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La limitata visione italiana ed i grandi cambiamenti mondiali

In Thailandia dopo un ennesimo colpo di stato hanno istituito la corte marziale ed introdotto la censura su tutti i media; sono all’ordine del giorno episodi di violenza per le strade.
In Libia è stato sciolto il parlamento si è consumato un colpo di stato che ha portato le milizie al governo. La guerriglia e le violenze imperversano.
In Egitto ed in Siria, benché più silenziosamente a causa della minore influenza economica dei due paesi, la situazione è grave e nelle piazze gli scontri causano quotidianamente vittime.
La Cina e la Russia, in occasione della visita di Putin a Shanghai, sono in procinto di concludere un accordo da 456 miliardi di dollari secondo il quale, Mosca dovrebbe vendere a Pechino ogni anno 38 miliardi di metri cubi di metano a partire dal 2018.
Gli USA, ed in particolare il presidente Obama, prima volta nella storia, hanno multato cinque hacker cinesi per aver violato, impossessandosi di documentazione riservata, alcune aziende manifatturiere americane operanti nei settori dell’acciaio, dell’alluminio e della realizzazione di pannelli solari. A detta del Presidente Americano ciò avrebbe consentito ai competitors cinesi di realizzare prodotti identici a quelli americani, ma a minor costo risparmiando sulla sicurezza dei lavoratori, sul costo del lavoro e sulla progettazione. La Cina ha risposto asserendo che si trattasse di una “buffonata” ed ha sospeso l’accordo di collaborazione con gli USA relativo alla cybersecurity.
Il problema dell’immigrazione dall’Africa vero l’Europa si aggrava di giorno in giorno e la crisi libica così come la bella stagione lasciano presagire un intensificarsi dei flussi migratori.
A tutto ciò si aggiunge la crisi ucraina che ancora non ha trovato risoluzione e che le imminenti elezioni del 25 potrebbero ulteriormente esasperare.

Le ripercussione di questi eventi sul continente europeo potrebbero essere immense a cominciare da quella umanitaria dovuta all’immigrazione ed alla ferocia di certi conflitti, passando per la questione energetica potenzialmente di grande impatto per il nostro paese che, secondo l’ex AD di ENI, sarebbe in grado di resiste ad una crisi energetica in uno dei due maggiori stati fornitori, Russia e Libia, ma non a due eventi simultanei.

L’accordo Russia-Cina sul gas potrebbe potenzialmente, come in parte sta già facendo la crisi ucraina, sconvolgere definitivamente gli equilibri geo-politici ed i rapporti di forza tra le maggiori potenze mondiali, nonché modificare le rotte di approvvigionamento energetico europee ed asiatiche.

Le tensioni in campo cibernetico tra Cina ed USA potrebbero invece aprire scenari ancora non del tutto conosciuti, ma potenzialmente pericolosissimi proprio a causa della scarsa preparazione e conoscenza dell’argomento.

Tutto ciò dimostra quanto il continente Europeo dalla moneta unica, ma dalla politica frammentaria sia debole, tanto che Putin ha dichiaratamente detto che l’unico interlocutore europeo di valore rimasto è la Germania, non la commissione, né Barroso o Van Rompuy, ma la Merkel.

A prescindere dalle elezioni europee che si terranno il 25, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, in qualsiasi modo la si pensi, che i nostri piccoli stati sono veramente poca cosa rispetto agli scenari globali che ci circondano e di fronte a questi eventi le possibilità di competere contando in una autosufficienza nazionale nei fatti poco credibile è pari a zero. La stessa Europa unita e coesa potrebbe avere difficoltà, a causa del ritardo accumulato, a tornare ad essere un interlocutore autorevole e rispettato.

In Italia però nonostante tutto il “marasma” mondiale si continua a concentrarsi su una bassa campagna elettorale tirando fuori quando Hitler, quando la lupara bianca oppure urlando ai complotti, alle marce sulla capitale ed ai colpi di stato, quasi senza ragionare sul fatto che poco distante da noi questi eventi drammatici accadono realmente. Ci si illude addirittura che le nostre vicende interne possano avere una qualche influenza sullo spread e sulla finanza che indirizzerà i propri movimenti considerando contesti ben più ampi e magari giustificandoli, per i meno attenti, con i nostri fatti interni. Solo un’affermazione decisamente anti-europea alle elezioni potrebbe realmente contribuire ad influenzare la finanza.

A questo punto prima che le vicende degenerino converrebbe davvero aprire gli occhi ed ampliare la nostra visuale, ma non vorrei che ormai ci siamo abituati a guardare solo ad un palmo dal nostro naso pensando che tutti i problemi, tutte le risposte e tutte le soluzioni risiedano in quella  circonferenza dal raggio infinitesimale.

19/05/2014
Valentino Angeletti
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La crisi ucraina a tre settimane (troppe) dal giro di boa delle elezioni

La crisi ucraina continua ad aggravarsi, purtroppo anche in termine di perdite umane.

Negli scorsi giorni si è tenuto il vertice bilaterale tra USA e Germania. Il Presidente ed il Cancelliere convengono sulle sanzioni da applicare alla Russi, ma al di là dell’ufficiale linea comune sussiste almeno una differenza: la Germania, così come la parte dell’Europa che orbita commercialmente ed energeticamente attorno al Cremlino, vorrebbe sanzioni  meno pensanti nei confronti di Putin di quanto non vorrebbero gli USA. Altamente probabile che la motivazione sia appunto da attribuirsi agli importanti scambi commerciali ed energetici che vi sono tra Russia e Germania, ma anche Italia e tutti  i paesi nordici e dell’ex blocco sovietico.

Obama, dando corpo alla propensione statunitense, non pare orientato ad intervenire militarmente, limitandosi piuttosto a seppur pesanti sanzioni. Come abbiamo ricordato più volte, il fatto di essere al sicuro dal punto di vista energetico ha orientato la Casa Bianca e l’opinione pubblica statunitense a propendere per il ritiro graduale delle truppe da zone storicamente calde e strategiche per produzione ed approvvigionamento di idrocarburi (come il medio oriente) potendo così risparmiare dal punto di vista militare e non rischiando di invischiarsi in situazioni costose e dal dubbio esito, memori di conflitti passati.

La minor convinzione dell’EU nel proporre sanzioni è testimoniata dall’assenza della lista “nera” di aziende ed oligarchi (tra l’altro demandata ai singoli stati cosicché una azienda bandita in uno stato membro potrebbe non esserlo in quello confinante) già stilata invece dagli USA. Al contempo però si nota l’impossibilità di alcune multinazionali nel tagliare nettamente i ponti con certe realtà Russe che dominano il settore dell’ Oil&Gas, con in prima linea i colossi parastatali Rosneft e Gazprom.

Nel frattempo gli scontri nell’est dell’Ucraina proseguono con violenza. Putin, che come Obama non è ufficialmente intervenuto nel conflitto, asserisce che il patto di Ginevra ottenuto con tante difficoltà sia stato violato dagli interventi (utilizzando anche elicotteri da combattimento) di Kiev contro gli occupanti filorussi che, ed è l’unica buona notizia, hanno rilasciato gli osservatori OSCE precedentemente trattenuti.

L’IFM che si era detta disponibile ad avviare il piano di aiuto economico in favore di Kiev,  alla luce della perdita ufficiale del controllo dei territori dell’est attualmente in mano ai filorussi, ha rimesso in discussione l’intervento. Il piano biennale varrebbe 17 miliardi di $ complessivi a sostegno dell’Ucraina, dei quali 3.2 disponibili immediatamente, che avrebbero consentito di pagare i debiti sulle forniture di gas contratti da Kiev con Gazprom e quindi Mosca.

Il debito dell’Ucraina con la Russia, in particolare relativo al Gas, è un altro punto fondamentale. Mosca ha dato un ultimatum all’Ucraina, qualora non venisse pagato entro maggio il Cremlino avrà il diritto di bloccare gli approvvigionamenti, considerando anche l’esistenza di una clausola negli accordi tra Russia ed Ucraina che vincola i secondi a pagare le forniture anticipatamente. Incontri di mediazione tra il ministro dell’energia Russo Novak ed il commissario europeo Oettinger si sono tenuti senza risultati di rilievo e si terranno anche nel mese in corso, ma la situazione resta comunque delicata ed il tempo è poco.

Un giro di boa fondamentale per comprendere l’evoluzione della vicenda saranno le elezioni ucraine del 25 maggio, se esse non dovessero svolgersi in trasparenza e se sorgessero sospetti di brogli in favore della Russia potremmo essere di fronte alla fatidica goccia che farà traboccare il vaso e che costringerà gli Stati Uniti ad intervenire al di là delle pesanti sanzioni economiche che fino ad ora sembrano aver poco scalfito Mosca la quale punta a rafforzare i ruoli di egemonia nel capo energetico, forse messo in discussione da nuovi scenari e nuovi players (shale gas in USA e non solo, il TTIP, le potenze asiatiche) ed in quello dell’immagine, andata via via deteriorandosi, agli occhi del suo orgoglioso popolo e del mondo che ha con le Olimpiadi invernali di Sochi ha visto l’inizio di un processo propagandistico decisamente ascendente. A quel punto l’intervento militare USA, pur rappresentando l’ultimo e sgradito provvedimento, potrebbe divenire realtà così come le controffensive della Russia. Ci sarà da capire che decisioni vorrà prendere l’Unione, ufficialmente schierata con Obama e Kiev, ma restia a rompere definitivamente con Putin.

Gli scenari possibili sono vari, certo è che la soluzione diplomatica ed il patto di Ginevra sono subito apparsi d’argilla e che di qui al 25 maggio intercorrono oltre 3 settimane di possibili rappresaglie e guerriglie che potrebbero aggravare ulteriormente un bilancio già a tinte molto fosche.

Link Russia e Crisi ucraina
Crisi Ucraina: mire Russe d’egemonia energetica? 30/04/2014
Tre elementi del bilaterale Italia-USA, senza perdere di vista Europa, Cina e Russia 28/03/2014
La delicata questione Russo-Ucraina: intrecci di politico-economici con al centro energia e strategie Geo-Politiche 16/03/2014
Il gas russo e le contraddizioni energetiche italiane ed europee 08/03/2014
Capacity Payment e Sorgenia: argomenti da scindere 02/03/2014
Verdetto S&P, vivacità USA, forza Russa confermano le difficoltà Europee 21/12/2013

03/05/2014
Valentino Angeletti
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Tre elementi del bilaterale Italia-USA, senza perdere di vista Europa, Cina e Russia

Sì è concluso il viaggio del Presidente USA in Italia. Ovviamente Obama ha mostrato tutto il suo apprezzamento per le personalità ed istituzioni che ha incontrato: dal Papa che ammira profondamente, che potrebbe essere un’icona a Stelle e Strisce e col quale ha parlato di temi etici, ma anche della povertà dilagante, della fame e della crescente disuguaglianza che i due leader vorrebbero debellare a cominciare dalle forme più estreme; al Presidente della Repubblica Napolitano con il quale vi è una lunga amicizia e con cui ha parlato tra le altre cose dei temi internazionali e della Russia che il Presidente italiano non vorrebbe isolare, ma riavvicinare con la diplomazia; fino a concludere con l’incontro con il Premier Renzi.

Poiché i convenevoli, quasi eccessivi, sono esternazioni, anche se sincere, di certo rituali che si rinnovano ad ogni incontro istituzionale tra Leaders (ricordiamo gli incontri tra Merkel e Monti e Letta prima e Renzi poi, oppure quelli tra lo stesso Obama, con i predecessori di Renzi), non c’è troppo da crogiolarsi per questa “profonda sintonia” verbale. Occorre guardare oltre alla dichiarata stima, all’appoggio alla politica di Renzi, al processo riformatore ed ai complimenti per l’energia che il nostro Premier indubbiamente mostra nell’aggredire i problemi, e forse la parola energia non è sta usata a caso perché il tema energetico è di primo piano per analizzare alcuni aspetti.

Innanzi tutto Obama inserisce il viaggio in Italia, che aveva come primo obiettivo l’incontro con il Papa, in un tour Europeo e medio orientale che ha visto, per la prima volta dal suo insediamento nel 2009, il presidente USA recarsi presso le più alte istituzioni Europee; dopo l’Italia sarà la vota di Riad, Arabia Saudita. La crisi Russo-Ucraina ha infatti mutato la politica estera statunitense, fino ad ora orientata ad un progressivo ritiro dal Mediterraneo e dal Medio-Oriente perché la rivoluzione dello Shale Gas stava (e sta) portato gli States verso l’indipendenza energetica. Il presidio strategico della zona era garantito dalle basi statunitensi e NATO presenti nei paesi alleati, come appunto l’Italia, quindi una riduzione dell’impegno militare poteva avere un senso, considerato l’approvvigionamento energetico interno ormai raggiunto e l’abbattimento dei costi che ne sarebbe derivato.
Ora le cose stanno cambiando, già da svariati mesi si è assistito ad un escalation delle dimostrazioni di forza di Putin ed il timore degli USA è che la dipendenza energetica dell’Europa (Stati dell’ex blocco sovietico, ma anche Germania ed Italia) nei confronti della Russia porti il vecchio continente ad essere eccessivamente clemente con Putin al quale saranno dirette sanzioni via via crescenti.
Nella stessa ottica si inseriscono il piano di aiuti (tra i 10 ed i 13 miliardi di $) che l’ IMF varerà a supporto dell’Ucraina, la quale non può più contare sull’appoggio russo ed alla quale Putin e Gazprom stanno chiedendo di saldare i debiti per le forniture (qualche miliardo di $) intimando lo stop delle esportazioni di gas, ed il via libera proprio di Obama alle export di gas naturale dagli Usa verso le coste europee.
Si ricorda che la maggior autonomia energetica del continente è uno degli obiettivi fissati dalla Commissione Europea.
La questione dell’energia è stata, è tuttora, e lo sarà sempre di più, di decisiva importanza per lo sviluppo e la crescita dei paesi, per i rapporti di forza e le strategie geo-politiche.
Le grandi multinazionali a cominciare da Gazprom e Rosneft (la seconda produttrice di Oil dopo la saudita Aramco) stanno ampliandosi nei settori affini, ultimamente Rosneft, già al 20% di Saras, ha rilevato il 13% di Pirelli (circa 500 miliardi di $ di investimento in un settore, quello degli pneumatici, molto vicino al petrolifero) e si sta apprestando, sempre che gli USA non blocchino l’operazione per le tensioni con la Russia, a rilevare la divisione commodities di Morgan Stanley, deputata al trading di materie prime appunto. Gazprom agisce pressappoco allo stesso modo sul fronte del gas e dell’upstreaming. Non sono da meno le grandi compagnie di stato cinesi, che operano nei settori energy, oil&gas e delle terre rare eseguendo acquisizioni in tutto il mondo, incluse Canada, Africa ed USA (dove alcune operazioni sono state bloccate dal Governo statunitense). La banca popolare cinese ha superato quota 2% del capitale di Enel ed ENI attingendo al flottante e diventando il secondo azionista dopo lo Stato.

Un secondo punto strettamente legato alle crisi internazionali è la spesa per la difesa: “la sicurezza non è gratis”, dice il Presidente statunitense.
Obama ha esplicitamente dichiarato che se gli USA, grande potenza con il più grande esercito e quindi spesa in valore assoluto, impegnano il 3% del PIL sulla difesa, analoga proporzione deve essere rispettata anche in Europa. L’attuale impegno europeo dell’ 1% del PIL crea uno squilibrio troppo grande. Forse qualche velato riferimento ai tagli italiani, parzialmente connessi all’acquisto in 7 anni dei 130, ridotti a 90, caccia F35 di produzione americana da circa 100-135 mln di € cadauno, sulla spesa militare stimata attorno ai 16 miliardi di € annui si è percepito.
La risposta di Renzi ha lasciato aperte tutte le porte, assicurando, come ha sempre fatto fino ad ora, il rispetto degli accordi, ma con un occhio al budget, visto che comunque i mercati, che qualche influenza politica oltre che finanziaria ce l’hanno, intimano la riduzione strutturale del debito.
La questione sulla spesa militare, sulla difesa, ed in particolare sulla NATO è tutt’altro che chiusa e risolta e necessiterà di ulteriori dialoghi.
La struttura europea fa sì che in campo militare non vi sia né coordinamento reale tra gli Stati membri, né un esercito (di mezzi e uomini) comune, né un piano strategico condiviso, è quindi evidente la dipendenza in questo settore dall’alleato USA e dalla NATO.

L’ultimo punto che vogliamo affrontare è quello del rapporto economico Europa-USA. Nei prossimi mesi dovrebbe essere sottoscritto il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo che riduce le barriere commerciali tra USA ed Europa e che rappresenta per ambedue le economie e per il mondo in generale un passo importante. Secondo alcune stime della Commissione Europea, potrebbe portare benefici per € 120 mld in Europa, € 90 mld in USA, € 100 mld nel resto del mondo.
Il rapporto Europa-USA però non può prescindere dalla ripresa dell’economia europea.
Infatti, se i provvedimenti di Obama in USA hanno ridato slancio, non vale lo stesso per il vecchio continente che continua, mediamente, ad affrontare notevoli difficoltà. Obama ha sottolineato che una ripresa europea è fondamentale per gli scambi USA-EU e per il rafforzamento dell’ Import-Export. A dire il vero con il livello di cambio in essere a beneficarne sarebbero più le esportazioni USA e quindi capitale europeo che attraverserebbe l’Atlantico, che non viceversa.
Perché questa ripresa avvenga il Presidente ha indicato in modo non troppo nascosto che alcuni Stati più forti (implicito riferimento alla Germania) devono abbassare il loro surplus commerciale incrementando i loro consumi interni rispetto alle esportazioni e facendo da locomotiva a tutto il continente. Prima ancora di ciò è però necessario il rilancio generalizzato dei consumi e del potere d’acquisto con una politica meno austera e vincolata a rigidi parametri, misure volte a lottare contro la disoccupazione dilagante ed una politica monetaria realmente accomodante. L’allineamento con Renzi e col PSE a guida Schulz è lampante.
Renzi si è detto ispirato dalla politica di Obama che rappresenta un suo modello, ma questo modello, che fin qui ha funzionato, è bene ricordare che è fatto di spesa pubblica e deficit oltre il 10%, un debito oltre i 17’000 mld $ (che ha comportato la revisione del tetto rischiando il fiscal cliff) detenuto in gran parte dai cinesi, una politica monetaria fatta di QE e di stampaggio di nuove banconote indirizzata quasi mese per mese dai dati sulla disoccupazione (obiettivo al 6.5%), grandi investimenti pubblici, sostegno al lavoro decisamente molto flessibile, sostegno al reddito con l’introduzione di un salario minimo e non con la competizione sui prezzi e salari come accade in Italia esponendola al rischio deflattivo, regime fiscale meno oppressivo, norme più chiare, e, non in ultimo (non ci stancheremo di ripeterlo vista la sua importanza), la rivoluzione energetica. Tutto ciò è stato in grado di innescare un meccanismo di re-industrializzazione degli USA attirando capitali ed imprese estere o che avevano delocalizzato.
Sostanzialmente il contrario di quanto è stato seguito in Europa e di quanto Renzi, Schulz e tutti i sostenitori di un’Europa sì più flessibile, ma al contempo più forte, omogenea (norme, finanza, banche, fisco, ecc) solidale e coesa, dovranno cercare, magari in prima istanza parzialmente, di far approvare alla burocrazia europea ed alla Germania.
Germania che si appresta ad ospitare, quasi fosse una contromossa, la visita del Presidente Cinese Xi Jinping, certo che tra i due stati si potrebbe creare un legame economico-commerciale forte ed indissolubile. In effetti pensare all’unione di due economie e manifatture simili, potenzialmente in grado di coprire da sole le proprie esigenze di materie prime ed il fabbisogno di gran parte del mondo rivolgendosi sia ai benestanti, con prodotti di alto di gamma made in Germany, sia alle masse, grazie ai prodotti a basso costo cinesi, può far tremare i polsi a tutti competitors.

L’asse e la condivisione degli obiettivi, che stando alle dichiarazioni pare esistere, tra Schulz, candidato PSE alla presidenza della Commissione EU, e Renzi, Premier in Italia la quale a luglio avrà i sei mesi di presidenza europea, si arricchisce di un terzo membro, Obama e gli USA.
Questa visione comune deve essere sfruttata e supportata da altri attori, come Francia e Spagna, per dirigere, ed Obama in questo anno di elezioni di medio termine dovrà partecipare attivamente spendendosi di persona, l’Europa verso un modello più sostenibile e riformatore, che non porti allo sfascio economico-sociale, all’ulteriore impoverimento della classe media già in via di estinzione ed al rafforzamento delle derive anti europee.

Link correlati:
Decennio Usa
Politica tedesca
Riforme europee
Obama – Italia a problemi simili soluzione antitetiche

27/03/2014
Valentino Angeletti
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Chrysler 100% Fiat: un’osservazione sulle preoccupazioni della CGIL

Sembra opportuna un’osservazione sulle preoccupazioni manifestate dal Segratario della CGIL Susanna Camusso riguardo alle conseguenze in Italia che l’acquisizione da parte di Fiat del 100% di Chrysler (Link: Chrysler 100% Fiat ) potrebbe portare ai lavoratori ed allo sviluppo dell’attività “automotive”, perplessità non condivise dalle altre due maggiori sigle sindacali, CISL e UIL.
Come da sempre accade quando si è di fronte ad operazioni di M&A di tal portata la domanda scontata ed abbastanza banale, poiché a seconda dei punti di vista può avere risposte diametralmente opposte ed ambedue plausibili, “chi ha acquistato chi” non manca di essere posta. Probabilmente la prima fase del processo di integrazione manterrà due sedi e due governance separate per poi convergere ad una singola holding di gruppo ed un singolo headquarter , chissà se in USA, in Italia o magari in Lussemburgo, in Gran Bretagna o in Olanda come la controllata Fiat CNH Industrial. Il gruppo Fiat-Chrysler sarà poi quotato, ovviamente considerando che Piazza Affari è per capitalizzazione oltre la trentesima posizione nel mondo, dopo l’Indonesia e complessivamente vale meno della sola Apple o Exxon Mobile, è facile immaginare che Wall Street sarà la piazza obiettivo e forse si renderà necessario un aumento di capitale fin ora scongiurato. È poi difficile pensare che il mercato italiano ed europeo possa essere quello trainante, a differenza di quello statunitense, sudamericano o dell’estremo oriente, con la Cina in pole position, verso il quale Fiat-Chrysler dovrà pensare di aprirsi per diventare una vera major, colmando quella che è una grande lacuna del settore industriale italiano ossia la mancanza di massa critica e catena distributiva potenti.

Esulando da quello che potrà essere e che non possiamo prevedere con certezza, il punto chiava da tenere in mente è uno, nel 2009 Chrysler era una azienda automobilistica, vecchia gloria USA, sull’orlo della banca rotta e Fiat di fatto la salvò. La preoccupazione avrebbe dovuto essere, se mai, del Governo Obama, dei sindacati e dei lavoratori di oltre oceano, non di quelli italiani, ed invece le opere di negoziazione, trattativa, controllo su piani e finanziamenti ed accordo intraprese in questi 4 anni hanno portato beneficio all’azienda di Marchionne, ai sindacati, lavoratori e Governo USA. L’approccio è stato quello non del timore e dell’avversione per l’investitore straniero, ma di lavoro congiunto e scontro, a volte anche duro, con il fine ultimo di proteggere e rilanciare un settore che alla fine dei conti avrebbe portato vantaggi per tutti gli attori, metodologia difficilmente mutuata ed adottata nel bel paese dove hanno sempre prevalso arroccamenti e prese di posizione talvolta insostenibili e fini a se stesse.
Nessuno, trasversalmente, si più esimere da un mea culpa, poiché è stata l’incapacità di interpretare la realtà mutevole, l’incomprensione della differente dinamica economica, il mancato controllo sui piani industriali, l’assenza di condizioni chiare sui finanziamenti erogati, la persistenza e l’inflessibilità di vecchi ragionamenti mirati a proteggere e mantenere posizioni non più sostenibili a comportare le difficoltà per i lavoratori, per i conti dell’azienda ed in parte per l’automotive made in Italy che perdurano da decine di anni.

Per avere qualche possibilità di affrontare il futuro ritrovando un briciolo di competitività il rapporto Stato, sindacati, aziende deve cambiare ed essere votato al reale dialogo costruttivo, affermazione scontata e condivisa, ma ancora raramente messa in atto.

03/01/2013
Valentino Angeletti
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2013-2023: decennio, forse l’ultimo, a stelle e strisce?

In questo momento di congiunture macroeconomiche complesse e di grande difficoltà per il vecchio continente, stando ai dati pare che ad arrancare senza aver agganciato la ripresa in maniera incisiva siano solamente alcune realtà europee, cominciando dall’Italia, la cui situazione è ben nota.

Considerando invece gli USA, che rimarranno la prima economia mondiale almeno fino al 2028 anno in cui le previsioni indicano il sorpasso cinese ai danni degli Stati Uniti immediatamente seguiti dall’India, si notano evidenze di una tendente ripresa e crescita economica le quali, nonostante oggettive difficoltà persistenti, faranno sì che anche il prossimo decennio potrà essere made in USA.

Gli Stati Uniti, partendo dalla crisi dei mutui subprime, hanno dovuto realizzare immediatamente la gravità della situazione, si sono potuti muovere, benché già in ritardo, ben prima del vecchio continente ed hanno potuto usufruire di quell’esperienza della “seconda volta” che le ha consentito di reagire e mettere in atto in modo relativamente tempestivo politiche e piani atti a fronteggiare questo secondo acuirsi della crisi ben più penetrante ed estesa di quella del 2007/2008 e che coinvolge non solo la finanza, ma tutta la società in modo ben più pervasivo e trasversale.

I fattori che hanno dato agli Stati Uniti questa possibilità sono da ricondurre in parte a situazioni parzialmente fortuite (rivoluzione energetica) ed in parte a politiche, monetarie e di investimenti, che finora stanno dando ragione alla nazione di Obama.

Partendo dalla politica monetaria della FED di Ben Bernanke, essa è stata fin da subito molto accomodate e non ha assolutamente lesinato nell’iniettare enormi quantità di denaro principalmente facendo leva sulla possibilità di coniare e stampare e su acquisti massicci di titoli di stato pari a circa 85 miliardi di dollari al mese. Questi titanici acquisti stanno gradualmente cessando, si può dire che il tapering sia iniziato e proseguirà anche quando, a partire dal prossimo anno, ai vertici della FED si insedierà Jenet Yellen. Considerando la ritrosia nell’avviare il tapering, giustificata dai possibili impatti che questo provvedimento avrebbe potuto avere sui mercati, è plausibile che i segnali di ripresa USA siano più concreti di quelli che vengono resi pubblici o che il tepring sia già stato scontato. Parallelamente ai provvedimenti monetari, che hanno avuto il merito, cosa non accaduta in Europa e per la quale probabilmente abbiamo e stiamo tuttora pagando, di alimentare non il sistema finanziario e delle banche, ma direttamente l’economia reale, forse frutto della precedente esperienza del 2007/08, sono stati avviati importanti piani di sviluppo ed investimento in grandi opere, infrastrutture pubbliche, ricerca, telecomunicazioni e viabilità in grado di creare lavoro ed al contempo garantire profitto al paese nel lungo termine. Questa “fase 2” è partita non curandosi troppo del deficit e dei parametri che invece in Europa sono considerati il sancta sanctorum, il dogma ultimo e che tengono in scacco, condannandole definitivamente qualora non venissero rivisti, economie importanti e trainanti come l’Italia. Gli USA hanno un debito di oltre 17’000 miliardi di dollari (detenuto per circa il 1’100 miliardi dalla Cina), superiore al 100% del PIL, tetto che democratici e repubblicani, dopo trattative e negoziati estenuanti ma testimoni di come quando siano le sorti dell’intero paese ed essere messe in gioco in ultima istanza gli accordi volgano a conclusione (non come in Italia), hanno deciso di innalzare onde evitare il fiscal cliff. Il rapporto deficit/PIL è di circa il 4%, oltre lo storico 3% europeo ed il PIL USA è cresciuto, battendo tutte le previsioni, del 4.1% nel Q3 2013, gli indici borsistici, sostanzialmente ai massimi storici, nell’ultimo anno sono cresciuti di circa il 38% il Nasdaq, del 26% il Dow Jones, del 29% lo S&P500 (contro un circa +16% del FTSE-MIB). Che questa politica, adottata anche dal Giappone di Abe (indice Nikkei +55% circa dal 1 gennaio 2013), avrà solo ripercussioni positive ed eviterà il ripetersi ciclico delle crisi e delle bolle, che hanno fin qui caratterizzato lo sviluppo economico mondiale, è presto per capirlo, di certo tale approccio ha sbloccato l’economia ed ha dato una scossa decisiva in un momento cruciale.

Un secondo settore in cui gli USA stanno vivendo una violenta rivoluzione è quello dell’energia, indispensabile per una economia florida e produttiva, e fattore determinante delle scelte di business development delle multinazionali (lo sappiamo bene in Italia). La possibilità di estrarre shale-gas, presente in abbondanza, in modo relativamente economico grazie alle infrastrutture estrattive già presenti ed ai giacimenti petroliferi esausti, ha consentito agli Stati Uniti di raggiungere l’autonomia energetica garantendo alle imprese locali un costo della bolletta decisamente più basso (circa 1/3) che in Europa. Al contempo l’estrazione di petrolio ed i grandi investimenti in tecnologie verdi, energie rinnovabili, tecniche di abbattimento degli inquinati (come la CCS), efficienza energetica e delle reti di trasmissione/distribuzione elettrica, che a dispetto della completa liberalizzazione e del regime concorrenziale presente, sono ancora molto deficitarie rispetto agli standard italiani, sono proseguite consentendo agli USA di diventare un paese esportatore di petrolio, meno dipendente dal carbone rispetto al passato ed emettere meno gas serra. Tutte queste circostanza da un lato danno la possibilità di perseguire in modo più concreto politiche di riduzione delle emissioni e lotta ai cambiamenti climatici (vero cavallo di battagli delle propagande di Obama, più difficoltoso da attuarsi nei fatti), dall’altro consentono di allentare, al limite rescindere, quel legame, fino a poco tempo fa inesorabile, con le economie arabe e del Medio Oriente, caratterizzate da situazioni geo-politiche complesse, ad alto rischio e che hanno assorbito negli anni grosse risorse economiche, militari e del comparto difesa statunitensi. A ciò potrebbe seguire, benché non nell’immediato, un minor dispiego militare ed un conseguente risparmio in dollari.

Ulteriori fattori non di secondo piano si possono ricercare negli accordi commerciali con l’Europa, che diventano sempre più stretti, e, dal punto di vista statunitense, favoriti da un Dollaro molto debole nei confronti dell’Euro, rispetto al quale è deprezzato del 30% circa, che agevola le loro esportazioni. Il rafforzamento di tale legame può essere anche letto come un tentativo di allontanare l’Europa dall’orbita russa, sempre più vicina, e che potrebbe raggiungere la completa indipendenza in ogni settore confidando nella collaborazione con un partner leale ed affidabile come l’Europa.
La flessibilità introdotta nel mondo del lavoro e l’abbassamento del costo della manodopera potrebbero essere viste come una sorta di precarizzazione e peggioramento, ed in parte è vero, ma, se mantenuta solamente per consentire l’uscita definitiva dalla crisi, potrebbe esser stata determinante per combattere la disoccupazione, attualmente al 6% ma che ha come obiettivo prossimo il 5%, e dare un minimo sostentamento e potere d’acquisto ad una fascia sociale altrimenti totalmente a carico della collettività.
Infine le politiche sull’immigrazione hanno consentito di attirare manovalanza poco qualificata ed a basso costo, ma anche e soprattutto i talenti e l’elite studentesca, inclusa la futura classe dirigente cinese che si forma nelle più prestigiose università americane per poi tornare in patria, testimoniando un processo organizzato e funzionale di creazione di manager e di successione alla leadership ignoto in Italia, avendo padronanza delle due lingue mondiali (cinese ed inglese) e soprattutto con una nuova prospettiva del mondo, che grazie al connubio degli approcci orientali d occidentali, intesi dalla cultura, scienza e tecnologia, alla gestione ed amministrazione aziendale, risulta davvero arricchita e pronta alla globalizzazione.
Questa elite, benché in parte destinata a tornare in patria, contribuisce in ogni caso a fare innovazione e ricerca di altissimo livello nei migliori istituti dal MIT a Stanford, Yale ed Harvard o aziende (IBM, Google, realtà della Silicon Valley) potendo confidare su un sistema meritocratico relativamente premiante, dove il tentativo è valorizzato anche in caso di un primo fallimento, e su ingenti investimenti pubblici e privati come i venture capital in sostegno alle start up. Importanti risorse sono anche destinate all’High Tech ed alla copertura totale del suolo americano con internet super veloce, Google ha iniziato il cablaggio in fibra di diverse aree, consentendo velocità di 100 volte superiori rispetto alle migliori velocità medie odierne.

Se a quanto detto si associa un regime fiscale favorevole è facile capire perché molte aziende, che delocalizzarono, stiano rientrando negli USA dando vita ad un processo inverso rispetto a quello di desertificazione industriale che sta colpendo il nostro paese, in particolar modo il sud.

Permangono tuttavia situazioni alle quali gli USA dovranno porre rimedio e che sono costate figure magre all’amministrazione Obama. La riforma sanitaria “Obama Care”, minata ulteriormente nell’immagine dalle complicanze occorse nel sito internet, è motivo di scontro sia tra repubblicani e democratici sia con le grandi compagnie assicurative e le associazioni delle multinazionali farmaceutiche; la vicenda dell’ NSA, del datagate ed in generale della sicurezza, molto sentito dai cittadini disposti a cedere parte della loro privacy per standard migliori, alla quale gli USA destineranno miliardi e miliardi di dollari, negli anni venturi incanalati in buona parte verso quello che è il controllo ed il monitoraggio di internet e della rete (cybersecurity, cyberwarfare, cyber-espionage) ed alle nuovissime tecnologie applicate in ambito militare; altro punto scottante è il rapporto con la Russia che sta vedendo l’acuirsi di tensioni forti sia a livello mediatico e propagandistico (ad esempio la rappresentante USA alle Olimpiadi invernali di Sochi sarà la ex Tennista, ma anche icona dei movimenti Gay, Billie Jean King; contemporaneamente però Putin da segni di clemenza concedendo alcune grazie e mostrando segni di apertura all’omosessualità ed all’opposizione politica) sia in termini di spiegamenti di forze belliche; l’ultimo elemento, già menzionato, sono gli accordi per evitare a febbraio il fiscal cliff che, nonostante sia impensabile non vengano raggiunti, possono creare squilibri e comportare incertezze e ripercussioni economiche.

Se gli USA sapranno affrontare intelligentemente queste “minacce” ci sono buoni presupposti affinché il prossimo decennio sia caratterizzato, assieme alla continua ascesa di potenze come Cina ed India, da un importante dominio economico a stelle e strisce.

29/12/2013
Valentino Angeletti
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In Italia per superare la recessione va rilanciata la competitività anche con energia a prezzi concorrenziali

L’Europa è fuori dalla recessione si legge. Tecnicamente è così, dopo 18 mesi consecutivi di contrazione il PIL della UE-27 è tornato a crescere nell’ultimo trimestre di 0.3%, non un livello esaltante, ma che denota un flebile segnale di inversione di tendenza. Lo stesso Olli Rehn, commissario EU per gli affari monetari, smorza giustamente gli entusiasmi asserendo che è solo l’inizio di una lieve ripresa che dovrà scontrarsi con i problemi occupazionali, con la lentezza nell’applicare riforme, ed aggiungo, con una Europa allo stato dei fatti ancora troppo segregata, in particolar modo a livello politico, normativo, bancario e di tassazione.
Lo 0.3% di espansione dell’ultimo trimestre rispetto al precedente (che se paragonato agli stessi tre mesi dello scorso anno, a/a, diventa un -0.7%), senza tirare in ballo le solite tigri asiatiche ed economie emergenti, è inferiore rispetto alle performance Giapponesi, che benché più basse delle previsioni, hanno registrato un +0.6% t/t (trimestre su trimestre) ed un +2.6% a/a confermando che fino ad ora le politiche espansive di Abe stanno avendo buoni risultati, a breve si saprà se la proposta del premier nipponico di diminuire la tassazione sulle aziende per compensare l’incremento dell’IVA, che dovrebbe arrivare gradualmente al 10%, sarà una via percorribile. Gli USA crescono dello 0.4% t/t e ben del 2.4% a/a con dati sull’occupazione incoraggianti (in calo di 15’000 unità i sussidi di disoccupazione che tornano a livelli del 2007) ed una forte ripresa della fiducia, dei consumi e del mercato immobiliare nel quale la società di investimenti Blackstone ha investito 2.7 miliardi di $ acquistando 32’000 case pignorate. La ECB e Draghi hanno agito al massimo delle loro possibilità, ed hanno saputo parlare nel modo giusto ed al momento opportuno, ma oggettivamente fino ad ora le economie sviluppate che hanno avuto la possibilità di attuare politiche monetarie altamente espansive ne stanno giovando più della EU.
All’interno dell’Europa non mancano ovviamente le differenze, la Germania cresce di uno 0.7% mantenendo al disoccupazione al 5,4%, la Francia fa +0.5%, ambedue trainate da domanda interna e consumi crescenti, la Gran Bretagna e la Lituania +0.6%, la Finlandia +0.7%; non vanno altrettanto bene Olanda ed Italia -0.2%, dove comunque il calo sta rallentando, Spagna, Bulgaria, Svezia -0.1% e Cipro -1.4%, ove permangono evidenti problemi di disoccupazione giovanile (oltre il 25% in Spagna e Grecia, il cui dato sul PIL non è ancora stato divulgato, ma probabilmente sarà in un intorno di -4.5%). Sorprende molto positivamente il Portogallo, dove sono state attuate politiche per incentivare le esportazioni, che con +1.1% è il paese europeo a crescita maggiore.

I casi di espansione del PIL sono sostanzialmente dovuti ad una ripresa di domanda interna e consumi che potrebbero ricadere in modo benefico anche sulle esportazioni del nostro paese. Del resto la necessità di una domanda interna in crescita, di consumi ed export in forte aumento sono alla base della ripresa economica del nostro paese poiché pilastri per la creazione di posti di lavoro. Affinché ciò sia possibile è fondamentale abbassare il livello di tassazione in particolare sulle persone fisiche, sulle imprese e sul lavoro e fare in modo che le nostre aziende siano competitive, in particolare con la concorrenza estera. Oltre al cuneo fiscale svantaggioso le imprese nostrane devono far fronte ad un costo dell’energia superiore di circa il 30% rispetto alla media europea che le penalizza in partenza.

Recentemente il Ministro Zanonato, ed ancor prima Corrado Passera, ha sottolineato come sia necessario un intervento nel campo dell’energia per abbassarne i costi. Il Ministro ha confermato il mantenimento degli incentivi al rinnovabile seppur rappresentino una componente importante nella bolletta delle utenze assieme ad altri oneri di sistema come lo smaltimento delle scorie nucleari et similia che andrebbero ridimensionate radicalmente se non addirittura eliminati. Si poi soffre per l’assenza di un piano energetico di lungo termine ed il processo di liberalizzazione del settore non è ancora totalmente maturo e non risulta semplice per il consumatore leggere le bollette, districarsi in modo consapevole tra le miriadi di offerte di vari gestori e scegliere quella più conveniente.

Le fonti rinnovabili offrono un gran numero di benefici, sia in termini di inquinamento, dovuto alla produzione di energia, che di costo della stessa, andrebbero però considerati l’inquinamento e la provenienza dell’energia per la fabbricazione dei pannelli fotovoltaici o delle turbine eoliche al neodimio e lo smaltimento dei pannelli esausti, attività che non sono sempre green, così come va ridiscusso il sistema di incentivazione, domandandosi se, considerata la diffusione, il minor costo dei componenti e le capacità installata raggiunte, il mercato non sia diventato autonomo dagli incentivi, che hanno concorso allo scoppio di una importante bolla speculativa tra il 2008 ed il 2010 a scapito dello Stato, dell’Europa e degli azionisti e dei dipendenti di aziende quotate generalmente medio-piccole. Ovviamente le tecnologie rinnovabili, alla pari della generazione distribuita, dell’accumulo, della mobilità elettrica, dell’efficienza energetica della rete di trasmissione, delle aziende e degli edifici che dovranno essere ristrutturati, ripensati e costruiti secondo canoni di compatibilità ambientale a basso impatto energetico sono temi in cui è necessario investire e che saranno protagonisti della futura città intelligente e,nel breve termine, dell’EXPO 2015. Detto ciò però non ci si può illudere di poter avere un approvvigionamento energetico completamente rinnovabile, almeno nel medio periodo. Le fonti convenzionali o fossili saranno necessarie ancora per un po’ ed è per questo che molto lavoro deve essere fatto per rendere questi impianti il meno inquinanti possibili ed aumentarne al massimo l’efficienza. Il grande parco rinnovabile installato, concentrato in gran parte al sud e poco modulabile, sta mettendo a dura prova la rete elettrica e gli impianti convenzionali. Spesso grandi centrali a carbone, che al momento per i meccanismi del mercato elettrico e per il costo del combustibile risultano più convenienti rispetto a quelle a gas, sono utilizzate per fare regolazione nonostante non siano progettate per quel genere di lavoro col rischio di accorciarne la vita o abbassarne l’efficienza.
Per cercare di diminuire il costo dell’energia, garantendo comunque il servizio in ogni condizione e magari svincolandosi dalle importazioni o diventando esportatori, è necessario pensare ad un MIX energetico differente ed un portfolio ben bilanciato composto da fonti convenzionali e rinnovabili, tenendo in considerazione le mutate esigenze, i nuovi profili di consumo delle utenze e la nuova distribuzione geografica degli impianti.
Su questa via si sta muovendo, almeno stando ai comunicati ufficiali, la Cina che sta investendo nella riduzione dell’impatto ambientale delle centrali a carbone, dominanti nel loro portfolio energetico, ma al contempo sta incrementando il rinnovabile installato (grandi parchi eolici e fotovoltaici). Obama, mantenendo la sua orma green, vede nelle rinnovabili, nell’accumulo e nello shale gas un’opportunità importante per abbattere l’inquinamento e per raggiungere l’autosufficienza energetica, ma al contempo, consapevole della necessità di fonti fossili, ha presentato un piano di investimenti (probabilmente pubblici) per ridurre drasticamente le emissioni delle centrali a carbone che a breve dovranno rispettare stringenti limiti in particolare sulla CO2 (oltre oceano, come in Cina, stanno lavorando molto sulle tecnologie di cattura della CO2, la CCS, nella quale l’Italia è leader).

Altro fattore penalizzante per il nostro mercato energetico è l’eccessivo livello di pressione fiscale, inclusa la Roobin Hood Tax, che vessa le aziende energetiche. Questa pesante tassazione, non ricaricata sugli utenti finali, alla pari dell’incertezza normativa e della abnorme burocrazia, ha indotto aziende energetiche, incluse grandi multinazionali straniere, a ridurre gli investimenti in Italia o a dover accantonare ingenti riserve per far fronte ad eventuali cambiamenti legislativi, spesso a scapito di attività di efficientamento degli impianti o di R&D. Queste aziende hanno sostenuto, e continuano a farlo, il sistema elettrico nazionale e per via della burocrazia, ed a volte anche a causa dell’opposizione di enti o associazioni locali, hanno avuto vita difficile nell’aggredire il mercato italiano delle rinnovabili rispetto a realtà più piccole e snelle ed agli auto produttori. Considerando quanto la crisi ha colpito il settore e l’importanza che l’energia ha per la ripresa economica lo Stato dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di supportare le Utilities e non vessarle in maniera quasi aleatoria e senza preavviso.

L’importanza delle fonti fossili per la sicurezza energetica nazionale è testimoniata dal fatto che ogni inverno, incluso quello venturo, alcuni costosi impianti ad olio debbano fungere da riserva per entrare immediatamente in produzione qualora si verificasse una crisi del gas, come accadde qualche anno fa. Questa programmabilità ed immediatezza di azione non è al momento garantita dalle sole rinnovabili che allo stato attuale non sono gestibili in modo completamente deterministico. Proprio riguardo al tema del GAS, da Baku in Azerbaigian, il Premier Letta ha dichiarato che la TAP, la Pipeline Trans-adriatica che porterà gas azero fino in Puglia, contribuirà ad alleggerire le bollette; tralasciando le proteste locali e la sindrome NIMBY che potrebbero verificarsi, c’è da chiedersi perché in una infrastruttura così strategica ed importante per tutta l’Europa e dove sono presenti realtà pubbliche o private di mezza Europa (Gli azionisti del progetto TAP sono BP UK 20%, SOCAR AZ azienda di stato 20%, Statoil N 20%, Fluxys B 16%, Total FR 10%, E.ON DE 9%, Axpo CH 5%, http://www.trans-adriatic-pipeline.com/) non sia presente lo Stato e/o una grande multinazionale energetica italiana. Se a livello governativo è stato deciso di puntare sul gas forse sarebbe il caso di non “subire passivamente” l’infrastruttura con tutti i rischi del caso, ma prendevi parte, mettendoci nella condizione di giocare attivamente la partita del gas.
In attesa di un mondo completamente verde, di un piano energetico di lungo termine e di un mercato energetico europeo unico si dovrebbe iniziare ad affrontare concretamente il problema altrimenti i migliori e più condivisibili propositi saranno difficilmente raggiungibili.

16/08/2013
Valentino Angeletti
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Toyota leader per mobilità sostenibile e investimenti in R&D, ma il settore è sempre più competitivo

La Toyota ha raggiunto il traguardo delle 3 milioni di Prius vendute da quanto nel 2007 il progetto di mobilità ibrida del colosso nipponico vide gli albori commerciali.
Nonostante il successo la casa automobilistica continuerà ad investire 790 miliardi di Yen in R&D sulla mobilità verde (e non solo) che nell’ambito dell’auto ibrida gli ha consentito di godere di un vantaggio competitivo notevole trasformatosi in interessanti utili.
Inoltre verrà costruito un nuovo parco tecnologico dedicato alla R&D proprio di fianco un impianto ‘Powertrain Development and Production Engineering’.
(Link articolo di Repubblica)

Le joint venture sul tema della mobilità sostenibile sono innumerevoli, ultimamente la Siemens e la Porsche hanno svolto test su vetture totalmente elettriche (Blog Siemens), in italia l’ENEL ha avviato un’intesa con ENI per integrare colonnine di ricarica elettrica nelle stazioni di servizio della compagnia petrolifera. Sempre ENEL ha collaborato con Mercedes per lo sviluppo della Smart, con la Mitsubishi, con la Peugeot, con la Renault e continua a raffinare le tecnologie di ricarica come del resto anche altre utilities italiane e non.

Purtroppo in Italia mancano le case automobilistiche intenzionate ad investire nella mobilità elettrica, la FIAT ad esempio ha abbandonato il progetto della 500 elettrica proponendo nel nuovo piano industriale un SUV alimentato a benzina o diesel. Forse solo i convincenti piani anti inquinamento di Obama, benché il potente settore petrolifero statunitense potrebbe avere interesse a rallentare la diffusione delle soluzioni di mobilità elettrica, riusciranno a modificare i progetti del Lingotto.
Di sicuro nello sviluppo della mobilità sostenibile ENEL c’è e continuerà ad esserci.

27/07/2013
Valentino Angeletti
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