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ISTAT aumentano i disoccupati e calano gli occupati: Non preoccupa il dato puntale, ma la condizione al contorno

Com’era assolutamente fuori luogo e senza fondamenta, gioire di giubilo quando i dati sulla disoccupazione sembravano volgere in meglio, allo stesso modo, ora che invece i dati preliminari ISTAT sullo stato occupazionale italiano sono tornati negativi, non si può cadere in disperazione per i numeri presentati. Secondo l’Istituto di Statistica a giugno gli occupati hanno fatto registrare un -0,1%, esattamente della stessa entità del calo che ha riguardato il tasso di occupazione.

I disoccupati sono aumentati di 55 mila unità (+1,7%) e la disoccupazione è arrivata, crescendo dello 0,2%, al 12.7%. (dopo il -0,2% di aprile e la variazione nulla di maggio). Ancora peggiore la situazione per i giovani, il cui tasso di disoccupazione arriva al 44.2% a fronte di un tasso di occupazione del 14.5%.  Secondo la CGIA di Mestre negli anni tra il 2008 (tasso di disoccupazione 7.1%) ed il 2015 i posti di lavoro persi in Italia sono stati 932 mila. I valori sono medie nazionali, ma se si andasse ad analizzare la situazione del Sud italia e, in questo sottoinsieme, delle donne, avremmo dati ancora peggiori, terrificanti, che non fanno altro che confermare il triste allarme lanciato dallo SVIMEZ  (agenzia per lo sviluppo del mezzogiorno), secondo il quale i Sud è a rischio di arretratezza e recessione croniche, impoverimento, invecchiamento, senza possibilità di ripresa. I dati occupazionali sono i peggiori da quando sussistono i rilevamenti, 1977, è quindi più che verosimile il monito dell’FMI, che ha stimato in 20 anni il periodo necessario per riportare i parametri macroeconomici a livello pre-crisi. Effettivamente facendo un calcolo della serva, ma non poi così lontano dalla realtà, se dal 1977, i dati del 2008 sono stati raggiunti in 31 anni con una economia che tirava e senza impedimenti nel fare investimenti, è pensabile che, essendo oggi nel 2015 allo stesso livello del 1977, ci possano volere 20 anni, in condizioni macroeconomiche decisamente più incerte di allora, per riportare i livelli a quelli del 2008.

Detto ciò, questi dati non stupiscono, e non c’è motivo di drammatizzare il dato puntuale, che era scontato si sarebbe, mese prima mese dopo, presentato. A poco vale il dato, descritto positivamente, sul calo degli inattivi, i cosiddetti neet o scoraggiati; buono che vi siano più persone in cerca di lavoro, ma è altrettanto vero che questo è un dato fisiologico del periodo estivo, dovuto alla ricerca di lavori estemporanei e stagionali, specialmente nei settori dei servizi, del turismo e del terziario, nulla di strutturale. C’è invece motivo di disperarsi considerando la situazione generale italiana, che non lascia spazio alcuno al pensiero che una ripresa possa essere davvero dietro l’angolo. Si è detto più volte in questa sede che i dati occupazionali, come quelli del PIL, sono destinati in questa fase ad oscillare, andando a volte in terreno positivo, e talvolta in quello negativo, ma con variazioni poco significative, soprattutto perché inserite in un trend di lungo periodo ancora impostato negativamente. Si ribadisce una volta in più che per avere un incremento dell’occupazione, che sia stabile e strutturale dopo il fisiologico ritardo rispetto alla ripartenza economica, serve un tasso di crescita attorno al 2%, decisamente lontano dalle previsioni relative al nostro paese secondo cui nel 2015 si dovrebbe toccare una crescita dello 0.7%, ma con tanti dubbi da parte di illustri economisti ed istituti. Un giovane verosimilmente non avrà possibilità, non tanto di fare carriera, arricchirsi e puntare alla scalata sociale, ma di poter vivere dignitosamente nel nostro paese, e si troverà di fronte al bivio, il cui esito è sempre più scontato, se emigrare (sesso con biglietto di sola andata, anche perché oltre a non essere paese per giovani l’Italia non lo è neppure per le famiglie) o meno. Inoltre le dinamiche demografiche sono in tutta l’Italia, ed in modo particolare al sud contrariamente al passato, preoccupantemente impostate verso la vetustà imponendo grossi sforzi previdenziali, depauperamento di capitale umano e competenze e una gestione corretta e proficua dell’immigrazione, ad oggi decisamente inefficiente.

Come si è già detto, senza investimenti (privati e pubblici), che sarebbero il preludio per creare occupazione e reale ripresa economica, inclusiva di esportazioni, già ora forti, consumi, e quindi maggior potere d’acquisto conferito da detassazione, ad esempio sul lavoro, sostegno ad imprese e famiglie, non v’è possibilità di iniziare a riprendersi. Purtroppo gli investimenti sono bloccati, quelli pubblici dai parametri europei che non consentono (utilizzando una politica antitetica rispetto a quella che sta funzionando in USA) di fare ulteriore deficit, mentre quelli privati dalla melma italica composta da burocrazia, normativa, legge e giustizia, corruzione e malaffare, che tolgono letteralmente la voglia agli investitori di un certo peso, italiani e non, di considerare il nostro paese semplicemente tra le opzioni competitive. Pensare, e ciò rammarica ancora di più, che investimenti pubblici infrastrutturali sarebbero molto utili quando non necessari, per aggiornare ad esempio la viabilità e la rete ferroviaria italiana. Come abbiamo potuto impietosamente assistere in questi giorni, è bastato un incendio per mandare in tilt il principale hub aeroportuale italiano, Fiumicino, con ripercussioni su tutti i voli e quando ancora le conseguenze del precedente incendio al terminal 3 che aveva ridotto la capacita dell’aeroporto Leonardo Da Vinci del 60%. Oppure, ed è il caso di Firenze, una forte pioggia, sicuramente eccezionale coi suoi 45 mm in poche ore, ha mandato in blocco, e non è giustificabile neppure per un evento di simile entità (che di fatto stanno diventando sempre più comuni, pertanto meno eccezionali), tutto il trasporto ferroviario italiano. Evidentemente investimenti infrastrutturali per il rafforzamento di questi e molti altri snodi critici per il paese, così come per il riassesto idrogeologico, porterebbero posti di lavoro e benefici tangibili per tuta la cittadinanza, giustamente sempre più indignata quanto apprende che, secondo una rilevazione della Corte dei Conti,  la pressione fiscale degli enti locali, incrementata del 22% in 3 anni, è ormai insostenibile (e se non insostenibile, non adeguata al livello pessimo dei servizi spesso offerti).

Non c’è da stupirsi dunque di questi dati, erano prevedibili e previsti. Assisteremo ad oscillazioni in più ed in meno alle prossime rilevazioni, dovremo leggere improbabili elogi al governo ed ingiustificate accuse di incapacità, purtroppo però lo scenario globale, che dobbiamo tenere sempre in considerazione, al momento non presenta segni di miglioramento e, tralasciando oscillazioni attorno allo zero, mantiene una tendenza poco incline alla ripresa economica.

01/08/2015
Valentino Angeletti
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Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi

Proprio in questa sede avevamo già preannunciato che il tema dell’Articolo 18, e più in generale del lavoro, avrebbe caratterizzato le settimane a venire e sarebbe stato un argomento molto divisivo all’interno della maggioranza di governo, tra governo ed opposizione e soprattutto tra i ranghi del PD stesso. Le settimane a cui ci riferivamo sono adesso giunte e l’argomento va preso di petto per l’importanza che riveste sia in Italia che in Europa. La discussione in merito si è aperta a dire il vero con alcuni dati migliori di quelli che eravamo soliti dover digerire, ed in particolare l’aumento del numero degli occupati di 82’000 unità in aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente (+82 mila) e dello 0,6% su base annua (+130 mila) e l’incremento del tasso di disoccupazione al 12,6% dal precedente 12,3%. In particolare, pur sembrando contraddittorio, il secondo dato è particolarmente interessante perché mostra la tendenza di coloro che prima erano NEET a tornare nuovamente alla ricerca attiva di un lavoro animati da una rinnovata energia ed auspicabilmente speranza.

Personalmente capisco lo scoramento, ma il cessare la ricerca di occupazione quando si è disoccupati, magari di lungo periodo, faccio davvero fatica a comprenderlo, sia chiaro che questo è solo un del tutto privato ed opinabile pensiero. Il risultato dell’incremento della platea dei cercati è per forza di cose una maggior probabilità che alcuni di essi (magari con competenze tecniche, manuali, artigiane specifiche) possano inserirsi nel mondo del lavoro ed in parte così è stato. L’equazione: “più gente cerca più è probabile che un numero maggiore di persone trovi” rimane valida. Detto ciò va anche ricordato che i mesi scorsi erano quelli estivi ed una maggiore inattività, in particolare tra i giovani ed i neo laureati, è fisiologica. Inoltre non ci si deve mai dimenticare del livello altissimo di disoccupazione che colloca il nostro paese in vetta (negativamente) alle classifiche europee superato tra le big solo dalla Spagna.  Il 12.6% di disoccupazione che sale al 42.9% nella fascia 15-24 anni, sale ulteriormente per le donne e diventa record per le donne del sud italia, non è tollerabile in nessun luogo, tanto meno in un paese dove il lavoro è Costituzionalmente sancito come fondamenta della Repubblica Italiana. Volendo comunque aprire all’ottimismo senza il quale nessuna situazione può volgere in meglio si potrebbe asserire che da qualche parte si deve pur cominciare e questi dati potrebbero rappresentare un punto di partenza.

Purtroppo nelle giornate immediatamente seguenti siamo tornati coi piedi per terra ed i disordini romani di piazza Indipendenza durante la manifestazione degli operai delle acciaierie di AST di Terni, con il Segretario FIOM-CGIL Landini in prima fila (orgogliosamente gli va riconosciuto), hanno messo in luce uno spaccato del paese ben differente. Dall’insediamento del Governo Renzi nello sorso febbraio, ovviamente derivanti da problemi pregressi, sono state oltre 5’000 le vertenze aziendali di cui oltre la metà relative a problemi occupazionali. Uno studio della CGIL basato sui dati ISTAT riporta che da gennaio a settembre 2014 le persone in cassa integrazione sono oltre 1 milione di cui la metà (525 mila) a zero ore. Il reddito complessivo perso è di circa 3,1 miliardi di € pari a 5’900 € annui a cassaintegrato, a settembre le ore di cassa integrazione richieste ammontano a 104 milioni (+43.86%). Infine anche la produzione industriale è in calo per l’ultimo periodo.

La vertenza della AST di Terni che tanto è balzata alle cronache per la sua gravità non è altro che la punta di un iceberg il quale vede numerose grandi aziende versare in condizioni simili. Le vertenze infatti riguardano tra gli altri Meridiana, Lucchini, Alitalia (di poche ora fa il caso di Fiumicino con i badge dei licenziandi disattivati un giorno in anticipo), Edison Sun, Tirreno Power, Fincantieri Palermo, TWR di Livorno, SGL Carbon in Umbria, il servizio di call center erogato da Accenture, IBM, tutto il distretto del Sulcis ed i casi a parte di Ilva, che con il nuovo Commissario Straordinario Gnudi e lo sblocco di oltre un miliardo dei patrimoni dei Riva ha una sfida titanica da affrontare che deve puntare alla riqualificazione ed all’innovazione, e della raffineria ENI di Gela che in questi giorni dovrebbe volgere a risoluzione. In generale si potrebbe dire che la crisi pervade tutti i settori un tempo forti in Italia, come l’energia, la manifattura, la cantieristica e l’edilizia, mentre tengono i settori di nicchia, dalle start up biomediche e tecnologiche, al lusso fino all’alimentare biologico ed alla manifattura di pregio. Evidente, tanto da non richiedere approfondite e complesse analisi, è poi la tendenza di ogni azienda straniera a riportare in patria o altrove le produzioni allontanandosi appena possibile dal nostro paese, anche in quei in settori globalmente non in crisi come quello degli acciai speciali prodotti proprio dalla AST di Terni. Il fenomeno evidenzia un paese sia ostile all’attrazione di investimenti ed al mantenimento di quelli in essere a causa del suo livello di competitività più basso rispetto alle altre zone europee principalmente a causa delle croniche “malattie” nostrane quali burocrazia, corruzione, fisco, costo del lavoro, incertezza normativa e via dicendo nel ben noto impietoso elenco. Gli investimenti sono annoverati come imprescindibili per la ripresa del ciclo economico, ma difficilmente con l’Europa e la BCE avuta fino ad ora e con i vincoli interni al nostro paese imposti agli investitori sarà possibile una reale ripartenza. In USA la ripresa economica confermata anche dagli ultimi dati del PIL è stata trainata da investimenti, re-industrializzazione, rivoluzione energetica e non ultima azione espansiva e precisa della FED che ormai ha cessato il suo operato di quantitative easing, ma che ha fornito all’economia reale, pubblica e privata, capitale fresco da investire con l’obiettivo di riportare attorno al 6% il tasso di disoccupazione.

Quello che è sfociato nei disordini violenti di piazza Indipendenza a Roma è un sentimento preoccupante, perché emblematico di uno stato d’animo diffuso tra i lavoratori, tra i giovani, tra gli artigiani e le partite IVA, tra gli studenti, tra i pensionati e tra la classe media che piano piano si vede declassare essendo ormai relegata negli strati più bassi di una società il cui 28% è a rischio povertà. Neppure la laurea e gli studi sono funzionali al benessere, poiché varie ricerche dimostrano come ormai avere una laurea (con poche differenze tra le varie facoltà) non rappresenti nel nostro paese un segno distintivo capace di consentire un più facile accesso nel mondo del lavoro né tanto meno una scalata sociale un tempo quasi assicurata. Ne consegue che chi può è spinto a migrare spesso a malincuore e con biglietto di sola andata (e pensare che anche lo studio è sancito dalla Costituzione, Art. 34), mentre chi rimane è scoraggiato, soffre di un grave disagio sociale potenzialmente pericoloso e teme per l’assenza di prospettive. Tante delle persone in mobilitazione e che animeranno questo autunno-inverno, a cominciare dagli infermieri finendo con gli scioperi generali a Milano e Napoli indetti a dicembre dalla CGIL, probabilmente hanno percepito gli 80€ del bonus IRPEF, ma non è quella sovvenzione a cambiare loro la vita se non rappresenta il punto d’inizio di un percorso strutturale e pianificato. Proprio l’assenza di pianificazione spaventa. L’incedere del cambiamento, che pur è necessario, sembra sempre traballante, ostaggio quando di tentativi di conservatorismo, quando della propaganda con repentini e ficcanti slogan a scapito della qualità del risultato che, assieme alla rapidità imposta dai ritardi del passato, non va mai sottovalutata onde evitare di creare danni irreparabili una volta entrati a regime. Le tensioni nel Governo, gli scontri parlamentari, il continuo ricorso a decreti e fiducia spesso con fare quasi ricattatorio non contribuiscono a creare un clima di fiducia, come la contrapposizione in certi frangenti quasi personalistica con il sindacato, a volte eretto ad emblema di ogni male italiano. Il sindacato è un istituto che sicuramente si deve rinnovare, ma non va dimenticato che in molte vertenze come Ducati ed Electrolux è riuscito a negoziare portando soluzioni vincenti e preservando il lavoro. Più che lo scontro, tra Governo, Sindacato e ogni altro attore di questa partita di cambiamento, vi dovrebbe essere dialogo e negoziato senza arroccamenti totalitaristici, perché non va dimenticato che il futuro del paese deve essere l’obiettivo comune di tutti e per raggiungere questo ambizioso traguardo serve davvero uno sforzo di mediazione collettivo. Quello che la gente percepisce, pur consapevole delle resistenze conservative e della complessità di dover affrontare un grosso cambiamento ed una poderosa discontinuità col passato che richiederà sacrifici e sforzi per le nuove e meno tutelate generazioni, è una sostanziale stagnazione che poco rispecchia le aspettative iniziali che i Governi Monti e Letta prima e Renzi poi avevano fatto sperare.

Il periodo prossimo venturo sarà fondamentale per capire che direzione vorrà essere presa e con che modalità, in questa fase sia a livello nazionale che europeo puntare allo scontro ed ai diktat non può che peggiorare e bloccare ulteriormente una situazione così grave che va affrontata per forza di cose col più coeso ed ampio dispiegamento di forze possibile.

Link:
Renzi virtualmente a Villa D’Este. Morando: salario minimo e poche illusioni 06/04/14
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto? 06/08/14
I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali? 24/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13
Eurogruppo sul lavoro, Ecofin sulle banche e campanelli di allarme sull’Italia 28/06/13

02/11/2014
Valentino Angeletti
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Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità

Certo che questo è proprio uno strano, buffo paese. Mi verrebbe da sorridere se fossi uno scrutatore esterno senza legami o vincoli e senza essere parte dei buffi meccanismi nostrani. Ciò che porta a questo stato d’animo, in un certo senso quasi atarassico, è l’incapacità che si manifesta, sempre maggiore di giorno in giorno, di saper leggere gli eventi e di avere la visione d’insieme senza perdersi nei dettagli.

Era stato così ad esempio per l’IMU, e lo è per l’Articolo 18 che uno straniero, il quale assistesse per qualche giorno ai dibattiti in tema di lavoro, sarebbe portato ad identificare come il rimedio o la causa di tutti i problemi occupazionali italiani per quanto viene caricato di esclusiva attenzione e per quanto violentemente i suoi sostenitori o detrattori lo trattano, quasi che ignorassero tutto ciò che realmente serve per creare posti di lavoro a cominciare da investimenti, mercato interno propenso a spendere e mercati esterni dinamici.

L’ultimo episodio della saga è relativo al cosiddetto bonus bebè da 80€ (80 poi è diventata una cifra mitologica… bonus IRPEF da 80€, bonus bebè da 80€, 800’000 posti di lavoro in tre anni) annunciato dal Premier durante il programma di Barbara D’Urso sulla rete MEDIASET.
Il bonus partirebbe a gennaio 2015, la platea dei beneficiari sarebbe costituita dalle neo mamme e sarebbe erogato per ogni figlio fino al raggiungimento del terzo anno di età fino al reddito ISEE di 30’000 € ed a partire dal terzo figlio con reddito fino a 90’000 € (anche se durante il programma televisivo il limite di reddito a prescindere dal numero dei figli era stato fissato a 90’000 € lordi).
Le coperture necessarie ammonterebbero a circa 500 milioni di € (ma alcuni avrebbero ipotizzato fino a 1.5 miliardi), non proprio poco in questi tempi di revisione di legge di stabilità e con le solite ristrettezze economiche con le quali far fronte.

Da inesperto ed ingenuo mi viene da pensare che volendo incentivare (giustamente) le nascite e le neo mamme sarebbe meglio investire quelle risorse per interventi più strutturali, come sostegno al welfare materno, miglioramento dell’assistenza sanitaria a loro rivolta (spesso per una ecografia presso il pubblico vi sono mesi di attesa oppure è necessario spostarsi di centinaia di Km con il risultato che alla fine ci si rivolge al privato), sostegno agli asili nido o baby-sitting, ma anche alle scuole primarie, secondarie ed università presso le quali il bebè si istruirà e che sarebbe bene tornassero ad un livello consono per consentire ai nascituri di competere nel mondo, controllo delle aziende affinché non facciano pressioni o ricatti sulla maternità, miglioramento dell’equilibrio lavoro-vita privata che nel nostro paese è ancora borbonico se paragonato a quello degli stati mittel e nord europei dove la famiglia, a dispetto della tradizione cristiana italiana, è molto più importante e valorizzata, quando invece sempre più spesso da noi si è messi di fronte al bivio: o carriera (ma neanche troppo brillante) o famiglia.
Inoltre va considerato che spesso le giovani mamme non hanno occupazione, soprattutto se del sud, e ben poco possono 80€ al mese per tre anni. Le spese dopo il terzo anno di età si moltiplicano, ed il bimbo ha più esigenze e di li a poco inizierà asilo e scuola con le conseguenti esigenze: trasporti, libri, rette, mense ecc. Infine va ricordato che il costo sanitario per l’assistenza alla maternità è a carico del pubblico, quindi ponendo l’improbabile caso di un incremento sconsiderato delle nascite la spesa necessaria sarebbe ben oltre i 500 milioni di €.
Detto ciò è ovvio che coloro che già avrebbero fatto un figlio e percepiranno, se la misura andrà in porto, il bonus è giusto che siano felici, e va sempre sottolineato che 80€ sono indubbiamente meglio che nulla ed un minimo aiuto lo apportano. Indiscutibilmente è giusto migliorare l’assistenza alla maternità e lavorare affinché il tasso di natalità aumenti, a maggior ragione nel nostro paese estremamente “vecchio”, perché in generale maggiori nascite e quindi una età media inferiore, consentono al paese di essere più dinamico, innovativo, flessibile, aperto al cambiamento, alle nuove tecnologie, al rischio d’impresa e permetterebbe di intraprendere un percorso di maggior sostenibilità per il sistema previdenziale e sanitario. Insomma, i benefici di incrementare il numero delle nascite sono innumerevoli ed è giusto sostenerli, ma serve una strategia d’insieme, strutturale e più di lungo termine.

La misura sembrerebbe, ma questa è solo una mia erronea interpretazione, quasi una pedina di scambio, non tanto (o non solo) elettorale, quanto da porre sul piatto dei diritti/unioni civili che hanno già cominciato ad animare le prime forti divergenze e che saranno un tema molto caldo nelle prossime settimane. Una misura in favore della famiglia tradizionale, gradita ai conservatori e magari alla chiesa (il bonus bebè appunto) per un incremento dei diritti e dei riconoscimenti civili per le coppie omosessuali e coppie di fatto, solo per citare due casi, richiesto dai partiti più a sinistra. Do ut des, dicebant.

Converrebbe, asserisco stupidamente, che oltre ad essere attentissimi a capire le dinamiche di questo nuovo potenziale bonus, tesserne gli elogi o le critiche, si prestasse attenzione a vicende più importanti. Ora in primo luogo vi è la legge di stabilità al vaglio presso la Commissione. Barroso, Presidente uscente, secondo dl’ANSA avrebbe richiesto di portare la correzione del deficit strutturale dallo 0.1% allo 0.5% (8 miliardi complessivi) come da programma. E’ vero che potrebbe essere trovata la mediazione di 0.25% e che le coperture potrebbero provenire dal tesoretto di circa 3 miliardi messo come riserva di sicurezza, ma proveniente da clausole di salvaguardia mai piacevoli.
Oltre a questa richiesta (come si scrive al link a fondo pagina) altri ritocchi potrebbero essere domandati, ma non è prevista una bocciatura, in parte perché da novembre, se non si presenteranno problemi nelle lunghe procedure europee, dovrebbe insediarsi la nuova Commissione Juncker.
Gli stress test alle porte rischiano di conferire una bocciatura all’istituto MPS, non imprevedibile visto il risarcimento dei Monti bond al 9% che MPS deve allo stato italiano. In caso di giudizio negativo senza dubbio dell’istituto senese (terza banca italiana) sarebbe un problema rilevante da gestire.
I dati ISTAT hanno rilevato che dal 2008 al 2013 i disoccupati under 35 sono aumentati di oltre 2 milioni e fino ad ora non abbiamo mai assistito ad una inversione di tendenza, ovviamente si confida che le parole di Padoan che pronostica 800’000 (stimati per difetto) posti di lavoro in tre anni si verifichino, ance se senza un immediato sblocco economico tale target è di difficile raggiungimento.
Infine ancora non è stato possibile toccare con mano alcun beneficio derivante dal semestre italiano di presidenza UE, scivolato ormai alla conclusione del quarto mese, che seppur non consentisse di dettare legge a Bruxelles, ci darebbe l’opportunità di redigere l’agenda delle priorità su cui discutere e di avere una voce più autorevole nell’indirizzare le azioni.

Passando a livello Europeo (come è possibile leggere al link a fondo pagina) sembra che sia in atto un alleanza tra Berlino e Parigi nella quale la Germania garantirebbe per la Francia assicurando un immediato processo di riforme così da spingere l’Europa, nonostante un rapporto deficit/pil dei transalpini bel oltre il 3%, a non avviare la procedura di infrazione. Questa mossa può essere letta come il tentativo tedesco di arginare i dati negativi di fiducia di consumatori/imprese, export, ordinativi e produzione andando a fortificare uno dei suoi più grandi mercati di sbocco (ovviamente imponendo condizione a lei stessa favorevoli) e sfruttando la difficoltà dell’Italia secondo paese manifatturiero in Europa, forte esportatore e quindi concorrente tedesco.
Il compito della nuova Commissione e lo spirito utilizzato per la valutazione delle manovre finanziarie dovrebbero essere non i criteri aritmetici di Katainen, bensì l’intento di indirizzare fattivamente la crescita in Europa redigendo e mettendo in atto immediatamente quel piano d’investimento transnazionale basato su digitalizzazione, TLC, infrastrutture, trasporti ed energia da o d’investimento transnazionale da 300 miliardi assicurato da Juncker e puntando al contempo a livellare le differenze tra i vari stati membri (si confida nel beneplacito della Merkel).

Gli USA grazie alle riforme, alla determinazione nell’affrontare il problema occupazionale e soprattutto all’operato della FED stanno ripartendo spinti da una nuova industrializzazione e la crescita cinese nel Q3 con un +7.3% ha battuto le stime.

Come si vede, senza toccare le questioni estere, le vere matasse da sbrogliare sono altre.
Altrove le reazioni ci sono e tentano di andare nella giusta direzione pur in presenza del rischio di errore che sempre esiste, mentre l’Europa ed a maggior ragione l’Italia, nonostante l’inefficacia ormai manifesta di quanto fatto dal 2011 ad oggi, sembrano sempre bloccate, lente ed incapaci di reagire avendo una chiara visione e strategia d’insieme.

Link:

Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino

Priorità rimandate ed energie sprecate 11/07/13

20/10/2014
Valentino Angeletti
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Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve

Fanno trasalire i dati del CENSIS che certificano l’aumento in italia del 100% dei poveri nel quinquennio dal 2007 al 2012. Da 2,4 milioni (comunque tanti), il 4% del totale, sì è passati a 4,8 milioni, l’8.1% della popolazione.

A far riflettere profondamente però contribuisce soprattutto la differente dinamica di questa nuova povertà. Se negli anni addietro la distribuzione geografica degli indigenti era relegata principalmente al sud ed al profondo sud ora invade anche l’un tempo ricco nord; analogamente in passato i poveri erano rappresentati per la quasi totalità da persone anziane e pensionati adesso invece, ad aggiungersi prepotentemente ed in maniera crescente alle schiere dei sempre presenti pensionati che in maggioranza percepiscono somme inferiori ai 1000€ mensili, vi sono anche ragazzi attorno ai 35 anni, padri di piccoli nuclei famigliari di due o tre componenti.

Questo è il segno che la povertà dall’essere una condizione relegata ad una certa area geografica, ad un certo tipo di popolazione e periodo di vita, pertanto, benché ugualmente sconcertante, più “semplice” da combattere abbracciando una schiera più o meno omogenea di persone, si è trasformata in qualcosa di estremamente pervasivo, che, poiché colpisce la fascia giovane e teoricamente produttiva della società, rischia fortemente di mutarsi da transitoria in condizione stabile e per la quale trovare contromisure adeguate è un processo complesso e molto lungo, probabilmente richiederà anni per essere superato.

La politica lungamente inattenta allo stato sociale delle persone ha inevitabilmente le proprie colpe, quelle di una governance proiettata solo al consenso, alle logiche partitiche a scapito di tutto e tutti, ed alle false promesse per giunta di breve termine in un costante utilizzo della strategia degli annunci, non dei piani, dei programmi e degli investimenti.

I dati, come il PIL, vanno tenuti d’occhio, ma vanno intercalati nel contesto in cui si trovano. Il PIL è stato rivisto al ribasso dall’istituto bolognese Prometeia, +0.3% nel 2014 (stima governo +0.8%), +1.2% nel 2015, e non lascia ben sperare, ma questo dato come altri, preso singolarmente è un dato freddo; ad esempio l’inserimento di attività come riciclaggio, spaccio o prostituzione che verranno inserite nel calcolo del prodotto interno lordo (in italia alcune stime parlano di un incremento di 80 miliardi annui) dalle nuove metodologie europee potrà contribuire ad alzarne il valore assoluto ed a migliorare i parametri frazionari in cui compare il PIL come numeratore o denominatore, non contribuirà agli aumenti differenziali (ad esempio anno su anno) né tanto meno a migliorare le condizione dei poveri nei quali il mal contento e la rabbia rischiano di salire pericolosamente e comprensibilmente (si pensi a chi non ha lavoro oppure a chi pur avendolo non riesce a sostentare moglie e figli).

Voci come disoccupazione al 13% circa, al 43% se si considerano le fasce più giovani della popolazione, l’assenza di domanda, la stagnazione dei consumi, la riduzione del potere d’acquisto, la sfiducia generalizzata, la sensazione che il sistema sia difficilmente modificabile e che per la gente comune non vi siano possibilità di uscita dalla crisi o di progresso sociale, l’altissima pressione fiscale e la vessazione su lavoratori, imprese e partite IVA, sono elementi che se migliorati contribuirebbero ad innalzare virtuosamente il PIL senza che si trattasse di mere “illusioni contabili”.  Alla luce di dati così negativi è comprensibile che il bonus di 80€, che dovrebbe rappresentare l’inizio di un percorso, pur essendo utile a chi lo ha percepito, non potrà contribuire ad innalzare tangibilmente i consumi medi visto che coloro i quali non hanno modo di consumare di più aumentano ad un tasso eccessivamente rapido.

Agire su questi fattori è, come precedentemente detto, un processo lungo, richiede impegno e richiede che la classe dirigente e politica sia al più totale servizio del paese e dei cittadini. Il ritorno della competitività per l’italia è un obiettivo di medio-lungo termine. Serve arginare quanto sopra elencato, ma, solo per fare un esempio tra tanti, anche innovare, come digitalizzando processi, pratiche, PA ed educando al digitale le persone visto che senza dimestichezza degli utenti al digitale avere eccellenti infrastrutture digitali è poco utile. Tale “scolarizzazione 2.0” però, come mostra il grafico sotto, è tutt’altro che comune nel nostro paese (e raggiungere livelli adeguati richiede tempo ed investimenti ovviamente). Mentre a livello europeo il 19% delle persone tra i 16 ed i 74 anni non ha mai usato un computer, in italia la percentuale raggiunge il 35% (superandolo in alcune regioni).

Persone 16-74 mai usato PC

Fonte: sito epp eurostat ( http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ )

Colmare gap simili è assai difficile, un processo di lungo termine  appunto. Quindi si facciano le necessarie riforme istituzionali che migliorando la  govenrnance rendono sicuramente il nostro paese più semplice, meno  bloccato, più “scorrevole” nei processi decisionali e più attrattivo per  imprese estere e nostrane, senza però mai distogliere l’occhio dalla  necessità di riforme prettamente economiche per migliorare lo stato  sociale paurosamente in declino.

La frase che da anni si ode “non c’è più tempo” è più che mai attuale, ma va tenuto in mente che il tempo scaduto si riferisce solo all’inizio del processo che si dovrebbe intraprendere per portare la situazione a migliorare. I  primi risultati tangibili invece tarderanno fisiologicamente ancora anni e nel mentre, pur nella ottimistica ipotesi che il tasso di impoverimento si  arresti completamente e non si generino nuovi poveri, coloro che sono  entrati in povertà durante questa crisi non avranno modo di uscirne.

 12/07/2014
Valentino Angeletti
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Le due letture dell’Ecofin

È terminata la prima due giorni economica Eurogruppo – Ecofin presieduta dall’Italia sotto la direzione del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
L’esito di questa serie di riunioni è duplice, e può essere letto positivamente o negativamente a seconda dell’interpretazione che vi si vuole dare.

Il lato positivo è rappresentato dalla condivisione degli obiettivi su cui l’Italia ha, e non poteva fare altrimenti, alzato il livello di priorità; si tratta ovviamente di crescita ed occupazione. Anche i mezzi per giungere al loro raggiungimento paiono sottoscritti dagli altri ministri dell’economia presenti, ossia più integrazione e concorrenza sui mercati, più investimenti in innovazione e riforme strutturali e costituzionali.

Il lato che invece va letto negativamente, e non è da sottovalutare, è l’interpretazione di flessibilità ancora assolutamente distante tra i rigoristi ed i fautori dell’abbandono dell’austerità. I primi, dopo aver accettato di inserire il termine flessibilità nelle loro discussioni, ma attenzione perché pare che nei documenti ufficiali questo termine non compaia così chiaramente, non tralasciano mai di accompagnarlo alla locuzione “flessibilità nel rispetto dei trattati e degli accordi” cioè fiscal compact, pareggio strutturale di bilancio e tutto ciò che è stato sottoscritto e firmato. Lo stesso Padoan è allineato ad un simile concetto ed ha più volte sostenuto che la flessibilità presente nei trattai è già sufficiente.
È bene però chiarire due punti importanti: il primo è che la flessibilità così come è attualmente prevista dai patti non contempla lo “scorporo” di alcun tipo di investimento per crescita dal computo del deficit (ed è una contraddizione con uno dei mezzi per perseguire crescita e lavoro), quindi neppure investimenti in infrastrutture, investimenti nel riassetto dell’edilizia scolastica, riassetto idrogeologico e neanche, con buona pace del Premier Renzi che l’aveva paventata parlando da Venezia, applicata agli investimenti in innovazione digitale, nuove tecnologie ed infrastrutture digitali (che tanto contrastano con la misure di Equo-compenso: link). A ribadire che nessuna spesa potrà essere eliminata dal calcolo del deficit è lo stesso Commissario pro tempore agli affari Economici e Monetari, l’estone Siim Kallas, che guarda caso è primo ministro dell’Estonia, un paese che ha fatto della digitalizzazione un capo saldo del proprio sistema tanto da essere uno dei più tecnologici di tutto il vecchio continente. L’unico elemento che può essere sottratto al deficit è la quota in carico ai singoli stati dei progetti di investimento cofinanziati dall’Europa, che come paese, e dovremo porvi rimedio, siamo davvero poco abili nell’utilizzare.
Anche l’affermazione tanto in voga “Flessibilità in cambio di riforme” non pare essere ben digerita in sede europea, infatti più voci, a cominciare dal tedesco Schaeuble e dall’olandese Jeroen Dijsselbloem, hanno ribadito che le riforme non devono essere un pretesto per abbassare la guardia e soprattutto che prima devono essere completate e solo dopo verrà eventualmente valutata la flessibilità da poter concedere.

Da questo punto di vista, pur condividendo all’unanimità che le riforme devono essere valutate univocamente nel loro impatto economico per poterne ricavare una flessibilità relativa coerente, che l’impatto delle riforme è progressivo e porta vantaggi a tutti gli stati membri nel medio periodo, mentre nell’immediato rappresentano un costo (di investimento) per lo stato che le esegue, che anche le riforme istituzionali (se ben fatte) rappresentano un miglioramento della governance che porta vantaggi in termini di competitività, è innegabile che il crono programma pensato inizialmente dal Premier Renzi stia procedendo più lentamente del previsto e che stiano comparendo numerose difficoltà all’interno della maggioranza ed all’interno dello stesso PD (la generazione Min ad esempio), che il dialogo col M5S si riveli decisamente complesso e che i poteri della conservazione continuino a difendere le loro posizioni di rendita. Inoltre, passando dalle riforme istituzionali a quelle per la crescita, queste devono ancora entrare concretamente nel vivo, mentre le crisi continua a stringere e ridurre i consumi degli italiani.
L’Istat certifica che nel 2013 i consumi sono stati i più bassi da quando vi sono le serie storiche, la spesa degli italiani è mutata ed è probabile che certe abitudini (talvolta non salutiste e che potrebbero ricadere sulla sanità) verranno mantenute anche quando la crisi sarà alle spalle. Gli 80 euro finiti nei mesi scorsi in busta paga dei redditi da lavoro dipendente tra gli 8 ed i 26 mila €, a mio avviso si sono riversate nei consumi (alimentari, medici o di prima necessità) o a saldare debiti e pagamenti (mutui e bollette), ma alla luce del drastico calo dei consumi è pensabile che essi non riescano a controbilanciare la diminuzione di spesa della ben più ampia platea di coloro che non hanno attinto al bonus: pensionati, partite iva, artigiani e commercianti ed incapienti. Senza rilancio dei consumi, delle esportazioni, del potere d’acquisto che richiedono investimenti per la creazione di posti di lavoro è assai complicato credere nella possibilità di sbloccare l’impasse creatasi.

In conclusione da quanto emerge dall’Ecofin pare che il grado di flessibilità necessario a creare quello shock per far ripartire l’economia europea ed italiana al momento non sia presente nei tratti: nessuna deroga per l’Italia. La frase “flessibilità entro i limiti dei patti” lascia dunque un po’ il tempo che trova, così come “flessibilità in cambio di riforme” perché se per applicare la flessibilità si attende l’impatto positivo delle riforme le tempistiche sarebbero inevitabilmente troppo lunghe.

La nuova Commissione Europea che si insedierà in autunno (altri mesi di stand by quindi) sotto la presidenza italiana, dovrà necessariamente portare sul tavolo la questione della modifica dei trattati almeno nell’interpretazione del concetto di flessibilità ad oggi palesemente insufficiente ed oscuro. Di buon auspicio per la collaborazione tra le parti che si rende necessaria in questi frangenti potrebbe essere l’apertura di Juncker (la cui presidenza deve ancora essere confermata dall’Europarlamento) ad un commissario agli affari economici e monetari del socialista.
In Italia quello che ci chiedono, ed a ragione, è più decisione, rapidità concretezza e meno scontri e divisioni interne nell’applicare il processo riformatore che deve sì coinvolgere le istituzioni, ma anche l’aspetto prettamente economico del lavoro, della tassazione su persone ed imprese, del cuneo fiscale, del taglio alla spesa, delle privatizzazioni, dell’abbattimento del debito ecc; il nostro impegno in questi temi però non può prescindere da un altrettanto grande commitment europeo nell’implementare misure che sostengano realmente la crescita e non mirino solamente al rigore di bilancio, il che vuol dire modificare i trattati per ampliare il concetto di flessibilità.
Se ciò non avverrà dimentichiamoci pure crescita, possibilità di portare a termine riforme economiche incisive, investire in crescita, creare posti di lavoro e tutti quegli interventi necessari per impostare un percorso nel tempo virtuoso. Anzi c’è seriamente da temere l’aggravarsi di una spirale che a quel punto sarebbe irreversibile.

Link su flessibilità ed Europa:
Scontro BuBa-Renzi, spunti di riflessione per l’Europa e per l’Italia 05/07/14
Elezione senza precedenti del nuovo presidente della Commissione ed il patto sulla flessibilità 28/06/14

08/07/2014
Valentino Angeletti
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Tre elementi del risultato del referendum svizzero

Il 50.5% del popolo svizzero nel referendum tenutosi nei giorni scorsi sì è pronunciato favorevolmente all’applicazione di un calmiere al numero di immigrati col fine di limitare i permessi di dimora per stranieri imponendo “tetti massimi annuali e contingenti annuali” applicabili a tutti i permessi per stranieri, inclusi i cittadini dell’EU, i frontalieri e i richiedenti asilo; tali massimali saranno determinati in base alle esigenze economiche del paese e saranno vincolati dalla capacità del soggetto richiedente di integrarsi, di provvedere autonomamente a se stesso ed alla richiesta esplicita di un datore di lavoro.
La votazione non ha tenuto conto dell’orientamento del Governo e dei partiti politici principali non favorevoli al limite, mentre è stato soddisfatto del risultato il partito di estrema destra UDC. Se i cantoni francofoni e quello di Zurigo hanno votato contro la proposta, i cantoni tedeschi, le zone rurali ed il Ticino hanno avuto maggior peso, la percentuale ticinese dei favorevoli è arrivata quasi al 70%.

Potranno quindi sussistere problemi per i frontalieri italiani soliti oltrepassare la frontiera quotidianamente già trattati diversamente rispetto ai colleghi svizzeri (non vengono infatti applicati i medesimi contratti collettivi), ma avvantaggiati rispetto ai colleghi italiani che lavorano in patria.

Tale risultato, operativo in 3 anni, che fa esultare i movimenti antieuropeisti che permeano l’Europa, è stato considerato molto negativamente da Bruxelles; la Commissione ed il Parlamento europeo vedono messo a rischio il principio di libera circolazione delle persone e dei lavoratori e si sono spinti a sostenere di dover vagliare la possibilità di rivedere i trattati e gli accordi con lo stato elvetico.

Oltre al protezionismo nei confronti dei propri lavoratori in un momento dove probabilmente aumenta il timore che la disoccupazione contagi anche la Svizzera il cui popolo evidentemente ritiene che i lavoratori stranieri danneggino la loro economia più di quanto possano supportarla, questa decisione si presta ad essere letta considerando almeno altri tre fattori non così immediati come il voler tutelare l’occupazione interna.

Il primo è il peso in continuo deterioramento degli rapporti con il partner europeo che attualmente è ritenuto debole e non già necessario come un tempo; forse più una zavorra che un’opportunità.

Il secondo è rappresentato dagli accordi sulla trasparenza dei conti correnti e la trasmissione dei dati bancari che l’Europa ha preteso di implementare con lo stato confederato e che ha senza dubbio fatto scappare verso mete più esotiche e paradisiache un’ingente quantità di denaro e che quindi possono essere interpretati come un fattore indebolente per il forte settore bancario e dei servizi finanziari elvetici fondamentali per la loro economia. Adesso sono preferiti i capitali asiatici e medio orientali rispetto a quelli europei.

Il terzo è costituito dalle misure sul rientro dei capitali e dei condoni degli anni passati che, benché più teorici che reali, nell’immaginario dello svizzero medio, possono essere visti come un impoverimento.

L’Europa deve necessariamente pensare a quello che è accaduto considerando che uno stato piccolo, privo di materie prime e che usufruisce di un gran numero di immigrati europei come forza lavoro trainante una buona fetta della loro economia, abbia deciso di allontanarsi dall’ Europa la cui importanza si sta deteriorando tra tutti i partner economico commerciali, in particolare tra quelli storici e maturi.

L’immagine dell’Europa si sta sgretolando sia internamente che esternamente e questo gli stati europei, Germania inclusa, non possono permetterlo se vogliono mantenere attrattività e non compromettere una competitività già difficoltosa
Da qui si evince la necessità di riformare le politiche europee e di far rotta verso un’Unione più stabile, coesa e forte rispetto a quanto non lo sia adesso.
La trazione germano-centrica non è più sufficiente e tutti gli stati membri, chi prima (Grecia, Italia e Spagna), chi dopo (Germania), ne dovranno prendere atto, possibilmente prima che sia troppo tardi.

09/02/2014
Valentino Angeletti
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