Archivi tag: Pensioni

Italia a crescita demografica zero: il contributo dei flussi migratori alla sostenibilità economica

A volte quando si parla di immigrazione, ovviamente quella regolare, come una opportunità, e di più, come una necessità per il paese, si è accusati di eccessivo buonismo, di non voler tutelare prima i connazionali rispetto agli “extracomunitari” e di non comprendere come l’Italia non sia in grado di dar sostentamento ai propri cittadini nativi e contemporaneamente ai migranti. Le accuse si fanno più aspre e velenose soprattutto in questo periodo in cui i flussi migratori rappresentano un gravissimo problema, esasperato da situazioni drammatiche presso i paesi di origine dei migranti, dalla stagionalità, dall’incapacità e dalle scarse forze italiane nel fronteggiare l’enormità del flusso, ed ancor di più dell’insofferenza, apatia, farraginosità dell’Europa nel rispondere ad un dramma che dovrebbe vedere l’UE in prima fila, attorno ad un tavolo assieme alle altre istituzioni umanitarie e governative mondiali a regolare un fenomeno che, dura veritas sed veritas, sarà sempre più incisivo e poderoso nelle dinamiche che animeranno gli scenari globali, economici e sociali prossimi venturi.

Ma è davvero il buonismo e l’umana pietas, di cui pare esserci sempre più penuria, per coloro che si trovano in condizioni più disagiate e meno fortunate rispetto a noi, a guidare tale affermazione? No, sono anzi dati oggettivi.

L’Istat ha certificato che nel 2014 la crescita demografica è stata sostanzialmente zero. Il numero di cittadini italiani ammonta complessivamente a 60’795’612, +12’944 unità rispetto all’anno precedente, incremento dovuto principalmente alle revisioni anagrafiche  (aggiornamento irreperibili, re-iscrizioni di cancellati, ecc) epurato da questo fenomeno la crescita si ferma a 2’075 unità dovute totalmente alle migrazioni. Il saldo “nascite – decessi” è negativo per 100’000 unità e rappresenta il peggior dato dalla prima guerra mondiale, dove ovviamente il conflitto ha inciso non poco (quando si dice che questo scenario economico e sociale è da guerra non si fa eccessiva forzatura). Gli italiani nati in Italia  diminuiscono di 83’616, ma salgono di 130’000 se si considerano gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza. Un effetto palese è la deriva verso un aumento dell’età media, che ha raggiunto i 45 anni e che continuerà la sua ascesa.

Il fatto che gli italiani da soli non riescano a dare sprint alla crescita demografica è noto da tempo, ma fino ad ora questo fenomeno era stato bilanciato dall’effetto delle migrazioni e dalla maggiore propensione dei migranti a dar luce a nuova prole. Evidentemente la situazione economica drammatica spinge gli immigrati e fare meno figli, ed addirittura a cercare di uscire dal nostro paese col risultato che non si riesce più a sopperire al calo demografico imputabile a noi italiani.

L’importanza di una popolazione in crescita, dinamica e giovane è fondamentale per il progresso economico, perché costoro sono le persone che maggiorente danno contributo alle attività produttive, si inventano nuovi lavori ed imprese, possono sopperire alla richiesta di manodopera più o meno specializzata, si istruiscono, entrano in contatto con nuove tecnologie ed, in riferimento agli immigrati, spesso riempiono lacune nel mercato del lavoro per quelle occupazioni che gli italiani, dotati di titoli di studio elevati ma spesso poco funzionali per via della distanza tra scuola ed università rispetto al contesto lavorativo, non si sentono più di voler fare, ad esempio i cosiddetti mestieri.

Al sostegno della crescita economica che richiede indubbiamente gioventù forte, istruita, dinamica, flessibile, digitalizzata e via dicendo, si aggiunge anche il minor costo della popolazione giovane ed attiva che mediamente si ammala meno, ha meno necessità di welfare e di sostegno pubblico rispetto alle persone più avanzate con l’età; Inoltre il costo del lavoro per le persone più giovani, a prescindere dalle varie riforme in corso od in essere, è inferiore. Tale circostanza, in un paese che ha un bilancio statale a dir poco complesso e non riesce per colpevolezze politiche, nonostante i decennali tentativi di spending review ed il susseguirsi di commissari speciali, a tagliare la spesa pubblica, è un fattore non di poco conto. Ricordiamo che è stato appena raggiunto il nuovo record di debito pubblico a quasi 2’200 miliardi, benché abbia ragione Padoan quando afferma che il debito cresce fisiologicamente ed è al Pil che s’ha da rapportare, va però precisato, riportando il Ministro coi piedi a terra, che con i tassi attuali di crescita del Pil, considerando le stime più ottimistiche, anche il significativo rapporto Debito/Pil è destinato a crescere. In tale dinamica una demografia favorevole contribuirebbe a mantenere inferiore la spesa, quindi il debito, ed avrebbe le potenzialità, se presente un contesto economico giusto, per alzare il Pil: un doppio beneficio di cui l’Italia avrebbe bisogno, ma del quale deve fare a meno.

Vi è un altro aspetto da considerare, ed ha carattere prioritario, che è quello della previdenza pensionistica. Avere una popolazione giovane, che lavora e che, con i meccanismi ancora parzialmente in essere, paga le pensioni ai ritirati dal lavoro, è indispensabile per la sostenibilità del bilancio pensionistico. Si sente sempre più spesso parlare di riforme che vorrebbero portare al contribuitivo totale e ciò in linea teorica è corretto e tecnicamente impeccabile per la sostenibilità di bilancio, ma va detto che, per come sono conformati gli stipendi italiani, ciò vuol dire lavorare fino a circa 10 anni dall’età media di aspettativa di vita (un po’ di più per le donne), “godersi” una pensione (o meritato riposo) brevissima ed avere corrisposta una somma spesso insufficiente per un sostentamento dignitoso (almeno ad oggi è così, altro che godersi il dolce far nulla o cirare i propri interessi, si dovrà lottare per la sussistenza). Potendo quindi contare su lavoratori giovani in grado di accollarsi parte della spesa previdenziale sapendo che poi dai giovani futuri questo favore, o patto generazionale, gli verrà restituito, sarebbe di grande importanza anche per il benessere sociale, senza voler regalare nulla a nessuno. Ovviamente tutto è legato a doppio giro alla necessità di una crescita demografica costante ed alla presenza di sufficienti posti di lavoro, cosa non scontata ed a maggior ragione in un paese bloccato come l’Italia.

Stime dello stesso Istituto di Previdenza Sociale affermano che, se non vi sarà una ripresa ragionevolmente corposa e non è prevista nell’immediato, le casse dell’INPS passeranno dall’attuale attivo di 18.5 miliardi, nonostante alcuni buchi ascrivibili a gestioni separate come certi fondi, ex istituti dipendenti pubblici e dirigenti d’azienda, ad un rosso di 56 miliardi nel 2023: impensabile.

Risulta doveroso precisare che la tendenza al calo demografico per quel che concerne la popolazione “autoctona” è comune a molti Stati industrializzati e sviluppati, soprattutto del nord europa, ma in tal caso la tendenza è mitigata da politiche ed incentivi in favore delle nascite, che gli italiani possono solo sognare, ad un maggior bilanciamento lavoro – vita privata e famigliare, ad un capillare reticolo di asili anche aziendali, a veri contribuiti economici finanche alla maggiore età e finalizzati persiano allo studio. Senza volersi spingere ai campioni nordici come Finlandia, Svezia o Olanda, basta scavalcare le Alpi e prendere come esempio la Francia, termine di paragone più prossimo a noi a dai dati economici che secondo alcuni economisti sarebbero addirittura peggiori di quelli nostrani. Se queste politiche, magari appena dispendiose nell’immediato, ma che si ripagano gratuitamente nel medio-lungo periodo, non dovessero essere sufficienti, ecco che entra in gioco il fattore migrazione, e le relative politiche di integrazione e regolarizzazione, che bilancia una situazione altrimenti incompatibile con crescita economica, benessere, sviluppo e progresso strutturali.

Ecco spiegato dunque un altro motivo per il quale bisogna repentinamente prendere in carico il problema dei flussi migratori. Motivazione forse più veniale rispetto al soccorso di vite umane ed al contenimento di situazioni al limite della decenza che ci si presentano dinnanzi in questi giorni, ma sicuramente di importanza non trascurabile se si ha in mente il progetto di un paese vivibile, accogliente, dinamico e competitivo.

La politica, soprattutto quella che fa leva sulla paura del diverso ed in particolare in situazioni di difficoltà sociale diffusa, sarebbe bene che ragionasse anche in questi termini, e sarebbe bene che lo facesse, ancor prima della politica quasi sempre capziosa ed in cerca di facile consenso, l’elettorato che, in quanto umano, dovrebbe essere in grado di pensare e scegliere, senza farsi influenzare da soluzioni e ragionamenti troppo semplicistici.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

Annunci

Sentenza Consulta sulle pensioni: il dubbio rimborso del Governo

Con un proclama in perfetto stile Berlusconiano, quello dei tempi d’oro, un monologo senza un contraddittorio degno di tal nome su una delle principali reti nazionali che molto ricorda le presenza dell’ex Cavaliere negli studi di Porta a Porta, con la sola differenza di orario, notturna nel caso della terza Camera di Vespa, appena dopo pranzo per il soliloquio renziano, il Premier Renzi ha illustrato come il Governo intende adempiere alla sentenza della Corte Costituzionale in merito al blocco della perequazione delle pensioni per gli emolumenti superiori a 3 volte il minimo (circa 1500 € lordi) introdotto dal Governo Monti con la legge Fornero negli anni 2012-2013.

Come abbiamo già scritto, la Consulta ha ritenuto la misure incostituzionale e ne ha previsto il rimborso pur senza specificarne le modalità ed i tecnicismi. Va detto che, secondo il parere di tecnici ed esperti, dal momento che la Consulta si pronuncia il diritto è già costituito: la sentenza quindi risulterebbe immediatamente vigente ed andrebbe applicata, indistintamente, a tutti coloro che si sono visti coinvolti nel blocco non dovuto.

Al programma “L’Arena” di Giletti, Renzi ha esordito in tono trionfale informando l’audience che, dal primo agosto, circa 4 milioni di pensionati riceveranno una “una tantum” di 500 € netti medi a testa proprio in ottemperanza alla decisione della Corte.

La spesa per l’Esecutivo si aggira attorno ai 2 miliardi (rispetto ai 18 che il Premier ha indicato come denaro necessario per un rimborso totale), non strutturali perché verranno conferiti sotto forma di una tantum e reperiti in quota parte di 1.6 miliardi dal tesoretto (virtuale) dovuto allo scostamento di 0.1% in favore dei conti italiani tra deficit tendenziale e deficit programmatico e per i restanti 400 milioni nelle pieghe di bilancio, principalmente con tagli ai Ministeri. In realtà il Premier ha sostenuto che la copertura dovrebbe arrivare da risparmi accantonati per non ben specificate misure di sostegno alla povertà, che in ogni caso verranno comunque implementate, anche se allo stato attuale non si comprende bene con quali risorse, sul tema Renzi è rimasto piuttosto vago. I dettagli tecnici dovrebbero essere discussi e specificati con Decreto del CdM delle 12 di lunedì 18 maggio.

Il Premier ha poi tenuto a sottolineare come la “mossa” non abbia carattere elettorale poiché prenderà fattezze a partire dall’1 agosto. Il solo fatto di avanzare una simile premesse la rende a tutti gli effetti strumento di propaganda, anche se ci sarebbe da discutere quanto sia positiva o negativa. Rimborsare solo 2 miliardi su 18 non è molto. Inoltre la dichiarazione fa il paio con la rassicurazione che nel giro di un anno verrà portata a termine anche la Salerno-Reggio Calabria, storico tratto autostradale eternamente incompiuto, fulcro di tanti scandali, inchieste, appalti, giri di poltrone, e che, guarda caso, ha il suo punto di partenza proprio in una delle 7 regioni chiamate domenica 31 maggio alle urne.

Probabilmente il Governo avrebbe veramente voluto attendere la conclusione delle elezioni regionali e forse arrivare alla stesura della bozza del DEF 2016 a giungo se non proprio alla redazione di quello definitivo in ottobre, ma non ne ha avuto la possibilità, pressato dal MEF di Padoan a sua volta incalzato dalle insistenti richieste di chiarimento di Bruxelles e delle agenzie di rating che già hanno posto il faro su questa faccenda di non semplice soluzione. La Commissione Europea, promuovendo in linea di massima i progressi italiani, non ha lasciato spazio alcuno per sforamenti o deviazioni dai percorsi concordati ed ha immediatamente chiesto delucidazioni su come sarebbe stata rispettata la sentenza senza sforare i parametri. La risposta immediata era quindi dovuta e per il momento è arrivata; non poteva essere altrimenti.

Salta subito all’occhio però che il rimborso è minimale e sorge il dubbio, pur non avendo la Consulta dato indicazioni tecniche, che, se si fermasse a 500 € per 4 milioni di pensionati, la valanga di ulteriori scontati ricorsi possano essere nuovamente accolti e giudicati incostituzionali dalla medesima Corte.  Innanzi tutto la platea non è la totalità dei pensionati ma solo coloro che percepiscono una pensione da 3 a 6 volte il minimo (da circa 1’500 a circa 3’000 € lordi), rimangono fuori circa 1,2 milioni di persone. In secondo luogo il rimborso è limitato solo ad un anno, non compre quindi neppure i due di blocco e non contempla gli adeguamenti con una superiore base imponibile degli anni successivi. In terzo luogo l’adeguamento è solo parziale, non copre tutto l’aumento del costo della vita, valendo circa un terzo del totale dovuto ad ogni singolo pensionato (tipicamente per le pensioni più basse la somma totale avrebbe dovuto essere circa 1’500 €, tra i 3 ed i 4 mila per quelle circa 6 volte il minimo, fino a 10’000 per le più alte). Inoltre, ma sarebbe stato così anche in caso di normale rivalutazione, a pensioni maggiori vengono conferiti rimborsi maggiori (tranelli delle percentuali). Detto ciò, come auspicato dai sindacati, si spera che i 500€ siano solo un acconto per placare Europa ed agenzie di Rating e che con più calma, in periodo di DEF, si trovi una soluzione più equa ed ampia.

Se invece la sentenza fosse applicata unicamente a mezzo di questo rimborso da 2 miliardi complessivi, sarebbe da mettere nuovamente in dubbio la sua costituzionalità. C’è da giurare che se la vicenda avesse visto gli attori a parti invertite, ossia lo Stato creditore ed il cittadino (normale) debitore, un simile sconto non si sarebbe applicato, probabilmente sarebbero subentrate anche pesanti sanzioni ed al limite pignoramenti: del resto vi è stato o no un venir meno al codice fondante La Repubblica Italiana: La Costituzione?

Il principio che nei momenti di difficoltà chi più possiede, i più privilegiati, i più ricchi, debbano contribuire in misura maggiore è saggio, costituzionale e fa parte del senso civico di un paese purché di senso civico ne è dotato. In Italia invece non funziona così. I tagli e la richiesta di sacrifici iniziano sempre dal basso, mentre coloro che realmente potrebbero e dovrebbero contribuire, sia per possibilità economica sia per dare esempio (e la politica dovrebbe essere ai primi posti), rimangono spesso indenni oppure si limitano a contributi del tutto simbolici e propagandistici. L’aver scoperto che anche sulle pensioni, oltre ad aver colpito pesantemente anche coloro che benestanti non sono (1’000 – 1’500 € netti di pensione non sono somme da nababbi e non garantiscono il sostegno di una famiglia di tre persone in una città medio grande), è stata infranta la Costituzione, non aiuta il sentimento di fiducia già basso che l’opinione pubblica ha nei confronti delle istituzioni. Va bene la richiesta di sacrifici, ma quando queste sono richieste unilaterali, coercitive ed anche arroganti, gettano i cittadini nello sconforto. Il patto Cittadino – Stato, così come quello tra generazioni, deve esserci e e deve essere forte, ma non può essere basato su null’altro se non trasparenza, chiarezza ed universalità.

Vero è che il PIL del Q1 2015 è superiore alle attese, ma già abbiamo illustrato come lo scenario rimane difficile, inoltre questi 2 miliardi rappresentano lo 0.15% del PIL, il 50% della crescita ottenuta nel primo trimestre, che oltre ad aver goduto di congiunture estremamente favorevoli ha anche incluso (a partire da novembre 2014) attività illegali come droga, prostituzione, riciclaggio, secondo le nuove linee guida europee che pare tanto aver la funzione di alzare “artificialmente” i paramenti del vecchio continente, con impatto maggiore su quegli stati più in difficoltà, dove di norma vi è maggior incidenza dell’economia criminale.

Il Governo quindi ora non ha più scuse, deve moralizzarsi, ridurre veramente i privilegi, ma non i piccoli privilegi della gente comune, bensì iniziare dall’alto, dalle funzioni dirigenziali ed apicali della società e via via scendere. Inoltre, cosa non rimandabile visto che è dal 2007 che sono istituite apposite commissioni, deve essere ridotta la spesa pubblica, cresciuta senza soluzione di continuità dal 2007 di oltre il 18%, 107.2 miliardi, (in controtendenza con la maggior parte degli stati europei) senza che servizi, benessere reale e percepito, qualità della vita, welfare in generale, abbiano avuto miglioramenti paragonabili (a tal proposito si rimanda all’articolo sul Il corriere della Sera del grande Sergio Rizzo 33 Rapporti e la spesa non scende mai (Sergio Rizzo) ).

Non è più tempo di sole parole e tweet transeunti, d’effetto ma senza riscontro fattivo, portatori di consenso ma non di miglioramenti e cambiamenti tangibili. Questo è il tempo di mantenere le promesse e fare il necessario che fino ad ora non si è mai fatto, si è rimandato o si è detto, falsamente, di aver portato a termine.

Valentino Angeletti LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti Twitter: @Angeletti_Vale

PIL Q1 2015 +0.3%: molto bene, ma approfondendo si scopre uno scenario molto più complesso

Non è intelligente nè razionale voler ad ogni costo, in modo sospettosamente prevenuto, esibirsi nell’inutile pratica di sminuire o minimizzare qualsivoglia dato per affossare questa o quella parte politica, questo o quel personaggio, cercando letture, talvolta dietrologiche, asservite al proprio pro. I dati sono oggettivi, l’analisi può essere varia e più o meno approfondita o parziale. Non v’è dubbio che l’incremento del PIL Q1 2015 rispetto al trimestre precedente dello 0.3%, che ha sorpreso positivamente battendo di 0.1% (proprio l’ammontare del tesoretto) il consensus, va accolto con piacere, del resto è il miglior dato dal 2011. Non è molto, ma, volendo  essere estremamente pragmatici e lapalissiani, meglio più che meno.

Detto ciò non è neppure corretto non spingersi in una analisi minimamente più approfondita, prendendo per oro colato ogni comunicazione mediatica che viene dai mezzi stampa, dalla TV, dai TG o dagli utilizzatissimi social network.

Va ricordato che la crescita su base annua (y/y) per l’Italia non c’è. Essa si attesta allo 0%, il che comunque ci colloca fuori dalla recessione. Rispetto agli altri stati europei con cui usualmente ci confrontiamo, l’Italia rimane indietro, infatti la Spagna, vero termine di paragone, fa segnare +0.9% rispetto al trimestre precedente, la Francia +0.6% e la media UE 28 è del +0.4%. Magra consolazione il fatto che la Germania deluda le previsioni con lo stesso dato dell’Italia, +0.3%, perché le situazioni sono estremamente differenti. La Germania viene da un periodo di crescita che ha visto il PIL aumentare in valore assoluto e quindi, rispetto ai periodi arretrati, anche questo rallentamento della crescita rappresenta comunque un incremento di qualche “briciola” di PIL. Per l’Italia invece vale il contrario, gli ultimi anni sono stati di decrescita costante del Prodotto Interno Lordo, il che vuol dire che esso è calato come somma complessiva. Pertanto, anche se un dato simile si ritrova solo nel 2011, rispetto a quell’anno il valore nominale del PIL è più basso, così come non v’è stata crescita in termini assoluti rispetto ad un anno fa. Sembra una ovvietà quella appena spiegata, ma, quando si trattano dati differenziali, è sempre bene tenere a mente questa precisazione.

La finestra presente in questo periodo, come da tempo si sottolinea, è di quelle irripetibili, da cogliere senza ritardi perché potrebbe restringersi da un momento all’altro. I fattori concomitanti di QE, prezzo del greggio basso, Euro debole, tassi ai minimi e conseguente basso costo del denaro, creano tutti i presupposti per far galoppare l’economia, la produzione interna, gli investimenti, il credito e le esportazioni. Sul QE vi sono inoltre le rassicuranti parole del Governatore della BCE Draghi, che, dalla sede FMI di Washington, ha evidenziato come gli effetti del QE siano stati addirittura più positivi del previsto e che non c’è affatto intenzione di interromperlo. Sappiamo quanto Draghi ha dovuto lottare strenuamente con Merkel, Schauble, Weidmann e lo stormo di falchi al seguito per poter avviare tale misura e che probabilmente, se avesse potuto decidere in autonomia, avrebbe avviato l’iniezione di liquidità ben prima, così da porre tempestivamente un argine più solido al trabordare della crisi. Il Governatore ha rincarato ulteriormente la dose, affermando che è necessario che la liquidità sia rivolta in quantità maggiore verso imprese ed investimenti. Questa frase è molto forte e può trovare attuazione seguendo due strade: la prima, non banale in quanto probabilmente la BCE non ha mandato per agire in tal modo, è un cambio di strategia della Banca Centrale Europea, che, seguendo il modello statunitense della FED, potrebbe decidere di convogliare la liquidità direttamente alle imprese senza l’intermediazione bancaria, che in passato tanto ha speculato con i denari di Francoforte; la seconda via invece è in capo ai singoli Stati ed ai singoli Governi nazionali, i quali hanno il compito di attuare tutte quelle riforme, economiche ed istituzionali, necessarie a consentire lo sblocco del credito, la ripartenza degli investimenti, nazionali ed esteri, e la creazione di nuovi posti di lavoro. In parole semplici, ma efficaci, se fino ad ora il cavallo aveva fin troppa acqua ma non ha avuto voglia di bere, adesso è il momento che invece cominci a dissetarsi, e copiosamente, perché i sintomi della disidratazione sono già preoccupantemente avanzati.

Tornando al positivo dato del +0.3% di PIL, esso è trainato, finalmente, anche dal mercato interno, mentre, in modo del tutto strano visto l’Euro debole, il mercato esterno ha subito un rallentamento. I settori trainanti sono stati agricoltura ed industria, con automotive e farmaceutica sugli scudi, mentre rimangono al palo i servizi. Una ripresa di produzione interna è sicuramente un bene, ma sorge il dubbio che le imprese, contrariamente al sistema Paese nel suo complesso, stiano sfruttando in modo migliore la finestra congiunturale e gli incentivi per la trasformazione dei contratti di lavoro da precari a tempo indeterminato, con tutte le modifiche e restrizioni dovute alla riforma del Jobs Act attuata dall’attuale Esecutivo. La aziende potrebbero aver deciso di utilizzare i vantaggi, come il basso costo del denaro ed il credito a tassi minimi, per ripristinare le scorte che potrebbero essersi esaurite in questi quattro anni in cui c’è stato quasi un blocco totale delle produzioni e conseguente lento svuotamento dei magazzini. Se così fosse allora il dato sarebbe viziato da una produzione estemporanea che non rispecchia il reale futuro andamento tendenziale dei consumi, vero traino della produzione industriale e degli investimenti.

Poco dopo il dato sul PIL, è stato confermato il ritorno alla deflazione e diramato anche il livello, in valore assoluto, del debito italiano. Esso ha raggiunto il nuovo massimo storico di 2’184 miliardi. Si tratta stavolta non di un dato percentuale differenziale, ma del numero assoluto che funge da numeratore al rapporto Debito/PIL che anche per il 2015 è previsto in aumento, in coerenza con i dati appena emessi.

Infine vi è un’altra tegola non da poco: la sentenza della Consulta in merito al rimborso ai pensionati del blocco della perequazione delle pensioni al costo della vita. L’Esecutivo ed il MEF stanno cercando alacremente una soluzione che potrebbe arrivare o per decreto nei prossimi giorni, o dopo le elezioni, per ovvi non detti motivi elettorali, o ancora in autunno, in concomitanza con la nuova legge di stabilità. La soluzione che al momento pare più plausibile è quella di un rimborso parziale per le sole pensioni più basse (il limite è in discussione) e forse relativo ad un solo anno. Anche questa decisione però potrebbe non essere costituzionale perché, secondo il parere di esperti, il diritto tecnico estenderebbe, indistintamente a prescindere dall’ammontare della pensione, a tutti i pensionati coinvolti (pensione oltre 3 volte il minimo) il diritto di rimborso, inoltre dal momento che la Consulta si pronuncia, il diritto è già costituito e da applicarsi. Un rimborso totale richiederebbe risorse per circa 16-19 miliardi di €, mentre il Governo vorrebbe limitare a circa 2 miliardi l’esborso, in modo da non eccedere i parametri europei che, assieme alle riforme, Bruxelles vuole rispettati per concedere i margini di flessibilità concordati (pur rimanendo nei patti).

Dietro un buon dato, come il +0.3% di PIL, si celano in realtà una molteplicità di aspetti ed analisi da affrontarsi per non cadere in una lettura superficiale e parziale. Proprio per questo, facendo eco al presidente di Confindustria Squinzi, sia Padoan, che, contrariamente a quanto sua consuetudine, Renzi hanno mantenuto la calma, ricordando giustamente che il dato è buono ma ancora fragile ed inserito in un contesto, che abbiamo cercato di illustrare, permanentemente complesso. Inoltre il dato è probabile che in silenzio fosse già atteso dai tecnici del MEF, visto il valore del tesoretto esattamente corrispondente all’aumento inatteso.

Lo scenario rimane persistentemente incerto, ma questo, nonostante gli scontri politici e le regionali alle porte, è il momento da sfruttare assolutamente per portare a compimento le riforme economiche, applicarle ed attendere che, dopo il ritardo fisiologico a valle della loro attuazione, portino risultati all’economia reale.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Sentenza Consulta sulle pensioni: un complesso nodo da sciogliere ereditato da Governo Renzi

Lo avevamo detto immediatamente che sarebbe stato un problema ed infatti ora la questione è sul tavolo del Governo che dovrebbe decretare entro venerdì. La sentenza della Consulta che ha giudicato incostituzionale il blocco, previsto dal provvedimento “Salva Italia” del Governo Monti, dell’adeguamento all’inflazione per gli anni 2012-2013 delle pensioni oltre 3 volte il minimo, quindi circa 1’500 € lordi al mese, deve essere in qualche modo rispettata.

Al momento la somma che dovrebbe gravare sul bilancio pubblico 2015 è ancora incerta, inizialmente la maggior parte dei media la collocavano in una fascia tra i 4 ed in 9 miliardi, aumentata poi nel tempo, attestandosi secondo le ultime stime nella forbice tra i 14 ed i 19 miliardi. Il conteggio complessivo, del resto, deve tenere conto degli adeguamenti mancati per il 2012-2013, ma anche degli adeguamenti successivi che avrebbero dovuto avere una base superiore oltre che degli interessi maturati. Tale cifra ovviamente non è onorabile dal Governo italiano, il quale, sotto il controllo dell’Europa che mercoledì passerà al vaglio il dossier riguardante proprio i conti italiani e l’impatto che la sentenza della Consulta potrebbe arrecare, ha confermato il rispetto dei vincoli di bilancio concordati. Il Ministro Padoan ha affermato che pagare tutto il rimborso causerebbe uno sforamento del tetto del 3% del rapporto defiti/pil, una deviazione dal suo percorso di rientro, ed un peggioramento ulteriore del debito che dal prossimo anno dovrebbe stabilizzarsi ed iniziare a scendere.  Al Ministro fa eco anche Bruxelles che non ipotizza neppure il non rispetto dei vincoli di bilancio a cui ha legato indissolubilmente la concessione dei margini di flessibilità che non possiamo permetterci di perdere perché si sommerebbero alle quote da rimborsare come uscite o mancati incassi in un bilancio statale senza margini, se non di un tesoretto di 1.6 miliardi evidentemente insufficiente per “l’imprevisto consulta”. Le previsioni di primavera della commissione, infatti, non hanno affatto tenuto conto del rimborso alle pensioni di cui lo Stato dovrà farsi carico.

Un’atavica domanda che sorge riguarda il perché di un simile ritardo della sentenza della Corte Costituzionale, le motivazioni erano facilmente intuibili fin da subito ed un precedente già sussisteva, ossia il veto sul contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro; era pertanto possibile un pronunciamento più repentino. Il Governo Renzi, incolpevole per il dissennato provvedimento di blocco della perequazione in un periodo quando avrebbero dovuto esser potenziati i consumi, si trova comunque costretto a dover a riparare una situazione altamente complessa. Un’altra questione riguarda il fatto che, e si spera che serva da lezione per il futuro, sarebbe stato meglio sottoporre al vaglio della Corte tale misura ben prima della sua entrata in vigore. All’epoca, va detto, che il Governo era sotto pressione dei mercati, con spread costantemente tra 300 e 500, e da parte dell’Europa che premeva per la rigorosa applicazione dell’austerità. Ciò ha portato, come spesso accade anche in questi ultimi periodi, ad agire d’urgenza, con rapidità, a prendere decisioni avventate senza valutarne in modo corretto ed oggettivo le ricadute. Analogo problema si è verificato con gli esodati e tutta la riforma delle pensioni. Ora l’attuale Esecutivo rischia di sterilizzare i benefici contabili goduti del blocco degli adeguamenti sui conti e fungere da fardello in un frangente in cui per le condizioni macroeconomiche al contorno si dovrebbe spingere sull’acceleratore.

L’Europa, come ricordato precedentemente, non cessa di tenere sotto controllo i nostri conti, ricordandoci che non è possibile deviare dal percorso di rientro. Questo fatto pone il Governo Renzi nella condizione di dover studiare, cosa su cui il Ministro Padoan ha detto di volersi impegnare, un modo per mantenere in ordine i conti ed al contempo rispettare la sentenza della Corte. Il peso dell’Europa nel provvedimento preso sotto il Governo Monti è stato rilevante e non v’è dubbio che abbia contribuito a creare una pressione ed una fretta tale da far percorrere al Governo la via più breve e di più rapido risultato senza approfondirne le conseguenze. Di questa sua “ingerenza” Bruxelles dovrebbe farsi parzialmente carico per non applicare una eccessiva severità nel valutare la sentenza e le proposte che il MEF di Padoan avanzerà. Non solo relativamente all’Italia, ma la richiesta di austerità europea è stata un elemento che non ha facilitato il percorso di mitigazione e contenimento della crisi economica.

Le ipotesi più probabili a cui sta pensando il Ministero di Padoan sono un rimborso scaglionato e solo per le fasce di reddito più basse. La soglia sopra il quale il rimborso non verrà effettuato è ballerina ed incerta, alcuni quotidiani la fissano a 2’000 € di pensione netti (decisamente bassa), altri (più probabile) ad otto volte il minimo (un lordo di circa 4’000€). La somma dovrebbe essere reperita in parte (minima) dal tesoretto di 1.6 mld ed in parte da tagli di spesa (che avrebbero dovuto andare a ripianare il debito e ad abbassare le tasse). Si ritiene però che, in dipendenza alla soglia ove verrà posto il limite sopra il quale non verrà conferito nessun rimborso, il rischio di una revisione al rialzo su IVA ed accise, come previsto dalle clausole di salvaguardia, sia più che concreto. Per evitare un nuovo ricorso ed un pronunciamento della Consulta il provvedimento sarà configurato in modo da rispettare i requisiti di progressività, secondo il principio costituzionale che la tassazione deve essere proporzionale al reddito (ognuno deve contribuire in base alle proprie capacità, e in ogni caso in grado di provvedere al proprio sostentamento). Allo stato attuale oltre alla progressività del rimborso, in unica soluzione una tantum, entro un certo range che si azzera sopra un limite fissato vi è il dilazionamento nel tempo ad iniziare, a giugno, dalle pensioni inferiori.

Una simile tegola è quanto di peggio in questo momento potesse abbattersi sul Governo Renzi e sui contribuenti. Essa casca proprio in periodo pre elettorale, circostanza che inevitabilmente avrà rilevanza nell’indirizzare o dettare i tempi dei provvedimenti riparatori (Renzi, in perfetto assetto da campagna elettorale, ha detto di non aver fretta e di non accettare ingerenze o imposizioni europee), inoltre sono in pista numerose riforme istituzionali molto “divisive” che comportano tensioni e scontri politici.

Il rischio è che vengano ulteriormente rimandate le riforme realmente rivolte all’economia, senza considerare il pericolo che la Consulta si pronunci contro il Governo su altri provvedimenti del tutto simili al blocco delle perequazioni delle pensioni, come il blocco degli adeguamenti salariali per i dipendenti pubblici.

Sono da attendersi altri colpi di scena e se vige il principio che un referendum (vedi quello sulla legge Fornero in merito ai pensionamenti ed agli esodati) non può essere indetto, poiché non costituzionale, qualora un suo risultato possa mettere in pericolo il bilancio dello Stato, c’è da giurare che qualcuno stia già pensando di estendere il medesimo principio anche alle decisioni della corte costituzionale.

11/05/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

FMI taglia stime PIL; riforme nella giusta direzione ma da applicare in un Governo che non sembra così coeso

Negativa di 0.1 punti percentuali è la revisione della stima di crescita 2014 fatta dal Fondo Monetario Internazionale per l’Italia confermando così il terzo anno di recessione consecutivo. Il dato ha rivisto la previsione precedente di +0.3% indicata nel World Economic Outlook e segue i ribassi di OCSE e S&P di cui abbiamo già parlato (Link). L’FMI mantiene le stime 2015 e 2016 rispettivamente a 1.1% ed 1.3% con la postilla di poterle rivedere ad ottobre in conseguenza ad uno scenario macroeconomico definito per l’ennesima volta fragile, influenzato principalmente da:

  • Tensioni geopolitiche con al centro Russia, Libia e Medio Oriente.
  • Scenario deflattivo che minaccia ulteriormente una domanda interna già bassa.
  • Stagnazione, ben rappresentata da un debito in crescita tendente al 137%, rapporto deficit/PIL che l’FMI colloca al 3%, disoccupazione al 12.6% con quella giovanile oltre il 40% ed sud in condizioni ancora più problematiche.

A combattere la bassa inflazione dovrebbe contribuire la prima trance di T-LTRO della BCE, accolta con meno entusiasmo del previsto, probabilmente per via degli stress test europei. In Italia sono arrivati circa 22 miliardi che gli istituti finanziati dovranno convogliare ad imprese e famiglie rafforzando così la possibilità di credito, la cui domanda rimane ancora debole anche per l’impossibilità di ottenerlo. Tale misura è indispensabile che venga affiancata, come più volte ribadito e discusso all’Econofin (link1 – link2) ed in altri consessi (Link Ambrosetti), da una maggior diversificazione di accesso ai capitali con una varietà di strumenti di finanziamento da mini-bond a quotazioni facilitate in borsa. Da sottolineare come la disoccupazione fortifichi la stagnazione dei consumi e fomenti la conseguente spirale deflattiva. Ciò evidenza ulteriormente, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la necessità di creare le condizioni (burocratiche, economiche, di investimento e di business) per incrementare offerta di lavoro e l’occupazione.

L’FMI ha ripetuto pedissequamente quanto detto da tutti gli altri istituti, agenzie e leader economici e politici riguardo alle riforme di Renzi:

“Il piano di riforme è ambizioso va nella giusta direzione, deve però essere implementato. Si rimane in attesa dei risultati.”

In realtà medesima frase seguita da grandi attestati di stima è sempre stata riservata da queste realtà ad ogni nuovo governo, inizialmente da tutti ben gradito, ed ad ogni piano di riforma, quasi che il messaggio sia che per la situazione in essere non è più possibile andare avanti così; è necessario agire rapidamente, qualsiasi riforma sembrerebbe poter portare almeno un minimo beneficio e miglioramento.

L’FMI mette in guardia l’Italia su tre aspetti fondamentali che dovrebbero accompagnare la spending-rivew, la quale da sola potrebbe non essere in grado di correggere la deriva del debito ed al contempo assicurare una adeguata revisione del fisco. Si tratta delle pensioni, troppo costose (il 30% della spesa e le più costose d’Europa) su cui il fondo indica di intervenire anche per quelle attuali; della sanità e delle regioni ove le grandi differenze comprovano la possibilità di ingenti risparmi.

Anche la riforma del lavoro nella sua struttura generale è apprezzata dall’istituto di Washington che ribadisce la necessità di eliminare le enormi differenze tra lavoro stabile e precario, come ha detto il Premier la volontà è quella di eliminare lavoratori di serie A e di serie B. A tal fine l’idea di Renzi sarebbe quella di convergere verso un contratto unico a tutele crescenti che inizi con un contratto precario per poi trasformarsi in tempo indeterminato, anche se ad ora non è noto sapere in che tempi ed in che modalità. Questo aspetto non è da poco poiché nel periodo di transizione il lavoratore risulterebbe precario a tutti gli effetti, probabilmente quindi senza possibilità di accesso al credito e sostegno da parte delle banche, impossibilitato a fare piani di lungo termine. Tutto ciò rientra nel Jobs Act, che ha avuto il via libera dalla commissione lavoro. Nella riforma vi è anche il superamento dell’articolo 18, consentendo il licenziamento dei lavoratori dietro indennizzo economico. Come per il contratto unico, anche per l’indennizzo non si hanno dettagli né su modalità-ammontare né su tempi. Come ovvio l’articolo 18 è un argomento altamente divisivo che sta suscitando diatribe velenose e polemiche pesanti all’interno del PD a cominciare da Fassina, Damiano, Orfini, parzialmente Bersani ed ovviamente D’Alema. Nonostante tutto il Premier pare determinato ad andare avanti “come un mulo” e per ciò si è detto intenzionato, pur non menzionando mai l’arma del decreto, ad utilizzare tutti gli strumenti in suo possesso. Per il Nuovo Centro Destra invece questo superamento rappresenta una grande vittoria da esporre come trofeo, mentre i Sindacati, sul piede di guerra, hanno già indetto manifestazioni in varie forme.

Se proprio si deve analizzare quanto quel po’ che si conosce del Jobs Act va detto che a poter portare problemi più che l’articolo 18, molto simbolico, ma alla fine poco applicato nei contesti reali e già riformato 2 anni fa, tanto che alcune voci direbbero che la stessa OCSE ha mostrato perplessità di fronte ad una nuova modifica a così poca distanza quando ancora i reali effetti della precedente riforma non sono completamente chiari, sono l’articolo 4 ed il 13.

L’articolo 4 riguarda la concessione alle aziende di poter utilizzare  strumenti tecnologici per il controllo a distanza del lavoro e del lavoratore nel rispetto di dignità e riservatezza. Evidentemente il confine tra ciò che può essere consentito per un controllo di produttività e quello che si può trasformare in strumento di ricatto dovrà essere ben stabilito, oggettivo e non fraintendibile, altrimenti si rischia di trovarsi di fronte, soprattutto nelle prime fasi di implementazione, ad uno strumento parziale, fuori controllo ed altamente vessatorio.

L’articolo 13 è inerente alla possibilità di demansionamento del lavoratore con conseguente riduzione di stipendio. Inutile anche in tal caso sottolineare come la possibilità di utilizzi impropri e discriminanti sia facilmente realizzabile e vada scongiurata con norme chiare, specifiche e con controlli adeguati.

Infine va ricordato che la riforma sul lavoro verrà applicata solo ai nuovi contratti, quindi per un periodo decisamente lungo di tempo a partire dalla sua entrata in vigore vi saranno ancora tutti i vecchi contratti con le loro caratteristiche.

Detto ciò poi la necessità di configurare il lavoro in modo che sia flessibile, soprattutto per quel che riguarda la riqualificazione dei lavoratori e le possibilità di reimpiego a valle di mutate esigenze e scenari economico industriali perseguendo un sistema di formazione e di sostegno nel periodo di aggiornamento professionale simile ai paesi nordici, è ormai manifesta da tempo; sarebbe anacronistico continuare ad arroccarsi su posizioni contrarie.

Prima però di andare avanti sul Jobs Act, che verrà discusso durante l’incontro europeo sul lavoro l’8 ottobre a Milano, è intenzione del Premier assicurare le tutele  a coloro che hanno perso il posto, rinnovando quindi le varie forme di cassa integrazione impiegando le risorse necessarie a coprirli.

L’altro nodo che blocca i lavori parlamentari e problematico per il Governo è l’elezione dei componenti di CSM e Corte Costituzionale. Esso è tutt’altro che risolto e si appresta a giungere alla quattordicesima votazione, nonostante il ticket scaturito da Nazareno tra PD e FI che candida come rappresentanti Violante e Bruno. Sembra chiaro che le fazioni e le fronde siano potenti, in tale situazione addirittura più di PD ed FI assieme, ed abbiano portato a ben 13 insuccessi mostrando che su certi temi delicati, nonostante le intimazioni del Presidente della Repubblica, le scissioni proseguono. La prossima elezione è indetta per martedì e qualora si trasformasse in un nuovo nulla di fatto potrebbero essere candidati altri nomi.

C’è da chiedersi, e se lo chiedono anche FMI, OCSE, Bruxelles, BCE e via dicendo, come sia possibile per il Governo italiano, se non in grado di eleggere due giudice della consulta, affrontare efficacemente e rapidamente senza scadere in compromessi eccessivamente al ribasso, riforme molto più complesse, di valore anche simbolico e con impatto più concreto come appunto quella sul lavoro che già è motivo di dissidi, quella delle pensioni, della sanità e delle regioni (con i tagli di spesa conseguenti mai digeriti con facilità), dei diritti civili e della legge elettorale, l’Italicum, sui cui il premier sta accelerando forse, pur non dicendolo esplicitamente e continuando a vedere il 2018 come termine della legislatura, per prepararsi, perché come si dice gergalmente: non succede, ma se succede…

18/09/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Alternativa da 40 miliardi privata e complessa all’intervento sulle pensioni avanzato dal Ministro Poletti e per sostenere la ripartenza immediata

Mancano le risorse, a questo leit motive siamo ormai abituati, stavolta si tratta di circa un miliardo all’anno da destinarsi a stabilizzare la situazione degli esodati e tutte quelle anomalia occorse a valle della riforma Fornero.
L’ipotesi avanzata dal Ministro Poletti, e non nuova al Premier Renzi ed ai suoi consiglieri che la proponevano già in campagna elettorale assieme alla revisione delle pensioni di reversibilità, sarebbe un intervento di prelievo sulle pensioni “più alte”.
Non quelle d’oro alle quali (oltre 90’000 € lordi) il prelievo è già applicato in eredità dai precedenti Governi come ricordato dall’ex Ministro Giovannini, ma a quelle del ceto medio, oggettivamente piuttosto vessato dalla crisi tanto da perdere il proprio status quo di benestante, benché non si debba dimenticare che chi non arriva a fine mese fa parte di un ben più basso ceto sociale.
Le cifre non ufficiali (il Governo ha fatto intendere che la definizione ORO dipende da dove si pone l’asticella, e questa è una scelta prettamente politica) che circolano spaziano da i generici (netti o lordi?) 3’000 € dei giornali più orientati a destra, ai 3’500 € netti e solo nel caso in cui la differenza tra contributi versati con il sistema retributivo e pensione percepita sia “elevata” delle fonti più vicine al PD.
Partendo dal presupposto che nel nostro paese, ove si sta riscontrando un pericoloso incremento del divario tra ricchi e poveri che spacca la società letteralmente in due, un’azione di pesante ridistribuzione della ricchezza è necessaria (Link disuguaglianza sociale: Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/13, Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/14, Censis: i poveri raddoppiano. Per loro solo speranze, poche possibilità nel breve 12/07/14) così come la presa di coscienza da parte di coloro che effettivamente risultano extra-tutelati ed ultra-avvantaggiati avviando una sorta di volontaria cessione di privilegi (in molti casi mai stati sostenibili) per assicurare un futuro alle nuove generazioni, riguardo all’ancora ipotetico provvedimento in questione vi sono molti dubbi.

Sia i partiti più orientati al centro destra, anche di Governo, sia i sindacati, sia innumerevoli esponenti del PD, hanno subito esternato perplessità e dissenso.

La tecnica del taglio dei salari e della tassazione in un momento recessivo non ha evidentemente funzionato né in Europa né in Italia, anzi ha acuito la povertà, il divario sociale e sostenuto la deflazione.

Il fine di questo provvedimento, per quanto sia un problema da risolvere, non è una misura per la crescita, per l’occupazione o per investimenti produttivi ad alto ROE, ma è il “mettere la pezza” ad un pasticcio all’italiana, un reagire e spendere senza ritorno, modalità che non avrebbe mai dovuto essere permessa, e che dovrebbe essere risolta in altro modo a cominciare dalla lotta all’evasione e corruzione per citare due esempi.

Altro elemento da considerare attentamente è che servono nell’immediato risorse non presenti. Tutti i provvedimenti, dalle riforme costituzionali – istituzionali, a quelli teoricamente più rapidi come la spending-review, un rinnovo delle politiche del lavoro e dell’occupazione, il pagamento dei debiti PA, il sostegno al credito, gli investimenti infrastrutturali e tecnologici, i progetti di ricerca, richiedono un fisiologico periodo per portare risultati concreti ed inoltre, come ricordato in più occasioni da Cottarelli, i proventi della revisione alla spesa non dovrebbero essere usati se non per investimenti produttivi (ma tipicamente di medio-lungo periodo) o per il taglio del debito, tuttora in crescita e tendente al 137%.
Come reperire quindi risorse per far ripartire subito l’economia senza attendere il delay temporale delle riforme e tappezzare alcuni buchi incresciosi?

Per prima cosa è necessario che Europa e BCE si mostrino più reattivi e capaci, perché senza un loro pesante intervento l’Unione rischia lo sgretolamento (in ogni caso, anche con un differente approccio economico non verranno giustamente mai consentite spese improduttive). A tal fine quindi il tavolo smentito dal Governo per dialogare con Bruxelles sull’applicazione della flessibilità non sarebbe una vergogna, sarebbe anzi auspicato ed estremamente utile soprattutto quand’anche coinvolgesse profondamente tutta l’Europa e la BCE, e neanche avrebbe motivo di essere così nascosto.

La seconda questione, lato Italia, deve affrontare il bisogno di risorse immediate (si parla di poche settimane). La spending-review rimane il fulcro, perché non possono essere più concessi certi sprechi sulle spalle della collettività, ma da sola potrebbe non bastare, richiedere tempo ed essere già blindata come impiego (debito, investimenti e lavoro). Vale la pena allora considerare un intervento condiviso, discusso ed elaborato assieme al popolo, che a valle del bonus Irpef aveva riacquistato un po’ di fiducia, sentimento iniziale da confermare (Fiducia dei consumatori: “sentiment” che attende di essere confermato 29/04/14), e che ora, con questo sgambetto sulle pensioni, con le clausole di salvaguardia minacciose all’orizzonte, con le accise, i bolli, le tasse SIAE sui dispositivi di memoria e via dicendo, rischia di sparire nuovamente preda dell’incertezza con conseguente, ulteriore, riduzione dei consumi (per quanto possibile).

Si potrebbe allora iniziare a ragionare senza ideologie preconcette sulla patrimoniale, ma con un aspetto di volontarietà. Servirebbero industriali, facoltosi ricchi, super manager e dirigenti, veri capitani coraggiosi (altro che Alitalia), in sostanza il 10% detentore del 50% del patrimonio nazionale (quindi 4’000 degli 8’000 mld € complessivi, ipotizzando 1% di contributo progressivo medio sarebbero 40 mld in poche settimane-mesi), che si proponesse di mettere a disposizione, una tantum, una certa percentuale dei propri averi per ridistribuire ricchezza, e provare a risollevare l’Italia.

Ovviamente e giustamente non possono farlo gratis, ma devono vedere una contropartita vantaggiosa; essa dovrebbe consistere in un piano industriale nazionale, una politica di investimenti, azioni sul mercato del lavoro, sul capitale umano e sulla meritocrazia, meccanismi di sostegno alle imprese ed all’economia, eliminazione della burocrazia, certezza delle norme e della giustizia, assieme ovviamente ad interventi radicali sul fisco. In sostanza dovrebbero avere evidenza di un piano che non sprechi il loro sacrificio in mille rivoli e che smetta di chiedere incessantemente risorse introducendo balzelli che tutto sommato spesso poco si discostano da delle minipatrimoniali con scarso o nullo effetto finale. Al tavolo dovrebbero parteciparvi attivamente gli elargitori e stavolta, essendo stata fino ad oggi incapace, dovrebbe essere la politica a farsi dirigere.
Così facendo se l’economia ripartisse gli stessi “benefattori” ne trarrebbero beneficio per loro e per le loro attività.
Si tratterebbe chiaramente di un fallimento dello stato, che forse è già avvenuto in più di una occasione, a cui porrebbe rimedio il privato; cosa non giusta ma che a questo punto pare inevitabile per innescare quello shock che né istituzioni nazionali, né istituzioni europee ne tanto meno BCE sono stati in grado di dare in tempo utile.
Si tratterebbe di un vero patto da rispettare ed onorare ed occasione per riguadagnare credibilità istituzionale.
Ad ipotesi simili del resto non si sono mostrati avversi alcuni importanti industriali che invece di delocalizzare puntano ancora sul paese, investono e non hanno la minima intenzione di andarsene, pur facendo dell’export la loro principale voce di profitto.
Sarebbe un gesto di redistribuzione volontario non fine a se stesso e per tanto inefficiente, ma studiato in modo da innescare quella ripartenza benefica che ha visto le istituzioni incapaci, lente ed egoiste nella difesa di vecchi baluardi e posizioni ideologiche, partitiche o di rendita.
Una rivoluzione proposta e portata avanti dal basso senza alcuna scusa per non essere implementata visto che sarebbe avanzata seriamente dai diretti interessati.

19/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Lavoro pubblico e privato/autonomo: quando la politica deve agire per arginare una sensazione di inequità

Premettendo che il settore pubblico, il quale è tirato avanti grazie al sacrificio di alcuni eroi che si sobbarcano il lavoro non svolto da altri, più che di eccesso di impiegati, non superiori rispetto a Stati paragonabili all’Italia, è afflitto da una cronica inefficienza e scadenza del servizio, la strategia di ridurre i costi prepensionando circa 85’000 dipendenti ed assumendo giovani, in numero inferiore, che inevitabilmente consteranno meno, saranno mediamente più propensi all’uso di nuove tecnologie e potranno essere adibiti a funzioni più utili ed in zone geografiche in cui c’è maggiore necessità lascia, aperte due questioni.

Da un lato le buone intenzioni che provengono dal voler sostenere l’impiego giovanile e dal voler introdurre una spinta innovativa che ripagherà nel medio termine, dall’altro il problema che si sposta dalla spesa pubblica a quella previdenziale dell’INPS che come è noto dopo l’integrazione con INPDAP ed fondo pensione dirigenti potrebbe non essere finanziariamente così solida quanto un tempo. Il provvedimento rischia quindi di essere un boomerang, anche perché le pensioni del pubblico impiego sono mediamente superiori alla media e godono quasi in toto, per coloro che si apprestano ad usufruire del prepensionamento in questi anni, del sistema retributivo.

Viene inoltre sollevato un problema di equità sociale, infatti se i dipendenti pubblici possono lasciare il lavoro prima dei termini avendo assicurato un trattamento pressoché identico o minimamente penalizzante, perché ciò avviene solo parzialmente, lasciando la decisione all’azienda, nel privato e non può avvenire per i lavoratori dipendenti ai quali la vita lavorativa si è allungata notevolmente, ove il lavoro è in media più usurante e dove le pensioni sono oggettivamente, e ciò è dimostrato da vari studi, insufficienti al sostentamento anche di una sola persona?

Sia il lavoratori pubblici che privati ed autonomi hanno vissuto un netto calo di potere d’acquisto, o per il mancato rinnovo dei contratti e degli adeguamenti nel caso dei primi, o per il taglio dei premi di produttività per i privati, o per via della maggior tassazione, delle imposte dirette ed indirette, degli aumenti dell’iva e del calo generalizzato dei consumi per gli autonomi; una nuova lotta tra poveri quindi. Solo i grandi evasori e detentori di immensi patrimoni hanno continuato ad arricchirsi, anzi, in questo periodo, sono riusciti a farlo più rapidamente rispetto a prima.

L’ottimizzazione della spesa pubblica, il taglio dei costi, la riduzione del debito, la crescita, la creazione di posti di lavoro sono capi saldi del rilancio del paese e dell’Europa, ma bisogna fare attenzione a non scendere a compromessi preferendo soluzioni semplici, di dubbia efficacia, ancora sulle spalle dei contribuenti e che danno la sensazione dell’esistenza di una classe privilegiata, rispetto a soluzioni più strutturali che rilancino la necessità di nuova forza lavoro aprendo la possibilità dell’affiancamento e del ricambio generazionale tanto nel settore pubblico quanto in quello privato.

25/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

I 150€ del personale scolastico: quando il patto Stato – Cittadini, Imprese è sempre in bilico

È arrivata da poche ora, al termine della riunione a Palazzo Chgi, la smentita immediatamente “Twittata” dal Premier Letta e dal Ministro Carrozza (più probabilmente dai loro staff):
“gli insegnanti non dovranno restituire i 150 euro percepiti nel 2013 derivanti dalla questione del blocco degli scatti…”.
Respiro di sollievo dunque per il corpo docenti e per il personale della scuola che stanno già subendo o hanno subito il blocco degli adeguamenti salariali, il taglio del personale, il blocco del rinnovo del contratto.

Non indagando se la somma di 150€ lordi al mese fosse dovuta o meno, anche perché secondo il Ministero dell’economia la legittimità è sancita dal “Dpr n.122” entrato in vigore il 9 novembre che ha esteso il blocco degli scatti a tutto il 2013, mentre sentendo i sindacati ed i rappresentanti del personale scolastico il provvedimento è illegittimo, emergono chiaramente due fattori.

Il primo è che l’istruzione, la ricerca, l’università, nonostante siano lo strumento con il quale costruire il futuro delle persone ma anche della società e dell’economia, nel nostro paese non sono trattati con la dovuta considerazione; come accade per molti altri mestieri altamente specialistici e complessi gli stipendi sono decisamente più bassi rispetto agli altri stati europei, fino ad essere inferiori anche del 50%, gli investimenti sono sempre insufficienti al contrario dei tagli. Non c’è dunque da stupirsi se il livello del nostro sistema scolastico (non degli studenti si badi bene), pur sfornando talenti riconosciuti ovunque ma spesso non in Italia, sia tra i più bassi del mondo “industrializzato” e se non vi sia compatibilità tra offerta formativa e richiesta di personale.
Il secondo aspetto riguarda il “patto” non scritto tra Stato e cittadini/imprese che dovrebbe creare fiducia reciproca, come accade ad esempio in Svezia dove i cittadini sanno precisamente cosa riceveranno in cambio del versamento delle imposte. In Italia questo patto è sistematicamente disdetto modificando anche retroattivamente condizioni che dovrebbero rappresentare se non una vera parola d’onore quantomeno un serio accordo. Per citare solo alcuni esempi ricordiamo la questione degli esodati scaturita a valle della riforma pensionistica che ha allungato anche di svariati anni la vita lavorativa, inclusi quei soggetti che avrebbero dovuto ritirarsi nel giro di pochi mesi, e che ha creato quella classe di persone, gli esodati, costretti in un nebbioso limbo. Un altro esempio è la Roobin Hood Tax oppure la legge sull’OPA che è stata oggetto di discussione per cercare di ostacolare Telefonica nel controllare Telco e quindi Telecom. Venendo ai casi più recenti costituiscono esempi il blocco degli adeguamenti agli stipendi degli statali e delle pensioni, il mancato pagamento dei debiti delle PA benché la richiesta delle imposte sia puntualissima ed inesorabile (si continua a confidare nel credito di imposta), ed adesso la proposta di restituzione dei 150€ che se non fosse stata subito messa nel mirino probabilmente sarebbe andata in porto, in ogni caso la figura è fatta; si apprende inoltre che la somma derivante dal prelievo sarebbe stata non di 10 miliardi, non di 1 miliardo, ma di miseri 40 milioni, dunque non è stato possibile reperire 40 milioni all’interno di uno Stato (tanto che si è proposto uno scontro verbale tra i Ministri Saccomanni e Carrozza), 40 milioni sono il fatturato di una buona media azienda, rapportato alla spesa totale italiana ne rappresentano meno dello 0.005%, in UK sono riusciti a tagliare in un paio di anni con azioni sui dipendenti pubblici oltre 13 miliardi di € senza creare problemi occupazionali e qui non si riescono a trovare 40 milioni tanto che, scongiurata la restituzione da parte del personale scolastico, la somma proverrà da tagli all’offerta formativa ed alla didattica in generale, siamo ottimisti sperando che si tratti di “ottimizzazione”, parola che va così di moda. Quando invece si cercò di toccare le pensioni d’oro la Corte Costituzionale in modo incredibilmente efficiente e rapido riuscì a farne approvare l’incostituzionalità ottenendo il rimborso per il maltolto, adesso il contributo sulle pensioni d’oro è stato reinserito vedremo se si prospetterà una nuova causa e chi l’avrà vinta.

Un comportamento simile, dove le condizioni del rapporto Stato-Società sono, per i ceti più deboli, sempre in discussione, purtroppo può in buona parte giustificare, assieme ai morsi ed ai numeri della crisi, il perché tante aziende decidano di abbandonare l’Italia, il perché non vi siano tutti quegli investimenti privati, anche esteri, che il nostro paese gestito in modo, non ottimo, ma normale attirerebbe senza troppi problemi, non sia facile per i giovani creare una propria attività, una start-up o anche una piccola bottega artigiana, ma soprattutto spiega perché ormai tante persone giovani e meno giovani hanno perso ogni fiducia , speranza ed ambizione per il loro futuro.
Se per primi sono lo Stato, le Istituzioni ed il Governo a trasmettere sfiducia non consentendo di credere fermamente e confidare ciecamente nel loro operato allora non si può pensare che la via della ripresa possa essere imboccata perché verranno sempre meno tutte quelle energie insite nelle prospettive, ambizioni, progetti personali e collettivi che sono la vera linfa di una collettività dinamica.

08/01/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Per chi ieri ha potuto vedere servizio pubblico … Renzi VS Michele

In riferimento al dibattito tra il Livornese Ingegner Michele e il Fiorentino Matteo Renzi sulle pensioni d’oro, sul contributo di solidarietà e sullo stop alla rivalutazione, andato in onda nell’ ultima parte della puntata di Servizio Pubblico (07/11/13), ci sarebbe una considerazione fondamentale.

Innanzi tutto non possono essere equiparate le pensioni da 3’000 € al mese con quelle da 10’000 € ed oltre.

In secondo luogo i calcoli fatti dall’ Ingegnere saranno sicuramente giusti, non entro nel merito in quanto non competente, ma Michele sosteneva, sciolinando numeri e percentuali, di star percependo (circa 7’000 € al mese) quello che con il metodo contributivo aveva versato durante i suoi quasi 40 anni di vita lavorativa, anzi, a detta, sua la cifra percepita sarebbe anche leggermente in difetto, quindi ritiene ingiusto e vessatorio bloccare le rivalutazione oppure richiedere un contributo di solidarietà a coloro nelle sua stessa situazione. La risposta di Renzi, sensata, è stata che in questo momento tra tutelare Michele e chi è in condizioni simili, è giusto cercare di proteggere coloro che una pensione o uno stipendio non ce l’ha; in fin dei conti con 6’500 € al mese si vive bene lo stesso, cosa non vera con 800, o anche meno, € al mese, ha detto il sindaco.

Fermo restando che il livello pensionistico di Michele, che si prende come esempio, non me ne voglia, rappresentante di una classe di persone nella medesima situazione, sia totalmente legittimo, legale e meritato, il punto da affrontare è che considerando la situazione comatosa in cui sta versando il paese, se ognuno, anche legittimamente difende quanto avuto fino ad ora per proteggere una propria posizione super favorevole nonostante tutto e tutti, la via d’uscita non si trova, si continuerà a fare bei discorsi, campati in aria e mai attuati perché si troverà opposizione per ogni cosa.

Michele ha avuto la possibilità di lavorare come ingegnere, essere responsabile di rami aziendali, arrivare a diventare amministratore delegato, ha versato ed ora riceve quanto ha dato.
Adesso vi sono una platea di ingegneri, specialisti e laureati a spasso, e coloro che lavorano, percependo al massimo 1’500 € puliti al mese, che per vivere autonomamente a Roma o Milano non sono sufficienti, non hanno prospettive pensionistiche consistenti e veritiere, così come le proiezioni sul TFR non sono proprio rosee. Il TFR, dopo la liberalizzazione del settore, in molti casi è stato affidato a fondi pensione privati sui quali è stata aumentata la tassazione e sono state tolte alcune detrazione e che non potrà essere percepito, come avveniva in passato, in unica soluzione ed infine anche la reversibilità dell’eventuale rendita mensile è limitata.

Se non ci si mette in testa di collaborare per ridistribuire ricchezza (vedi articolo: abbassare GINI ), anche con cessione di un poco di privilegi legittimi, a vantaggio dei moltissimi non tutelati come i precari, i NEET, il 40,4% di giovani disoccupati, l’ oltre 12% di disoccupati, dalla crisi non si uscirà, ma aumenteranno disuguaglianza sociale, tensioni, lotte generazionali e via dicendo. A ben vedere questa richiesta di flessibilità è ciò che stiamo chiedendo alla Germania della Merkel.
Lo hanno capito molti industriali importanti che si sono detti favorevoli ad una patrimoniale tarata sulle grandi somme ed immobili perché in un momento simile chi più ha più deve contribuire e di una ripresa l’industria ed il paese nel medio termine beneficerebbe di più rispetto a quanto perderebbe con una patrimoniale intelligentemente progressiva anche tra i grandi patrimoni (Vedi Nota).

Chiaramente coloro che percepiscono privilegi non dovuti, anacronistici, insensati ed eccessivi, così come quelli che evadono ed eludono fisco e contributi devono essere i primi obiettivi da stroncare, ma per equilibrare il paese il sentimento di collaborazione generazionale, solidarietà, quasi carità, per cercare di far si che l’unica prospettiva per la futura classe politica e dirigente non sia l’emigrazione definitiva, deve essere provato ed applicato.

Almeno io, e spero di non essere l’ unico, la vedo così, …. ma forse sono dalla parte sbagliata della barricata.

NOTA: il risparmio privato degli italiani ammonta a circa 6’000 miliardi di €, più o meno 3 volte il debito pubblico e 4 volte il PIL. Il 45% di questa somma, circa 2’700 miliardi, sta nelle mani del 10% più ricco della popolazione, lo 0.1% di 2’700 miliardi sono 2.7 miliardi sufficienti per l’ IMU, l’ 1% di questa somma sono 27 miliardi superiori agli 11.6 allocati nell’ ultima legge di stabilità. Un 1% non intacca il potere economico di ingentissimi patrimoni.

07/11/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Missione impossibile: sistema pensionistico da riequilibrare, ma con equità

Il problema del sistema pensionistico è serio, lo sappiamo tutti, da Mastrapasqua a Giovannini, e consiste anche nel fatto che fino ad ora le pensioni non sono state erogate in base a quanto versato. Il meccanismo poteva reggersi e sarebbe stato auspicabile e vantaggioso se i nuovi lavoratori con contributi regolari e consistenti fossero stati superiori o circa uguali agli andanti in pensioni, ma sappiamo che sia per il mercato del lavoro che favorisce il precariato, sia per l’anagrafe del nostro paese non è così.

Va chiarito poi che, anche se in differente misura, appesantiscono il sistema sia le super pensioni da 90’000€ al mese sia quelle da 2’000€ al mese o quelle da qualche centinaio di euro ma erogate a “ragazzi” di 40 anni o anche 39 ai tempi dei super pre-pensionamenti. Adesso modificare in contributivo tout court sembra di fatto una ingiustizia o un taglio lineare che va a colpire indistintamente tutti coloro che, bontà loro, ci arriveranno alla pensione.

Detto ciò riguardo al contributo di solidarietà, del quale nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare, si deve sapere che già esiste, ed è stato applicato, con aliquote differenti (tipicamente da 0.3 a 1.0%) a quelle pensioni, tipo lavoratori elettrici, telefonici, volo, trasporti e dirigenti (aventi 5 anni di contribuzione al 31/12/1995), i cui fondi sono in rosso e le cui categorie, si legge, hanno avuto trattamenti di favore, benché le pensioni in oggetto siano probabilmente buone, ma sicuramente non d’oro, mediamente nell’intorno dei 1’800 – 2’500 € netti al mese, fatto salvo forse quelle dei dirigenti d’azienda. Appena è stata paventata l’ipotesi di un contributo di solidarietà per tutte le pensioni oltre 5 o 7 volte il minimo, andando ad includere anche quelle di decine di migliaia di euro al mese, percepite perlopiù da alti funzionari statali con molteplici incarichi, è stata impugnata, e fino ad ora a ragione, la costituzionalità del provvedimento tacciato di disparità di trattamento (articoli 3 e 53). Le categorie alle quali il contributo di solidarietà era stato già applicato, e senza particolari proteste, hanno in seguito chiaramente iniziato ad appellarsi al medesimo principio e probabilmente avranno successo.

Ora è evidente che il sistema pensionistico è stato decisamente troppo generoso ed ha contribuito a portare le casse dello stato in deficit (non si tiri in ballo la CdP la cui missione è ben differente)  però è anche impensabile che le giovani o medie generazioni paghino tutto il fardello per riequilibrare la situazione, lavorando molto di più e percependo decisamente meno. Personalmente, da non tecnico e sostenitore della collaborazione generazionale, cercando di sfruttare per una volta l’anagrafe avanzata del nostro paese, credo che una via percorribile potrebbe essere quella di inserire un contributo per le maxi pensioni, che però non sarebbe sufficiente in quanto ci sono relativamente poche super pensioni rispetto a 5’000’000 pensioni di circa 500€ mensili, in aggiunta per coloro che stanno andando in pensione e che sfrutteranno il metodo retributivo si potrebbe pensare di devolvere tutti i contribuiti, sia personali che aziendali, dell’ultimo anno di lavoro (che potrebbe essere anche un anno di lavoro ulteriore) in favore dei pensionati minimi o in un fondo per le pensioni future; è solo una idea senza pretese, ma che va incontro ad un problema reale ed oggettivo, ossia quello di cercare di ridistribuire ricchezza e benessere in un paese in cui la disuguaglianza tra le classi sociali e tra i molto tutelati ed i nulla tutelati cresce paurosamente e pericolosamente per la stabilità sociale.

Per approfondimenti:

http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/pensioni-oro-corte-costituzionale-cancella-contributo-solidarieta-tassa-illegittima-1583783/

http://www.blitzquotidiano.it/economia/pensioni-contributo-solidarieta-elettrici-1643949/

https://valentinoangeletti.wordpress.com/2013/06/24/abbassare-lindice-gini-con-la-meritocrazia-e-la-collaborazione-generazionele/

 

22/08/2013

Valentino Angeletti

LinkedIn: Valentino Angeletti

Twitter: @Angeletti_Vale