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La politica Italiana tra le crisi Russo-Ucraina, Libica ed i negoziati UE-Grecia

Conclusi i rituali ed il periodo di ambientamento nella nuova “dimora”, Mattarella dovrà affrontare i primi reali impegni sul piano politico. Il Presidente riceverà in udienza Forza Italia e SEL dopo la bagarre in Senato sulla riforma costituzionale che ha rappresentato una brutta pagina della nostra democrazia. Le richieste dei due partiti di opposizione non sono al momento note, ma probabilmente verteranno sulle accuse al Governo Renzi di un eccesso di autoritarismo che rischierebbe di portare alla modifica della Costituzione senza il necessario tempo per il dibattito e senza la condivisione di tutto il Parlamento. Curioso è notare come i due partiti che ora si “scagliano” contro l’esecutivo Renzi, siano FI, il protagonista de “Il Fu Nazareno” e SEL il partito che proprio per il Nazareno si è allontanato definitivamente dal PD: ora che il “sodalizio berlusconiano” non sussiste più le due forze politiche si trovano “coalizzate” assieme a criticare le modalità operative del Premier.

La settimana in essere vedrà i lavori parlamentari concentrarsi sull’approvazione dei decreti in scadenza. Tra essi il primo dossier riguarda il Milleproroge la cui scadenza è fissata per il 3 marzo. Probabilmente per questo secondo passaggio verrà richiesta dal Governo la fiducia considerando la pioggia di emendamenti ed il possibile blocco nel passaggio al Senato ancora da affrontarsi. Il Premier si è detto disposto ad ascoltare tutti, ma senza rimanere bloccato dagli emendamenti ed è per questa ragione che si prospetta l’utilizzo del voto di fiducia. Di fatto Renzi conferma la linea apertamente dichiarata e fino ad ora utilizzata di consentire parola, fatto salvo che la decisione finale è competenza solo ed esclusivamente sua. Se in certe situazioni un simile approccio può essere condivisibile ed utile per superare impasse di infimo conto e spessore, ahinoi non estranei alla politica italiana, in altri casi, come può essere la modifica della costituzione, può apparire, e risultare a tutti gli effetti, una forzatura autoritaria.

Parallelamente alla corsa sui decreti verso la quale è proiettata gran parte dell’energia politica, le vicende internazionali che coinvolgono direttamente l’Italia si fanno sempre più tese.

Crisi Russo – Ucraina: il fronte nord orentale

Sul fronte nord orientale, dopo una escalation degli episodi di guerriglia e di violenza e dopo i nuovi bilaterali ai quali, oltre a USA, Ucraina e Russia, hanno partecipato solo Germania e Francia, conformemente allo schema Normandia ancora in vigore che non fa altro che comprovare la debolezza Europea in politica estera,  la tregua tra Russia ed Ucraina “sembra tenere” a detta degli osservatori internazionali. Solo qualche scontro e “cenno di battaglia”, che dal mio sprovveduto punto di vista poco si confanno ad una tregua che “sembra tenere”. Che il cessate il fuoco fosse affrontato già in principio con poca convinzione era evidente fin dalla sua prima pianificazione che prevedeva l’entrata in vigore ben tre giorni dopo la definizione, giorni in cui le milizie si sono impegnate in strenue lotte per la conquista degli ultimi lembi di terreno. Pare che anche le istituzioni internazionali non ripongano troppa fiducia in questa tregua, ma più che altro si accontentino di un miglioramento rispetto al pessimo risultato del precedente patto di Minsk. La crisi russo-ucraina con le sanzioni internazionali imposte a Putin, con la possibilità di ulteriore inasprimento ed con il pericolo di ritorsioni energetiche, vede economicamente coinvolto e penalizzato il nostro paese.

Libia ed immigrazione: il versante Medio oriente e Nordafricano

Scendendo verso sud sempre sul fronte orientale è la vicenda Libica e dell’ISIS a preoccupare il mondo, l’Europa ed in particolare l’Italia che ha l’ulteriore onere di offrire il fianco ai flussi migratori nell’ultimo periodo molto consistenti e dall’esito drammatico. Le probabilità di un intervento armato aumentano e proprio su questa eventualità si sono pronunciati importanti esponenti del Governo italiano in un ping pong di dichiarazioni che dimostrano come talvolta prima di lanciarsi in esternazioni pubbliche sarebbe bene riflettere collegialmente e stabilire una linea comune onde evitare di destabilizzare ulteriormente la credibilità istituzionale. Inoltre fare anticipatamente dichiarazioni dal carattere strategico potrebbe indirizzare le operazioni ed i piani dei nemici, l’ISIS appunto. Il riferimento è all’intervista del ministro degli esteri Gentiloni secondo cui in un quadro di legalità internazionale, ossia con l’ONU, l’Italia è pronta, determinata e favorevole all’intervento armato. Se possibile ancora più preciso è stato il Ministro della Difesa Pinotti che ha quantificato in 5’000 le risorse militari immediatamente disponibili (per pensare ad un intervento di una qualche efficacia in realtà ne servirebbero almeno 60’000). A fare dietrofront è stato a distanza di poche ore direttamente il Premier, che ha messo in guardia dagli isterismi ed invitato alla prudenza ed alla riflessione, ricalcando quanto dichiarato dal Professor Prodi, da più parti indicato come possibile mediatore in Libia, ad un quotidiano nazionale. Un Prodi mediatore effettivamente non suona male, ma il punto è stabilire chi sia l’interlocutore, perché dopo la caduta di Gheddafi il paese nordafricano è allo sbando. In realtà l’Italia sul fronte libico così come su tutta la politica estera e sull’immigrazione non è in grado nè ha la struttura e le risorse per muoversi ed agire in autonomia; dovrà adattarsi ad un quadro internazionale, che nella migliore delle ipotesi può essere chiamata a definire assieme agli altri attori. Nella fattispecie libica ciò che il nostro paese potrà fare è attendere una presa di posizione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ed allinearsi in modo più o meno pedisseque. Come per la Russia anche il giro d’affari dei rapporti economici con la Libia è tutt’altro che trascurabile, in primis per l’approvvigionamento di idrocarburi, principale risorse libica e dell’ISIS che ora il paese nordafricano sta ipotizzando di contingentare, ma anche per le numerose attività industriali operate da imprese italiane che complessivamente volgono qualcosa come 11 miliardi all’anno.

Il negoziato Euro – Greco

La questione greca e le richieste del duo Tsipras-Varoufakis continuano ad essere un tema caldo, ma che piano piano sembra scemare rispetto ai due precedenti. Effettivamente l’impressione è che il sentiment dei mercati possa essere turbato più dal degenerare della situazione libica o ucraina che dal perdurare delle trattative tra UE ed Atene (leggasi Schaeuble/Merkel – Tsipras/Varoufakis) i cui effetti sono probabilmente già scontati da tempo (ed effettivamente non è notizia di ora che alcuni stati stessero preparando un piano per far fronte ad un’eventuale “GrExit”). Le due parti non sembrano riuscire a trovare un punto d’accordo, l’Eurogruppo di lunedì si è concluso senza alcunché di fatto ed un nuovo Eurogruppo straordinario è stato fissato per venerdì 20. La Grecia sostiene di non voler soldi, ma tempo, tralasciando il particolare che mai come in questa fase ed in trattative simili soldi e tempo sono assolutamente sinonimi; lato UE invece non vi è la men che minima intenzione di cedere alle richieste di Atene definite irricevibili da più parti, inclusi Commissario UE all’economia Moscovici, ministri economici tedeschi, Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem ed anche Direttrice dell’FMI Lagarde. Proprio la Lagarde è stata colei che ha lanciato l’ultimo ultimatum a Tsipras in risposta al suo piano di non rispettare le imposizioni della Troika non più riconosciuta. La Governatrice ha ricordato al Premier greco che il non rispetto delle condizioni imposte dalla Troika comporterebbe lo stop degli aiuti economici. La conseguenza di breve termine sarebbe l’insolvenza greca che sta cercando in tutti i modi di reperire denaro per un prestito ponte che le consenta di traghettare il bilancio fino a maggio o addirittura fino a fine anno quando presenterebbe un piano di dettaglio per risanare la propria economia, le ipotesi sono la richiesta degli interessi sui bond corrisposti alla BCE ed una nuova emissioni di titoli a breve scadenza da parte della banca ellenica. Il tempo invece scarseggia e le istituzione europee pretendono chiarimenti circa le intenzioni di Atene proprio entro l’Eurogruppo venturo. La situazione rimane complessa e pochi sono gli elementi che lasciano prevedere una breve risoluzione così come lontana è l’idea di flessibilità (che è differente da eccessiva permissività senza controllo) che ad un certo punto pareva potesse attecchire tra le istituzione europee.

I fatti purtroppo riassumono in modo tremendamente chiaro come l’Europa per com’è attualmente conformata non sia in grado di gestire crisi sul piano economico, degli esteri e della difesa e neppure fenomeni globali quali i flussi migratori.

16/02/2015
Valentino Angeletti
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India, Cina, Germania non saranno presenti al vertice ONU sul clima

Il vertice ONU di New York sul Clima indetto direttamente da Ban Ki Moon (al quale parteciperà anche il Premier Renzi) non vedrà la presenza di Germania, India e Cina.

In realtà è come giocare un mondiale di calcio senza 3 delle migliori 5 squadre….

Il problema del clima, del cambiamento climatico e della CO2, a parte l’impatto mediatico ed i grandi ed in genere infruttuosi consessi di cui è protagonista, sembra un problema sacrificato dai più diretti interessati sull’altare della crescita senza vincoli né ostacoli neppur quando si parla di sostenibilità ed ambiente.

In nodi comunque prima o poi verranno al pettine.

Il 2013 è stato uno degli anni più caldi in assoluto, ma è anche vero che lo strato di Ozono si è ispessito a dimostrare che non esistono soluzioni semplici o tendenze scontate per un problema così complesso che va necessariamente affrontato, gestito e monitorato.

Link Clima:
Alla conferenza sul clima di Varsavia negoziati dominati dai particolarismi 24/11/13
Conferenza ONU sul cambiamento climatico 13/11/13
Industriali italiani avversi alla riduzione di CO2. Imposizioni rappresentano un fardello o un driver alla competitività? 17/01/14
Piano Energetico 2030: punti da discutere e sviluppare 8/12/13

21/09/2014
Valentino Angeletti
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Alla conferenza sul clima di Varsavia negoziati dominati dai particolarismi

La conferenza delle Nazioni Unite sul clima è iniziata a Varsavia due settimana fa ed avrebbe dovuto concludersi, dopo quattordici giorni di trattative, la sera di venerdì 22 novembre. I lavori invece sono ancora in corso e gli accordi ben lungi dall’essere consolidati, come avviene costantemente in queste occasioni.

Gli obiettivi che si vorrebbero raggiungere prima del prossimo appuntamento a Parigi nel 2015 sono quelli di definire piani ben precisi per la riduzione delle emissioni di CO2 contenendo entro i 2° il riscaldamento globale di qui a fine secolo, che così stati le cose è previsto essere tra 4° e 5° a seconda delle fonti. Troppo per la comunità scientifica che pone nei 2° il limite di sostenibilità del nostro pianeta. La correlazione tra cambiamento climatico, surriscaldamento della terra, uomo ed emissioni inquinanti di gas serra è stata sancita dall’ IPCC che nel suo report afferma:

• Il 95% dei cambiamenti climatici sono dovuti all’uomo.
• Le emissioni di CO2 tra il 1990 ed il 2012 sono aumentate del 32%.
• La temperatura media è aumentata di 0.89 °C dal 1750.
• Se non verrà cambiata rotta la temperatura media del globo aumenterà di 5 °C entro la fine del secolo.
• A seconda degli scenari al contorno il livello degli oceani potrebbe innalzarsi entro il 2100 tra i 18 ed i 59 cm.

A Parigi si vorrebbe dunque giungere già con piani ed un accordi condivisi affinché la ratifica per renderli obbligatori possa avvenire in modo semplice e rapido.

Nella capitale polacca le linee di pensiero sono due, da una parte gli USA e l’ Europa che vorrebbero politiche più dure e proporre limiti stringenti alle emissioni di CO2 fin da subito, l’Unione ha affermato che presenterà già il prossimo anno il proprio piano di riduzione delle emissioni. Dall’altra vi sono i paesi in via di sviluppo o comunque, come nel caso di India e Cina energivori, perché uno sviluppo consolidato lo hanno già raggiunto da tempo. In particolare gli oppositori sono Cina, India, Arabia Saudita, Venezuela e Bolivia. Questi paesi non sono d’accordo sulla proposta dei paesi sviluppati di redigere un documento comune e valido per tutti. Dal loro punto di vista non ritengono giusto che gli stati ora già sviluppati, come Europa e USA abbiano avuto il “vantaggio” di poter crescere e basare la propria economia, industria ed energia sulle fonti fossili, senza curarsi delle emissioni che ora vorrebbero limitare, ostacolando di fatto la crescita economica di nuovi giganti attualmente trainati principalmente da carbone e petrolio.

I paesi “emergenti” (che dal mio punto di vista sono già emersi e sono ormai solide realtà industriali che da tempo influenzano l’economia mondiale) non vorrebbero essere trattati alla stregua delle economie sviluppate e vorrebbero una doppia linea nei trattati: degli impegni veri e propri per USA, EU, ecc., ed azioni dall’accezione più facoltativa per Cina, India, Arabia, Bolivia, Venezuela, ecc. attendendo Parigi per la definizione di strategie definitive.

Dure sono state le reazioni degli esponenti della Commissione Europea, Connie Hedegaard, e degli Stati Uniti, Todd Stern che hanno giudicato siffatte richieste inaccettabili, come inaccettabile è, secondo il delegato cinese, Liu Zhenmin equiparare le attuali emissioni cinesi a quelle di altri stati che hanno potuto godere di un vantaggio competitivo dovuto alla minore attenzione all’ambiente degli anni passati.

Le trattative proseguiranno per altre ore, ma è assai difficile che si giungerà ad un accordo, vista la natura assolutamente non win-win della negoziazione; più probabile sarà un rinvio.

Va detto che, nonostante l’impronta verde che da sempre Obama ha dato al suo mandato facendo dell’ efficienza energetica, delle rinnovabili, della produzione energetica da carbone “pulito” attraverso tecnologie come la CCS (Carbon Capture and Storage) dei veri capisaldi, la reale svolta alla sostenibilità ambientale a stelle e strisce è arrivata dopo che la rivoluzione dello Shale-Gas ha garantito la sostanziale autosufficienza energetica, consentendo loro di diventare esportatori e necessitare di sempre meno petrolio e soprattutto carbone, i veri responsabili delle emissioni di CO2. Al contrario l’uso di shale-gas per la produzione di energia risulta essere meno impattante a livello ambientale (differente è il discorso per l’estrazione di questo tipo di gas, inoltre la presenza di condotte per il petrolio non più utilizzate ha reso le operazioni meno costose), ciò ha indubbiamente contribuito a rendere gli USA più determinati nel sostenere gli accordi climatici di quanto non lo siano stati in passato, basti pensare a Kyoto e Doha.

In parole molto semplici è triste avere una prova ulteriore di come l’economia del profitto e della crescita ad ogni costo, senza tener in considerazione alcun tipo di sostenibilità né sociale, né ambientale, alle quali tutte i Governi e le multinazionali mondiali sono tenuti a prestare attenzione, venga sempre più spesso messa dinnanzi ad un bene più importante, ampio e diffuso: la terra.

Il ragionamento cinese e dei suoi alleati in questa battaglia climatica, tremendamente pericolosa e dagli effetti tangibili, è dettato dal protezionismo dei propri interessi particolari e da una sorta di cecità nei confronti dell’interconnessione che lega l’intero pianeta e che è stata alla base di quel processo di globalizzazione del quale Cina, India e paesi in via di sviluppo hanno potuto godere più di ogni altro, forse anche più di quanto le vecchie economia abbaino fatto con l’assenza di controllo sull’inquinamento del passato. Il pareggio competitivo potrebbe quindi essere già stato raggiunto: possibilità di inquinare per i paesi già sviluppati, globalizzazione favorevole ed abbattimento delle frontiere commerciali per in paesi in via di sviluppo.

La tendenza alla protezione della propria economia, dei propri interessi particolari sono del resto uno dei motivi che hanno contribuito alle difficoltà europee e, a livello nazionale, della lentezza e dei continui blocchi nell’attività del Governo italiano che stanno snervando gli elettori e rischiando di rovinare irreparabilmente il paese.

Il futuro, il cambiamento e la discontinuità da tutti richiesti e che in ultima summa sono bandiera di ogni proposta politico-economia, non possono, nell’attuale società globale ed interconnessa, prescindere dalla capacità di fare rete e di interpretare con lungimiranza e vision gli scenari non solo locali e particolari, ma mondiali ed interessanti per una platea di stakeholders che, nel caso del clima, si può senza timor di smentita, rappresentare come il pianeta intero.

Il non comprendere o far finta di non comprendere questa interdipendenza può, in ogni situazione che si vuol considerare, clima in primis, causare il superamento del break-point oltre il quale non è più possibile rimediare i misfatto.

Nota: apertura lavori conferenza ONU: link.

24/11/2013
Valentino Angeletti
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Conferenza ONU sul cambiamento climatico

Dall’ 11 novembre al 22 novembre è in atto a Varsavia la 19° conferenza ONU sul cambiamento climatico.
L’evento è stato disertato dai “big” energivori esentati da Kyoto (o non ratificanti l’accordo, come gli Stati Uniti), Cina, India ed USA.
Assenza americana poco coerente con la propensione verde di Obama che vorrebbe porre un limite di legge sulle emissioni di CO2 alle aziende elettriche puntando su rinnovabili, efficienza, shale-gas e carbone pulito, possibile grazie a diverse tecnologie, come la CCS, sulle quali oltre agli USA anche Cina, Canada ed Australia stanno investendo pesantemente, e nonostante l’IPCC abbia rilevato che il 95% dei cambiamenti climatici sono dovuti all’uomo, che le emissioni di CO2 tra il 1990 ed il 2012 sono aumentate del 32%, che la temperatura media è aumentata di 0.89 °C dal 1750 e se non verrà cambiata rotta aumenterà di 5 °C entro la fine del secolo (l’obiettivo sarebbe di contenere l’aumento a 2 °C) ed abbia previsto, da qui al 2100, un innalzamento del livello degli oceani compreso, a seconda degli scenari al contorno, tra i 18 ed i 59 cm.

La Polonia, nazione ospitante, ha dichiarato di voler impegnarsi nello shale-gas e di aver dato il via alla ricerca ed alle perforazioni, ma al contempo conferma l’intenzione di aprire nuove centrali a carbone, combustibile principale (95%) per l’approvvigionamento energetico della nazione, cercando di renderlo il meno inquinante possibile.

In Italia la panoramica è da tempo assai poco chiara, non esiste un ben definito piano energetico nazionale così come una strategia che riesca ad individuare un MIX ottimo, ridurre l’impatto degli incentivi alle rinnovabili sulla bolletta (la proposta Zanonato di spalmare gli incentivi su più anni tramite l’emissione di un bond è ancora in fase di valutazione e sembrerebbe incontrare varie opposizioni) ed al contempo sfruttare in modo migliore le nostre risorse. ENI ad esempio sarebbe interessata allo shale-gas nostrano, bloccato per varie ragioni, e nel frattempo sta avviando progetti ed entrando in partnership principalmente statunitensi.
Viene però riconosciuto che la filiera dei green-job e della green-economy, dell’edilizia sostenibile e dell’efficienza energetica siano in grado di creare posti numerosi posti di lavoro contribuendo a migliorare le condizioni economiche del paese, come è stato recentemente affermato da vari esponenti governativi, per primi i Ministri Zanonato ed Orlando, alla fiera internazionale “Ecomondo”.

Gli eventi meteorologici estremi sono in continuo aumento e coinvolgono costantemente aree prima sicure sotto questo punto di vista. Gli uragani nel secolo in corso sono aumentati del 40%; solo nelle Filippine, che stanno fronteggiando una catastrofe, durante l’ultimo anno si sono verificati 24 eventi importanti e 4 devastanti.
È condiviso che la lotta al cambiamento climatico, in questa fase decisamente già avanzata del problema tanto da spingere Obama a porsi la domanda se sia il caso di cercar di cambiare rotta oppure di adattarsi alle mutate condizioni, sia una priorità globale alla quale non è mai dato troppo spazio, né da parte dei Governi né dei media.
Purtroppo però all’atto pratico delle cose ed alla luce degli impegni, delle azioni reali e dei continui rinvii non viene trasmesso un reale impegno nel fronteggiare una criticità che riguarda il futuro del pianeta e delle popolazioni.

12/11/2013
Valentino Angeletti
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Un difficile G20 per puntare alla resilienza

Sarà un G20 estremamente difficile e delicato quello che si svolgerà giovedì 5 e venerdì 6 settembre, a San Pietroburgo, in Russia, si intrecceranno le problematiche economico-sociali con quelle geo-politiche e relative agli scontri in medio oriente.

Nelle ultime settimane le tensioni tra USA e Russia hanno progredito in crescendo, a cominciare dal caso Snowden fino alla vicenda della Siria. Russia e Cina, che con USA, Gran Bretagna e Francia rappresentano i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU, potrebbero porre veto alla bozza di risoluzione presentata da Cameron che prevedeva un intervento armato in risposta al presunto utilizzo di armi chimiche in Siria. Già prima della vicenda siriana esistevano addirittura dubbi sulla partecipazione di Obama al meeting, che in seguito ha confermato la propria presenza.
Nonostante si sostenga che quella siriana non è una vicenda che verrà trattata al G20 è innegabile che qualche risvolto lo porterà, le atrocità attuate non possono e non devono essere taciute ed inoltre, pur non essendo la Sira un grosso esportatore di petrolio, si trova in un aria strategica per l’approvvigionamento energetico del Mediterraneo. Gli scontri in Siria, in Egitto ed Libano, oltre al dramma umanitario di prima importanza, hanno fatto sfiorare al greggio quota 120$ al barile ed i prezzi dei carburanti sono in aumento, queste ripercussione saranno probabilmente inserite nei dibattiti.

Astraendo e ponendoci su un piano più elevato rispetto alle discussioni di dettaglio che verranno affrontate non c’è dubbio che debbano essere messi al centro della discussione il cambiamento che la società ed il mondo stanno vivendo, addirittura in molti casi subendo, e le interconnessioni globali che rendono sempre più complessi ed intrigati i rapporti tra paesi, continenti ed intere regioni geografiche.
Strettamente collegata al cambiamento ed alla possibilità do continuare a vivere con una elevati standard di benessere, ma al contempo in modo sostenibile, e diffondendo questo benessere alla platea più grande possibile, è la capacità dei singoli paesi ed aree di essere rapidamente resilienti rinnovandosi ed adattandosi proattivamente alle evoluzioni esterne, intraprendendo percorsi anche molto complessi per modificare stili, abitudini e più in generale sistema.

L’energia e l’ambiente saranno punti da affrontare e di sicuro Russia, Cina e USA (ma non solo) non si lasceranno scappare l’occasione. Anche nell’ “Energy and Environment” il cambiamento è evidente e rapido da un lato si dovranno analizzare le mutate esigenze energetiche, in particolare lo spostamento del baricentro della domanda, le differenti disponibilità dovute a nuove scoperte ed a tecnologie innovative e la necessità, essendo l’energia fonte di vita e bisogno primario per il benessere dei popoli, di cercar di rendere disponibile a tutto il globo sufficienti risorse energetiche per uno standard di vita dignitoso, dall’altro si dovrà fare i conti con l’ambiente sempre più sofferente e che non può sopportare ulteriori massicce immissioni di anidride carbonica ed in generale di veleni. L’impegno USA, che comunque non ha ratificato gli ultimi protocolli sul clima, è stato ribadito a più riprese da Obama che ha intenzione di imporre limiti di legge alle emissioni di CO2 alle aziende energetiche americane così come ha intenzione di investire sempre più in efficienza energetica domestica ed industriale, nel rinnovabile e nello shale gas. Analoghi impegni dovranno essere presi anche dagli altri paesi, in primis Russia, Cina e Canada, e sottoscritti, e ciò vale anche per gli USA, in modo formale nelle sedi deputate.

Le politiche monetarie dei vari Stati sono una questione che potrebbe sembrare troppo specifica e geograficamente limitata per essere affrontata in un G20, ma non è così. I soli annunci da parte della FED di un tapering, cioè riduzione dell’acquisto di titoli di stato, tramite stampa di nuovo denaro, che al momento ammonta ad 80-85 miliardi di dollari al mese, ha avuto un impatto importante sui mercati mondiali. E conseguenze ancora peggiori stanno avendo le crisi monetarie in India e Brasile dove per fronteggiare il rallentamento della crescita ha avuto luogo una enorme svalutazione delle valute locali che ha creato problemi al commercio, agli investimenti ed alle borse di tutto il mondo. Anche il rallentamento della crescita cinese che si è attestato al 7% circa (valore spaventoso per le economie sviluppate) e la politica del nipponico Abe si sono ripercosse sull’economia globale.

Il mondo della finanza e più semplicisticamente delle banche ha influenzato in modo drammatico gli ultimi anni. La decisione di unificare le banche d’investimento con le banche “commerciali” presa nel 1999 in USA ha contribuito, oltre che alla crisi dei mutui subprime iniziata nel 2008, alla deriva della finanza rispetto all’economia reale, creando un substrato di ricchezza virtuale ad appannaggio di pochi, così come han fatto, in modo minore, lo scandalo Libor o lo zelo del trader londinese di J.P. Morgan soprannominato la “balena di Londra”.
Il periodo pre-crisi è stato un periodo di indubbia crescita economica e prosperità viziato però da un fatto singolare nella storia, cioè che la ricchezza creata veniva incanalata verso pochissime persone aumentando sempre più marcatamente il divario tra i ricchi ed i poveri. Il Brasile, la Cina, la Russia ed in generale i paesi in via di sviluppo, ma anche quelli pesantemente basati sulla finanza come la Gran Bretagna e non dimentichiamo la stessa Italia vedono una disuguaglianza sociale enorme che il G20 dovrebbe discuterne al fine di implementare piani di intervento per riportare la finanza al servizio dell’economia. In tutti i periodi di crescita economica precedenti a quello conclusosi nel 2008 a beneficiare del maggior benessere era tutta la società, ciò dimostra una distorsione negli ingranaggi del sistema che necessità di un cambiamento radicale del paradigma ed in ogni caso di un maggior controllo, in particolare su tutta quell’aria finanziaria al momento non regolamentata, la shadow banking, popolata da derivati, cds, etf e strumenti che di per se non sono diabolici, ma non essendo stati regolati, avendo meccanismi incomprensibili se non a pochissimi esperti (il caso MPS dimostra come l’utilizzo di questi strumenti non sia banale neppure per addetti ai lavori) ed avendo superato per valore il PIL mondiale (poco meno di 70 mila miliardi di $) possono dare adito a speculazioni e crisi economiche e sistemiche di dimensioni catastrofiche.

In Europa problemi in paesi relativamente poco rilevanti come incidenza del loro PIL su quello dell’Eurozona hanno portato centinaia di miliardi di perdita in capitalizzazioni di borsa ed influito negativamente, in modo diretto sui loro cittadini, in modo indiretto su quelli europei, così come le scelte di politica monetaria della ECB o la propensione all’austerity della Germania hanno portato ripercussioni da est ad ovest.

Le interconnessioni tra le varie economie e la rapidità con cui enormi flussi di capitale e di investimenti, sia finanziari che reali (la Cina è molto attiva nel settore energetico, Oil&Gas e minerario), in poche parole la globalizzazione, si spostano tra zone geograficamente lontanissime a seconda della convenienza, rendono il sistema tanto interdipendente da ampliarne enormemente sia le potenzialità di crescita e sviluppo che le vulnerabilità le quaoli si ripercuotono su tutti gli attori dello scenario globale.

Il modo di affrontare una situazione che in relativamente poco tempo è mutata radicalmente necessita di un cambiamento incisivo, convinto, simultaneo e sincronizzato di tutti i sistemi paese e delle popolazioni. La resilienza che governi del G20 devono discutere assieme ad altri importanti attori della globalizzazione, come banche, multinazionali energetiche, fondi di investimento ed ovviamente istituzioni politiche e divulgare nei loro confini di competenza consiste nell’adattamento proattivo al cambiamento, della politica, delle amministrazioni, delle aziende e delle genti, che la ricerca del trade-off ottimo tra sviluppo e sostenibilità ci impone di perseguire in tutti i settori economico-sociali con il fine ultimo di modificare e porre dei limiti a quel sistema ed a quel paradigma che ha portato le distorsioni e le disuguaglianze foriere di crisi e tensioni sociali.

29/08/2013
Valentino Angeletti
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