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Economia e politica italiane nelle mani dell’UE, mai come ora

Distogliendo per un attimo, anche se con estrema difficoltà, l’attenzione dalle tremende stragi e dagli attentati che si stanno susseguendo in modo preoccupante, facendoci sorgere sempre più eterogenee domande sulla sicurezza europea, sulle politiche di integrazione, ma anche sul malessere mentale che sembra avvolgere come un manto l’intera umanità dall’estremo Sol Levante fino al più frenetico occidente, riemergono le problematiche economiche del nostro paese.

Le perplessità provengono direttamente dal G20 di Ghengdu, in Cina , al quale ha partecipato il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Lo scenario economico globale è in rallentamento, questa è la conclusione più cruda, e l’Italia non fa eccezione, anzi, amplifica quello che è il trend globale.

Nel nostro paese il PIL 2016 crescerà meno dell’ atteso 1.2%, non raggiungerà l’1%: l’Fmi ha stimato lo 0.9%, Bankitalia lo 0.8%, mentre il Ref addirittura lo 0.6%.

Alla luce di questi dati serviranno risorse aggiuntive così da poter centrare gli obiettivi di bilancio, ed in particolare il rapporto deficit/PIL, richiesti dall’UE (4-5 mld per bilanciare il calo del PIL), per disinnescare le clausole di salvaguardia come aumento IVA (8 mld) ed accise, nonché per mantenere le promessi di Bonus e detassazione avanzate prepotentemente dal Premier. In totale sono circa 20 i miliardi da reperire nella ventura legge di stabilità. L’obiettivo “20 mld” è evidentemente irraggiungibile ed a questo si aggiunge anche il problema del settore bancario italiano, che secondo il Ministro Padoan è sotto controllo, ma che sicuramente andrà gestito, e non sarà completamente gratis per le casse dello Stato, ad iniziare da MPS che attualmente si trova a ridosso dei minimi storici.

Parte della franta del PIL italiano, che già non correva come una monoposto da F1, potrebbe essere giustificata dalle problematiche condizioni al contorno, come le elezioni americane, dove Trump, secondo i sondaggi, avrebbe sopravanzato la Clinton, il tentato colpo di stato in Turchia, e, soprattutto, la Brexit.

Seppur sicuramente influenti, le sopraccitate, sono solo giustificazioni parziali e che non spiegano perché il nostro paese sia sempre il meno performante. Il referendum britannico ha fatto perdere all’Italia circa un decimo di Pil, decisamente peggio rispetto all’Eurozona che, nonostante il “leave”, ha incrementato il tasso di crescita di un fattore pari a 0,1 e registrerà quest’anno un Pil in aumento dell’1,6%.

Contro le stime di Bankitalia, che pongono il PIL del nostro paese in crescita per il Q2 2016 dello 0.15% invece che dello stimato 0.25%, si potrebbe argomentare che il PIL è in risalita per il quinto trimestre consecutivo; il che è vero, ma è anche vero che nel 2014 la recessione era ancora realtà, ed allo stato attuale, rispetto ai valori pre crisi del 2008, l’Italia si colloca ancora ben 8.5 punti percentuali al di sotto, a fronte degli altri partner che segano performance sicuramente migliori:  la Germania quest’anno crescerà dell’1,6%, la Francia dell’1,5% e la Spagna ben del 2,6%.

Questa disparità di andature all’interno di paesi europei simili fa da conferma di come siano sì le politiche europee a dover essere riviste, ma all’interno del nostro paese è necessario un pesante intervento sul piano economico che fino ad oggi è mancato ed è stato relegato sempre ad una priorità inferiore, sacrificato rispetto a riforme indubbiamente utili ma che avranno effetti, se ne avranno, nel lungo periodo. Allo stato attuale serve intervenire subito raccogliendo immediatamente risultati che dovranno  poi avere natura strutturale nel più lungo periodo.

Il Governo Renzi è probabile che userà l’impatto della Brexit, le scie di terrorismo ed il rallentamento globale generale, per avanzare richieste di ulteriore flessibilità in Europa la quale sapendo bene quali sono realmente gli impatti di questi eventi, deciderà o meno se acconsentire. La linea seguita fino ad ora da Bruxelles farebbe propendere ad un rifiuto, ma vi è l’incognita del referendum costituzionale che Renzi ha posto come punto chiave per proseguire la sua avventura di Governo. L’aggiornamento al DEF sarà discusso in autunno, probabilmente qualche settimana prima del referendum costituzionale che si potrebbe tenere a novembre, per poi passare alla revisione definitiva da parte della Commissione nel periodo primaverile. Ora, se il DEF fosse molto peggiorativo per i cittadini, nel senso che la necessità di reperire risorse si rispecchiasse in un incremento di tassazione in modo più o meno occulto, e le clausole di salvaguardia ne rappresenterebbero l’evento più lapalissiano,  ciò potrebbe riflettersi sull’esito del referendum, che già vede in vantaggio il fronte del “NO” opposto al Governo, il quale con la previsione di un aumento di tassazione sarebbe ancora più impopolare. La vittoria del “NO” potrebbe avere come conseguenza l’abbandono del Premier e quindi una fase di instabilità istituzionale che rappresenterebbe una enorme incognita in un panorama Europeo già indebolito.

Bruxelles pertanto potrebbe trovarsi di fronte a due scelte:

  • supportare il Governo concedendo altra flessibilità ed appoggiando più o meno velatamente il “Sì” al Referendum confermativo;
  • non acconsentire allentamenti dei vincoli di bilancio, mettendo in conto una eventuale crisi  di Governo.

Nel caso della seconda opzione, con tutta probabilità, Bruxelles ha già in mente un Esecutivo successivo a Renzi, che non potrà essere che tecnico, quindi nomi del calibro dell’attuale Ministro Padoan o il Presidente del Senato Grasso.

Mai come ora, benché molto nascostamente, i destini economici e politici del nostro paese sono in mano a Bruxelles, del resto, considerando i risultati non ottenuti in questi anni, difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti.

 

25/07/2016
Valentino Angeletti
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A Cernobbio la prima di Renzi, tra dati Italiani “incoraggianti” ed epocali migrazioni. Lo scenario totale, però, non offre certezze.

Come la ciliegine sulla torta, o il dulcis in fundo dei luculliani banchetti romani, è proprio alle ultime giornate del Workshop Ambrosetti, tenuto annualmente nella amena Villa d’Este di Cernobbio, che si presentano i pezzi da novanta della politica. Oggi è stata la volta del Ministro dell’Economia Padoan, mentre ieri del Premier Renzi.

Ricordiamo la scorsa edizione fu disertata dal Premier, con fare che alcuni ritennero un po’ snob, motivando che preferiva recarsi ove si creava vero lavoro, di voler confrontarsi con l’economia reale; scelse quindi di visitare una rubinetteria lombarda. Face le sue veci il vice ministro dell’economia Morando, che parlo, con grande realismo, cercando di riportare tutti con i piedi per terra, presentando una situazione complessa di crisi, la cui soluzione si sarebbe potuta vedere, con immani, sforzi, impegno e determinazione, solamente nell’arco di decenni (Link Ambrosetti 2014). Evidentemente il pensiero di Renzi quest’anno è stato differente, a meno che a Cernobbio non si fosse allestita una raccolta di curricula….

I temi centrali toccati da Renzi sono stai quelli dei risultati ottenuti, in primis l’abolizione dell’Articolo 18, nel contesto di un Jobs Act che lascia perplessi sotto molti aspetti, non ultimo quello dell’eliminazione dell’articolo 2 che regola il controllo a distanza dei lavoratori a mezzo di cellulari, tablet, pc aziendali, ora possibile senza accordi sindacali, che si ritiene essere una grave perdita di diritto per i lavoratori. Analogamente,l’abolizione dell’articolo 18, e quindi la possibilità di licenziare anche per le grandi aziende oltre 15 dipendenti (che rappresentano la minima parte di quelle operanti nel paese), non si ritiene essere uno strumento di flessibilità adeguato al mercato del lavoro italiano, che rimane stagnante. Se negli Usa o in Uk la flessibilità è un valore spesso ricercato dai singoli, in quanto consente progressioni di carriera e miglioramenti salariali per via della dinamicità economica e occupazionale, in Italia, ove vi è stagnazione e poca richiesta di lavoro, sembra più uno strumento di ricatto per i lavoratori e che può essere utilizzato da aziende malintenzionate.

Il Premier ha poi rammentato il percorso quinquennale per il taglio delle tasse a cominciare dall’imposta sugli immobili (Link a riflessione su IMU e TASI), proseguendo con quella sulle imprese e sul lavoro e che dovrebbe toccare i 50 miliardi in 5 anni. L’importanza del taglio fiscale è stata ribadita dal Padoan il giorno successivo, inserendola tra quelle necessarie per consentire ripresa economica e dei consumi. A tal proposito però va detto che senza una lotta all’evasione, che costa quasi 100 mld all’anno, ed una spending review puntuale e precisa, senza incidere su servizi già in sufficienti in molti casi, sarà difficile ottenere questi risultati, a meno di non ribaltare l’imposizione, come già fu prassi, su comuni e regioni. In parallelo al proposito del Premier, viene il richiamo all’attenzione della CGIA di Mestre che ricorda la necessità di reperire immediatamente 1.4 miliardi onde evitare l’aumento delle accise, previsto dalle clausole di salvaguardia, dietro l’angolo se non vengono reperiti 10 miliardi da spending review.

Renzi si è poi soffermato sulla necessita di proseguire con le riforme e sui risultati dei parametri economici, presentando con orgoglio il fatto che la crescita, che dovrebbe raggiungere a fine anno lo 0.6 – 0.7%, sia migliore delle ultime stime (ma in realtà perfettamente in linea con quanto previsto lo scorso anno), quindi, agli occhi di Renzi, la via intrapresa è giusta, l’Italia cresce come gli altri stati d’Europa: pare quasi una manifestazione di immane potenza, ed un incredibile successo. In realtà l’Italia cresce la metà rispetto alla media UE (1.4 – 1.5%) ed è fanalino di coda tra gli stati membri, assieme a Grecia, Finlandia ed Irlanda.

Inoltre non va dimenticato come il contesto globale, e questo, Padoan, di ritorno dal G20, lo ha ricordato, sia complesso. Solo gli USA mantengono tassi di crescita elevati, la Cina, seppur crescendo, non riesce più a rimanere attorno al target governativo del 7-8%, dovendo fare i conti con una realtà che, epurata da speculazione e finanza ombra (ed in futuro con i temi ambientali e dei diritti umani), non è più così devastante, complice anche la maggior magnitudine dell’economia cinese nel suo complesso. L’area UE, ed in particolare tutti i paesi emergenti (a meno dell’Africa che però ha una economia, nel suo complesso, ancora troppo piccola per poter far da traino globale), stanno vivendo un periodo di stallo, con crescita tentennante e non strutturale, sicuramente non stabile nel lungo periodo.

Questo complesso scenario, ove la domanda rimane bassa e quindi l’offerta, già satura, pure rallenta, viene in un periodo in cui le congiunture macroeconomiche sono tutte molto favorevoli e difficilmente ripetibili (QE in Usa e poi un UE, bassi tassi ovunque quindi costo del denaro ai minimi, prezzo del greggio basso) e ciò non può che destar sospetti sulle prospettive future, che vengono ulteriormente minate dalle possibili decisioni in tema monetario delle banche centrali Statunitense e Cinese.

Difficile quindi credere, che in un mondo così globale ed interdipendente, oltre che interconnesso, qualche “zero virgola” della crescita italiana ci possa mettere al sicuro per gli anni a venire e possa far da presupposto ad una reale ripartenza. Sembra più un fisiologico rimbalzo una volta toccati i valori minimi, in tutti i settori, da quando si tengono i dati delle serie storiche.

Altro tema toccato in modo pesante ed al quale hanno fatto riferimento anche i messaggi del presidente Mattarella e del Papa, sono stati i flussi migratori. Essi da anni, ma rappresentano una dinamica mondiale del prossimo futuro, son un evidente problema, e, dando atto a Renzi, è vero che l’Italia e la Grecia sono state lasciate sole, con la scusa che fondi europei venivano loro corrisposti per affrontare il problema. Adesso la questione si sta espandendo, pur non avendo mai smesso di causare morti, e l’opilione pubblica europea si sta sensibilizzando maggiormente. A questa maggior sensibilizzazione hanno contribuito le ultime tragedie: il tir in terra austriaca a con 71 cadaveri, e la foto del corpo esanime di un bimbo riverso sulla spiaggia; purtroppo, queste altro non sono che manifestazioni visive di quanto già ben sapevamo tutti in coscienza e cuor nostro e dispiace che debbano essere le immagini, peraltro crude e violente, a responsabilizzarci, come se i soli intelletto e capacità di ragionamento non ci fossero sufficienti.

La Germania, una volta ostile all’accoglienza totale (ricordiamo il pianto della bimba migrante quando una realista Merkel le faceva notare con parole schiette che la Germania non li poteva accogliere tutti), ha cambiato ora approccio ed è diventata patria dell’accoglienza e dei benvenuto ai migranti, idem per l’Austria e per la Finlandia (il Primo Ministro ha messo a disposizione la sua seconda sontuosa villa per accogliere i migranti), finanche all’UK, per la prima volta favorevole all’uscita dall’UE secondo i sondaggi, che si è impegnata ad accogliere 15’000 profughi andando direttamente a prelevarli nei paesi interessati, Siria principalmente (per evitare ondate incontrollate di migranti), pur non aderendo alla redistribuzione delle quote prevista dall’UE. A restare ostili rimangono le Nazioni dell’Est, come l’Ungheria di Orban, che invero sono solo un passaggio per giungere alla meta finale.

Se questo ritrovato spirito di solidarietà, aiuto ed accoglienza, saranno utili a salvare vite ed a meglio gestire il problema, sarà senza dubbio un buon risultato, ma, in particolar modo in riferimento alla Merkel, mi sorge (ma io sono malizioso, troppo forse) il tremendo dubbio che, considerando l’impatto sull’opinione pubblica dei cruenti fatti ed immagini che l’hanno mossa a pietà per i disperati che si imbarcano in un viaggio infernale con alta probabilità di morte, si sia convinta ad attuare una politica fortemente rivolta all’accoglienza per far salire ulteriormente la sua popolarità nei sondaggi. Una mossa più dettata dalla propaganda elettorale in vista delle venture elezioni, che dal buon cuore teutonico.

Tra qualche mese vedremo se la Germania sarà ancora “casa di tutti i popoli” ed in ogni caso questo dubbio non potrà essere sciolto con certezza.

06/09/2015
Valentino Angeletti
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Sentenza Consulta sulle pensioni: un complesso nodo da sciogliere ereditato da Governo Renzi

Lo avevamo detto immediatamente che sarebbe stato un problema ed infatti ora la questione è sul tavolo del Governo che dovrebbe decretare entro venerdì. La sentenza della Consulta che ha giudicato incostituzionale il blocco, previsto dal provvedimento “Salva Italia” del Governo Monti, dell’adeguamento all’inflazione per gli anni 2012-2013 delle pensioni oltre 3 volte il minimo, quindi circa 1’500 € lordi al mese, deve essere in qualche modo rispettata.

Al momento la somma che dovrebbe gravare sul bilancio pubblico 2015 è ancora incerta, inizialmente la maggior parte dei media la collocavano in una fascia tra i 4 ed in 9 miliardi, aumentata poi nel tempo, attestandosi secondo le ultime stime nella forbice tra i 14 ed i 19 miliardi. Il conteggio complessivo, del resto, deve tenere conto degli adeguamenti mancati per il 2012-2013, ma anche degli adeguamenti successivi che avrebbero dovuto avere una base superiore oltre che degli interessi maturati. Tale cifra ovviamente non è onorabile dal Governo italiano, il quale, sotto il controllo dell’Europa che mercoledì passerà al vaglio il dossier riguardante proprio i conti italiani e l’impatto che la sentenza della Consulta potrebbe arrecare, ha confermato il rispetto dei vincoli di bilancio concordati. Il Ministro Padoan ha affermato che pagare tutto il rimborso causerebbe uno sforamento del tetto del 3% del rapporto defiti/pil, una deviazione dal suo percorso di rientro, ed un peggioramento ulteriore del debito che dal prossimo anno dovrebbe stabilizzarsi ed iniziare a scendere.  Al Ministro fa eco anche Bruxelles che non ipotizza neppure il non rispetto dei vincoli di bilancio a cui ha legato indissolubilmente la concessione dei margini di flessibilità che non possiamo permetterci di perdere perché si sommerebbero alle quote da rimborsare come uscite o mancati incassi in un bilancio statale senza margini, se non di un tesoretto di 1.6 miliardi evidentemente insufficiente per “l’imprevisto consulta”. Le previsioni di primavera della commissione, infatti, non hanno affatto tenuto conto del rimborso alle pensioni di cui lo Stato dovrà farsi carico.

Un’atavica domanda che sorge riguarda il perché di un simile ritardo della sentenza della Corte Costituzionale, le motivazioni erano facilmente intuibili fin da subito ed un precedente già sussisteva, ossia il veto sul contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro; era pertanto possibile un pronunciamento più repentino. Il Governo Renzi, incolpevole per il dissennato provvedimento di blocco della perequazione in un periodo quando avrebbero dovuto esser potenziati i consumi, si trova comunque costretto a dover a riparare una situazione altamente complessa. Un’altra questione riguarda il fatto che, e si spera che serva da lezione per il futuro, sarebbe stato meglio sottoporre al vaglio della Corte tale misura ben prima della sua entrata in vigore. All’epoca, va detto, che il Governo era sotto pressione dei mercati, con spread costantemente tra 300 e 500, e da parte dell’Europa che premeva per la rigorosa applicazione dell’austerità. Ciò ha portato, come spesso accade anche in questi ultimi periodi, ad agire d’urgenza, con rapidità, a prendere decisioni avventate senza valutarne in modo corretto ed oggettivo le ricadute. Analogo problema si è verificato con gli esodati e tutta la riforma delle pensioni. Ora l’attuale Esecutivo rischia di sterilizzare i benefici contabili goduti del blocco degli adeguamenti sui conti e fungere da fardello in un frangente in cui per le condizioni macroeconomiche al contorno si dovrebbe spingere sull’acceleratore.

L’Europa, come ricordato precedentemente, non cessa di tenere sotto controllo i nostri conti, ricordandoci che non è possibile deviare dal percorso di rientro. Questo fatto pone il Governo Renzi nella condizione di dover studiare, cosa su cui il Ministro Padoan ha detto di volersi impegnare, un modo per mantenere in ordine i conti ed al contempo rispettare la sentenza della Corte. Il peso dell’Europa nel provvedimento preso sotto il Governo Monti è stato rilevante e non v’è dubbio che abbia contribuito a creare una pressione ed una fretta tale da far percorrere al Governo la via più breve e di più rapido risultato senza approfondirne le conseguenze. Di questa sua “ingerenza” Bruxelles dovrebbe farsi parzialmente carico per non applicare una eccessiva severità nel valutare la sentenza e le proposte che il MEF di Padoan avanzerà. Non solo relativamente all’Italia, ma la richiesta di austerità europea è stata un elemento che non ha facilitato il percorso di mitigazione e contenimento della crisi economica.

Le ipotesi più probabili a cui sta pensando il Ministero di Padoan sono un rimborso scaglionato e solo per le fasce di reddito più basse. La soglia sopra il quale il rimborso non verrà effettuato è ballerina ed incerta, alcuni quotidiani la fissano a 2’000 € di pensione netti (decisamente bassa), altri (più probabile) ad otto volte il minimo (un lordo di circa 4’000€). La somma dovrebbe essere reperita in parte (minima) dal tesoretto di 1.6 mld ed in parte da tagli di spesa (che avrebbero dovuto andare a ripianare il debito e ad abbassare le tasse). Si ritiene però che, in dipendenza alla soglia ove verrà posto il limite sopra il quale non verrà conferito nessun rimborso, il rischio di una revisione al rialzo su IVA ed accise, come previsto dalle clausole di salvaguardia, sia più che concreto. Per evitare un nuovo ricorso ed un pronunciamento della Consulta il provvedimento sarà configurato in modo da rispettare i requisiti di progressività, secondo il principio costituzionale che la tassazione deve essere proporzionale al reddito (ognuno deve contribuire in base alle proprie capacità, e in ogni caso in grado di provvedere al proprio sostentamento). Allo stato attuale oltre alla progressività del rimborso, in unica soluzione una tantum, entro un certo range che si azzera sopra un limite fissato vi è il dilazionamento nel tempo ad iniziare, a giugno, dalle pensioni inferiori.

Una simile tegola è quanto di peggio in questo momento potesse abbattersi sul Governo Renzi e sui contribuenti. Essa casca proprio in periodo pre elettorale, circostanza che inevitabilmente avrà rilevanza nell’indirizzare o dettare i tempi dei provvedimenti riparatori (Renzi, in perfetto assetto da campagna elettorale, ha detto di non aver fretta e di non accettare ingerenze o imposizioni europee), inoltre sono in pista numerose riforme istituzionali molto “divisive” che comportano tensioni e scontri politici.

Il rischio è che vengano ulteriormente rimandate le riforme realmente rivolte all’economia, senza considerare il pericolo che la Consulta si pronunci contro il Governo su altri provvedimenti del tutto simili al blocco delle perequazioni delle pensioni, come il blocco degli adeguamenti salariali per i dipendenti pubblici.

Sono da attendersi altri colpi di scena e se vige il principio che un referendum (vedi quello sulla legge Fornero in merito ai pensionamenti ed agli esodati) non può essere indetto, poiché non costituzionale, qualora un suo risultato possa mettere in pericolo il bilancio dello Stato, c’è da giurare che qualcuno stia già pensando di estendere il medesimo principio anche alle decisioni della corte costituzionale.

11/05/2015
Valentino Angeletti
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Soluzione greca lontana, parti distanti, tempi stretti ed euro pochi

Tsipras-Varoufakis“Il destino della Grecia è solo nelle sue mani”. Con questa frase il Governatore della BCE Mario Draghi ha descritto la situazione greca andando a significare ed a sottolineare come, lato istituzioni Europee (Ex Troika o Bruxelles Working Group che dir si voglia), il possibile è già stato fatto.

In tal senso, dal punto d’osservazione istituzionale, è chiaro come il destino della Grecia dipenda da Atene stessa: accetti il programma di riforme richiesto dall’Europa o ne presenti uno che ne ricalchi i dettami, e le tranche di aiuti saranno consegnate nelle mani di Varoufakis; in caso contrario non pare più esserci margine di trattativa. Viceversa è evidente che il destino, forse dell’intera Europa, ma sicuramente dello scenario economico finanziario dell’immediato futuro, è strettamente legato all’evolversi della vicenda greca. La dimostrazione è stata la violenta reazione dei mercati che ha seguito gli aggiornamenti provenienti da Washington dove si teneva il summit finanziario tra i Ministri delle Finanze europei, BCE ed FMI.

Probabilmente la notizia che le piazze finanziarie, ai massimi da svariati mesi/anni e pesantemente bisognose di giustificare una massiva presa di profitti ed uno scaricamento degli oscillatori, hanno colto al volo per stornare con decisione e per innalzare in modo generalizzato il livello degli Spread, è stata quella secondo la quale nella casse di Atene rimarrebbero appena 2 miliardi per il pagamento di stipendi e pensioni, con alle porte due importanti tranche di rimborso: 2.5 miliardi di € al FMI entro maggio-giugno e 7.5 miliardi alla BCE entro luglio-agosto. La notizia, subito smentita da Atene, effettivamente pare non essere troppo fondata poiché fu proprio il Ministro ellenico Varoufakis, pur mantenendo il consueto ottimismo poco oggettivo e poco avvalorato dai fatti, a dichiarare che difficilmente la soluzione all’impasse potrà avvenire all’Eurogruppo del 24 aprile, di sicuro si dovrà attendere almeno la fine di giugno.

È dunque ipotizzabile che almeno fino alla fine di giugno Atene sia in grado di onorare i propri impegni considerata l’assoluta intransigenza di BCE ed FMI sulle riscossioni che gli spettano. Secondo la testata tedesca Spiegel alla Grecia starebbero per arrivare in soccorso la Russia, che verserebbe 5-5.5 miliardi per i diritti di passaggio del nuovo gasdotto Turkish Stream, e Pechino, interessata a prendere parte ai processi di privatizzazione, tra cui il porto del Pireo, che l’UE chiede fortemente a Tsipras, per una quota di 10 miliardi di provenienza cinese. Se queste siano illazioni senza fondamento oppur realistiche, allo stato attuale delle cose, non lo si può sapere, certo è che nell’orbita degli interessi di Mosca a Pechino, che pure con diplomazia hanno smentito ufficialmente un simile supporto economico, vi è sicuramente lo Stato ellenico.

Lo scenario rimane bloccato e senza segni che lascino presagire sviluppi immediati. La posizione delle istituzioni è nota: intransigente ed in attesa della lista delle famose riforme che vadano a sostituire quelle presentate da Tsipras e Varoufakis non soddisfacenti per la loro genericità e difficoltà nell’essere quantificate oggettivamente in termini di introiti effettivi. La Grecia invece, per bocca dei sui leader Tsipras e Varoufakis, continua a non voler mollare. Del resto le promesse fatte in sede elettorale non possono essere disdette e nel paese cominciano a riaccendersi le tensioni, in particolare tra anarchici e polizia che sono venuti i contatto anche nei giorni scorsi. Varoufakis addirittura talvolta pare cadere in un ingiustificato eccesso di sicurezza ed emanare una lontananza dalla difficile realtà sia della trattativa sia del suo paese. Fuori luogo infatti è sembrata la risposta “radioso” alla domanda su come percepisse il futuro greco fatta da alcuni giornalisti a Washington. Ci sono poi i mercati in attesa di notizie ed illazioni per giustificare i propri movimenti ed a poco servono gli ammonimenti e le messe in guardia di Draghi indirizzate a coloro che vorrebbero speculare contro l’Euro.

Sullo sfondo vi è il futuro economico, istituzionale e politico dell’Europa. Le opzioni sono limitate: o la Grecia accetta le riforme, ma al momento non pare intenzionata a scendere a compromessi visto che è stato confermato l’innalzamento dei livelli dei salari minimi ed in programma rimangono l’aumento delle pensioni ed il reinserimento della tredicesima ai salari più bassi, tutte misure draconiane di riduzione salariale e di taglio lineare inserite dal precedente governo; oppure si prospetta l’insolvibilità di Atene. Questa seconda ipotesi lascia il campo a due strade, il default con mantenimento della moneta unica ovvero l’uscita dall’Eurozona.

Le istituzioni ed il Ministro italiano dell’economia Padoan cercano di tranquillizzare, assicurando che le misure prese dall’Europa sono in grado di sopportare un eventuale default ellenico e secondo il Ministro Italiano l’Italia è al sicuro da un eventuale contagio. L’approccio votato, forse oltremisura, all’ottimismo che i leader politici sono soliti trovare in questi grandi eventi istituzionali (forse coadiuvati dalle tartine al salmone) è dimostrato dalle parole di Pier Carlo Padoan, secondo le quali il debito italiano sarebbe sotto controllo e non in crescita…. In realtà gli ultimi dati Istat indicano un nuovo massimo storico a 2169.2 mld: altro che in fase di stabilizzazione! Così come la situazione ellenica e ben lungi dall’essere sotto controllo.

Un “semplice” default probabilmente è davvero sopportabile e, pur nel segreto che cela operazioni simili, a questa via pare si stia preparando la Germania della Merkel. Differente invece il discorso di un’uscita dall’Euro che sarebbe un “precedente” tale da dare il liberi tutti a mercati e speculatori con primi target verso Italia e Spagna. Rispetto a questa seconda via stanno prendendo contromisure nella City londinese importanti istituti finanziari, ben consci che sarebbe una situazione non indolore neppure per loro che eppure all’Europa non sono legati dalla valuta comune. Ovviamente BCE ed istituzioni, con Draghi sugli scudi, cercano di rassicurare gli animi, asserendo che l’Euro è irreversibile e che anche nel malaugurato caso di “incidente GrExit” l’UE ha raggiunto un livello di solidità tale da poterlo metabolizzare. Difficile credervi, le potenze finanziarie pronte a scagliarvisi contro sono molto più forti, la reputazione europea verrebbe asfaltata più di quanto già non lo sia e le parole successive dello stesso Governatore BCE , confermando i timori e gli scenari preoccupanti riportati sopra, paiono più realistiche:

“L’incidente ci farebbe entrare in un territorio inesplorato ed ignoto”.

Mancano poche settimane e non conviene più a nessuno protrarre oltremodo questo stillicidio. Va necessariamente trovata una soluzione definitiva, alcuni non fanno altro che attendere lo sfacelo, ma molti altri, in Grecia soprattutto, stanno lottando per la sopravvivenza e contro la povertà. A questo punto un po’ di egoismo lo si può conferire anche al comportamento dei leader greci e l’Europa da par suo non può continuare una intransigenza che è stata complice di un avvitamento perverso del malessere sociale. Le soluzioni possibili non sono molte e l’uscita della Grecia dall’Euro, a mio insignificante modo di vedere, sarebbe l’inizio della fine dell’esperimento europeo. Nonostante tutto le poche vie percorribili ed in grado di offrire qualche possibilità di esito positivo paiono bloccate da ostacoli insormontabili ed i viandanti poco determinati ad operarsi per renderle nuovamente agibili.

19/04/2015
Valentino Angeletti
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Ottimismo immerso nella dolce aere di Cernobbio, ma i Vescovi, alcuni dati e la tesa situazione globale rammentano la realtà del quotidiano

ambrosetti2015_324x230Si è chiusa indubbiamente all’insegna dell’ottimismo l’ultima edizione del workshop Ambrosetti a Cernobbio. Un ottimismo pervasivo e condiviso dai relatori politici, economici e dai molti top manager presenti. Del resto risulta oggettivamente complesso non lasciarsi prendere dall’ottimismo in una località così amena come lo sono le sponde lombarde del lago di Como tra golosi coffe break a base di tartine al pregiato salmone affumicato dalle esalazioni delle braci di ginepro e caviale dei freddi mari nordici (difficilmente però di importazione russa) e tra pantagruelici pasti dominati da primizia nostrane e non, mi immagino pregiatissimo Parmigiano Reggiano stagionato almeno 32 mesi, prosciutto dolcissimo di Parma e salatissimo di terra toscana, salamelle D.O.P. tipiche, olive taggiasche e pistacchi di Bronte, il tutto innaffiato da buon vino piemontese e veneto delle migliori annate, spumanti e champagne di vario tipo.

A questa edizione, contrariamente a quella scorsa dove per dare segno di rottura coi poteri forti il Governo aveva mandato in rappresentanza un solitario Morando, era presente, evidentemente dopo una riappacificazione con quelli additati lo scorso anno come potentati, direttamente il Ministro dell’Economia Padoan. La visione del Ministro è stata comune a molti economisti, al Governatore di Bankitalia Visco ed all’ex premier Enrico Letta. Secondo Padoan vi sono ampi spazi per la crescita e la ripresa creati da congiunture macroeconomiche favorevoli, come il prezzo del petrolio ai minimi (ma è un valore transitorio non sostenibile nel medio lungo periodo, a sostenerlo sono tutti i CEO delle major dell’Oil&Gas), la svalutazione dell’Euro che favorisce le esportazioni europee, i QE, la rinnovata fiducia dei mercati e delle istituzioni UE nei confronti del nostro paese, i tassi bassi a lungo. Questa opportunità congiunturale per il titolare del MEF non va sprecata e non si deve peccare di eccessi di fiducia nè rallentare con il processo di riforme che nel nostro paese deve proseguire arrivando finalmente alla fase attuativa ancora lontana. I dati sulla crescita previsti sono decisamente positivi, molto più positivi rispetto a quanto una analisi oggettiva della situazione economico-sociale lascerebbero pensare, ed oscillano per il 2015-2016 rispettivamente tra un +0.4% / +2.1% di Bankitalia (Visco più ottimista ha parlato di +0.5% per il 2015), +2.1% /+2.5% del Centro Studi Confindustria e +0.6% / +1.3% dei media partner europei (contro una crescita media dell’Euro Zona di +1.3% / +1.9%, quindi rappresenteremmo sempre il fanalino di coda).

La deviazione standard delle previsioni è talmente ampia da lasciare perplessi ed indurre a porsi qualche legittima domanda se i dati su cui si basano simili previsioni siano effettivamente gli stessi, ma del resto abbiamo imparato ad essere scettici e prendere con le molle le varie stime, sempre passibili di pesanti correzioni ed in genere al ribasso.

Come prevedibile le obiezioni più critiche sono pervenute dal ministro Greco Varoufakis che da sua consuetudine ha colto occasione per redarguire l’operato della BCE asserendo che il QE non sarà efficace e che lo statuto della BCE è stato scritto dalla BuBa tedesca. Al posto del QE, che secondo il Greco non sarebbe funzionale a fornire credito all’economia reale, sarebbe il caso di elaborare una manovra, che chiamerebbe ironicamente “Merkel”, “Simil Quantitative Easing” ad opera della BEI (Banca Europea degli Investimenti).

Più realisti del re sono i Vescovi che dalle colonne dell’Avvenire sconfessano la visione ottimistica del Forum Ambrosetti, sostenendo che le evidenze e le testimonianze provenienti dalle parrocchie sono ben differenti e mostrano una società sempre più in difficoltà, diseguale e che stenta ad arrivare a fine mese in modo dignitoso senza privazioni di prima necessità o addirittura senza chiedere una aiuto esterno.

Dove sta allora la verità? Come al solito nel mezzo.

Riguardo alle affermazioni di Voroufakis va detto che non è possibile stabilire a priori la reale efficienze del QE nei confronti dell’economia reale come invece ha sentenziato perentorio il ministro Greco (allineandosi stranamente alla visione dei falchi tedeschi anche se con soluzioni alternative ben differenti). Innanzi tutto lo scopo del QE non è quello di fornire credito all’economia, ma di mantenere la stabilità dei prezzi (cosa che per ora sta facendo anche se è presto per dirlo in modo definitivo) e per riportare l’inflazione in prossimità ma sotto al 2%. In ogni caso che il QE andasse fatto, e da tempo, sembra evidente; l’effetto del QE sull’economia reale dipende da molti fattori: innanzi tutto dalla propensione delle banche a dare credito, dalle richieste di credito da parte di aziende e privati quindi dal clima di fiducia nel futuro che influenza la propensione ad indebitarsi, dall’applicazione dei criteri di Basilea di unificazione bancaria, dalla quantità di investimenti pubblici e privati che verranno attivati e da molto altro ancora. Inoltre la politica monetaria senza una contemporanea riforma della govenrance complessiva europea e di molti stati nazionali risulta una freccia spuntata.

La visione dei Vescovi è in un certo senso confermata da altri dati come quello del calo della produzione industriale in gennaio, dalla spesa pubblica aumentata tra il 2010-2014 di 27.4 miliardi (dati CGIA) nonostante le promesse di spending review fatte a Bruxelles e su cui l’UE conta e preme in modo martellante, degli investimenti tragicamente in calo di 15.4 miliardi (2010-2014 -23.9% secondo CGIA). Le riforme sono in via di implementazione, ma, complice anche la macchinosità del sistema nostrano e le divisioni politiche, ancora lontane da giungere ad attuazione. Inoltre la priorità nel campo delle riforme sembra essere stata data a quelle più politiche e meno prettamente economiche. Sempre durante il Forum l’economista Nouriel Roubini ha indicato la corruzione e la giustizia come maggior freno per lo sviluppo italiano, ancor prima del Jobs Act e del fisco. Effettivamente se a giustizia e corruzione si aggiunge anche evasione fiscale otteniamo un costo annuo per lo Stato difficilmente quantificabile, ma che ragionevolmente potrebbe superare i 250 miliardi di €.

Il divario tra le classi sociali presenti all’Ambrosetti Forum e la società civile narrata dai Vescovi è immane e lo spietato gioco dell’analisi dei dati medi non tiene conto delle situazioni particolari che in realtà rappresentano la maggioranza. L’unica speranza è che il tempo trasferisca la percezione carpita prima da coloro che hanno una visione più globale e d’insieme, anche a coloro che invece si vedono costretti a lottare con le situazioni personali e del quotidiano; una sorta di un ritardo fisiologico in grado alla lunga di livellare il tutto positivamente.

Oltre ai fattori sopra citati che riportano con i piedi per terra rispetto ad un ottimismo che pure è benefico purché non sia solo quello della volontà o ancor peggio delle grandi occasioni, vi è uno scenario globale altamente complesso e delicato che colpisce l’Europa ed in particolar modo l’Italia. Ovviamente si fa riferimento al terrorismo dell’ISIS, alle guerre civili in medio oriente ed in Libia, uno dei più importanti partner energetici dell’Italia, alla questione Ucraina e le relative sanzioni alla Russia dall’ingente costo per l’economia nostrana (sia per via degli scambi commerciali ridotti che per l’approvvigionamento energetico), al problema dei flussi migratori, ai movimenti in ascesa di stampo anti-UE e xenofobo. Tutte questioni tesissime che si protraggono da anni e che l’Europa, letteralmente incapace di affrontarle autorevolmente, con determinazione ed unità perdendo così di prestigio agli occhi degli interlocutori internazionali, avrebbe dovuto risolvere da tempo.

Storia a se fa il perdurare del braccio di ferro tra Grecia e Germania, la quale non si sa a che titolo si sia arrogata il diritto di parlare a nome delle istituzioni Europee, sulla necessità di liquidità di Atene e sulle riforme che il paese ellenico dovrà necessariamente implementare. Questa situazione ha bisogno di giungere al termine con concessioni diplomatiche da una parte e dall’altra. Non è pensabile che alla Grecia sia applicato altro rigore andando letteralmente ad asfissiare la popolazione come non è pensabile che vengano presentati dal Varoufakis effimeri programmi di riforme basati sul intenzioni e niente affatto su dati concreti. Nonostante l’evidenza di questa necessità la risoluzione della disputa pare ancora lontana e, una volta passata l’euforia da QE, i mercati potrebbero decidere di utilizzare il pretesto greco per stornare e scaricare gli oscillatori adducendo come motivazione le incertezze europee dovute ala situazione economica dell’Ellade che potrebbero comportare una disgregazione del vecchio continente messa per un attimo da parte.

Come si può vedere l’ottimismo congiunturale della borghesia politica, finanziaria e manageriale non è del tutto campata in aria, alcuni dati ed alcune situazioni sono oggettivamente in miglioramento, ma ve ne sono altrettante, ancora più forti e complesse da condurre a soluzione, decisamente di segno opposto che sembrano non essere state considerate nelle sessioni plenarie di altissimo profilo tenute da multi-laureati luminari che si sono svolte sulle rive comasche del lago.

L’ottimismo è il profumo della vita ed in questi giorni l’aere di Cernobbio sarà stata sicuramente satura di dolcissimi aromi fin quasi a venire a noia per quanto melliflui.

Link: Gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti….

15/03/2015
Valentino Angeletti
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Negoziato Europa – Grecia, intanto UK ed USA si preparano alla GrExit

Si è tenuto nelle scorse ore il discorso del neo premier greco Tsipras al suo Parlamento. Il leader di Syriza ha cercato di mantenere in equilibrio una situazione sempre più in bilico tra le sue controparti rappresentate dal popolo greco attanagliato da un pesantissimo disagio sociale e dai suoi creditori, vale a dire Troika, istituzioni europee ed altri stati membri. Il popolo greco è stato rassicurato dal punto di vista del mantenimento del programma che ha consentito a Tsipras di salire al Governo. Sono state quindi confermate l’erogazione gratuita dell’elettricità per le classi meno agiate, la reintroduzione della tredicesima mensilità per i redditi più bassi, l’innalzamento a 751 € del salario minimo mensile, il blocco delle privatizzazioni e la riapertura della TV di stato chiusa da qualche mese, la riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati (per suo dire illegittimamente), il taglio di spesa ai Ministeri, la lotta all’evasione fiscale, la maggior spesa a sostegno del welfare e degli investimenti.

Alla Commissione UE e alle istituzioni europee, dalle quali esclude la Troika esplicitamente misconosciuta, invece Alexis Tsipras ha assicurato la volontà di rimanere nell’Euro e di rispettare i patti, ma non in questo momento poiché ora è necessario più tempo per riportare le condizioni dei greci a beneficiare di un livello minimo di agio. Il punto fondamentale da dirimere però è che la Grecia rischia di essere insolvente già dal 28 febbraio e per i prossimi appuntamenti dell’ 11 (Eurogruppo straordinario ad Atene) e del 16 (riunione Eurogruppo Bruxelles) febbraio le è richiesto un piano dettagliato sul quale discutere ufficialmente. Al momento il piano latita ed i bacini di risorse economiche individuate dal governo di Atene sarebbero i tagli ad alcuni Ministeri, alla difesa e la lotta all’evasione, tutte misure difficilmente quantificabili con precisione; la domanda cruciale sulla provenienza delle risorse per onorare il programma elettorale, senza dover ricorrere ad un prestito ponte ipotesi esclusa dal presidente dell’Eurogruppo, rimane e si fa di giorno in giorno più pressante.

Tsipras poi, forse scadendo mosso dalla ricerca di consenso in un poco utile populismo, in risposta alla fermezza di Schaeuble, ha ricordato al tedesco, quasi come fosse un obbligo farlo, le riparazioni di guerra della Germania riferendosi al 50% del debito che venne abbonato nel 1953 alla Germania Federale per i danni dovuti dalla Germania Nazista.

Altra uscita poco delicata e fuori luogo in questo frangente è stata quella dell’iperattivo Ministro delle finanze greco Varoufakis il quale, in caso di fallimento della Grecia, ha indicato l’Italia come inevitabile e successiva nazione ad andare in bancarotta. Per Varoufakis il debito italiano non è sostenibile e quindi se rigore ed austerità continueranno con la Grecia e con l’Italia, secondo la sua visione è non scongiurabile il default dei due stati e dell’Unione nel suo complesso. Il ministro italiano Padoan ha risposto decisamente seccato con un Tweet asserendo che il debito italiano è solido e sostenibile, che non vi sono problemi di solvibilità e che questi affari sono fuor delle competenza di Varoufakis.

Ovvie le rassicurazioni di Pier Carlo Padoan, ed effettivamente le parole del greco paiono assolutamente fuori luogo, così come non è realistico pensare ad una non solvibilità italiana fintanto che riesce a finanziarsi a tassi di interesse decisamente bassi. Differente invece il discorso nel caso in cui si acuisca una crisi di sistema e la speculazione si abbatta sul nostro paese. Del resto domande sulla sostenibilità intesa come possibilità di ridurre il nostro debito sono legittime (Link Ridurre il debito è oggettivamente possibile?). Lo sono perché gli interessi, ripagati ricorrendo ad altro debito, divergono e le condizioni imposte dall’UE non sono oggettivamente rispettabili nel contesto macroeconomico in atto: la disoccupazione è eccessivamente alta e le dinamiche economiche non lascino presagire un’accelerazione del PIL tale da incidere sul rapporto col debito (e col deficit). Il debito è infatti previsto in aumento (attualmente a circa 133% del PIL) per l’anno in corso e dovrebbe (ma il condizionale è obbligatorio) iniziare a discendere lentamente dal 2016. Quindi la situazione debitoria è preoccupante, al limite della procedura di infrazione europea, e si comprende l’arduo lavoro che sta facendo Padoan ed il team del MEF in Europa per scongiurare questa eventualità.

Come avevamo già avanzato in questo articolo:
“Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane
molti Stati si starebbero preparando per affrontare una GrExit. Tra questi vi sarebbero l’UK il cui ministro delle Finanze Osborne lo ha pubblicamente dichiarato alla BBC e gli USA. Dagli States tuonano infatti il predecessore di Bernanke alla FED, Alan Greenspan, secondo il quale l’uscita delle Grecia dall’Euro è solo questione di tempo ed il Presidente Obama che ammonisce l’UE a non proseguire con l’austerità e far ripartire gli investimenti seguendo in sostanza il suo esempio. Per Barack Obama mantenere (colpevolmente e deliberatamente) l’approccio rigido che fin qui ha prevalso nel vecchio continente causerebbe un indebolimento europeo fino ad una possibile disgregazione dell’Unione che innescherebbe una crisi economica mondiale irreversibile, difficilmente risolvibile e che pochi sarebbero in grado di affrontare provati come sono dalle crisi ancora in corso. Per evitare il crack Greco e le possibili ripercussioni in Europa e nel mondo non sembrano improbabili soccorsi esterni ad Atene a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle Europee che potrebbero provenire dalla Russia o dalla Cina, ma anche dagli stessi Stati Uniti d’America.

Per approfondimenti: Osborne annuncia che il Regno Unito si sta preparando alla Grexit

Valentino Angeletti
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L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia)

Le entità istituzionali, politiche ed economiche italiane avevano appena finito, in alcuni casi non senza altisonanti quanto eccessivi proclami pubblici, di gioire e “gongolarsi” per l’approvazione della legge di stabilità 2015 da parte della Commissione UE. In realtà non si è trattata di una vera promozione, ma di un rimando a marzo 2015 in compagnia di Francia e Belgio, data per la quale si dovranno vedere i risultati delle misure economiche e delle riforme intraprese dai paesi in oggetto perché ad oggi di oltrepassare i limiti dei trattati ancora non se ne parla. Avevamo già espresso i nostri dubbi (LINK: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo. 28/11/14 ) interpretando le parole della Commissione più come un ultimatum che come una promozione. Oggettivamente però qualche mese in più, perché l’Italia stando ai numeri non ha rispettato gli accordi, è stato concesso e, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno col più ben’augurante ottimismo, si poteva sperare che quello fosse l’inizio di una stagione che si lasciasse alle spalle l’eccessiva austerità per concentrarsi davvero su occupazione, crescita, investimenti, riforme tali da coinvolgere in modo trasversale tutta l’Europa, la quale, ripetendolo come di consueto, ha assoluta necessità di una nuova governance. Ovviamente l’Italia non fa eccezione, anzi, essendo un paese in grande difficoltà, risulta anche uno di quelli che più ne abbisogna. La flessibilità dei conti e l’allontanamento dai vincoli programmatici imposti, almeno nel periodo di crisi per poi renderli nuovamente vigenti, così come una politica monetaria ancora più espansiva, sarebbero stati dei mezzi grazie ai quali provare a rilanciare l’economia. Negli USA del resto, ed anche il 2015 non fa eccezione, trovano praticamente ogni anno un accordo i Democratici ed i Repubblicani sul budget dell’anno seguente che consenta un debito pubblico superiore al 100% del PIL per evitare lo shutdown, ossia un incremento di tasse che evidentemente ritengono insostenibile in questo periodo che li sta vedendo ripartire, molto più brillantemente dell’Europa e grazie anche alle manovre espansive della FED di Ben Bernanke prima e Janet Yellen poi, dopo una dura crisi economica.

Appena pochi giorni dopo (06-07/12) invece, è stata la Merkel in un’intervista al tedesco Die Welt a riportare tutti con in piedi per terrà affermando che la Commissione ha riscontrato che quanto fatto da Italia e Francia non è sufficiente ed ha aggiunto che lei è dello stesso parere prendendo atto che i due paesi sono nel bel mezzo di un processo di riforme delle quali i risultati hanno ancora a venire. Tecnicamente ha ragione, non ha detto nulla di nuovo rispetto alla Commissione, ha solo utilizzato una chiave di lettura differente, molto più tedesca, rispetto a quanto fatto in Italia. La stoccata del Cancelliere tedesco di certo è di quelle che lascia il segno ed  a distanza di poche ore, in occasione dell’Eurogruppo che ha dato il via libera politico alle note della Commissione UE sulle leggi si stabilità, è stato il Ministro delle Finanze Schauble ed edulcorare le parole della Merkel puntando l’attenzione sulle riforme che l’italia sta portando avanti e auspicandosi che a regime consentano di intraprendere un percorso più virtuoso. Il concetto è quello medesimo della Merkel: al momento i patti non sono stati rispettati e si attendono gli effetti delle misure adottate che ad ora risultano insufficienti. In ogni caso il passo falso comunicativo è stato riconosciuto ed anche il portavoce del Cancelliere, Steffen Seibert, ha smorzato i toni dichiarando che non sta alla Germania dire ad altri Stati come comportarsi e che il Governo tedesco riconosce l’impegno italiano nelle riforme. Il succo insomma non cambia, ma i rapporti idilliaci tra Renzi e Merkel sembrano incrinati ormai da tempo e fino ad ora ad averla vinta è stata la seconda.

Sempre dall’Eurogruppo anche il pragmatico Presidente olandese Dijsselbloem, pur riconoscendo l’oggettiva difficoltà della situazione italiana e l’impegno nelle riforme (ormai un leitmotiv), sottolinea che i vincoli non sono stati rispettati da Francia, Belgio ed Italia. Per quest’ultima a preoccupare è il debito e la correzione sul deficit di solo 0.1% PTI anziché di 0.5%, uno 0.4% che vale circa 6 miliardi e che dovrà essere recuperato entro marzo. Per fare ciò vi sono tre vie: aspettare gli effetti delle riforme già avviate; implementare nuove riforme o manovre aggiuntive; effettuare una nuova valutazione da parte della Commissione. Il Ministro Padoan ha smentito immediatamente le voci di una manovra aggiuntiva (non c’è da stupirsi, se non lo avesse fatto probabilmente importanti conseguenze di Governo si sarebbero avute) ed effettivamente non è ciò che richiede Bruxelles, il quale si limita a ricordare che a marzo il percorso di rientro di deficit e debito dovrà essere quello dei patti, i mezzi per raggiungere tale scopo sono liberamente in capo ai singoli stati membri, quel che conta è il numero finale. Evidentemente Padoan confida che ciò possa essere conseguito grazie alle riforme che stanno prendendo lentamente corpo. Il concreto Presidente dell’Eurogruppo ha anche rilanciato che non è sufficiente annunciare un piano di riforme ambizioso, ma esse devono essere attuate con rapidità e soprattutto devono fornire i risultati attesi, risultati che ad esempio sul Jobs Act non sono così condivisi unanimemente, a cominciare da Moody’s che non ritiene possa cambiare il livello occupazionale nel breve termine (e marzo è breve termine).

Non ha mancato di far sentire la propria voce anche il Neo-Commissario UE Jean Claude Juncker. In un’intervista alla testata tedesca FAZ, forse mosso dall’impeto di compiacere Germania e Merkel, ha tuonato che se Italia e Francia a marzo non presenteranno misure soddisfacenti e risultati concreti andranno incontro a conseguenze spiacevoli (quasi una minaccia), salvo poi aggiungere che in questa fase si deve dare fiducia ai due paesi ed a marzo verificare se tale fiducia sia stata disattesa o meno. L’invettiva grave e fuori luogo per i toni è emblematica delle posizione di Juncker che ha ulteriormente rincarato la dose suggerendo ad Italia e Francia di non lamentarsi poiché erano da procedura di infrazione e se questa non è stata applicata è stato merito delle sue posizioni. Una decisione della Commissione tutta politica insomma, perché a livello strettamente burocratico ed economico la procedura di infrazione avrebbe dovuto essere aperta.

Infine anche Draghi e la BCE han proferito parola sull’Italia decendo che per mantenere credibilità sui mercati devono essere portate avanti le riforme ed anche i patti europei non devono essere violati.

Si evince chiaramente dal sapiente palleggio tra Merkel e Schaeuble, dalle dichiarazioni di Dijsselbloem, da quelle di Juncker e della BCE che la trazione europea dei prossimi mesi continuerà ad essere quella orientata a far rispettare in modo deciso i trattati e, nonostante le circostanze di eccezionalità che fanno parte dei patti stessi e la cui presenza non può essere più negata, il margine di flessibilità che potrà essere concesso è esclusivamente quello dei trattati stessi. Allentamenti simili però proprio per le somme in gioco e per la situazione gravemente compromessa hanno dimostrato di non essere sufficienti e ben poche speranze vi sono che possano smentirsi nell’immediato futuro.

Un primo banco di prova importante è rappresentato dal caso greco. In questa sede fin da subito si disse che salvare lo Stato Ellenico sarebbe costato molto meno che imporre rigidi paletti ed il duro commissariamento della Troika. Adesso alcuni parametri economici sono migliorati, ma al prezzo di un alto disagio sociale, povertà diffusa, privatizzazioni imposte senza che le condizioni di mercato fossero coerentemente proficue, taglio stipendi statali e pensioni, aumento IVA e riduzione dei servizi di welfare (la sanità è di fronte a gravi problemi), tanto che a breve si terrà l’elezione anticipata del presidente della Repubblica che potrebbe causare, qualora dopo tre votazioni (17-23-29 dicembre) non venisse raggiunto l’accordo, la caduta del Governo e nuove elezioni. Il favorito è Tsipras del partito di sinistra Syriza che chiede l’abbandono del programma della Troika, è deciso a non rispettare gli impegni presi con l’europa e ad andare verso un default con il non pagamento dei titoli di stato. Al paventarsi di questa ipotesi la borsa di Atene ha perso il 12% trascinando con se tutte le piazze del vecchio continente. La Commissione Europea è quindi di fronte ad una scelta: o fermare il piano della Troika che prevede altri rincari dell’IVA, delle accise ed ulteriori tagli, “abbonando” una somma complessiva relativamente irrisoria di circa 2.5 miliardi di €, oppure proseguire dritta, rigida ed inflessibile lasciando campo libero all’ascesa di Tsipras.

La somma in gioco come si evince è sostenibile, ma quello che preoccupa è il precedente che poi potrebbe volersi veder applicato anche in Italia con numeri di un altro ordine di grandezza. Analizzando la situazione anche l’ascesa di Tsipras potrebbe comportare un precedente, forse anche peggiore, cioè l’uscita di un paese dall’Euro, fino ad ora neppure ipotizzabile. Effettivamente se Syriza andasse al governo e Bruxelles continuasse su posizioni oltremodo rigoriste, in ultima istanza si potrebbe giungere anche ad una rottura definitiva e drammatica per l’economia mondiale non tanto per i denari in ballo, quanto per la definitiva scomparsa dell’Eurozona come entità credibile e stabile. Il piano di ristrutturazione del debito t proposto Syriza andrebbe a concentrare la maggior parte delle perdite su BCE e ESM (maggiori detentori di Bond ellenici dopo la ristrutturazione del debito già avvenuta) dei quali la Germania e la BuBa sono maggiori azionisti e contribuenti. A detta del leader greco invece l’8% dei titoli in mano a cittadini privati sarebbe protetto. Per l’Europa la posta in gioco è molto alta ed i tempi per decidere, contrariamente a quanto avviene di solito in contesti istituzionali dove si medita spesso più del dovuto, pochissimo.

L’Italia ha una situazione piuttosto critica, ancora non a livello greco, ma la strada è simile. Gli ultimi dati sulla produzione industriale rilevano -0.1% per ottobre e -0.3% su base annua. Fermo restando che, e lo abbiamo ripetuto miriadi di volte, vanno portate a termine le riforme (più perché non possiamo permetterci uno Stato così inefficiente, burocratico e cieco davanti alle necessità dei cittadini, dei lavoratori e degli imprenditori) dando priorità a tutto quello che può avere un impatto immediato sull’economia e sull’attrazione degli investimenti e si deve tagliare drasticamente la spesa pubblica improduttiva rivedendo tra le altre cose le spese per le regioni, per la sanità (non servizi sanitari), il concetto di ammortizzatori sociali e la struttura del sistema pensionistico e previdenziale eccessivamente penalizzante per alcuni (come artigiani e commercianti, giovani, precari e via dicendo). E tutto va fatto assieme, in poco tempo, perché parla bene Squinzi quando dice che, se dal suo punto di vista il Jobs Act è un buon provvedimento, esso da solo può far poco per attrarre gli investimenti necessari ed invertire il ciclo economico. In fondo senza domanda manca anche una richiesta  consistente di lavoro (lasciando perdere alcuni lavori di nicchia sempre richiesti).

Ciò si inserisce, e BCE ed UE guardano attenti anche questi aspetti, in uno scenario politico sempre più traballante e fluido, con manifestazioni sindacali importanti, rotture interne al PD ed alla sinistra tali da mandare in minoranza il Governo per due volte negli ultimi due giorni ed anche il patto del Nazareno sembra sempre meno solido, con voci su possibili elezioni anticipate a maggio 2015 costantemente smentite, ma sempre più presenti sulla bocca dei politici. Condizioni simili sono tutt’altro che vicine a quanto auspicato dal presidente Napolitano da Torino al forum di amicizia italo-tedesca, ove, molto commosso, stanco e provato fisicamente ha richiesto in Italia ed in Europa maggior cooperazione ed unione, evitando i particolarismi (ed il fatto che parlasse faccia a faccia col suo omologo tedesco è significativo) e le tendenza all’isolazionismo che possono comportare derive nazionaliste pericolose e già ampiamente presenti. Dalle parole del Presidente Napolitano, forse le ultime del suo mandato, si evince un reale timore per le sorti dell’Unione Europea e forse anche questo motiva la scelta di lasciare il suo incarico.

Lo scenario dunque non è buono neppure in Europa e tutti gli istituti, inclusa la BCE, rilevano rallentamenti della dinamica di crescita che risulta peggiore del previsto e che potrebbe essere compromessa.  Ciò che è stato fatto: i trattati, la flessibilità, la politica monetaria, le riforme dei singoli Stati, è risultato non sufficiente.

E’ chiaro che vada voltata pagina e se lato Italia l’impegno deve essere sulle riforme, va detto che la Commissione e Bruxelles devono impegnarsi, con la crisi greca come prima tappa da gestire, ad abbandonare l’austerità imposta con pochi risultati fino ad ora e concentrasi ad elaborare immediatamente una strategia che possa ammettere anche temporaneamente la sospensione dei patti e dei vincoli. Il Piano di investimenti di Juncker lascia più di un dubbio, e viviamo il paradosso che agli Stati che avrebbero bisogno di spendere per investire (come l’Italia) non è concesso per via degli stessi patti; a quelli che dovrebbero investire perché possono permetterselo, come la Germania, non gli viene imposto; ovviamente i privati valutano attentamente se investire in un territorio con prospettive così incerte come l’Europa quando altre zone del mondo sono ben più attrattive.

Infine anche la BCE deve rilevare che il suo compito non è stato assolto. In prima istanza l’intermediario finanziario rappresentato dalla banche ha assorbito tutta la liquidità iniettata distraendola dall’economia. Molto, troppo, lentamente sono state implementate misure volte ad iniezioni di capiteli verso le imprese in modo vincolato in parte attraverso cartolarizzazioni di bond corporate ed in parte attraverso le banche: ABS e TLTRO, sui quali la Germania ha mosso critiche. Attualmente, a causa di un mercato di bond aziendali poco liquido in Europa e per via dei timori delle banche a chiedere prestiti per la poca richiesta creditizia e per gli stess test europei, la risposta a queste misure si è rivelata più fredda del previsto. Il risultato di simili lentezze è stato un Euro fortissimo fino a pochi giorni fa che ha ostacolato le esportazioni e una inflazione sempre in discesa, in alcune zone già negativa, lontana anni luce dal 2% obiettivo. Nonostante questo ancora non viene definito nei tempi e nei modi (pur avendo iniziato a parlarne) dalla Banca Centrale Europea un piano di acquisto diretto di titoli di stato, un QE nella più classica delle accezioni.

Detto in tutta sincerità e per quanto può contare questo parere trovo quantomeno complesso che l’Italia riesca a fare entro marzo ciò che, sia per colpe che per circostanze contingenti, non è stato possibile fare fino ad ora, così come che Europa e BCE abbiano davvero intenzione di approcciarsi diversamente a quanto sta accadendo. Infine anche il fare squadra all’interno di tutta l’Unione e le sue istituzione, quindi Paesi Membri, Commissione, Eurogruppo, BCE ecc, per persegue quegli obiettivi comuni ricordati, per prendere l’ultimo esempio, da Napolitano e che richiamano i valori dei padri fondatori, sembra più un’utopia che una realtà.

11/12/2014
Valentino Angeletti
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La piccola gaffe dell’epistola “segreto di Pulcinella” UE ed un umilissimo consiglio: low profile!

MefLa scena politica europea al momento è dominata, almeno a livello mediatico quasi non ci fossero argomenti  ben più   importanti da affrontare come il Consiglio Europeo in corso che ha appena approvato il pacchetto  clima 2030 ed  affronterà nelle prossime ore i temi economici oppure le rinnovate tensioni tra Ucraina e  Russia, dalla lettera  inviata dalla  Commissione Uscente al MEF. Come si può vedere dal documento allegato il  mittente era Jyrky Katainen, il  destinatario il MEF,  nella persona del Ministro Pier Carlo Padoan, ed il alto è  riportata la dicitura “strictly confidential”.

Lettera Commissione – MEF

Sinceramente tutta questa attenzione sulla pubblicazione pare eccessiva sia per le rimostranze europee, sia per le piccate risposte italiane.

Effettivamente la lettera è un documento ufficiale tra due istituzioni importanti e, vista la classificazione dell’informazione, pubblicarla in modo così repentino (alle 11:33 di questa mattina, 23/10) e senza darne minima informativa con annesse motivazioni di tale scelta, che relativamente alle possibili speculazioni dei mercati avrebbero potuto essere anche condivise, alla controparte è sicuramente una caduta di stile ed una violazione della riservatezza delle informazioni. Verissimo è, come ha fatto notare il Premier Renzi, che il contenuto della lettera era stato anticipato in modo sospettosamente preciso dal FT prima e dalla Stampa in un secondo tempo, ma la gaffe italiana rimane.

Il concetto, peraltro giustissimo, di trasparenza che Renzi ha addotto come motivazione alla pubblicazione della lettera (in aggiunta alla giustificazione più “market oriented” del MEF) si può e si deve applicare, come ha intenzione di fare il Premier, ai dati di stipendi, spese, costi, entrate di un’istituzione pubblica quali Ministeri, regioni, comuni, province, fondazioni ed anche Commissione e corpi istituzionali europei, seguendo la filosofia degli Open Data, ma non si può applicare a carteggi privati che oltretutto hanno esplicito carattere di confidenzialità, a meno di un accettazione da parte di mittente e destinatario. Arrogarsi un simile diritto unilateralmente di certo contravviene al galateo e forse non è neppure legalmente consentito.

Ciò premesso, il contenuto della lettera non è affatto sorprendente o scabroso ed a grandi linee i chiarimenti richiesti erano gli stessi anticipati qui ed in molti altri mezzi di comunicazione. I dati italiani ed il loro scostamento da quelli presenti nel patto europeo di stabilità e crescita dovranno essere motivati alla Commissione che potrebbe valutare la necessità di azioni correttive, non serviva troppa fantasia a pronosticarlo. Molto più interessante e delicata sarà invece la risposta italiana, attesa per domani (24/10), ma che probabilmente sarà ritardata a lunedì 27. Un delle giustificazioni addotte dall’Italia ed avvallata da Bankitalia sarà quella della recessione più lunga e pesante del previsto. Effettivamente tempo addietro era stata avanza l’ipotesi più che ragionevole di non considerare infrazioni gli scostamenti dovuti alla stagnazione o diminuzione del PIL causati dalle congiunture economiche rispetto invece ad aumenti del Debito e del Deficit che non sarebbero stati in linea di massima consentiti. Questa ipotesi pare poi essere caduta nel dimenticatoio preferendo una più rigorosa applicazione della flessibilità entro i patti (i contraddittori ossimori si sprecano).

Il singolar tenzone (e casca a puntino) tra Barroso e Renzi che ha avuto come elemento, o meglio pretesto, scatenante l’epistola, pare nascere da vecchie ruggini e forse dal fatto che il Portoghese Barroso, Presidente di Commissione UE uscente, è stato il Presidente sotto il quale Portogallo è entrato in amministrazione Troika non consentendo eccezioni ai vincoli europei ed imponendo non pochi sacrifici che ancora affliggono i cittadini dello stato iberico nonostante i dati economici in miglioramento. Ora Manuel Barroso vorrebbe applicare lo stesso metro adottato in Portogallo e Grecia (benché evidentemente forieri di insuccesso) anche agli altri paesi, Italia in primis, forse per uno spirito di equità ingiustificato dopo aver riscontrato un errore, ma soprattutto per le sue mire politiche nel paese natio che potrebbero risentire di un comportamento permissivo con altri paesi non avuto con il proprio.

Dal canto suo Renzi ha risposto come di consueto a tono, troppo a tono. A detta del Premier gli scostamenti tra Legge di Stabilità e richieste europee sarebbero irrisori, appena 2 miliardi che Renzi si dice in grado di trovare in poche ore (“se voglio glieli trovo domani mattina” avrebbe detto). Un paio di miliardi in una manovra da 36 e con un bilancio di 800 miliardi son ben poca cosa…

Va precisato che se l’Europa volesse essere pignola i miliardi sarebbero almeno 8 (necessari solo per portare la correzione del deficit strutturale dallo 0.1% in Legge di Stabilità allo 0.5% richiesto). Il tesoretto di salvaguardia da 3.2-3.5 miliardi già potenzialmente accantonati ed effettivamente sufficienti a coprire la somma (a dire il vero maggiore di 2 miliardi stimati da Premier) per innalzare lo 0.1% al valore di compromesso probabile di circa 0.3%, deriva quasi in toto da aumenti di tassazione tra cui IVA ed accise, le cosiddette clausole di salvaguardia che sarebbe meglio lasciare nella forma di potenza che non in quella di atto. Viene poi da pensare che se trovare 2 miliardi (senza alzare tasse) è un’operazione così semplice perché allora la manovra non li ha inclusi fin dall’inizio? Sarebbe stata ancora più impressionante: 38 miliardi (mantenendo però il prelievo della Legge di Stabilità attuale). La verità che non sfugge a nessuno è che ogni volta che ci sono da reperire risorse, finanche pochi spiccioli, le coperture sono un dramma, e quasi sempre, almeno parzialmente si ricorre ad un incremento della tassazione. Lo dimostra il fatto che era stata ipotizzato il posticipo del pagamento delle pensioni al 16 del mese che avrebbe consentito un risparmio (per il primo anno ) di appena qualche milione di (ottimisticamente 19 mln) euro e che la decisione di portare il pagamento in unica soluzione delle doppie pensioni Indap-Inps al 10 del mese comporta un risparmio di circa 6-7 milioni. Per le coperture è sempre un inseguimento alla casba, lo è sempre stato anche per cifre al di sotto del miliardo (i vari rifinanziamenti degli ammortizzatori sociali, i molteplici bonus ed agevolazioni, molte altre spese indifferibile, rinnovi contrattuali e via dicendo).

Un umile suggerimento a Renzi, che di certo non ne ha bisogno, è quello di abbassare un po’ il profilo soprattutto in contesti istituzionali così formali come l’UE. Non è la prima volta che si rivolge in modo irriverente nei confronti di importanti e potenti attori della partita economica (i Gufi, i Rosiconi, Draghi dica quello che vuole ma decido io, rivolgendosi alla commissione UE disse che le volta successiva avrebbero lavorato via mail perché non aveva tempo da perdere…). Insomma dovrebbe abbassare un po’ il tiro, essere incisivo e portare avanti le sue ragioni se lo ritiene funzionale al cambiamento verso l’Europa dei cittadini e dei popoli, ma dovrebbe farlo con più diplomazia, un po’ più di “paraculaggine” ed un po’ meno superbia. I tavoli tra cui si muove sorreggono porcellane cinesi preziosissime, da non far cadere, sono tavoli potenti che fanno il bello ed il cattivo tempo anche in casa altrui se vogliono. Ed infatti la legge di Stabilità Italiana sarà vagliata ancora dalla Commissione Barroso. Speriamo che il portoghese non si porti in ufficio i rancori privati.

Commissione Juncker, bollinatura e lettera, ma l’importante è cambiare verso
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23/10/2014
Valentino Angeletti
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Lo strano buffo paese che non riesce ad avere una visione d’insieme ed identificare le priorità

Certo che questo è proprio uno strano, buffo paese. Mi verrebbe da sorridere se fossi uno scrutatore esterno senza legami o vincoli e senza essere parte dei buffi meccanismi nostrani. Ciò che porta a questo stato d’animo, in un certo senso quasi atarassico, è l’incapacità che si manifesta, sempre maggiore di giorno in giorno, di saper leggere gli eventi e di avere la visione d’insieme senza perdersi nei dettagli.

Era stato così ad esempio per l’IMU, e lo è per l’Articolo 18 che uno straniero, il quale assistesse per qualche giorno ai dibattiti in tema di lavoro, sarebbe portato ad identificare come il rimedio o la causa di tutti i problemi occupazionali italiani per quanto viene caricato di esclusiva attenzione e per quanto violentemente i suoi sostenitori o detrattori lo trattano, quasi che ignorassero tutto ciò che realmente serve per creare posti di lavoro a cominciare da investimenti, mercato interno propenso a spendere e mercati esterni dinamici.

L’ultimo episodio della saga è relativo al cosiddetto bonus bebè da 80€ (80 poi è diventata una cifra mitologica… bonus IRPEF da 80€, bonus bebè da 80€, 800’000 posti di lavoro in tre anni) annunciato dal Premier durante il programma di Barbara D’Urso sulla rete MEDIASET.
Il bonus partirebbe a gennaio 2015, la platea dei beneficiari sarebbe costituita dalle neo mamme e sarebbe erogato per ogni figlio fino al raggiungimento del terzo anno di età fino al reddito ISEE di 30’000 € ed a partire dal terzo figlio con reddito fino a 90’000 € (anche se durante il programma televisivo il limite di reddito a prescindere dal numero dei figli era stato fissato a 90’000 € lordi).
Le coperture necessarie ammonterebbero a circa 500 milioni di € (ma alcuni avrebbero ipotizzato fino a 1.5 miliardi), non proprio poco in questi tempi di revisione di legge di stabilità e con le solite ristrettezze economiche con le quali far fronte.

Da inesperto ed ingenuo mi viene da pensare che volendo incentivare (giustamente) le nascite e le neo mamme sarebbe meglio investire quelle risorse per interventi più strutturali, come sostegno al welfare materno, miglioramento dell’assistenza sanitaria a loro rivolta (spesso per una ecografia presso il pubblico vi sono mesi di attesa oppure è necessario spostarsi di centinaia di Km con il risultato che alla fine ci si rivolge al privato), sostegno agli asili nido o baby-sitting, ma anche alle scuole primarie, secondarie ed università presso le quali il bebè si istruirà e che sarebbe bene tornassero ad un livello consono per consentire ai nascituri di competere nel mondo, controllo delle aziende affinché non facciano pressioni o ricatti sulla maternità, miglioramento dell’equilibrio lavoro-vita privata che nel nostro paese è ancora borbonico se paragonato a quello degli stati mittel e nord europei dove la famiglia, a dispetto della tradizione cristiana italiana, è molto più importante e valorizzata, quando invece sempre più spesso da noi si è messi di fronte al bivio: o carriera (ma neanche troppo brillante) o famiglia.
Inoltre va considerato che spesso le giovani mamme non hanno occupazione, soprattutto se del sud, e ben poco possono 80€ al mese per tre anni. Le spese dopo il terzo anno di età si moltiplicano, ed il bimbo ha più esigenze e di li a poco inizierà asilo e scuola con le conseguenti esigenze: trasporti, libri, rette, mense ecc. Infine va ricordato che il costo sanitario per l’assistenza alla maternità è a carico del pubblico, quindi ponendo l’improbabile caso di un incremento sconsiderato delle nascite la spesa necessaria sarebbe ben oltre i 500 milioni di €.
Detto ciò è ovvio che coloro che già avrebbero fatto un figlio e percepiranno, se la misura andrà in porto, il bonus è giusto che siano felici, e va sempre sottolineato che 80€ sono indubbiamente meglio che nulla ed un minimo aiuto lo apportano. Indiscutibilmente è giusto migliorare l’assistenza alla maternità e lavorare affinché il tasso di natalità aumenti, a maggior ragione nel nostro paese estremamente “vecchio”, perché in generale maggiori nascite e quindi una età media inferiore, consentono al paese di essere più dinamico, innovativo, flessibile, aperto al cambiamento, alle nuove tecnologie, al rischio d’impresa e permetterebbe di intraprendere un percorso di maggior sostenibilità per il sistema previdenziale e sanitario. Insomma, i benefici di incrementare il numero delle nascite sono innumerevoli ed è giusto sostenerli, ma serve una strategia d’insieme, strutturale e più di lungo termine.

La misura sembrerebbe, ma questa è solo una mia erronea interpretazione, quasi una pedina di scambio, non tanto (o non solo) elettorale, quanto da porre sul piatto dei diritti/unioni civili che hanno già cominciato ad animare le prime forti divergenze e che saranno un tema molto caldo nelle prossime settimane. Una misura in favore della famiglia tradizionale, gradita ai conservatori e magari alla chiesa (il bonus bebè appunto) per un incremento dei diritti e dei riconoscimenti civili per le coppie omosessuali e coppie di fatto, solo per citare due casi, richiesto dai partiti più a sinistra. Do ut des, dicebant.

Converrebbe, asserisco stupidamente, che oltre ad essere attentissimi a capire le dinamiche di questo nuovo potenziale bonus, tesserne gli elogi o le critiche, si prestasse attenzione a vicende più importanti. Ora in primo luogo vi è la legge di stabilità al vaglio presso la Commissione. Barroso, Presidente uscente, secondo dl’ANSA avrebbe richiesto di portare la correzione del deficit strutturale dallo 0.1% allo 0.5% (8 miliardi complessivi) come da programma. E’ vero che potrebbe essere trovata la mediazione di 0.25% e che le coperture potrebbero provenire dal tesoretto di circa 3 miliardi messo come riserva di sicurezza, ma proveniente da clausole di salvaguardia mai piacevoli.
Oltre a questa richiesta (come si scrive al link a fondo pagina) altri ritocchi potrebbero essere domandati, ma non è prevista una bocciatura, in parte perché da novembre, se non si presenteranno problemi nelle lunghe procedure europee, dovrebbe insediarsi la nuova Commissione Juncker.
Gli stress test alle porte rischiano di conferire una bocciatura all’istituto MPS, non imprevedibile visto il risarcimento dei Monti bond al 9% che MPS deve allo stato italiano. In caso di giudizio negativo senza dubbio dell’istituto senese (terza banca italiana) sarebbe un problema rilevante da gestire.
I dati ISTAT hanno rilevato che dal 2008 al 2013 i disoccupati under 35 sono aumentati di oltre 2 milioni e fino ad ora non abbiamo mai assistito ad una inversione di tendenza, ovviamente si confida che le parole di Padoan che pronostica 800’000 (stimati per difetto) posti di lavoro in tre anni si verifichino, ance se senza un immediato sblocco economico tale target è di difficile raggiungimento.
Infine ancora non è stato possibile toccare con mano alcun beneficio derivante dal semestre italiano di presidenza UE, scivolato ormai alla conclusione del quarto mese, che seppur non consentisse di dettare legge a Bruxelles, ci darebbe l’opportunità di redigere l’agenda delle priorità su cui discutere e di avere una voce più autorevole nell’indirizzare le azioni.

Passando a livello Europeo (come è possibile leggere al link a fondo pagina) sembra che sia in atto un alleanza tra Berlino e Parigi nella quale la Germania garantirebbe per la Francia assicurando un immediato processo di riforme così da spingere l’Europa, nonostante un rapporto deficit/pil dei transalpini bel oltre il 3%, a non avviare la procedura di infrazione. Questa mossa può essere letta come il tentativo tedesco di arginare i dati negativi di fiducia di consumatori/imprese, export, ordinativi e produzione andando a fortificare uno dei suoi più grandi mercati di sbocco (ovviamente imponendo condizione a lei stessa favorevoli) e sfruttando la difficoltà dell’Italia secondo paese manifatturiero in Europa, forte esportatore e quindi concorrente tedesco.
Il compito della nuova Commissione e lo spirito utilizzato per la valutazione delle manovre finanziarie dovrebbero essere non i criteri aritmetici di Katainen, bensì l’intento di indirizzare fattivamente la crescita in Europa redigendo e mettendo in atto immediatamente quel piano d’investimento transnazionale basato su digitalizzazione, TLC, infrastrutture, trasporti ed energia da o d’investimento transnazionale da 300 miliardi assicurato da Juncker e puntando al contempo a livellare le differenze tra i vari stati membri (si confida nel beneplacito della Merkel).

Gli USA grazie alle riforme, alla determinazione nell’affrontare il problema occupazionale e soprattutto all’operato della FED stanno ripartendo spinti da una nuova industrializzazione e la crescita cinese nel Q3 con un +7.3% ha battuto le stime.

Come si vede, senza toccare le questioni estere, le vere matasse da sbrogliare sono altre.
Altrove le reazioni ci sono e tentano di andare nella giusta direzione pur in presenza del rischio di errore che sempre esiste, mentre l’Europa ed a maggior ragione l’Italia, nonostante l’inefficacia ormai manifesta di quanto fatto dal 2011 ad oggi, sembrano sempre bloccate, lente ed incapaci di reagire avendo una chiara visione e strategia d’insieme.

Link:

Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino

Priorità rimandate ed energie sprecate 11/07/13

20/10/2014
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità tra Scilla e Cariddi

Entro poche ore il Governo guidato da Matteo Renzi ed il MEF del Ministro Padoan dovranno porre il sigillo alla legge di stabilità per sottoporla al vaglio dell’Unione Europea. In questi ultimi frangenti il Premier era all’assemblea di Confindustria a Bergamo dove ha anticipato a grandi linee l’entità della manovra: 30 miliardi di cui 18 di taglio di tasse ed una spending review di ben 16 miliardi (“alla faccia di Cottarelli” avrebbe testualmente detto il Premier che in tono ironico forse ha voluto sottolineare la distanza tra lui e l’ex Commissario).

I dubbi sulla manovra rimangono. Ad esempio Fubini su La Repubblica fa notare che vi sarebbero 11 miliardi derivanti da aumento del deficit pubblico, che i tagli di spesa sono estremamente complessi da portare a termine a causa dei veti imposti ad ogni misura restrittiva dai soggetti interessati e che le entrate straordinarie, circa 5.5 miliardi, nella realtà dei fatti sono difficilmente quantificabili perché proverrebbero da misure quali aumento della tassazione sul gioco d’azzardo (le aziende del gioco si stanno già muovendo contro questa eventualità) oppure entrate derivanti dalla lotta all’evasione che difficilmente possono essere stimate con precisione ex ante.

Alla platea di Confindustria Renzi ha fatto notare che 18 non è l’articolo, ma sono i tagli di tasse, in particolare si avranno sgravi dell’Irap per 6.5 miliardi e la totale sgravio per i primi tre anni tramite un contributo ad hoc sulle assunzioni a tempo indeterminato.

Nella bozza illustrata sembra che si voglia accontentare un po’ tutti: l’UE con la spending review, sempre l’ UE assieme a Confindustra ed ai lavoratori (ipotizzando che parte dello sgravio vada in busta paga) con il taglio del cuneo fiscale (al momento per i primi tre anni di lavoro), di nuovo Confindustria con la misura sull’Articolo 18, la Germania e l’UE per il rispetto del vincolo del 3% sul rapporto deficit PIL, i contribuenti in generale col taglio ipotetico di 18 miliardi alle tasse.

La misura più interessante e abbastanza chiara quantomeno nel contenuto è quella relativa all’azzeramento della contribuzione per i primi tre anni nel caso di assunzione di un giovane a tempo indeterminato. L’abolizione dell’articolo 18, che avrà ancora da essere visti i venti di guerra con la CGIL di Susanna Camusso che ha ipotizzato anche uno sciopero generale e con le fronde interne al PD, e lo sgravio per i neo assunti, nell’idea del Premier dovrebbero sollevare i datori (quelli in condizioni di farlo) da ogni alibi nell’assumere giovani. Evidentemente il provvedimento vuole andare nella direzione di ridurre la disoccupazione, obiettivo verso il quale vi è totale accordo tra BCE, UE e Stati Membri.

Il problema del lavoro, estremamente complesso, come sì è detto più volte, non si risolve con una singola misura, ma con un pacchetto “olistico” rivolto seriamente e concretamente alla crescita (LINK). Quello che Renzi ha proposto va più che bene come elemento facilitante, ma deve necessariamente essere inserito in un contesto dove sia possibile e profittevole la creazione di business e l’insediamento di attività produttive, dove insomma si facciano investimenti privati e pubblici.

Se sul lato del pubblico vi sono i vincoli europei da rispettare che impediscono ogni spesa seppur produttiva e seppur con ritorno nel medio periodo e vi è una incapacità quasi delittuosa nell’usare quei soldi disponibili (ed il caso dell’alluvione di genova ne è solo l’ultima dimostrazione LINK); sul lato del privato le cose non vanno meglio. L’Italia in questi hanno non è stata in grado di attirare un sufficiente numero di investimenti e tanti sono fuggiti assieme ad aziende costrette alla chiusura; le motivazioni sono quelle ben note e contro le quali dovrebbe lottare l’Esecutivo Renzi (ma in realtà ogni Governo): burocrazia (e Genova nuovamente ne è l’ultimo tragico emblema), incertezza normativa, fisco, giustizia e via andare nell’impietoso elenco. La misura del Premier, eccellente se verrà confermata, rischia di non avere gli effetti desiderati senza tutti quegli elementi al contorno dai quali non si può prescindere e che dovrebbero portare all’aumento del potere d’acquisto, all’aumento della domanda e di conseguenza della produzione con annessa richiesta di manodopera da parte delle aziende. Su tale direttrici ci si può muovere o tramite diminuzione drastica delle tasse in modo da aumentare i consumi, ma è estremamente complesso agire su tutti i potenziali consumatori evitando che maggiori consumi per alcuni vengano compensati da riduzione degli acquisti per altri (come è accaduto fino ad ora col bonus degli 80€; e neppure il TFR potrebbe essere risolutivo, visto che il Corriere da un sondaggio rileva che 2 intervistati su 3 preferiscono il gruzzolo a fine carriera come avevamo già ipotizzato: LINK) oppure investendo e creando lavoro e questo può essere fatto dal pubblico se non vi sono vincoli ad impedirlo e dal privato, se esistono possibilità di fare affari e ciò è possibile solo abbattendo le barriere esistenti. In ambedue i casi, considerando lo scenario di bassa inflazione persistente, con il supporto di una lungimirante politica monetaria della BCE. Pertanto è evidente come la decontribuzione per tre anni dei nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato (che nel caso di abolizione dell’Art. 18 sarebbe  una forma contrattuale comunque più debole di quella attuale e per tanto si potrebbe supporre che debba essere meglio remunerata almeno nella fase di minori tutele) sia un aiuto, ma da sola rischi di non essere sufficientemente “shockante”.

Non va poi dimenticato il contesto vigile dell’Europa che, relativamente alla legge di stabilità, vorrà verificare le coperture per ogni taglio di spesa e di tasse, così come vorrà comprendere precisamente e non solo a sommi capi, come spesso l’italianità porta a fare, la destinazione di ogni taglio di spesa della spending review che ricordiamo deve essere destinata alla riduzione del debito ed al taglio delle tasse.

Le dichiarazioni del rispetto del 3% sono sicuramente un elemento in favore dell’impegno italiano, ma esso potrebbe non bastare perché secondo la tabella di rientro sul rapporto deficit/PIL a fine 2014 avremmo dovuto attestarci al 2.6% (già il nuovo calcolo del PIL introdotto da Eurostat ci è venuto in soccorso per uno 0.2%) e perché abbiamo già rimandato al 2017 il pareggio strutturale di bilancio. Di buon auspicio vi è il silenzio della coppia Dijsselbloem-Katainen, presidente dell’Eurogruppo il primo e commissario UE ad interim per gli affari economici e monetari il secondo, rispetto agli intenti italiani, mentre è stata da loro sottolineata la condizione di difficoltà della Francia che con un rapporto deficit/PIL attorno al 4.3% andrà in procedura di infrazione.

A ribadire il fatto che l’Europa potrebbe richiedere una modifica alla legge di stabilità vi è anche Bankitalia sostenendo che molte delle misure sono difficilmente quantificabili a priori e che gli scenari futuri per i prossimi anni, ed in particolare per il 2015, presentano notevoli rischi al ribasso di tutti i parametri vuoi per le congiunture macroeconomiche assolutamente ancora non sanate, vuoi per le tensioni geopolitiche tutt’ora in corso. Le opzioni italiane qualora la UE richiedesse modifiche ed aggiustamenti potrebbero essere obbedire oppure mantenere quanto presentato ed eventualmente rischiare di incorrere nella procedura di infrazione, ma solo nella primavera 2015, guadagnando così alcuni mesi.

Complica ulteriormente la situazione una Germania ancora egemone la quale, nonostante gli ultimi dati non buoni relativi ad export, ordinativi e produzione industriale, vanta un surplus vicino al limite europeo del 6% (attorno ai 14 miliardi in valore assoluto) e che per bocca del Governatore della BUBA continua a ribadire come il rispetto del 3% sia fondamentale per la credibilità degli stati e quindi per la sostenibilità del loro debito sovrano che fu alla base della crisi finanziaria nel 2011.  Il Governatore avrebbe addirittura definito Francia ed Italia “Bambini Problematici”, prima di esternare le sue perplessità anche sul programma di acquisto di ABS della BCE (LINK). Tale atteggiamento e la circostanza di essere il maggior azionista di BCE e UE hanno fatto si che la Germania tenesse fino ad ora in scacco sia le politiche europee che quelle della BCE che pur nell’indipendenza statutaria dei loro mandati non possono non aver risentito dell’influenza tedesca. Come sostenuto dal politico tedesco Fischer, la Germania sta condannando i paesi del Sud e l’Europa tutta se non si convincerà a sostenere una maggior integrazione finanziaria ed un progetto simile agli Eurobond di condivisione dei rischi (cui abbiamo già parlato più volte). Del resto i dati deboli menzionati sopra mettono in luce il fatto che alla lunga della povertà dell’UE (maggior mercato per i prodotti tedeschi) non può non risentirne anche la Germania stessa.

Attendendo la conclusione della legge di stabilità italiana, la relativa reazione europea e sperando che Bruxelles e Berlino recepiscano la necessità di un cambio di approccio economico, il nostro paese ha la possibilità di sfruttare l’incontro Asem (Asia Europa Meeting), ed in particolare i bilaterali a margine, per raccogliere investimenti dall’estremo oriente, sempre molto attento ed interessato a i nostri settori Hih-Tech, TLC, Energia-Oil&Gas, Agricoltura, Lusso, Manifattura ad alto valore aggiunto poiché oltre alla qualità rappresentiamo un naturale punto d’ingresso al mercato europeo (ancora il più grande del mondo). L’atteggiamento italiano non dovrà essere assolutamente quello del mendicante, pur nella consapevolezza della necessità di reperire capitali e partner forti e globali, e dovrà perseguire risultati concreti senza eccessiva cessione di sovranità ed andando ben oltre la miriade di accordi e parternariati che la Cina in testa a tutti è solita stipulare con più di mezzo mondo. Dovrà quindi essere in grado di esporre un “prodotto” valido su cui investire e dovrà saper indirizzare l’investitore verso strategie di lungo termine, non toccate e fughe (che pure non sono nello stile cinese) pur senza cedere totalmente il timone di settori particolarmente delicati.

13/10/2014
Valentino Angeletti
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