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Incarico di Governo all’insegna dell’Italicum

Ricapitolando: durante il 63 esimo Governo della Repubblica italiana, il secondo della XVII legislatura, quello Renzi per intenderci, è stato fatto un gran lavoro per modificare la legge elettorale, portando l’Italicum ad essere la legge elettorale attualmente in vigore alla Camera.

Il Senato non è stato uniformato sotto la medesima legge in quanto in fieri di essere eliminato dal referendum che, in ultimo, ha visto vincente il No, esito che tra le altre cose prevedeva il mantenimento della seconda Camera.

L’Italicum è stato descritto come la legge che tutta Europa ci invidierà e che tutti cercheranno di copiare.

Se questo è vero, ed è stato detto dal PD che reggeva e tuttora regge il Governo, ma non solo, non capisco perchè tutta questa smania di cambiarlo per tornare, eventualmente, anche alla legge proporzionale precedente.

Se la legge è tanto valida e se è vero, come lo è, che per andare ad elezioni politiche occorre che le leggi elettorali delle due Camere siano uniformate, non vedo perchè non estendere l’Italicum anche al Senato. Sarebbe la logica evoluzione ed estensione di una legge ritenuta dalla maggior parte dei partiti “Ottima” ed approvata alla Camera con voto.

Esilarante il fatto che coloro che proposero l’Italicum e lo sbandierarono come una delle migliori delle leggi possibili, siano ora i primi a volerlo cambiare, e quelli che invece ne dissero le peggio cose, adesso sarebbero per mantenerlo ed andare immediatamente ad elezioni.

Insomma, panta rei, e questo lascia molto perplessi su con che spirito si facciano, in politica, certe manovre, in sostanza si cerca evidentemente un profitto partitico immediato senza pensare al reale bene diffuso per il Paese e per la sua gestibilità istituzionale.

Alla luce di ciò è legittimo domandarsi si anche la modifica della Costituzione potesse essere diretta dai medesimi interessi e quindi, forse forse, attendere di modificarla può non essere così male….

Speriamo comunque in sviluppi davvero positivi per i cittadini, che sono davvero estenuati, se non, ed è ancora peggio in un paese civile e civilmente avanzato, annichiliti nell’esercizio della materia politica di cui ognuno di noi deve sentirsi primo protagonista attivo.

MY 2Cents su questi primi minuti di Governo….

11/12/2016
Valentino Angeletti
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Il Governo ed i nuovi Ministri: forse qualche compromesso ma di certo tanto duro lavoro da fare

Ce l’ha dunque fatta Renzi, o il “VelociRenzi”, a presentare la propria lista dei ministri. La sua impronta è chiara, voleva dare un segno di cambiamento portando giovani, donne, e snellendo la struttura. Non si è smentito infatti dei 16 (solo un governo De Gasperi fece “meglio” con 15) Ministri ben 8 sono donne e l’età media è di circa 47 anni.

La lista dei Ministri probabilmente è stata frutto di una trattativa serrata in modo da poter non scontentare in modo evidente nessuna forza politica, cercando di mediare anche all’interno del PD stesso. A causa di questo meccanismo ne potrebbero aver fatto le spese la brava Emma Bonino, soppiantata agli esteri dalla Mogherini, ne potrebbe aver fatto le spese Moretti, amministratore di FS, per la giovane Guidi, ex presidentessa dei Giovani di Confindustria e vicina a Berlusconi, ne potrebbe aver fatto le spese Mario Mauro per la Pinotti e può aver pagato anche il Magistrato, forse troppo giustizialista, Gratteri, per Orlando che passa dall’ambiente alla giustizia; insomma difficile credere che il percorso sia stato semplice e privo di ostacoli o cambiamenti dell’ultimo minuto, o meglio delle ultime due ore.
Lo stesso Renzi probabilmente avrebbe voluto avere un assetto differente con la presenza qualche personalità non politica forte, come gli esponenti dell’imprenditoria Made in Italy che fin dalle prime Leopolde lo hanno seguito: Guerra, Farinetti, Serra, Baricco, Della Valle o Montezemolo, ma ciò non è stato possibile, forse perché entrare in un Esecutivo che ha impronta sì renziana, ma che è comunque di compromesso non sarebbe stato semplice ed in fondo il loro mestiere è un altro, potrebbero non aver percepito le condizioni affinché potessero esprimere tutto il loro potenziale, oppure lo stesso Renzi potrebbe non averglielo proposto consapevole delle troppe difficoltà e ritenendo necessaria in questa fase una conformazione più politica.
In ogni caso la natura giovane e paritaria che Renzi voleva e doveva, perché promessa fin da subito, dare in segno di discontinuità è stata trasmessa e probabilmente lo sarà anche nella partita delle 600 posizioni in ballo tra aziende di stato e partecipate che è già in corso che e si concluderà a maggio.

Gli anni, il genere ed il numero complessivo dei Ministri, così come per le nomine, sono importanti, ma, ad esempio riguardo all’età, anche per il Governo Letta era stato usato l’aggettivo “fresco”, i suoi 56 anni di media parvero davvero pochi rispetto ai precedenti esecutivi.
Il numero, il genere e l’anagrafe di per se non sono valori universali, lo diventano quando inseriti in un contesto ove possono esprimere il proprio valore introducendo innovazione, freschezza di idee, confrontandosi e contaminandosi l’un l’altro con le generazioni dell’esperienza e delle competenze maturate e consolidate sul campo. Competenze che per altro devono necessariamente avere le nuove personalità dell’Esecutivo. Senza competenze e capacità di interpretare gli scenari, di avere vision, di essere tempestivamente innovativi, di essere umili ma al contempo ambiziosi, di sapere che la strada dell’apprendimento non finisce mai, ma è un processo continuo, e che la posizione raggiunta è semplicemente un punto di partenza non certo uno di arrivo, poco possono i dati estraibili da un passaporto o da una carta d’identità.

I nuovi ministri, stimolati da Renzi e Del Rio, dovranno avere l’accortezza di sapersi contornare di eccellenti collaboratori, presi dalla società civile, dall’industria, dal settore pubblico, dalle università e dalle aziende, includendo magari quelle figure di manager illuminati ed amici ad ora assenti. Ma non solo, la vera svolta avverrà se l’Esecutivo saprà ridare con i fatti speranza al paese e se saprà far riavvicinare i cittadini alla politica, contaminandosi ed andando a caccia di tutti coloro che, dotati di capacità e voglia di mettersi in gioco per il paese, il che non è scontato, hanno le carte in regola per dare un contributo e supportare i team di lavoro e far parte delle commissioni che si andranno a formare all’interno di ogni Ministero.

Per fare un esempio, il neo ministro per lo sviluppo economico, Federica Guidi, ha un dicastero delicatissimo; dovrà affrontare numerose vertenze ed essere in grado di porre le condizioni perché la competitività delle nostre aziende cresca e non soccomba. A tal fine dovrà lavorare alacremente, tra gli altri, su due fronti importantissimi, quello dell’ energia (dove gioca in casa essendo VP di Ducati Energia) e quello di internet e delle nuove tecnologie, da anni fattori ostanti la crescita industriale italiana. Per affrontare con la determinazione e l’incidenza sufficiente questi settori, considerando lo stato di arretratezza in cui vessano, sono necessari fin da subito gruppi di lavoro e sottosegretariati allargati e stabili attingendo a tutto il tessuto socio-politico italiano.
Stesso dicasi per il lavoro, per le riforme, e per la pubblica amministrazione, dove sono impegnati rispettivamente Giuliano Poletti, Maria Elena Boschi e Marianna Madia.

Il MEF è andato in carico al capo economista e vicepresidente OCSE, ex FMI e consigliere economico di D’Alema, nonché personalità di vertice del Think Tank Dalemiano Italiani Europei, Pier Carlo Padoan. Anche il suo compito, come del resto quello di tutti in questa situazione disperata, è complesso e forse non è ancora stato evidenziato a sufficienza come le sue idee e strategie possano essere motivo di tensioni tra il centro destra ed il centro sinistra. Padoan non è un cultore dell’austerity, ma ha recepito e fatto sue le linee guida europee che suggeriscono, anche in modo marcato, ma fino ad ora abbiamo disdette, di spostare la tassazione dal lavoro, dalle aziende e dalle persone, e fin qui tutti d’accordo, verso rendite e patrimoni, il che vuol dire sulle proprietà immobiliari, sulle rendite finanziarie ed i capital gain, ed in ultimo, ma la situazione del paese lascia pochi margini di azione, patrimoniale. Inoltre non vede particolarmente di buon occhio la crescita a mezzo di debito, e va capito quanto intenda farsi valer in Europa per l’applicazione della golden rule agli investimenti produttivi ad alto valere aggiunto e ritorno nel medio e lungo termine, che sono quelli in grado di far progredire le economie in modo duraturo, perseguendo una crescita di “qualità” e non di “quantità” ove non vi sono oggettivamente margini per competere con le economie emergenti.
Questi aspetti, ancora in penombra, potrebbero essere forieri di tensioni, alimentate dal centro destra, già alla stesura del primo DEF (documento di economia e finanza).
Analogamente malumori si percepiscono nel centro sinistra, in particolare ad opera di SEL e, all’interno del PD, dai sostenitori di Civati, con Cuperlo che si è mostrato sfidante nell’incalzare Renzi sul fatto che ora è il momento dei fatti, e su questo credo che l’ex sindaco di Firenze converrà pienamente. Un elemento fondamentale per il Governo, che ha contribuito a sancire il fallimento dei precedenti e che sarà messo ben presto alla prova, è la volontà di lavorare in modo organizzato e collaborativo per gettare le basi affinché il paese “si tolga dal pantano”. Purtroppo il realismo e la gravità della situazione sono tali da impedire di poter pensare ad un’uscita definitiva e rapida da quella che è stata definita “palude”; già indirizzarsi verso l’uscita sarebbe un primo fondamentale passo.

Infine una gradita nota di colore, dei 16 ministri 4 sono emiliano romagnoli e 2 toscani, ai quali si aggiungono il toscano Matteo Renzi e l’emiliano, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Del Rio, e questo, ma è opinione puramente personale, non può far altro che piacere.

22/02/2014
Valentino Angeletti
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