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Etihad-Alitalia; Alstom-GE, Siemens: la differente azione dei Governi

Da Adu Dhabi è giunta la lettera di Etihad in cui sarebbero poste le condizioni affinché possa essere conclusa la trattativa con Alitalia. Il contenuto della lettera è ancora top secret, la compagnia italiana lo presenterà ai sindacati il 2 maggio, al Governo ed agli azionisti. I dettagli non sono noti, ma probabilmente riguardano la ristrutturazione del debito, la liberalizzazione di Linate, l’alta velocità a Fiumicino e l’abbattimento del costo del lavoro tramite taglio di stipendi oltre i 40’000€, di altri benefit e tramite un piano di esuberi che, a seconda delle fonti, si attesterebbe tra le 2’000 e le 3’000 unità (alcuni dettagli su richieste Etihad in una analisi su Lucchini e grande industria in Italia: Link).

Le condizioni imposte da Etihad, una delle migliori compagnie al mondo secondo tutti gli standard di qualità e dove piloti e dipendenti di terra sono letteralmente trattati con i guanti, sarebbero molto stringenti. Del resto ciò non deve stupire, la gestione di Alitalia è stata sempre quasi fallimentare e la privatizzazione un cattivissimo esempio dove si rifiutò l’ingresso di Air France con una proposta in linea col mercato e che prevedeva anche l’acquisizione dei debiti della compagnia in favore della scissione del vettore in due compagnie, una bad company a carico del pubblico, quindi del contribuente, ed una good company in capo ad una cordata di capitani coraggiosi (che di coraggio ne avrebbero dovuto avere ben poco visto che i debiti erano stati convogliati nella parte bad); il tutto per difendere una italianità poco comprensibile in un mondo globale e tanto più in un contesto europeo in cui le joint venture tra vettori aerei sono prassi comune ed unica via di sopravvivenza per molte compagnie, e che comunque andrà a breve persa.

La good company, CAI, ha continuato ad accumulare debiti e perdere centinaia di migliaia di Euro al giorno, tanto da richiedere alla fine dello scorso anno interventi patrimoniali esterni.

Alla luce di ciò è palese che Etihad non possa accollarsi gli oneri che fino ad ora si è accollato il pubblico e quindi che vorrà adeguare gli standard di efficienza di Alitalia ai propri, il che vuol anche dire ottimizzazione del “work force management” e della logistica degli Hub, così come vorrà epurare i bilanci del vettore italiano dai debiti dovuti sostanzialmente ad una gestione non ottima. Del resto i risultati della compagnia araba sono prova evidente della loro capacità organizzativa così come del loro potenziale economico pressoché illimitato.

Etihad ha inoltre ben chiaro di essere l’unica acquirente dopo il no che è stato detto ad Air France (che rimane importante azionista) ad una seconda manifestazione di interesse nel 2013 (ben peggiore della prima quando avrebbero rilevato anche i debiti) e quindi di avere un potere contrattuale enorme che gli consente di avanzare richieste stringenti.

Etihad, che ricordiamo essere un’azienda che lo scorso anno ha adeguato la propria flotta di aerei acquistando mezzi per decine di miliardi di $ (un acquisto complessivo di circa 140 miliardi di $ operato da Etihad e Fly Emirates da Airbus e Boing), praticamente 5 finanziarie italiane cadauno, sa anche che il Governo italiano non può permettersi di tergiversare e prolungare la trattativa in attesa di proposte concorrenti, proprio perché in questo momento le risorse sono limitatissime ed Alitalia poco appetibile.

Alla fine quindi è probabile che Etihad spunterà gran parte delle condizioni richiese, anche perché alcune di esse, come l’alta velocità a Fiumicino, sono di interesse per il paese.

Facendo un paragone con un’acquisizione di questi giorni, cioè la trattativa di Alstom con GE e Siemens si è visto come il Governo francese, evidentemente con una politica industriale più chiara e definita, abbia chiaramente detto che avrebbe avuto voce in capitolo nell’affare nonostante non sia azionista di Alstom. Sia Alstom che Alitalia sono aziende che operano in settori strategici per i rispettivi governi.

Alstom avrebbe voluto vendere il ramo Energy, nel quale il suo settore idroelettrico è in crisi, e mantenere quello dei trasporti che fornisce al Governo il treno TGV (ed NTV di Italo). La prima proposta è stata di GE, poi ha rilanciato Siemens con una offerta più alta ma che probabilmente avrebbe interessato anche il ramo trasporti. In tal caso la Francia sta giocando un ruolo fondamentale nella trattativa che sembra indirizzata verso la conclusione con GE (la Board ha accettato l’offerta dall’azienda statunitense ed Alstom ha guadagnato più del 9% in borsa), anche se Siemens, gradita al Governo, rimane in gioco. Questo negoziato a quattro metterà probabilmente Alstom nelle condizioni di spuntare buone condizioni di vendita, cosa che con tutta probabilità non accadrà nella vicenda Alitalia anche a causa della differente situazione di bilancio tra le due aziende.

Questo breve paragone fa pensare a quanto un piano industriale ben chiaro e di lungo termine con obiettivi definiti e settori ritenuti chiave identificati, consenta ai Governi di intervenire a protezione dei propri campioni industriali, anche se privati, quando vengono toccati interessi strategici. La Francia ha agito consentendo la creazione di opportunità per Alstom, l’Italia ha agito senza piani industriali, vincolata da problemi di bilancio, privatizzando in malo modo e distruggendo opportunità facendo si che alla fine forse l’ingresso di Etihad porterà meno benefici ad Alitalia di quanto avrebbe potuto accadere se l’affare fosse stato trattato in modo differente già 5 anni fa.

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30/04/2014
Valentino Angeletti
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Yaki VS Della Valle

Quasi esilarante, se non stesse toccando un tema delicatissimo, è il tenzone che si sta protraendo negli ultimi giorni e che una volta tanto non è strettamente connesso alla politica. Si tratta dei tafferugli verbali, anche molto pesanti, tra John Elkann, presidente Fiat, Exor, e Giovanni Agnelli & C, e Diego Della Valle, patron di Tod’s e della Fiorentina.
Tra i due non corre buon sangue, forse non è mai corso, e le tensioni si sono acuite a seguito della vicenda RCS di cui Elkann detiene il 20% e Della Valle poco meno del 9%.

Il battibecco si è incentrato dapprima su questioni industriali ed economiche per poi passare, proprio ieri al tema del lavoro e dei giovani.

John Elkann, parlando alle scuole superiori della Valtellina in un incontro organizzato dalla Banca Popolare di Sondrio, ha dichiarato che il lavoro c’è, che in realtà i giovani non lo trovano perché poco ambiziosi e determinati, con poca voglia di fare e di cogliere le opportunità; loro in fondo in fondo stanno bene a casa. Ha poi sostenuto che lui, come i suoi fratelli, hanno sempre viaggiato e lavorato in molte delle loro aziende e che è divenuto presidente non per “eredità imposta”, ma per scelta (è però diverso dover lavorare per necessità oppure farlo per piacere, quasi per hobby).
(Sul tema del lavoro giovanile evidentemente non è semplice comunicare, siamo dinnanzi ad una delle tante gaffe, non so quanto comunicativa o, cosa ben più grave, di contenuti – LINK).

Questa dichiarazione è valsa la forte critica di Della Valle che ha sentenziato:
“Il poveretto di John Elkann non perde mai tempo di ricordare agli italiani che è un imbecille” rincarando la dose sostenendo che forse sarebbe da considerare un referendum per cacciarlo dall’Italia.

Mi sento di condividere l’affermazione che i giovani, noi giovani, in un periodo difficile come questo dobbiamo essere un po’ più ambiziosi e determinati, essere consapevoli che il mondo sta cambiando rapidamente, che ci dovremo mettere in gioco sempre di più perché il mito del posto fisso, magari sotto casa nella piccola azienda storica del paese, non esiste più, così come non esiste più il lavoro duraturo che ci accompagnerà fino alla pensione (pensione???); anche nella medesima azienda è pressoché certo che dovremo affrontare esperienze differenti, forse anche maturare nuove competenze neppure considerate fino a qualche tempo prima oppure spostarci all’estero. Certi lavori, come taluni impieghi manuali quasi scomparsi, torneranno, altri verranno cancellati, soppiantati dalle tecnologie, dall’automazione, da nuovi modelli produttivi, economici e nuovi settori industriali. Se poi, come sarebbe opportuno, verrà riformato il sistema degli ammortizzatori sociali verso una riqualificazione dei lavoratori, è possibile che in certi casi dovremo tornare quasi a scuola. Può piacere o no, ma tant’è, e difficilmente questo processo si potrà arrestare. Penso invece che convenga coglierlo per arricchirsi professionalmente e personalmente, per porci obiettivi ed impegnarci a perseguirli con determinazione, passione ed ambizione positiva, ricercando opportunità che però devono avere condizioni al contorno opportune per potersi creare (Giovani, italiani e ambizione – LINK).

Detto questo, che vuole inquadrare uno scenario generale già piuttosto consolidato, veniamo ai dati.

In 7 anni la disoccupazione giovanile è più che raddoppiata, passando dal 20% a circa il 41.5% con punte di oltre il 50 in certe zone del paese. Una famiglia su tre vive in stato di indigenza e non riesce a sopperire ai propri fabbisogni. I consumi dei beni di prima necessità sono stati ridotti, si rinuncia a cibi proteici e di qualità, ci si rivolge agli hard discount, per risparmiare si può arrivare ad acquistare cibo scaduto, si rinuncia a visite mediche, specialistiche e ad alcuni medicinali; si lesina su cibo e salute, inconcepibile.
Circa 7 milioni di under 35, il 61.2% dei non sposati, vive con i genitori, molti di loro sono rientrati dai luoghi dove per lavoro si erano trasferiti e dove questa crisi glielo ha tolto, senza offrire alternative o nuove opportunità da cogliere. La disoccupazione continuerà ad aumentare nel 2014, anche per i più volenterosi ed ambiziosi.
In contemporanea le spese, benché l’inflazione sia bassissima, aumentano in termini relativi poiché il potere di acquisto in certi casi si è azzerato totalmente, o dimezzato se si considerano le situazioni di cassa integrazione, la quale in questi anni ha raggiunto livelli record rappresentando tra l’altro un importante costo per la collettività (esenti da ogni colpa i lavoratori e le industrie che non hanno approfittato della crisi). La Camera di Commercio di Mestre ha rilevato che dal 2008 al 2013 sono scomparse 1’340 mila imprese, in buona parte piccole aziende, artigiani e commercianti afflitti principalmente dai rincari di gas ed energia cresciuti del 20% in 6 anni.
I contratti di lavoro sono spesso precari, offrono meno di 800 euro al mese e sono concentrati in grandi centri urbani dove, se non si accettano condizioni non degne di un paese civile, è impossibile vivere con quel livello salariale. Vi è poi l’imposizione di partite IVA o le collaborazioni ed i progetti che a volte assumono più le sembianze di sfruttamento senza alcuna tutela. In sostanza, nel nostro paese un uomo di 35 anni con una istruzione alta ed un lavoro fisso (che sia ingegnere, professore, impiegato) da solo difficilmente riesce a sostenere una famiglia di tre persone in una grande città, e questo è un caso di un “fortunato”, perché ben spesso la realtà è più drammatica. Non di rado si incappa in persone che rovistano nei cassonetti della spazzatura.

Questi non sono parole, ma fatti. Logicamente tra i fatti vi sono anche aziende che non trovano alcune figure specializzate, o artigiani che vorrebbero assumere ma non trovano le persone con adatte competenze, ed obiettivamente a volte anche voglia di lavorare il weekend o la notte. Allora è possibile riflettere su un sistema scolastico ed universitario poco coeso con le necessità del mondo del lavoro e delle imprese, ma di qui a dire che il lavoro c’è, esiste un abisso.

Difficile quindi sostenere le affermazioni di Elkann che dimostrano un certo distacco col tessuto sociale ed industriale reale, fatto di distretti, di PMI, di artigiani e commercianti, di poca finanza e di tanta difficoltà di accesso al credito, di operai ed impiegati anche di alto profilo che non riescono a riciclarsi perché troppo costosi e per l’assenza di domanda.
Del resto lui stesso dovrebbe conoscere bene il tema della cassa integrazione, della bassissima domanda, del costo del lavoro e forse ha un po’ contribuito all’incremento della disoccupazione.
Mi auguro che la sua gaffe sia stata solo comunicativa, fatta nel momento sbagliato e che il suo intento fosse quello di incoraggiare giovani ancora alle scuole superiori ad essere proattivi. In caso contrario il grande manager si farebbe piccolo piccolo, si mostrerebbe avulso dall’economia produttiva e quasi immune ai problemi che hanno spinto migliaia di persone sul lastrico.
Assieme alla opinabile politica industriale della ex Fiat, ora FCA, questa dichiarazione non contribuirà di certo a far risalire l’appeal e la popolarità di una famiglia che ha segnato la storia industriale italiana nel bene e nel male.
Dovrebbe, Yaki, provare a crearsi un CV “anonimo” senza menzionare le sue radici, un CV con laurea, dottorato e pure master, inviarlo a varie aziende, tra cui la sua FCA.
Sarei davvero curioso di scoprire di qui ad un anno quante chiamate, colloqui, proposte di assunzione e con che salario riceverà.

15/02/2014
Valentino Angeletti
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