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Il caso Azzollini mina (ancora di più) le fondamenta del PD

Il voto contro la carcerazione di Azzollini per l’accusa di concussione in merito alla crack da 500 milioni di € della clinica pugliese “Divina Provvidenza” (qualora non fosse stato ascoltato si sarebbe detto pronto “a pisciare in bocca ad una suora che gestiva la struttura”), è stato un episodio che ha certamente rafforzato il Governo, o meglio l’alleanza Renzi – NCD, e contemporaneamente ha indebolito ancora di più la struttura storica e l’ispirazione valoriale del PD, inteso come “Ditta bersaniana”.

Il Governo ne esce rafforzato, o quantomeno è stato scongiurato il rischio di ritorsioni del NCD durante i passaggi parlamentari o voti di fiducia, poiché il salvataggio di Azzollini, quota NCD appunto, ha confermato il legame Renzi – Alfano e, a ben vedere, ha dimostrato la necessità numerica per il Premier di poter contare sull’apporto del nuovo centrodestra, anche e soprattutto, per disinnescare alcune frange interne ai Democratici.

Internamente al PD, invece, l’indebolimento è evidente, ed è sottolineato dalla diversità di vedute dei due vicesegretari, Debora Serracchiani, ex bersaniana ed ora renziana di ferro, e Lorenzo Guerini. La prima si è detta arrabbiata e delusa dall’esito del voto, se fosse stata Senatrice avrebbe votato per l’arresto, ha dichiarato, mentre il secondo ritiene che l’aver lasciato libertà di coscienza sia stata la giusta scelta, visto che le carte processuali sono state consegnate ad ogni Senatore e che pertanto ognuno ha potuto elaborare una propria idea.
Nel PD però sembra che siano stati disattesi, per mantenere l’appoggio NCD, i concetti di valore etico e questione morale nella politica, tipicamente ascrivibili alla sinistra che fino a poco tempo fa voleva essere rappresentata dal PD. Inoltre il Partito Democratico ne esce indebolito anche agli occhi dell’elettorato, perché è stata data la netta sensazione del voler mantenere uno status quo di privilegio (anche la possibilità di opporsi alle decisioni del potere giudiziario sono tipiche esclusivamente della politica) che prevarica la legge e la magistratura. In altre parole la classica sensazione che, al di là di tante belle parole ed intenti encomiabili, alla resa dei conti, quando v’è da dimostrar il verbo con la sostanza, non vi siano reale volontà ed interesse di una virata verso la rettitudine.

In Sede parlamentare poi, pur considerando che la nascita del movimento filo-governativo per le riforme, ALA di Verdini, nonostante crei malcontento nei Dem, conferisce ulteriore margine al Governo Renzi, si attendono aspre battaglie con la minoranza interna. Non sono le opposizioni esterne, ma il PD stesso quello che più può far vacillare il Premier ed il Governo. Per garantirsi la copertura parlamentare di NCD ed ALA, oltre al garantismo, senza se e senza ma, nei confronti di Azzollini, le riforme (sia costituzionali che economiche) dovranno avere un certo stampo (ed infatti fino ad ora il NCD è riuscito ad ottenere la realizzazione di punti tipicamente parte del proprio programma, nonostante i numeri elettorali non dessero loro alcuna speranza di farsi valere), che difficilmente potrà essere condiviso dalla minoranza DEM di Bersani, Cuperlo, D’Attorre, Gotor ecc.

Risulta chiara, e Uscita di Verdini in favore del Premier, la deriva centrista, sui programmi e sulle questioni etiche e morali, del PD, andando così a snaturare quelli che sono stati i suoi capisaldi fino a qualche gestione fa.

Il bivio è sempre il medesimo per gli “intrusi” di questo moderno PD, multinazionale, multi facce e decisamente “general purpose”: o essere relegati all’insignificanza nascondendosi dietro l’illusione di voler/poter cambiare le cose internamente, imponendo una qualche linea di pensiero, ma dando tanto l’impressione di un legame indissolubile con lo scranno (anch’esso così mal visto da alcune ideologie di sinistra), o rischiare “di tasca propria” e cercare di portare avanti, sicuramente altrove, le proprie idee.
Come recita un famosissimo film: “pillola rossa o pillola blu?”.

30/07/2015
Valentino Angeletti
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Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto

NazarenoLa premessa da tenere a mente e che ormai avremmo dovuto imparare a far nostra, è quella che nella politica nulla ha contorni chiari e definiti e tutto può essere assai differente da come appare. Le risposte e le letture più ovvie, semplici e talvolta scontate possono essere fuorvianti ed in ultimo smentite da fatti non ponderati precedentemente, parimenti è altresì vero che  spesso, come vuole il dicotomico metodo del rasoio di Occam, le soluzioni e le letture più semplici son quelle che poi si rivelano corrette. Questo per dire che niente è scontato e che la politica, in Italia a maggior ragione, può riservar sorprese sempre e comunque tanto i rapporti tra le forze e le strategie sono come le geologiche zolle tettoniche, mutevoli e semoventi, che quotidianamente, benché di pochissimi ed impercettibili frazioni di millimetri, scivolano l’una sull’altra.

Non fa eccezione la rottura sul patto del Nazareno. Lo strappo attorno alla metodologia utilizzata per l’elezione del Presidente della Repubblica è ritenuta una ferita insanabile da parte di Forza italia, tanto che le reazioni interne sono state veementi. Per tutta onestà va ricordato che fin da subito Renzi aveva escluso l’elezioni Quirinalizie dal perimetro del Nazareno, mentre FI, annoverando le elezioni Presidenziali tra le riforme istituzionali, anzi, la riforma istituzionale per eccellenza, ha sempre ritenuto il confronto e la scelta condivisa del nome tra FI e PD di Renzi un elemento fondamentale del Patto, rendendosi disponibile a sostenere un candidato vicino al PD purché inserito nella loro rosa di proposte.

In FI le divisioni già evidenti si sono ulteriormente acuite, Fitto spinge per lo scioglimento dei vertici del partito in modo da ricominciare da zero con nuove modalità di nomina della classe dirigente, sia un’elezione primaria oppure un nuovo congresso, mentre è il consigliere politico di Berlusconi, Toti, a confermare la sospensione o rottura del Patto, sostenuta con toni più pacati anche da Romani che pur mantiene possibile il supporto di FI alle riforme necessarie, tutte dal suo punto di vista. Romani quindi confermerebbe un sostanziale mantenimento in vita del Patto. Sorprendenti sono state invece le dimissioni avanzate da membri storici e fondatori del partito di Berlusconi, quali Brunetta e lo stesso Romani, dimissioni che sono state poi respinte dallo stesso Silvio Berlusconi.

La prima domanda da porsi, proprio tenendo a mente quanto detto inizialmente, è se il Patto Nazareno sia davvero rotto o o se invece sia solo un bluff da parte di FI per cercare di dare l’impressione, incassata la sconfitta del Colle, di un maggior potere negoziale nella trattativa con Renzi e con il Governo? Del resto è innegabile che il supporto dei voti di Berlusconi siano stati decisivi per il passaggio in aula di alcune riforme, tra cui l’Italicum. Con tutta probabilità FI vaglierà ogni riforma, ma potrebbe continuare a garantire il suo supporto ben conscia com’è che in questo momento la sua forza, parimenti al suo elettorato, è ridotta se non all’osso al tessuto connettivo immediatamente prossimo e che una sua uscita dal Nazareno, rendendola inquadrabile come fattore impediente per le riforme, darebbe adito alla facile critica nei confronti dei suoi membri di voler bloccare un paese che invece ha la necessità immane di progredire riformandosi presto e soprattutto bene. Berlusconi è troppo furbo e di esperienza per non aver valutato simili conseguenze.

Supponendo invece una definitiva rottura del Nazareno chi avrebbe la meglio e chi invece la peggio? La risposta è complessa, ma è possibile fare un’analisi.

Ad uscirne indebolita, checché ne dicano i suoi componenti, è FI. Ha perso una posizione quasi di Governo e, considerando il risanato legame tra Renzi e l’ala del PD che guarda più a sinistra, anche le condizioni che può avanzare, i veti che può opporre ed i voti che può precludere al percorso delle riforme sembrano meno incisivi che in passato.  In aggiunta a ciò il tessuto del partito risulta molto precario andando a toccare anche i le basi storiche del partito.

In situazione neutrale si trova NCD, forse leggermente in miglioramento proprio in conseguenza all’indebolimento di FI. La sua posizione rimane comunque minoritaria ed Alfano, considerando anche i voti che la nascitura formazione di Corrado Passera, “Italia Unica” drenerà da NCD, non può che essere soddisfatto della rappresentanza in termini di ministri che continua ad avere allocati nel Governo.

Il PD va diviso in PD di Renzi ed ala più a Sinistra, cosiddetta minoritaria. Per il “PD-minoritario” si apre l’opportunità di avere un margine di trattativa più ampio nei confronti di Renzi che adesso dovrà confrontarsi e prestare maggior ascolto alle richieste di questa parte dei Democat. L’elezione del Presidente Sergio Mattarella ha ristabilito un certo equilibrio ed una certa fiducia interna nonostante qualche attrito sulle riforme permanga ed è proprio su queste che Renzi probabilmente si vedrà costretto a cedere qualche metro, come del resto potrebbe dover fare sulle tematiche più in bilico anche con SEL, che dunque riconquista un po’ di centralità.
Vi è in ultimo il PD di Renzi, quello di Governo. La sua posizione rimane dominante, può in un certo senso non curarsi troppo delle dichiarazioni e delle azioni di FI sul Nazareno, anche se le esternazioni di suoi primi esponenti come Lotti Luca o Serracchiani Debora dovrebbero essere più pacate perché se è vero che anche senza FI è possibile per il PD approvare le riforme, dall’altro lato è altrettanto vero che si renderà necessario un maggior dialogo ed una maggior apertura verso le richieste della minoranza PD e di SEL. Questo comporterà indubbiamente un cambio di strategie, meno vicino ai requisiti richiesti da NCD e FI, in tema di legge elettorale, legge sul lavoro e diritti civili (tematiche in cui è estremamente competente ed in cui può, e ci auguriamo che lo faccia, entrare nel merito il Neo Presidente Mattarella). Tal circostanza non è che sia drammatica per il Premier, non sono i dettagli dettati dalle minoranze ed impensierirlo nel percorso delle riforme, una concessione a FI, al M5S che valuterà il suo supporto di volta in volta od una alla minoranza PD/SEL al fine di far approvare una riforma poco cambia dal suo punto di vista. L’obiettivo è correre incessantemente senza fermarsi, potendosi così fregiare di aver ottenuto l’approvazione di Camera e Senato. Quali siano le ultime decine di voti necessari è di secondaria importanza visto che mediaticamente il loro risalto è infinitesimale rispetto al fatto di aver ottenuto voto parlamentare favorevole. Ovviamente i mutati rapporti di forza dovranno far mutare approccio al Premier orientandolo alla riconquista degli elettori più sinistrorsi e drenando il M5S, anch’esso sempre meno solido e sfaldato dalle fuoriuscite ed espulsioni come da un atteggiamento prettamente ostruzionista e poco costruttivo. Il prezzo da pagare potrebbe dover essere una perdita di voti lato centro e centro destra che comunque sono stati e rimangono importanti nel portfolio del Governo; da questo punto di vista arrivano in soccorso al Premier fiorentino le divisioni interne a FI e la sua perdita di credibilità, così come la nascita della formazione Italia Unica di Corrado Passera che, in quota ancora ignota, andrà per forza di cose a sottrarre voti alla stesse FI ed NCD.

In sostanza anche in questa situazione il Premier può far spallucce e correre, eventualmente le elezioni anticipate non spaventano anzi ora meno che mai vista la cresciuta inconsistenza degli avversari. Il Guitto Fiorentino può muoversi camaleontico nella scena politica italiana, giocando in casa come sotto la cupola del Brunelleschi all’ombra del campanile di Giotto, traendo vantaggio da ogni situazione come è topico per chi è già collocato in posizione di netto vantaggio forte per giunta dell’assenza di avversarsi tali da poter recare una preoccupazione che non sia poco più di un grattacapo.

04/02/2015
Valentino Angeletti
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