31/12 le dimissioni saranno questioni di giorni.

Pensare che il Presidente, nonostante la stanchezza comprensibile perché a giugno prossimo gli anni saranno 90, perché la carica che ricopre è sempre e comunque di responsabilità e richiede estrema lucidità in ogni frangente e perché gli ultimi anni della politica italiana hanno gravato ed incrementato in modo quasi singolare il lavoro della prima Carica dello Stato, avesse potuto dimettersi prima del 31 dicembre era veramente improbabile ed azzardato. Un annuncio formale contenente anche le tempistiche potrà avvenire o attorno a metà mese con il saluto alle alte cariche dello stato oppure proprio nel discorso di auguri alla Nazione di fine anno. Alcune voci, che tra l’altro lo danno sempre più stanco (e riteniamo che proprio la stanchezza e l’alto livello di responsabilità, la lucidità necessaria giorno e notte, siano i moventi delle dimissioni anticipate benché i giorni scorsi ci sia stata una corrente giornalistica speculativa che parlava di malattie piuttosto che di timori per tempeste economiche quasi già pianificate), asseriscono che il presidente non presenzierà alla giornata della memoria del 27 gennaio dedicata alla Shoah alla quale è particolarmente legato, è pensabile quindi che la data di abbandono per un ritrito a vita privata in Via dei Serpenti possa avvenire tra il primo ed il 27 gennaio con tutta probabilità più verso la seconda metà del mese. A quel punto subentrerebbe ad interim il Presidente del Senato Grasso.

Nella nota si legge anche che la decisione sarà completamente autonoma esulando totalmente dalla dall’attività di Governo e dall’esercizio della funzione legislativa. In sostanza svincola le dimissioni dalla fase politica in atto.

Questa presa di posizione lascia aperte almeno due chiavi di lettura: la prima è indubbiamente la volontà del Presidente di non bloccare in in una sorta di bimestre bianco l’attività Parlamentare che vorrebbe invece vedere convergere rapidamente verso una fase più concreta del processo riformatore nel minor tempo possibile, né anticipare oltremodo le manovre e gli accordi per la ricerca di un successore; la seconda (che del resto avevamo già anticipato: link) riguarda la sua delusione rispetto a come si è evoluta la situazione politico economica italiana da quando accettò il secondo mandato nell’aprile 2013.

Contrariamente alle dimissioni, l’accettazione del secondo mandato aveva invece una connotazione strettamente legata alla fase politica allora in atto. Infatti Napolitano si sacrificò proprio per cercare di contribuire al processo di riforme ed alla presidenza italiana di turno in Europa, soprattutto avrebbe voluto vedere conclusa la legge elettorale e le riforme istituzionali/costituzionali, dopodiché avrebbe lasciato il Quirinale. Il suo mandato è stato totalmente politico e nonostante la Nota Qurinalzia lo sono anche le sue dimissioni e testimoniano, oltre alla stanchezza senza la quale forse avrebbe provato a resistere, che nel tempo intercorso non sono stati raggiunti i risultati attesi ed il Presidente non è nello spirito di attendere ancora. Una sconfitta della politica.

Facendo una rapida analisi molte delle riforme istituzionali che riteneva prioritarie, alcuni da anni come quella elettorale, sono ancora al palo, ostaggio dei rapporti di forza tra i partiti, degli accordi e dei negoziati che ognuno vorrebbe a proprio vantaggio col risultato del blocco. Si potrebbe pensare che questo rallentamento nel riformare le istituzioni siano state conseguenti ad una maggior attenzione al lato economo ed alle riforme più prettamente riguardanti la crescita e l’attrazione di investimenti, come la defiscalizzazione, la sburocratizzazione, il taglio del cuneo fiscale, il sostegno a famiglie ed imprese, la spending-review e via dicendo; invece no, gran parte delle riforme necessarie e note da tempo non sono state portate a complimento se non in prima lettura e comunque sempre faticosamente oggetto di scontri aspri. Nel mentre i dati economici non hanno bisogno di essere ricordati, perché anche in questa sede si possono andare a ricercare facendosi così un’idea dello stato del paese, ed anche l’ultimo dato diramato dall’ISTAT sul PIL del Q3 2014 a -0.1% non fa eccezione, andando a portare la previsione sul PIL a fine anno a -0.5%, davvero ben lontano rispetto alle stime di crescita 2014 date all’insediarsi del Governo Renzi, il 22 febbraio 2014, dallo stesso Premier e dal Ministro dell’Economia Padoan che parlavano di +0.8% definito prudenziale con l’aggiunta della locuzione “vi stupiremo”, a testimonianza che i corsi economici non si invertono a comando o per volontà divina e quand’anche venissero raddrizzati hanno tempistiche tecniche e fisiologiche per dare i frutti. Anche i dati sull’occupazione non migliorano, del resto è dimostrato che l’occupazione presenta un ritardo rispetto alla crescita ed all’aumento del PIL di circa 12-18 mesi ed inoltre necessita di un incremento stabile del prodotto interno lordo attorno ad 1.2-1.5% affinché la condizione non sia poco più che un dato provvisorio. Anche i consumi interni non riescono a riprendersi, complice il livello di tassazione cresciuto in 18 anni del 44% a fronte di un aumento degli stipendi del 19% che si azzera per effetto dell’inflazione (altro problema a livello europeo), nè il debito migliora puntando al 133.8% per il 2015.

Anche l’unione e l’unità di intenti tra i partiti e le forze politiche affinché agissero nel più ampio consenso per il bene del paese e per la rapidità dell’azione riformatrice auspicate, quasi ordinate, dal Presidente Napolitano all’atto del suo secondo mandato, non si sono verificate, anzi hanno subito una escalation sia tra differenti partiti che internamente alle medesime forze politiche (PD, M5S, FI nessuno fa eccezione) e l’elezione dei giudici della consulta ne costituiscono solo uno dei numerosi esempi. Parallelamente la situazione sociale è peggiorata, il malcontento e la sfiducia dei cittadini alla luce delle altissime aspettative poi disattese sono aumentati (vedi lotta per la casa, scontri di piazza, Tor Vergata) ed anche i rapporti Governo-Sindacati sembrano molto precari, nel peggiore dei casi irrecuperabili (CGIL-FIOM). Ciò ha comportato l’acuirsi di un pericoloso sentimento di intolleranza verso il diverso additato di essere causa dei mali che sfocia in episodi di xenofobia, nazionalismi, di anti europeismo convinto, manifestato alla urne col crescente consenso alla Lega, o meglio a Salvini che ha modificato radicalmente il Carroccio adesso molto più vicino, non a caso suo alleato, allo schema del Fronte Nazionale di Le Pen che punta all’Eliseo parigino. Il pensiero che ha comportato i voti della Lega (personificata da Salvini) è stato sostanzialmente il medesimo che ha dato la vittoria schiacciante a Renzi alle europee del maggio scorso, ossia la scoraggiamento, la sfiducia e la ricerca di un’ultima spiaggia (che a ben vedere ne presenta sempre una dopo ancora più ultima).

Passando a livello Europeo quella che doveva essere una corsa verso una UE dei popoli si è dimostrata poco più che un lento incedere barcollante. Napolitano crede nell’Europa Unita come entità di popolazioni coesa e cooperativa, non solo stretta da una moneta e qualche legge formale in cui le realtà dei vari stati nazionali sono quasi esclusivamente attente ai propri vantaggi e senza alcuna volontà di condivisione di rischi e benefici. L’austerità propugnata fino ad ora va direttamente in quel senso: divide invece di unire, porta anti-europeismi invece che sentimento di appartenenza, aumenta le disuguaglianza sociali invece che livellarle verso un benessere comune. La BCE non ha saputo agire efficacemente nonostante l’esempio USA e forse Draghi è stato limitato nel suo operato dalle pressioni di Berlino, maggiore azionista dell’istituto di Francoforte, tanto che non è riuscito ad arginare la diminuzione dell’inflazione e sostenere l’economia reale in modo diretto. Anche il piano investimenti di Juncker da 315 miliardi teorici lascia più di un dubbio perché presuppone interventi privati per una leva di 15 in una zona a bassissima crescita e con scarse possibilità di una rapida inversione di tendenza rispetto ad altre parti del mondo (Link: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo). Infine come presidente del semestre Europeo l’Italia ha lasciato ben pochi segni; tale incarico prevedeva sostanzialmente la sola possibilità di dettare le priorità dell’agenda, nessun potere decisionale, ma complice le elezioni ed il lento insediamento della nuova Commissione completato in questi giorni, è stato solamente possibile convenire sul fatto che l’Europa avrebbe dovuto concentrarsi su crescita, occupazione (giovanile in particolare),  trovare nuove vie per attrarre investimenti nei settori più strategici (infrastrutture, energia, tlc, digitale) ed abbandonare la totale austerità per un approccio più flessibile senza però darne dettagli. A ben vedere nulla di quanto non si senta ribadire da più parti (anche in questa sede) almeno dal 2011.

Alla luce di simili evidenze, tutt’altro che celate o difficili da comprendere, è facile pensare ad una delusione e voglia di staccare da parte del Presidente in carica che sicuramente non può non pensare anche all’eventualità, pur remota ma che di certo non vuole essere Lui a dover gestire, di uno scioglimento anticipato delle Camere. Di qui la decisione di concludere il semestre di presidenza, come aveva già detto nel febbraio 2013, per poi lasciare, avendo di fatto visto concluso solo l’impegno che si era dato per se stesso, vale a dire il termine del turno di presidenza, ma senza che la politica sia riuscita ad assolvere nessuno di quelli (leggi riforme) che il Presidente aveva caldamente assegnato. Sotto questo punto di vista le dimissioni in un contesto simile non possono che essere interpretate come una sconfitta della politica stessa che non è stata in grado di adempiere alla richiesta di responsabilità intimata perentoriamente dal Presidente.

La speranza nutrita da Napolitano, della quale la nota del Quirinale è testimonianza, sul non voler anticipare gli accordi e le manovre sulla sua successione per non turbare i lavori parlamentari, rischia di nascere già infranta. Manovre ed accordi sono già in atto tra i palazzi. Sherpa e teste di ponte stanno vagliando varie ipotesi: fuori usciti dal M5S in sostegno al PD che si svincolerebbe dalla minoranza interna e dal patto del Nazareno, FI e Berlusconi che vorrebbero procedere alle riforme (elettorale in primis) solo dopo la rielezione del nuovo inquilino del Quirinale così da non perdere il loro potere negoziale, il M5S che con alcuni portavoce si dice disposto a ragionare col PD su nomi comuni mentre con altri smentisce tali ipotesi, il Presidente Grasso che esprime la necessità di dover trovare fin da subito un nome che goda di ampio consenso per non essere impreparati al momento delle votazioni velocizzando così i tempi, il Premier che vorrebbe un nome importante ma al contempo di poca forza e non inviso alla politica ed all’economia (ultimo nome Muti padre) in modo da avere più potere in stile tedesco, altri preferirebbero un nome politico come le frange del PD (e Prodi sarebbe il primo della lista), altri ancora una personalità economica.

Dal mio punto d’osservazione starebbe bene qualcuno in grado di comprendere e gestire questa fase economica del calibro di Draghi, che nonostante le inespresse volontà tedesche e nordiche, difficilmente abbandonerà il delicato ruolo in BCE proprio in prossimità dell’uso di altre armi non convenzionali (forse addirittura i QE tanto odiati dalla Germania) e proprio ora che il Governatore ha dichiarato la necessità di una condivisone dei rischi sovrani all’interno dell’area euro. Alternative potrebbero essere Ignazio Visco Governatore di Bankitalia oppure Franco Bassanini presidente CdP, senza mai dimenticare Prodi la cui indiscussa esperienza e lungimiranza in campo economico, la conoscenza delle istituzioni, l’autorevolezza e la stima di cui gode in Europa e nel mondo non dovrebbero essere sacrificate a priori per la sua appartenenza politica.

Ci siamo dilettati nel fare qualche nome, ma è giusto interrompere questo gustoso esercizio perché ancora il tempo delle nomination è lontano, tanti se ne sentiranno e tanti verranno bruciati, del resto si sa che i menzionati anzitempo sono anche i primi a finir fuori dalla rosa degli effettivi candidati.

Link
Elezioni regionali: vince il PD assieme all’astensionismo. La democrazia non gioisce.
G20 di Brisbane tra Economia, Geopolitica, Clima cioè nulla di nuovo, stallo, rinvii
Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è
Quella (in)flessibilità non sufficiente alla crescita
Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza

01/12/2014
Valentino Angeletti
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Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è

Nell’era della comunicazione digitale, del flusso continuo di notizie, tanto da relegare con tutta probabilità la carta stampata alla funzione di approfondimento ed inchiesta in un futuro non lontano, dell’amore sacrosanto per la libertà di stampa, di espressione e di informazione, sarebbe stato auspicabile che sul Patto del Nazareno almeno una nota, una breve relazione, un mini-sito, una specifica o qualche opendata fossero stati divulgati, invece nulla, il grande pubblico degli elettori e dei cittadini allo scuro di tutto. Di certo si sa che l’argomento cardine, ma forse non l’unico, dell’incontro di qualche ora fa è stato l’Italicum e la nuova legge elettorale. A seconda delle versioni considerate si può capire che l’accordo c’è, oppure che è parziale o addirittura traballante, insomma, tutto ed il contrario di tutto. Con relativa sicurezza possiamo intendere che ci sia stata conversione verso la soglia di sbarramento al 40% (+3% rispetto alla precedente) e verso la possibilità di esprimere preferenze per i membri della lista il cui capo rimarrebbe invece bloccato. L’assegnazione del premio alla coalizione o al partito e la soglia di sbarramento (forbice ipotetica da 3% ad 8%)  saranno invece temi da dirimere in ambito parlamentare, con un Renzi relativamente poco interessato a questi aspetti, un Berlusconi aperto alle possibilità di soglia bassa e premio al partito oppure soglia alta e premio alla coalizione in modo da incardinare i piccoli partiti di centro destra a FI e le forze politiche più piccole come NCD, SEL, Scelta Civica, in parte Lega che si accaniranno per strappare una soglia di sbarramento congrua al loro presunto bacino elettorale.

Immediatamente dopo l’incontro “Renzi – Berlusconi” si è tenuta anche una direzione straordinaria del PD, convocata d’urgenza e criticata da molti esponenti della minoranza interna proprio per la frettolosità, in cui il Premier e segretario ha fatto il punto escludendo ogni tipo di votazione in merito al suo operato in quanto tutto perfettamente conforme al suo mandato. Ciò non è piaciuto alle fronde che precedentemente incontratesi potrebbero avere intenzione di battagliare e non votare l’assai probabile fiducia al Jobs Act, alla legge di Stabilità ed alla legge Elettorale appunto. Un passaggio ritenuto importante dal Premier è quello delle tempistiche dell’Italicum: votazione in Senato entro dicembre e passaggio alla Camera entro marzo. Sempre entro l’anno Matteo Renzi vorrebbe concludere anche il percorso del Jobs Act e della legge di Stabilità anche tramite voto di fiducia, ambedue terreni scivolosi tanto internamente ai Dem stessi che rispetto agli avversari politici. Il Premier e Segretario PD, facendo una considerazione sulla situazione economica dell’Italia e dell’Europa, ha identificato come decisivi, nel bene o nel male, i primi tre mesi del prossimo anno.

In realtà per l’Italia la data in qualche modo potenzialmente decisiva sarà ben prima, il 24 novembre quando la nuova Commissione si pronuncerà ufficialmente sulla legge di Stabilità italiana. A valle del report relativo a possibili squilibri macroeconomici, sull’Italia e sulla legge ex finanziaria presentata a Bruxelles sono rimaste perplessità che mantengono il nostra paese sempre ai primi posti nelle attenzioni dell’UE e dell’economia mondiale. In particolare nel documento mancano i dettagli sulla spending review e le tempistiche delle privatizzazioni per giunta trattate parzialmente (ENI non è menzionata, evidente sono i ritardi di Enav, Poste, ed FS e Fincantieri non ha sortito i risultati sperati), ricordando che essi sono stati due capi saldi dei nostri propositi nei confronti dell’UE finalizzati all’abbattimento del debito (dato che più preoccupa) e riduzione della tassazione; le riforme andrebbero anche nella giusta direzione, ma i tanti arretrati in attesa di decreto attuativo rischiano di creare un’ingorgo bloccante delle istituzioni, inoltre la macchina italiana è intrinsecamente lenta e ciò, non sfuggendo ai vigili uffici di Bruxelles, pone dei dubbi sul rispetto delle tempistiche; molte entrate sono o dovute a misure retroattiva o basate su potenziali introiti futuri (come lotta all’evasione) e le stime previsionali su cui si basa la legge di stabilità rischiano di essere sovrastimate, come accaduto regolarmente fino ad oggi: ad esempio il PIL di +0.6% per il 2015 alla base dei calcoli della Legge è già stato rivisto da alcuni istituti (Moody’s ha proposto una forbice tra -0.5% e 0.5%… abbastanza risibile se si considera che vale 1% di scostamento nel range dei valori più probabili, come dire gli piace vincere facile… S&P mette in guardia l’Eurozona dal terzo anno di recessione) e non sembra facilmente raggiungibile alla luce degli scenari macroeconomici internazionali. Infine Moscovici, il nuovo commissario agli affari economici e monetari e facente capo al VP Katainen, non ha negato che verrà valutata la richiesta di un aggiustamento tra lo 0.2% e lo 0.4% circa. Rimane quindi da attendere il 24 per il pronunciamento ufficiale, se però la richiesta di aggiustamento dovesse pervenire, e stando a quanto detto dall’ex Ministro delle finanze francese sono in ballo tra 3.2 e 6.4 miliardi, le risorse dovrebbero essere trovate andando ad attingere ulteriormente alle clausole di salvaguardia che includono tra le altre l’aumento dell’IVA e nuove accise tra alcol, tabacchi, benzina e nel caso peggiore non basterebbero. Un bel problema se consideriamo lo stato del paese in cui il disagio sociale è evidente, la disoccupazione ancora dilagante ed anche il sentimento di sfiducia sta tornando prepotentemente a livelli molto alti sfociando spesso in episodi di intolleranza. Gli scontri di piazza e gli episodi violenti cominciano ad essere troppo frequenti e sono causati da vertenze aziendali (AST di Terni), come protesta (intervento di Draghi all’Università di Roma Tre in occasione del centenario della nascita dell’economista Federico Caffè), la questione irrisolta da anni delle case occupate che sembra ormai stia per esplodere, i dissesti idrogeologici, gli scioperi (il prossimo il 5 dicembre indetto dalla CGIL proprio in concomitanza dei dati record sulla cassa integrazione) tutti problemi che per essere risolti necessitano di pianificazione, investimenti e capacità di reazione rapida, debolezze importanti che non si può nascondere essere tutte colpevolmente assenti nel nostro paese, tanto che ora i nodi vengono al pettine.

Con una lettura simile, che non vuole essere pessimista, ma semplicemente realista e per verificarla basta fare un giro nel paese, uno di quei giri che la nuova politica avrebbe dovuto mettere la centro del proprio operato per indirizzarlo ed avvicinarlo ai cittadini, anche se il Premier riuscisse a rispettare le date stabilite su legge elettorale, Jobs Act e legge di stabilità è evidente che lo scenario non potrà in ogni caso migliorare. Le importanti riforme non sono in grado di portare benefici nel breve-medio periodo ed anche quella sul lavoro pur supponendo che comporti un incremento dell’occupazione necessita di svariati mesi per i primi risultati. Ulteriori ritardi potrebbero essere causati da una eventuale elezione del Presidente della Repubblica qualora decidesse le sue dimissioni e se un precedente è l’elezione dei giudici della Consulta non lascia margini di ottimismo. Il patto del Nazareno ha una indubbia valenza politica finalizzata a rafforzare la leadership del Premier e ad allontanare lo spettro infausto per la disorganizzata FI e per Berlusconi delle elezioni anticipare tanto da renderlo propenso ad accettare qualsiasi compromesso con Renzi, forse anche qualche nome per il Quirinale. La calendarizzazione e le azioni proposte però rimangono dai risultati troppo lenti rispetto a quanto richiesto.

La situazione casalinga si inserisce in un contesto Europeo ancora debole, Draghi parlando da Roma ha ribadito che il livello di disoccupazione non è sostenibile ed ha confermato la disponibilità della BCE ad utilizzare altre misure non convenzionali qualora si rendesse necessario. Lo scenario che la BCE prevede, pur avendo tagliato di 0.2% -0.3% le stime di crescita dell’ Euro-Zona attestandole per il 2014 a 0.8%, a 1.2% e 1.5% rispettivamente per il 2015 e 2016,  è un ritorno ai livelli del 2012 con inflazione in rialzo per poi stabilizzarsi nell’intorno del target 2%. In sostanza il Governatore ha annunciato la solita disponibilità espansiva, che suole però concretizzarsi in ritardo sortendo benefici di molto inferiori rispetto a quanto avrebbe potuto. Del resto, pur non avendo i dati di cui dispongono i tecnici di Francoforte, pensare ad un ritorno dell’inflazione al 2% ed una ripartenza degli investimenti non è semplice e personalmente sarebbe il caso di una azione congiunta e sinergica tra BCE ed UE per utilizzare la politica monetaria al servizio degli investimenti.

A ridurre le stime è anche S&P ipotizzando un terzo anno di recessione per l’area Euro con conseguente ripercussione sull’economia mondiale, un ritorno dell’occupazione ai livelli pre-crisi nel 2019, una domanda di energia pre-crisi solo nel 2020 ed auspicando un’ulteriore espansione monetaria entro fine 2014.

A Bruxelles l’aria che tira non è delle più piacevole con l’esplosione del caso Lux Leaks ed il tema dell’elusione fiscale e del tax ruling a coinvolgere Juncker, il quale sottolinea che la vicenda non è nuova e che non vi fu nulla di illegale. Nei fatti così è, a meno di una lontana ipotesi di aiuti di stato, ma la domanda da porsi e veramente delicata è se a livello etico e morale sia corretto che colui che ha avuto un comportamento simile possa essere a capo della Commissione europea, andando proprio in questi giorni a ribadire e richiedere norme per l’armonizzazione fiscale e la trasparenza bancaria volte a combattere all’interno dell’UE elusione e competizione fiscale delle quali il Lussemburgo con Juncker come braccio armato ha per anni goduto arricchendosi.

Che l’Europa sia rimasta l’anello debole dell’economia mondiale è evidente e questa condizione potrebbe essere acuita dai patti emersi dal meeting APEC delle economie del pacifico. L’accordo commerciale tra USA e Cina sull’abbattimento delle tariffe su prodotti tecnologici potrebbe ampliare enormemente il mercato cross-pacifico riducendo così il peso europeo. Analoghi effetti potrebbe avere il lento e segreto negoziato USA-Cina sul clima che pone le basi per accordi sulla riduzione delle emissione id CO2 del 26-28% nel 2025 per gli USA, mentre la Cina dovrà ridurre il picco (che non vuol dire necessariamente una riduzione delle emissioni complessive) di gas serra entro il 2030; tali tempistiche, che quasi ignorano l’impellenza del problema da affrontare subito, fanno si che alti livelli produttivi ad impatto ambientale non trascurabile possano essere mantenuti ancora per anni facendo così a meno di un eventuale supporto europeo che una stretta sulle regole di sostenibilità ambientale avrebbe potuto comportare (le tecnologie verdi ed il knowhow europei ad esempio sono all’avanguardia). La Russia e la Cina poi si stanno avvicinando ulteriormente con accordi sul gas che Mosca deve vendere, possibilmente affiancando ai clienti storici ma “difficili” come l’Europa anche clienti assetati di materia prima ma meno propensi ad obiettare sulla geopolitica putiniana. Un accordo con l’Ucraina sul gas, anche grazie al supporto economico europeo, è stato trovato, ma le sanzioni a Mosca proseguono e nonostante ciò le tensioni nelle zone dell’est Ucraina stanno nuovamente aumentando.

Come ormai preoccupantemente di consueto, con una economia al palo non sembra che siano stati messi in campo gli strumenti adeguati, né che il programma di azioni rispecchi la gravità del contesto che necessiterebbe di precisione, concretezza dei risultati e rapidità. Da anni ormai sentiamo ripetere che il tempo è già scaduto e che si deve fare presto, ricordiamo un titolo a caratteri cubitali de il sole 24 ore, ma parole a parte ben poco si è davvero mosso nella giusta direzione col risultato che ora non c’è più margine di errore e se vogliamo effettivamente guardare in faccia alla realtà le chance di risalire la china sono ridotte al lumicino.

Se un tempo, all’epoca della prima rivoluzione industriale del 1800, sembrava che fosse l’uomo, il progresso e la crescita inarrestabile a scandire ed a surclassare i tempi degli eventi e della natura, adesso le parti si sono invertite e sono gli eventi e la natura a batter cassa, richiedendo un profondo cambio di passo e di rotta all’uomo ed alle sue convinzioni, uomo che al momento possiamo dire, senza timore di essere smentiti, totalmente inerme ed incapace di affrontare il mutamento rispetto al quale non può dirsi totalmente incolpevole.

12/11/2014
Valentino Angeletti
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Il Presidente Napolitano, stanco e forse deluso, verso le dimissioni?

Presidente-Napolitano... Saluta?L’ufficialità non c’è ed è bene non dare nulla per scontato, tanto più in un paese strano come l’Italia, ma sembra ormai piuttosto probabile che il Presidente Napolitano possa lasciare il suo incarico a fine anno. La notizia rimbalza da alcune ore sui giornali lanciata dal’editorialista Stefano Folli dalla sua nuova testata, Repubblica; l’Ufficio Stampa del Quirinale in una NOTA ha sottolineato, né smentendo né confermando, come il Presidente avesse posto limiti temporali al suo operato inferiori al corso naturale dell’incarico. Le occasioni per ufficializzare la decisione potrebbero essere il saluto alle alte cariche, attorno al 20 dicembre, oppure direttamente durante il discorso di fine anno.

Il percorso che ha portato alla rielezione di Giorgio Napolitano è stato più che travagliato e senza precedenti, quasi una supplica da parte della politica che non fu in grado di trovare un accordo condiviso su una personalità, pur essendone state presentate di autorevoli. Del resto anche l’elezione dei Giudici della Consulta ci stanno nuovamente mettendo di fronte ad una situazione, pur mantenendo le giuste proporzioni, simile.

Napolitano accettò, essendo così rieletto il 20 aprile 2013. Proferì un discorso molto duro nei confronti di tutti gli esponenti politici ed anticipò che, per via della sua avanzata età di 89 anni (90 il prossimo 29 giugno) e per l’energia necessaria a svolgere l’incarico di Presidente della Repubblica, avrebbe mantenuto il mandato per un tempo limitato. Non si sottrasse alla richiesta a causa della situazione politica caotica e per una congiuntura economica drammatica con il semestre italiano di presidenza UE non lontano, precisò, da europeista che ha visto nascere l’Unione quale lui è, che il semestre europeo sarebbe stato un momento importante per il paese e si auspicò, richiedendolo quasi esplicitamente al Governo, che da quel 20 aprile alla fine del 2014 fossero portate a termine importanti riforme costituzionali, istituzionali ed economiche. I fattori che lo hanno convinto furono dunque lo scompiglio politico, la criticità economica in Italia ed in Europa, il semestre di presidenza e la necessità di eseguire le riforme già individuate (da anni a dire il vero) nel modo più rapido e qualitativamente elevato possibile in estrema urgenza (termine leitmotiv di questi ultimi anni).

Il contesto non migliorò sotto nessun aspetto a parte qualche risultato puntuale ed il 17 febbraio 2014, cosa che probabilmente non avrebbe mai voluto, fu costretto a sciogliere le Camere e dare incarico a Renzi di formare un nuovo Governo, il seguente rispetto a quello del dimissionario Enrico Letta. Il nuovo Esecutivo, secondo della XVII Legislatura,  si insediò il 22.

Il Presidente Napolitano probabilmente già allora aveva intuito che il livello di riforme che avrebbe voluto trovare, al momento delle sue dimissioni sarebbe in realtà stato molto peggiore e forse si pose la conclusione del semestre come limite massimo del suo lavoro, del resto non poteva non essere data fiducia a Renzi, che con il suo crono-programma prometteva di rivoltare l’Italia come un calzino al ritmo del completamento di una riforma al mese.

Ora che dicembre è alle porte nuovamente la situazione è con tutta probabilità peggiore di quella che Napolitano si aspettava e sperava. L’economia stenta davvero a ripartire ed è condizione comune per tutta Europa; in UE non pare essere stata trovata quella sintonia e condivisione di approccio politico e monetario tale da riportare il cittadino al centro dell’Unione che a detta dello stesso Napolitano deve puntare a divenire unione di popoli mentre rimane incompleta area di moneta comune con tutte le distorsioni del caso, analogo si può dire per l’operato e la strategia della BCE, ripresa da più autorevoli parti per una azione più decisa e rapida. A livello interno però vi sono le maggiori delusioni, infatti è, oltre che alla fisiologica stanchezza, proprio il sentimento di delusione e rassegnazione che traspare dalle poche righe della nota stampa Quirinalizia.

A ben vedere ed al di là delle sempre bellissime e toccanti parole sull’importanza delle persone, della ricerca, dello stimolo all’innovazione, ogni riforma economica (le poche portate a termine) è stata sempre terreno di scontro, l’ultimo caso a dimostrarlo è il DL Sbloccaitalia; i dati ISTAT ed Eurosta (con la disoccupazione drammaticamente alta) ed anche la legge di stabilità han confermato la difficoltà del nostro paese che pur continua a mantenere la parola data in Europa la quale pare ancora molto sospettosa nei confronti dell’Italia; la spendig review, pilastro per reperire risorse e far comprendere all’UE le nostre buone intenzioni, e con lei tutto ciò che ne consegue dai centri unici di acquisto al taglio delle partecipate cronicamente in perdita, non è ancora stata affrontata ed il Commissario Cottarelli graditamente accompagnato all’uscio; la riforma del lavoro ha sollevato come prevedibile proteste con le parti sociali, divenute acerrime nemiche, ed il disagio della gente comune, dei disoccupati, dei precari ed esodati, dei lavoratori (tanti dei quali probabilmente ha percepito il bonus da 80€), dei pensionati, del pubblico impiego e degli autonomi sta sfiorando livelli pericolosi ed i mesi a venire saranno delicati sul fronte scioperi e manifestazioni, del resto, con quasi 5’000 € persi all’anno per i lavoratori dipendenti ed il rischio di povertà ed indigenza per un autonomo su quattro, non è possibile pensare altrimenti; le manifestazioni svoltesi hanno mostrato una tendenza violenta, talvolta xenofoba con un ritorno ad indicare il “diverso” come fonte di ogni problema dando adito all’estrema semplificazione di una situazione che forse è una delle più complesse dal 1900 in poi; in Italia l’antieuropeismo supera il 40% ed è hai massimi in Europa; le riforme istituzionali, vedi la modifica del Senato, sono state abbozzate, ma ben lungi dall’essere completate poiché dovranno passare ulteriori letture Parlamentari, saranno nuovamente terreno di scontro e passibili di modifiche e se entreranno in vigore non lo faranno nel migliore dei casi prima della seconda metà del prossimo anno; nelle province, benché “abolite”, si sono svolte elezioni di secondo livello e le gerarchie istituzionali in gran parte sono ancora in piedi; indicibili poi le 20 votazioni per l’elezione dei giudici della consulta, vicenda che ancora non ha trovato una conclusione mancando il Giudice esponente del centro destra e che ha sdegnato Napolitano stesso; infine la vituperata legge elettorale che da anni ci si prefigge di modificare, necessaria per garantire governabilità al paese e dare la possibilità al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere e rimandare ad elezione qualora necessario, ancora non c’è, tanto che attualmente si avrebbero due differenti leggi a regolare le elezioni per Camera e Senato.

La legge elettorale vorrebbe essere portata a conclusione in breve tempo e Renzi sta stringendo i tempi con conseguente scricchiolamento del patto del Nazareno con il tandem Berlusconi-Verdini e possibile avvicinamento al M5S.

Alla luce di ciò pare comprensibile che, un po’ sommessamente e senza vedere reali prospettive di miglioramento nel medio periodo, Napolitano sia spinto a lasciare, non volendo trovarsi di fronte ad una situazione che potrebbe richiedere lo scioglimento delle camere, atto che di sicuro non vuole essere lui a sancire.

Nonostante ogni parte, partito e personalità della politica sostengano, nelle dichiarazioni rilasciate al grande pubblico, che Napolitano sia la garanzia che serve e si augurino che continui a svolgere il suo mandato (e ciò dovrebbe far preoccupare il Presidente Giorgio perché i precedenti non sono confortanti), il toto nomi è già partito tra possibili donne, professori, economisti, ex Premier così come la giostra di possibili alleanze, patti segreti (PD-M5S contro FI ad esempio), tradimenti e franchi tiratori, tutto in estrema fluidità ed oscurità, ma chiaro nel dimostrare che i meccanismi i quali fin qui hanno imperato e regolato la vecchia politica sono ancora vivissimi a dispetto dell’evidente ed estremo bisogno di un minimo di collaborazione e condivisione di intenti quantomeno negli aspetti atti a garantire un corretto e regolare funzionamento delle istituzioni del paese.

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09/11/2014
Valentino Angeletti
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Tagliola fu, ma in nella cronica lentezza del dissenso

Dopo che ieri, primo giorno di voto in aula sugli emendamenti dalla riforma del senato che ha portato il bottino di due sole votazioni con bocciatura dei testi proposti, oggi è stato deciso che si ricorrerà alla tagliola, ossia alla contingentazione dei tempi, per arrivare al voto definitivo entro la pausa estiva dell’ 8 agosto.

Questa esigenza, che, sottolinea Zanda del PD, non è piacevole e sarebbe stata volentieri evitata, si è resa necessaria perché con un ostruzionismo ad oltranza il quale non consente né dialogo né confronto costruttivo e con 7850 emendamenti in ballo non ci sarebbe modo, pur utilizzando l’effetto canguro/domino, di giungere in tempi rapidi ad un voto finale.

Il dissenso di per se non va demonizzato, anzi e parte del processo democratico e migliorativo di una legge o di un provvedimento, ma deve avere l’accezione positiva del confronto e non nascondere dietro di se la volontà di non cambiare nulla, come si ha la sensazione che stia accadendo.

La determinazione di Renzi e del Governo nello sbrogliare il nodo delle riforme è evidente ed ammirevole è l’energia che il Premier ci mette, però non si può non constatare che in tal contesto di dissidenza generalizzata, mossa vuoi per motivazioni di dissenso puramente politico, vuoi per un atteggiamento conservatoristico e protezionistico di interessi particolari che pervade parte del PD, della maggioranza di governo ed ovviamente nelle opposizioni, così come tra altri elementi della società come aziende, enti pubblici, dipendenti di Camera e Senato e molti altri gruppi di interessi, è pressoché impensabile giungere entro breve termine alla soluzione del problema, pur con tutti i moniti del Presidente Napolitano che sottolinea la necessità di evitare gravi paralisi e pur con la proposta di lavorare ad oltranza, anch’essa altamente contestata, dalle 21 alle 24 nel mese di agosto, weekend inclusi.

Ad aggiungere lentezza e macchinazioni alle procedure si inseriscono poi la viscosità dei processi burocratici italiani che richiedono altri 3 passaggi in aula per una riforma come quella del Senato la quale potrà essere operativa non prima di qualche anno e la possibilità del voto segreto su 900 argomenti che acuirebbero sicuramente le divisioni dando adito a macchinazioni e mercanteggiamenti. Il risultato è che i lavori procedono a rilento, in modo non chiaro, infatti non c’è totale consapevolezza se si stia andando incontro ad un Senato di nominati o di eletti a volte a seconda dell’interpretazione del termine il Senato venturo potrebbe essere elettivo o nominativo. Una vicenda che ben rappresenta la monicelliana “supercazzola”.

La necessità della modifica della governance del paese, e lo si ripete per l’ennesima volta, è fondata poiché è necessaria una modernizzazione e poiché è  funzionale anche all’aspetto economico, ma non può, nonostante il lodevole zelo del Premier nel portare i risultati, sottrarre troppe energie ed arrivare a conclusione troppo tardi, perché in fasi economiche come quella in essere il non rispettare i tempi equivale a non centrare l’obiettivo.

La veritiera affermazione che non si è fatto nulla fino ad ora, perdendo colpevolmente anni, e che quindi qualche mese in più o in meno non sono la fine del mondo, perde di significato quando si devono fare i conti con una crescita in continuo ribasso, stimata in zero da Confindustria e dimezzata rispetto a tre mesi fa anche dall’FMI che l’ha allineata alle previsioni Censisi, Eurostat ed Istat di 0.3-0.2%, con consumi e produzione industriale che si muove sul filo dello 0 animando l’euforia quando sale di qualche decimale e buttando nella depressione quando si porta appena sotto lo zero senza considerare che nelle dinamiche reali oscillazioni simili non hanno impatto significativo se non quello di confermare il trend in essere, sfortunatamente per noi negativo. Anche le riforme più rivolte all’economia hanno subito uno slittamento rispetto al “cronoprogramma”, il Jobs-Act è rimandato a settembre, mentre le privatizzazioni hanno rallentato paurosamente, tanto che per far fronte al minor gettito derivato dalla collocazione in borsa di Fincantieri e dalle posticipazioni delle quotazioni di Enav e Poste si sta accelerando nella dismissione di circa il 30% di CdP-Reti che raggruppa importanti infrastrutture energetiche italiane (Snam ad esempio) in favore dei partner cinesi e si sta facendo sempre più concreta la collocazione di ulteriori quote di Eni ed Enel (gettito totale 6 miliardi) con relativa modifica della legge sull’OPA che abbasserebbe dal’attuale 30% al 20% (o 25% come richiesto dal governo) la soglia minima che garantirebbe il totale controllo. Modifica che fa parte del pacchetto DDL Competitività, domani 25 luglio in scadenza e che rischia di rimanere incompiuto.

La situazione è tale che il tempo per implementare misure, senza false illusioni efficaci nel medio periodo, equivale a raggiungere l’obiettivo, il ritardo è un fallimento, a maggior ragione quando l’Italia dovrebbe investire i prossime sei mesi per andare in Europa e dettarne l’agenda, partecipare alla “partita delle nomine”, trattare seriamente con pesanti investitori esteri senza lodarsi per aver ricevuto qualche briciola (come gli scorsi 500 milioni dal fondo del Quatar, per gli elargitori poco più di una mancia per una brava colf) cosa che evidentemente non può fare con piene forze se invischiata nella lotta ai conservatorismi interni.

Al momento, senza voler essere cattivi o troppo pessimisti la situazione è che: il paese non ha trovato quella temporanea armonia dell’accordo trasversale per far sollevare l’Italia da un periodo oltremodo difficile (anche a livello sociale e perciò la mancanza dell’accordo è ancora più grave) che si auspicava tempo fa; mostra dati economici inattesi e decisamente peggiori del previsto; le riforme proseguono troppo lentamente sul piano istituzionale ed anche su quello economico continuando a slittare; in Europa ancora non si è chiarito se il concetto di flessibilità è quello proposto da Padoan o da Katainen; un reale piano industriale e di investimenti pubblici che risponda alla domanda “dove vuole andare nei prossimi 40-50 anni il paese e soprattutto che mezzi vuole mettere in campo” non esiste ancora.

Pensare che di opportunità anche connesse al nostro semestre europeo ve ne sarebbero, ad esempio il nuovo pacchetto clima-energia europeo pone il nuovo obiettivo di risparmio energetico al 30% entro il 2030, insieme a una riduzione del 40% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990 e ad una quota di energie rinnovabili pari ad almeno il 27% del consumo totale di energia. Tutti campi in cui l’italia eccelle per competenze e tecnologie e dove potrebbe investire creando un importante indotto ad alto valore aggiunto e diventando per risultati oggettivi un esempio mondiale….. forse però per i fissati del Senato i reali problemi sono altri.

Vale sempre il solito quesito, pur in una situazione istituzionale complessa, con una legge elettorale a metà, le elezioni ed una conseguente forte maggioranza (che rimane una scommessa da vincere da parte di Renzi) potrebbe riuscire a sbloccare l’impasse?

el resto si disse tempo fa che il governo avrebbe avuto vita difficilissima dovendo sottostare a molti compromessi: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07-05-14

24/07/2014
Valentino Angeletti
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