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Un “mood” degli investitori “buoni” molto volatile da consolidare entro settembre

L’Italia è ormai avvezza ad avere occhi attenti puntati addosso, ed in questa situazione di dati macro economici poco confortanti c’è da scommettere che gli sguardi rivolti al nostro paese sono aumentati.

Quelli dell’Europa ci controllano costantemente, monitorano preoccupati con continuità l’andamento del nostro debito, il rapporto deficit PIL, il processo di riforme. Le loro verifiche sono rigorose, nel più consono stile teutonico, non a caso i nostri osservatori più puntigliosi, pignoli, per alcuni odiosamente meticolosi mentre per altri estremamente precisi e concreti, che non ci hanno risparmiato numerose bacchettate, rimproveri, avvertimenti, sono stati Olli Rehn, finnico (a fine pagina alcuni Link),  Jeroen Dijsselbloem, olandese, Van Rompuy, belga e poi i membri dei dicasteri o delle istituzioni economiche tedesche come Schauble, Ministro delle Finanze o Wiedmann, Govenatore della BundesBank; dulcis in fundo, per non farsi mancare proprio nulla, anche il Commissario agli Affari Economici e Monetari UE ad-interim Katainen (dichiarazioni a link a fondo pagina) , forse ereditando il modus operandi dal predecessore col quale condivide la nazionalità, non ha lesinato dichiarazioni, che avrebbe dovuto tacere nel momento in cui le proferì, sulla situazione economica del nostro paese e sulla sua lotta quasi personale all’utilizzo di “escamotage” (non uso casualmente un termine francese) per aggirare i tratti europei alla ricerca di più fantasia finanziaria e libertà nei bilanci. Queste figure istituzionali con le loro squadre di tecnici, ed in tal caso un simile atteggiamento non è da mettere sotto processo, non si accontentano promesse, idee, stime immaginifiche, ma vogliono dati certi, calcoli e modelli matematici, programmi chiari che presentino azioni e conseguenze in modo dettagliato, non sono soddisfatti da una bozza generica di spending review, ma vogliono i dettagli, esigono chiarimenti sul gettito per singola voce e soprattutto chiedono con insistenza di definire precisamente l’allocazione delle risorse reperite; analogamente per ogni capitolo di spesa richiedono la provenienza delle relative coperture, così come per ogni nuovo introito statale la destinazione dell’extra gettito. Come dire, tutte queste attenzioni sono il prezzo da pagare per alcuni parametri (debito) ed alcune situazioni (occupazione-fisco) decisamente negative quasi fuori controllo derivate da decenni di incapacità nel gestirle e nel porvi rimedio e per la poca stima nei nostri confronti dovuta all’immobilismo, alla gestione di grandi opere e progetti e ad anni di estrema semplicità nel promettere seguita da parimenti facilità nel disattendere.

A ciò ci eravamo ormai abituati, anche se in tanti non senza risentimento, ma ora altri occhi, che per la verità non hanno mai smesso di osservaci, forse anche in modo più direttamente interessato, approfondito ed inclusivo dei precedenti, si stanno palesando.

Mi riferisco a quelli degli investitori internazionali. Investitori industriali ed investitori finanziari, ma non speculativi, bensì quelli buoni, intenzionati a fare investimenti di lungo termine nel paese. L’attenzione di costoro, i quali nei mesi estivi sogliono rivedere le strategie per l’autunno e l’inverno a venire e che ora si trovano un panorama particolare con tante buone opportunità fuori dall’Europa, riguarda sostanzialmente due sfere, adesso molto più intrecciate dal punto di vista di un investitore che un tempo quando spesso utilizzate a pacere per giustificare determinati movimenti:

  • L’economia.
  • La Politica.

Sul lato economico quello che osservano sono ovviamente tutti i dati, nostro malgrado non confortanti, che abbiamo imparato bene a conoscere, il PIL, l’occupazione, il debito, il deficit, il rapporto deficit/PIL, fin qui nulla di nuovo. Ora però, un altro elemento subentra, ed è quello della difficoltà con cui il nostro paese sarà in grado di ripagare il debito contratto nell’anno d’oro, 2011, dello spread ad oltre 500 (venne toccato quasi il 7% di interesse). Il prossimo anno inizieranno le prime scadenze dei titoli di stato 2011 che difficilmente avranno possibilità di essere nuovamente sottoscritti, come invece accade sovente con titoli di stato dai rendimenti inferiori, questa circostanza secondo alcune stime potrebbe costare fino a 200 miliardi di €.

In questa fase storica stiamo poi assistendo ad un intreccio tra politica ed economia senza precedenti. Le attenzioni sono indirizzate ai patti ed ai trattati europei, poiché risulta evidente che stando così le cose per l’Italia è impossibile rispettare i trattati in vigore nei tempi e nelle modalità sottoscritte a meno di non raggiungere un valore di crescita del PIL costantemente nell’intorno 2.6-3% chiaramente impossibile nel breve-medio periodo. La questione europea e dei trattati da rivedere potrebbe indirizzare le scelte degli investitori. Più ancora però, alla luce della grande fiducia e stima riposta nel Premier Renzi e nei suoi ambiziosi piani che in campo finanziario è per tutti transeunta e rapidamente variabile, è la capacità di eseguire riforme che influenzino la sfera economica in modo rapido ed incisivo. Si attenzionano dunque le riforme sia istituzionali, ma quelle che consentono di giungere ad avere una normativa ed una legislazione stabili e durature, un sistema fiscale più snello e non così penalizzante rispetto ad altri stati europei, un abbattimento drastico della burocrazia, una certezza della pena, una chiarezza nella definizione degli interlocutori e degli uffici competenti per una azienda che volesse investire in Italia, che ovviamente quelle economiche, ossia la riduzione del cuneo fiscale, dell’IRAP, le politiche per facilitare l’occupazione, il sostegno ad investimenti ed innovazione con conseguente incremento di competitività e maggior creazione di valore aggiunto, lo sblocco del credito, la revisione di alcuni meccanismi come la cassa integrazione, una maggiore vicinanza tra scuola ed impresa, più rapidità nell’abbattimento del digital divide così da consentire l’accesso immediato a tutte le imprese alla banda ultra larga ed a prezzi competitivi, un sistema di tassazione sulle rendite chiaro e stabile, lotta a corruzione ed evasione e per finire un costo dell’energia inferiore.

Purtroppo agli investitori buoni non troppo importa, contrariamente all’Europa ed alla cittadini interessati alla governabilità del paese, della riforma del Senato, della legge elettorale, delle unioni civili ecc, o meglio sono collocate ad un livello di priorità inferiore. A ben pensarci andrebbero oggettivamente lavorate in parallelo alle misure economiche e non in serie, ma purtroppo esse  risultano così impegnative, delicate e motivo di conflitto serrato da richiedere molti sforzi ed energie da parte del Governo, inevitabilmente sottratte ai temi europei, dove il semestre italiano è letto dagli investitori come un’ulteriore opportunità per il nostro paese di dettare le priorità alla Commissione, ed a quelli economici.

Va sottolineato che le riforme sono la motivazione per la quale lo Spread Spagnolo si è costantemente mantenuto inferiore a quello italiano, nonostante conti, dati di bilancio ed occupazione peggiori, attestandosi attualmente circa 20 pti più in basso rispetto al differenziale italiano.

In tal contesto di alta euforia tra gli investitori, i quali continuano a considerare interessante l’Italia che offre un favorevole rapporto rischio-profitto, ogni settimana di qui a settembre è preziosa per conquistare un piazzamento nei loro portafogli o piani industriali, perché cicli di fiducia così positivi non durano in eterno ed in genere sono seguiti da pesanti storni. Come si può vedere in figura siamo proprio in uno di quei momenti critici  in cui approfittare dell’euforia e della voglia d’acquisto che potrebbe ridursi a stretto giro, magari seguendo la riduzione di QE imposta dal tepring della FED.

 

Di opportunità in passato ne abbiamo avute molte e mai capitalizzate a dovere, è assolutamente necessario impegnarsi affinché questa non vada a rimpinguare il novero delle precedenti.

Link Olli Rehn:
Bacchettate Europee: una dura sfida 06/03/14
IMU, Europa e riduzione del debito tra privatizzazioni e spending-review 22/11/13
Comprensibili e giustificate ingerenze europee 18/09/13
L’imperitura scure del 3%, ed un futuro basato su Europa e persone 13/09/13
Asmussen (ECB) e Rehn (Commissario EU affari economici) un po’ ovvi??? 08/05/13
Olli Rehn da Bruxelles, nessuna bocciatura per l’Italia 02/06/14
I dati della celeberrima Spending Review tardano, il finnico Rehn reclama 15/02/14

Link Katainen: Finnico Katainen dalle tradizionali consuetudini 20/07/14

02/08/2014
Valentino Angeletti
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Olli Rehn da Bruxelles, nessuna bocciatura per l’Italia

Da Bruxelles non bocciano l’Italia e da augurarsi che sia realmente l’alba di una epoca caratterizzata da meno austerità.
Nonostante si ponga attenzione sull’ammontare del debito tendente al 135% e decisamente eccessivo per i parametri europei, che dovrà diminuire ed continuerà ad essere monitorato, viene riconosciuto l’impegno dell’italia nel rigore dei conti e nell’aver intrapreso un percorso di riforme. Viene concesso più tempo (un anno) per il pareggio di bilancio, si sottolinea la fondamentale importanza col proseguire serratamente il cammino delle riforme (dalla riduzione del cuneo fiscale alle privatizzazione ed al taglio della spesa), e viene rimarcato (non è la prima volta che ignoriamo questo suggerimento) di spostare la tassazione da lavoro, produzione e persone a proprietà, casa, patrimoni e consumi (che si spera in modo progressivo, altrimenti con l’IVA che già sussiste i consumi rischiano l’azzeramento).

Internamente dovremo impegnarci per rispettare il patto di stabilità, per ridurre ed ottimizzare la spesa, tagliare gli sprechi, privatizzare intelligentemente ed implementare misure per la crescita (che per consentire il rispetto del patto di stabilità senza insostenibile esborso, permettendo quindi più margini, dovrà attestarsi almeno attorno al 1.5%), consapevoli di avere, grazi al 40% ottenuto dal governo filo-europeo alle ultime elezione ed al venturo semestre di presidenza (senza però farci troppe illusione visto che il semestre in corso guidato dalla Grecia non ha portato particolari aperture di credito nei loro confronti, ma la loro situazione è ben diversa dalla nostra), più potere contrattuale soprattutto in merito all’applicazione delle golden rule al rapporto del 3% deficit/Pil.

Nulla di nuovo, anzi previsto (e qui c’è scritto, 16/04/2014): Molto Soft e low profile, ma la richiesta di allentamento si concretizza

02/06/2014
Valentino Angeletti
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La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile….

Solo qualche mese fa non si voleva nemmeno sentirne parlare, eppure qualche segnale già c’era (Link: primordiali segni di deflazione). Adesso la deflazione è uno spettro che fa paura in tutta Europa tanto da essere uno degli argomenti trattati nell’Ecofin dei prossimi giorni ad Atene. L”Unione sta attraversano un periodo di bassa inflazione, perché ancora di vera deflazione non si può parlare, al di sotto della soglia dell’1% definita pericolosa dal Governatore della ECB Mario Draghi ed il commissario EU agli affari economici e monetari Olli Rehn conferma la preoccupazione citando i casi di Grecia, Irlanda e Spagna, nonostante la disoccupazione abbia leggermente rallentato la sua corsa in confronto agli scorsi periodi. In Europa, dove il target per l’inflazione è stato fissato al 2%, rispetto al mese precedente i prezzi sono aumentati dello 0.5%, in Spagna, rispetto al marzo scorso invece, si ha avuto un calo dello 0.2% e la deflazione è stata certificata, in Italia l’aumento medio dei prezzi è stato dello 0.4%, in calo rispetto ai mesi scorsi in tutti i comparti a cominciare da frutta fresca e beni energetici, includendo anche quei beni di norma immuni, come le sigarette e la benzina a dispetto di un aumento delle accise. Gli analisti finanziari delle principali banche non ritengono concreto il pericolo, ma è bene percepire questi segnali e cercare di agire tempestivamente per arginare un processo che secondo altri si è già innescato in modo significativo.

Il basso aumento, o addirittura il calo dei prezzi, potrebbe apparire a prima vista un segnale positivo e lo sarebbe se a causarlo fosse la sana e leale concorrenza e se sussistessero adeguati aumenti retributivi, flessibilità nel mondo del lavoro, domanda ed offerta di prodotti e servizi. Nella circostanze attuali invece il fenomeno è dovuto alla stagnazione economica.
Nel nostro paese il potere d’acquisto delle famiglie è calato drasticamente ed è evidente che la propensione alla spesa è inferiore anche relativamente a beni di prima necessità, alimentari, medicinali, cure mediche e vengono tardati i pagamenti di mutui e bollette; per tali ragioni è facile pensare che gli 80 € circa, che finiranno nelle buste paga al di sotto dei 25’000 € lordi introdotti dagli sgravi IRPEF del Governo Renzi, si riverseranno quasi istantaneamente, in modo positivo ma ben lungi dall’essere strutturalmente risolutivo, nei consumi.
Il modello di competizione che ha dominato gli ultimi anni (e le varie vertenze aziendali ne sono una dimostrazione) è stato fondato sul ribasso dei prezzi delle produzioni, sul ribasso dei salari e del costo del lavoro, sul ricorso ad ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà con conseguente dimezzamento del potere d’acquisto dei tantissimi soggetti interessati (il ricorso alla CIG è stato da record durante questa crisi) fino al licenziamento e ciò, facendo il paio con contratti collettivi non rinnovati, con mancati adeguamenti salariali e con il blocco degli straordinari per i dipendenti pubblici e pensionati, non ha potuto far altro che deprimere i consumi interni.
Ne deriva una conseguente assenza di propensione alla spesa, in favore, nei pochi casi ove sia possibile, del risparmio a cui si aggiunge una percezione negativa dei consumatori e delle persone rispetto al futuro che porta certamente ad evitare le spese “superflue”.
Le prospettive effettivamente non sono delle migliori perché il PIL 2014 è visto in aumento per un valore che va dello 0.6% allo 0.9% a seconda delle stime, la previsione del Governo presentata da Renzi è stata collocata tra lo 0.8% e lo 0.9% peggiorando la stima nella forbice 1% – 1.1% del precedente esecutivo. Anche le più ottimistiche previsioni non sono però sufficienti ad invertire la crescita della disoccupazione, giunta complessivamente al 13% ed al 42,3% per la fascia di età 15-24 anni (massimo dal 1977 quando iniziarono le serie storiche), la quale oltre ad avere un ritardo intrinseco rispetto all’inversione di tendenza del PIL necessità di un valore di prodotto interno lordo che tipicamente si attesti attorno all’ 1.5%.

Nuovamente l’Europa non ha contribuito positivamente, è intervenuta nelle crisi in ritardo e con approcci oltremodo recessivi, portando la Grecia, il Portogallo, Cipro, ma anche l’Italia, e la Spagna a condizioni di estrema difficoltà economico e sociale (ad Atene, sede del meeting dell’Eurogruppo e dell’Econfin è sede di manifestazioni). Le misure di austerità hanno in parte aggravato il problema, ma in verità a scegliere dove applicare l’austerity è stato compito dei singoli paesi e dove, come in Italia, non è stato seguito il consiglio europeo di tassare rendite, patrimoni, consumi (in tutti i casi modo non lineare) invece che lavoro, imprese e persone fisiche si è assistito ad un eccessivo prelievo principalmente a scapito delle classi meno abbienti, artigiani e commercianti.

La Francia è per il momento più al sicuro dal basso aumento dei prezzi, ma la sconfitta di Hollande alle elezioni amministrative, l’immediato cambio di governo per riconquistare popolarità ed il suo discorso che ha messo in luce le problematiche su cui anche il paese transalpino dovrà agire, quindi taglio delle tasse, diminuzione del costo del lavoro, incremento del potere d’acquisto e dei consumi, taglio della spesa e meno rigidità nelle politiche europee, sono fattori che la accomunano in modo dichiarato all’Italia, anche se con un debito (in crescita) decisamente più basso ed un deficit superiore al 3% (attorno al 4%) per il quale hanno potuto contare su tempi di rientro superiori. Una simile circostanza fa pensare che si possa rafforzare l’asse Renzi-Shchulz-Hollande in vista delle elezioni europee con un programma di riforme delle politiche comunitarie volto ad una crescita sostenibile attenta ai conti ma anche alle difficoltà sociali dei cittadini dell’Unione, sempre più inclini a valutare proposte anti-europeiste.

Un’altra nota da fare all’Europa ed all’ECB nello specifico, è quella di aver attuato politiche monetarie certamente accomodanti, mantenuto bassi i tassi e fornito liquidità a sistemi paese, ma le iniezioni sono avvenute, ad interessi quasi nulli, sempre tramite i sistemi bancari che avrebbero dovuto immettere questi denari nell’economia produttiva, cosa che nella realtà dei fatti è avvenuta in modo quasi marginale essendo stati prediletti investimenti finanziari, acquisti di titoli di stato ad alto rendimento di paesi relativamente solidi (come l’Italia appunto) ed in certi periodi addirittura depositi over-night presso la stessa ECB. Negli USA i QE sono immessi direttamente nel sistema in modo da non avere intermediari così da essere immediatamente disponibili all’economia reale (che si tratti di consumi, investimenti infrastrutturali, lavori pubblici, sostegno alle imprese ecc).
Statuti permettendo, in attesa di giungere ad una unione bancaria vera, funzionante ed al servizio dei paesi membri e dell’Europa oltre che dei bilanci dei singoli istituti, sarebbe una soluzione migliore adottare anche nell’EU il medesimo meccanismo di immissione di liquidità direttamente nel sistema economico rispetto all’ipotesi che la ECB potrebbe metter in campo di portare i tassi a zero o addirittura in territorio negativo per stimolare il credito e disincentivare la pratica dei depositi over-night (anche se è più probabile un mantenimento dello 0.25%) .

Messe alla luce le deficienze del sistema paese Italia ed dell’Unione (notare che il fenomeno ha colpito maggiormente gli stati che hanno beneficiato di più aiuti che se, come avrebbe dovuto essere, fossero stati messi a disposizioni di persone ed imprese a mezzo di credito probabilmente ora si avrebbe un’inflazione e, cosa più importante, un potere d’acquisto superiori) è evidente che sono sempre più necessarie quelle riforme, ormai ben note, sul lavoro volte alla flessibilità ed alla creazione di nuovi impiaghi nei settori ad alto valore aggiunto ed innovativo, sugli investimenti produttivi, sul taglio delle spese e della burocrazia, sul sostegno alle imprese ed alla concorrenza, sul piano industriale nazionale di medio/lungo termine così come una modifica delle politiche europee e dell’ECB nei temi economici, monetari, finanziari, fiscali e normativi.

31/03/2014
Valentino Angeletti
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Bacchettate Europee: una dura sfida

Bacchettate dall’Europa all’Italia, titolano molti giornali. Effettivamente i richiami al nostro paese proferiti da Olli Rehn sono pesanti ed insistenti, ma ciò non implica che siano fuori luogo. Le premesse al breve ragionamento che affronteremo sono due, la prima ed ovvia è che il Governo Renzi è sostanzialmente incolpevole per questi richiami vista la sua giovinezza, la seconda, ancora più ovvia, è che al doveroso e profondo “mea culpa” che deve fare l’Italia, o meglio la linea politica che i governi passati hanno deciso di intraprendere, si deve affiancare un altrettanto profondo “mea culpa” dell’Unione, che, dopo aver deciso di adottare fin dall’inizio un approccio ferreo, austero e dalla dubbia efficacia in periodi di forte recessione, ha perseverato non modificando la propria impostazione e rimanendo assoggettata alle richieste ed alle linee di azione tedesche principalmente, ma in generale di tutto il virtuoso nord Europa che in ultimo ha iniziato pian piano a saggiare qualche segnale di crisi. Ciò detto la situazione del nostro paese è difficilissima, il PIL è tornato ai livelli del 2000 segnando nel 2012 -2.4% e nel 2013 -1.9% contro una previsione di -1.7%. Il debito pubblico ha raggiunto il record senza precedenti del 132.6%, la disoccupazione tra il 42 ed il 43% e quella giovanile oltre il 12 e punta al 13 nell’anno in corso, con picchi rispettivamente di oltre il 50% ed il 25% a seconda delle regioni geografiche e del genere (le donne del sud sono le più svantaggiate). Numero spaventosamente da record è anche quello delle aziende che ogni anno falliscono. Vero è che lo spread è attualmente sotto 180 pti base, ma i meccanismi che regolano la finanza, nel bene e nel male sono solo marginalmente legati alla realtà economica e politica. La stabilità di un paese affinché i mercati siano positivi è necessaria ma non sufficiente quindi, è corretto compiacersi di un basso spread (in ogni caso poco più alto di quello spagnolo) e quindi di minori interessi, ma non può essere l’unico parametro (i mercati e la finanza sono in un periodo particolare: Link).

A fronte di dati macroeconomici paurosi non sono state prese le contromisure necessarie in grado di apportare qualche risultato immediato e soprattutto indirizzare il futuro verso una rotta più promettente, ma l’inviluppamento ha continuato e probabilmente continuerà ancora perché il tempo, ed in tal caso il ritardo accumulato, è un fattore imprescindibile e non recuperabile. I consumi sono costantemente in calo, il potere d’acquisto anche, la sofferenza delle famiglie, così come il numero di indigenti che rinunciano a cure mediche e risparmiano sull’alimentazione in continuo aumento. L’occupazione non ha subito miglioramenti, la burocrazia non è stata ridotta , l’evasione rappresenta un pesantissimo fardello e la pressione fiscale sul lavoro e sulle persone è superiore a quella degli stati nordici, ove il livello dei servizi ed il welfare è eccelso. Ogni necessità di copertura più o meno imprevista come la CIG (che dovrà essere ripensata affinché sia sostenibile), la scuola, la ricerca ecc hanno necessitato di coperture non presenti, tanto da ricorrere alle solite clausole di salvaguardia, come accise o aumenti su bollette. La spesa pubblica è elevatissima e non è stata ridotta nonostante i tentativi dichiarati. La strategia di alcune aziende in difficoltà è stata quella di competere sui prezzi tagliando stipendi o addirittura licenziando e ricorrendo gli ammortizzatori sociali andando così ad alimentare un circolo vizioso, preludio di deflazione della quale in contesti europei non si ha più così paura di parlare, anche se solo in termini “spettro” (Link Elettrolux).

I privilegi sono stati intaccati minimamente e la ridistribuzione della ricchezza non è avvenuta, anzi l’indici GINI continua a crescere, facendo dell’Italia uno dei paesi più diseguali in assoluto (dietro solo ad Usa ed UK) e dove il 10% della popolazione detiene il 49% della ricchezza complessiva che ammonta a circa 8’000 miliardi di Euro.

Le riforme, anche quelle più storicamente urgenti non sono state fatte e si sono trascinate, col rischio che in ultimo, agendo di fretta, si abbozzino soluzioni posticce. La tassazione non è stata spostata dal lavoro, dalle persone e dalle imprese verso i consumi ed i patrimoni, come richiesto da Bruxelles. Non siamo in grado di impiegare i fondi strutturali europei, siamo primi per procedure di infrazione, le PA non riescono a pagare tempestivamente i propri debiti, non abbiamo presentato in tempo il piano di spending review che dovrebbe essere quasi una panacea di tutti i mali e pare infine che anche l’ EXPO2015 sia in ritardo e necessiti di ulteriori fondi. Inevitabilmente tali fattori contribuiscono a far si che a Bruxelles preferiscano prendere con le molle ogni nostro proposito.

La competitività delle aziende italiane, principalmente per il costo del lavoro e dell’energia è in fondo alla classifica europea così come quella dell’innovazione essendo assenti investimenti proprio per mancanza di liquidità nelle imprese ed il poco credito che le banche concedono va a coprire le spese correnti. L’unico settore che va mediamente bene sono le esportazioni, ma non riusciamo ancora a sfruttare tutto il potenziale in termini ad esempio di turismo, arte, made in Italy, lusso, manifattura di precisione e via dicendo.

Gli ultimi Governi non possono essere esenti da colpe, non hanno saputo apportare soluzioni, anche politicamente forti ed in contrasto con alcuni partiti, privilegiando soluzioni estemporanee ed i cui effetti sarebbero svaniti quasi immediatamente. Lo stesso dicasi per i rapporti di forza che, si prenda ad esempio il caso IMU, sono stati animati più da attriti ed interessi particolari che da cooperazione per il bene del paese. Va poi sottolineato che molto dell’impegno degli Esecutivi è stato rivolto, ed in tal senso siamo stati virtuosi, a rispettare i parametri ed i vincoli imposti dall’Europa, ma precedentemente votati dagli scorsi Governi, senza cercare di rinegoziarli almeno un minimo, anche solo in termini di più tempo. Del resto non sarebbe stato semplice poiché la risposta sarebbe probabilmente stata di agire e riformare internamente e solo dopo pensare a qualche concessione.

Ieri dunque l’Europa, a dire il vero senza sorprese, ha ribadito la lentezza italiana nell’attuare le riforme e l’eccessivo squilibrio tra debito ai massimi storici e crescita del PIL ai minimi dal 2000. In questa classifica siamo ultimi assieme a Croazia e Slovenia che sono new entry in Europa e non certo un membro fondatore come invece lo è il nostro paese. Come se non bastasse la legge di stabilità per il 2014 non è stata ritenuta sufficiente. Moniti sono stati rivolti anche a Germania per l’eccessivo surplus commerciale (+6%) indice che i consumi interni sono troppo bassi rispetto alle esportazioni ed alla Francia, che vive una situazione economico e politica non semplice (forte ascesa degli anti-europeisti di Le Pen), ma con un debito ed una situazione generale pre crisi molto migliore della nostra. Hanno passato l’esame, applicando le riforme suggerite, la Grecia, il Portogallo (commissariate dalla Troika) e la Spagna (El Pais ha titolato che la nuova malata d’Europa e l’Italia); sinceramente non so quanto convenga essere promossi ma aver vissuto e vivere contesti sociali come Grecia e Portogallo dove gli stipendi e le pensioni sono state decurtate pesantemente e la gente ha già oltrepassato l’orlo della fame.

Oltre alla legge elettorale ed alle scuole il vero compito del Governo Renzi sarà quello di lavorare tantissimo in Europa, dimostrare di essere in grado di recepire le loro linee guida in modo rapido ed incisivo prendendo decisioni politiche e non di compromesso, accollandosi il rischio di scontentare qualche fazione, stringersi al PSE ed in particolare all’SPD di Schulz in modo da poter esercitare pressioni anche sulla Germania che forse sono ancora più pesanti che quelle dirette a Bruxelles. Per fare ciò deve impegnarsi di fino e sottilmente, intessere importanti rapporti oltralpe, rinnovare radicalmente la classe dirigente, innestando, a fianco dei competenti e di coloro che hanno lavorato bene, persone provenienti dalla società civile e da ogni estrazione sociale, in modo da dare il segnale che la meritocrazia esiste, ricreare i sogni e le ambizioni delle persone ormai disilluse, ricreare il concetto del self made man e di scalata sociale che è colei che anima, assieme ad una leggera disuguaglianza, la crescita. Dovrà sfruttare e convogliare quell’energia e quelle potenzialità presenti in tanti giovani e meno giovani di cui il nostro paese è pieno (si veda il nuovo CFO di Apple o il consigliere do Obama).

Il compito non è facile e nessuno fino ad ora è riuscito ha svolgerlo degnamente o perché interessato al mantenimento dello status quo o perché impotente di fronte ad un meccanismo ingessato e protezionista nei confronti delle proprie posizioni privilegiate, ma è l’unica via affinché si possa pensare seriamente di uscire dal mix di congiunture più o meno storiche che ci hanno confinato in una situazione sempre più compromessa ed alla quale non solo non siamo venuti a capo, ma non abbiamo neppure pensato ad un piano per affrontarla concretamente.

06/03/2014
Valentino Angeletti
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I dati della celeberrima Spending Review tardano, il finnico Rehn reclama

Le vicende del Governo, delicatissime ed importantissime, stanno monopolizzando l’attenzione, ma si sta maturando una nuova testimonianza di inadeguatezza del nostro paese a cogliere le poche opportunità che questo periodo storico ci riserva.

Qualche dato positivo ultimamente è arrivato: un leggero calo del debito pubblico in termini di valore assoluto nel mese di dicembre 2013; un rialzo del PIL di 0.1% nell’ultimo trimestre del 2013 (anche se nel 2013 il PIL ha registrato -1.9% invece del previsto -1.7%); Moody’s ha mantenuto il rating a BAA2 migliorando l’outlook da negativo a stabile dicendo che questa fase politica non modifica il loro giudizio partorito il 10 febbraio che è dovuto sostanzialmente al migliorare delle condizioni economiche delle economie mature (al momento la finanza non sta guardando le vicende interne italiane, ha ben altro a cui pensare: LINK). Questi dati così come i 500 milioni assicurati dal fondo sovrano del Kuwait al Premier Letta durante il suo viaggio negli Emirati sono ben poca cosa e dopo i drastici cali che vi sono stati negli anni scorsi poco incidono e non contribuiscono ad una decisa inversione di tendenza.

Uno dei problemi del nostro paese è radicato nell’enorme debito pubblico che nel 2014 raggiungerà un rapporto sul PIL tra il 132.5% ed il 133%. L’Europa non perde occasione di ricordarcelo e proprio per questa gigantesca zavorra non ha concesso la possibilità di oltrepassare il rapporto del 3% deficit/PIL come invece ha fatto per Francia e Germania. Altro elemento importante su cui agire è l’assurda spesa pubblica e lo spreco di risorse pubbliche in mille inefficienze e burocrazie. La riduzione e razionalizzazione della spesa rappresenta dunque un altro obiettivo centrale della politica economica italiana.

Per cercare di scalfire i due fardelli sopra menzionati, fallimento di tanti Governi e commissari, è stata istituita una commissione speciale, a dire il vero non la prima, con a capo la persona di Carlo Cottarelli, ex funzionario IMF in forze negli USA. Il fine della spendig review a cui Cottarelli dovrà lavorare, benché senza potere attuativo nei confronti dei suoi report i quali dovranno poi passare dalle forche caudine della politica e del conflitto d’interessi tra provvedimento ed approvatore dello stesso, è quello di destinare risorse per abbattere il debito.

Il tentativo sulla carta è dunque lodevole, anche se la spending review sta diventando un po’ la panacea di tutti i mali ed ogni volta che è necessario reperire risorse di ogni tipo si confida, forse peccando di ottimismo nelle previsioni, nel taglio alla spesa. Di questo tentativo ha preso atto l’Europa che ci avrebbe concesso la possibilità di spendere più denaro per investimenti produttivi (clausola per investimenti), pur rispettando il 3%, a patto di presentare a Bruxelles entro questi giorni un piano di spending review consistente e credibile. Orbene questo piano non è stato ancora presentato e, benché non vi sia possibilità di sforare il 3%, è sempre in ballo la capacità dell’Italia di rispettare piani e scadenze. Olli Rehn sollecita affinché i dati siano inviati, mentre il MEF assicura che sono pronti ed arriveranno in tempo, aggiungendo la critica, peraltro sensata, che senza oltrepassare il 3% la clausola non avrebbe molta utilità.

Il punto è che per risanare una situazione drammatica non è possibile perdere nessuna occasione (ma de resto siamo campioni nel non utilizzare o sprecare in bizzarre circostanze i fondi Europei) e per poter discutere e negoziare da pari in Europa, come sarà necessario fare ed avrebbe già dovuto essere stato fatto, la nostra credibilità e capacità di agire rispettando ciò che è stato promesso, senza esserne stati costretti, deve essere ineccepibile.

Fino ad ora ciò di rado si è verificato e come al solito siamo a sperare che in futuro si cambi davvero verso.

 
15/02/2014
Valentino Angeletti
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Europa ed Olli Rehn VS Italia

Olli Rehn, probabile candidato alla presidenza della Comissione Europea nelle file del partito liberaldemocratico ALDE, in un’intervista a Repubblica, ha ribadito come l’Italia, non solo continui ad essere un’osservata speciale, ma stia disattendendo ciò che sarebbe necessario fare, a partire dal debito “monster” in continua ed inesorabile crescita e che le stime vedono per il 2014 ad oltre il 134% del PIL.
Secondo Olli Rehn, che si dice pronto a ricredersi e felice di sbagliarsi, gli sforzi sui tagli alle spese presenti nella legge di stabilità non sarebbero sufficienti, dovrebbero invece dare risultati tangibili già a partire dal 2014, così come le privatizzazioni apportano un contributo minimo e non incisivo alla riduzione del debito ed al miglioramento della concorrenza in settori economici importanti.
Del resto l’impegno strutturale che l’Europa si attendeva dall’Italia avrebbe dovuto essere di almeno 0.5 punti di PIL (circa 8 miliardi) ed invece sarà solamente dello 0.1% (1.6 miliardi). Alla luce di ciò, secondo Rehn, l’Italia non ha margini di manovra e non potrà invocare la clausola di flessibilità per gli investimenti.

Non è la prima volta che il Commissario per gli Affari Economici e Monetari Europeo redarguisce l’Italia e non è la prima volta che, giustamente, l’Italia si appella alla politica di austerità Europea che evidentemente ha fallito cominciando il declino con l’episodio della Grecia, proseguendo poi con Cipro fino ai giorni nostri.

Evidentemente in questo contesto di recessione pesante l’austerità, contrariamente a quanto può avvenire in momenti di espansione economica, non porta i frutti desiderati, non è la via corretta per una crescita sostenibile e sincronizzata tra i vari stati membri e si trasforma in una spirale viziosa che come la morsa di un’anaconda si avvinghia alla sua preda soffocandone l’apparato respiratorio. La teoria di Laffer ha trovato più volte riscontro e l’indice di disuguaglianza GINI si è ampliato sia all’interno dei singoli paesi, in modo preoccupante in quelli più periferici ed in difficoltà, sia tra gli stati europei, portando alla paradossale conseguenza che invece di riequilibrare il sistema e risincronizzarlo con una più equa ridistribuzione di ricchezza ed oneri, come è nello spirito dei fondatori europei, lo ha esasperato nelle disuguaglianze, offrendo grandi vantaggi a pochi, immensi fardelli a molti già meno facoltosi e fomentando le derive anti europeiste.

L’esempio del Giappone di Abe, ma anche della Cina e degli USA mostrano che la prima fase di leggera svalutazione competitiva seguita da importanti piani di investimenti a lungo termine ad alto valore tecnologico e ad alta intensità di lavoro specializzato, portano buoni frutti.

La ECB sul fronte della politica monetaria, nel limite del suo mandato che non consente di coniare, sta facendo il possibile mantenendo i tassi di interesse bassi; sul fronte degli investimenti però poco si sta consentendo ai paesi più in difficoltà e che più ne avrebbero bisogno, costretti come sono a rispettare il rapporto deficit/PIL del 3% che ormai suona anacronistico poiché fissato in presenza di scenari macro del tutto differenti. Con le restrizioni in atto ed i conti blindati trovare risorse da destinare alla crescita è quanto meno complesso.
Un cambiamento di approccio a livello Europeo (che dire degli Eurbond?) è imprescindibile ed è stato sostenuto più e più volte, sia qui che in molte altre parti e partiti.

Sottolineato nuovamente questo aspetto, va però affermato che Olli Rehn ha buone ragioni nel diffidare dell’Italia. Nel nostro paese tutte le linee guida europee sono state disattese, la tassazione non è stata spostata, in modo progressivo, da lavoro, persone ed imprese verso i patrimoni ed i consumi; l’IMU, la decadenza, le vicende interne al PD, la scissione nel centro destra, i continui tentennamenti politici del dopo governo Berlusconi, ultimo il veloce “drive throught” parlamentare per confermare la discontinuità e prendere atto della nuova maggioranza, hanno catalizzato l’attenzione per troppo tempo impedendo di fare ciò che è realmente utile per cittadini ed imprese e rendendo ciechi, vista la polarizzazione dei media, gli stessi cittadini ed ancor peggio la politica dalle vere questioni di interesse globale.
Misure incisive su lavoro, occupazione, crescita, credito a persone ed imprese, lotta all’evasione, alla burocrazia, agli sprechi ed della spesa improduttiva non sono state prese ed il lavoro di Cottarelli, al quale Rehn si è rivolto non troppo implicitamente, sarà arduo, tanto più che, nel suo contratto triennale, non avrà potere esecutivo, ma dovrà solo redigere report. Non è stato possibile fare una sensata legge elettorale, agire sulle province e sul finanziamento pubblico ai partiti, nonostante vi fosse condivisione trasversale e nell’ultimo caso anche un referendum. Se poi si passa a parlare della corruzione, della trasparenza, degli appalti e subappalti pubblici, delle leggi ed emendamenti con postille al limite del legale e della gestione dei fondi europei che sono andati a finanziare non pochi grandi progetti, come la banda larga, le infrastrutture, l’energia, l’ambiente, la riqualificazione edilizia e la messa in sicurezza del territorio, ma una miriade di migliaia di fiere di paese decisamente inutili.

Con tali credenziali andare a protestare perché in Europa non godiamo dell’autorevolezza di cui un paese, con le potenzialità dell’Italia e che versa all’Europa quanto versa l’Italia, dovrebbe godere è poco serio.

A livello di sistema paese l’Italia dovrebbe iniziare davvero a segnare una rottura col passato e con i vecchi costumi, ma ce ne deve essere la volontà finora latitante, ed allearsi con altri stati in condizioni simili, come Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, in modo da fare massa critica presso le istituzioni europee; allo stesso tempo però deve mantenersi aperta verso i grandi mercati mondiali diventando il riferimento per il Mediterraneo ed il crocevia dell’Europa.

02/12/2013
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità, il semaforo EU arancione da 3 mld e rassicurazioni un po’ evanescenti

La Commissione Europea, parlando per bocca del Commissario Olli Rehn, ha espresso dubbi sull’ incisività della legge di stabilità presentata a Bruxelles nei giorni scorsi. I rischi che vengono visti nella ex finanziaria riguardano il debito che, secondo le previsioni, continua ad essere in crescita (133% al 2013 – 134% al 2013), il rispetto del rapporto Deficit/PIL al 3% che potrebbe essere messo in discussione a meno di una correzione pari allo 0.5% del PIL (circa 8 miliardi di €) e l’alto numero di emendamenti che la fanno sembrare ancora inconsistente. Del resto non c’era da attendersi una reazione differente visto che ogni direttiva e suggerimento EU sulle politiche fiscali sono stati disattesi. Da Bruxelles le linee guida erano state di spostare la tassazione da persone ed imprese verso i patrimoni ed i consumi, partendo proprio da quel taglio dell’ IMU indigesto alla Commissione e le cui coperture, pari a 2.4 miliardi di € per la cancellazione della seconda rata, devono ancora essere chiarite.

A ciò si aggiunge l’instabilità politica che permane con forza, a maggior ragione in questa fase in cui le primarie del PD si avvicinano, la vicenda della Cancellieri sembra aggravarsi di giorno in giorno, il voto sulla decadenza di Berlusconi è prossimo ed il PDL si è definitivamente scisso in due parti, quella filogovernativa e quella che, benché continuerà ad allearsi con Alfano, non ha al momento intenzione di sostenere il governo. A dicembre potrebbe verificarsi una situazione particolare ed unica, nessun leader dei principali partiti, Grillo, Renzi, Berlusconi, sarà in Senato, va da sé che la stabilità del governo è tutt’altro solida.

Inutile fingere che queste incertezze, oltre che disperdere energie preziose distogliendo la concentrazione dalla realtà, non ledano l’immagine, già non eccelsa, che la Commissione ha nei nostri confronti, lo si evince facilmente dalla dichiarazione un po’ ironica di Olli Rehn:
Lo dico con molta simpatia, ma ogni giorno quest’anno, così come l’anno scorso, è ‘politicamente delicato’ in Italia. Noi dobbiamo fare il nostro lavoro indicando la strada verso conti sostenibili“.

Immediate le rassicurazioni del Ministro Saccomanni, il quale smentisce ogni possibile aggiustamento al bilancio della legge di stabilità (le modifiche invece si vedranno: da lunedì al via le discussioni sui 3’093 emendamenti) seguite a ruota da quelle del Premier Letta.
Il Ministro dell’ Economia ritiene chi i numeri siano corretti, che il rapporto Deficit/PIL sarà al 2.5% nel 2014 e che a Bruxelles non tengano conto del pagamento dei debiti delle PA alle imprese e di alcuni interventi in favore della crescita che vedranno già nel 2014 i primi risultati; conferma poi l’impegno nell’abbattimento del debito in particolare a mezzo di: privatizzazioni mobiliari ed immobiliari; rientro di capitali dall’estero; pesante spending review operata dall’apposito Commissario Cottarelli; rivalutazione delle quote di Bankitalia detenute dalle banche.

Riguardo alle misure abbatti–debito le perplessità sono giustificate. Nel caso delle privatizzazioni, soprattutto quelle immobiliari, le somme non sono chiare. Il meccanismo e le condizioni per il rientro dei capitali dall’estero non sono ancora definiti, quindi qualsiasi stima è inconsistente. La spending review è tanto necessaria quanto spinosa, fino ad ora nessuno è riuscito ad incidere, neppure l’ultimo commissario speciale del Governo Monti, Bondi, il quale per la verità è stato fatto lavorare molto poco; Saccomanni ritiene che a regime il risparmio dovrebbe attestarsi tra 1 e 2 punti di PIL (16-32 mld di €, a dir poco ottimista il Ministro), ed accelera affinché i primi risultati, chiaramente non quantificabili a priori, si vedano già nel 2014. La stima per Cottarelli, ex IFM, è massima tanto quanto complesso e ricco di ostacoli sarà il suo compito, non perché non si sappia dove tagliare, ma perché ogni spreco per la società è fonte di guadagno per un particolare “potentato” di volta in volta differente. Infine la rivalutazione delle quote di Bankitalia in mano per il 95% alle banche ed alle assicurazioni (principalmente Unicredit, Intesa, Generali ed Unipol Sai) consentirà, tramite un artificio contabile, una plusvalenza per gli istituti detentori che quindi dovranno, per il primo anno, pagare più tasse (si stima circa 1.5 mld €), ma che poi potranno incassare dividendi pubblici più cospicui (il pareggio avverrebbe dopo 2 anni) e se decidessero di disfarsi delle loro quote le potranno vendere al nuovo prezzo maggiorato; in questa ipotesi l’unico acquirente possibile sarebbe, per statuto, la Banca d’Italia, vale a dire il pubblico, vale a dire i contribuenti. Quest’ultimo provvedimento se confermato sarebbe un palliativo di brevissimo termine, che alla lunga porterebbe benefici agli istituti di credito a scapito del pubblico; si tratta di una sorta di ricapitalizzazione contabile fatta a bilancio e senza capitale.

Che le previsioni di Saccomanni, del MEF e di Letta siano corrette ce lo auguriamo, ma il semaforo, se non rosso, arancione da parte della EU ci è costato poco più di 3 miliardi che la commissione non si è sentita di concederci e che avrebbero dovuto essere spesi per crescita ed investimenti. Una linfa in questo momento.

Oltre all’ Europa anche la Confcommercio, con il Presidente Sangalli, non ritiene sufficiente la manovra che non porterebbe ripresa neppure nel 2014 insistendo su un prelievo fiscale ormai giunto ufficialmente al 44%, ma nella realtà delle cose ben più alto, fino al 68% per alcune piccole imprese, deprimendo ulteriormente i consumi basilari delle famiglie non più appartenenti al ceto medio in via di estinzione e non aggredendo significativamente la spesa pubblica ed improduttiva. Il grosso rischio è che la crisi economica possa sfociare in una crisi sociale che si estenda al di là dell’esprimere un voto ai movimenti anti europeisti.

L’unica possibile soluzione che potrebbe, ma non è né scontato né automatico, consentire l’inizio di un percorso di crescita risiede nella collaborazione tra gli stati europei, a cominciare dalla Germania e dalla stessa Unione che, non dovrebbe più solo focalizzarsi sui bilanci, sul rigore dei conti e sull’austerità che sta soffocando le prospettiva dei paesi più in difficoltà, come ha sottolineato Letta, ma che dovrebbe consentire di spendere per crescere e, aggiungo io, controllare che ogni euro speso sia effettivamente produttivo. L’applicazione della golden rule sugli investimenti produttivi è fondamentale e la sua assenza rappresenta una zavorra che senza l’ausilio europeo non si può scaricare. Questo approccio dovrebbe essere considerato non come la norma, ma come un rimedio temporaneo ad una situazione di grave emergenza.

In termini e toni differenti, la necessità di rivedere i trattati europei a Bruxelles è appoggiata da tutte le parti politiche, ma che evidentemente non hanno la sufficiente autorità per farsi valere, incluse quelle che solo qualche mese fa erano contrarie. A cominciare dal M5S, passando per Berlusconi, per il Presidente Napolitano, che chiede pacatamente un’Europa più unita e meno rigida e finendo al PD di Letta, il quale ha ricordato questa necessità alla Germania durante il congresso della SPD in procinto di formare la grande coalizione di governo assieme alla vincitrice CDU della Merkel.

Che all’interno del governo tedesco la SPD prema affinché non si prosegua con il rigore asfissiante in un momento dove questo approccio è solamente disastroso sarebbe bene, sperando che poi la CDU ceda alla pressione e che lo appoggi in sede europea dove la fa la parte del leone con tutt’altra autorevolezza rispetto al nostro Governo.

Il punto chiave da capire è se la Germania, che rifiuto pensare non abbia compreso la condizione in cui versiamo data la sua capacità di visione e pianificazione a lungo termine, abbia già valutato che cedere un po’ della propria sovranità e qualche suo vantaggio immediato sia ormai inutile al salvataggio europeo e che quindi stia tentando di trarne più profitto possibile consapevole che il futuro in una Europa depauperata e divisa sarà assai più fosco anche per lei.

16/11/2013
Valentino Angeletti
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Comprensibili e giustificate ingerenze europee

Queste sono giornate d’attesa per il voto della giunta sulla decadenza, per il video messaggio, che parrebbe già da tempo circolare in multiple versioni, e per le sorti del Governo.

Anche i giorni scorsi sono stati però densi di avvenimenti importanti e di respiro internazionale. Il commissario degli affari europei Olli Rehn è stato in visita presso le Camere italiane in occasione di una delle discussioni sulla legge di stabilità (si dovrebbe fermare fino a venerdì 20 quando è previsto un CDM di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza), vale a dire quella che fino a qualche anno fa era chiamata legge finanziaria. Per molti questa “intromissione” ha già sapore di commissariamento, quasi una anticipazione della Troika. A pensarla così sono esponenti di tutte le parti politiche (M5S, PDL, PD), ad eccezione di Scelta Civica di Monti, che hanno ritenuto una invasione di perimetro, adducendo che l’ Europa non ha da insegnare nulla, anzi dovrebbe pensare agli sbagli fatti negli anni e mesi scorsi, a cominciare dalla Grecia ed al suo ingresso in Europa nonostante conti, a detta loro, notoriamente truccati.

Si potrebbe essere non totalmente d’accordo con alcune politiche Europee, in particolare con l’eccessiva austerità “ad ogni costo”, con l’assenza di flessibilità sui conti, inclusi il rapporto deficit/PIL e la procedura di infrazione, volta alla redistribuzione degli oneri dai paesi meno in difficoltà a quelli più problematici, fermo restando un controllo continuo e constante da parte delle autorità di Bruxelles, o con la decisione di attuare una politica monetaria che avrebbe potuto essere più aggressiva per rilanciare competitività, investimenti ed esportazioni.

Detto ciò è altresì innegabile che, nonostante l’impegno italiano ed i risultati ottenuti a partire dall’Esecutivo Monti e continuati con quello Letta grazie ai quali, con grandi sacrifici della popolazione, qualche voce di bilancio è stata riequilibrata, molte linee guida europee applicabili in modo relativamente semplice sono state disattese; in particolare non è avvenuto lo spostamento della tassazione dalle persone, imprese ed attività produttive, quindi il cuneo fiscale sul lavoro, alle rendite, proprietà e consumi, anzi, proprio con l’IMU la direzione intrapresa è stata quella opposta causando le osservazioni e la richiesta di chiarimenti sulle coperture da parte di Bruxelles che aveva già definito l’abolizione della tassa sulla proprietà immobiliare oltre che pericolosa per i conti anche iniqua. Proprio il taglio del cuneo fiscale è un provvedimento condiviso da ogni partito, dai sindacati e dalle stesse associazioni di categoria, ma che l’instabilità politica ed i veti incrociati su tutti i temi oggetto di discussione hanno bloccato rallentando ulteriormente il paese.

Se volessero essere mantenuti i piani, quindi abolizione completa dell’ IMU, mantenimento dell’IVA al 21% fino a dicembre, rifinanziamento delle missioni all’estero e considerando il dato sul PIL del secondo trimestre 2013 a -2.1% ed inferiore alle previsioni, entro fine anno dovrebbero essere reperiti circa 6.5 – 7 miliardi. Tali somme difficilmente potranno essere trovate solamente con tagli agli sprechi, benché si tratterebbe di solo il 2% della spesa immediatamente aggredibile di 300 miliardi su un totale di circa 850, e l’aumento dell’ IVA, o comune un incremento del livello di tassazione che è auspicabile non sia lineare ma progressivo e proporzionale alla ricchezza,  risulta quindi molto probabile al fine di rispettare il rapporto del 3% che tassativamente è stato ribadito essere intoccabile. Ci sono inoltre l’instabilità politica e le attenzioni da parte della commissione europea che spingono lo spread e gli interessi sul debito al rialzo, portandoli ai livelli della Spagna, la quale, secondo la EU, assieme ad altre nazioni come il Portogallo, ha recepito le istruzioni europee in modo migliore ed ora ne sta raccogliendo qualche beneficio.

Sicuramente gli sprechi sono un elemento chiave su cui agire per reperire risorse economiche senza appesantire ulteriormente una tassazione non più sopportabile che si piazza ai massimi livelli in Europa. Per fare un esempio il tratto di autostrada Salerno – Reggio Calabria costa al Km circa 52 milioni di euro, 4 volte la  media europea.

Alla luce di quanto detto non è insensato che Olli Rehn vanga a farci visita e si permetta in un certo qual modo di redarguirci. Non è questione se la legge di stabilità verrà fatta in Italia o a Bruxelles, il punto è farla bene in modo equilibrato e sostenibile, ed a quanto pare a Roma fino ad ora hanno avuto evidenti difficoltà che forse possono essere superate con un po’ di costruttivo pressing europeo.

Gli obiettivi da porsi nei prossimi mesi dovrebbero essere orientati all’ottenimento di condizioni più favorevoli per finanziare investimenti e crescita, confidando che la Germania e la Merkel (probabilmente rieletta) abbiano posizioni meno rigide, a rilanciare l’export, i consumi, la domanda interna e la produzione supportata da una diminuzione della tassazione sul lavoro e da una maggior concessione di credito alle imprese. Inoltre di estrema importanza è la capacità di attrarre nuovi investimenti di aziende nostrane ed estere, tanto che sul tavolo del Governo ci sarebbe già un programma di possibili dismissioni di asset statali. In tal direzione, e non si può non fargli un in bocca al lupo vista la sua complessità ed importanza, si sta muovendo il progetto “destinazione Italia” (CDM previsto per il 19 ore 9:30) patrocinato non a caso del Ministero degli Esteri (gli investimenti provenienti da altri paesi sono fondamentali per l’Italia, ed attualmente sono ostacolati dall’alto costo del lavoro, dalla burocrazia, dall’incertezza politico-normativa ed anche dalla corruzione).

Ovviamente presupposto e condizione necessaria per giungere a risultati positivi, soprattutto in campo europeo ed internazionale, sono, come ripetuto più volte, la credibilità e la stabilità politica ancora lacunosa.

17/09/2013
Valentino Angeletti
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L’imperitura scure del 3%, ed un futuro basato su Europa e persone

Solo pochi giorni fa il Premier Letta dal G20 dichiarava orgoglioso che l’Italia, avendo lavorato bene sul fronte dei conti, non era più “l’osservata speciale”.
Tutti noi, un minimo attenti alle vicende economico-politiche nazionali ed internazionali, non potevamo farci completamente convincere da questa affermazione (scrissi poco dopo la dichiarazione del Premier: https://valentinoangeletti.wordpress.com/2013/09/05/g20-letta-ottimista/ ), il debito italiano rimane in trend crescente al 130% del PIL, gli interessi annui ammontano a 80-85 miliardi, tra i membri del G7 l’Italia è l’unico paese a non crescere, l’instabilità politica è evidente come la lentezza nel mettere in atto le riforme necessarie, per giunta sacrificate ad operazioni dispendiose, ma di scarso effetto sia sul breve che sul lungo termine, emblematico è il caso dell’IMU, non troppo gradito anche alle istituzioni europee.
Il lavoro sui conti pubblici iniziato con l’Esecutivo Monti che ha portato all’uscita dalla procedura di infrazione è stato un ottimo risultato, un inizio non sufficiente e da consolidarsi.

Oggi dall’Eurogruppo di Vilnius più voci, in primis, il commissario EU per gli affari economici Olli Rehn ed il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, hanno sottolineato che i dati italiani non sono buoni, il PIL per il secondo trimestre 2013 è in calo dello 0.2%, ma quel che preoccupa di più è l’instabilità politica, mentre in Europa la situazione è in miglioramento (molto lento ad essere precisi).
Benché internamente fino ad ora si sia cercato di sdrammatizzare, è evidente e lampante che la situazione politica ballerina sia vista, a ragione, come una minaccia, se non globale di sicuro europea. Il timore, presente anche nell’ultimo bollettino della ECB, è che i provvedimenti presi fino ad ora, come i doverosi pagamenti alle PA e la manovra sull’IMU rischino di mettere a rischio la tenuta del rapporto DEFICIT/PIL al 3% che, stando alle previsioni, non rispettabili secondo alcune recenti voci, avrebbe dovuto essere mantenuto al 2.9% di qui a fine anno.

Il Ministro dell’economia Saccomanni ed il premier Letta hanno subito tranquillizzato, garantendo la tenuta del 3%, ma il Primo Ministro ha anche affermato le difficoltà quotidiane che il governo deve affrontare e di quanto sarebbe necessario un lavoro comune permeato di responsabilità.

Un altro punto che pone l’Italia nel mirino degli osservatori europei, con il rischio di apertura di una procedura di infrazione (che comporterebbe pene pecuniarie) è il non rispetto dei tempi di pagamento alle PA di 30 giorni istituiti da Bruxelles, prorogabili a 60 in taluni casi specifici che diventerebbero troppo frequenti nel caso Italia, come riferisce il VP della commissione EU Antonio Tajani durante una conferenza stampa a Roma.

L’Europa se vuole avere possibilità di uscire dalla crisi più grave di sempre deve muoversi in modo unito e compatto riformando dove necessario (il sistema bancario su cui stanno lavorando ed il mercato dell’energia sono due cardini per la competitività) e ridistribuendo ricchezze in modo oculato e produttivo, che ovviamente non piacerà a chi è detentore di queste ricchezze (le elezioni tedesche di settembre per questo argomento sono uno spartiacque decisivo), ma che nel lungo termine gioverà anche a loro.
Il problema della disoccupazione, che l’ Europa deve arginare, non si risolve con qualche decimo di punto, ma servono crescite sostanziose del PIL, tra 1% ed 2% affinché si crei nuova occupazione; nel nostro paese poi devono essere effettuate profonde riforme (dalla tassazione alla revisione degli ammortizzatori sociali e del sistema pensionistico).

L’entità della crisi e le difficoltà nostrane rendono necessaria una spinta propulsiva per tornare a crescere che solo internamente non può essere trovata, perché, come in un gorgo, quasi tutti i giorni sorgono nuove questioni da risolvere e nuovi tavoli di discussione (ultimi casi sono quelli di Vestas in Puglia e delle aziende del gruppo Riva che hanno messo in mobilità 1400 lavoratori) i quali risucchiano e vanificano ogni minimo segnale positivo che principalmente può essere attribuito ad export e produzione interna di certi beni.
Questa spinta deve necessariamente venire dall’Europa che, controllando e monitorando severamente destinazione ed usi degli investimenti, deve applicare la “Golden Rule” per quelle attività necessarie al rilancio, ma che, obbiettivamente, in autonomia questa Italia non può accollarsi, come grandi infrastrutture ed opere incompiute, riqualificazione, ammodernamento ed efficientamento energetico di edilizia abitativa ed industriale, agricoltura, ridefinizione di un nuovo e più efficiente ed efficace mix energetico e così via. È però lampante che concessioni simili potranno essere date solo ad un governo serio e stabile.
A livello interno oltre alle dismissioni ed al miglior utilizzo del patrimonio pubblico, è necessario comprendere che tutte le nostre aziende, turismo in primis, devono cercare di diventare big player mondiali, puntando su export e qualità produttiva ed investendo oltre che in innovazione, ricerca e nuove tecnologie al servizio dell’abbattimento dei tempi e dei costi, per ingrandirsi e fare “massa critica” dotandosi di una filiera distributiva funzionale ed internazionale, cosa che alle nostre imprese, anche più grandi e globalizzate manca (l’EXPO2015 potrebbe essere un’occasione interessante).

Infine c’è un punto, forse una fissazione ma non credo, che è fondamentale per il futuro, e sono le persone. Il cambiamento e rinnovamento della classe dirigente sia privata che pubblica e politica è alla base per il futuro poiché solo attraverso coloro che il futuro lo vivranno è possibile comprenderlo e cercare di anticiparlo, non perché le generazioni passate non siano in grado, ma perché sono state protagoniste di altre epoche con altre dinamiche ormai non più applicabili. La contaminazione e la collaborazione tra generazioni deve essere un obiettivo per ogni governo. Si deve dare la possibilità a tutti coloro che ne potrebbero essere in grado di contribuire al alto livello, cosa che al momento non è possibile un po’ per il sistema di formazione sia universitario che non risponde alle esigenze del sistema, sia post universitario che risulta ad appannaggio di pochi, tipicamente già introdotti, rampolli (dopo l’università avrei voluto iscrivermi ad un MBA in una prestigiosa Università milanese, ma ho dovuto desistere per motivi economici) che sicuramente saranno validi, ma che appartengono sempre alla stessa elite economica, contribuendo ad incrementare la disuguaglianza sociale già alta nel nostro paese e nel mondo intero, dove le grandi banche di investimento ed i loro manager sono tornati a guadagnare lautamente con strumenti finanziari, principalmente derivati.
Guardandosi intorno, fanno parte dei più prestigiosi “Think Tank”, che di fatto formano il nuovo management, quasi esclusivamente cognomi noti come accade per a posti apicali di grandi aziende, oggi ad esempio è stato nominato dirigente di una azienda della Poste un parente molto prossimo e giovane del Ministro Alfano. Sicuramente costui è meritevole e validissimo, ma il punto è che per sperare di traghettare l’Italia fuori dalla crisi e mantenerla competitiva nel lungo termine si devono trattenere e formare persone attingendo ad ogni ceto sociale, senza consentire una fuga in sola andata di talenti.
L’aspetto delle opportunità, se si vuole di “pari opportunità”, evidenziato sopra, può essere considerato utopico e di poco conto per risolvere i problemi attuali, ma è fondamentale per affrontare e competere nel futuro.

13/09/2013
Valentino Angeletti
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