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Politica: tra riforme del Senato e dell’Italicum. Economia: tra dati interni e trend globale

Queste poche settimane dalla riaperture dei lavori parlamentari, dopo la lunga pausa estiva, paiono essere quelle più delicate per la legislatura.

Si pensava che, come accaduto in successione ai Governi Berlusconi, Monti e Letta, fossero le questioni economiche a poter mettere in crisi l’Esecutivo, anche alla luce del fatto che, nonostante le ormai note congiunture macro favorevoli, ma al contempo transeunte, costituite dai QE di Draghi, il prezzo del petrolio basso, i tassi ai minimi che avrebbero dovuto favorire la richiesta di prestiti ed i consumi, con l’auspicio inesaudito di far ripartire l’edilizia, il settore maggiormente colpito dalla crisi nonché quello in grado di generare più indotto, un Euro debole a tutto vantaggio dell’export, una vera ripartenza dei consumi, dell’occupazione, del mercato interno e di quello immobiliare non si era verificata; le condizioni sociali permangono molto delicate, il livello di tassazione, nonostante gli sforzi del Governo, altissimo, la spending review è ancora solo un buon proposito, ed il numero di poveri, o di quelli sulla soglia di povertà, in costante crescita.

Invece, ad essere il maggior elemento di rischio per l’Esecutivo Renzi, ripetendo una consuetudine tipica del nostro paese, sono questioni prettamente politiche. Tra l’altro, il passaggio più delicato arriva proprio in concomitanza della diffusione di dati economici in miglioramento, da parte sia di organismi internazionali (OCSE), sia da parte del MEF di Padoan.

Le questioni che potrebbero essere la scintilla della crisi sono le riforme istituzionali, non più solo quella del Senato, ma è ritornata prepotentemente alla ribalta anche quella sulla legge elettorale, non senza collegamenti rispetto alla prima. Ovviamente rimane una costante, usuale per l’attuale Governo, la tensione con i sindacati sul diritto di sciopero, jobs act, diritti dei lavoratori, pensioni e previdenza, continua, in una lotta che, ambedue le parti commettendo evidenti errori, stentano, volenti o nolenti, a raffreddare, e che genera attriti anche all’interno dello stesso PD. Quello dell’assemblea sindacale che ha bloccato il Colosseo è solo l’ultimo macro episodio tra tanti.

Nonostante le certezze del Ministro Boschi, che si dice sicura che i numeri in Senato per consentire il passaggio della riforma sulla seconda Camera siano forti, non sembra così sentendo, con orecchio oggettivo, le altre campane. Il M5S la trova una pessima riforma, mettendo in luce il rischio di conferire l’immunità ad una pletora di indagati, che in tal modo risulterebbero non più perseguibili per il periodo del loro mandato, in forza dell’immunità parlamentare. FI si è detta assolutamente intenzionata a non votare la riforma, così come la Lega di Salvini. I fuori usciti dal Partito Democratico osteggeranno ovviamente il provvedimento, ma è all’interno del PD che vi sono le crepe più profonde. Esse riguardano l’Articolo 2, che la Minoranza Dem vorrebbe modificare per reintrodurre il Senato elettivo da parte dei cittadini, meccanismo che, secondo la riforma, scomparirebbe, a vantaggio della nomina di componenti all’interno delle presidenze di Regione. Proprio quando un accordo sembrava poter essere concluso tra la sfera Renziana e la minoranza Dem, grazie all’espediente di modifica del comma 5 dell’Art. 2 che, non costituendo emendamento, avrebbe potuto consentire un passaggio parlamentare spedito, sì è pronunciato, contrapponendosi alle parole di ottimismo della Boschi, Pierluigi Bersani, ancora tremendamente attaccato alla nostalgica unità di un partito che di unitario ha rimasto ben poco (e da illo tempore), affermando che, qualora non lo si fosse capito, la posizione dei “dissidenti” Dem è quella di avere un Senato elettivo; non sono concesse deroghe a questa prerogativa. Al piacentino ha risposto il braccio destro di Renzi, Lorenzo Guerini, dicendo che si auspica che quello di Bersani non sia un tentativo di ricominciare tutto da capo e confermando la disponibilità al confronto, ma senza accettare veti, il che, parafrasando “ab lingua renzianorum” vuol dire: “parliamo pure un’oretta, ma poi facciamo come ha già deciso”. Anche all’interno della coalizione di Governo, non è scontato il supporto di NCD, circa 15 componenti potrebbero opporsi alla modifica. Alla luce di ciò, i voti dei Verdiniani non sembrano sufficienti a blindare il passaggio della riforma del Senato, inoltre esiste anche la spada di Damocle dell’interpretazione del Presidente Grasso, che potrebbe decidere, invece che per una votazione parlamentare complessiva sulla riforma,  di procedere votando ogni singolo emendamento, il che significherebbe, dato l’ammontare delle modifiche presentate, in particolare dalla Lega, bloccare di fatto la riforma.

In questo dedalo di delicati rapporti di forza, rientra prepotentemente in auge l’Italicum, in particolare come pedina di scambio. La minoranza Dem potrebbe essere interessata al conferimento del premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista, mentre NCD ad un innalzamento della soglia di sbarramento. Una sorta di baratto per consentire un maggior potere ad alcuni partiti, tramite modifiche tecniche, ma dalle conseguenze politiche, all’impianto, in cambio di un supporto per la modifica del Senato. Come vediamo, proprio adesso che si sente tanto disquisire di sharing economy, la nostra politica, tornando al baratto ed allo scambio, la sta già collaudando (poi si dice che i politici sono retrogradi e vetusti, quando mai! Se l’interesse richiede innovazione, sanno essere più innovatori degli start-uppers della Silicon Valley!).

Domani (lunedì 21), in occasione della Direzione del Partito Democratico, sarà una giornata decisiva per capire come evolverà lo scenario e se i dissidenti del PD si faranno, come accaduto fino ad ora, chiudere all’angolo e dovranno capitolare, o se faranno la voce grossa. Nell’ultimo caso se volessero dare il loro fondamentale contributo per arrivare a nuove elezioni, non potranno non scindersi e dovranno intessere contatti ed aggregazioni all’uopo con M5S, FI e Lega.

Come detto precedentemente, qualche dato economico svolta in positivo: il pil è stato rivisto al rialzo, per il 2015 dallo 0.7% allo 0.9%, e dall’1.4% all’1.6% per il 2016; la disoccupazione è prevista leggermente in calo dal 12.6% al 12%; il debito dovrebbe anch’esso scendere dal 132.6% a circa il 131.8%; si attendono 12 miliardi, utili per scongiurare le clausole di salvaguardia, dalla lotta all’evasione e si attende maggior flessibilità europea, consentendo di arrivare al 2.2% nel rapporto deficit/pil anziché all’1.8% da piano di rientro, liberando così circa 6 miliardi, ma ciò costringendo ad innalzare il deficit ed a rimandare ancora una volta il pareggio di bilancio, spostato al 2018. Questi ultimi provvedimenti, riportati nel Def, dovranno essere vagliati dalla UE a metà ottobre, e non è automatico che vengano accettati, conoscendo l’attaccamento Europeo ai parametri, anche se la tragedia dei migranti viene tristemente a supporto delle richieste di maggior flessibilità.

L’errore che la politica non deve commettere è concentrarsi, crogiolandosi con questi dati, solo sulle riforme istituzionali, perché, se pure si potrebbe dire che l’Italia sia migliorata nei parametri, la situazione globale è in rallentamento e poco serve un lieve miglioramento italiano in un contesto in frenata. A fare monito di ciò è stato anche il G20, che vede rischi nel rallentamento delle economia emergenti (il Pil globale è stato rivisto al ribasso), a cominciare da Brasile (dove  per la recessione molti avanzano la necessità di dimissioni della Presidente Blanchè) e Cina (alle prese con una crisi finanziare profonda), con il conseguente calo di consumi globali, e nella fattispecie di materie prime non energetiche. Anche le odierne elezioni Greche devono mantenere alta la tensione, perché, nonostante il silenzio di queste ultime settimane, rimangono importanti per delineare il destino europeo.

Come si è spesso detto quindi, va bene stare attenti al nostro piccolo giardino privato, ma senza mai abbassare lo sguardo da un orizzonte ben più lontano e travolgente, tremendamente connesso ai fatti di casa nostra ed influente per la nostra economia.

20/09/2015
Valentino Angeletti
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ISTAT: PIL +0.2%. La crescita, pur in linea con le previsioni, non entusiasma ed inefficaci sono state le tecniche per sostenerla, nonostante buone congiunture macro

L’ISTAT ha diramato i dati, rispetto ai primi tre mesi del 2015, del PIL italiano relativi al Q2 2015. Il segno che si è ripresentato, dopo tredici trimestri consecutivi, è il “più”, e per la precisione +0.2%, lievemente in calo rispetto a quello fatto registrare nel Q1 2015, che fu di +0.3%. Tecnicamente la recessione è quindi finita. Nonostante la stima dell’Istituto di Statistica sia allineata alle previsione, essa non ha entusiasmato, perché in realtà le stime del Governo si erano mantenute decisamente conservative, nella speranza di poter dare dati migliori, con evidenti vantaggi n termini di propaganda ed annunci. Anche il resto di Europa pare arrancare, la Francia è ferma al palo, la Germania delude, segnando +0.4% rispetto ad una stima del +0.5%. Ad andare bene sono la Spagna: +1% (+3,1% su base annua) e sorprendentemente la Grecia: +0.8%. Riguardo ad Atene però, suggerirei di considerare il fatto che l’Istituto di Statistica Ellenico, che ha emesso il report, è ancora quello che l’Europa ha chiesto di riformare, avendo in passato trasmesso statistiche, dati e report, per così dire, poco affidabili, quindi “pay attention”. La media dell’area Euro nel complesso è del +0.3%, lenta e poco entusiasmante.

Il Governo ovviamente, e non potrebbe fare altrimenti, vede la parte piena di un bicchiere per la maggior parte, ben più dei tre quarti, vuoto. Giustifica il dato asserendo che in ogni caso il trend è stato invertito, siamo nuovamente in fase di crescita, fuori dalla recessione. Del resto il +0.2% era stato preventivato e quindi è in linea con le stime, non può dirsi una sorpresa negativa. Inoltre a crescere col freno tirato è tutta l’Europa.

I fatti però sono ben diversi e più preoccupanti. Innanzi tutto, al contrario degli USA, l’Europa, anche nei paesi dove le crescite sono più spinte, presenta una situazione economica peggiore del 2008, anno di svolta per il fallimento Lehman Brothers: un’economia nel complesso e puntualmente, prendendo i singoli paesi membri, più piccola. In secondo luogo, non è possibile, come ha fatto il Governo, addurre a giustificazioni le crescite lente degli altri membri, sappiamo bene che le attese erano più ottimistiche, alla luce di questo dato pare difficile poter centrare il target, peraltro sempre troppo basso, del +0.7% fissato per il 2015, quando, anche per tale dato, le speranze erano per sorprese dal segno più marcatamente positivo. Per riagganciare la crescita occupazionale, fardello che opprime l’Italia, nonostante Jobs Act, defiscalizzazioni, abolizione dell’articolo 18, ossia l’alto tasso di disoccupazione (12.3% complessivo, oltre 40% tra i giovani con punte del 50% in un sud Italia che lo Svimez ha messo a rischio di arretratezza perenne), è totalmente inutile un +0.2% come lo sarebbe il +0.7% se lo si centrasse a fine anno. Per far crescere, a seguito di ritardi fisiologici, il numero degli occupati servono crescite minime oltre 1.5% – 2%, è dimostrato e qui è stato più volte ribadito. Ben vengano le trasformazioni e stabilizzazioni dei precari, occorse in gran numero per la possibilità di licenziamenti (invero neppure troppo richiesta delle PMI italiane le quali per il 90%, avendo meno di 15 dipendenti, neppure dovevano sottostare all’Art. 18) e per la defiscalizzazione di 3 anni per un massimo di 24 mila € a lavoratore, ma esse non spostano l’ago della bilancia e non conferiscono, nè aggiungono, potere d’acquisto a chi non ne ha o ne ha rimasto forse addirittura meno di quanto occorrerebbe per sostentarsi. A ciò si aggiungono un rapporto deficit/PIL al limite del 3% (grazie all’applicazione della flessibilità UE, altrimenti avrebbe dovuto essere 0.3-0.4% in meno), ma soprattutto un debito/PIL al 132% ed una spesa pubblica che non accenna a calare. Evidentemente senza spinte di PIL ad incrementare i denominatori, ed una spendign review, utile e doverosa nei confronti dei cittadini, a diminuire i numeratori, agire sull’ultimo parametro in modo positivo risulta impossibile. Sempre il Governo non po’ puoi far finta che questo sia un periodo come gli altri. Stanno sussistendo congiunture macroeconomiche irripetibilmente favorevoli: bassi tassi per prestiti, cambio euro-dollaro favorevole per le esportazioni, prezzo del greggio ai minimi, QE europeo, flessibilità concessa dall’UE (poca, ma più che nulla) sul deficit/PIL che ha valso 6 mld, spread basso con risparmio (teorico, perché è aumentato lo stock complessivo di debito) sugli interessi, . Queste condizioni non dureranno a lungo e già sono minate dalla persistente crisi in Russia, dalle sanzioni a Putin, dalla vicenda Libica e mediorientale, dalle migrazione, che pure hanno un costo, dalla crisi greca, ed ora, elemento assolutamente di primaria importanza, da un ‘economia cinese che fa i conti con la realtà di un doping statale durato anni ed anni. I treni quindi passano e se non si colgono si rischia di rimanere a piedi ad affrontare un lungo e procelloso percorso….. diciamo che il treno è la Transiberiana la stazione di partenza Mosca e quella di destinazione Vladivostok: buona fortuna ai pedestri chi dovessero affrontare simil travaglio.

L’Italia, accentuando una tendenza europea, in questi anni di crisi è stata forte nell’export, il quale ha ottenuto buoni risultati, ma l’economia nostrana rimane eccessivamente legata ad i consumi interni (per il 60%) ed a differenza della Spagna, in questi anni non ha saputo alleggerire tale peso in favore dell’export, in modo da render quest’ultimo ancor più trainante. Gli investimenti poi sono minimali, sia privati che pubblici, sia esteri che nostrani, e non trovano in Italia, ma vale anche per l’Europa, un terreno tanto favorevole ed economicamente vantaggioso, quanto in altre parti del globo (Asia, Latam, ma anche USA). La dipendenza dai consumi interni diventa un problema quando essi sono bloccati, ed è il caso in cui ci troviamo, per colpa di un potere d’acquisto sempre in calo, lavoro assente, prospettive future non rosee, fiducia nella ripresa e che le istituzioni riescano a fronteggiare la situazione emergenziale praticamente scomparsa. I blocchi degli stipendi e delle pensioni, la competizione impossibile sul costo del lavoro, le delocalizzazioni e le chiusure industriali, i ricorsi ad ammortizzatori sociali, gli importi delle pensioni che si andranno sempre a ridurre, stipendi bassi in valore assoluto rispetto ad altri stati europei, che divengono palesemente insufficienti se rapportati ai prezzi italiani, non così dissimili da quelli di Francia o Germania, anzi, in alcuni settori, come gli energetici, di gran lunga più alti.

Noto quanto detto sopra ai più, economisti o semplici appassionati, ed il Governo dovrebbe avere ben chiara la situazione, si fatica a capire perché le manovre che avrebbero davvero potuto spingere l’economia, non sono state affrontate. Si parla innanzi tutti di provvedimenti atti ad incrementare in modo strutturale il potere d’acquisto, così da favorire la catena: consumi; incremento di domanda; quindi produzione; creazione di lavoro; come importanti defiscalizzazioni, in particolare sul cuneo fiscale, taglio della spesa pubblica in favore di riduzione delle tasse (ora non è più possibile seguire questo percorso perché l’UE ha intimato di utilizzare i proventi da spending review in favore dell’abbattimento del debito), tassazione progressiva a protezione della classe media (ed ovviamente degli indigenti) in modo da tutelare coloro che più si sono visti penalizzati dalla crisi ed hanno ridotto in maggior misura i consumi (trainanti per numero di individui coinvolti). Quello che ha fatto il Governo, invece, va al momento nella direzione opposta, a parte gli 80 €, la tassazione e le entrate sono aumentate, talvolta trasformate da centrali a locali, concorrendo ad una fittizia defiscalizzazione, si è innescata una deflattiva competizione sul costo del lavoro, insostenibile nei confronti del paesi meno sviluppati, riduzione di salari, stipendi e pensioni. A ciò vanno aggiunte anche le misure a supporto delle imprese e che possano favorire gli investimenti, che dovrebbero riprendere vigore anche nel pubblico, in favore di piccole riqualificazioni territoriali, idrogeologiche, edilizie ed alcune indispensabili grandi opere di adeguamento infrastrutturale (strade, tlc, ferrovie); rientrano tra le misure pro-attrattività anche alcune riforme istituzionali, alle quali il Governo ha scelto, forse giustamente, di dare la priorità, ma non, come ha fatto, riforma elettorale e del Senato, che se, conferendo più stabilità di governo, possono essere nel lungo termine favorevoli agli investimenti non lo sono nell’immediato, come invece ci sarebbe bisogno. Le riforme istituzionali prioritarie sono quelle della burocrazia, della giustizia, sui reati di corruzione ed evasione, tutti temi ai quali gli investitori hanno mostrato sensibilità, propagandati dall’Esecutivo, ma sacrificati sull’altare di quei provvedimenti più efficaci nel garantire Deputati e Senatori ad una parte tosto che ad un altra, a seconda degli accordi in essere.

Ora, forse, quando saranno sistemati Senato ed Italicum, sarà la volta delle tanto agogniate riforme istituzionali davvero funzionali e di quelle economiche, ma il timore, che spero verrà esorcizzato, è che sia troppo tardi.

15/08/2015
Valentino Angeletti
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PIL Q1 2015 +0.3%: molto bene, ma approfondendo si scopre uno scenario molto più complesso

Non è intelligente nè razionale voler ad ogni costo, in modo sospettosamente prevenuto, esibirsi nell’inutile pratica di sminuire o minimizzare qualsivoglia dato per affossare questa o quella parte politica, questo o quel personaggio, cercando letture, talvolta dietrologiche, asservite al proprio pro. I dati sono oggettivi, l’analisi può essere varia e più o meno approfondita o parziale. Non v’è dubbio che l’incremento del PIL Q1 2015 rispetto al trimestre precedente dello 0.3%, che ha sorpreso positivamente battendo di 0.1% (proprio l’ammontare del tesoretto) il consensus, va accolto con piacere, del resto è il miglior dato dal 2011. Non è molto, ma, volendo  essere estremamente pragmatici e lapalissiani, meglio più che meno.

Detto ciò non è neppure corretto non spingersi in una analisi minimamente più approfondita, prendendo per oro colato ogni comunicazione mediatica che viene dai mezzi stampa, dalla TV, dai TG o dagli utilizzatissimi social network.

Va ricordato che la crescita su base annua (y/y) per l’Italia non c’è. Essa si attesta allo 0%, il che comunque ci colloca fuori dalla recessione. Rispetto agli altri stati europei con cui usualmente ci confrontiamo, l’Italia rimane indietro, infatti la Spagna, vero termine di paragone, fa segnare +0.9% rispetto al trimestre precedente, la Francia +0.6% e la media UE 28 è del +0.4%. Magra consolazione il fatto che la Germania deluda le previsioni con lo stesso dato dell’Italia, +0.3%, perché le situazioni sono estremamente differenti. La Germania viene da un periodo di crescita che ha visto il PIL aumentare in valore assoluto e quindi, rispetto ai periodi arretrati, anche questo rallentamento della crescita rappresenta comunque un incremento di qualche “briciola” di PIL. Per l’Italia invece vale il contrario, gli ultimi anni sono stati di decrescita costante del Prodotto Interno Lordo, il che vuol dire che esso è calato come somma complessiva. Pertanto, anche se un dato simile si ritrova solo nel 2011, rispetto a quell’anno il valore nominale del PIL è più basso, così come non v’è stata crescita in termini assoluti rispetto ad un anno fa. Sembra una ovvietà quella appena spiegata, ma, quando si trattano dati differenziali, è sempre bene tenere a mente questa precisazione.

La finestra presente in questo periodo, come da tempo si sottolinea, è di quelle irripetibili, da cogliere senza ritardi perché potrebbe restringersi da un momento all’altro. I fattori concomitanti di QE, prezzo del greggio basso, Euro debole, tassi ai minimi e conseguente basso costo del denaro, creano tutti i presupposti per far galoppare l’economia, la produzione interna, gli investimenti, il credito e le esportazioni. Sul QE vi sono inoltre le rassicuranti parole del Governatore della BCE Draghi, che, dalla sede FMI di Washington, ha evidenziato come gli effetti del QE siano stati addirittura più positivi del previsto e che non c’è affatto intenzione di interromperlo. Sappiamo quanto Draghi ha dovuto lottare strenuamente con Merkel, Schauble, Weidmann e lo stormo di falchi al seguito per poter avviare tale misura e che probabilmente, se avesse potuto decidere in autonomia, avrebbe avviato l’iniezione di liquidità ben prima, così da porre tempestivamente un argine più solido al trabordare della crisi. Il Governatore ha rincarato ulteriormente la dose, affermando che è necessario che la liquidità sia rivolta in quantità maggiore verso imprese ed investimenti. Questa frase è molto forte e può trovare attuazione seguendo due strade: la prima, non banale in quanto probabilmente la BCE non ha mandato per agire in tal modo, è un cambio di strategia della Banca Centrale Europea, che, seguendo il modello statunitense della FED, potrebbe decidere di convogliare la liquidità direttamente alle imprese senza l’intermediazione bancaria, che in passato tanto ha speculato con i denari di Francoforte; la seconda via invece è in capo ai singoli Stati ed ai singoli Governi nazionali, i quali hanno il compito di attuare tutte quelle riforme, economiche ed istituzionali, necessarie a consentire lo sblocco del credito, la ripartenza degli investimenti, nazionali ed esteri, e la creazione di nuovi posti di lavoro. In parole semplici, ma efficaci, se fino ad ora il cavallo aveva fin troppa acqua ma non ha avuto voglia di bere, adesso è il momento che invece cominci a dissetarsi, e copiosamente, perché i sintomi della disidratazione sono già preoccupantemente avanzati.

Tornando al positivo dato del +0.3% di PIL, esso è trainato, finalmente, anche dal mercato interno, mentre, in modo del tutto strano visto l’Euro debole, il mercato esterno ha subito un rallentamento. I settori trainanti sono stati agricoltura ed industria, con automotive e farmaceutica sugli scudi, mentre rimangono al palo i servizi. Una ripresa di produzione interna è sicuramente un bene, ma sorge il dubbio che le imprese, contrariamente al sistema Paese nel suo complesso, stiano sfruttando in modo migliore la finestra congiunturale e gli incentivi per la trasformazione dei contratti di lavoro da precari a tempo indeterminato, con tutte le modifiche e restrizioni dovute alla riforma del Jobs Act attuata dall’attuale Esecutivo. La aziende potrebbero aver deciso di utilizzare i vantaggi, come il basso costo del denaro ed il credito a tassi minimi, per ripristinare le scorte che potrebbero essersi esaurite in questi quattro anni in cui c’è stato quasi un blocco totale delle produzioni e conseguente lento svuotamento dei magazzini. Se così fosse allora il dato sarebbe viziato da una produzione estemporanea che non rispecchia il reale futuro andamento tendenziale dei consumi, vero traino della produzione industriale e degli investimenti.

Poco dopo il dato sul PIL, è stato confermato il ritorno alla deflazione e diramato anche il livello, in valore assoluto, del debito italiano. Esso ha raggiunto il nuovo massimo storico di 2’184 miliardi. Si tratta stavolta non di un dato percentuale differenziale, ma del numero assoluto che funge da numeratore al rapporto Debito/PIL che anche per il 2015 è previsto in aumento, in coerenza con i dati appena emessi.

Infine vi è un’altra tegola non da poco: la sentenza della Consulta in merito al rimborso ai pensionati del blocco della perequazione delle pensioni al costo della vita. L’Esecutivo ed il MEF stanno cercando alacremente una soluzione che potrebbe arrivare o per decreto nei prossimi giorni, o dopo le elezioni, per ovvi non detti motivi elettorali, o ancora in autunno, in concomitanza con la nuova legge di stabilità. La soluzione che al momento pare più plausibile è quella di un rimborso parziale per le sole pensioni più basse (il limite è in discussione) e forse relativo ad un solo anno. Anche questa decisione però potrebbe non essere costituzionale perché, secondo il parere di esperti, il diritto tecnico estenderebbe, indistintamente a prescindere dall’ammontare della pensione, a tutti i pensionati coinvolti (pensione oltre 3 volte il minimo) il diritto di rimborso, inoltre dal momento che la Consulta si pronuncia, il diritto è già costituito e da applicarsi. Un rimborso totale richiederebbe risorse per circa 16-19 miliardi di €, mentre il Governo vorrebbe limitare a circa 2 miliardi l’esborso, in modo da non eccedere i parametri europei che, assieme alle riforme, Bruxelles vuole rispettati per concedere i margini di flessibilità concordati (pur rimanendo nei patti).

Dietro un buon dato, come il +0.3% di PIL, si celano in realtà una molteplicità di aspetti ed analisi da affrontarsi per non cadere in una lettura superficiale e parziale. Proprio per questo, facendo eco al presidente di Confindustria Squinzi, sia Padoan, che, contrariamente a quanto sua consuetudine, Renzi hanno mantenuto la calma, ricordando giustamente che il dato è buono ma ancora fragile ed inserito in un contesto, che abbiamo cercato di illustrare, permanentemente complesso. Inoltre il dato è probabile che in silenzio fosse già atteso dai tecnici del MEF, visto il valore del tesoretto esattamente corrispondente all’aumento inatteso.

Lo scenario rimane persistentemente incerto, ma questo, nonostante gli scontri politici e le regionali alle porte, è il momento da sfruttare assolutamente per portare a compimento le riforme economiche, applicarle ed attendere che, dopo il ritardo fisiologico a valle della loro attuazione, portino risultati all’economia reale.

Valentino Angeletti
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Sentenza Consulta sulle pensioni: un complesso nodo da sciogliere ereditato da Governo Renzi

Lo avevamo detto immediatamente che sarebbe stato un problema ed infatti ora la questione è sul tavolo del Governo che dovrebbe decretare entro venerdì. La sentenza della Consulta che ha giudicato incostituzionale il blocco, previsto dal provvedimento “Salva Italia” del Governo Monti, dell’adeguamento all’inflazione per gli anni 2012-2013 delle pensioni oltre 3 volte il minimo, quindi circa 1’500 € lordi al mese, deve essere in qualche modo rispettata.

Al momento la somma che dovrebbe gravare sul bilancio pubblico 2015 è ancora incerta, inizialmente la maggior parte dei media la collocavano in una fascia tra i 4 ed in 9 miliardi, aumentata poi nel tempo, attestandosi secondo le ultime stime nella forbice tra i 14 ed i 19 miliardi. Il conteggio complessivo, del resto, deve tenere conto degli adeguamenti mancati per il 2012-2013, ma anche degli adeguamenti successivi che avrebbero dovuto avere una base superiore oltre che degli interessi maturati. Tale cifra ovviamente non è onorabile dal Governo italiano, il quale, sotto il controllo dell’Europa che mercoledì passerà al vaglio il dossier riguardante proprio i conti italiani e l’impatto che la sentenza della Consulta potrebbe arrecare, ha confermato il rispetto dei vincoli di bilancio concordati. Il Ministro Padoan ha affermato che pagare tutto il rimborso causerebbe uno sforamento del tetto del 3% del rapporto defiti/pil, una deviazione dal suo percorso di rientro, ed un peggioramento ulteriore del debito che dal prossimo anno dovrebbe stabilizzarsi ed iniziare a scendere.  Al Ministro fa eco anche Bruxelles che non ipotizza neppure il non rispetto dei vincoli di bilancio a cui ha legato indissolubilmente la concessione dei margini di flessibilità che non possiamo permetterci di perdere perché si sommerebbero alle quote da rimborsare come uscite o mancati incassi in un bilancio statale senza margini, se non di un tesoretto di 1.6 miliardi evidentemente insufficiente per “l’imprevisto consulta”. Le previsioni di primavera della commissione, infatti, non hanno affatto tenuto conto del rimborso alle pensioni di cui lo Stato dovrà farsi carico.

Un’atavica domanda che sorge riguarda il perché di un simile ritardo della sentenza della Corte Costituzionale, le motivazioni erano facilmente intuibili fin da subito ed un precedente già sussisteva, ossia il veto sul contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro; era pertanto possibile un pronunciamento più repentino. Il Governo Renzi, incolpevole per il dissennato provvedimento di blocco della perequazione in un periodo quando avrebbero dovuto esser potenziati i consumi, si trova comunque costretto a dover a riparare una situazione altamente complessa. Un’altra questione riguarda il fatto che, e si spera che serva da lezione per il futuro, sarebbe stato meglio sottoporre al vaglio della Corte tale misura ben prima della sua entrata in vigore. All’epoca, va detto, che il Governo era sotto pressione dei mercati, con spread costantemente tra 300 e 500, e da parte dell’Europa che premeva per la rigorosa applicazione dell’austerità. Ciò ha portato, come spesso accade anche in questi ultimi periodi, ad agire d’urgenza, con rapidità, a prendere decisioni avventate senza valutarne in modo corretto ed oggettivo le ricadute. Analogo problema si è verificato con gli esodati e tutta la riforma delle pensioni. Ora l’attuale Esecutivo rischia di sterilizzare i benefici contabili goduti del blocco degli adeguamenti sui conti e fungere da fardello in un frangente in cui per le condizioni macroeconomiche al contorno si dovrebbe spingere sull’acceleratore.

L’Europa, come ricordato precedentemente, non cessa di tenere sotto controllo i nostri conti, ricordandoci che non è possibile deviare dal percorso di rientro. Questo fatto pone il Governo Renzi nella condizione di dover studiare, cosa su cui il Ministro Padoan ha detto di volersi impegnare, un modo per mantenere in ordine i conti ed al contempo rispettare la sentenza della Corte. Il peso dell’Europa nel provvedimento preso sotto il Governo Monti è stato rilevante e non v’è dubbio che abbia contribuito a creare una pressione ed una fretta tale da far percorrere al Governo la via più breve e di più rapido risultato senza approfondirne le conseguenze. Di questa sua “ingerenza” Bruxelles dovrebbe farsi parzialmente carico per non applicare una eccessiva severità nel valutare la sentenza e le proposte che il MEF di Padoan avanzerà. Non solo relativamente all’Italia, ma la richiesta di austerità europea è stata un elemento che non ha facilitato il percorso di mitigazione e contenimento della crisi economica.

Le ipotesi più probabili a cui sta pensando il Ministero di Padoan sono un rimborso scaglionato e solo per le fasce di reddito più basse. La soglia sopra il quale il rimborso non verrà effettuato è ballerina ed incerta, alcuni quotidiani la fissano a 2’000 € di pensione netti (decisamente bassa), altri (più probabile) ad otto volte il minimo (un lordo di circa 4’000€). La somma dovrebbe essere reperita in parte (minima) dal tesoretto di 1.6 mld ed in parte da tagli di spesa (che avrebbero dovuto andare a ripianare il debito e ad abbassare le tasse). Si ritiene però che, in dipendenza alla soglia ove verrà posto il limite sopra il quale non verrà conferito nessun rimborso, il rischio di una revisione al rialzo su IVA ed accise, come previsto dalle clausole di salvaguardia, sia più che concreto. Per evitare un nuovo ricorso ed un pronunciamento della Consulta il provvedimento sarà configurato in modo da rispettare i requisiti di progressività, secondo il principio costituzionale che la tassazione deve essere proporzionale al reddito (ognuno deve contribuire in base alle proprie capacità, e in ogni caso in grado di provvedere al proprio sostentamento). Allo stato attuale oltre alla progressività del rimborso, in unica soluzione una tantum, entro un certo range che si azzera sopra un limite fissato vi è il dilazionamento nel tempo ad iniziare, a giugno, dalle pensioni inferiori.

Una simile tegola è quanto di peggio in questo momento potesse abbattersi sul Governo Renzi e sui contribuenti. Essa casca proprio in periodo pre elettorale, circostanza che inevitabilmente avrà rilevanza nell’indirizzare o dettare i tempi dei provvedimenti riparatori (Renzi, in perfetto assetto da campagna elettorale, ha detto di non aver fretta e di non accettare ingerenze o imposizioni europee), inoltre sono in pista numerose riforme istituzionali molto “divisive” che comportano tensioni e scontri politici.

Il rischio è che vengano ulteriormente rimandate le riforme realmente rivolte all’economia, senza considerare il pericolo che la Consulta si pronunci contro il Governo su altri provvedimenti del tutto simili al blocco delle perequazioni delle pensioni, come il blocco degli adeguamenti salariali per i dipendenti pubblici.

Sono da attendersi altri colpi di scena e se vige il principio che un referendum (vedi quello sulla legge Fornero in merito ai pensionamenti ed agli esodati) non può essere indetto, poiché non costituzionale, qualora un suo risultato possa mettere in pericolo il bilancio dello Stato, c’è da giurare che qualcuno stia già pensando di estendere il medesimo principio anche alle decisioni della corte costituzionale.

11/05/2015
Valentino Angeletti
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Crescono i contratti a tempo indeterminato, ma l’industria frena. Quale nesso esiste??

“Sono dati davvero sorprendenti che mostrano una crescita a doppia cifra!”, ed ancora: “è  un giorno importante, segnale dell’Italia che riparte!”.

Così, col tipico entusiasmo, il Premier Renzi ha commentato i dati emessi dal Ministero del Lavoro di Giuliano Poletti relativamente ai nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato per i primi due mesi del 2015. Le cifre diramate dal Dicastero fanno segnare rispetto allo stesso periodo 2014 un incremento del 38.4% pari a circa 79’000 contratti.

Ad una prima lettura pare un dato molto positivo e non c’è dubbio che lo sia, ma a ricollocare i puntini sulle “i” ci pensa immediatamente lo stesso Ministro del lavoro che fa notare come in realtà non sia possibile stabilire se si tratti di nuovi contratti o trasformazione di contratti a tempo determinato o collaborazioni già in essere.

Molto probabilmente a spingere le aziende alla stipulazione di contratti a tempo indeterminato sono stati gli sgravi fiscali inseriti nella legge di stabilità 2015 che prevede la decontribuzione triennale e lo sgravio permanente dell’Irap per i datori di lavoro, mentre, nonostante spesso anche addetti ai lavori e politici direttamente interessati facciano dichiarazioni confusionarie in modo più o meno deliberato, non è ancora possibile riferire tale risultato agli effetti del Jobs Act entrato in vigore appena da pochi giorni.

Secondo esperti del diritto del lavoro ed analisti del settore le trasformazioni da vecchi contratti a tempo determinato o le regolarizzazioni di collaborazioni pre-esistenti arriverebbero almeno all’80% non introducendo pertanto nuovi posti di lavoro o occupati di nuovo corso. In taluni casi potrebbe addirittura trattarsi di cessazioni di vecchi rapporti, la cui regolarizzazione non comporterebbe benefici per circostanze particolari, sostituiti con assunzione a tempo indeterminato.

Analizzando il contesto ed altri dati che sono stati diramati dall’ISTAT quasi in contemporanea rispetto a quelli del Ministero del Lavoro, si può a ragione supporre che la stima degli analisti sia corretta, ridimensionando così l’entusiasmo dell’Esecutivo.
Per correttezza si deve partire dal presupposto che per coloro ai quali è stato trasformato in rapporto a tempo indeterminato un precedente contratto a termine, precario o che sono stati assunti, magari in sostituzione ad altre figure che non avrebbero dato acceso agli sgravi per l’azienda datrice, la notizia non è solo buona, bensì esaltante e dà loro una differente e più rosea prospettiva del futuro. Ciò è giusto e va compreso, così come va effettivamente preso atto che lo “swap” di contratto, in assenza del provvedimento che ha introdotto gli sgravi, con tutta probabilità non sarebbe mai avvenuto.
Precisato doverosamente quanto alle righe precedenti, quello che porta ad essere più realisti rispetto alla frenetica gioia, che pure rimane per i 79’000 coinvolti, risiede innanzi tutto nel fatto che il confronto statistico è con un periodo, i primi mesi del 2014, in cui venne toccato il picco massimo della disoccupazione e quindi la stipula di contratti, a maggior ragione se a tempo indeterminato, raggiunse i minimi storici. In tal senso il +38.4% può essere in parte dovuto a quello che in gergo finanziario si definisce rimbalzo tecnico (esiste anche il rimbalzo del gatto morto, ma si spera non sia questo il caso); inoltre considerando il livello assoluto della disoccupazione, in particolare tra i giovani, i quasi 80’000 nuovi contratti, che non equivalgono matematicamente ad altrettanti nuovi posti di lavoro, rimangono una goccia nel mare.

Un ulteriore elemento foriero di perplessità risiede nelle dinamiche dei consumi e della domanda.
L’Istat ha diramato dati relativi al mese di gennaio 2015 tuttaltro che lusinghieri sulla produzione industriale che indica lo scenario presente in cui si inseriscono le imprese, sul loro fatturato e sugli ordinativi, che invece possono anticipare gli andamenti futuri. Benché vi siano differenze tra i vari settori industriali (molto bene l’auto, male invece la metallurgia), mediamente per la produzione la diminuzione mese su mese è stata dello 0.7%, mentre anno su anno ha fatto registrare un -2.2%; gli ordinativi invece mese su mese sono scesi di ben 3.6 punti percentuali. Ovviamente a risentirne è stato anche il fatturato delle imprese, calato a gennaio dell’1,6% rispetto a dicembre e del 2,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Simili numeri son piuttosto in linea con quanto appurato dal sindacato SPI-CGIL secondo cui i pensionati, la più grande platea del nostro paese e coloro che animano i consumi di massa, ma anche i primi a tagliare le spese se necessario, negli ultimi 5 anni, principalmente a causa del blocco delle rivalutazione del loro assegno mensile, si sono visti decurtare il potere d’acquisto complessivamente di 9.7 miliardi di €, 1’779 € in media a testa.
In effetti anche dalle caritas arrivano informazioni secondo cui le mense gratuite per disagiati sono sempre più foltamente frequentate.
La SPI stima poi che se si verificassero le previsioni BCE sulla crescita dell’inflazione i pensionati rischierebbero di perdere ulteriori 3.6 miliardi di €.
Mai vanno dimenticate poi le clausole di salvaguardia che incombono qualora non si riuscissero a centrare gli obiettivi di bilancio previsti dal DEF 2015, in particolare l’aumento dell’IVA e delle accise che andrebbe a penalizzare ancora una volta i consumi e, secondo alcune stime, causerebbe la perdita di 150’000 posti di lavoro. Proprio per evitare le clausole sta lavorando alacremente il consigliere economico di Renzi, Gutgeld, successore non ufficiale ma de facto di Cottarelli (il cui report dovrebbe essere messo a disposizione a breve assicura Yorem Gutgeld), che conta di poter reperire i circa 10 miliardi necessari operando i tanto attesi tagli alla spesa.

Anche i segnali che arrivano dal Forum di Confcommercio a Cernobbio sono solo parzialmente e timidamente positivi. Le stime del PIL 2015 che oscillano tra il +0.7% del Ministro Boschi ed il +1.1% di Confcommercio non sono tali da invertire la tendenza sulla disoccupazione che inizia a risentire di effetti benefici e con un fisiologico ritardo a partire da 1.5% di crescita. Il Presidente della Comera di Commercio di Milano, Sangalli, vede nell’Expo 2015, che inizierà il primo maggio, una irripetibile opportunità. Anche tale affermazione è teoricamente (e ci auguriamo che lo sia anche fattivamente) vera, ma la realtà delle cose ci porta a riscontrare ritardi (ed annessi episodi di corruzione e tangenti) ed opere che forse non saranno pronte prima di agosto tanto da necessitare di una gara d’appalto suppletiva per il “camouflage” dei cantieri non conclusi. Inoltre la natura dell’esposizione è per definizione straordinaria, non strutturale, ma transitoria come lo sono la maggior parte degli effetti benefici che potrebbe portare all’economia (eventuali buchi da risanare invece sarebbero ben più duraturi nel tempo) quindi è bene non basare stime e previsioni su eventi di simile conformazione.

In questa fase, per quanto possibile analizzare i fatti in modo oggettivo e distaccato, pare che vi sia ancora uno scenario presente e futuro di generale fragilità, con consumi deboli e non tali da innescare il circolo virtuoso che con la domanda riattiva imprese, industria e di conseguenza propensione alla creazione di posti di lavoro. Manca l’ingranaggio iniziale di questo meccanismo, vale a dire il potere d’acquisto che in questo momento può essere dato solo con detassazione e con investimenti pubblici che creino loro stessi posti di lavoro e quindi incrementino nel complesso la propensione alla spesa. Difficile pensare dunque che con i due mesi di sgravi fiscali (e da marzo con il Jobs Act), tra l’altro destinati a concludersi, abbiano sbloccato il mercato del lavoro. Servono, come detto, investimenti, detassazione per imprese e privati, serve sbloccare la domanda ed agire anche sul lato dell’offerta.

Del resto è vero che un’impresa non licenzia per il piacere di licenziare solo perché venuto meno l’articolo 18 per i nuovi contratti a tutele crescenti previsti dal Jobs Act, parimenti però non è pensabile che un’azienda assuma se il business non lo giustifica solo per godere del beneficio di tre anni di detassazione.

Valentino Angeletti
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Ottimismo immerso nella dolce aere di Cernobbio, ma i Vescovi, alcuni dati e la tesa situazione globale rammentano la realtà del quotidiano

ambrosetti2015_324x230Si è chiusa indubbiamente all’insegna dell’ottimismo l’ultima edizione del workshop Ambrosetti a Cernobbio. Un ottimismo pervasivo e condiviso dai relatori politici, economici e dai molti top manager presenti. Del resto risulta oggettivamente complesso non lasciarsi prendere dall’ottimismo in una località così amena come lo sono le sponde lombarde del lago di Como tra golosi coffe break a base di tartine al pregiato salmone affumicato dalle esalazioni delle braci di ginepro e caviale dei freddi mari nordici (difficilmente però di importazione russa) e tra pantagruelici pasti dominati da primizia nostrane e non, mi immagino pregiatissimo Parmigiano Reggiano stagionato almeno 32 mesi, prosciutto dolcissimo di Parma e salatissimo di terra toscana, salamelle D.O.P. tipiche, olive taggiasche e pistacchi di Bronte, il tutto innaffiato da buon vino piemontese e veneto delle migliori annate, spumanti e champagne di vario tipo.

A questa edizione, contrariamente a quella scorsa dove per dare segno di rottura coi poteri forti il Governo aveva mandato in rappresentanza un solitario Morando, era presente, evidentemente dopo una riappacificazione con quelli additati lo scorso anno come potentati, direttamente il Ministro dell’Economia Padoan. La visione del Ministro è stata comune a molti economisti, al Governatore di Bankitalia Visco ed all’ex premier Enrico Letta. Secondo Padoan vi sono ampi spazi per la crescita e la ripresa creati da congiunture macroeconomiche favorevoli, come il prezzo del petrolio ai minimi (ma è un valore transitorio non sostenibile nel medio lungo periodo, a sostenerlo sono tutti i CEO delle major dell’Oil&Gas), la svalutazione dell’Euro che favorisce le esportazioni europee, i QE, la rinnovata fiducia dei mercati e delle istituzioni UE nei confronti del nostro paese, i tassi bassi a lungo. Questa opportunità congiunturale per il titolare del MEF non va sprecata e non si deve peccare di eccessi di fiducia nè rallentare con il processo di riforme che nel nostro paese deve proseguire arrivando finalmente alla fase attuativa ancora lontana. I dati sulla crescita previsti sono decisamente positivi, molto più positivi rispetto a quanto una analisi oggettiva della situazione economico-sociale lascerebbero pensare, ed oscillano per il 2015-2016 rispettivamente tra un +0.4% / +2.1% di Bankitalia (Visco più ottimista ha parlato di +0.5% per il 2015), +2.1% /+2.5% del Centro Studi Confindustria e +0.6% / +1.3% dei media partner europei (contro una crescita media dell’Euro Zona di +1.3% / +1.9%, quindi rappresenteremmo sempre il fanalino di coda).

La deviazione standard delle previsioni è talmente ampia da lasciare perplessi ed indurre a porsi qualche legittima domanda se i dati su cui si basano simili previsioni siano effettivamente gli stessi, ma del resto abbiamo imparato ad essere scettici e prendere con le molle le varie stime, sempre passibili di pesanti correzioni ed in genere al ribasso.

Come prevedibile le obiezioni più critiche sono pervenute dal ministro Greco Varoufakis che da sua consuetudine ha colto occasione per redarguire l’operato della BCE asserendo che il QE non sarà efficace e che lo statuto della BCE è stato scritto dalla BuBa tedesca. Al posto del QE, che secondo il Greco non sarebbe funzionale a fornire credito all’economia reale, sarebbe il caso di elaborare una manovra, che chiamerebbe ironicamente “Merkel”, “Simil Quantitative Easing” ad opera della BEI (Banca Europea degli Investimenti).

Più realisti del re sono i Vescovi che dalle colonne dell’Avvenire sconfessano la visione ottimistica del Forum Ambrosetti, sostenendo che le evidenze e le testimonianze provenienti dalle parrocchie sono ben differenti e mostrano una società sempre più in difficoltà, diseguale e che stenta ad arrivare a fine mese in modo dignitoso senza privazioni di prima necessità o addirittura senza chiedere una aiuto esterno.

Dove sta allora la verità? Come al solito nel mezzo.

Riguardo alle affermazioni di Voroufakis va detto che non è possibile stabilire a priori la reale efficienze del QE nei confronti dell’economia reale come invece ha sentenziato perentorio il ministro Greco (allineandosi stranamente alla visione dei falchi tedeschi anche se con soluzioni alternative ben differenti). Innanzi tutto lo scopo del QE non è quello di fornire credito all’economia, ma di mantenere la stabilità dei prezzi (cosa che per ora sta facendo anche se è presto per dirlo in modo definitivo) e per riportare l’inflazione in prossimità ma sotto al 2%. In ogni caso che il QE andasse fatto, e da tempo, sembra evidente; l’effetto del QE sull’economia reale dipende da molti fattori: innanzi tutto dalla propensione delle banche a dare credito, dalle richieste di credito da parte di aziende e privati quindi dal clima di fiducia nel futuro che influenza la propensione ad indebitarsi, dall’applicazione dei criteri di Basilea di unificazione bancaria, dalla quantità di investimenti pubblici e privati che verranno attivati e da molto altro ancora. Inoltre la politica monetaria senza una contemporanea riforma della govenrance complessiva europea e di molti stati nazionali risulta una freccia spuntata.

La visione dei Vescovi è in un certo senso confermata da altri dati come quello del calo della produzione industriale in gennaio, dalla spesa pubblica aumentata tra il 2010-2014 di 27.4 miliardi (dati CGIA) nonostante le promesse di spending review fatte a Bruxelles e su cui l’UE conta e preme in modo martellante, degli investimenti tragicamente in calo di 15.4 miliardi (2010-2014 -23.9% secondo CGIA). Le riforme sono in via di implementazione, ma, complice anche la macchinosità del sistema nostrano e le divisioni politiche, ancora lontane da giungere ad attuazione. Inoltre la priorità nel campo delle riforme sembra essere stata data a quelle più politiche e meno prettamente economiche. Sempre durante il Forum l’economista Nouriel Roubini ha indicato la corruzione e la giustizia come maggior freno per lo sviluppo italiano, ancor prima del Jobs Act e del fisco. Effettivamente se a giustizia e corruzione si aggiunge anche evasione fiscale otteniamo un costo annuo per lo Stato difficilmente quantificabile, ma che ragionevolmente potrebbe superare i 250 miliardi di €.

Il divario tra le classi sociali presenti all’Ambrosetti Forum e la società civile narrata dai Vescovi è immane e lo spietato gioco dell’analisi dei dati medi non tiene conto delle situazioni particolari che in realtà rappresentano la maggioranza. L’unica speranza è che il tempo trasferisca la percezione carpita prima da coloro che hanno una visione più globale e d’insieme, anche a coloro che invece si vedono costretti a lottare con le situazioni personali e del quotidiano; una sorta di un ritardo fisiologico in grado alla lunga di livellare il tutto positivamente.

Oltre ai fattori sopra citati che riportano con i piedi per terra rispetto ad un ottimismo che pure è benefico purché non sia solo quello della volontà o ancor peggio delle grandi occasioni, vi è uno scenario globale altamente complesso e delicato che colpisce l’Europa ed in particolar modo l’Italia. Ovviamente si fa riferimento al terrorismo dell’ISIS, alle guerre civili in medio oriente ed in Libia, uno dei più importanti partner energetici dell’Italia, alla questione Ucraina e le relative sanzioni alla Russia dall’ingente costo per l’economia nostrana (sia per via degli scambi commerciali ridotti che per l’approvvigionamento energetico), al problema dei flussi migratori, ai movimenti in ascesa di stampo anti-UE e xenofobo. Tutte questioni tesissime che si protraggono da anni e che l’Europa, letteralmente incapace di affrontarle autorevolmente, con determinazione ed unità perdendo così di prestigio agli occhi degli interlocutori internazionali, avrebbe dovuto risolvere da tempo.

Storia a se fa il perdurare del braccio di ferro tra Grecia e Germania, la quale non si sa a che titolo si sia arrogata il diritto di parlare a nome delle istituzioni Europee, sulla necessità di liquidità di Atene e sulle riforme che il paese ellenico dovrà necessariamente implementare. Questa situazione ha bisogno di giungere al termine con concessioni diplomatiche da una parte e dall’altra. Non è pensabile che alla Grecia sia applicato altro rigore andando letteralmente ad asfissiare la popolazione come non è pensabile che vengano presentati dal Varoufakis effimeri programmi di riforme basati sul intenzioni e niente affatto su dati concreti. Nonostante l’evidenza di questa necessità la risoluzione della disputa pare ancora lontana e, una volta passata l’euforia da QE, i mercati potrebbero decidere di utilizzare il pretesto greco per stornare e scaricare gli oscillatori adducendo come motivazione le incertezze europee dovute ala situazione economica dell’Ellade che potrebbero comportare una disgregazione del vecchio continente messa per un attimo da parte.

Come si può vedere l’ottimismo congiunturale della borghesia politica, finanziaria e manageriale non è del tutto campata in aria, alcuni dati ed alcune situazioni sono oggettivamente in miglioramento, ma ve ne sono altrettante, ancora più forti e complesse da condurre a soluzione, decisamente di segno opposto che sembrano non essere state considerate nelle sessioni plenarie di altissimo profilo tenute da multi-laureati luminari che si sono svolte sulle rive comasche del lago.

L’ottimismo è il profumo della vita ed in questi giorni l’aere di Cernobbio sarà stata sicuramente satura di dolcissimi aromi fin quasi a venire a noia per quanto melliflui.

Link: Gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti….

15/03/2015
Valentino Angeletti
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Dati ISTAT in leggero miglioramento, ma piedi per terra, rimangono ancora asfittici

Parrebbero stavolta più confortanti i dati diramati dall’Istat, ma Lucrezia Reichlin, intervistata da Repubblica, frena gli entusiasmi (un Renzian-Gufo anche lei visto che sembrava dovesse essere in lizza per il Ministero dell’Economia?):
“La ripresa c’è, ma è ancora troppo debole, non sufficiente. È una condizione quasi fisiologica dopo 4 anni recessione. Inoltre è principalmente trainata dall’export”.

Aggiungiamo anche che alcune condizioni macroeconomiche come i QE ritardatari di Draghi e la guerra sui prezzi del greggio che ne hanno affossato i prezzi sono partecipi all’alleggerimento della deflazione, all’abbassamento sotto quota 100 degli spread ed al rallentamento della dinamica ribassista sul PIL.
Gioire per una previsione del PIL a +0.1% mi ricorda molto una storica puntata dei Simpson dove Homer aveva investito in azioni e sentendo le Breaking-News, alla notizia che i suoi titoli avevano messo a segno un +3.1% egli esultò entusiasmato saltando sul divano, salvo poi la precisazione del giornalista:
“Dopo un crollo del 99%”.
A quel punto la reazione di Homer fu:
“Dho!!!!”.
Ecco, anche noi, cercando di mantenere speranza, ottimismo e propensione ad altro sacrificio, non dovremmo evitare il “Dho!!!” che, pensando a quanto in basso il vortice economico degli ultimi anni ci ha trascinato, riporta alla realtà. Una realtà dura, ma che per essere risolta va affrontata “hic et nunc”.

Per qualche ora possiamo anche consolarci, effettivamente la recessione pare tecnicamente conclusa, secondo l’Istat il PIL relativo al Q1 2015 segnerà +0.1% e l’inflazione è passata da -0.6% di gennaio a -0.2% a febbraio; i prezzi dunque sono in aumento, in particolare quelli degli ortaggi, ma anche dei trasporti, ed i beni energetici hanno rallentato la loro tendenza al ribasso; adesso è indispensabile che seguano questa lieve risalita anche i salari ed il potere d’acquisto dei consumatori. Anche la fiducia di imprese e dei privati in generale, complice la positiva elezione nel nuovo presidente Mattarella che con le sue uscite in Aereo di linea, in Freccia Rossa o a piedi sembrano segnare una discontinuità (chissà quanto appositamente studiata) con tutto ciò che è identificato come “casta” e dal quale la politica non riesce a staccarsi, è lievemente in aumento, tranne che nel settore edile, primo a risentire della crisi ed ultimo ad uscirne.

Come ricordato realisticamente dall’economista delle London Business School la situazione è ancora delicata, fragile e difficile. Se abbiamo buona memoria proprio questi aggettivi sono quelli usualmente usati da Draghi e Visco per apostrofare la situazione Europea e, più nello specifico, italiana. Ciò è legato a livello nazionale principalmente alle riforme (sulla burocrazia, sulla giustizia, sulla certezza normativa, sul fisco, sul lavoro ecc) ancora lontane da portare effetti incisivi e ad un panorama internazionale tesissimo dove l’Europa si mostra impotente ed incapace di risolvere situazioni di estrema complessità ma che la vedono coinvolta direttamente.

Negli USA il PIL del Q4 2014 è stato ritoccato al ribasso al +2.2% dal +2.6% precedente, comunque migliore rispetto alle stime degli analisti del +2%. È segno evidente di una economia, principalmente grazie agli investimenti ed alla politica economica espansiva la quale ha consentito una ripresa decisissima dei consumi interni (+4.2% ultimo dato), in grado di resiste agli scossoni del panorama internazionale difficilissimo che invece l’Europa nel complesso (e l’Italia in particolare) stenta ad affrontare efficacemente ed anzi subisce impotentemente.

In sostanza, come realizzò Homer con il suo mitico “Dho!!!” prendiamo questi dati per quelli che sono: fragili, asfittici ed ancora poco significanti. È vero che potrebbero mostrare l’inizio ancora stagnante di una lenta inversione di tendenza, ma molto probabilmente subiranno nuovi peggioramenti e poi miglioramenti e di nuovo peggioramenti come in un tracciato sismico. Non ci si può illudere, ma si deve lavorare. Non si deve infondere falso ottimismo e false aspettative ad esempio dicendo che già ora si vedono gli effetti delle riforme, ancora non è così, è troppo presto, sicuramente i risultati verranno, ma è ancora prematuro illudersi. Il Ministro Poletti in persona, asserendo che è ancora prematuro lasciarsi trasportare dagli entusiasmi, ha ridimensionato i giubili di vittoria del Premier Renzi riguardo alle assunzioni di 1000 unità a Melfi negli stabilimenti FCA (che in USA è il marchio auto più difettoso, si legge su Il Fatto Quotidiano di oggi). Già troppo l’asticella è stata innalzata e le aspettative tradite. Quindi, come si è detto tante volte in questa sede, manteniamo la consapevolezza di una difficoltà immane da affrontare e da risolvere solo ed esclusivamente pagando il pegno di tanti sacrifici ancora che si spera anche la politica vorrà affrontare. Sfruttiamo senza sprecare le congiunture propizie che pure sono presenti in un momento storico estremamente delicato e difficile come quello in corso, in sostanza remiamo verso l’obiettivo comune in sincronia consapevoli che si può raggiungere solo ed esclusivamente se tutti, mettendo da parte le prese di posizioni e gli arroccamenti ideologici e partitici, miriamo alla stessa meta aprendoci al dialogo, al confronto ed alla contaminazione intellettuale interpartitica che se portata avanti in modo sano e trasparente non può far altro che facilitare la scalata verso l’irta vetta.

28/02/2015
Valentino Angeletti
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Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane

grexitL’impasse sulla situazione economica e del debito greco continua, i trattati si fanno incalzanti ed il prossimo incontro ufficiale sarà un Eurogruppo straordinario l’11 febbraio programmato dal Presidente Dijssemlbloem. Tsipras, forte della vittoria elettorale, forse credeva di avere più ampio potere negoziale, ma senza un concreto supporto di altri stati membri ed a seguito di un ammorbidimento delle sue posizioni di partenza è stato presto “domato” dalla Germania, dall’Eurogruppo e dalla Troika.
A monte delle elezioni Tsipras e Syriza non escludevano a priori un’uscita dall’Euro, GrExit, e sembravano piuttosto fermi nell’idea di rinegoziare il debito sul piano di un taglio degli interessi dal 40 al 60%, cosa ad Atene già avvenuta ma in modo concordato. Le attuali richieste di Tsipras e del suo ministro economico Varoufakis, che hanno dichiarato di misconoscere la Troka e di essere disposti a trattare solo con l’Unione, si sono assestate su una più canonica richiesta di dilazionamento temporale del debito il cui rimborso dovrebbe iniziare a breve termine nei confronti della Troika e solo a partire dal 2020 per quel che riguarda gli altri stati membri. L’allentamento delle richieste Greche, l’abbandono dell’ipotesi di uscita dall’Euro ed il riposizionamento verso una più generale ed invero condivisa propaganda per un’Europa diversa “meno austerità e più interessi ai cittadini”, hanno probabilmente spinto i falchi a declassare il livello di allarme per l’affare Grecia/Tsipras visto che la loro propaganda non è differente da quella di molte altre formazioni europee.

Anche le posizioni di alcuni paesi dell’Eurozona potenziali alleati ellenici si sono modificate, in particolare quella dell’Italia e di Renzi e della Frencia di Hollande. Il Premier italiano aveva sempre sostenuto una linea filo-mediterranea per rimettere il marenostrum al centro della politica e degli interessi economici europei, avrebbe dovuto divenire un HUB ENERGETICO ed uno SNODO cruciale per i COMMERCI con i sempre più fondamentali partners del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, inutile poi sottolinearne nuovamente la determinante posizione STRATEGICA geografica e militare. L’ingresso del PD all’interno del PSE poi aveva fatto presagire non senza elementi fondati derivanti da dichiarazioni pubbliche e con l’appoggio di Shultz, presidente del PSE, in Germania ed Hollande in Francia, alla possibilità di un’asse decisamente potente anti austerity dalla capacità di fuoco elevata, ben superiore a quella della sola Grecia, e che avrebbe potuto coinvolgere anche Madrid ed indubbiamente la stessa Atene sostenendo in sostanza le posizioni di Syriza. Questa possibilità invece è nelle ultime settimana venuta meno e Renzi ne è stato il principale rottamatore dichiarando senza mezzi termini alla stampa che non vi sarebbe stato alcun asse Mediterraneo in supporto alla Grecia, della stessa idea anche il presidente francese. Pare probabile che abbia prevalso più il timore di vedersi le potenze tedesche, della Troika e della Commissione UE contro che le linee di pensiero portate avanti fino a poche decine di giorni prima.

Le richieste che al momento sono state messe sul piatto da Atene sono piuttosto vaghe e senza un documento preciso. Riguardano il dilazionamento temporale nella restituzione del debito e la possibilità di un prestito ponte che dal 28 febbraio, termine ultimo entro il quale dovrà rimborsare la Troika per la trance di aiuti ed oltrepassato il quale rischierà di diventare insolvente, possa consentire al Governo Tsipras di arrivare a maggio e presentare un piano concreto sul quale discutere, perché al momento non esiste nulla di ufficiale e scritto elemento fondamentale per Troika, UE e tutti i creditori. Tsipras non può non rispettare quanto gli ha permesso di salire al governo, lo stato sociale greco è al collasso e le piazze già in fermento con altissimo pericolo per la tenuta e l’ordine sociale non lo tollererebbero.

Dall’altra sponda invece la fermezza e la rigidità, probabilmente rinvigorite dall’atteggiamento greco un po’ ammorbidito, la fanno da padrona e nessuno sembra disposto a concedere terreno. L’Eurogruppo col presidente Dijssemlbloem richiede un piano dettagliato da valutare entro il 16 febbraio e scarta l’ipotesi di un prestito ponte; la Germania mantiene anch’essa la sua proverbiale intransigenza e rimane indisposta ad ulteriori dilazionamenti, la Merkel ha dichiarato che di qui al 2020 Atene ha tutto il tempo per applicare le riforme e migliorare ulteriormente lo stato dei suoi conti (ipotesi assolutamente remota benche le condizioni sugli interessi siano favorevoli) potendo così passare a rimborsare i creditori e l’unico punto comune trovato nell’incontro tra il Ministro tedesco Schaeuble e quello ellenico Varoufakis è stato sul fatto di concordare di essere in disaccordo (bhè grasse risate in un momento cruciale per l’Europa); la Commisione UE con Juncker ribadisce la necessità che la Grecia tratti con la Troika; l’FMI pur scartando assolutamente la possibilità di un haircut sul debito rimane la più aperta al dialogo ed il Direttore esecutivo per la situazione Greca, il per noi noto Carlo Cottarelli, ha aperto alla possibilità di un nuovo programma di aiuti previa consegna da parte della Grecia di un concreto piano di riforme. Di certo la BCE e l’FMI per vari motivi tra cui anche un potenziale conflitto di interessi per l’istituto di Francoforte, non disdegnerebbero l’idea di abbandonare la Troika che diventerebbe un istituto esclusivamente europeo. Se tale circostanza si verificasse sarebbe un primo piccolo successo della Grecia nell’opera di demolizione delle istituzioni “pro-rigore” europee.

Mentre i negoziati vanno avanti il programma di aiuti ad Atene della Troika è stato bloccato, S&P ha declassato ulteriormente il rating greco, già Junk, portandolo a B- con outlook negativo motivandolo con le aumentate probabilità per l’ipotesi GrExit e con la sostanziale lontananza di una soluzione alla crisi; i titoli di stato greci, con rendimento per quelli a 10 anni stabilmente oltre il 10%, non sono più accettati come garanzia collaterale per i prestiti BCE. Un’ipotesi al vaglio per evitare la crisi di liquidità di Atene, sarebbe quella di emettere titoli a più breve scadenza oppure far erogare un prestito ponte dalla Banca Ellenica dietro aiuti sempre dell’istituto di Francoforte (un circolo vizioso).

Il ministro delle finanze italiano Padoan ha sostenuto che tra Grecia e Troika-UE non intercorre una partita tra avversari, ma piuttosto l’intento di trovare un percorso comune. Al momento i fatti lo smentiscono perché emergono tutti gli elementi classici del muro contro muro lontano da conclusioni fruttuose per ambedue le parti. Condivisibile invece è stata la dichiarazione sempre di Padoan secondo cui, smentendo quanto sostenuto da Draghi, Governatore BCE, questa crisi ha dimostrato che il processo “Euro” è in realtà reversibile.

La situazione rimane delicata, l’entità del debito greco non spaventa per l’ammontare, a spaventare sono le conseguenze di un precedente. Le posizioni rimangono piuttosto ferree, con Tsipras che non può tornare perdente in patria, mentre l’UE, sotto le pressioni tedesche, mantiene un’eccessiva rigidità nel timore di sembrare inconsistente e facile preda di “ricatti” anche di paesi per PIL secondari. In questo frangente il risultato è un clima di incertezza che non giova alla credibilità dell’Unione che ha già mostrato da tempo incapacità nel gestire crisi e nell’imparare dal passato, dalle esperienze che l’hanno già coinvolta direttamente così come dagli esempi esteri.

Negli USA ad esempio Obama si è nuovamente schierato in dichiarazioni pubbliche contro l’austerità rilanciando un piano di investimenti pubblici. Il Presidente statunitense è riuscito a creare posti di lavoro, benché ci siano opinioni critiche sul fatto che la maggior parte di essi siano precari e che quelli stabili siano in realtà ai minimi storici (obiezione della società Gallup), ma di contro la fiducia, i consumi e la produzione industriale sono in aumento così come i redditi che hanno supportato addirittura il settore edile, generalmente l’ultimo a sentire gli influssi benefici di una ripresa. Inoltre, benché dopo trattative estenuanti, l’accordo sul budget tra Repubblicani e Democratici per innalzare il tetto del debito USA viene annualmente trovato senza troppe rigidità sul rispetto di fissi parametri, segno di un approccio dinamico all’economia che fin qui si è dimostrato vincente.

Per l’UE il vero rischio quindi non sembra tanto quello di mostrarsi inconsistente e troppo permissiva, quanto quello, già avveratosi, di non dare l’impressione di una unione solida, ma semplicemente di singole economie divise ed accomunate artificialmente da un Euro che, senza le dovute riforme volte all’integrazione, non ha la forza legante necessaria. La sensazione è che l’eccesso di fermezza e di austerità sempre additato come elemento da superare ma mai abbandonato nemmeno temporaneamente, possano a breve realmente comportare una disgregazione dell’Unione e che l’elemento GrExit, riportato all’attenzione anche dal report S&P, possa esserne il via ufficiale. Se davvero l’intento è quello di continuare duri e puri sotto le pressioni dei falchi è bene che ogni Paese cominci a pensare ad un concreto e rapido piano per ridurre gli effetti e le conseguenze della frantumazione europea ed a cercare altri partner per affrontare la sfida globale.

Valentino Angeletti
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G20 di Brisbane tra Economia, Geopolitica, Clima cioè nulla di nuovo, stallo, rinvii

G20-Brisbane-Australia-2014Proprio in queste ore si sta concludendo a Brisbane in Australia la prima delle due giornate del G20. L’evento come di consueto ha attirato le attenzioni delle cronache e dei mass media mondiali e del resto, essendosi mossi tutti i Premier delle maggiori economie mondiali più alcune “whitecard”, non poteva essere altrimenti.

Quando ancora poco è trapelato dei discorsi ufficiali, cosa è lecito attendersi da un simile consesso? A dire il vero non molto rispetto a quanto già non si sapesse. Probabilmente a far da padroni saranno temi come l’economia, la geopolitica, il clima e forse l’emergenza ebola.

Riguardo all’economia è già chiara la direttrice che verrà seguita, l’obiettivo è quello di portare di qui a 5 anni il PIL mondiale a crescere del 2% (circa 2 triliardi di dollari) ed al momento il vero fardello e la vera mina vagante economica è l’Europa. I propositi e le indicazioni per il vecchio continente saranno senza dubbio quelli di abbandonare, almeno momentaneamente, l’austerità e svolgere politiche più mirate alla crescita, agli investimenti ed all’occupazione proseguendo nell’intento di riformare un sistema di governance che, sia per l’UE che per molti dei paesi membri (tra cui l’Italia), non è più al passo coi tempi. Alcune stoccate sono già arrivate sia dal Tesoro statunitense sia dal FMI che hanno redarguito nuovamente Europa e BCE per aver proseguito per troppo tempo con politiche poco espansive e troppo rigoriste, pur avendo l’esempio statunitense a portata di mano: i livelli di crescita sono troppo bassi, l’inflazione quasi a zero, la disoccupazione in certe aree, le stesse ove stentano gli investimenti ed i consumi, drammatica e le stime sono state ulteriormente tagliate da molti istituti, in definitiva uno scenario ben vicino all’essere ormai compromesso (da tempo si fa notare che non c’è più tempo). In particolare viene proprio dal portavoce del Tesoro USA l’allarme secondo cui (e qui lo si era già scritto) i 300 miliardi di investimenti (di cui l’Italia, con un piano di investimenti inviato proprio poche ore, fa ha fatto richiesta per una quota fino a 40 miliardi) promessi da Juncker sarebbero inadeguati. Se guardiamo la cifra con gli occhi degli statunitensi, che per mesi e mesi si sono visti erogare 85 miliardi di dollari “fior di conio” dalla FED con l’obiettivo di raggiungere determinati target di disoccupazione (<6%), l’affermazione non pare per nulla campata in aria. Di qui il caloroso consiglio di fare di più, incluso l’acquisto di titoli sovrani da parte della BCE dando il via al più classico dei QE con eventuale buona pace della Germania.

Questi moniti o consigli fraterni li abbiamo sentiti ripetere più e più volte, ma fino ad ora poco hanno sortito perché l’EU, influenzata (crediamo di sì, e molto) o meno da elementi interni, è parsa non recepirli, pur avendo ormai raggiunto la condivisa opinione di dover lavorare sul fronte della crescita, occupazione, giovani ed investimenti, ma a quanto pare senza un vero piano .

Sul lato geo-politico oltre alla Libia e la Siria sarà la questione Ucraina a tener banco. Le tensioni nelle aree dell’est si sono nuovamente fatte pesanti e Putin si è presentato con atteggiamento belligerante seguito da un paio di navi da guerra ferme a largo del continente oceanico che hanno destato non poche preoccupazioni (dalle chiavette USB del G20 Russo alle navi da guerra: di sicuro mostra eclettismo lo Zar). Il Primo Ministro ha poi alzato ulteriormente i toni rispondendo ad alcune interviste in merito alle sanzioni ancora in vigore contro Mosca che lui non ha intenzione di stare all’angolo e che se proseguiranno si vedrà costretto a prendere provvedimenti. Ha ricordato quanto grande sia la dipendenza europea dal gas russo e la possibilità di lavorare per combattere la supremazia del Dollaro negli scambi di combustibili fossili che avrebbe contribuito ad un drammatico ribasso dei prezzi. Temano gli Stati Uniti, ma tema anche la Germania perché se decidesse, come sembra, di proseguire o addirittura di inasprire le sanzioni, potrebbero essere messi a repentaglio i 300’000 posti di lavoro che le imprese tedesche impiegano nel suolo russo, ha paventato lo Zar.

L’atteggiamento ferreo di Putin, che fino all’ultimo sembrava intenzionato ad abbandonare i tavoli dopo il primo giorno, i bilaterali tra il capo del Cremlino ed i Leader Canadese e Britannico carichi di tensioni su Ucraina e sanzioni ed il ritorno delle violenze, invero mai cessate, nelle regioni del Donbass, Lugansk ed in tutto l’est ucraino, lasciano trasparire due aspetti che gli interessati vorrebbero mascherare ma che emergono lampanti: il primo è che anche l’economia russa è alle strette, la crescita è stata ben inferiore del previsto ed anche il predominio energetico potrebbe essere messo in discussione dalla rivoluzione americana, di qui le mosse per fortificare i colossi Rosfnet e Gazprom tramite acquisizioni trasversali nel campo energy ed Oil&Gas. Putin dunque mentre cerca di stringersi di più con la Cina, per la quel comunque rimane poco più che un potenzialmente forte fornitore energetico e di qualche altra materia prima (nulla in confronto ai rapporti commerciali tra Cina ed USA che spaziano dalle infrastrutture alla tecnologia), vuol continuare a difendere ed interpretare la parte della tigre ruggente, apprezzata in patria, mentre in realtà potrebbe rischiare di diventare a breve una tigre in gabbia. Il secondo aspetto riguarda invece la totale incapacità europea nel gestire la situazione ucraina nonostante i tavoli, i trilaterali, gli incontri diplomatici in territorio neutro e le sanzioni le quali non è ben chiaro se abbiano colpito di più la Russia o l’Europa. L’UE non ha parlato una lingua comune, ha dimostrato la sua persistente fragilità ed inconsistenza a livello strategico e non ha saputo trovare una linea in politica estera condivisa tra i vari membri, anche in tal caso come sul fronte economico, sempre in bilico nel dover scegliere tra interessi propri oppure collettivi.

Infine una nota sul clima. Il tema sembrerebbe quello più promettente in senso positivo perché parte da un accordo tra USA e Cina dichiarato la settimana scorsa nell’incontro tra le economie del Pacifico e perché Obama ha detto di destinare 3 miliardi all’ONU per supportare i paesi più poveri nello sviluppo di tecnologie (principalmente energetiche) verdi. La realtà però è un’altra e ben più complessa, l’accordo “USA – Cina” prevede che gli Stati Uniti riducano di qui al 2025 del 26-28% le proprie emissioni di CO2 mentre la Cina entro il 2030 dovrebbe ridurre le emissioni di picco (il che vuol che la media delle emissioni Cinesi potrebbe anche non diminuire). Considerando le tempistiche in atto e le frizioni occorse è come se con l’accordo si fosse rimandato tutto almeno al 2015 con il vertice climatico parigino. Allo stato attuale e viste le previsioni IPCC (e di molti altri enti di ricerca) non è possibile attendere 10-15 anni, le azioni dovrebbero essere molto più rapide, ma in molte occasioni si ha la sensazione che, nonostante le parole e le dichiarazioni di intenti, non si voglia sacrificare la crescita del PIL, differente dal benessere collettivo e diffuso, per l’ambiente. Anche i 3 miliardi di $ di Obama, ai quali dovrebbero aggiungersene altri 1.5 dal Giappone proprio durante il G20, a prima vista ben più concreti per rimpinguare il fondo ONU attualmente di 3 miliardi e che punta ai 10, in realtà sono ancora molto ipotetici. Si tratta infatti della promessa di una anatra zoppa che poi dovrà fare i conti con la maggioranza parlamentare repubblicana sicuramente non così favorevole ad una simile spesa.

Questi incontri e questi prestigiosi tavoli che fanno così scalpore sono buone occasioni per ribadire linee guida ed intenzioni spesso già ben note, ma è impensabile che tutto ciò di cui si discute e su cui si conviene possa essere realizzato. La prima ragione è perché oltre alle parole servono piani concreti che non si costruiscono nei due giorni di consesso, ma avrebbero già dovuto esserci quando invece pare non siano stati elaborati anzi sembra sempre che attorno ai discorsi, usualmente molto condivisibili, ben poco vi sia di tangibili; insomma chiuso l’evento si va a cena ed il compitino è sbrigato. La seconda motivazione è che, differentemente rispetto a quando ci si limita alle sole parole, quando viene il momento di decidere, troppo spesso sono gli interessi personali/nazionali a spingere in una direzione piuttosto che in un’altra.

Nulla di nuovo sul fronte economico, stallo in geo-politica e rinvii sul clima, questo sembra quello che partorirà il G20 australiano, e sarà così per ogni nuovo vertice fintanto che non verrà davvero deciso di adottare una linea comune verso una direzione comune la quale, sia ben chiaro, non potrà necessariamente essere la migliore in ogni settore per ciascun contraente, è di ciò che se ne dovrebbero fare una ragione in tanti.

15/11/2014
Valentino Angeletti
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UE: le parole pre-elettorali che ormai sembrano andate al vento

Ricordiamo benissimo la campagna elettorale pre-elezioni europee dello scorso 25 maggio. Anche all’epoca la condizione macroeconomica non era affatto positiva e confortante, le critiche e talvolta le autocritiche nei confronti dell’approccio economico adottato da Bruxelles ed improntato esclusivamente all’austerità ed al rigore dei conti sembravano condivise da tutte le principali parti politiche dal PPE al PSE passando per i Liberali.

Ad aprire ad una maggiore flessibilità parevano essere anche gli stati membri compresa la Germania, che, sempre molto timidamente, sembrava essere propensa a concedere in sede europea qualche margine di manovra in più nei bilanci dei singoli paesi per appoggiare una fase che avrebbe dovuto essere improntata alla crescita. Il nuovo (probabile) Commissario uscito dagli scrutini delle urne, il lussemburghese Juncker aveva decisamente indicato la sua volontà di orientare nuovamente l’Europa verso le tre P dei padri fondatori, ossia i valori di Protezione, Pace, Prosperità e questa era l’idea di cui tutti si facevano sostenitori.
Il bisogno di ritornare alle origini, oltre che dai dati macro economici in continuo peggioramento che la disciplina di bilancio in un momento recessivo non era riuscita ad invertire, era evidente anche a causa della sempre maggior distanza tra i popoli e l’istituzione europea che appariva più matrigna che madre, tanto da fomentare numerosi movimenti anti Europa dagli importanti e diffusi consensi, in molti gravi casi improntati verso derive xenofobe e naziste.
Sembrava essere davvero la Commissione della svolta perché sulle priorità di crescita, lavoro, investimenti e politica estera la condivisione era unanime e l’intento di Juncker di stanziare 300 miliardi di € per investimenti lasciava ben sperare. Poi vi era il semestre di presidenza italiano sul quale, stando ai discorsi, avremmo dovuto far leva pesantemente.
Ora, forse anche per le lungaggini delle prassi europee che porteranno all’insediamento stabile della nuova Commissione dall’1 novembre, la situazione non pare volgere in meglio. I dati continuano ed essere non buoni ed il clima di fiducia non è migliorato.

In Italia l’FMI ha rivisto al ribasso la crescita del PIL 2014 a -0.2% (sarà +0.8% nel 2015), con rapporto debito/PIL in crescita a 136.7% e deficit/PIL al limite del 3%. Al prestigioso ed italiano Ateneo Luiss, il direttore esecutivo dell’istituto di Washington, l’italiano Andrea Montanino, ha dichiarato che l’Italia non può avere un futuro radioso fin tanto che le previsioni di crescita si attesteranno attorno allo 0.5%. Effettivamente, calcoli alla mano, la ripresa della domanda di lavoro, così come il rispetto dei parametri di bilancio (Debito/PIL e Deficit/PIL in particolare) potranno migliorare solamente in presenza di almeno 1.5% di crescita e simultaneo taglio del deficit e debito, supponendo invece un debito non crescente servirebbe almeno un 2.8% costante.
In Europa vi sono esempi di stati con i parametri in miglioramento, come la Spagna (PIL +1.5% 2014, +2% 2015) che hanno saputo seguire un virtuoso processo di riforme, ancora non pienamente presente in Italia, ma non va dimenticato a che prezzo per la popolazione che continua a vivere nella disoccupazione e con salari e pensioni decisamente impoveriti (LINK).
In questa fase anche la virtuosa Germania, come avevamo già previsto in più occasioni, sta iniziando ad avere ripercussioni economiche, con un calo della produzione del 4% e gli ordinativi a -5.7% (dati relativi ad agosto) era evidente che, essendo la Germania forte esportatrice (prima manifattura) in Europa, alla lunga, con il ritardo fisiologico dovuto appunto alla sua forza, gli effetti si sarebbero ripercossi anche su di loro.
Nonostante ciò, e nonostante una Francia in difficoltà che ha dichiarato che non rispetterà il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL portandolo al 4.4% per il 2014, sembra che i propositi pre-elettorali siano stati dimenticati (LINK).

La Germania, a dispetto dei brutti dati di agosto, già da tempo si è mostrata totalmente avversa alla politica monetaria di BCE  (LINK1 – LINK2LINK3) la quale sta provando ad assumere una connotazione ulteriormente espansiva, anche se non tanto quanto la FED, attraverso l’acquisto di ABS, Covered Bond ed il piano T-LTRO. I QE a mezzo di acquisto di titoli di stato benché solo ipotizzati sono già stati bocciati in toto dalla Germania, attraverso le parole del Governatore della BuBa Weidmann, che ritiene tutte le ultime misure di Draghi eccessivamente rischiose per via della difficile quantificazione del sottostante (che comunque dovrebbe essere garantito ed a basso rischio LINK).
Le proposte di Weidmann sono le solite di sempre, ossia rigore e disciplina di bilancio e, giustamente, riforme. Addirittura il Governatore si è spinto a suggerire (esulando dalle sue funzioni) alla Commissione di bocciare la legge di stabilità francese qualora presentasse un rapporto deficit/PIL al 4.4%. In realtà quanto dice Weidmann ben poco sembra rispondere alla necessità di stabilità dei prezzi ed in particolare al bisogno di riportare l’inflazione europea attorno al 2% (attualmente a 0.3% con svariati stati, tra cui l’Italia già in deflazione).
A fare eco a Weidmann, confermando il ruolo della Germania di maggior azionista sia nella BCE che nella Commissione, vi è l’attuale Commissario per gli Affari Economici e Monetari e soprattutto futuro VP per la Crescita ed Occupazione Katainen, che nella sua audizione all’Europarlamento non si sbilancia riguardo ai 300 miliardi di investimento e si limita a recitare la solita nozione secondo la quale i paesi virtuosi dovrebbero sostenere i consumi e gli investimenti, mentre i paesi più in difficoltà dovrebbero proseguire con le riforme rispettando i vincoli europei (difficile pensarlo con un PIL in calo e senza margini per investire e per creare le condizione per attrarre capitali dall’estero nel brevissimo periodo in attesa degli effetti delle riforme che arriveranno nel medio-lungo termine), non è pensabile secondo il Finlandese impostare un crescita contraendo altro debito.
Non si dilunga in ulteriori dettagli e la sua arringa è sembrata gradita al consesso europeo, differentemente dalla posizione di Moscovici che per via del suo venturo ruolo da Commissario agli Affari Economici e Monetari e per via della sua nazionalità francese potrebbe avere difficoltà (anche se personalmente non lo credo molto probabile) a farsi confermare nel ruolo.

In sostanza, pur in mezzo ad un costante deterioramento delle condizioni economiche europee, incluse quelle tedesche, e con i grandi analisti a partire da FMI (non che siano la Bibbia o che non sbaglino previsioni, ma non vi è giustificazione per perseverare con l’approccio finora adottato ed il fondo monetario lo dice da tempo LINK) che vorrebbero spronare la BCE ad adottare misure più espansive e soprattutto QE diretti, così come spingono per una politica economica europea meno germanocentrica e più flessibile, ma non flessibile all’interno dei patti che avrebbe relativamente poco senso ed efficacia, ma, limitatamente a questa fase recessiva, concretamente più permissiva e rivolta realmente a crescita ed occupazione di qualità, rivedendo se necessario i trattati europei.
Eppure, oltre agli USA esiste, ed è più prossimo geograficamente, anche l’esempio UK al quale l’Italia dovrebbe ispirarsi molto più che a quello spagnolo.
Il Regno Unito assieme ad una politica monetaria autonoma ed equilibrata è riuscito ad investire e creare un mercato del lavoro dinamico, fare le riforme necessarie e soprattutto tagliare drasticamente la spesa senza guardare in faccia a nessuno (Regina Madre inclusa) e senza impatti negativi sul lavoro pur avendo ridotto il numero dei dipendenti pubblici. Soprattutto riguardo al taglio della spesa l’Italia dovrebbe prendere spunto perché la fondamentale spending review, un tempo generatrice di tutte le coperture, è stata recentemente ridimensionata scontrandosi costantemente con una volontà politica assente quando si tratta di agire concretamente sui veri centri di spesa  a cominciare da regioni, sanità, centrali d’acquisto, previdenza, difesa ecc. La spending review si dovrebbe attestare a 5 miliardi rispetto ai 17 previsti che da soli avrebbero quasi coperto l’intera legge di stabilità; considerando quanto per l’UE la revisione sia fondamentale è prevedibile che la Commissione non tacerà su questa rettifica in sede di discussione della legge di stabilità che essendo fatta in deficit probabilmente subirà critiche nonostante il rispetto del parametro del 3%.
In Italia come in Europa le procedure e le decisioni sono sempre estremamente lente e pastose, la burocrazia impera.
I tempi necessari per l’elezione dei giudici della consulta, le aspre discussioni sulla riforma del lavoro che lasceranno un segno forse indelebile (le oscene lotte fisiche in Parlamento lo dimostrano), il numero esagerato di emendamenti presentati ad ogni proposta di riforma, così come la superficialità con la quale talvolta si affrontano temi estremamente complessi e delicati solo per poter dichiarare di avanzare senza alcun ostacolo, in alcune occasioni a scapito del risultato che, per evitare conseguenze impreviste ed effetti nulli, pur nella fretta deve essere adeguatamente ponderato. Purtroppo l’immobilismo dei decenni precedenti ci ha costretti in una condizione in cui si deve fare presto e bene e ciò non è affatto semplice.
A livello Europeo gli scontri e le continue divergenze sulla politica economica così come le tempistiche per l’insediamento della nuova commissione stanno distogliendo da ciò che realmente serve per fronteggiare i problemi di politica estera/geopolitica in cui l’UE è pesantemente coinvolta e soprattutto per impostare il percorso di crescita che tutti reclamano ma che nessuno sembra davvero capace di indirizzare. In tal scenario si inserisce il semestre italiano europeo che quasi sotto silenzio si sta concludendo.

L’impressione di uno stolto osservatore, quale io sono, potrebbe essere quella di un contesto molto fragile, politicamente frammentato e socialmente debole, che deve stare in guardia da bassissima inflazione, scarsa capacità di innovare ed attrarre investimenti se confrontato con in competitori mondiali, sistema industriale spesso arcaico, eccessivamente esposto alle banche e non in grado di auto-finanziarsi con strumenti tipo borse e venture capital come accade in USA.

Agli occhi dello stolto di cui sopra non sembra sussistere alcun mutamento nella direzione positiva che i proclami pre-elettorali facevano sperare, anzi, come un gambero, addirittura potrebbe sembrare che le condizione di alcuni importanti stati dell’UE siano arretrate con tanto di divergenze che si fanno, se possibile, più evidenti e pericolose proprio quando il tempo per agire è sempre meno.

07/10/2014
Valentino Angeletti
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