Archivi tag: PD

Elezioni 2018, tracollo del PD: esiste un perché?

Conclusasi la fase di voto, spoglio ed elaborazione dei risultati, non possiamo dire archiviato, anzi, durerà a lungo, il periodo “elettorale”, intendendolo, ad ampio spettro, come transizione verso un nuovo Governo.
Sicuramente uno dei risultati che più hanno segnato lo spoglio e le susseguenti analisi, è stato il tracollo del PD, benché complessivamente sia ripartizione che entità delle percentuali non fossero così difficili da pronosticare.
La chiave di lettura di un tale epilogo è, a mio avviso, legata all’anima che ha dominato il PD in questi ultimi anni, ossia il Segretario Matteo Renzi. Il leader democratico si è sempre posto in modo molto netto in una posizione in cui o si era con lui e contro, o lo si ama o lo si odia, di tale atteggiamento non ha neppure fatto troppo segreto.
Inizialmente, ricordiamo le europee di qualche anno fa, fu premiato da un 40% perché il suo parlare, anche in modo violento con il conio del neologismo “rottamazione”, di rinnovamento della classe politica ed assoluta necessità di una nuova classe dirigente e di leader, aveva fatto breccia nel cuore degli elettori, sia del PD che dei più orientati a destra. Va oggettivamente ammesso che non si poteva dare assolutamente torto a quel proposito, in un paese in cui l’età media della politica era (e rimane) la più alta tra i paesi UE.
In seguito, il suo atteggiamento ha portato a numerose fratture all’interno del partito con la sinistra più radicale e con i sindacati, citiamo a titolo esplicativo il JOBS ACT e l’abolizione dell’articolo 18, che lo hanno accusato di portare avanti un programma politico troppo lontano dagli ideali fondanti il PD e vicino ai poteri cosiddetti di sistema.
Nell’ultimo periodo, ed i risultati referendari ne sono stati prova eclatante, la sua impostazione ha cominciato a non pagare più. Matteo non ha compreso questo nuovo vento di malcontento ed ha insistito, amplificandolo addirittura, il suo posizionamento come persona che o si odia o si ama, portando alla creazione dei LEU, l’ala più radicale dei fuoriusciti dal PD.
Il 19% e spiccioli racimolato dal PD di Renzi, sono la prova evidente che l’elettorato ha deciso di odiarlo, e con lui ha deciso di odiare tutto il centro sinistra a cui si può senza dubbio imputare di non essere stato coeso tanto quanto un centro destra sempre duro a morire. Tanti voti dal PD, assieme ai molti che nelle precedenti elezioni si erano astenuti, sono andati al M5S ed alla Lega, i veri vincitori nonostante il buon lavoro del Premier Gentiloni che ha pagato lo scotto di avere Renzi, il segretario, alle spalle, mossi dal medesimo sentimento che aveva mosso i votanti di Renzi della prima ora: la voglia di rinnovamento, discontinuità ed in parte opposizione rispetto al sistema.
Adesso attendiamo di vedere che alleanza si configurerà, i sostenitori del M5S si attendono cambi epocali, reddito di cittadinanza ed abolizione/modifica della Legge Fornero, e come deciderà di muoversi il Presidente Mattarella, che di certo, da veterano della politica, non avrà certo non previsto lo scenario in essere.

06/03/2018
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Annunci

Primarie PD: una sconfitta mascherata da vittoria?

Il primo importante passo del PD verso le elezioni amministrative di primavera si è concluso ed ovviamente è rappresentato dalle primarie che si sono tenute nel weekend scorso in alcuni importanti comuni. Contemporaneamente si apre il lungo cammino della compagna elettorale che ci accompagnerà fino all’election day.

Sfogliando i risultati si direbbe che la vittoria della frangia governativa del PD, in altri termini dell’ “apparato” renziano, sia lampante: a Roma Giachetti ha vinto su Morassut con circa il 60% di preferenze, a Napoli si è imposta la giovane Valente battendo la vecchia guardia rappresentata da Bassolino, a Trieste l’uscente PD, il filogovernativo Cosolini, ha confermato la sua candidatura anche per la prossima tornata del capoluogo friulano. Ed infatti sono questi i dati che fanno cantare vittoria ad Orfini benché tale affermazione sia in palese contraddizione con quelli che erano gli obiettivi dichiarati prima delle primarie, ossia puntare ad una grande partecipazione e poi, qualunque fosse il vincitore, fare gruppo per sostenerlo unitamente.

Considerando Roma, che sarà la vera prova del nove per Renzi, sia per Morassut che per Giachetti, sia per Orfini che per il Premier stesso, la soglia minima da raggiungere per non considerare queste primarie un fallimento (testuali parole) era 70’000 votanti, con l’auspicio di superare i 100’000 che parteciparono all’elezione di Marino; la scorsa domenica invece, il conteggio si è fermato a poco meno di 50’000. I 25 – 30 mila voti incassati da Giachetti sono praticamente un quarto di quelli (80’000) ottenuti da (il fu) Marino.

A rincarare la dose c’è stato anche testa a testa a Napoli, dove l’affluenza non ha rappresentato un problema, ma che non sottolinea una dominanza renziana in terra partenopea, alla luce anche del seguito grillino, e soprattutto, come ogni primaria degna di tale nome, all’ombra di brogli che qualche ora fa si è abbattuta sulle primarie sotto il Vesuvio: alcuni filmati (resi pubblici da fanpage.it) proverebbero che persone sono state indirizzate al voto alla Valente, fornendo loro anche l’Euro di contributo al partito.

Tornando alla capitale, la bassissima affluenza denota in primis una disaffezione per la politica, e già ne avevamo contezza, ma anche per il PD. Le periferie, quelle che una volta rappresentavano la base dei democratici e la sede dei principali circoli, non hanno votato, o se lo hanno fatto si sono apertamente (non mancano interviste in merito) schierate per Morassut, l’unico, a detta loro, rappresentante della vera sinistra, non quella “invisa” con patto del Nazareno, con Verdini, col partito della Nazione. La borghesia bene, già di stampo democratico, ma anche quella più centrista e democristiana non disprezzante le posizioni filo centriste e destrorse più volte assunte ufficialmente dal Premier, ha probabilmente sostenuto il candidato indicato da Renzi, il radicale Giachetti.

Dai sondaggi è possibile estrapolare la conclusione che molti degli storici elettori del PD andranno a rimpinguare le file degli astensionisti o dei delusi che si rivolgeranno, come ultima ratio, al M5S. Di questo fatto, al momento verificabile per la città capitolina, ma facilmente ampliabile su scala nazionale, il PD, e Renzi primo tra tutti, dovrà tenere conto in vista di un sempre più probabile ballottaggio col movimento ispirato da ispirato da Grillo, ma anche con lo sfasciato CDX, che se si unisse in una coalizione, ipotesi decisamente rara, sarebbe il primo partito di Roma e, con tutta probabilità, d’Italia.

Ad alzare ulteriormente il livello di complessità della vittoria all’eventuale ballottaggio tra PD e M5S, contribuisce anche la situazione economica che vede una Europa nuovamente, anche se con piglio più amichevole e meno nordico, alle nostre calcagna, ricordandoci come la flessibilità che richiediamo sia già stata usata e che i parametri di deficit e debito non sono migliorati come invece avrebbero dovuto, benché vengano riconosciuti alcuni passi avanti sul fronte di riforme e lavoro. Questo fatto, unito alle irrisolta crisi migratoria, si rispecchia nel nostro paese con un pericoloso incrementare del degrado di alcune periferie cittadine e con la situazione economica di molte famiglie che non riescono a fronteggiare le spese giornaliere, incluse quelle sanitarie, spingendo così molte persona a trascurare la propria salute.
Oltre che a lavorare su riforme economiche che possano portare benefici immediati all’ex ceto medio che ha perso la vocazione democratica, il Governo Renzi deve necessariamente lavorare ad una chiara idea di partito e puntare o al ritorno alle origini cercando di recuperare consensi a sinistra, oppure, con l’obiettivo di ampliare il bacino elettorale di centro e di centro destra (i cui elettori sono sempre più spaesati) guardando al partito della nazione, come conseguenza del patto della nazione e degli accordi con ALA di Verdini. Analogamente anche la frangia del PD più orientata a sinistra dovrà decidere “cosa fare da grande”.

L’attuale situazione del Partito Democratico di “né carne né pesce” è molto probabilmente di grande vantaggio per il M5S e, cosa assai peggiore, d’incentivo all’astensione.

08/03/2016
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Primarie a Napoli: interrogativi e dubbi sulla classe dirigente renziana

I tragici eventi sul fronte degli esteri e la tensione sempre crescente, ormai una preoccupante costante, nelle zone del medio oriente, hanno distolto l’attenzione dalla politica interna, che in questa fase riporta in auge i rapporti di forza e le modalità di selezione della classe dirigente del PD.

Il nuovo episodio della soap opera interna ai Dem, riguarda questa volta la candidatura alla corsa verso Palazzo Giuliano, quindi il candidato ufficiale PD come sindaco di Napoli. Spontaneamente Antonio Bassolino ha presentato il suo nome per concorrere alle primarie di partito. Lui stesso si definisce un politico di vecchio stampo, non un novizio, ma un professionista navigato, che ha però saputo rinnovarsi ed aggiornarsi ai nuovi mezzi comunicativi e agli scenari politici, economici e sociali coi quali è necessario confrontarsi nell’epoca contemporanea.  Non a caso, nonostante una non più giovane età ed una consolidata militanza nel PCI e nel PD della vecchia guardia, non nasconde il suo sostegno a Renzi. Il punto da dirimere, è stabilire cosa o chi sia il nuovo e quali caratteristiche debba avere. Sicuramente se il requisito anagrafico fosse tra i vincolanti, Bassolino non rientrerebbe tra le novità, se invece, come sarebbe auspicabile, fossero le idee e la loro valutazione da parte della base elettorale a dominare, allora anche Bassolino potrebbe, chissà, giocarsi le proprie carte.

Pur non volendo giudicare la persona in se, non ha torto l’ex sindaco ed ex presidente di regione quando dice che ha deciso di presentarsi a seguito della valutazione e dei miglioramenti fatti negli ultimi anni dalla città di Napoli, miglioramenti inesistenti. Non è neppure biasimabile il ragionamento secondo cui se primarie aperte devono essere, come del resto furono quelle che portarono Renzi a subentrare a Bersani alla segreteria del PD, allora la partecipazione deve essere concessa a tutti, ed a poco valgono le lamentele di Renzi e delle sue prime linee che non vedrebbero in Bassolino un candidato sostenibile. Alle primarie l’unico sostegno di cui vi è bisogno, è  quello della base dell’elettorato del PD, una base storica e che, forse, valuterebbe di votare nuovamente Bassolino come rappresentante per un probabile ballottaggio. Al momento i sondaggi danno una corsa aperta a M5S, De Magistris, FI (solamente in un CDX unito) e PD. Del resto, molti dei voti su cui Renzi fonda il suo elettorato provengono da appartenenti al Centro o al CDX delusi, che non votano alle primarie PD, così come in Parlamento Renzi ha necessità, di volta in volta, di appoggiarsi a gruppi differenti, non infrequentemente di altra parte politica (NCD, Verdianiani ALA, talvolta anche FI, etc), una maggioranza mobile, l’abbiamo definita più volte.

Facile notare, come accadde di frequente in passato, che una simile circostanza porta discussioni e dissidi interni ad un partito sempre più frastagliato e dal quale, seppur lentamente e molto in ritardo, hanno iniziato ad uscire nomi storici. Dopo i casi della Puglia, del Veneto, della Liguria, della Campania (per la presidenza di regione), i noti fatti laziali, di Roma e della Sardegna, che oggettivamente, con modalità differenti, hanno visto sconfitte le personalità direttamente sostenute da Renzi, il Premier dovrebbe ragionare sul concetto che ha voluto dare al termine “rottamazione” e soprattutto chi ha presentato come “il nuovo che avanza”. Se i nuovi renziani possono comprensibilmente essere indigesti alla vecchia guardia, che si è vista esautorata dalla storica predominanza, così non dovrebbe essere per l’elettorato, che, al contrario, si è mostrato critico, con le parole e soprattutto coi fatti, nei confronti dei più o meno giovani renziani, rispetto agli “operai della PDitta” stessa.

Un passo fondamentale per il PD in vista delle prossime amministrative, dal sapore di test nazionale, dove i democratici sono avvantaggiati soprattutto dall’assenza di reali concorrenti, sarà quello di capire a quale elettorato vogliono rivolgersi:

  • alla base storica? Ed allora potrà essere utilizzato il metodo delle primarie aperte per la definizione del candidato ufficiale.
  • Ad un elettorato trasversale (come fatto fino ad ora e dando il sentore di puntare ad una “centrizzazione” del partito verso un grande gruppo centrista)? In tal caso il meccanismo delle primarie aperte, che portarono Renzi alla vittoria, non sono più adeguate rispetto ad una nomina diretta proveniente dall’alto: dal domino maximo.

Due scelte dai significati estremamente differenti ed ulteriore elemento di ragionamento e riflessione all’interno del Partito Democratico.

26/11/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

DEF: ammiccamento al CDX con critiche bipartisan, in attesa di Bruxelles

Definita la prima versione “consolidata” della legge di stabilità o Ex Finanziaria, al secolo DEF, ovviamente divampano le contestazioni e le polemiche. Come spesso accade, anzi in questa circostanza più di altre volte, il malcontento sembra essere bipartisan, proviene dai sindacati, dal centro sinistra, dagli industriali, ma anche dal centro destra, che in ogni caso è l’unico ad aver manifestato condivisione ed approvazione rispetto ad alcuni provvedimenti, i quali senza timore di smentita, possiamo annoverare con tutta tranquillità tra quelli che furono cavalli di battaglia del precedente leader di FI, Silvio Berlusconi. Facile intuire il riferimento all’abolizione totale dell’IMU sulla prima abitazione ed all’innalzamento della soglia di uso del contante, portata da 1’000 a 3’000 euro. Nonostante ciò il governatore della Liguria, Giovanni Toti, rappresentate di FI, non ha lesinato critiche asserendo che la manovra non fa altro che dare da una parte, togliendo dall’altra, per un bilancio complessivo non certo favorevole alle tasche del cittadino.

Da parte dei Sindacati, e la minoranza Dem è sulla stessa lunghezza d’onda, arriva la delusione più profonda, innanzi tutto per i bassi aumenti ai dipendenti statali, che malapena raggiungono i 5 euro lordi al mese, ma soprattutto per l’incapacità del Governo, ancora una volta, di mettere una pezza alla riforma delle pensioni, che di fatto non rientra in questo DEF e che, secondo il Governo, verrà affrontata nel 2016, ma pare senza modifiche sostanziali dell’impianto Fornero, introducendo solo la possibilità di Part Time anticipato. Ciò non risolve il problema di tutti coloro che si sono trovati, nel giro di pochissimi mesi, dall’avere l’età pensionabile distante pochi mesi, al vedersela spostata avanti di svariati anni (5 – 7) e che adesso non sanno nè quando andranno in pensione, nè con che remunerazione. Questa condizione di incertezza getta coloro che sono alle prese con lavori più impegnativi o stancanti, sia dal punto di vista fisico che mentale, in un grande sconforto che rasenta la depressione (e parlo per testimonianze personali, non a caso), aggravata dalla potenziale decurtazione dell’assegno previdenziale (spesso già insufficiente per vivere) in caso di ritiro anticipato, ancora non possibile. Se è corretto far valere il principio di “percepire quanto versato nella vita lavorativa”, è anche vero che non si può imporre a coloro che, incolpevoli, hanno versato quello che, secondo norme di legge vigente all’atto dei versamenti, andava versato, una così profonda revisione dei regolamenti e dei meccanismi tale da ridurre le pensioni del 30 – 50% su potenziali cifre lorde di 1’000 euro o poco più. Non viene risolto neppure il problema degli esodati, anch’essi in un frustrante limbo. Sempre i sindacati poi sono assai contrari all’abolizione dell’IMU sulla prima casa, dicendo che sostanzialmente vengono agevolati i ricchi ed i detentori di ville e castelli, rispetto a coloro che hanno dimore modeste e che spesso risultavano già esenti da IMU (almeno prima della riforma in vigore attualmente). Dello stesso avviso risulta l’Ex Premier e professore in Bocconi, Mario Monti, il quale ha asserito che abolendo l’IMU è stata tolta una sorta di patrimoniale presente in tutta Europa, utile, progressiva e realmente equa nei confronti dei contribuenti, e da questa comunanza di vedute “Sindacato – Monti”, si capisce come sia impossibile in questa fase politica discernere con chiarezza chi sia e si comporti secondo principi di CSX e chi secondo quelli di CDX, di certo questa manovra assurge più a documento ascrivibile ad una forza affacciata a destra. In questa sede non si ritira quanto ribadito a più riprese sull’imposta sulla prima casa, ossia, che previa revisione del catasto, essa rimanga indispensabile ed utile ai fini del bilancio pubblico e dell’equità sociale, soprattutto in presenza, come siamo da anni, dell’incapacità politica di aggredire  una spesa pubblica eccessivamente corposa in relazione alla qualità di alcuni servizi e sbilanciata verso entità inutili (da ministeri che comunque avranno budget decurtato, fino a partecipate pubbliche, enti regionali e provinciali ecc, ecc). Altro provvedimento “divisivo” e rigettato dai sindacati, è l’aumento dell’uso del contante a 3’000 euro, dai 1’000 precedenti. Secondo le associazioni sindacali la misura non farebbe altro che agevolare l’evasione e l’elusione, opinione condivisa dal Governatore di Bankitalia e dalla minoranza Dem. A opione di chi scrive, come si disse all’articolo ivi segnalato, questa aumento avrà effetto sostanzialmente nullo, sia dal punto di vista dell’evasione che dei consumi. Le frange interne dei Democratici sono allineate alle motivazioni di critica alla manovra avanzate dai sindacati, differenti invece, all’interno della stessa frangia Dem, sono le modalità di dissenso: da un lato Alfredo D’Attorre, pronto ad uscire per raggiungere Fassina, dall’altro i soliti, inossidabili, sostenitori della Ditta che fino ad ora, per non voler essere causa di scissioni, hanno sempre accettato le condizioni dettate dal premier, si tratta di Cuperlo, Speranza, Bersani, assolutamente contrari all’impianto della manovra e disposti, a parole, a non votarla.

Sul fronte del CDX le maggiori critiche sono rivolte ai tagli agli enti comunali, pari a 600 milioni circa, ma tutto sommato, nonostante le critiche dovute più ad una presa di posizione che ad un dissenso reale, il CDX (in particolare FI) può dirsi soddisfatto. In questa legislatura ha ottenuto la rimozione dell’IMU,  l’aumento a 3’000 euro dell’uso dei contanti, l’abolizione dell’articolo 18, risultati che neppure il leader Berlusconi, nonostante li abbia fortemente cercati, non fu in grado di mettere in cascina.

Anche per Confindustria, ridimensionando una prima analisi positiva del presidente Squinzi, la manovra è poco coraggiosa: mancano i necessari investimenti in crescita, v’è un taglio del 50% degli sgravi per le assunzioni e non è presente sufficiente interesse per il sud, al quale avrebbe dovuto essere dedicato un master plan ad hoc, ma ancora sconosciuto. A fare da cassa di risonanza a questa posizione è stato il raduno dei giovani di Confindustra tenutosi a Capri.

A difesa del provvedimento di innalzamento all’uso dei contanti, proprio da Capri, si è schierato il ministro Padoan, che afferma la certezza che ciò non avrà impatti negativi sull’evasione ed a riprova di ciò porta l’esempio degli altri paesi UE, dove a detta del ministro non v’è correlazione tra limite al contante ed evasione. Andrebbe però fatta notare a Padoan la grande correlazione che c’è tra uso della moneta elettronica ed evasione e tra valore del PIL e scarso uso del contante. Il confronto sarebbe impietoso, infatti a PIL maggiori corrisponde basso uso del contante ed a frequente uso di moneta elettronica corrisponde bassa evasione. Sarebbe bene istruire gli italiani all’uso delle carte di pagamento, i quali, una vota appurata e testata la loro semplicità e comodità, probabilmente, a prescindere dai limiti ai contanti, difficilmente torneranno indietro all’uso delle banconote, come accade nei paesi più progrediti del nord Europa. Il Premier sostiene l’impianto di una manovra che dal suo punto do vista riduce le tasse, agendo con giustezza ed equità, senza dover per forza di cose essere ricondotto alla destra o alla sinistra. Come detto sopra, una maggior vicinanza al centro destra è comunque innegabile. Che siano presenti elementi positivi non può essere negato, ma l’eventuale riduzione delle tasse centrali deve essere rapportata agli aumenti che potrebbero apportare gli enti locali a seguito dei tagli presenti; come al solito potremmo essere di fronte ad una ben nota “partita di giro”.

Il DEF adesso dovrà passare le forche caudine dell’UE, che ha già bocciato la legge spagnola. Il Premier, con la sua proverbiale “spavalderia” nel parlare entro i nostri confini, dice che riproporrà la manovra tal quale, fino a che non verrà approvata, nel mentre punta ad ottenere ulteriori 0.1-0.2 punti percentuali di flessibilità per la tragedia dei migranti (che infondo, in questo frangente, hanno la loro utilità). Forse il complesso della legge di stabilità non verrà bocciato, ma è difficile pensare ad un totale silenzio da parte di Bruxelles, visto l’alto deficit presente, il basso peso degli investimenti, il taglio dell’IMU, imposta sul possesso sulla quale l’UE ha suggerito di spingere, le numerose coperture basate su stime incerte (evasione, volountary discosure etc) e non troppo care alla Commissione, la riduzione di oltre il 50% dei tagli alla spesa (spending review che passa da 17 a 10 ed ora a 5 miliardi).

Attendendo il responso dalla capitale Belga, non è difficile ipotizzare che, qualora siano evidenziati  punti di attenzione, il Premier, che comunque può vantare dati economici in lieve miglioramento, parlerà con tutt’altro vigore e tono rispetto a quanto fatto qui in Italia.

18/10/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Riforma Costituzionale: la contraddizione tra il proposito e l’azione

Indubbiamente la vicenda che più ha sparigliato le carte nella scena politica degli ultimi mesi, è stata la trasmigrazione di Verdini, con al seguito una decina di suoi stretti e fidati uomini. L’azione ha sorpreso il centro destra, poiché l’alleanza e l’amicizia tra Verdini e Berlusconi è storica, sembrava inossidabile, una simbiosi omozigotica. Altresì ha sorpreso anche il Centro Sinistra perché il PD si è sempre scagliato contro Verdini, principalmente per via delle sue pendenze giudiziarie, ed ora se lo trova quasi alleato. Dennis Verdini ha fin da subito manifestato la sua intenzione di supportare il Governo nel percorso delle riforme, entrando di fatto nell’area di maggioranza, pur continuando a sostenere di non aver nulla a che spartire con il PD e/o con la maggioranza. Il senatore toscano, ex macellaio e veterano della politica, non nasconde il suo sogno, neppure troppo remoto, di poter creare un’area centrista di grandi dimensioni, che ricalchi quella che era la vecchia DC. Parte di questo progetto consisterebbe anche nel coinvolgimento di Renzi, allontanandolo dall’ala più radicale del partito democratico, separazione già da tempo in atto, sicché il lavoro di avvicinamento ai verdiniani non è stato particolarmente ostico o nascosto.

L’uscita di Verdini con suoi 10 adepti ha indebolito ulteriormente un CDX che stenta a trovare un'”anima” ancor prima che un assetto minimamente stabile o un programma anche lontanamente condiviso, ed ha, al contempo, rafforzato Renzi che può dormire sonni più tranquilli, almeno fino a quando Verdini non passerà alla cassa avanzando richieste per il suo sostegno, e contare su una decina di persone che potrebbero controbilanciare eventuali mal di pancia interni al PD e manifesti, non in sale ospedaliere, ma in sede di voto parlamentare.

Effettivamente, nonostante Verdini avesse fin da subito sostenuto le riforme di Renzi (ma vista la lungimiranza e astuzia del soggetto potrebbe aver pianificato tutto in largo anticipo), i suoi voti, durante le ultime votazioni parlamentari sul DDL Boschi, sono stati assolutamente utili in un contesto ove non è stata in ogni caso raggiunta la maggioranza assoluta dell’Emiciclo. Le forze di Governo tendono a minimizzare, ma i numeri dicono tutt’altro e sanciscono, se non la necessità, l’estrema utilità del gruppo di Dennis.

Mentre la minoranza Dem si mostra offesa da questa nuova esplicita sinergia, ricordando il titolo de L’Unità (ad oggi giornale di partito del PD che elogia ogni accordo per le riforme) del 23 settembre 2010:

UNITA-23-sett-2010

Renzi si difende dicendo che è un bene assoluto che le riforme vengano approvate con la più ampia maggioranza, a maggior ragione quelle costituzionali. Su tale affermazione non si può biasimare il Premier. La costituzione, nel migliore dei mondi politici, dovrebbe essere modificata con la totalità dei consensi, essendo il fondamento dell’educazione civica, della forma di governo, della stessa politica, e puntare indiscriminatamente al bene del paese e dei cittadini, a prescindere dal fatto che a governare sia questa, o quella forza politica. Ricordiamo che i pardi costituenti che si misero a redigerla, avevano estrazioni politiche totalmente differenti ed antitetiche e  proprio dalla pluralità di visione venne arricchite e trasse beneficio ed imparzialità la Carta Costituzionale.

Quella di Verdini invece non sembra una mossa intenzionata al bene del paese, avendo asserito che appoggerà le riforme, in modo totalmente generico, quasi indipendentemente che siano esse ben strutturate o meno. Sembrerebbe proprio una mossa di scambio, la ricerca di una posizione o di un tornaconto, che potrebbe risiedere, ad esempio, in una impostazione “particolare” della riforma della giustizia. Lo stesso Renzi , che afferma l’importanza della condivisione delle riforme costituzionali, non pare animato da cotanto fervore nel rispettare tal principio, in quanto procede a colpi di maggioranza, fiduce e votazioni ed incassa vittoria risicate, nell’intorno dei 160 voti al Senato.

La contraddizione tra il proposito e l’azione è evidente, e non sta nel fatto di voler, legittimamente, modificare la Costituzione con una ampia maggioranza, ma nel come lo si sta facendo, nelle modalità con le quali si affronta un passaggio delicatissimo per il paese, nelle scene da saloon che si susseguono nell’Emiciclo. Chiedere da parte dei cittadini un poco di responsabilità in più non solo è legittimo, ma pare un dovere civico.

07/10/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Politica: tra riforme del Senato e dell’Italicum. Economia: tra dati interni e trend globale

Queste poche settimane dalla riaperture dei lavori parlamentari, dopo la lunga pausa estiva, paiono essere quelle più delicate per la legislatura.

Si pensava che, come accaduto in successione ai Governi Berlusconi, Monti e Letta, fossero le questioni economiche a poter mettere in crisi l’Esecutivo, anche alla luce del fatto che, nonostante le ormai note congiunture macro favorevoli, ma al contempo transeunte, costituite dai QE di Draghi, il prezzo del petrolio basso, i tassi ai minimi che avrebbero dovuto favorire la richiesta di prestiti ed i consumi, con l’auspicio inesaudito di far ripartire l’edilizia, il settore maggiormente colpito dalla crisi nonché quello in grado di generare più indotto, un Euro debole a tutto vantaggio dell’export, una vera ripartenza dei consumi, dell’occupazione, del mercato interno e di quello immobiliare non si era verificata; le condizioni sociali permangono molto delicate, il livello di tassazione, nonostante gli sforzi del Governo, altissimo, la spending review è ancora solo un buon proposito, ed il numero di poveri, o di quelli sulla soglia di povertà, in costante crescita.

Invece, ad essere il maggior elemento di rischio per l’Esecutivo Renzi, ripetendo una consuetudine tipica del nostro paese, sono questioni prettamente politiche. Tra l’altro, il passaggio più delicato arriva proprio in concomitanza della diffusione di dati economici in miglioramento, da parte sia di organismi internazionali (OCSE), sia da parte del MEF di Padoan.

Le questioni che potrebbero essere la scintilla della crisi sono le riforme istituzionali, non più solo quella del Senato, ma è ritornata prepotentemente alla ribalta anche quella sulla legge elettorale, non senza collegamenti rispetto alla prima. Ovviamente rimane una costante, usuale per l’attuale Governo, la tensione con i sindacati sul diritto di sciopero, jobs act, diritti dei lavoratori, pensioni e previdenza, continua, in una lotta che, ambedue le parti commettendo evidenti errori, stentano, volenti o nolenti, a raffreddare, e che genera attriti anche all’interno dello stesso PD. Quello dell’assemblea sindacale che ha bloccato il Colosseo è solo l’ultimo macro episodio tra tanti.

Nonostante le certezze del Ministro Boschi, che si dice sicura che i numeri in Senato per consentire il passaggio della riforma sulla seconda Camera siano forti, non sembra così sentendo, con orecchio oggettivo, le altre campane. Il M5S la trova una pessima riforma, mettendo in luce il rischio di conferire l’immunità ad una pletora di indagati, che in tal modo risulterebbero non più perseguibili per il periodo del loro mandato, in forza dell’immunità parlamentare. FI si è detta assolutamente intenzionata a non votare la riforma, così come la Lega di Salvini. I fuori usciti dal Partito Democratico osteggeranno ovviamente il provvedimento, ma è all’interno del PD che vi sono le crepe più profonde. Esse riguardano l’Articolo 2, che la Minoranza Dem vorrebbe modificare per reintrodurre il Senato elettivo da parte dei cittadini, meccanismo che, secondo la riforma, scomparirebbe, a vantaggio della nomina di componenti all’interno delle presidenze di Regione. Proprio quando un accordo sembrava poter essere concluso tra la sfera Renziana e la minoranza Dem, grazie all’espediente di modifica del comma 5 dell’Art. 2 che, non costituendo emendamento, avrebbe potuto consentire un passaggio parlamentare spedito, sì è pronunciato, contrapponendosi alle parole di ottimismo della Boschi, Pierluigi Bersani, ancora tremendamente attaccato alla nostalgica unità di un partito che di unitario ha rimasto ben poco (e da illo tempore), affermando che, qualora non lo si fosse capito, la posizione dei “dissidenti” Dem è quella di avere un Senato elettivo; non sono concesse deroghe a questa prerogativa. Al piacentino ha risposto il braccio destro di Renzi, Lorenzo Guerini, dicendo che si auspica che quello di Bersani non sia un tentativo di ricominciare tutto da capo e confermando la disponibilità al confronto, ma senza accettare veti, il che, parafrasando “ab lingua renzianorum” vuol dire: “parliamo pure un’oretta, ma poi facciamo come ha già deciso”. Anche all’interno della coalizione di Governo, non è scontato il supporto di NCD, circa 15 componenti potrebbero opporsi alla modifica. Alla luce di ciò, i voti dei Verdiniani non sembrano sufficienti a blindare il passaggio della riforma del Senato, inoltre esiste anche la spada di Damocle dell’interpretazione del Presidente Grasso, che potrebbe decidere, invece che per una votazione parlamentare complessiva sulla riforma,  di procedere votando ogni singolo emendamento, il che significherebbe, dato l’ammontare delle modifiche presentate, in particolare dalla Lega, bloccare di fatto la riforma.

In questo dedalo di delicati rapporti di forza, rientra prepotentemente in auge l’Italicum, in particolare come pedina di scambio. La minoranza Dem potrebbe essere interessata al conferimento del premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista, mentre NCD ad un innalzamento della soglia di sbarramento. Una sorta di baratto per consentire un maggior potere ad alcuni partiti, tramite modifiche tecniche, ma dalle conseguenze politiche, all’impianto, in cambio di un supporto per la modifica del Senato. Come vediamo, proprio adesso che si sente tanto disquisire di sharing economy, la nostra politica, tornando al baratto ed allo scambio, la sta già collaudando (poi si dice che i politici sono retrogradi e vetusti, quando mai! Se l’interesse richiede innovazione, sanno essere più innovatori degli start-uppers della Silicon Valley!).

Domani (lunedì 21), in occasione della Direzione del Partito Democratico, sarà una giornata decisiva per capire come evolverà lo scenario e se i dissidenti del PD si faranno, come accaduto fino ad ora, chiudere all’angolo e dovranno capitolare, o se faranno la voce grossa. Nell’ultimo caso se volessero dare il loro fondamentale contributo per arrivare a nuove elezioni, non potranno non scindersi e dovranno intessere contatti ed aggregazioni all’uopo con M5S, FI e Lega.

Come detto precedentemente, qualche dato economico svolta in positivo: il pil è stato rivisto al rialzo, per il 2015 dallo 0.7% allo 0.9%, e dall’1.4% all’1.6% per il 2016; la disoccupazione è prevista leggermente in calo dal 12.6% al 12%; il debito dovrebbe anch’esso scendere dal 132.6% a circa il 131.8%; si attendono 12 miliardi, utili per scongiurare le clausole di salvaguardia, dalla lotta all’evasione e si attende maggior flessibilità europea, consentendo di arrivare al 2.2% nel rapporto deficit/pil anziché all’1.8% da piano di rientro, liberando così circa 6 miliardi, ma ciò costringendo ad innalzare il deficit ed a rimandare ancora una volta il pareggio di bilancio, spostato al 2018. Questi ultimi provvedimenti, riportati nel Def, dovranno essere vagliati dalla UE a metà ottobre, e non è automatico che vengano accettati, conoscendo l’attaccamento Europeo ai parametri, anche se la tragedia dei migranti viene tristemente a supporto delle richieste di maggior flessibilità.

L’errore che la politica non deve commettere è concentrarsi, crogiolandosi con questi dati, solo sulle riforme istituzionali, perché, se pure si potrebbe dire che l’Italia sia migliorata nei parametri, la situazione globale è in rallentamento e poco serve un lieve miglioramento italiano in un contesto in frenata. A fare monito di ciò è stato anche il G20, che vede rischi nel rallentamento delle economia emergenti (il Pil globale è stato rivisto al ribasso), a cominciare da Brasile (dove  per la recessione molti avanzano la necessità di dimissioni della Presidente Blanchè) e Cina (alle prese con una crisi finanziare profonda), con il conseguente calo di consumi globali, e nella fattispecie di materie prime non energetiche. Anche le odierne elezioni Greche devono mantenere alta la tensione, perché, nonostante il silenzio di queste ultime settimane, rimangono importanti per delineare il destino europeo.

Come si è spesso detto quindi, va bene stare attenti al nostro piccolo giardino privato, ma senza mai abbassare lo sguardo da un orizzonte ben più lontano e travolgente, tremendamente connesso ai fatti di casa nostra ed influente per la nostra economia.

20/09/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Roma, sotto Marino con alle spalle un Triumvirato di Probi Viri, verso il Giubileo…

Il periodo è tipicamente di ferie, ma pare che il Governo, per colpe anche proprie, non possa trascorrere in pace il riposo (quanto meritato o immeritato non sta a noi giudicarlo).

Innanzi tutto le tragedie inerenti all’immigrazione continuano, le discussioni politiche si accentuano toccando argomentazioni vergognose e che difficilmente sono tollerabili in un paese civile, e, cosa ancora più grave, l’Europa rimane inerme, assente, impotente, benché a causa di una maggior diffusione geografica, ma anche mediatica, il problema si sia intensificato e sia giunto alla ribalta anche di quei Governi, come Germania ed Austria, ai quali un tempo era sufficiente giustificare il loro “impegno” con i contributi europei destinati agli stati di frontiera, per citarne due Italia e Grecia, e senza alcun obbligo di supporto logistico e/o gestionale, oppure con la compartecipazione, in termini economici e di mezzi, alle missioni Frontex o Triton. Di ciò, purtroppo, visto il perdurare del problema che rimane tuttora insoluto e peggiorato, con decine e decine di morti sulle rotte marittime del Mediterraneo e terrestri dei Balcani, abbiamo avuto già modo di parlarne.

Vi è poi la tremenda gaffe del Ministero del lavoro, una delle tante per quei Dicasteri che usualmente sono soliti diramare dati, i quali prontamente vengono smentiti, quando da enti come Istat, quando, ed è il caso peggiore ed in questione, dai fatti concreti della dura realtà. A farne le spese questa volta è stato il Ministero del Lavoro, che aveva quantificato i nuovi contratti stabili in 630’000, quando i numero reale si fermava a poco più della metà, circa 327’000. Analogo errore è stato fatto per il numero di cessazioni, oltre 4 milioni, ben di più dei 2,6 milioni riportati nella tabella rivelatasi poi sbagliata. L’errore è stato confermato, il giorno successivo alla presentazione fatta presso il Meeting CL di Rimini, dal Ministro Poletti in persona, che ha affermato essersi trattato di un errore umano di trascrizione. Inutile ribadire quali inaccuratezza, insensibilità e superficialità, dimostri uno sbaglio simile, che per di più riguarda una piaga indiscussa e permanente del nostro paese. La certezza nell’esporre dati economici e relativi al lavoro dovrebbe essere prossima al 100% e non orientativa ed evidentemente rivolta alla propaganda. Ma anche a questa prassi siamo ormai abituati e ne abbiamo lungamente disquisito in merito a precedenti occasioni.

La terza questione che ha investo l’Esecutivo ed il PD, quella più spinosa e che più fa pensare sia il Governo stesso che l’elettorato inteso come normale e comune cittadinanza, è il caso di Roma. Dapprima lo scandalo è scoppiato con la vicenda di “Mafia Capitale” che ha portato alla luce un intrigo indecente tra cooperative bianche e rosse, istituzioni afferenti ad ogni parte politica, pasdaran e factotum attraverso i quali doveva passare, e passava, ogni appalto, ogni assegnazione, ogni evento, insomma tutto ciò che poteva avere un riscontro economico, inclusa la gestione degli immigrati, una delle attività più redditizie, ancor prima che lo spaccio di droga. Ad essere coinvolta nello scandalo “Mafia Capitale” era anche la famiglia abruzzese di derivazione Sinti dei Casamonica, nota in tutto l’ambiente romano per i loro traffici ed i membri della quale risultavano presenti in alcune foto pubblicate negli atti dell’inchiesta su Roma, assieme a Buzzi, Carminati, l’ex sindaco Alemanno, l’allora presidente delle cooperative ed oggi Ministro del Lavoro Poletti e via dicendo. A seguire si è verificato l’episodio poco piacevole del funerale in pompa magna e stile “Il Padrino”, in una celebrazione quasi solenne con elicottero cospargente petali di rosa, carrozza trainata da sei stalloni, 250 autovetture in corteo, musiche tra cui la colonna sonora appunto del film con Al Pacino come malavitoso protagonista, di un appartenente alla famiglia dei Casamonica, con tanto di blocco del traffico da parte degli addetti alla viabilità romana, e di permessi conferiti dalla Questura ad un paio di Casamonica agli arresti domiciliari, proprio per consentir loro di partecipare al suddetto imperdibile evento. Tutto ciò si svolgeva il 20 agosto, mentre il Sindaco Marino si trovava in ferie ai Caraibi. La sua scelta è stata di non tornare, e, oggettivamente, può essere comprensibile, anzi sarebbe stato meglio se, pur facendo le debite indagini e colpendo eventuali colpevoli di reato, sul funerale si fosse taciuto il più possibile, evitando di fare pubblicità ad una famiglia, ad un atteggiamento, ad una situazione indegna, ma che ha senza dubbio fatto propaganda agli stessi Casamonica, ne ha confermato il potere e sicuramente a funto da esempio e suscitato ammirazione per più di un Clan malavitoso. Meno risalto mediatico sarebbe sicuramente stato più consono. Quando ancora non si erano placate le polemiche per l’evento funebre, il Ministro Alfano si è pronunciato sullo scioglimento o meno del comune di Roma proprio per la vicenda “Mafia Capitale”, in vista del maxi processo in programma il 5 novembre. In tal circostanza Marino avrebbe dovuto essere presente, non poteva mancare tanto più che ne valeva della sua posizione, si è invece limitato a commentare la decisione di Alfano ed a condividerla, tranquillizzando il mondo che anche lui era d’accordo. Lo scioglimento è stato limitato al solo Municipio di Ostia, mentre Marino è stato destituito (con una mossa di dubbio valore legale) di molti dei suoi poteri, conferiti in parte al Prefetto Gabrielli, per quanto riguarda la gestione e l’organizzazione del Giubileo con partenza a Dicembre ed in parte all’autorità anti corruzione guidata da Raffaele Cantone, deputata, come per Expo, al controllo e monitoraggio della regolarità degli appalti e dei lavori da svolgersi in visto dell’evento giubilare. Tale decisione è incomprensibile, come inconcepibile e la scelta di Marino di portare a conclusione le ferie (14 agosto – 2 settembre). Vista la situazione radicata e di malaffare diffuso ed imperante presente nella capitale, sarebbe consona una ripartenza da zero, un commissariamento totale per far finalmente pulizia definitiva, almeno provarci, pur consapevoli della difficoltà di destituire la capitale d’Italia, una città complessa da oltre 3 milioni di abitanti, ma non si intravedono efficaci alternative.

La decisione di non commissariare Roma, ma di affidarla ad una sorta di Triumvirato di probi viri, nonostante i problemi che sta riscontrando Marino nel gestire la città e nonostante il PD di Renzi, ed il Premier per primo, abbiano una tremenda voglia di destituirlo, suscita alcuni sospetti. Sembrerebbe che l’intenzione sia quella di non andare assolutamente in tempi brevi al voto, che, mai come ora, sembrerebbe necessario anche alla luce delle defezioni occorse nella giunta Marino, per evitare una debacle per la probabile, stando ai sondaggi, vittoria del M5S, quotato al 35%. Inoltre, il pronunciamento di Alfano, che pure avrebbe potuto commissariare la capitale per il potere conferitogli dall’essere Ministero dell’Interno, non lo ha fatto. La mossa potrebbe essere interpretata, dai più maliziosi, come uno scambio, una sorta di latina, quindi della Roma che fu, ma anche che è, pressi del “Do Ut Des” nei confronti di Renzi, che salvò l’esponente NCD Azzollini dall’arresto. Le opposizioni tutte si schierano a  favore di nuove elezioni, senza se e senza ma, vogliono le urne Forza Italia, Fratelli D’Italia, la Lega, disposta anche ad un’alleanza con il M5S per “ripulire” il Campidoglio, il M5S ovviamente, ma anche alcuni esponenti di Governo, come il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti di Scelta Civica e molti membri della minoranza Dem, ma non solo della minoranza, tra cui il renziano, candidato sindaco a Milano, Emanuele Fiano il quale ha asserito che se fosse stato nei panni di Marino non avrebbe potuto non dimettersi dall’incarico.

Il caos e le incertezze che regnano nella capitale non sono altro che una parafrasi di quello che da anni si trova a dover affrontare tutta la nazione, ossia una incertezza, una approssimazione, una incapacità di pianificare e di investire nel lungo termine, senza pari, una dominanza di logiche partitiche, arroccamenti ideologici, protezione di privilegi e poltrone. Nulla più. Vedremo presto se nei 100 giorni che separano Roma, e l’Italia tutta, dal Giubileo si riscontreranno o meno, col nuovo assetto capitolino,  problemi e ritardi, con un tempo a disposizione, circa 100 giorni, “entro il quale”, e cito il Direttore Enrico Mentana, “a Roma non si riesce neppure a mettere in pedi un semaforo”, ma qui non ne va della fruibilità di un incrocio, bensì della già povera immagine dell’Italia agli occhi del mondo.

28/08/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

Direzione PD, master plan per il mezzogiorno, riforma del Senato ed urne…

Anche se non è solito lasciar trasparire preoccupazione, ed infatti tale atteggiamento è confermato dalle parole all’ultima direzione PD che riportano di numeri certi per fare approvare le riforme, in particolare quella del Senato, al Premier Renzi non mancheranno certo pensieri e dubbi durante la pausa estiva dell’attività parlamentare.

Durante la direzione PD i temi dominanti sono stati sostanzialmente due: il faraonico piano di investimenti previsto per il sud, incentrato tutto si un “master plan” la cui presentazione è programmata a settembre; e le riforme istituzionali, principalmente quella del Senato della Repubblica, seconda Camera del sistema bicamerale italiano.

Riguardo al piano di investimenti, che includerebbe (ma è ancora tutto etereo, e lo sarà fino alla presentazione del “master plan”) la TAV fino a Bari ed in Calabria, il riassetto infrastrutturale ed investimenti in opere di ammodernamento e riqualificazioni varie. L’ammontare complessivo è incredibile, nel senso letterale del termine, sarebbero infatti previsti 100 miliardi. Evidentemente il Governo non ha, nè avrà mai, la disponibilità di questi denari. Non ne ha avuti per sistemare la questione del blocco delle pensioni, non ne ha per quella degli stipendi pubblici, solo per fare un paio di esempi, ha in programma di tagliare di 50 mld in 3 anni le tasse e contemporaneamente deve operare per scongiurare l’aumento IVA e delle accise, parte delle clausole di salvaguardia che entreranno in vigore se gli introiti erariali ed i risparmi statali si dimostrassero più scarni di quanto stimato in fase di redazione del DEF. Questi 100 miliardi dovrebbero pervenire da risorse e fondi europei bloccati e non spesi. Da qui la prima domanda sul perché, alla luce dell’arretratezza in vari settori del nostro paese, della dannata necessità di investimenti e riqualificazioni, della condizione a rischio deindustrializzazzione ed impoverimento perenne del nostro sud, non si siano spesi prima. La seconda questione è se, effettivamente, questi fondi siano ancora disponibili, in quanto di norma l’Europa tende a riprendere le risorse non spese entro un determinato periodo di tempo. Effettivamente la somma, più che ottimistica, pare essere esagerata e sproporzionata e difficilmente si ritiene possa essere davvero messa sul piatto, fermo restando che ce lo auguriamo di cuore, perché, per rimettere in sesto l’Italia, quelle sono le cifre in gioco e non qualche miliardo (che pure lo Stato italiano non può permettersi di spendere).

Il tema che però dovrebbe destare più preoccupazioni al Premier, è legato al tema della riforma del Senato della Repubblica. Sono state presentati dalle opposizioni e dalla minoranza DEM ben 513’450 emendamenti. Di questi 510’293 della lega nord, 1’075 da FI, 194 dal M5S, 63 dai Senatori PD, 17 dalla minoranza DEM. Un record, evidentemente con l’intento di bloccare l’iter legislativo e con la minaccia della Lega (Calderoli), qualora non si modifichi il testo proposto, di avere già pronti 6.5 milioni di emendamenti per impedire il percorso del testo. Il punto cardine della questione è l’elettività o meno della seconda Camera, infatti mentre il testo del Governo propone sostanzialmente un Senato nominato, le opposizioni non vogliono rinunciare all’elettività dei Senatori da parte dei cittadini. Il Premier Renzi ed i suoi sostenitori, tra cui i vicesegretari Serracchiani e Guerini e Zanda, si sono detti aperti al dialogo, al confronto con tutti ed al recepimento di alcune modifiche, fermo restando che non si debba snaturare l’impianto base; che, parafrasando dal lessico renziano, significa, come del resto è solito dire apertamente, che si discute con tutti ma poi si decide, e di norma a decidere è sempre e solo uno: il Premier.

Anche FI si è detta aperta alla discussione puntuale in tema di riforme ed all’eventuale sostegno al Governo, ma sul nodo del Senato, come dimostrano inconfutabilmente i 1’075 emendamenti se non bastassero le parole di Toti, FI non è allineata col Governo e non dovrebbe dare il proprio supporto. Una Nuova edizione del Nazareno pare, in questa fase, non verosimile.

Lega e M5S si oppongono strenuamente, asserendo che la Camera derivante dall’Italicum  sarà già popolata in maggior parte da nominati e che pertanto il Senato debba essere completamente elettivo.

Il nodo più ostico per il Governo, e per Renzi nella fattispecie, proviene però, e come al solito vista l’inesistenza di un fronte di opposizione in grado do coordinarsi per impensierire il Premier, dall’interno del PD che ha già tentato di frapporsi tra il Governo e la nomina dei vertici Rai, senza successo. Questa volta, nonostante il Prmier continui a ribadire di avere i numeri, le cose sembrerebbero essere differenti, se non altro perché è possibile una grande coalizione trasversale, tra opposizioni e frangia interna del PD, per affossare la riforma del Senato. Ovviamente ciò presuppone un dialogo trasversale, a cui il M5S deve cedere.

Allo stato attuale, stando a quanto riportato sui quotidiani, i senatori favorevoli al testo del Governo sarebbero 154, contro i 166 contrari, dei quali, e fanno la differenza, 28 della minoranza DEM  (totale 320 a cui si aggiunge il Presidente del Senato, Pietro Grasso, che non vota). I numeri per il Governo sembrano quindi non esserci e non risulta sufficiente l’appoggio del gruppo Verdiniano ALA.

Qualora la Riforma del Senato venisse bloccata e non andasse definitivamente in porto è prevedibile una crisi di Governo che potrebbe portare direttamente alla urne. Il Premier stesso ha affermato in più di una occasione, che il Governo sta in piedi per andare avanti spedito sulle riforme, quando questa condizione venisse meno le urne sarebbero la diretta ed immediata conseguenza.

Le opposizioni quindi hanno, volendo, la concreta opportunità di tornare al voto nel giro di pochi mesi (forse in un election dai con le amministrative del 2016) e l’ago della bilancia potrebbero proprio essere i “dissidenti” del PD. Mandare a casa il governo e sfidarlo alle urne è la missione dichiarata del M5S, più volte ripetuta, ma coi fatti mai perseguita, neppure quando ne avrebbero avuto l’opportunità. La vera domanda però, la cui più probabile risposta tranquillizza, e non poco, Renzi, è chi sia davvero interessato ad andare immediatamente alla Urne, quindi con questa legge elettorale.

Il M5S non disdegna un “Consultellum”, ma via via che si delineava l’Italcum ed i sondaggi davano il loro responso, la nuova legge elettorale è diventata sempre più conveniente per i “Grillini” che per tale ragione potrebbero aver gioco nel non forzare troppo la mano. In ogni caso, qualora volessero mandare sotto il Governo, dovrebbero dialogare ed allearsi quantomeno con la minoranza DEM e probabilmente far fronte comune, per l’obiettivo condiviso delle elezioni, con FI.

Lato opposizioni destrorse, la riorganizzazione del CDX non è ancora avvenuta, anzi con l’uscita di Verdini FI e la scissione con Fitto, il Centro Destra si è ulteriormente indebolito in favore di quel Centro-Sinistra, col trattino in mezzo, che poco piace ai nostalgici della “ditta PD”.

Infine c’è la Minoranza DEM, di fronte al dilemma ed al quesito atavico sul dove inserirsi e sul loro destino qualora cadesse il Governo. Evidentemente, a seguito della caduta dell’Esecutivo, i dissidenti, volenti o nolenti, non potrebbero rimanere nel PD di Renzi, ed allora dovrebbero allocarsi altrove (Sel, Possiamo ecc) con un numero di posti disponibili al Senato ed alla Camera decisamente ridotti.

Tirando le somme, colui che da immediate elezioni potrebbe paradossalmente uscirne l’unico davvero rafforzato, è il solo che al momento non ha interesse esplicito ad andare alla urne, cioè Renzi.

Ora le opposizioni ed i dissidenti avranno tutta l’estate per riflettere, chissà che consiglio porteranno loro le infuocate notti agostane.

08/08/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Il caso Azzollini mina (ancora di più) le fondamenta del PD

Il voto contro la carcerazione di Azzollini per l’accusa di concussione in merito alla crack da 500 milioni di € della clinica pugliese “Divina Provvidenza” (qualora non fosse stato ascoltato si sarebbe detto pronto “a pisciare in bocca ad una suora che gestiva la struttura”), è stato un episodio che ha certamente rafforzato il Governo, o meglio l’alleanza Renzi – NCD, e contemporaneamente ha indebolito ancora di più la struttura storica e l’ispirazione valoriale del PD, inteso come “Ditta bersaniana”.

Il Governo ne esce rafforzato, o quantomeno è stato scongiurato il rischio di ritorsioni del NCD durante i passaggi parlamentari o voti di fiducia, poiché il salvataggio di Azzollini, quota NCD appunto, ha confermato il legame Renzi – Alfano e, a ben vedere, ha dimostrato la necessità numerica per il Premier di poter contare sull’apporto del nuovo centrodestra, anche e soprattutto, per disinnescare alcune frange interne ai Democratici.

Internamente al PD, invece, l’indebolimento è evidente, ed è sottolineato dalla diversità di vedute dei due vicesegretari, Debora Serracchiani, ex bersaniana ed ora renziana di ferro, e Lorenzo Guerini. La prima si è detta arrabbiata e delusa dall’esito del voto, se fosse stata Senatrice avrebbe votato per l’arresto, ha dichiarato, mentre il secondo ritiene che l’aver lasciato libertà di coscienza sia stata la giusta scelta, visto che le carte processuali sono state consegnate ad ogni Senatore e che pertanto ognuno ha potuto elaborare una propria idea.
Nel PD però sembra che siano stati disattesi, per mantenere l’appoggio NCD, i concetti di valore etico e questione morale nella politica, tipicamente ascrivibili alla sinistra che fino a poco tempo fa voleva essere rappresentata dal PD. Inoltre il Partito Democratico ne esce indebolito anche agli occhi dell’elettorato, perché è stata data la netta sensazione del voler mantenere uno status quo di privilegio (anche la possibilità di opporsi alle decisioni del potere giudiziario sono tipiche esclusivamente della politica) che prevarica la legge e la magistratura. In altre parole la classica sensazione che, al di là di tante belle parole ed intenti encomiabili, alla resa dei conti, quando v’è da dimostrar il verbo con la sostanza, non vi siano reale volontà ed interesse di una virata verso la rettitudine.

In Sede parlamentare poi, pur considerando che la nascita del movimento filo-governativo per le riforme, ALA di Verdini, nonostante crei malcontento nei Dem, conferisce ulteriore margine al Governo Renzi, si attendono aspre battaglie con la minoranza interna. Non sono le opposizioni esterne, ma il PD stesso quello che più può far vacillare il Premier ed il Governo. Per garantirsi la copertura parlamentare di NCD ed ALA, oltre al garantismo, senza se e senza ma, nei confronti di Azzollini, le riforme (sia costituzionali che economiche) dovranno avere un certo stampo (ed infatti fino ad ora il NCD è riuscito ad ottenere la realizzazione di punti tipicamente parte del proprio programma, nonostante i numeri elettorali non dessero loro alcuna speranza di farsi valere), che difficilmente potrà essere condiviso dalla minoranza DEM di Bersani, Cuperlo, D’Attorre, Gotor ecc.

Risulta chiara, e Uscita di Verdini in favore del Premier, la deriva centrista, sui programmi e sulle questioni etiche e morali, del PD, andando così a snaturare quelli che sono stati i suoi capisaldi fino a qualche gestione fa.

Il bivio è sempre il medesimo per gli “intrusi” di questo moderno PD, multinazionale, multi facce e decisamente “general purpose”: o essere relegati all’insignificanza nascondendosi dietro l’illusione di voler/poter cambiare le cose internamente, imponendo una qualche linea di pensiero, ma dando tanto l’impressione di un legame indissolubile con lo scranno (anch’esso così mal visto da alcune ideologie di sinistra), o rischiare “di tasca propria” e cercare di portare avanti, sicuramente altrove, le proprie idee.
Come recita un famosissimo film: “pillola rossa o pillola blu?”.

30/07/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Renzi all’assemblea PD: detassazione di 45 miliardi in 3 anni e riunificazione del PD

Non smentendosi rispetto alla norma, il Premier Renzi, durante l’assemblea del PD presso l’EXPO di Milano, non si è risparmiato da dichiarazioni che hanno suscitato scalpore. Renzi ha dichiarato di voler mettere a segno una rivoluzione copernicana mai vista, un taglio delle tasse da 45 – 50 miliardi in tre anni. Nella fattispecie il cronoprogramma prevederebbe l’abolizione dell’IMU prima casa, agricola e l’imposta sugli imbullonati nel 2016, il taglio dell’IRPEF e dell’IRAP nel 2017, e nel 2018 l’estensione del bonus 80€ anche ai pensionati; una detassazione, nei tre anni, rispettivamente di circa 5-20-20 miliardi di euro, il tutto senza sforare i parametri europei.

Le parole del Premier sono state ovviamente oggetto di critiche sia da parte dell’opposizione, da Brunetta a Salvini, passando per il M5S, sia da parte di gran parte della minoranza DEM (Gotor, D’Attorre, Speranza, Cuperlo) oltre che i fuoriusciti civatiani. Le motivazioni addotte sono simili: reperire le coperture, idea copiata a Berlusconi, promesse non mantenibili.

Non si può non costatare che se dette in questo modo, quasi cifre a caso, esse lascinao il tempo che trovano. Bisognerebbe che il Premier avesse elencato precisamente anche le coperture, ad esempio, prendendo spunto ed indicato cosa fosse intenzionato a portare a termine, dai report dei Commissari Bondi – Cottarelli (Gudgeld??) che in alcuni punti, come il taglio dei centri di spesa e l’eliminazione delle partecipate inutili, sono eccellente ed indubbiamente efficaci. Non basta dire genericamente che le coperture deriveranno dalla Spendig Review e dall’applicazione della flessibilità europea consentita entro i patti, la quale peraltro deve essere approvata dalla Commissione UE e non decisa autonomamente in fase di stesure delle stime del DEF.

Non si può non constatare neppure, e forse è la cosa più immediatamente evidente, che la mossa “IMU” era già stata eseguita, con successo perché poi vinse le elezioni, da Berlusconi. Tralasciando il fatto che l’abolizione della TASI (che ingloba l’IMU) è già prevista per lasciare il posto ad una Local Tax, anche quello di Renzi pare un tentativo di incrementare la sua popolarità, rilevata in calo, in vista di importanti tornate amministrative nel 2016 (Milano, Bologna, forse Roma e molte altre importanti città). Tagliare l’IMU prima casa non costa molto, circa 3.5 mld, appena un terzo di quanto necessario per il bonus 80€, ed al contempo è una misure popolare e che sicuramente attirerà consensi.

Non va mai dimenticato come la questione IMU abbia tenuto banco per mesi e mesi, distogliendo energie parlamentari da temi più importanti e dal maggior impatto, a causa di prese di posizioni ideologhe rispetto ad una reale difficoltà di trovare una mediazione sensata ed efficace economicamente. Tornare a dibattere sull’IMU, rischia di essere un’latra diatriba senza fine, in un momento in cui si deve essere assolutamente concentrati sulla ripresa economica, senza far scappare le occasioni che questa congiuntura macroeconomica offre.

Inoltre, il bilancio dello Stato deve essere alimentato. Già nel prossimo DEF dovranno essere trovati 17 miliardi, di cui 10 da tagli, per scongiurare le clausole di salvaguardia (IVA ed accise). Il Premier si è detto tranquillo perché i tagli saranno superiori a quelli stimati.

Precisato tutto ciò, va dato atto a Renzi che la riduzione delle tasse, su persone e lavoro, è la via da perseguire per conferire più capacità di spesa a lavoratori e famiglie e quindi sostenere un poco i consumi. Quindi, se, i per ora ipotetici, 45 miliardi andranno in quella direzione, previo reperimento di adeguate coperture non derivanti da altre imposte locali o da tagli a sanità e welfare, sarà sicuramente un risultato ottimo.

Riguardo all’IMU, che ha carattere di imposta patrimoniale, forse sarebbe meglio agire in modo selettivo. Riformare il catasto  e poi ridurre o tagliare l’imposta per i redditi più bassi, rendendola equamente progressiva per gli alti redditi e per gli immobili di elevato pregio. Via, questa, indicata anche dai fuoriusciti del PD e dalla minoranza interna dello stesso partito.

Dall’assemblea PD emerge chiaramente anche il tentativo di Renzi di riunire il partito. La maggioranza al Senato vacilla, non è più scontata, nonostante il supporto dei verdiniani, ormai renziani dichiarati.

I nemici che Renzi ha elencato si riducono così a Lega e M5S contro i quali potrebbe doversi cimentare in un difficile ballottaggio, dovuto all’attuale struttura dell’Italicum, che potrebbe vedere coalizzato tutto l’elettorato anti renziano (numeroso visto l’alto grado divisivo del Premier, con il quale si è in totale sintonia o totalmente contro). Ma nemico dichiarato da Renzi, un po’ a sorpresa, è anche il movimento Possiamo di Civati, il quale potrebbe indebolire il PD e privarlo del supporto decisivo di alcuni parlamentari della corrente più a sinistra dei DEM: con i numeri in essere al Senato, ogni voto può risultare fondamentale. Non è nemico invece Berlusconi, che per molti aspetti ispira l’operato di Renzi ed il suo modo di fare e comunicare. FI potrebbe fornire i voti necessari, pur ragionando puntualmente di provvedimento in provvedimento essendo decaduto il patto del Nazareno, per consentire il passaggio delle riforme renziane, ad esempio nella delicata questione dei diritti civili che sicuramente spaccherà la maggioranza di governo ed il PD.

Maggioranza mobile e fluida è la parola d’ordine.

Chissà se Renzi riuscirà a fare quanto promesso:

  • Meno tasse per tutti.
  • Ripresa economica con le riforme.
  • Reunion del PD.

I propositi sono buoni, ma abbiamo imparato, a nostre spese, che tra il dire ed il fare…

19/07/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale