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Lavoro: dati OCSE e la preoccupante carenza di competenze nell’epoca del Digitale e dalla Sharing Economy

Inutile fingere, sperare in rapide soluzioni o in inversioni di tendenza. Il problema è più che noto e di una complessità inaudita; è ovvio, e se ne deve dargli merito, che il Governo, seguendo le raccomandazioni europee, ma anche il buon senso verrebbe da dire, in modo più o meno condivisibile, con metodologie e provvedimenti talvolta opinabili e sicuramente divisivi (Jobs Act, Articolo 18, Articolo 4 ecc) in particolare nelle file del PD, di cui il premier rimane segretario, più a sinistra e vicine ai sindacati, stia provando ad arginare questo vero e proprio dramma.

Se non si fosse capito stiamo parlando del tema dell’occupazione, o meglio della disoccupazione nell’area OCSE e nella fattispecia nel nostro paese. Questa volta a far suonare l’allarme è l’OCSE e non i soliti dati mensili, diramati quando dal Ministero del Lavoro con riferimento ai contratti e quando dall’Istat con riferimento alle persone fisiche e perciò più idonei ad inquadrare la reale situazione occupazionale della società e dei cittadini, che usualmente danno adito a differenti interpretazioni sulla reale creazione di nuovi posti di lavoro tosto che di stabilizzazioni di contratti “atipici” già in essere, che, come abbiamo detto, qualora rappresentassero un miglioramento delle condizioni lavorative del soggetto interessato, spesso giovane, non sarebbero un risultato totalmente disprezzabile.

L’ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico con sede a Parigi, in un suo rapporto, ha certificato che l’Italia è penultima tra i paesi OCSE per quanto riguarda il tasso di occupazione giovanile, a fare peggio, prevedibilmente, solo la Grecia che si colloca al’ultimo posto.  Nella fascia di età 15 – 29 il tasso di occupazione è passato dal 64.33% del 2007 al 52.79% del 2013, a fronte di una media OCSE per il 2013 del 73.7%, impietoso il rapporto con la migliore, l’Olanda, che fa registrare un tasso di occupazione dell’ 81.7%. Considerando invece la fascia 30 – 54 anni, l’Italia è quartultima, con un tasso di occupazione passato dal 74.98% del 2013 al 70.98% del 2013.

Il problema della bassa occupazione è comune in tutta l’area OCSE, infatti vi sono più di 35 milioni di giovani di età compresa tra i 16 ed i 29 anni non occupati, ma nemmeno impegnati in materia di istruzione o di formazione (Neet). Il dato sui Neet, che fa presagire anche una bassa speranza nel futuro, è pessimo in Italia, dove sono il 26.9% (peggio solo la Spagna con il 26.9%, l’Irlanda, terzultima, distacca l’Italia con il 19.2%), contro una media OCSE del 14.9%.

Di sicuro l’aspetto della crisi ha contribuito notevolmente a rendere difficile l’occupazione, ma il contesto italiano è stato capace di estremizzare oltremodo la deriva.

Alle numerosi crisi aziendali dovute al calo dei consumi, si affiancano una eccessiva rigidità del mondo del lavoro, una dimensione delle aziende nostrane troppo piccola per competere all’estero e puntare sull’export, settore che meglio ha resistito ai colpi della recessione, la mancaza di catene distributive e filere internazionali importanti, un contesto normativo, burocratico, legislativo bloccante, la corruzione, le poche prospettive di business che spingono le aziende a non investire nel nostro paese, la carenza di investimenti pubblici per difficoltà nel mantenere i vincoli di spesa e di bilancio, e via discorrendo in un elenco che abbiamo già fatto più volte.

A ciò però si aggiunge un aspetto, se vogliamo più grave e preoccupante, ossia la carenza, sia tra i giovani che i meno giovani, di quelle competenza richieste dal moderno e mutato mercato, scarse capacità matematiche e di comprensione dei testi. La soluzione a tale questione non è semplice e necessità di piani strutturati di lungo temine, nonché di mirati investimenti. Il mercato ha subito un cambiamento, andando ad avere necessità di figure professionali particolari, che non si recupera nel medio-breve periodo, ma abbisogna di strategie di lungo termine, formazioni specifiche ed investimenti in innovazione, che sono mancati nelle nostre industrie. Le nuove competenze non si acquisiscono con qualche ora di corso, ma spesso provengono solo da un cambio di mentalità ed approccio al lavoro, caratteristiche di flessibilità, adattività e rapidità mentale che scarseggia in Italia, visto che il 31.56% dei giovani svolge un lavoro routinario che non richiede specifiche competenze  ed il 15.3% svolge un lavoro che non lo arricchisce di nuove competenze. Inoltre il 54.3% dei giovani non usa il PC in ambito lavorativo (scabroso). Infine lo scollamento tra scuola, ricerca, istruzione e mondo del lavoro/industria è evidente e non c’è alcuna reale rispondenza tra domanda ed offerta. In sostanza gran parte del laureati italiani escono senza avere le competenze che servirebbero alle aziende. Volendo rincarare la dose, esiste in Italia anche il pesante fardello della raccomandazione, della relazione e l’assenza del merito che rendono lavoro e carriera ancora più chiusi ed impenetrabili.

Questo fatto è inconcepibile nel periodo della digital economy, della sharing economy, dei servizi distribuiti e dello share value, dove sono richieste competenze particolari, non presenti nel bagaglio culturale dei più “anziani”, che difficilmente potranno apprenderle, nè in quello dei giovani a cui, benché predisposti ad imparare rapidamente, non vengono insegnate. Al giorno d’oggi sono richieste competenze e cultura digitale, ma anche capacità di improvvisare, creatività, inventiva, flessibilità e capacità di adattamento a scenari mutevoli, anche e soprattutto nel mondo del lavoro. Concetti completamenti differenti rispetto al lavoro quotidiano, in fabbrica o in ufficio, a cui la cultura italiana è ancora troppo legata. Prendiamo il caso di Uber e dell’app Uber Pop: esso è un esempio di sharing economy e di nuovo paradigma del lavoro che le norme stanno cercando di relegare entro i vecchi schemi, ma a cui, alla lunga, come per le mail, i video, gli mp3 ecc, dovranno inginocchiarsi, adattandosi al nuovo mondo tecnologico.

Se non si è in grado di dissolvere l’ancestrale legame con la vecchie concezioni ed orientare davvero le menti verso i nuovi concetti lavorativi come digitale e sharing economy, innovazione e tecnologia, ottimizzazione dei processi e qualità, servizi condivisi ed “ufficio distribuito senza cartellino”, comprendendo che talvolta è il lavoratore a doversi creare l’occupazione, anche se inserito in un solido e strutturato contesto aziendale, difficilmente si potrà riuscire a colmare il drammatico gap occupazionale e recuperare la competitività persa. Ovviamente ciò non deve andare a discapito dei diritti dei lavoratori, che, protetti con forme innovative coerenti al nuovo contesto economico, dovranno sempre e comunque essere garantiti.

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Valentino Angeletti
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Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero

Oggi e domani a Bari il Centro Studi Confindustria (CSC) ed Enel promuovono il convegno: “Il capitale sociale: la forza del Paese” incentrato sullo sviluppo dei talenti come driver di innovazione e di sviluppo del sistema Italia.

Secondo il CSC puntare sull’istruzione potrebbe far incrementare il reddito pro capite in media del 15%, inclusi bambini ed anziani, in totale circa 320 miliardi di € all’anno. I Neet, coloro che non studiano, non lavorano e non si stanno formando costano circa 32 miliardi di € all’anno, senza considerare che più istruzione vorrebbe dire una società più equa, con più opportunità, più flessibile, più aperta e recettiva. In sostanza più capace di cogliere gli elementi positivi della globalizzazione.

Quanto emerge dallo studio di CSC è totalmente condivisibile, ma presuppone, secondo una mia personalissima opinione, alcuni elementi imprescindibili.

Il primo punto, del quale si deve fare carico principalmente il Governo, è che il sistema di istruzione deve essere riformato profondamente in modo che riesca a sfornare laureati e dottori, ma anche tecnici e professionisti, validi ed eccellenti, che sappiano rispondere alle esigenze dell’azienda. Serve dunque un sistema scolastico-universitario di qualità e che agisca in stretto rapporto con le imprese, i distretti industriali, i territori e le multinazionali e ne assecondi le richieste.

Il secondo punto, da affrontarsi in collaborazione tra pubblico e privato, è che il substrato economico-sociale deve essere in grado di assorbire queste risorse e nel farlo deve dare importanza alla meritocrazia. In media ciò al momento non accade neppure per le figure a più alto profilo, le quali tendono ad andare all’estero ove solitamente possono realizzarsi con più facilità. Il dilemma di una famiglia se risparmiare per dare un piccolo capitale al figlio o se investire nella sua istruzione deve trovare risposta nella seconda opzione. Per semplificare, in questo momento capire se sia meglio dare un pesce o insegnare a pescare non ha risposta chiara, perché il pesce si consuma in un solo pasto ed al contempo manca il fiume in cui pescare. Si deve quindi creare, non senza sforzi, un bacino artificiale e riempirlo di salmonidi.

Infine il terzo punto è principalmente in carico alle aziende private. Il meccanismo di formazione interno alle aziende è anch’esso sovente lacunoso. Non vi è trasparenza e formazione adeguata e non si da la possibilità alle risorse meritevoli ed ispirate di intraprendere percorsi di approfondimento che magari singolarmente o col solo supporto della famiglia non hanno potuto affrontare principalmente per ragioni economiche (si fa riferimento a master, MBA, dottorati, ecc).
Le aziende inoltre denotano una sostanziale incapacità nel riuscire a valorizzare al meglio le risorse (di ogni età) che impiega, di comprenderne potenzialità ed inclinazioni, aspettative ed ambizioni, preferendo percorsi, quando esistono, standard e lineari che potrebbero portare le persone ad annichilirsi, sentirsi non realizzate ed a contribuire in maniera infinitesimale rispetto a quanto potrebbero, finanche, nel caso di persone particolarmente determinate, a cercare l’uscita dall’azienda.

Agendo su questi tre fattori a mio avviso si potrebbero ottenere davvero ottimi risultati in termini di riequilibro sociale, redistribuzione della ricchezza, creazione di posti di lavoro ad altissimo profilo, inclinazione all’innovazione ed all’ottimizzazione nell’uso delle nuove tecnologie, crescita dei talenti e del sistema paese nel suo insieme, reimpostazione di una logica meritocratica, felicità dei singoli, benessere generalizzato, benefici per le persone, per il paese e per le aziende.
I lacci ed i lacciuli che Ignazio Visco durante un seminario alla Luiss ha accusato di bloccare lo sviluppo del paese con complicità di associazioni datoriali e sindacali, devono essere sciolti anche nel sistema dell’istruzione, dell’università, della formazione, della scuola e della ricerca.
In caso contrario la laurea, il prestigioso master o dottorato rimarranno un vessillo da appendere alla parete della camera da letto…. neppure in quella dell’ufficio che presuppone la chimera dell’impiego.

Il lavoro, le aziende, la società sono costituite in primis da persone, che ne costituiscono gli atomi. Se esse si trovano bene, se sono realizzate, se sono stimolate, anche attraverso il miglioramene ed il cambiamento continuo (e non il balletto tra contratti precari e part time al limite dello sfruttamento), se sono ascoltate e gratificate, fortificano l’insieme di cui fanno parte e contagiano con la loro voglia, curiosità, spinta innovativa e proattività ogni età e livello gerarchico.

28/03/2014
Valentino Angeletti
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Disoccupazione, la necessità di una nuova base produttiva

Già sapevamo che l’ Italia si trova ai vertici di una poco lusinghiera classifica, quella della disoccupazione, ma ogni volta che ciò viene confermato dai numeri e dagli studi aumenta la consapevolezza di quanto ci sia da cambiare e quanto ci sia da lavorare per imboccare i binari giusti. Da tempo sostengo che la generazione dei 20 – 30 enni sarà quella che dovrà sacrificarsi, senza la speranza legittima di poter vivere meglio dei padri, per riportare a quei livelli il benessere dei loro figli. Questo potrà avvenire solo con il supporto delle istituzioni e dei governi se seriamente convinti ad intraprendere questa via di cambiamento e soltanto se i giovani non sceglieranno di emigrare definitivamente e non siano rassegnati, senza speranza ed ambizioni, attitudine che in un contesto come quello che stiamo attraversando potrebbe anche essere comprensibile.

I numeri riguardo al nostro paese riportano un tasso di disoccupazione complessivo del 12.1%, rispetto ad una media EU 27 del 10.9%, ma decisamente superiore se paragonato alle economie europee mature e con le quali vorremmo confrontarci. In termini assoluti oltre 6 milioni di persone non lavorano pur volendo farlo; di questi. 3.07 milioni sono disoccupati, 2.99 milioni non cercano neppure o perché scoraggiati o perché al momento non possono lavorare per propri motivi.

Puntando l’attenzione sugli scoraggiati, essi sono 1.3 milioni, tantissimi. Un paese civile, industrializzato e moderno non dovrebbe consentire che vi sia scoraggiamento rispetto alla ricerca di un diritto fondamentale che è presente nel primo articolo della Costituzione, questo segnale è già di per sé assai pericoloso. La rassegnazione deriva da vari motivi, che possono essere il sistema ingessato, l’assenza di meritocrazia, la base clientelare di alcune situazioni, il fatto che neppure l’istruzione di alto livello consenta una scalata sociale ed incrementi le opportunità di lavoro, la laurea infatti offre ormai meno possibilità di un diploma ed alcune lauree decisamente importanti, tanto più in una culla della cultura com’è l’Italia, sono addirittura definite inutili. Mossi dai medesimi sentimenti vi sono i NEET (Not Employed Educated and Trained) cioè coloro che non lavorano, non hanno educazione né si stanno formando professionalmente, si tratta di inattivi, che in Italia raggiungono il 36.6% contro un 26.4% della EU 27. Queste persone sono collocate nella fascia di età 15-64 anni e rappresentano una situazione da debellare attraverso politiche specifiche che non saranno sicuramente di breve termine, ma che devono cominciare ad essere implementate immediatamente.

Le riforme fatte fino ad ora non hanno portato effetti immediati, un po’ perché non sufficientemente incisive, un po’ perché per rilanciare il mercato del lavoro serve incrementare la domanda e quindi il potere d’ acquisto. Da solo il cuneo fiscale, soprattutto nei termini in cui è stato affrontato, è insufficiente. Entro fine anno per rispettare quanto concordato a Bruxelles dovremo impiegare circa 1.5 miliardi di fondi EU proprio per favorire l’ occupazione, la speranza è che se ne vedano i risultati embrionali quanto prima.

Un altro dato interessante è relativo at tipo di istruzione che i ragazzi intraprendono. Se una volta gli istituti tecnici erano i più gettonati, nel 2013 hanno attratto solo 21’000 iscrizioni contro le 46’000 degli istituti alberghieri.
Il calo degli iscritti agli ITIS ed IPISA è probabile che sia dovuto alla crisi della manifattura, ai numerosi casi di cassa integrazione, alle chiusure di intere aziende e distretti industriali ed alla delocalizzazione che stanno portando, a cominciare dalle regioni del Mezzogiorno, ad una vera desertificazione industriale. L’ incremento della richiesta per gli istituti alberghieri può essere letto come un tentativo dei giovani, spinti forse anche da genitori e mass media, di ricollocarsi nel mondo del lavoro, andando ad incontrare quelle che sono le forze del Made in Italy; la ristorazione e l’enogastronomia di qualità, così come il turismo d’elite, sono senz’altro volani fondamentali (alcuni addurrebbero questo fenomeno di incremento nelle scuole alberghiere alle numerose serie tv e programmi televisivi che puntano sulla cucina, ma sinceramente non credo a tal teoria).

Questo processo di riallocazione è indubbiamente intelligente e dimostra come lentamente il tessuto produttivo italiano potrebbe cambiare. L’ Italia deve puntare sulle sue eccellenze per rilanciare l’export, la produzione, i consumi e creare dunque posti di lavoro. Le produzioni dovranno essere ad altissimo valore aggiunto, quindi per quel che riguarda l’industria è comprensibile che vi sia una minore necessità di manodopera generica in favore di figure di più alto profilo, tecnici specializzati, ingegneri, progettisti e specialisti di macchinari che saranno impiegati in industrie di componentistica di nicchia e meccanica di precisione, che non competeranno sui prezzi, ma sulla qualità. In tal scenario il numero complessivo degli impiegati del settore rispetto al passato potrebbe essere inferiore, ma con alle spalle un sistema scolastico e formativo che li avvicini al mondo del lavoro. Assieme alla manifattura ad alto valore aggiunto gli altri settori su cui puntare sono il lusso, l’agroalimentare, il turismo e la moda i quali necessiteranno di una filiera e di una struttura distributiva, pubblicitaria e comunicativa, non ultima in forma digitale, tali da renderli altamente visibili ed appetibili anche all’estero. Si aggiunge poi la filiera del risparmio energetico e della riqualificazione edile verso criteri di eco compatibilità ed efficienza delle quali in paese ha necessità.

Se l’investimento dei giovani nel settore alberghiero, ma anche in quello agricolo, fosse mosso dall’ idea di una nuova economia, sarebbe senza dubbio un segno positivo.
Al momento dove mancano segnali positivi di ristrutturazione del settore produttivo trainante è nella politica. Troppo spesso sembra che si voglia continuare a seguire un modello industriale che non può essere competitivo, soprattutto nei confronti dei paesi a bassa manodopera ed avendo un Euro eccessivamente apprezzato. I meccanismi di contributo alla disoccupazione e cassa integrazione non tengono conto che la maggior parte delle aziende chiuse ed alcuni settori che hanno delocalizzato in massa (Elettrolux è l’ultimo esempio) non si riprenderanno più e che sarebbero dunque necessari meccanismi, ad esempio alla tedesca, di riallocazione dei lavoratori, riqualificandoli verso settori produttivi più profittevoli.
Infine da valorizzare ci sono le start-up, generalmente nel settore dei servizi , che fanno altissimo uso delle tecnologie digitali per sviluppare il loro business.
La politica dovrebbe quindi comprendere la necessità di cambiamento economico, abbattere rapidamente le barriere burocratiche e le macro lacune, come il costo dell’energia o l’accesso alla banda larga (oltre 30 Mbit), che tarpano letteralmente le ali al settore produttivo, e cominciare fin da ora a compiere riforme che nel lungo termine porteranno ad un nuovo modello di crescita più consono alle nostre caratteristiche ed a quelle che il mondo globale sta assumendo.

27/10/2013
Valentino Angeletti
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