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Crescono i contratti a tempo indeterminato, ma l’industria frena. Quale nesso esiste??

“Sono dati davvero sorprendenti che mostrano una crescita a doppia cifra!”, ed ancora: “è  un giorno importante, segnale dell’Italia che riparte!”.

Così, col tipico entusiasmo, il Premier Renzi ha commentato i dati emessi dal Ministero del Lavoro di Giuliano Poletti relativamente ai nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato per i primi due mesi del 2015. Le cifre diramate dal Dicastero fanno segnare rispetto allo stesso periodo 2014 un incremento del 38.4% pari a circa 79’000 contratti.

Ad una prima lettura pare un dato molto positivo e non c’è dubbio che lo sia, ma a ricollocare i puntini sulle “i” ci pensa immediatamente lo stesso Ministro del lavoro che fa notare come in realtà non sia possibile stabilire se si tratti di nuovi contratti o trasformazione di contratti a tempo determinato o collaborazioni già in essere.

Molto probabilmente a spingere le aziende alla stipulazione di contratti a tempo indeterminato sono stati gli sgravi fiscali inseriti nella legge di stabilità 2015 che prevede la decontribuzione triennale e lo sgravio permanente dell’Irap per i datori di lavoro, mentre, nonostante spesso anche addetti ai lavori e politici direttamente interessati facciano dichiarazioni confusionarie in modo più o meno deliberato, non è ancora possibile riferire tale risultato agli effetti del Jobs Act entrato in vigore appena da pochi giorni.

Secondo esperti del diritto del lavoro ed analisti del settore le trasformazioni da vecchi contratti a tempo determinato o le regolarizzazioni di collaborazioni pre-esistenti arriverebbero almeno all’80% non introducendo pertanto nuovi posti di lavoro o occupati di nuovo corso. In taluni casi potrebbe addirittura trattarsi di cessazioni di vecchi rapporti, la cui regolarizzazione non comporterebbe benefici per circostanze particolari, sostituiti con assunzione a tempo indeterminato.

Analizzando il contesto ed altri dati che sono stati diramati dall’ISTAT quasi in contemporanea rispetto a quelli del Ministero del Lavoro, si può a ragione supporre che la stima degli analisti sia corretta, ridimensionando così l’entusiasmo dell’Esecutivo.
Per correttezza si deve partire dal presupposto che per coloro ai quali è stato trasformato in rapporto a tempo indeterminato un precedente contratto a termine, precario o che sono stati assunti, magari in sostituzione ad altre figure che non avrebbero dato acceso agli sgravi per l’azienda datrice, la notizia non è solo buona, bensì esaltante e dà loro una differente e più rosea prospettiva del futuro. Ciò è giusto e va compreso, così come va effettivamente preso atto che lo “swap” di contratto, in assenza del provvedimento che ha introdotto gli sgravi, con tutta probabilità non sarebbe mai avvenuto.
Precisato doverosamente quanto alle righe precedenti, quello che porta ad essere più realisti rispetto alla frenetica gioia, che pure rimane per i 79’000 coinvolti, risiede innanzi tutto nel fatto che il confronto statistico è con un periodo, i primi mesi del 2014, in cui venne toccato il picco massimo della disoccupazione e quindi la stipula di contratti, a maggior ragione se a tempo indeterminato, raggiunse i minimi storici. In tal senso il +38.4% può essere in parte dovuto a quello che in gergo finanziario si definisce rimbalzo tecnico (esiste anche il rimbalzo del gatto morto, ma si spera non sia questo il caso); inoltre considerando il livello assoluto della disoccupazione, in particolare tra i giovani, i quasi 80’000 nuovi contratti, che non equivalgono matematicamente ad altrettanti nuovi posti di lavoro, rimangono una goccia nel mare.

Un ulteriore elemento foriero di perplessità risiede nelle dinamiche dei consumi e della domanda.
L’Istat ha diramato dati relativi al mese di gennaio 2015 tuttaltro che lusinghieri sulla produzione industriale che indica lo scenario presente in cui si inseriscono le imprese, sul loro fatturato e sugli ordinativi, che invece possono anticipare gli andamenti futuri. Benché vi siano differenze tra i vari settori industriali (molto bene l’auto, male invece la metallurgia), mediamente per la produzione la diminuzione mese su mese è stata dello 0.7%, mentre anno su anno ha fatto registrare un -2.2%; gli ordinativi invece mese su mese sono scesi di ben 3.6 punti percentuali. Ovviamente a risentirne è stato anche il fatturato delle imprese, calato a gennaio dell’1,6% rispetto a dicembre e del 2,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Simili numeri son piuttosto in linea con quanto appurato dal sindacato SPI-CGIL secondo cui i pensionati, la più grande platea del nostro paese e coloro che animano i consumi di massa, ma anche i primi a tagliare le spese se necessario, negli ultimi 5 anni, principalmente a causa del blocco delle rivalutazione del loro assegno mensile, si sono visti decurtare il potere d’acquisto complessivamente di 9.7 miliardi di €, 1’779 € in media a testa.
In effetti anche dalle caritas arrivano informazioni secondo cui le mense gratuite per disagiati sono sempre più foltamente frequentate.
La SPI stima poi che se si verificassero le previsioni BCE sulla crescita dell’inflazione i pensionati rischierebbero di perdere ulteriori 3.6 miliardi di €.
Mai vanno dimenticate poi le clausole di salvaguardia che incombono qualora non si riuscissero a centrare gli obiettivi di bilancio previsti dal DEF 2015, in particolare l’aumento dell’IVA e delle accise che andrebbe a penalizzare ancora una volta i consumi e, secondo alcune stime, causerebbe la perdita di 150’000 posti di lavoro. Proprio per evitare le clausole sta lavorando alacremente il consigliere economico di Renzi, Gutgeld, successore non ufficiale ma de facto di Cottarelli (il cui report dovrebbe essere messo a disposizione a breve assicura Yorem Gutgeld), che conta di poter reperire i circa 10 miliardi necessari operando i tanto attesi tagli alla spesa.

Anche i segnali che arrivano dal Forum di Confcommercio a Cernobbio sono solo parzialmente e timidamente positivi. Le stime del PIL 2015 che oscillano tra il +0.7% del Ministro Boschi ed il +1.1% di Confcommercio non sono tali da invertire la tendenza sulla disoccupazione che inizia a risentire di effetti benefici e con un fisiologico ritardo a partire da 1.5% di crescita. Il Presidente della Comera di Commercio di Milano, Sangalli, vede nell’Expo 2015, che inizierà il primo maggio, una irripetibile opportunità. Anche tale affermazione è teoricamente (e ci auguriamo che lo sia anche fattivamente) vera, ma la realtà delle cose ci porta a riscontrare ritardi (ed annessi episodi di corruzione e tangenti) ed opere che forse non saranno pronte prima di agosto tanto da necessitare di una gara d’appalto suppletiva per il “camouflage” dei cantieri non conclusi. Inoltre la natura dell’esposizione è per definizione straordinaria, non strutturale, ma transitoria come lo sono la maggior parte degli effetti benefici che potrebbe portare all’economia (eventuali buchi da risanare invece sarebbero ben più duraturi nel tempo) quindi è bene non basare stime e previsioni su eventi di simile conformazione.

In questa fase, per quanto possibile analizzare i fatti in modo oggettivo e distaccato, pare che vi sia ancora uno scenario presente e futuro di generale fragilità, con consumi deboli e non tali da innescare il circolo virtuoso che con la domanda riattiva imprese, industria e di conseguenza propensione alla creazione di posti di lavoro. Manca l’ingranaggio iniziale di questo meccanismo, vale a dire il potere d’acquisto che in questo momento può essere dato solo con detassazione e con investimenti pubblici che creino loro stessi posti di lavoro e quindi incrementino nel complesso la propensione alla spesa. Difficile pensare dunque che con i due mesi di sgravi fiscali (e da marzo con il Jobs Act), tra l’altro destinati a concludersi, abbiano sbloccato il mercato del lavoro. Servono, come detto, investimenti, detassazione per imprese e privati, serve sbloccare la domanda ed agire anche sul lato dell’offerta.

Del resto è vero che un’impresa non licenzia per il piacere di licenziare solo perché venuto meno l’articolo 18 per i nuovi contratti a tutele crescenti previsti dal Jobs Act, parimenti però non è pensabile che un’azienda assuma se il business non lo giustifica solo per godere del beneficio di tre anni di detassazione.

Valentino Angeletti
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Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve

Fanno trasalire i dati del CENSIS che certificano l’aumento in italia del 100% dei poveri nel quinquennio dal 2007 al 2012. Da 2,4 milioni (comunque tanti), il 4% del totale, sì è passati a 4,8 milioni, l’8.1% della popolazione.

A far riflettere profondamente però contribuisce soprattutto la differente dinamica di questa nuova povertà. Se negli anni addietro la distribuzione geografica degli indigenti era relegata principalmente al sud ed al profondo sud ora invade anche l’un tempo ricco nord; analogamente in passato i poveri erano rappresentati per la quasi totalità da persone anziane e pensionati adesso invece, ad aggiungersi prepotentemente ed in maniera crescente alle schiere dei sempre presenti pensionati che in maggioranza percepiscono somme inferiori ai 1000€ mensili, vi sono anche ragazzi attorno ai 35 anni, padri di piccoli nuclei famigliari di due o tre componenti.

Questo è il segno che la povertà dall’essere una condizione relegata ad una certa area geografica, ad un certo tipo di popolazione e periodo di vita, pertanto, benché ugualmente sconcertante, più “semplice” da combattere abbracciando una schiera più o meno omogenea di persone, si è trasformata in qualcosa di estremamente pervasivo, che, poiché colpisce la fascia giovane e teoricamente produttiva della società, rischia fortemente di mutarsi da transitoria in condizione stabile e per la quale trovare contromisure adeguate è un processo complesso e molto lungo, probabilmente richiederà anni per essere superato.

La politica lungamente inattenta allo stato sociale delle persone ha inevitabilmente le proprie colpe, quelle di una governance proiettata solo al consenso, alle logiche partitiche a scapito di tutto e tutti, ed alle false promesse per giunta di breve termine in un costante utilizzo della strategia degli annunci, non dei piani, dei programmi e degli investimenti.

I dati, come il PIL, vanno tenuti d’occhio, ma vanno intercalati nel contesto in cui si trovano. Il PIL è stato rivisto al ribasso dall’istituto bolognese Prometeia, +0.3% nel 2014 (stima governo +0.8%), +1.2% nel 2015, e non lascia ben sperare, ma questo dato come altri, preso singolarmente è un dato freddo; ad esempio l’inserimento di attività come riciclaggio, spaccio o prostituzione che verranno inserite nel calcolo del prodotto interno lordo (in italia alcune stime parlano di un incremento di 80 miliardi annui) dalle nuove metodologie europee potrà contribuire ad alzarne il valore assoluto ed a migliorare i parametri frazionari in cui compare il PIL come numeratore o denominatore, non contribuirà agli aumenti differenziali (ad esempio anno su anno) né tanto meno a migliorare le condizione dei poveri nei quali il mal contento e la rabbia rischiano di salire pericolosamente e comprensibilmente (si pensi a chi non ha lavoro oppure a chi pur avendolo non riesce a sostentare moglie e figli).

Voci come disoccupazione al 13% circa, al 43% se si considerano le fasce più giovani della popolazione, l’assenza di domanda, la stagnazione dei consumi, la riduzione del potere d’acquisto, la sfiducia generalizzata, la sensazione che il sistema sia difficilmente modificabile e che per la gente comune non vi siano possibilità di uscita dalla crisi o di progresso sociale, l’altissima pressione fiscale e la vessazione su lavoratori, imprese e partite IVA, sono elementi che se migliorati contribuirebbero ad innalzare virtuosamente il PIL senza che si trattasse di mere “illusioni contabili”.  Alla luce di dati così negativi è comprensibile che il bonus di 80€, che dovrebbe rappresentare l’inizio di un percorso, pur essendo utile a chi lo ha percepito, non potrà contribuire ad innalzare tangibilmente i consumi medi visto che coloro i quali non hanno modo di consumare di più aumentano ad un tasso eccessivamente rapido.

Agire su questi fattori è, come precedentemente detto, un processo lungo, richiede impegno e richiede che la classe dirigente e politica sia al più totale servizio del paese e dei cittadini. Il ritorno della competitività per l’italia è un obiettivo di medio-lungo termine. Serve arginare quanto sopra elencato, ma, solo per fare un esempio tra tanti, anche innovare, come digitalizzando processi, pratiche, PA ed educando al digitale le persone visto che senza dimestichezza degli utenti al digitale avere eccellenti infrastrutture digitali è poco utile. Tale “scolarizzazione 2.0” però, come mostra il grafico sotto, è tutt’altro che comune nel nostro paese (e raggiungere livelli adeguati richiede tempo ed investimenti ovviamente). Mentre a livello europeo il 19% delle persone tra i 16 ed i 74 anni non ha mai usato un computer, in italia la percentuale raggiunge il 35% (superandolo in alcune regioni).

Persone 16-74 mai usato PC

Fonte: sito epp eurostat ( http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ )

Colmare gap simili è assai difficile, un processo di lungo termine  appunto. Quindi si facciano le necessarie riforme istituzionali che migliorando la  govenrnance rendono sicuramente il nostro paese più semplice, meno  bloccato, più “scorrevole” nei processi decisionali e più attrattivo per  imprese estere e nostrane, senza però mai distogliere l’occhio dalla  necessità di riforme prettamente economiche per migliorare lo stato  sociale paurosamente in declino.

La frase che da anni si ode “non c’è più tempo” è più che mai attuale, ma va tenuto in mente che il tempo scaduto si riferisce solo all’inizio del processo che si dovrebbe intraprendere per portare la situazione a migliorare. I  primi risultati tangibili invece tarderanno fisiologicamente ancora anni e nel mentre, pur nella ottimistica ipotesi che il tasso di impoverimento si  arresti completamente e non si generino nuovi poveri, coloro che sono  entrati in povertà durante questa crisi non avranno modo di uscirne.

 12/07/2014
Valentino Angeletti
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