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Stop russo alle forniture di Gas e la debolezza europea

L’Ultimatum di Mosca che intimava all’Ucraina il pagamento di una prima trance del debito sulle forniture di Gas, con scadenza, prorogata più volte, a lunedì 16 giugno è scaduto, senza trovare risposta da parte di Kiev.

La somma richiesta da Gazprom ammontava a poco meno di 2 miliardi di dollari, su un totale di circa 4 miliardi di debito complessivo. Dal canto suo l’Ucraina denunciava discriminazioni sul prezzo del gas che l’hanno portata negli ultimi giorni a ricorrere al tribunale di Stoccolma, tribunale al quale la stessa Russia si è appellata per vedere saldato il debito sul metano.

I nodi principali che hanno fatto saltare le trattative nonostante i vertici indetti tra le parti, a cominciare da quello di Ginevra e poi di Bruxelles, ed alla presenza si USA, EU e Nato, riguardano gli scontri in Crimea, regione russofona che con un referendum non ufficiale si è dichiarata autonoma rispetto all’Ucraina, le accuse mosse da Kiev verso Mosca secondo la quali la Russia appoggerebbe nella guerra civile i separatisti fornendo armi e milizie e non ultimo  il prezzo del combustibile che Mosca vorrebbe fissare a circa 485 $ per mille metri cubi contro la richiesta di 280 $ richiesta da Kiev, ossia il prezzo pre crisi.

Sullo sfondo di questa lotta sul gas vi sono gli scontri tra separatisti filorussi e milizie di Kiev che hanno fatto numerose vittime tra civili, militari e separatisti.

Adesso Mosca ha, con la tipica risolutezza sovietica, bloccato ogni fornitura verso l’Ucraina a meno di non essere pagata anticipatamente; dall’Ucraina però passa oltre il 60% del gas russo diretto in Europa, che rappresenta circa il 15% del totale approvvigionamento europeo, ma con notevoli differenze da nazione a nazione che vede quelle dell’est Europa, la Germania e l’Italia più vulnerabili.

Il commissario Eu per l’energia, Oettinger, ha dichiarato che questo inverno potrebbero sussistere problemi di approvvigionamento se la situazione continuerà a mantenersi grave. Fortunatamente gli inverni miti degli ultimi anni hanno consentito di riempire i depositi garantendo una maggiore autonomia.

Almeno due critiche vanno mosse all’Unione nella gestione di questa crisi, la prima denuncia uno scarso potere a livello internazionale, di politica estera, militare e di coordinamento congiunto nel definire strategie comuni; l’Europa senza l’appoggio di Nato ed USA ha ben poca autorevolezza nei confronti delle altre potenze mondiali e ciò rispecchia anche la gestione dell’immigrazione nonché delle sanguinose crisi che attanagliano tutto il bacino del Mediterraneo come Siria, Libia ed Iraq.

La seconda critica riguarda l’assenza a livello Europeo di una politica energetica sufficientemente diversificata per tecnologie e fornitori, problema che si amplifica a livello italiano dove i principali fornitori di energia primaria sono Russia e Libia, ambedue territori decisamente instabili. In tal contesto si ripercuote anche la crisi dell’area Mediterranea che contribuisce ad indebolire la sicurezza energetica Europea ed italiana. A ciò si aggiunge il minor interesse degli USA ad intervenire, per la linea politica di Obama, per la minor necessità di energia dovuta alla rivoluzione della shale gas e per il taglio di costi militari se non strategicamente necessari. Ovviamente in ultimo se sarà indispensabile gli USA interverranno a supporto dell’alleato Europeo, ma non manifestano sicuramente quella “verve” tipica delle amministrazioni Bush (e non per un ritrovato pacifismo).

L’Europa nella crisi Ucraina si è trovata tra la necessità di mantenere i rapporti commerciali con la Russia (importanti non solo per l’energia) ed al contempo appoggiare la linea statunitense totalmente avversa all’operato russo. A dimostrazione di ciò vi sono le sanzioni economiche, immediatamente erogate al Cremlino da parte degli USA, ma solo annunciate e minacciate da parte degli stati europei, autonomi nel gestire simili provvedimenti.

Ora a livello Europeo si sente parlare di possibili nuovi fornitori energetici o rotte, opzioni totalmente avversata dalla Russia, di considerare l’importazione di shale dagli USA i quali hanno dato il via libera all’esportazione di materiale energetico e più in generale di accelerare sulla via della diversificazione e del mercato unico. In realtà su questo fronte le possibili minacce all’Europa erano già note da tempo, ma irrisolte come del resto lo è la dipendenza italiana da territori instabili. Queste modifiche di approccio, più che sensate e ragionevoli, richiedono però tempo e non si risolvono da un giorno all’altro. La diversificazione tecnologica richiede piani e valutazione dei mix energetici ottimali, mentre quella geografica richiede infrastrutture come nuove pipeline o rigassificatori.

Probabilmente questo inverno non vi saranno problemi di forniture perché anche la Russia, nonostante gli accordi con la Cina, le sua mire di dominio del settore Oil&Gas con i colossi Rosneft e Gazprom, e la volontà di riaffermare la sua autorevolezza agli occhi del mondo e del proprio popolo mostrando i muscoli, non ha interesse a rompere i rapporti con l’Europa e dall’altro canto l’Ucraina non può permettersi di bloccare i flussi poiché se scoperta avrebbe indebolito il suo rapporto con l’Europa che la sostiene economicamente (è stata erogata in questi giorni una prima tranche di aiuti pari a 500 mln di $ che probabilmente useranno per acquisto di Gas). In questa fase comunque i rischi di sabotaggi sono alti e non è semplice scoprirne gli artefici; le accuse potrebbero rimpallarsi come è avvenuto per l’esplosione in territorio ucraino di un tubo di collegamento per il trasporto di metano tra Russia ed Europa del 17 giugno.

Come per altre situazioni la soluzione per questo grave problema e per le violenze nel bacino del Mediterraneo passano attraverso il rafforzamento delle politiche Europee ed una maggior cooperazione tra gli stati membri.

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La Russia fortifica la sua egemonia spostandosi ad est. L’europa deve reagire… 30/05/2014

17/06/2014

Valentino Angeletti
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La Russia fortifica la sua egemonia spostandosi ad est. L’europa deve reagire…

Mosca-Astana-MinskPiuttosto sotto silenzio è passato nei giorni scorsi l’accordo commerciale per la  creazione del quarto mercato mondiale siglato tra Russia, Bielorussia e Kazakistan.  Questa firma segue a ruota l’accordo da 400 miliardi di $ per la fornitura trentennale  di gas da parte della Russia alla Cina; gas, tra l’altro,  pagato a prezzo, a detta degli  esperti, abbastanza elevato, segno di un forte interessamento cinese verso la  sicurezza energetica e verso un combustibile meno inquinante rispetto al carbone. Le  emissioni inquinanti nelle grandi città cinesi non sono più sostenibili e stanno  diventando un grandissimo rischio, per la salute e per l’economia, che la Cina non può  più ignorare o nascondere.

Il patto tra la Russia, la Bielorussia ed il Kazakistan, chiamato Eurasiatico ma che di  Europeo ha ben poco, segna in modo abbastanza chiaro la volontà russa di fortificarsi  verso oriente probabilmente per far fronte da un lato al TTIP (Transatlantic Trade  and Investment Partnership) tra USA ed EU, che al momento rimane ancora arenato ma la cui importanza per le due economie coinvolte è enorme (potenziale stimato in 120 miliardi annui), e dall’altro alle dichiarazioni della Commissione Europea di voler diversificare maggiormente il proprio approvvigionamento energetico e di GAS (il 27% del gas importato europeo viene dalla Russia, di questo il 50% transita per l’Ucraina; ed il 33% di petrolio), a cui hanno fatto seguito le ipotesi di stress test energetici per definire con precisione l’impatto di un eventuale stop delle forniture Russe e quelle di una agenzia unica di acquisto di energetici.

La crisi Ucraina, ancora in essere benché la disponibilità (non si sa quanto di facciata) di Putin a collaborare con USA e EU per la sua risoluzione mantenendo però legittimo l’esito del referendum separatista, ha messo l’Unione di fronte ad un rischio percepito ma mai affrontato realmente. Il principale partner energetico per l’Europa potrebbe essere proprio Obama che si è detto disponibile ad avviare le esportazioni di shale gas verso il vecchio continente (già iniziate con un accordo siglato da Enel ed Endesa), ma che richiederebbe importanti investimenti in infrastrutture di trasporto, stoccaggio e trasformazione e che quindi non può essere considerata una opzione per il breve termine. L’Europa del resto in tema di energia rimane ancora piuttosto arretrata, non è in grado di sfruttare in pieno le proprie risorse (come i giacimenti nell’Adriatico) e la frammentazione del mercato elettrico, così come dei sistemi di trasmissione, rende il mercato poco interconnesso ed estremamente eterogeneo per costi e qualità del servizio. Evidentemente il compito importante, ora di Oettinger, in futuro della nuova commissione energia della EU sarà quello di migliorare questo scenario ristrutturandolo in modo significativo.

La Russia, dal canto suo, con l’ultimo trattato, che per ora non prevede una moneta unica (ipotesi discussa) così come non comporta la libera circolazione delle persone (temuta da Astana, vista l’autorità con cui Putin difende le popolazioni che si sentono di etnia Russa assai presenti in Kazakistan) e che rimane limitato agli aspetti economico-commerciali, vuole continuare a mantenere il suo ruolo da grande player mondiale messo in discussione da stati più o meno emergenti che crescono a tassi ben superiori rispetto a quelli di Mosca. L’energia, e la fame che il mondo ne ha,  è il grimaldello che apre le porte alla Russia e le mire egemoniche del Cremlino si evincono anche dalle strategie delle sue multinazionali Gazprom, Rosneft e Lukoil che si stanno muovendo a mezzo di importanti acquisizioni in tutti i settori direttamente o indirettamente coinvolti con gas e petrolio, dal trading di commodities fino alla chimica che di petrolio si nutre. Le operazioni di M&A in Europa operate da Gazprom, Rosneft e Lukoil (quest’ultima principalmente nell’est del continente) sono monitorate, forse con ritardo, dalla Commissione, per evitare, in particolare per quel che concerne gasolio e derivati, di dipendere quasi esclusivamente dai colossi ex sovietici. Tale questione mette in risalto un ulteriore problema del quale la commissione energia EU, ma anche i singoli stati e le multinazionali del settore, dovranno discutere, ossia cosa fare di vecchie centrali elettriche ad olio o raffinerie non più in produzione perché non competitive  e sempre fuori mercato che dovranno prima o poi essere necessariamente dismesse o riconvertite non senza costi che le aziende private ed i singoli stati membri, alla luce della situazione economica in essere e dei vincoli di bilancio, non possono accollarsi in autonomia.

30/05/2014
Valentino Angeletti
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