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L’uscita di Verdini da Fi e lo schieramento in favore del Premier. Quali conseguenze?

Distogliendo un attimo lo sguardo dal panorama europeo, dove a catalizzare l’attenzione è la vicenda greca, e rivolgendolo all’interno dei confini nostrani, un elemento importante che ha caratterizzato la scena politica di questi giorni è stato senza dubbio l’uscita di Denis Verdini da Forza Italia.

Verdini è un “berlusconiano” di lungo corso, anche se, per la sua influenza, non faremmo torto a nessuno se dicessimo che forse è Belusconi ad essere stato un po’ verdiniano. Il factotum toscano è stato un pilastro di Forza Italia praticamente dalla sua nascita, fedelissimo al Cavaliere  e di estrema utilità al partito, che ha servito mettendo a disposizione tutta la sua rete di conoscenze, la sua indubbia influenza, nonché il suo acume politico. Verdini era stato uno dei principali sostenitori del patto del Nazareno, anche rischaindo di creare fratture interne con quegli esponenti di Fi che non avrebbero voluto trattare con Renzi. Da ciò si desume, una volta in più, la sua arguzia: egli aveva capito che Renzi in quella fase storica e per molti anni ancora, sarebbe stato il leader incontrastato, essendo scarno e disorganizzato il panorama degli oppositori. Nonostante ciò Verdini aveva anche intuito che probabilmente, per le politiche che era intenzionato a proporre e per la natura stessa, storicamente conflittuale, del PD, il Premier avrebbe avuto alcune difficoltà interne, cosa poi verificatasi, e quindi necessità di un supporto esterno. Il supporto sarebbe venuto proprio dal vituperato Patto del Nazareno. Rimane vero il vecchio adagio: “se non puoi sconfiggere il nemico, fattelo amico”. Se il Patto del Nazareno per le riforme fosse andato avanti indisturbato, Fi avrebbe potuto godere di spazi politici che i semplici numeri elettorali non le avrebbero mai messo a disposizione. Avrebbe potuto prendere tempo, sostenendo l’operato del Governo, per riorganizzarsi internamente, rinnovare i dirigenti, creare una linea politica attualmente assente, trovare un reale leader dal carisma e dalla verve comunicativa di Renzi (o prima di lui del Berlusconi dei tempi d’oro, del resto tra i due la somiglianza è lampante, quasi imbarazzante).

A rompere i piani di Fi si è palesata però l’elezione del presidente della Repubblica. L’appoggio di Renzi a Sergio Mattarella, osteggiato invece da Forza Italia e da Berlusconi in particolare, è stato il pretesto per sciogliere il patto. Da quel momento in poi sia il PD di Renzi che Fi si sono indeboliti, ma ad avere la peggio è senza dubbio stato lo schieramento di centro destra. Per il PD la rottura del Nazareno avrebbe comportato il dover lottare internamente, ed eventualmente cercare supporto esterno (ma NCD è forza di governo e sta ottenendo riforme decisamente allineate al loro programma, nonostante numeri decimali) estemporaneo, per le riforme più delicate e divisive. Ne abbiamo avuto riprova col JobsAct o con la riforma della Scuola solo per citare le più chiare, ma ne avremo ulteriore evidenza quando sarà la volta dei diritti civili. Per Fi invece, la fine del Nazareno coincide con il suo ritorno nell’irrilevanza, surclassata com’è da M5S di quasi un 10%, ma anche dalla Lega Nord, vero fulcro attuale dei movimenti di centro destra.

L’impossibilità di Fi di riprendere importanza nella scena politica, complici anche le fuoriuscite di Bondi, Cicchitto, Repetti ed altri nomi illustri, la rottura interna con Fitto, le costanti divergenti vedute con la Rossi, è stata immediatamente limpida a Verdini.

La strategia dichiarata del toscano era quella di appoggiare il il piano di riforme del Governo, sicuro della sua forza, spuntando cessioni che vista la caratura del personaggio, Verdini, non sarebbero state banali. L’idea però non ha più coinciso con quella di Berlusconi. Per questa differenza di vedute Verdini ha deciso, durante una cena i cui toni non dovrebbero esser stati proprio gioviali, di lasciare Fi e creare un gruppo parlamentare.

I membri ascrivibili all’entourage verdianiana oscillano tra 10 e 13, il loro peso potrà essere determinante, non tanto alla Camera, quanto al Senato, dove il Governo si trova a lottare “alla giornata”. Tale circostanza potrebbe far pensare che il Premier, forte dell’appoggio del nuovo gruppo, ne esca rinforzato nelle partite per le riforme. In realtà la fuoriuscita di Verdini ed il suo posizionamento dichiaratamente in favore del premier, potrebbe essere un coltello con lama a doppio taglio. La Minoranza Dem, infatti, non digerisce di buon grado l’apporto esterno verdiniano, da una parte per l’avversione nei confronti del personaggio, nemico politico fino a pochi istanti prima, dall’altra perché per il suo supporto potrebbero doverglisi concedere vantaggi in determinati impianti di riforme. La mossa di Verdini potrebbe dunque rischiare di accelerare quel processo, se non di disgregazione, di indebolimento interno del PD, da tempo evidente, già iniziato e concretizzatosi con le uscite di Cofferati, Civati e Fassina. L’Ex (dopo aver dato le dimissioni) Capogruppo alla Camerda del PD, Roberto Speranza, convinto oppositore dell’alleanza con Verdini, sostenendo che ciò rallenterà il cambiamento dell’Italia, ha twittato:

Tweet Speranza 25/07/15Chiaro è che il clima interno al PD sia sempre più incandescente e si fatica a capire come possano credere ancora nella loro Ditta, rivoltata come un calzino dal Marchionne toscano della politica, il buon Bersani e Cuperlo.

Forse dell’indebolimento e del progressivo, lento, sfaldamento del PD si giova proprio Denis Verdini, che tutt’altro che stupido, potrebbe aver previsto e cercato di forzare la reazione Dem col fine ultimo di convergere verso un grande partito della Nazione, una sorta di nuova DC, concetto a cui i toscani Matteo e Denis sono molto legati.

Benché non un pilastro nè un architrave, lo sparuto gruppo do Verdini potrebbe candidarsi a mattoncino del nuovo grande partito della Nazione. Il gruppo, pur piccolo numericamente, di sicuro ha una certa influenza politica e mettendo a disposizione le reti di contatti e conoscenze, potrebbe essere un importante supporto per il progetto “Partito unico della Nazione”.

25/07/2015
Valentino Angeletti
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Mutevoli rapporti di forza politici ostacolano le azioni da intraprendere sull’economia

La riforma costituzionale ha superato anche lo scoglio della Camera in seconda lettura. Per la definitiva approvazione rimangono dunque altri due passaggi, uno al Senato e l’ultimo nuovamente alla Camera. Il risultato del voto è stato di 357 favorevoli, 125 contrari e 7 astenuti, una vittoria con margine, ma che non raggiunge i 2/3 dell’Emiciclo, quorum sotto il quale è consenta la richiesta di un referendum popolare, opzione che Renzi, per poter proteggere la riforma con l’approvazione e il gradimento dei cittadini, vorrebbe seguire.  Pronosticare la vittoria del Sì non era a priori troppo difficile (LINK), le maggiori tensioni ed incertezza erano invece relegate nell’assetto che sarebbe scaturito dal delicato passaggio parlamentare. La scena politica italiana è ormai trasversalmente frammentata e parlare in un tale contesto di bi o tri-polarismo è quantomeno fuor di luogo. Tale mosaico è il preludio per una battaglia che probabilmente sarà più aspra di quella a cui si è appena assistito, ossia la votazioni di Maggio, quasi in concomitanza alla elezioni regionali, sulla legge elettorale “Italicum”. L’eredità lasciata dal primo passaggio alla Camera (II lettura) della riforma costituzionale è pesante ed in certi lembi contraddittoria.

La Lega, che ha votato no, ha subito la definitiva scissione tra la coppia Salvini-Zaia e Tosi, frattura che risulterà particolarmente influente per la corsa alla regione Veneto, dove la vittoria leghista sarebbe quasi scontata se il partito fosse unito. In questa conformazione, con Tosi che potrebbe dare vita ad una sua lista basandosi sulla fondazione che presiede e supportato da Italia Unica di Corrado Passera, gioisce la renziana  (ex Bersaniana di ferro) Alessandra Moretti e per transitività lo stesso Premier.

Forza Italia ha votato no alla riforma del Senato, ma non è stato un voto unanime o come si legge su qualche giornale coeso, bensì è stata una dichiarata manifestazione di “affetto” nei confronti del “patron” Silvio Berlusconi che intervenendo qualche giorno fa a Bari aveva informato della linea ufficiale di FI contraria alla riforma. Con una lettera 17-18 esponenti di FI anche di un certo peso e probabilmente facenti capo a Verdini tra i più filo-governativi dello schieramento di CDX, hanno mostrato il loro dissenso pur nel rispetto della linea dettata dall’ex Cavaliere, il quale ha aggiunto che il Nazareno è ufficialmente morto, infranto unilateralmente dal PD.

Nel Partito Democratico la minoranza DEM, come scontato, si è allineata nuovamente a Renzi appoggiando la riforma, tranne alcune defezioni come quella di Stefano (coerenza) Fassina. Un ultimatum, uno dei tanti, è stato lanciato al Premier da Bersani-D’Attorre-Bindi, informandolo che questo è l’ultimo voto partorito a “denti stretti”, non sarà la stessa cosa per l’Italicum che non verrà appoggiato senza modifiche in particolare alla conformazione delle liste.

Il M5S ha disertato l’aula confermando la sua apertura solo per discutere in merito a Rai e salario minimo.

SEL ha votato contro.

Le contraddizioni che emergono sono lampanti.

FI ha votato contro la riforma costituzionale del Senato pur avendola appoggiata tal quale in prima lettura e, se vogliamo, scritta all’interno del Patto del Nazareno ed il contenuto della lettera di dissenso dalla linea ufficiale è pressappoco questo. Infatti se la riforma era ritenuta buona in prima lettura per quale motivo non dovrebbe esserlo in seconda (A rigor di logica come dar loro torto)?

La minoranza PD, lanciando l’ennesimo ultimatum (tanto che associare i termini “minoranza-Dem” ed “ultimatum” sta diventando quasi ossimorico), dice di aver ingoiato questa riforma, ma non farà altrettanto con l’Italicum senza modifiche. Visti i precedenti e la scarsa fermezza, difficile crederlo, ma le motivazioni che adducono non sono affatto campate in aria. Se coma pare evidente il Patto del Nazareno non sussiste più perché ostinarsi a voler  mandare avanti la riforma simbolo del sodalizio? Oltretutto lo stesso Premier Renzi aveva in più di una occasione sostenuto che certi elementi dell’Italicum non erano di suo gradimento, ma necessari nel compromesso con Berlusconi affinché si potesse arrivare nel giro di poco tempo ad una nuova legge elettorale accettabile. Ora il Premier, libero dal Nazareno, potrebbe avere l’opportunità, dal suo punto di vista, di migliorare la riforma elettorale eliminando i punti che non gradisce: genererebbe un testo totalmente suo e del PD tanto da poterlo addirittura nominare, proseguendo l’odioso vezzo latinista (non me ne voglian i furon Cicerone o Seneca), “Renzellum”. Il Presidente del Consiglio non pare però orientato verso questa possibilità, giustificando con la solita voglia di portare a casa le riforme nel minor tempo possibile. Talvolta questo compromesso è necessario, perché l’ottimo non è raggiungibile o i tempi sono eccessivamente stretti e quindi si deve puntare rapidamente al meglio possibile al momento che non è quello assoluto. In tale situazione una simile motivazione non tiene. Attendere qualche mese in più o in meno rispetto a maggio, quando le elezioni regionali si saranno già tenute, non cambierebbe assolutamente nulla a meno che non siano ipotizzate, temute o ricercate elezioni anticipate.

Il sentore, pressoché certo, è che anche la situazione di stallo che si sta delineando non sia finalizzata ad ottenere riforme utili e per quanto più possibile ottime per il paese. I ragionamenti che dominano sono contraddittori e logicamente insensati: una riforma votata ed appoggiata tessendone le lodi in prima lettura diventa vittima di veti in seconda lettura da parte degli stessi individui, parimenti una riforma dichiaratemene ritenuta mal concepita viene appoggiata con un voto condizionato al fatto che la prossima volta non sarà così. Un comportamento che, oltre a dimostrare in modo oggettivo che gli interessi partitici prevaricano quelli del paese, prova inconfutabilmente che sovente anche il merito stesso della riforma è decisamente un elemento secondario rispetto agli incastri di potere, ai rapporti di forza, agli interessi partitici e talvolta personali.

Il momento, pur con qualche spiraglio positivo, accolto con troppo clamore e sbandierato quasi fosse giunta la fine del circolo vizioso in cui l’economia italiana e, nelle sue diversità geografiche, quella europea sono precipitati, tra cui il calo dell’Euro e dello Spread, il mercato dell’auto in recupero ed una previsione di crescita per il Q1 2015 in una forbice tra -0.1 e +0.3% con media di +0.1, continua ad essere fragilissimo. A ricordarlo sono i dati ed i numeri: l’Istat ha certificato il calo della produzione industriale nel mese di gennaio: -2.2% su anno e -0.7% sul mese. Anche il credito a privati ed imprese è in flessione rispettivamente di: 1.8% su anno (era in calo del 1.6% a dicembre) e 2.8% (-2.3% a dicembre), mentre aumentano le sofferenze bancarie. I dati sulla produzione industriale potrebbero essere leggermente influenzati dalla stagionalità, infatti nei mesi di dicembre e gennaio le giornate di lavoro si riducono (ma dovrebbero aumentare i consumi e la propensione alla spesa ed all’indebitamento). Dai dati su produzione industriale e sul credito si comprende una volta in più la necessità di sostenere domanda interna e ed export, fortunatamente buono, incrementando il potere d’acquisto e la disponibilità economica delle famiglie in questo frangente ciò può derivare quasi esclusivamente da sgravi fiscali mirati sui salari e sul carico fiscale delle imprese e da investimenti, che inizialmente non potranno essere altro che pubblici, per creare lavoro e conferire capacità di spesa a chi ora non ne ha. Di pari passo poi dovranno andare le riforme per facilitare il lavoro e lo sviluppo delle imprese attualmente ancora soffocate da peso di fisco e burocrazia. La debolezza del credito fa inoltre riflettere sul fatto che pur con ingente liquidità circolante le banche siano restie a concederne di altro, anche per via delle sofferenze in aumento, per tale ragione da una parte il QE può aiutare a diminuire tali sofferenze liberando i bilanci degli istituti da alcuni tipi di cartolarizzazioni, dall’altra la presenza costante dell’intermediario bancario che si frappone tra la liquidità e l’economia reale rende complessa l’equazione tra QE e “liquidità disponibile al consumo” (LINK).

Le riforme sono un elemento chiave ed è necessario che vengano affrontate secondo priorità, in questo momento la priorità non dovrebbe essere sulla legge elettorale, ma sono la burocrazia, l’economia, la giustizia, la lotta alla corruzione ed all’evasione che devono essere mandati avanti. L’Europa, ancora alle prese con la Grecia per arrivare ad un compromesso sulle riforme in merito alle quali (ironia della sorte) è proprio l’UE a chiedere flessibilità allo stato ellenico, ci misura sulle riforme e Moscovici, commissario economico UE, ha ricordato che all’Italia sono state risparmiate, applicando il massimo della flessibilità concessa dai patti e ritenuta possibile, le procedure di infrazione per debito eccessivo e per sforamento del percorso di riduzione del rapporto deficit/pil esclusivamente per il programma di riforme ritenuto ambizioso e promettente. L’Italia inoltre, attraverso la CdP (chissà se la nuova obbligazione CdP è funzionale a questo scopo), ha provveduto a sostenere il piano di investimento Juncker con 8 miliardi. Altri 8 sono arrivati dalla Francia e 10 dalla Germania. Ciò dovrebbe consentire secondo le stime di sbloccare investimenti nel nostro paese per circa 20 miliardi che andrebbero allocati su banda larga, PMI ed infrastrutture. Da sperare e confidare che i denari teorici che torneranno a fronte degli 8 miliardi elargiti dalla CdP a Bruxelles (per ora il piano Juncker incassa invece di distribuire, quando in linea teorica per ognuno dei 21 miliardi messi a disposizione da UE e Bei se ne dovrebbero generare 15 di investimenti) siano spesi nel migliore dei modi e con i migliori risultati possibili in termini di aggiornamento infrastrutturale, creazione di valore aggiunto e di posti di lavoro. In sostanza che contribuiscano a creare le basi necessarie ad attirare altri investimenti (la banda larga e l’istruzione digitale sono fondamentali affinché un’azienda decida di investire).

Per quanto detto parrebbe facile capire che la politica italiana e la cornice economica che la contorna dovrebbero andare di pari passo, invece non è così. Ad ogni diramazione la politica sembra voler procedere autonomamente quando invece in questa fase l’interazione con l’economia, per migliorare la situazione del paese e dei cittadini, dovrebbe essere il principale obiettivo.

Valentino Angeletti
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Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto

NazarenoLa premessa da tenere a mente e che ormai avremmo dovuto imparare a far nostra, è quella che nella politica nulla ha contorni chiari e definiti e tutto può essere assai differente da come appare. Le risposte e le letture più ovvie, semplici e talvolta scontate possono essere fuorvianti ed in ultimo smentite da fatti non ponderati precedentemente, parimenti è altresì vero che  spesso, come vuole il dicotomico metodo del rasoio di Occam, le soluzioni e le letture più semplici son quelle che poi si rivelano corrette. Questo per dire che niente è scontato e che la politica, in Italia a maggior ragione, può riservar sorprese sempre e comunque tanto i rapporti tra le forze e le strategie sono come le geologiche zolle tettoniche, mutevoli e semoventi, che quotidianamente, benché di pochissimi ed impercettibili frazioni di millimetri, scivolano l’una sull’altra.

Non fa eccezione la rottura sul patto del Nazareno. Lo strappo attorno alla metodologia utilizzata per l’elezione del Presidente della Repubblica è ritenuta una ferita insanabile da parte di Forza italia, tanto che le reazioni interne sono state veementi. Per tutta onestà va ricordato che fin da subito Renzi aveva escluso l’elezioni Quirinalizie dal perimetro del Nazareno, mentre FI, annoverando le elezioni Presidenziali tra le riforme istituzionali, anzi, la riforma istituzionale per eccellenza, ha sempre ritenuto il confronto e la scelta condivisa del nome tra FI e PD di Renzi un elemento fondamentale del Patto, rendendosi disponibile a sostenere un candidato vicino al PD purché inserito nella loro rosa di proposte.

In FI le divisioni già evidenti si sono ulteriormente acuite, Fitto spinge per lo scioglimento dei vertici del partito in modo da ricominciare da zero con nuove modalità di nomina della classe dirigente, sia un’elezione primaria oppure un nuovo congresso, mentre è il consigliere politico di Berlusconi, Toti, a confermare la sospensione o rottura del Patto, sostenuta con toni più pacati anche da Romani che pur mantiene possibile il supporto di FI alle riforme necessarie, tutte dal suo punto di vista. Romani quindi confermerebbe un sostanziale mantenimento in vita del Patto. Sorprendenti sono state invece le dimissioni avanzate da membri storici e fondatori del partito di Berlusconi, quali Brunetta e lo stesso Romani, dimissioni che sono state poi respinte dallo stesso Silvio Berlusconi.

La prima domanda da porsi, proprio tenendo a mente quanto detto inizialmente, è se il Patto Nazareno sia davvero rotto o o se invece sia solo un bluff da parte di FI per cercare di dare l’impressione, incassata la sconfitta del Colle, di un maggior potere negoziale nella trattativa con Renzi e con il Governo? Del resto è innegabile che il supporto dei voti di Berlusconi siano stati decisivi per il passaggio in aula di alcune riforme, tra cui l’Italicum. Con tutta probabilità FI vaglierà ogni riforma, ma potrebbe continuare a garantire il suo supporto ben conscia com’è che in questo momento la sua forza, parimenti al suo elettorato, è ridotta se non all’osso al tessuto connettivo immediatamente prossimo e che una sua uscita dal Nazareno, rendendola inquadrabile come fattore impediente per le riforme, darebbe adito alla facile critica nei confronti dei suoi membri di voler bloccare un paese che invece ha la necessità immane di progredire riformandosi presto e soprattutto bene. Berlusconi è troppo furbo e di esperienza per non aver valutato simili conseguenze.

Supponendo invece una definitiva rottura del Nazareno chi avrebbe la meglio e chi invece la peggio? La risposta è complessa, ma è possibile fare un’analisi.

Ad uscirne indebolita, checché ne dicano i suoi componenti, è FI. Ha perso una posizione quasi di Governo e, considerando il risanato legame tra Renzi e l’ala del PD che guarda più a sinistra, anche le condizioni che può avanzare, i veti che può opporre ed i voti che può precludere al percorso delle riforme sembrano meno incisivi che in passato.  In aggiunta a ciò il tessuto del partito risulta molto precario andando a toccare anche i le basi storiche del partito.

In situazione neutrale si trova NCD, forse leggermente in miglioramento proprio in conseguenza all’indebolimento di FI. La sua posizione rimane comunque minoritaria ed Alfano, considerando anche i voti che la nascitura formazione di Corrado Passera, “Italia Unica” drenerà da NCD, non può che essere soddisfatto della rappresentanza in termini di ministri che continua ad avere allocati nel Governo.

Il PD va diviso in PD di Renzi ed ala più a Sinistra, cosiddetta minoritaria. Per il “PD-minoritario” si apre l’opportunità di avere un margine di trattativa più ampio nei confronti di Renzi che adesso dovrà confrontarsi e prestare maggior ascolto alle richieste di questa parte dei Democat. L’elezione del Presidente Sergio Mattarella ha ristabilito un certo equilibrio ed una certa fiducia interna nonostante qualche attrito sulle riforme permanga ed è proprio su queste che Renzi probabilmente si vedrà costretto a cedere qualche metro, come del resto potrebbe dover fare sulle tematiche più in bilico anche con SEL, che dunque riconquista un po’ di centralità.
Vi è in ultimo il PD di Renzi, quello di Governo. La sua posizione rimane dominante, può in un certo senso non curarsi troppo delle dichiarazioni e delle azioni di FI sul Nazareno, anche se le esternazioni di suoi primi esponenti come Lotti Luca o Serracchiani Debora dovrebbero essere più pacate perché se è vero che anche senza FI è possibile per il PD approvare le riforme, dall’altro lato è altrettanto vero che si renderà necessario un maggior dialogo ed una maggior apertura verso le richieste della minoranza PD e di SEL. Questo comporterà indubbiamente un cambio di strategie, meno vicino ai requisiti richiesti da NCD e FI, in tema di legge elettorale, legge sul lavoro e diritti civili (tematiche in cui è estremamente competente ed in cui può, e ci auguriamo che lo faccia, entrare nel merito il Neo Presidente Mattarella). Tal circostanza non è che sia drammatica per il Premier, non sono i dettagli dettati dalle minoranze ed impensierirlo nel percorso delle riforme, una concessione a FI, al M5S che valuterà il suo supporto di volta in volta od una alla minoranza PD/SEL al fine di far approvare una riforma poco cambia dal suo punto di vista. L’obiettivo è correre incessantemente senza fermarsi, potendosi così fregiare di aver ottenuto l’approvazione di Camera e Senato. Quali siano le ultime decine di voti necessari è di secondaria importanza visto che mediaticamente il loro risalto è infinitesimale rispetto al fatto di aver ottenuto voto parlamentare favorevole. Ovviamente i mutati rapporti di forza dovranno far mutare approccio al Premier orientandolo alla riconquista degli elettori più sinistrorsi e drenando il M5S, anch’esso sempre meno solido e sfaldato dalle fuoriuscite ed espulsioni come da un atteggiamento prettamente ostruzionista e poco costruttivo. Il prezzo da pagare potrebbe dover essere una perdita di voti lato centro e centro destra che comunque sono stati e rimangono importanti nel portfolio del Governo; da questo punto di vista arrivano in soccorso al Premier fiorentino le divisioni interne a FI e la sua perdita di credibilità, così come la nascita della formazione Italia Unica di Corrado Passera che, in quota ancora ignota, andrà per forza di cose a sottrarre voti alla stesse FI ed NCD.

In sostanza anche in questa situazione il Premier può far spallucce e correre, eventualmente le elezioni anticipate non spaventano anzi ora meno che mai vista la cresciuta inconsistenza degli avversari. Il Guitto Fiorentino può muoversi camaleontico nella scena politica italiana, giocando in casa come sotto la cupola del Brunelleschi all’ombra del campanile di Giotto, traendo vantaggio da ogni situazione come è topico per chi è già collocato in posizione di netto vantaggio forte per giunta dell’assenza di avversarsi tali da poter recare una preoccupazione che non sia poco più di un grattacapo.

04/02/2015
Valentino Angeletti
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Mattarella presidente: il capolavoro di Renzi

Mattarella-RenziHabemus, lo abbiamo, il nuovo presidente della Repubblica italiana è Sergio Mattarella. Un giudice, un uomo di legge e di Costituzione, esperto conoscitore del diritto, preciso e sicuramente non sorvolerà sopra le riforme costituzionali senza entrarvi nel dettaglio. Di famiglia e di trascorsi legati alla lotta anti mafia. Una persona più che stimabile, rispettabile, all’altezza, con la sola unica lacuna di non avere quello spessore internazionale e quella notorietà in europa e nel mondo di altri candidati, ma del resto è vero che dove le istituzioni politiche fossero tutte all’altezza dei loro compiti e mandati, neanche spetterebbe al Presidente della Repubblica, bensì a quello del Consiglio o tuttalpiù degli esteri o della difesa, rapportarsi con altri attori globali. Sicuramente svolgerà in modo egregio il proprio lavoro, meticolosamente e diligentemente e sarà in grado di rappresentare tutti gli italiani e tutte le parti politiche, anche quelle che non lo hanno sostenuto.

La mossa Mattarella però è indiscutibilmente il capolavoro di Renzi (vedi link a fondo pagina), il masterpiece della sua lunga carriera politica. Il Premier è stato in grado di sfruttare ed insinuarsi nelle debolezze di ogni suo oppositore senza proporre, e questo è stato il primo elemento del suo successo, un candidato di rottura. Mattarella è un candidato trasversale, più che accettabile e gradito a tutti, in teoria tale da riscuotere, visti i suoi trascorsi cattolici e democristiani, maggiori favori tra le file di NCD che di SEL. Nessuno infatti ha avuto motivo per sollevare obiezioni sulla persona, quello che è stato criticato a Renzi dal centro destra è stato semmai il merito, anche se si sospetta che a rendere indigesto quel nome a Silvio Berlusconi sia stato il precedente sulla legge Mammì che il Cavaliere evidentemente non ha dimenticato.

Partito Democratico
Il Premier è stato abilissimo e con una manovra perfettamente riuscita è stato in grado di riunificare il PD, andando addirittura a muovere a commozione la Bindi per l’anima democratica, cattolica e l’impegno nella lotta alla mafia del nuovo Presidente, e di riportare nell’orbita dei Democratici anche SEL di Vendola. La leva che ha consentito tutto ciò è il pallino della vecchia sinistra, mai superato e spesso controproducente. Un vecchio vizio che denota una limitata visione strategica di questa ala di sinistra, ossia l’antiberlusconismo, un dualismo portato agli eccessi che in certi casi, comportando una quasi totale attenzione sull’avversario e sulla sua critica rispetto al supporto dei propri elettori ed alla raccolta di consenso trasversale, ha portato direttamente alla sconfitta (se non va bene a Berlusconi va bene noi e viceversa, sembrava essere lo slogan). La vecchia sinistra c’è ricascata ed è bastato avanzare un nome che, forse esulando dal patto del patto Nazareno, non piacesse all’eterno rivale per far sciogliere in brodo di giuggiole SEL e minoranza democratica (entusiasta il siciliano Mineo come Nichi Vendola) tanto da estasiarli in tal modo che nel processo di riforme in atto potrebbero non aver difficoltà ad accettare decine di altre abolizioni dell’Articolo 18.

Forza Italia
FI è stata surclassata, utilizzata per supportare alcune riforme come l’Italicum in cui Berlusconi è stato effettivamente fondamentale. Sono state sfruttate le divisioni interne con l’ala di Fitto. E’ stata consultata, è stato proposto un candidato sul quale non potesse essere mossa alcuna obiezione cosa che di fatto non è avvenuta essendo stato criticato solo ed esclusivamente il metodo, ma nella decisione finale è stata scaricata. In tal modo Matteo Renzi ha potuto dare prova che il “sodalizio Nazareno” esulava dall’elezione Qurinalizia. Ora il processo riformatore potrebbe subire rallentamenti ed essere messo alla prova da una più dura opposizione di FI, ma sussistono ancora alcuni elementi che possono neutralizzare ed anestetizzare ogni sua velleità: si tratta del decreto legge delega fiscale che sarà in discussione il 20 febbraio, sospeso per la norma detta slavaberlusconi del 3% inserita sommessamente nelle notti pre natalizie e delle norme sulla depenalizzazione di alcuni reati e delle tempistiche per la prescrizione dei processi. Elementi che potrebbero toccare direttamente la sfera delle aziende di Berlusconi (non a caso anche Confalonieri, gran visir dell’impero aziendale del Cavaliere di Arcore, è stato interpellato per la partita sul Colle) e della sua agibilità politica.

Nuovo Centro Destra
NCD ha provato ad obiettare sulla scelta di Mattarella, sempre muovendo critiche al metodo e non alla persona. Probabilmente si è sentito gettato in disparte, nonostante sia alleato di Governo, ma del resto con le percentuali elettorali di cui gode non poteva attendersi altro trattamento. E’ parsa più una presa di posizione ed un tentativo di forzare la mano senza il realismo di chi dovrebbe sapere di non aver la minima possibilità di avanzare alcuna richiesta. Sergio Mattarella d’altronde è un candidato più vicino ad NCD ed Alfano che a Vendola e SEL ed in ultimo, un po’ per il richiamo all’ordine di Renzi e Napolitano al Ministro dell’Interno che storicamente ha sempre votato a favore del candidato alla presidenza della Repubblica in seguito eletto e poi dalla “sicilianità” di Alfano condivisa col Presidente Mattarella. L’aspetto geografico è molto importante per NCD che riscuote un buon seguito in Trinacria ed il non supportare il conterraneo Mattarella avrebbe causato un sicuro calo di consensi tra i siciliani, molto attenti a simili aspetti territoriali.

Movimento 5 Stelle e Lega
La Lega supportando un improbabile (per la Presidenza della Repubblica, perché nel suo ambito giornalistico è un Maestro) Vittorio Feltri ha deciso di neppur partecipare ai giochi ed ha conferito ai suoi grandi elettori un ruolo puramente secondario. Lo stesso si può dire del M5S, condannata dai suoi vertici e dai suoi meccanismi alla perenne irrilevanza ogni qual volta vi sia una partita politicamente importante nel quale avrebbero avuto modo di farsi valere ed avere voce in capitolo. Nella giostra del Colle avrebbero potuto sicuramente mettere in difficoltà il Governo lanciando fin da subito un nome scomodo come Prodi o Bersani e cercando di tentare l’ala più a sinistra del PD e SEL, invece la scelta che hanno fatto con le “quirinarie” li ha relegati, come spesso già accaduto ed in modo anche non troppo rispettoso del 19-22% di elettori, al ruolo men che marginale di oppositori e critici fini a se stessi. Il Movimento conferma che quando si deve sfoderare l’arte politica del dialogo, della trattativa e del compromesso tutte naturali appendici della democrazia, non sono in grado di tenere la partita.

I nuovi rapporti di forza nel panorama politico italiano potrebbero mettere a repentaglio o rallentare il processo riformatore necessario al paese. Sembra però che la minoranza PD e SEL, presi come sono dal turbinio dei sensi e dal godimento, siano stati domati ed addomesticati da un virile Alessandro Magno alle prese più che con uno scatenato Bucefalo con un mite agnellino appena appena irrequieto, e che il centro destra ne esca ulteriormente diviso, sfaldato e provato, con un Berlusconi oberato tra il tentativo di riunirne le fila per ricreare una coalizione da secondo piazzamento (con Fi come partito e lista principale), la norma fiscale e le altre riforme costituzionali che lo interessano direttamente (e che ora hanno anche il vaglio Sergio Mattarella da superare). Il Premier ne esce rafforzato, con ancor meno e più deboli avversari rispetto a prima (il che è tutto un dire) e se le riforme, per come le vuole lui, fossero davvero impedite da eventi terzi, le elezioni non spaventerebbero di certo, anzi rappresenterebbero l’opportunità di legittimarsi col voto popolare rafforzando e marchiando definitivamente un Esecutivo totalmente sotto la sua stella.

Proprio  ora che alcuni dati sono positivi, pur lontanissimo dall’avere un qualche carattere strutturale (i 100’000 posti di lavoro in più certificati in dicembre 2014 sono solo il rimbalzo del gatto morto dovuto alla stagionalità ed al mese in cui le richieste di manodopera stagionale a causa delle festività aumentano), si deve tentar di stabilizzarli.

Alcune condizioni al contorno sono fortuitamente positive con il petrolio ai minimi, l’Euro basso per l’operazione QE che, pur nonostante volta a ristabilire l’inflazione, dovrà essere utilizzata anche per sbloccare il credito e consentire investimenti, ma la la situazione rimane complessivamente fragile ed instabile a livello europeo. La Grecia sta vivendo un momento delicato in cui misconosce la Troika e tratta con l’UE sul proprio debito ed ove la Russia, alle strette dal declassamento a junk di S&P, dalle sanzioni inflitte e dalla lotta sul prezzo del greggio, sta cercando di raccogliere qualche partnership e lo sta facendo anche con la stessa Grecia da un lato per la posizione strategica militarmente e per alcune licenze petrolifere nell’Egeo e dall’altro per indebolire l’UE, offrendo ad Atene supporto economico. Le tensioni internazionali si acuiscono e per la sicurezza dell’Unione il 2014 è stato, secondo la NATO, l’annus horribilis.

In questo scenario il processo di riforme in Italia non si può rallentare o interrompere, deve proseguire e deve portare risultati concreti possibilmente nel breve-medio termine lavorando a sostegno di famiglie ed imprese, sulla riduzione delle spese, sul taglio delle tasse, ridistribuzione della ricchezza, sul sostegno al credito ed ai consumi interni oltre che all’export. Questi i temi, principalmente economi, in cui Renzi, vincitore indiscusso della elezione del presidente della Repubblica dal quale esce immensamente fortificato, dovrà impegnarsi, mettendo alle spalle pensieri precostituiti e prese di posizione ostinate e coinvolgendo ogni forza parlamentare fatto salvo che, qualora si ricadesse in una pastosità tutta italiana, le elezioni anticipate non sarebbero blasfemia.

Link: Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi

31/01/2015
Valentino Angeletti
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Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi.

Giorno 2 dei 3 che dovrebbero conferire alla Repubblica Italiana il 13° Presidente. In programma 2 votazioni ove si attende ancora un nulla di fatto per via della maggioranza qualificata di 2/3 dei 1009 grandi elettori richiesta. Sabato invece con la riduzione a maggioranza semplice, 1/2 dell’assemblea, la situazione potrebbe sbloccarsi e portare Mattarella definitivamente sul Colle.

Al momento l’impressione che più facilmente e superficialmente, e non per questo necessariamente errata, si ha è quella che Renzi si sia voluto mettere alle spalle il Patto del Nazareno per cercare di riunificare il PD proponendo un candidato che fosse più che accettabile da tutto il suo partito e da SEL, in modo da garantirsi una maggioranza semplice senza il supporto berlusconiano.

Dai risultati delle prime votazioni emerge che Renzi ha un margine di “sicurezza” sulla quota minima di 505 voti necessari per eleggere il presidente, secondo i suoi piani, alla quarta votazione di 45-60 voti, può permettersi quindi tra l’8 ed il 10% di franchi tiratori, non altissimo ma è vero che i franchi tiratori esistono anche negli altri partiti. I numeri non sono enormi e “vincere” con un risicatissimo vantaggio sarebbe senz’altro segno di debolezza e foriero di possibile instabilità governativa.

Berlusconi, manifestamente indignato e deluso, al momento ha adottato la linea della scheda bianca e lo farà, in rispetto al candidato che lo ha ringraziato per questo atto di stima, anche alla quarta chiama. Quello che FI biasima non è tanto il nome, autorevolissimo, ma il metodo che prevarica il Patto del Nazareno. Da ricordare che Renzi ha sempre sostenuto che il Patto è solo ed esclusivamente sulle riforme, nessuno cenno al Quirnale dunque. Benché paia difficile da credere, il Premier apparentemente si è mosso in quella direzione forse tradendo le aspettative del sodal Berlusconi.

Ora, le possibilità in campo sono molteplici e non è detto che la partita su Mattarella sia semplice e limpida, i franchi tiratori potrebbero lanciare un’imboscata, ma il PD effettivamente sembra unito e coeso su Mattarella ed a dire il vero l’attuale carisma dei vari Fassina, Civati finanche dello stesso Bersani e di tutti quelli ascrivibili alla minoranza Dem, testimoniata dall’inconsistenza delle loro azioni al di là di pungenti dichiarazioni critiche con il Governo, lasciano il tempo che trovano e non fanno pensare ad una sufficiente forza.

Una seconda ipotesi potrebbe essere quella di una strategia Renzi – Berlusconi che, nell’ambito del Nazareno, potrebbero aver lanciato Mattarella in modo congiunto fin dalla prima votazione per poi bruciarlo e dirigersi verso un altro candidato che spunterebbe a sorpresa alla quarta votazione. Ma questa ipotesi pare fantascienza, meno da fantascienza l’ipotesi di un convincimento di Berlusconi ad accettare, magari non appoggiandolo direttamente mantenendo un basso profilo, Mattarella in cambio di una contropartita che vedremo in seguito.

Un punto fa molto pensare, ed è il motivo per cui se è vero che Renzi ha agito per riunificare il PD non lo abbia fatto rompendo con Berlusconi in modo più netto e proponendo Prodi o Bersani (giusto per fare due nomi, ma ve ne sono altri) potendo probabilmente contare in tal caso anche dell’appoggio immediato di buona parte del M5s assicurandosi di forza un’ampia vittoria.

Gli scenari sono molti ed ogni pronostico può essere facilmente disdetto.

La situazione attuale più gettonata lascia pensare ad un PD ringalluzzito e felice di aver trovato una nuova unione, la rinascita della sinistra e le manifestazioni di consenso vengono da tutte le parti, da Fassina alla Bindi, ad un NCD e FI delusi, con un Berlusconi tradito ed un Fitto che invoca lo scioglimento del partito, ad un SEL soddisfatto del candidato non ascrivibile al Nazareno e a un M5S che pur supportando Imposimato, vincitore delle quirinarie, non sembra avverso al Giudice della Consulta in caso risultassero decisivi. Strada spianata per Sergio Mattarella quindi? Sembra l’ipotesi più probabile, ma attendiamo. Venerdì giornata interlocutoria senza nulla di fatto e sabato decisivo.

La sinistra Dem però dovrebbe attendere a gioire e porsi qualche domanda sul futuro, così come Renzi. Supposta una vittoria di Mattarella ed archiviata l’elezione del presidente della Repubblica, si tornerà a dover affrontare i temi della “quotidiana attività parlamentare” ed in particolare portare in porto e dare attuazione alle riforme (come intima l’UE non serve annunciare riforme se poi esse non vengono rapidamente messe in pratica e che quindi non dovrebbero subire rallentamenti). La rottura con Berlusconi potrebbe portare FI a non supportare più il premier nel processo riformatore, Brunetta così come Gasparri hanno avanzato esplicitamente questa ipotesi, legando più strettamente il Premier alla sinistra Dem. L’italicum è passato anche grazie a FI senza la quale non avrebbe avuto la maggioranza alla Camera ed anche il JobsAct con l’abolizione dell’Articolo 18 è stato supportato da FI, ma non dalla sinistra Dem. Adesso il Premier si “getta nelle mani” dei “dissidenti” PD e forse dovrà rivedere alcune delle sue propose ed alcuni rapporti, in particolare coi sindacati, per garantirsi il loro supporto; oppure potrebbe essere, ipotesi più probabile, la sinistra del PD a piegarsi ed accettare le proposte Renzi quandanche lontane da propri ideali e linee di pensiero, come “ringraziamento ed ossequio” nei confronti della concessione di un presidente fuori Nazareno, ma sicuramente ben lontano, pur nella massima rispettabilità, dal concetto di rinnovamento delle istituzioni e della politica che Renzi ha sempre detto di voler sostenere. Da tale considerazione emerge nuovamente la necessità, se l’unità e l’idea che lo anima, di un esame approfondito all’interno del Partito Democratico ed una chiarificazione nei confronti dei propri elettori su quale sia la linea da intraprendere.

Renzi però è un eccellente giocatore, sfacciato e cinico, ed ha due potentissimi assi nella manica nei confronti di Berlusconi. Il primo è decreto sul fisco.  La legge delega fiscale, assieme ad altri provvedimenti in campo economico e di giustizia, che il governo dovrà affrontare prossimamente potrebbero essere l’elemento che tiene imbrigliato Berlusconi mantenendo la validità del Nazareno e costringendolo a supportare le sue riforme. Berlusconi così avrebbe “ingoiato” Mattarella accettando la sconfitta sul piano politico, per avere in cambio (contropartita a cui ci si riferiva sopra) supporto in ambito economico (le consultazioni con Confalonieri, gran visir delle sue aziende, fanno pensare) e in ambito legale (prescrizione, depenalizzazioni ecc). Il Governo sarebbe nuovamente influenzato in modo sostanziale dal Cavaliere.

Il secondo invece trattasi della possibilità, dopo la rottura con FI alleato sulle riforme, lo strappo con NDC alleato di Governo ed una risaldatura nel PD  tanto da spingere Mineo Corradino ha parlare di rinascita della sinistra, di correre con impeto verso le elezioni anticipate (maggio) che consentirebbero al Premier di formare un Governo totalmente suo, senza NCD e liberandosi anche della minoranza Dem, ed a Berlusconi (che punterebbe alla seconda posizione con una riunificazione del centro destra) di nominare direttamente i suoi parlamentari.

Infine le elezioni, in caso di rottura sulle riforme sia con Berlusconi come ritorsione per il Quirinale che con la minoranza PD per le differenti visioni politiche nel merito, potrebbero risolvere anche questo impasse con la quasi scontata riconferma renziana.

Solo tempo ed attesa, e forse neppur loro, riusciranno a dare un quadro più chiaro dell’evolversi dei fatti, di certo i rapporti di forza nella politica italiana sono già cambiati, molte sono le potenziali evoluzioni e molti saranno i vinti, paradossalmente tutti potrebbero esserlo, tranne uno: il Premier Renzi.

Valentino Angeletti
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Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno

Archiviato il voto ellenico, adesso il fronte principale che sta catalizzando tutta l’attività politica italiana ed il dibattito correlato, è uno solo: la corsa al Quirinale, giungendo così alla terza ed ultima data fondamentale di un’intensa settimana (LINK).

Riguardo alle elezioni greche si badi bene che l’archiviazione si intende solo in riferimento all’atto “fisico” perché le conseguenze dell’esito, sorprendente non tanto per la vittoria di Syriza già ampiamente prevista ed a maggior ragione non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta di 151 seggi (Tsipras ne ha ottenuti 149), quanto per l’alleanza con la formazione di destra Anel, costola fuoriuscita da Neo Demokratia proprio per la linea più marcatamente Anti-Europa e guidata da Panos Kammenos (curioso il suo interesse ed impegno sulle scie chimiche, evidentemente ogni paese ha un partito impegnato su quel fronte), potranno essere comprese solo nei prossimi giorni. I piani di Tsipras sono noti (LINK), come riuscirà a realizzarli e soprattutto con quali risorse economiche ancora no e questo punto è di primaria importanza. L’Eurogruppo tenutosi nelle ore scorse si è concluso con una dichiarazione unanime diramata dal Presidente Dijsselbloem secondo la quale l’UE è in attesa della proposta del Primo Ministro greco per poi avviare le trattative, i negoziati e trovare una soluzione condivisa. Sicuramente rispetto all’alleanza coi socialisti moderati del Pasok o con To Potami, prima delle elezioni ritenute le più probabili per le maggiori affinità con Syriza, lo spostamento verso una formazione marcatamente di destra, col quale Syriza condivide solo ed esclusivamente il rifiuto della Troika, deve aver innalzato il livello di preoccupazione dell’Unione. L’offerta di Tsipras a Kammenos dei Ministeri dell’interno e della difesa, nonostante le posizioni sull’immigrazione siano diametralmente opposte: Syriza favorevole all’accoglienza mentre Anel ai respingimenti anche forzati, mette in evidenza la determinazione del nuovo Primo Ministro nell’interrompere il programma della Troika e forse intraprendere la via della rinegoziazione del debito (pare una quota del 60% dei circa 322 miliardi totali). L’ipotesi non sarebbe drammatica per le casse europee, degli stati creditori (24 miliardi per l’Italia ed una sessantina per la Germania ad esempio, il fatturato di una multinazionale media) o delle istituzioni che lo detengono (incluso FMI), ma risulta assai problematico se visto come “precedente” che potrebbe essere a breve seguito dalla Spagna con il partito Podemos e poi da tutti quei paesi inseriti nel programma Troika e che lo hanno rispettato fino alla fine (Irlanda, Portogallo ecc). Atene di qui al 2020 dovrà rimborsare solo l’FMI (riporta Federico Fubini, giornalista economico di Repubblica), quindi il Fondo Monetario dovrebbe essere il primo a risentire materialmente di una ipotetica rinegoziazione, si comprende pertanto la dichiarazione del Governatore Lagarde che esclude categoricamente l’ipotesi che la Grecia possa non adempiere ai suoi impegni. Rimane dunque da attendere la proposta Tsipras e l’entità della mediazione alla quale l’Europa e la Troika gli chiederanno di adattarsi.

Passando al Quirinale è ovvio che le manovre alla volta del Colle, pur nel tentativo di sminuirle ed oscurarle, sono da tempo iniziate, ma, con le consultazioni del Premier prima interne al PD ed a seguire con tutti gli altri partiti, il via è ufficializzato.
Di nomi ne circolano tantissimi, tanto che se fosse vero l’aneddoto secondo cui l’essere menzionato preventivamente comporterebbe la non elezione (cosiddetta “bruciatura”), la rosa sarebbe alquanto ristretta, quindi non si andranno ad avanzare ipotesi o stilare probabilità tra i vari candidati non avendone agnosticamente gli strumenti.
Interessante risulta invece notare come il Premier, in modo corretto quando si parla di elezione del Presidente della Repubblica, voglia convergere verso una soluzione condivisa tra tutte le varie forze politiche. Sta a Renzi nella sua carica, presentare un nome che il Parlamento, o meglio i grandi elettori, andranno a votare. La figura sulla quale pare vi sia condivisione è quella di un garante delle istituzioni, che ne sia conoscitore, alto profilo e politico super partes (in calo l’ipotesi di un tecnico).
Il proposito di Renzi di voler trovare una soluzione condivisa però va a sbattere con le dichiarazioni di voler presentare un nome venerdì sera o sabato mattina, proprio appena prima della quarta votazione quando il quorum si abbasserà e saranno sufficienti solo 505 dei 1009 grandi elettori, in modo da emettere fumata bianca al voto numero 4 di sabato pomeriggio. Alle prime tre tornate invece ha richiesto scheda bianca (identificabile dal basso tempo di permanenza all’interno del seggio).
Se di condivisione ampia si parla essa dovrebbe essere quantomeno tentata fin dalle prime votazioni, cosa esclusa a priori. Il che vuol dire che la condivisione sostanziale deriverà principalmente dall’asse Renzi-Berlusconi (che si voglia chiamare candidato Nazareno è solo una formalità, ad essere importante è il concetto), cioè coloro che dispongono di un maggior bacino tra i grandi elettori. Alla luce di ciò si potrebbe essere portati a pensare che Renzi ritenga improbabile il supporto condiviso anche da altre forze politiche oppure sospetti in un ampio numero di franchi tiratori da ambedue le parti ( i circa 200 calcolati consentirebbero elezioni già ai primi turni).
La parte del PD che, pur appoggiando un candidato condiviso, si oppone alla creatura di Largo Nazareno ed afferma perentoriamente di non volerlo votare, dovrà chiarirsi le idee comprendendo che nel caso stessero al gioco del Premier votando il candidato alla quarta votazione sarebbero loro ad andare a rafforzare il Nazareno e non viceversa. Insomma, dal voto 4 in poi il Nazareno dominerà e gli altri, se vorranno e se magari avranno trovato nel candidato proposto da Renzi la figura che reputano adatta, si saranno adattati all’accordo Renzi-Berlusconi senza averlo influenzato in alcun modo, ma essendosi semplicemente fatti travolgere dal suo impeto.
Il Premier pare inevitabile che dovrà e vorrà appoggiarsi a Berlusconi il quale ha consentito con i suoi voti di far passare alla Camera, nonostante Gotor, l’Italicum. Berlusconi ha accettato il premio alla lista (soglia 40%) di primo acchito penalizzante per FI, probabilmente supponendo di poter arrivare secondo alle prossime elezioni dopo aver portato a compimento un profondo processo di riorganizzazione del partito (quindi punterebbe ad elezioni non troppo vicine nel tempo). Come contropartita per l’appoggio a Renzi, il Cavaliere potrebbe avanzare alcune richieste sul nome del Presidente e sul decreto fiscale in discussione il 20 febbraio (che potrebbe essere anche uno strumento di ricatto nei confronti di Berlusconi stesso). Il “Presidente tipo” secondo le presunte esigenze berlusconiane dovrebbe essere poco decisionista e poco incline allo scioglimento delle Camere, cosa peraltro utile in questo frangente anche a Renzi, e garantista riguardo ai problemi legali. Non parrebbe difficile quindi giungere a convergenza visto che l’eventuale provenienza dal PD, a condizione che non sia un tecnico e che abbia un alto profilo neutrale, è un elemento accettabile ad Arcore.

La parte del PD che si è detta contraria ad un Presidente della Repubblica partorito dall’asse Renzi-Berlusconi, quindi i vari Bersani, Fassina, Chiti, se vorrà provare a proporre un proprio nome dovrà necessariamente farlo non avendo fino a venerdì-sabato conoscenza certa di quella che sarà la proposta Renzi (l’incontro Renzi-Berlusconi dovrebbe essere l’ultima tra le consultazioni del Premier) e dovrà muoversi immediatamente nelle prime tre tornate.
Se il numero degli Anti-Nazareno del PD, al momento ignoto, risulterà cospicuo e riuscirà nella missione impossibile di far fronte comune con Civati, SEL e M5S, a raccogliere ulteriori consensi nel PD, qualche elemento del centro e, perché no, qualche dissidente di FI, ed a proporre un nome irrifiutabile dal PD tutto, potrebbe esistere una concreta, purché minima vista la solidità del Nazareno e gli interessi che si celano dietro di esso, possibilità di scalfire il Patto e di aprire l’ascesa al Colle ed un “terzo” per altrui incomodo.

Link:

  1. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
  2. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato

26/01/2015
Valentino Angeletti
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Dal patto del Nazareno all’Europa, tanta lentezza e poche prospettive. Il cambio di passo che non c’è

Nell’era della comunicazione digitale, del flusso continuo di notizie, tanto da relegare con tutta probabilità la carta stampata alla funzione di approfondimento ed inchiesta in un futuro non lontano, dell’amore sacrosanto per la libertà di stampa, di espressione e di informazione, sarebbe stato auspicabile che sul Patto del Nazareno almeno una nota, una breve relazione, un mini-sito, una specifica o qualche opendata fossero stati divulgati, invece nulla, il grande pubblico degli elettori e dei cittadini allo scuro di tutto. Di certo si sa che l’argomento cardine, ma forse non l’unico, dell’incontro di qualche ora fa è stato l’Italicum e la nuova legge elettorale. A seconda delle versioni considerate si può capire che l’accordo c’è, oppure che è parziale o addirittura traballante, insomma, tutto ed il contrario di tutto. Con relativa sicurezza possiamo intendere che ci sia stata conversione verso la soglia di sbarramento al 40% (+3% rispetto alla precedente) e verso la possibilità di esprimere preferenze per i membri della lista il cui capo rimarrebbe invece bloccato. L’assegnazione del premio alla coalizione o al partito e la soglia di sbarramento (forbice ipotetica da 3% ad 8%)  saranno invece temi da dirimere in ambito parlamentare, con un Renzi relativamente poco interessato a questi aspetti, un Berlusconi aperto alle possibilità di soglia bassa e premio al partito oppure soglia alta e premio alla coalizione in modo da incardinare i piccoli partiti di centro destra a FI e le forze politiche più piccole come NCD, SEL, Scelta Civica, in parte Lega che si accaniranno per strappare una soglia di sbarramento congrua al loro presunto bacino elettorale.

Immediatamente dopo l’incontro “Renzi – Berlusconi” si è tenuta anche una direzione straordinaria del PD, convocata d’urgenza e criticata da molti esponenti della minoranza interna proprio per la frettolosità, in cui il Premier e segretario ha fatto il punto escludendo ogni tipo di votazione in merito al suo operato in quanto tutto perfettamente conforme al suo mandato. Ciò non è piaciuto alle fronde che precedentemente incontratesi potrebbero avere intenzione di battagliare e non votare l’assai probabile fiducia al Jobs Act, alla legge di Stabilità ed alla legge Elettorale appunto. Un passaggio ritenuto importante dal Premier è quello delle tempistiche dell’Italicum: votazione in Senato entro dicembre e passaggio alla Camera entro marzo. Sempre entro l’anno Matteo Renzi vorrebbe concludere anche il percorso del Jobs Act e della legge di Stabilità anche tramite voto di fiducia, ambedue terreni scivolosi tanto internamente ai Dem stessi che rispetto agli avversari politici. Il Premier e Segretario PD, facendo una considerazione sulla situazione economica dell’Italia e dell’Europa, ha identificato come decisivi, nel bene o nel male, i primi tre mesi del prossimo anno.

In realtà per l’Italia la data in qualche modo potenzialmente decisiva sarà ben prima, il 24 novembre quando la nuova Commissione si pronuncerà ufficialmente sulla legge di Stabilità italiana. A valle del report relativo a possibili squilibri macroeconomici, sull’Italia e sulla legge ex finanziaria presentata a Bruxelles sono rimaste perplessità che mantengono il nostra paese sempre ai primi posti nelle attenzioni dell’UE e dell’economia mondiale. In particolare nel documento mancano i dettagli sulla spending review e le tempistiche delle privatizzazioni per giunta trattate parzialmente (ENI non è menzionata, evidente sono i ritardi di Enav, Poste, ed FS e Fincantieri non ha sortito i risultati sperati), ricordando che essi sono stati due capi saldi dei nostri propositi nei confronti dell’UE finalizzati all’abbattimento del debito (dato che più preoccupa) e riduzione della tassazione; le riforme andrebbero anche nella giusta direzione, ma i tanti arretrati in attesa di decreto attuativo rischiano di creare un’ingorgo bloccante delle istituzioni, inoltre la macchina italiana è intrinsecamente lenta e ciò, non sfuggendo ai vigili uffici di Bruxelles, pone dei dubbi sul rispetto delle tempistiche; molte entrate sono o dovute a misure retroattiva o basate su potenziali introiti futuri (come lotta all’evasione) e le stime previsionali su cui si basa la legge di stabilità rischiano di essere sovrastimate, come accaduto regolarmente fino ad oggi: ad esempio il PIL di +0.6% per il 2015 alla base dei calcoli della Legge è già stato rivisto da alcuni istituti (Moody’s ha proposto una forbice tra -0.5% e 0.5%… abbastanza risibile se si considera che vale 1% di scostamento nel range dei valori più probabili, come dire gli piace vincere facile… S&P mette in guardia l’Eurozona dal terzo anno di recessione) e non sembra facilmente raggiungibile alla luce degli scenari macroeconomici internazionali. Infine Moscovici, il nuovo commissario agli affari economici e monetari e facente capo al VP Katainen, non ha negato che verrà valutata la richiesta di un aggiustamento tra lo 0.2% e lo 0.4% circa. Rimane quindi da attendere il 24 per il pronunciamento ufficiale, se però la richiesta di aggiustamento dovesse pervenire, e stando a quanto detto dall’ex Ministro delle finanze francese sono in ballo tra 3.2 e 6.4 miliardi, le risorse dovrebbero essere trovate andando ad attingere ulteriormente alle clausole di salvaguardia che includono tra le altre l’aumento dell’IVA e nuove accise tra alcol, tabacchi, benzina e nel caso peggiore non basterebbero. Un bel problema se consideriamo lo stato del paese in cui il disagio sociale è evidente, la disoccupazione ancora dilagante ed anche il sentimento di sfiducia sta tornando prepotentemente a livelli molto alti sfociando spesso in episodi di intolleranza. Gli scontri di piazza e gli episodi violenti cominciano ad essere troppo frequenti e sono causati da vertenze aziendali (AST di Terni), come protesta (intervento di Draghi all’Università di Roma Tre in occasione del centenario della nascita dell’economista Federico Caffè), la questione irrisolta da anni delle case occupate che sembra ormai stia per esplodere, i dissesti idrogeologici, gli scioperi (il prossimo il 5 dicembre indetto dalla CGIL proprio in concomitanza dei dati record sulla cassa integrazione) tutti problemi che per essere risolti necessitano di pianificazione, investimenti e capacità di reazione rapida, debolezze importanti che non si può nascondere essere tutte colpevolmente assenti nel nostro paese, tanto che ora i nodi vengono al pettine.

Con una lettura simile, che non vuole essere pessimista, ma semplicemente realista e per verificarla basta fare un giro nel paese, uno di quei giri che la nuova politica avrebbe dovuto mettere la centro del proprio operato per indirizzarlo ed avvicinarlo ai cittadini, anche se il Premier riuscisse a rispettare le date stabilite su legge elettorale, Jobs Act e legge di stabilità è evidente che lo scenario non potrà in ogni caso migliorare. Le importanti riforme non sono in grado di portare benefici nel breve-medio periodo ed anche quella sul lavoro pur supponendo che comporti un incremento dell’occupazione necessita di svariati mesi per i primi risultati. Ulteriori ritardi potrebbero essere causati da una eventuale elezione del Presidente della Repubblica qualora decidesse le sue dimissioni e se un precedente è l’elezione dei giudici della Consulta non lascia margini di ottimismo. Il patto del Nazareno ha una indubbia valenza politica finalizzata a rafforzare la leadership del Premier e ad allontanare lo spettro infausto per la disorganizzata FI e per Berlusconi delle elezioni anticipare tanto da renderlo propenso ad accettare qualsiasi compromesso con Renzi, forse anche qualche nome per il Quirinale. La calendarizzazione e le azioni proposte però rimangono dai risultati troppo lenti rispetto a quanto richiesto.

La situazione casalinga si inserisce in un contesto Europeo ancora debole, Draghi parlando da Roma ha ribadito che il livello di disoccupazione non è sostenibile ed ha confermato la disponibilità della BCE ad utilizzare altre misure non convenzionali qualora si rendesse necessario. Lo scenario che la BCE prevede, pur avendo tagliato di 0.2% -0.3% le stime di crescita dell’ Euro-Zona attestandole per il 2014 a 0.8%, a 1.2% e 1.5% rispettivamente per il 2015 e 2016,  è un ritorno ai livelli del 2012 con inflazione in rialzo per poi stabilizzarsi nell’intorno del target 2%. In sostanza il Governatore ha annunciato la solita disponibilità espansiva, che suole però concretizzarsi in ritardo sortendo benefici di molto inferiori rispetto a quanto avrebbe potuto. Del resto, pur non avendo i dati di cui dispongono i tecnici di Francoforte, pensare ad un ritorno dell’inflazione al 2% ed una ripartenza degli investimenti non è semplice e personalmente sarebbe il caso di una azione congiunta e sinergica tra BCE ed UE per utilizzare la politica monetaria al servizio degli investimenti.

A ridurre le stime è anche S&P ipotizzando un terzo anno di recessione per l’area Euro con conseguente ripercussione sull’economia mondiale, un ritorno dell’occupazione ai livelli pre-crisi nel 2019, una domanda di energia pre-crisi solo nel 2020 ed auspicando un’ulteriore espansione monetaria entro fine 2014.

A Bruxelles l’aria che tira non è delle più piacevole con l’esplosione del caso Lux Leaks ed il tema dell’elusione fiscale e del tax ruling a coinvolgere Juncker, il quale sottolinea che la vicenda non è nuova e che non vi fu nulla di illegale. Nei fatti così è, a meno di una lontana ipotesi di aiuti di stato, ma la domanda da porsi e veramente delicata è se a livello etico e morale sia corretto che colui che ha avuto un comportamento simile possa essere a capo della Commissione europea, andando proprio in questi giorni a ribadire e richiedere norme per l’armonizzazione fiscale e la trasparenza bancaria volte a combattere all’interno dell’UE elusione e competizione fiscale delle quali il Lussemburgo con Juncker come braccio armato ha per anni goduto arricchendosi.

Che l’Europa sia rimasta l’anello debole dell’economia mondiale è evidente e questa condizione potrebbe essere acuita dai patti emersi dal meeting APEC delle economie del pacifico. L’accordo commerciale tra USA e Cina sull’abbattimento delle tariffe su prodotti tecnologici potrebbe ampliare enormemente il mercato cross-pacifico riducendo così il peso europeo. Analoghi effetti potrebbe avere il lento e segreto negoziato USA-Cina sul clima che pone le basi per accordi sulla riduzione delle emissione id CO2 del 26-28% nel 2025 per gli USA, mentre la Cina dovrà ridurre il picco (che non vuol dire necessariamente una riduzione delle emissioni complessive) di gas serra entro il 2030; tali tempistiche, che quasi ignorano l’impellenza del problema da affrontare subito, fanno si che alti livelli produttivi ad impatto ambientale non trascurabile possano essere mantenuti ancora per anni facendo così a meno di un eventuale supporto europeo che una stretta sulle regole di sostenibilità ambientale avrebbe potuto comportare (le tecnologie verdi ed il knowhow europei ad esempio sono all’avanguardia). La Russia e la Cina poi si stanno avvicinando ulteriormente con accordi sul gas che Mosca deve vendere, possibilmente affiancando ai clienti storici ma “difficili” come l’Europa anche clienti assetati di materia prima ma meno propensi ad obiettare sulla geopolitica putiniana. Un accordo con l’Ucraina sul gas, anche grazie al supporto economico europeo, è stato trovato, ma le sanzioni a Mosca proseguono e nonostante ciò le tensioni nelle zone dell’est Ucraina stanno nuovamente aumentando.

Come ormai preoccupantemente di consueto, con una economia al palo non sembra che siano stati messi in campo gli strumenti adeguati, né che il programma di azioni rispecchi la gravità del contesto che necessiterebbe di precisione, concretezza dei risultati e rapidità. Da anni ormai sentiamo ripetere che il tempo è già scaduto e che si deve fare presto, ricordiamo un titolo a caratteri cubitali de il sole 24 ore, ma parole a parte ben poco si è davvero mosso nella giusta direzione col risultato che ora non c’è più margine di errore e se vogliamo effettivamente guardare in faccia alla realtà le chance di risalire la china sono ridotte al lumicino.

Se un tempo, all’epoca della prima rivoluzione industriale del 1800, sembrava che fosse l’uomo, il progresso e la crescita inarrestabile a scandire ed a surclassare i tempi degli eventi e della natura, adesso le parti si sono invertite e sono gli eventi e la natura a batter cassa, richiedendo un profondo cambio di passo e di rotta all’uomo ed alle sue convinzioni, uomo che al momento possiamo dire, senza timore di essere smentiti, totalmente inerme ed incapace di affrontare il mutamento rispetto al quale non può dirsi totalmente incolpevole.

12/11/2014
Valentino Angeletti
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