Archivi tag: Politica Monetaria

Un ultimo mese davvero intenso di eventi politici ed economici

L’ultimo mese è stato davvero intenso di vicende relative al panorama economico e politico Italiano ed Europeo.
In Italia la scena è stata dominata dalle dimissioni di Napolitano, ormai questione di ore, e dalla relativa successione al Quirinale; dal JobsAct e dal decreto delega fiscale con la norma del 3%. Come di consueto nel nostro paese gli strascichi di polemiche non sono mancati.

In Europa invece l’attenzione è stata rivolta alla conclusione del semestre di presidenza Italiano ed al relativo bilancio; alla politica monetaria ed ai possibili imminenti QE con le solite contrapposizioni tra rigoristi tedeschi avversi all’espansione monetaria e coloro, tra cui lo stesso Draghi, ormai convinti della necessità di iniezioni di liquidità; ma anche alle elezioni greche del 25 gennaio che vedono in vantaggio Tsipras. Le dichiarazioni della Merkel in merito alla tornata elettorale greca hanno suscitato interesse.

Degni di nota sono stati anche il caso di presunto attacco Hacker alla Sony ed gli scellerati episodi di terrorismo in Francia e Nigeria.

La drammatica cronaca francese ha tolto spazio a due notizie che in tempi normali avrebbero catalizzato l’attenzione: i dati Istat relativi al Q3 italiano e la stretta dei criteri di Basilea della BCE che metterebbe a rischio alcune istituti di credito (anche italiani).

Di seguito, dal più datato al più recente, articoli che raccontano questi ultimi 30 giorni.

PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE 14/12/2014;

I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie 16/12/2014;

Un “mini bilancio” di un semestre dopo l’ultimo consiglio UE 21/12/2014;

“The Interview” una differente analisi del presunto attacco hacker alla Sony 22/12/2014;

Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno…. 28/12/2014;

Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni Qurinalizie e le presidenziali in greche 01/01/2015;

Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE 03/01/2015;

Merkel: Grecia fuori dall’Euro è un’opzione. Pronta smentita del Governo tedesco 04/01/2015;

Gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti…. 05/01/2015;

Lo strafalcione della norma fiscale del 3% e delle sue contraddizioni nel momento più critico possibile 06/01/2015;

Siamo TUTTI Charlie e siamo TUTTI Islamici 08/01/2015;

Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia 09/01/2015;

Dati Istat Q3 in chiaro scuro e possibili effetti (pessimi) della stretta BCE sui criteri Basilea 11/01/2015;

13/01/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Annunci

Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia

EU-GRDoveva provenire dal Semestre Italiano di Presidenza UE, poi con l’insediamento della nuova Commissione Juncker recependo il sentimento diffuso dei cittadini europei, la presa di coscienza trasversale dei vari partiti disposti ad un nuovo approccio politico, economico e monetario del quale vi è evidente necessità imminente, doveva essere un argine ai movimenti anti europeisti che sempre più stanno attecchendo nella popolazione e troppo spesso sfociano in episodi di intolleranza e grette manifestazioni di chiusura verso un pericoloso nazionalismo xenofobo, invece il cambiamento radicale di cui c’è bisogno pare non sarà guidato dalle istituzioni deputate ufficialmente a gestire la governance, aggiornandola e rendendola più consona ai tempi ed agli scenari che sono, bensì da fattori esterni.

Il Semestre Italiano, che si concluderà in modo ufficiale il 13 gennaio con il discorso del Premier Renzi, oggettivamente, nonostante gli ovvi e prevedibili tentativi di elencare con minuziosa puntualità ogni minimo elemento positivo di questi circa 175 gironi, ha lasciato ben pochi segni; in parte per causa della conformazione stessa della presidenza che ha limitate possibilità se non quella di impostare una agenda delle priorità da condividersi poi con le altre realtà istituzionali, in parte perché è stata il teatro in cui ha avuto luogo il passaggio di consegne tutt’altro che rapido e snello tra la vecchia Commissione Barroso e la nuova Commissione Juncker ed in parte perché non è riuscita ad imprimere il giusto vigore ad un nuovo concetto di flessibilità ed alla possibilità di discussione sui trattati europei. La flessibilità è rimasta quella già prevista negli accordi, nessun margine ulteriore, salvo un poco di tempo in più per eseguire i piani di rientro già definiti, tanto che le leggi di stabilità di Italia, Francia e Belgio, proprio perché rischiano di non essere conformi ai trattati subiranno una nuova verifica nel mese di marzo. Gli investimenti non sono stati incentivati adeguatamente ed ogni tipo di spesa che possa comportare crescita, eccezion fatta forse per la sola quota di contribuzione nazionale ai fondi europei, non sarà sottratta al patto di stabilità così come il piano di rientro del debito è stato confermato (giungere al 60% in 20 anni) con uno “shift” temporale di un solo anno. Il “Piano Juncker” suscita numerosi dubbi, ha come ipotesi una leva titanica di 15 volte rispetto ai 21 miliardi di € forniti da Commissione (16) e BEI (5) per arrivare così alla quota di 315 miliardi col supporto di investimenti privati esterni che difficilmente, viste le condizioni congiunturali e gli scenari di medio-breve periodo, si avventeranno a collocarsi nel vecchio continente quando altre zone del mondo a cominciare dagli USA stanno vivendo una ritrovato fermento. Il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL è rimasto, assumendo sembianze sempre più anacronistiche, termine che ad un certo punto pareva addirittura abusato ma che permane attuale, forse ora più che mai visti i risultati fin qui ottenuti. Anche il punto sull’immigrazione è rimasto costante se non addirittura deteriorato. L’atteggiamento della Commissione e soprattutto della Germania non sono mutati gran che con quest’ultima sempre meticolosamente attenta in primis a proteggere, giocando anche con una elevatissima perspicacia e strategia dialettica che si manifesta in “diabolici” quanto efficaci palleggi verbali tra Merkel, Schaeuble, Weidmann, i propri interessi mantenendo uno status quo che piano piano ed in ritardo rispetto ad altre realtà nazionali si potrebbe deteriorare anche nei pressi di Berlino e Francoforte (disoccupazione ai minimi al 6.5%, ma dati della produzione industriale tedesca di novembre a sorpresa in calo dello 0.1% su ottobre rispetto ad una stima di +0.3% ed in calo dello 0.5% rispetto a novembre 2013).

Francoforte altro nodo chiave, perché qui ha sede la BCE “Governata” da Mario Draghi probabilmente sempre stretto tra l’incudine di voler attuare una politica monetaria più ispirata agli USA ed il martello della Germania, con il suo seguito di falchi nordici, che, in vece di maggiore azionista dell’Istituto Centrale, glielo ha impedito o comunque lo ha decisamente limitato. I risultati sono stati interventi lenti, in ritardo e spesso sottodimensionati al problema di una inflazione, il mantenimento del cui livello in un intorno sinistro del 2% è tra i mandati della BCE, in costante calo e di un Euro che solo ora sta tornando a livelli più realistici nei confronti del Dollaro. Draghi ha saputo giocare egregiamente con gli effetti annuncio delle sue periodiche dichiarazioni, ma col passare del tempo i mercati hanno iniziato ad attendere oltre le parole alle quali si sono armai anestetizzati, i fatti quindi le misure espansive concrete.  L’ultimo annuncio di Draghi è stato di giovedì 8 gennaio, nulla di nuovo rispetto alla consueta conferma che la BCE metterà in atto ogni misura possibile per contrastare una deflazione che molti si ostinano ancora a negare celandola dietro il calo dei prezzi del greggio, incluso l’acquisto di Bond sovrani, senza peraltro specificare l’ammontare (stando alle passate indiscrezioni dovrebbero essere 1000 mld dei quali 500 nella prima trance) e la data che potrebbe essere il 22 gennaio o, attendendo l’esito delle elezioni greche, il 5 marzo (perdendo ulteriore del giù nullo tempo che ci rimane). Anche sull’ammontare permane qualche dubbio perché 500 miliardi, se distribuiti come sembra e come eventualmente potrebbe accettare la Germania, in base alle quote della BCE detenute dai vari governi nazionali, porterebbero all’Italia una somma attorno ai 90 miliardi, inferiore a quanto, senza effetti risolutivi, fu acquistato nel 2011 (110 mld circa). I mercati sono schizzati in alto e subito (i più ingenui o maliziosi secondo noi) hanno gridato all’effetto bomba di Draghi, difficile da credere per un non nulla di nuovo o eclatante, molto più probabile che le parole di Draghi siano state usate come scusa per giustificare il rimbalzo conseguente al crollo post dichiarazione della Merkel sull’opzione di una Grecia fuori dall’Euro in un momento in cui l’attentato terroristico a Parigi avrebbe affossato anche le più solide piazze finanziarie. Come già detto i mercati non vengono influenzati dalle news, ma le usano (o le plasmano) per giustificare andamenti già, in linea di massima, definiti in riunioni notturne o della primissima mattina che si tengono in riservatissimi uffici ad altissimi piani di vitrei grattaceli, negli HQ di poche grandi banche, assicurazioni, fondi (a Parigi il CAC40 l’8 gennaio -oggi- è aumentato del 3.59%, come se immediatamente dopo l’11 settembre Wall Street fosse stata attorno alla parità….).

Le elezioni greche sopra menzionate sono un altro elemento fondamentale, forse in questo momento il vero ago della bilancia. A conferma che la necessità di cambiamento non è stata recepita in modo convito dalle istituzioni vi sono le varie dichiarazioni in merito ai piani di Tsipras, che vorrebbe rimanere nell’Euro, ma rinegoziando il debito insostenibile (ipotesi sostenuta anche dal Financial Time che vede nel debito greco qualche cosa di non più onorabile) ed aumentando la spesa pubblica per investimenti, servizi, welfare (anche la sanità è ormai quasi solo a pagamento ed il servizio sanitario non è più in grado di fornire medicinali) e per risollevare i salari dei dipendenti pubblici quasi dimezzati per rispettare i parametri imposti dalla Troika. A parte l’ipotesi di uscita della Grecia dall’Euro avanzata dalla Merkel e subito smentita da fonti governative tedesche (probabilmente un gioco congegnato per lanciare un segnale agli elettori ellenici) ed appurato che sia a detta dalla BCE che della Commissione UE l’Euro è un processo irreversibile, i moniti rivolti alla Grecia, agli elettori ed a Tsipras, leader di Syriza probabile futuro partito di governo, rimarcano con veemenza la volontà delle istituzioni europee che il venturo Governo rispetti gli impegni presi dal Governo precedente, ne porti avanti il programma già impostato e paghi ciò che deve pagare ai creditori senza venire meno ai piani di rientro concordati con la Troika, ovviamente nessuna ipotesi di revisione del debito o incremento della spesa pubblica. In questa fase di attesa degli scrutini, la Troika ha interrotto gli aiuti che riprenderanno solo una volta confermati tutti gli impegni da parte di Atene; anche l’acquisto di bond da parte della BCE potrebbe essere a rischio. Simili messaggi certamente indirizzati anche agli elettori potrebbero essere recepiti dalla classe media che ancora riesce in qualche modo a sostentarsi, difficilmente scalfiranno coloro, e sono i più, ormai senza nulla da perdere avendo stipendi dimezzati, nessuna possibilità di accedere alla sanità che non possono permettersi ed animati da profondo risentimento nei confronti di Troika, Bruxelles, BCE ed attuale Governo.

Il cambiamento forte che il Semestre Italiano, la Commissione Juncker e la BCE non hanno fino ad ora saputo indirizzare potrebbe essere impostato da Tsipras se riuscirà a trattare con Merkel, Germania, Commissione arrivando ad una soluzione di compromesso in grado di puntare davvero alla nuova Europa della crescita e della prosperità che deve essere l’obiettivo comune. Dalla sua il leader greco ha anche il fatto che questo è un anno di elezioni importati e diffuse e qualora il suo programma funzionasse, come lui stesso è convito, potrebbe rappresentare un precedente che indirizzerebbe il voto delle prossime tornate nei paesi membri, in molti casi già proiettati verso soluzioni simili a Tsipras che incarnano la diffusa e da troppo tempo necessaria, ma sin qui ignorata, richiesta proveniente dal basso  di una radicale discontinuità per il ritorno ai concetti fondanti il Progetto Europeo.

08/01/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE

jens-weidmannL’attenzione dei media e l’azione politica in questi giorni sono sempre più catalizzate dagli eventi interni al PD che in queste ora sta svolgendo la propria assemblea nazionale. Le divergenze sono ormai forti, forse insanabili, di sicuro mostrano l’esistenza di due correnti con vedute quasi diametralmente opposte. Da una parte vi è Renzi con i suoi seguaci, la maggioranza del partito, dall’altra vi è la cosiddetta vecchia guardia o coloro che mostrano riserbo nei confronti delle scelte politico-strategiche del segretario. Nella vecchia guardia vi sono Cuperlo, Fassina, Bindi, D’Alema, Bersani mentre i dissidenti sono rappresentati da Civati. Ciò che più rimproverano al al Premier sono: l’accordo con Berlusconi, il cosiddetto patto del Nazareno, il quale a loro detta sta prevaricando l’esclusivo tema delle riforme costituzionali per abbracciare tutta l’azione di governo, le eventuali elezioni del presidente della Repubblica e probabilmente inserisce alcune clausole per garantire vantaggi al Cavaliere (che siano essi politici, economici, personali o giudiziari) e l’impronta della linea politica dell’Esecutivo distante da quello che era il programma del PD, un partito che si starebbe avvicinando sempre più a Confindustria e starebbe eseguendo le volontà del centro destra, NCD e FI in particolare (del resto Alfano proprio oggi parlando ad In mezz’ora su Rai3 ha apertamente affermato che l’alleanza sussiste in quanto il Governo sta realizzando i programmi di centro destra), senza dare il medesimo credito e la medesima possibilità di confronto ai sindacati, liquidati in un incontro di 60 minuti. La votazione della Commissione Costituzionale sull’articolo 3 della riforma del Senato, relativa ai senatori di nomina presidenziale, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso e se (e ciò emerge anche dalle prime notizia provenienti dall’assemblea PD), Cuperlo ed “i suoi” non sembrano possibilisti nei confronti di una scissione di diverso avviso è Civati che qualora la linea continuasse ad essere quella in atto si è detto, parlando al futuro e se opportunamente seguito, a dividersi fondando una nuova sinistra.

Le difficoltà e la presenza di una parte di elettorato di centro sinistra non rappresentata dal PD sono evidenti, molti sono coloro che hanno aderito agli scioperi, altri sono i delusi della politica di Renzi, ed altri ancora gli astenuti e quelli che hanno riversato nel M5S un voto di protesta. Questa circostanza mette effettivamente i critici interni al PD di fronte ad una domanda che devono dirimere, cioè se sia giusto eticamente e moralmente dare a questo elettorato una rappresentanza, pur rischiando di essere schiacciati alle urne dal peso del partito di Renzi oppure mantenere la posizione “di comodo” ed accettare la linea di partito quale essa sia, in quanto l’alternativa di far cambiare strada al Premier è oggettivamente impossibile e per la determinazione di Renzi e per i suoi numeri ed alleanze trasversali. Che la situazione vada chiarita e che non sia corretto continuare in queste discussioni e divisioni interne è evidente e quindi ognuno dovrebbe prendersi le proprie responsabilità ed agire secondo le proprie convinzioni, votando a favore dei provvedimenti se si ritengono corretti oppure contro per dar voce ai propri elettori, in alternativa dire chiaramente agli elettori di essersi convinti, allineati ed aver mutato pensiero.

Potrebbe essere pensabile una alleanza Civati-Sindacati (CGIL e FIOM in primis) che coinvolgesse anche SEL, ma la sensazione è che l’alto rischio, quasi la consapevolezza, delle poca forza di questo nuovo schieramento mantenga un po’ tutti in stallo e porti i protagonisti in ultimo ad accettare, pur avanzando critiche quasi fini a se stesse se poi non sono seguite da fatti, ogni decisione venendo talvolta meno alle loro idee. Evidentemente il timore fondato di poter sparire quasi definitivamente dalla scena esiste e non vuole essere corso.

Senza voler incolpare né renziani né “dissidenti” e convinti che si debba convergere rapidamente ad una soluzione che sia essa PD unito o PD diviso, più che alla questione PD, importante internamente perché comporta un rallentamento dei lavori Parlamentari, viene come al solito dall’Europa il segnale più preoccupante, per la precisione dalla Germania e per essere ancor più precisi dal Governatore della BuBa Weidmann. Segnale passato quasi inosservato nonostante la sua importanza. In una intervista rilasciata a La Repubblica Weidmann conferma quanto scritto in questa sede proprio qualche ora prima dell’incontro tra il tedesco ed i giornalisti (italiani e non solo): L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia) 11/12/14Dopo una chiosa di circostanza e retorica a supporto delle riforme del Governo Renzi, in particolare quella sul lavoro, conclusa comunque col perentorio suggerimento che adesso è il momento di passare dall’annuncio all’attuazione delle riforme, il discorso si è concentrato sulla politica monetaria della BCE.

Riguardo alle riforme va detto che la posizione dell’Europa, in tal caso esposta dal Commissario Pier Moscovici, è molto netta: a Bruxelles interessano relativamente poco i contenuti delle riforme, quello che conta sono i risultati ed i saldi finali, il mezzo e le modalità con cui raggiungerli è in capo ai singoli stati. Per tale ragione si può supporre che, fatto salvo per i “numeri” approfonditi meticolosamente, i lunghi piani di riforme siano sommariamente letti dalla Commissione Europea ed analogamente dal Presidente Weidmann. Ad esempio sulla riforma del lavoro al giudizio di Bruxelles poco importa se sia fatta a vantaggio degli imprenditori, dei lavoratori o, come sarebbe auspicabile, di entrambi, l’importante è finalizzare il risultato; al momento, ma la situazione sta cambiando e la nuova crisi Greca sarà un primo decisivo banco di prova, in UE non devono far fronte alla popolarità e sopratutto non devono perseguire il consenso elettorale che a volte nei singoli paesi membri muove le azioni politiche fuorviandole da quello che è nell’interesse della collettività.

Tornando alle dichiarazioni di Weidmann sulla politica monetaria, in estrema sintesi ha asserito che Draghi dovrebbe scartare l’ipotesi di QE con acquisto di Bond sovrani e parimenti non dovrebbe neppure considerare una condivisione dei rischi e dei debiti degli Stati, che pure il Governatore aveva avanzato, in quanto tali misure spingerebbero i paesi meno virtuosi ad indebitarsi ulteriormente e rallentare il cammino delle riforme. Gli esempi della FED in USA o della BoJ in Giappone, secondo il leader della BuBa, non sarebbero significativi nè attuabili in un contesto come l’Europa che non presenta, a differenza di USA e Giappone appunto, una finanza, una legislazione ed una economia unitaria (da ricordare comunque che anche la BoE in UK ha attuato con successo una politica espansiva animata dai QE). La via da perseguire secondo il Presidente della Bundesbank rimane quella del rigore, della disciplina di bilancio e delle riforme. Riguardo agli investimenti che la Germania dovrebbe fare per cercare di potenziare il suo ruolo di “locomotiva europea”, secondo il Presidente ed anche secondo la Merkel, essi possono anche essere fatti, ma non sortiranno effetto sugli altri paesi, come a dire: “lasciateci fare che in casa nostra decidiamo noi”. Wiedmann non ritiene un problema nè inflazione che secondo lui è dovuta esclusivamente al calo dei prezzi energetici, quando sappiamo che c’è stata una dinamica deflattiva anche sui salari, in Italia in particolar modo ma non solo, nè il rallentamento della Germania che lui vede in perfetta salute. La sua strategia sarebbe quella di ATTENDERE gli effetti del rigore di bilancio e delle riforme che dovrebbero portare da sole buoni risultati. Anche Weidmann a chiedere tempo, o meglio di temporeggiare.

Come già detto svariate volte in questa sede, il rigore e la disciplina di bilancio sono importanti e le riforme in questo frangente lo sono ancora di più, ma i primi dovrebbero essere allentati in momenti drammatici come quello in atto per poi essere nuovamente applicati per rendere strutturale il percorso di crescita già intrapreso, le seconde invece necessitano di tempo per portare risultati, si parla di effetti nel medio – lungo periodo. Manca un’azione espansiva che affianchi i Governi nazionali nelle riforme e che sortisca effetti subitanei.

Si intende chiaramente che fino ad ora la politica della BCE è stata dominata dalla BuBa, maggiore azionista della BCE stessa, e nonostante sia le ipotizzabili velleità espansive di Draghi sia la dinamica decisionale non soggetta ad unanimità bensì a maggioranza, a dominare è sempre stata la linea attendista dei rigoristi e, per quel che conta il mio parere, se ne vedono i risultati. Il punto chiave è che la posizione di Weidmann (e del seguito che avrà) pare possa continuare a rallentare le azioni di politica monetaria volte a contrastare nel breve e brevissimo termine inflazione ed a sostenere le dinamiche dei prezzi: infatti se adesso la maggioranza della Board BCE parrebbe orientata ad azioni più espansive (anche per lo scarso successo di ABS e TLTRO e per gli scenari europei ancora molto traballanti e deboli) è innegabile che il peso di una BuBa ostacolante non sarà un elemento facilmente liquidabile e richiederà dunque tempo, riunioni, negoziati e ridimensionamento dei piani (come lo è stato per l’unione bancaria ed i criteri di Basilea). Tempo che per Weidmann c’è copioso mentre per uno che come me vede la realtà dagli “stupidi occhi senza MBA e master in economia e finanza nelle prestigiosi Università ed Atenei chissà di quale stato del mondo” questo tempo sembra ormai già scaduto e lo percepisce nella vita quotidiana, nel calcare le vie dei mercati rionali, nei negozi, nei bar, nelle piazze ed osservando il proprio portafoglio, il conto in banca, le entrate e gli adempiente fiscali imminenti. In Italia siamo tornati ai livelli di salari del 1999 con prezzi e rincari del 2014, altro che dinamiche salariali in aumento paventate da Jens Weidnamm.

Il pericolo quindi è che la situazione scivoli e degeneri facendo il proprio corso vittima del non fare, corso che riteniamo estremamente differente, a meno di non essere tedeschi e quindi sapientemente protetti dal trino scudo Merkel-Schauble-Weidmann con supporto di Commissione Europea, da quello positivo ipotizzato con certezza dal Presidente Weidmann.

La politica italiana quindi è là, in Europa, e nelle relazioni con gli altri Stati che dovrebbe concentrarsi, unita, coordinata e con una strategia sottoscritta da tutti i partiti, rivolta a concretizzare quanto presente negli slogan per una Unione Europea meno burocratica e rigida quindi più coesa e flessibile. Purtroppo la sensazione che si ha costantemente dal 2011, quando il tema della Governance europea è entrato nei dibattiti nazionali, è che le istituzioni che dovrebbero rappresentare l’Italia in UE e la politica italiana non abbiano nè le capacità, nè le persone, nè l’autorevolezza, nè l’ordine mentale per gestire simili rapporti in modo proficuo per il nostro paese e, riteniamo, per il destino di tutta l’Unione che al momento non pare proprio di prosperità, pace e protezione.

14/12/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

La BCE punta ancora sull’effetto annuncio assecondando la minoritaria volontà tedesca

Pare essere tutto pronto. A valle della riunione mensile della BCE sono stati evidenziati dal suo Governatore alcuni punti che lasciano ipotizzare una decisione finale di un certo tipo:

  • la board BCE non ha necessità dell’unanimità per decidere, ma opera per maggioranza;
  • il mandato della BCE è quello della stabilità dei prezzi, sarebbe illegale non perseguirlo con ogni strumento possibile;
  • per perseguire il proprio mandato (stabilità dei prezzi ed in altri termini inflazione nell’intorno sinistro del 2%) la BCE può adottare strumenti monetari non convenzionali. Addirittura c’è una cifra sul controvalore da raggiungere: 1000 mld € in totale, 500 nelle prime trance.
  • le stime di crescita sono state viste al ribasso;
  • le previsioni sull’inflazione, come sulla crescita, sono previste ulteriormente in calo ed a dicembre si attendono dati non confortanti che per giunta non considerano l’effetto del crollo del prezzo del greggio dovuto alla “guerra” in atto (l’Arabia Saudita potrebbe puntare ai 60 $/bar per mettere in difficoltà i concorrenti).

Ovviamente il Governatore Draghi non ha dimenticato di ribadire come l’istituto da lui presieduto non può sostituirsi ai Governi nazionali (pur avendo richiesto in occasioni precedenti una cessione di sovranità per quel che concerne le riforme e la condivisione dei rischi sovrani) nel perseguimento del processo riformatore volto ad attrarre investimenti, sostenere crescita ed occupazione, convergere verso un sistema bancario più solido ed integrato. Draghi ha poi dispensato elogi a Juncker per il suo piano di investimenti da 21 (315 considerando un ipotetico fattore 15), sostenendo che va nella giusta direzione e che in fondo Juncker è l’unico ad aver intrapreso qualche azione concreta.

Noi rimaniamo dell’idea che il Piano Juncker sia un piuttosto timido e che lasci più di un dubbio sulla sua efficacia pratica, ovviamente sempre felici di essere smentiti, così come, se è timido il piano Juncker, lo è stato ancora di più l’atteggiamento della BCE la quale, dopo l’errore iniziale di non vincolare i capitali immessi nel sistema finanziario all’utilizzo a sostegno dell’economia reale, non ha mai mostrato la risolutezza e la capacità d’azione e reazione necessarie in una crisi così drammatica, pur con un’inflazione lontanissima dai target della banca centrale e senza segni di un possibile miglioramento (l’argomento è stato qui tratto in più di una occasione).

Stando quindi alle considerazioni esposte ci si aspetterebbe che la conclusione fosse un dettaglio quantomeno più preciso rispetto all’uso di una delle ultime munizioni a disposizione della BCE: il QE tramite acquisto di titoli di stato (o debito sovrano che dir si voglia). Dalla nuova sede di Francoforte invece il piano è stato ancora rimandato. Ricordiamo che già a giugno scorso e poi a settembre erano state messe in atto alcune misure i cui frutti tardano ancora ad arrivare e, come insegnano le prime iniezioni di liquidità della BCE al sistema bancario, non è detto che i risultati e le loro dinamiche siano quelle attese. Del resto potrebbe essere così anche nel caso di acquisto di Bond. Sarebbe dunque auspicabile intervenire quanto prima, senza negare l’evidenza che è già stato perso troppo tempo e nessun argine è stato posto al naturale corso della crisi che rimane in peggioramento. Evidentemente questa non è la linea dell’Istituto che pure ha rilevato un ulteriore deterioramento dei parametri di crescita ed inflazione dell’aria Euro. Prossimi sviluppi si potranno avere il 22 gennaio o 6 settimane dopo (i Board BCE non sono più mensili) confidando, ma le smentite sono prassi, che venga mantenuta la tempistica de “i primi mesi del 2015”. L’effetto annuncio stavolta non è bastato ed ha comportato un rafforzamento dell’Euro sul Dollaro ed un calo, seppur non drammatico, degli indici borsistici con grande volatilità tra i bancari durante le ore di contrattazione. I mercati ormai sono diventati immuni agli annunci che un tempo riempivano di euforia ed ora il continuo rimandare ripetendo gli stessi concetti rischia di aumentare la tensione tra i grandi operatori e manovratori comportando di conseguenza un pericoloso aumento dalla volatilità (il famoso indice VIX ormai dimenticato, ma tanto famoso ai tempi dei mutui subprime USA).

Non si capirebbe dunque il motivo di un simil temporeggiare del quale non c’è bisogno e che anzi rischia di essere controproducente consentendo di mese in mese un continuo avvitamento della situazione economica con ripercussioni sul sociale e sul sentimento di avversione, già ampiamente manifesto, nei confronti dell e istituzioni in generale e di quelle europee in particolare. Non si capirebbe appunto col condizionale, perché in realtà, come abbiamo detto più volte, il maggior azionista della BCE è la Germania con la sua BuBa presieduta attualmente dal Jens Weidmann. La Germania, nonostante un rallentamento che coinvolge anche la sua economia sofferente in certi settori, come le auto ed alcuni macchinari industriali, per la concorrenza giapponese con lo Yen ora ai minimi, ha sostenuto che non v’è alcuna necessità di ulteriore espansione monetaria e pochi giorni fa proprio a valle della presentazione delle leggi di stabilità dei singoli paesi presso la Commissione Europea, il Ministro delle finanze tedesco ha sottolineato come non ci sia la minima possibilità di eludere, interrompere o venire meno ai trattati europei ed ai vincoli di bilancio sottoscritti, limitando così la flessibilità che al momento non è altro che quanto previsto dai patti stessi e che si sta dimostrando insufficiente. Il rischio temuto è il rallentamento nell’attuazione delle riforme nei paesi meno virtuosi e più sofferenti (leggi Italia che tra i meno virtuosi definiti anche “periferici” oppure “oil belt” o anche “del sud” è quella con più peso e con il debito più preoccupante) i quali più avrebbero respiro da approcci maggiormente espansivi. La Germania dovrebbe però considerare che la capacità di riformare un paese, come l’Italia appunto, in modo radicale necessita di vedute politiche convergenti verso il medesimo obiettivo di crescita, condizione assai difficili nel nostro paese, sicuramente per colpa e tendenza a proteggere propri status quo, ma anche a causa del contesto sociale sempre più teso, della scarsa fiducia e della sensazione di impotenza e rassegnazione dei cittadini.

Continua quindi la cocciuta propensione all’egoismo, che in ultimo sarà auto-distruttore, da parte dei tedeschi i quali nella Board BCE hanno 6 o 7 adepti, i rappresentanti di Lussemburgo, Estonia, Lettonia, Olanda, con quello austriaco che sembra orientato a sostenere i QE e quello Finlandese che sarebbe ormai convinto ad appoggiare Draghi. In Ogni caso 6 o 7 membri su 23 non dovrebbero costituire un problema. Non è però il numero che conta…. ma è il peso!

Di esempi, oltre alla contestata Abenomics, vi sono gli USA e più vicino a noi la Gran Bretagna, dove, ed è quello che si dovrebbe perseguire trasversalmente anche entro i confini dell’Euro-Zona, un sapiente lavoro della Banca Centrale, BoE, assieme ad un profondo processo riformatore e di taglio della spesa hanno portato la determinata Albione a puntare dritta dritta al superamento del 3% di crescita.

Insomma, continuando a perseverare senza voler apprendere le lezioni delle passate esperienze né trarre esempio dai nostri vicini, rischiamo di meritarci ciò che si merita un recidivo.

Link:
Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo. 27/11/14
Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno 05/11/14
Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino 19/11/14
Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea 03/12/14
Draghi espansivo, ma Schaeuble frena con gli ABS 26/09/14
Draghi: “allarme rosso sulla ripresa”. Alcuni Mea culpa, ma soprattutto un futuro da affrontare diversamente 23/09/14

04/12/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Legge di stabilità tra Scilla e Cariddi

Entro poche ore il Governo guidato da Matteo Renzi ed il MEF del Ministro Padoan dovranno porre il sigillo alla legge di stabilità per sottoporla al vaglio dell’Unione Europea. In questi ultimi frangenti il Premier era all’assemblea di Confindustria a Bergamo dove ha anticipato a grandi linee l’entità della manovra: 30 miliardi di cui 18 di taglio di tasse ed una spending review di ben 16 miliardi (“alla faccia di Cottarelli” avrebbe testualmente detto il Premier che in tono ironico forse ha voluto sottolineare la distanza tra lui e l’ex Commissario).

I dubbi sulla manovra rimangono. Ad esempio Fubini su La Repubblica fa notare che vi sarebbero 11 miliardi derivanti da aumento del deficit pubblico, che i tagli di spesa sono estremamente complessi da portare a termine a causa dei veti imposti ad ogni misura restrittiva dai soggetti interessati e che le entrate straordinarie, circa 5.5 miliardi, nella realtà dei fatti sono difficilmente quantificabili perché proverrebbero da misure quali aumento della tassazione sul gioco d’azzardo (le aziende del gioco si stanno già muovendo contro questa eventualità) oppure entrate derivanti dalla lotta all’evasione che difficilmente possono essere stimate con precisione ex ante.

Alla platea di Confindustria Renzi ha fatto notare che 18 non è l’articolo, ma sono i tagli di tasse, in particolare si avranno sgravi dell’Irap per 6.5 miliardi e la totale sgravio per i primi tre anni tramite un contributo ad hoc sulle assunzioni a tempo indeterminato.

Nella bozza illustrata sembra che si voglia accontentare un po’ tutti: l’UE con la spending review, sempre l’ UE assieme a Confindustra ed ai lavoratori (ipotizzando che parte dello sgravio vada in busta paga) con il taglio del cuneo fiscale (al momento per i primi tre anni di lavoro), di nuovo Confindustria con la misura sull’Articolo 18, la Germania e l’UE per il rispetto del vincolo del 3% sul rapporto deficit PIL, i contribuenti in generale col taglio ipotetico di 18 miliardi alle tasse.

La misura più interessante e abbastanza chiara quantomeno nel contenuto è quella relativa all’azzeramento della contribuzione per i primi tre anni nel caso di assunzione di un giovane a tempo indeterminato. L’abolizione dell’articolo 18, che avrà ancora da essere visti i venti di guerra con la CGIL di Susanna Camusso che ha ipotizzato anche uno sciopero generale e con le fronde interne al PD, e lo sgravio per i neo assunti, nell’idea del Premier dovrebbero sollevare i datori (quelli in condizioni di farlo) da ogni alibi nell’assumere giovani. Evidentemente il provvedimento vuole andare nella direzione di ridurre la disoccupazione, obiettivo verso il quale vi è totale accordo tra BCE, UE e Stati Membri.

Il problema del lavoro, estremamente complesso, come sì è detto più volte, non si risolve con una singola misura, ma con un pacchetto “olistico” rivolto seriamente e concretamente alla crescita (LINK). Quello che Renzi ha proposto va più che bene come elemento facilitante, ma deve necessariamente essere inserito in un contesto dove sia possibile e profittevole la creazione di business e l’insediamento di attività produttive, dove insomma si facciano investimenti privati e pubblici.

Se sul lato del pubblico vi sono i vincoli europei da rispettare che impediscono ogni spesa seppur produttiva e seppur con ritorno nel medio periodo e vi è una incapacità quasi delittuosa nell’usare quei soldi disponibili (ed il caso dell’alluvione di genova ne è solo l’ultima dimostrazione LINK); sul lato del privato le cose non vanno meglio. L’Italia in questi hanno non è stata in grado di attirare un sufficiente numero di investimenti e tanti sono fuggiti assieme ad aziende costrette alla chiusura; le motivazioni sono quelle ben note e contro le quali dovrebbe lottare l’Esecutivo Renzi (ma in realtà ogni Governo): burocrazia (e Genova nuovamente ne è l’ultimo tragico emblema), incertezza normativa, fisco, giustizia e via andare nell’impietoso elenco. La misura del Premier, eccellente se verrà confermata, rischia di non avere gli effetti desiderati senza tutti quegli elementi al contorno dai quali non si può prescindere e che dovrebbero portare all’aumento del potere d’acquisto, all’aumento della domanda e di conseguenza della produzione con annessa richiesta di manodopera da parte delle aziende. Su tale direttrici ci si può muovere o tramite diminuzione drastica delle tasse in modo da aumentare i consumi, ma è estremamente complesso agire su tutti i potenziali consumatori evitando che maggiori consumi per alcuni vengano compensati da riduzione degli acquisti per altri (come è accaduto fino ad ora col bonus degli 80€; e neppure il TFR potrebbe essere risolutivo, visto che il Corriere da un sondaggio rileva che 2 intervistati su 3 preferiscono il gruzzolo a fine carriera come avevamo già ipotizzato: LINK) oppure investendo e creando lavoro e questo può essere fatto dal pubblico se non vi sono vincoli ad impedirlo e dal privato, se esistono possibilità di fare affari e ciò è possibile solo abbattendo le barriere esistenti. In ambedue i casi, considerando lo scenario di bassa inflazione persistente, con il supporto di una lungimirante politica monetaria della BCE. Pertanto è evidente come la decontribuzione per tre anni dei nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato (che nel caso di abolizione dell’Art. 18 sarebbe  una forma contrattuale comunque più debole di quella attuale e per tanto si potrebbe supporre che debba essere meglio remunerata almeno nella fase di minori tutele) sia un aiuto, ma da sola rischi di non essere sufficientemente “shockante”.

Non va poi dimenticato il contesto vigile dell’Europa che, relativamente alla legge di stabilità, vorrà verificare le coperture per ogni taglio di spesa e di tasse, così come vorrà comprendere precisamente e non solo a sommi capi, come spesso l’italianità porta a fare, la destinazione di ogni taglio di spesa della spending review che ricordiamo deve essere destinata alla riduzione del debito ed al taglio delle tasse.

Le dichiarazioni del rispetto del 3% sono sicuramente un elemento in favore dell’impegno italiano, ma esso potrebbe non bastare perché secondo la tabella di rientro sul rapporto deficit/PIL a fine 2014 avremmo dovuto attestarci al 2.6% (già il nuovo calcolo del PIL introdotto da Eurostat ci è venuto in soccorso per uno 0.2%) e perché abbiamo già rimandato al 2017 il pareggio strutturale di bilancio. Di buon auspicio vi è il silenzio della coppia Dijsselbloem-Katainen, presidente dell’Eurogruppo il primo e commissario UE ad interim per gli affari economici e monetari il secondo, rispetto agli intenti italiani, mentre è stata da loro sottolineata la condizione di difficoltà della Francia che con un rapporto deficit/PIL attorno al 4.3% andrà in procedura di infrazione.

A ribadire il fatto che l’Europa potrebbe richiedere una modifica alla legge di stabilità vi è anche Bankitalia sostenendo che molte delle misure sono difficilmente quantificabili a priori e che gli scenari futuri per i prossimi anni, ed in particolare per il 2015, presentano notevoli rischi al ribasso di tutti i parametri vuoi per le congiunture macroeconomiche assolutamente ancora non sanate, vuoi per le tensioni geopolitiche tutt’ora in corso. Le opzioni italiane qualora la UE richiedesse modifiche ed aggiustamenti potrebbero essere obbedire oppure mantenere quanto presentato ed eventualmente rischiare di incorrere nella procedura di infrazione, ma solo nella primavera 2015, guadagnando così alcuni mesi.

Complica ulteriormente la situazione una Germania ancora egemone la quale, nonostante gli ultimi dati non buoni relativi ad export, ordinativi e produzione industriale, vanta un surplus vicino al limite europeo del 6% (attorno ai 14 miliardi in valore assoluto) e che per bocca del Governatore della BUBA continua a ribadire come il rispetto del 3% sia fondamentale per la credibilità degli stati e quindi per la sostenibilità del loro debito sovrano che fu alla base della crisi finanziaria nel 2011.  Il Governatore avrebbe addirittura definito Francia ed Italia “Bambini Problematici”, prima di esternare le sue perplessità anche sul programma di acquisto di ABS della BCE (LINK). Tale atteggiamento e la circostanza di essere il maggior azionista di BCE e UE hanno fatto si che la Germania tenesse fino ad ora in scacco sia le politiche europee che quelle della BCE che pur nell’indipendenza statutaria dei loro mandati non possono non aver risentito dell’influenza tedesca. Come sostenuto dal politico tedesco Fischer, la Germania sta condannando i paesi del Sud e l’Europa tutta se non si convincerà a sostenere una maggior integrazione finanziaria ed un progetto simile agli Eurobond di condivisione dei rischi (cui abbiamo già parlato più volte). Del resto i dati deboli menzionati sopra mettono in luce il fatto che alla lunga della povertà dell’UE (maggior mercato per i prodotti tedeschi) non può non risentirne anche la Germania stessa.

Attendendo la conclusione della legge di stabilità italiana, la relativa reazione europea e sperando che Bruxelles e Berlino recepiscano la necessità di un cambio di approccio economico, il nostro paese ha la possibilità di sfruttare l’incontro Asem (Asia Europa Meeting), ed in particolare i bilaterali a margine, per raccogliere investimenti dall’estremo oriente, sempre molto attento ed interessato a i nostri settori Hih-Tech, TLC, Energia-Oil&Gas, Agricoltura, Lusso, Manifattura ad alto valore aggiunto poiché oltre alla qualità rappresentiamo un naturale punto d’ingresso al mercato europeo (ancora il più grande del mondo). L’atteggiamento italiano non dovrà essere assolutamente quello del mendicante, pur nella consapevolezza della necessità di reperire capitali e partner forti e globali, e dovrà perseguire risultati concreti senza eccessiva cessione di sovranità ed andando ben oltre la miriade di accordi e parternariati che la Cina in testa a tutti è solita stipulare con più di mezzo mondo. Dovrà quindi essere in grado di esporre un “prodotto” valido su cui investire e dovrà saper indirizzare l’investitore verso strategie di lungo termine, non toccate e fughe (che pure non sono nello stile cinese) pur senza cedere totalmente il timone di settori particolarmente delicati.

13/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea

Giornata di crollo delle borse, con Piazza Affari come sovente capita in queste circostanze maglia nera, perdendo sul campo il 3.92%, FTSE All-Share sotto i 20’000 punti e Spread a 142 pti.
In Europa (indice Stoxx600 dei principali listini) la perdita ammonta a circa 222 miliardi di €.
I numeri italiani non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli dei mesi più bui della crisi e sappiamo anche come i mercati siano decisamente volatili e speculino su queste circostanze, ma la debacle finanziaria c’è stata. Il motivo principale che la maggior parte degli analisti ritiene aver scatenato le vendite sarebbe stato il discorso di Mario Draghi da Napoli.
Sicuramente la strategia della BCE è una causa importante, ma non è affatto l’unica perché la situazione tende a complicarsi sempre di più.

Dalla bocca di Draghi non sono uscite quelle parole che fino ad ora, pur rimandando o ritardando quasi costantemente interventi potenti di politica monetaria nonostante i dati economici, hanno saputo tranquillizzare e sospingere i mercati. La BCE ha confermato il suo programma di acquisto di ABS e Covered Bond ed ha mantenuto il costo del denaro al tasso minimo di 0.05%. Innanzi tutto è mancato il dettaglio temporale delle misure di acquisto, infatti la comunicazione si è limitata ad ipotizzare metà ottobre come data di inizio. Secondo elemento di dubbio è relativo all’ammontare complessivo. L’istituto di Francoforte suppone 1’000 miliardi, ma al momento sono solo teorici anche perché il mercato dei Covered Bond è relativamente limitato. Altro punto è che non si conosce l’ammontare delle cartolarizzazioni che le banche emetteranno quindi un’ulteriore variabile incerta che non piace ai mercati. La precedente prima emissione di T-LTRO ha raccolto meno richieste del previsto, le banche quindi hanno distribuito meno denaro soprattutto per gli imminenti stress-test UE e per la richiesta di credito in diminuzione (dovuta principalmente alla continua negazione dello stesso). Infine il trasferimento del rischio finanziario, causa della crisi del 2007, da Banche private ad un organo centrale come la BCE può lasciare spazio a dubbi. È vero che i titoli acquistati dalla BCE sono garantiti, gli ABS ad esempio son di livello “senior” o “mezzanino”, i Covered Bond acquistabili invece hanno rating fino a BBB- (non proprio alto) e possono provenire anche da pesi come Grecia e Cipro (e, volendo utilizzare tale misura, non sarebbe corretto ed equilibrato il contrario).
Nonostante il momento di urgenza quindi la BCE ha nuovamente tergiversato, non menzionando affatto QE tramite acquisto diretto di titoli di stato sovrani in modalità FED (la quale continua col tapering e che in linea teorica potrebbe spostare flussi di capitali dagli USA all’Europa se la politica monetaria ed il processo riformatore agissero in modo espansivo), limitandosi a ribadire ciò che era già noto e rimarcando la propria disponibilità ad utilizzare misure non convenzionali, un bazooka più grosso, nel caso il periodo di bassa inflazione continuasse. In Realtà il periodo di bassa inflazione, attualmente allo 0.3% contro un target del 2% e con molti stati tra cui l’Italia (-0.1%) già in deflazione, è lungamente consolidato e la discesa inflazionistica non tende a smorzarsi. In aggiunta a ciò i dati macroeconomici continuano a peggiorare, gli investimenti pubblici e privati non ripartono ed anche la stessa BCE, oltre a ribadire correttamente la necessità di riforme importanti, ha definito più volte il periodo come fragile ed incerto proprio per via della stessa inflazione e delle tensioni geopolitiche che pure non accennato a diminuire (sono ripresi i bombardamenti su Donetsk, Mosca ha limitato la presenza di entità straniere nei media locali al 20% ed iniziato a censurare e controllare il web con lo scopo di ostacolare lo spionaggio della CIA).
Non si capisce quindi la frase della BCE:
“nel caso in cui la tendenza alla bassa inflazioni si protragga ulteriormente …”
è una affermazione già verificata, ed in questo momento in cui lo stesso Draghi intima rapidità ed urgenza d’azione ai governi sarebbe il caso di mettere in campo tutti gli strumenti possibili. A ben vedere però la motivazione che ha sempre rallentato e ritardato l’operato della BCE potrebbe essere allocata nella Germania, totalmente avversa (Schaeuble e Weidmann sono stati chiarissimi in merito) ad ogni politica monetaria espansiva e ad ogni flessibilità dei patti europei, che tra l’altro risulta essere la maggior azionista della stessa BCE. Draghi quindi si è sempre trovato imbrigliato pur alla guida di un Istituto formalmente neutrale.

Come fanno notare da Francoforte però il calo dei mercati era già iniziato prima del discorso di Draghi (a parte la solita fuga di notizie che si ha prima delle parole ufficiali che sempre esiste) ci sono altri elementi che minano la fiducia dei mercati. Nella fattispecie le dichiarazioni del ministro francese Sapin di non rispettare il vincolo del 3% sul rapporto deficit/pil portandosi quest’anno al 4.3-4.4% con rientro al di sotto del 3% (2.8% stimato) solo nel 2017. Il debito francese inoltre arriverà a toccare nel 2016 il picco del 98% del PIL per poi scendere. Questo atteggiamento di rottura unilaterale nei confronti dei patti europei e delle linee guida EU e tedesche può essere visto come conseguenza, oltre che della necessità (condivisa) di reperire risorse per investimenti, delle proteste sociali che stanno coinvolgendo il paese e dell’successo del partito anti-EU FN della Le Pen che è la prima forza nel paese.
I mercati, al di là del singolo caso francese comunque grave, possono leggere l’evento come un precedente per altri stati a cominciare dall’Italia, nonostante le smentite londinesi del Premier Renzi che, pur rispettando le decisioni francesi considerandole assolutamente nelle corde di uno stato autonomo e nazionale (non condanna quindi in alcun modo lo sforamento, anzi dice che è nelle possibilità degli stati togliendo in modo esplicito autorità a quanto prescritto dall’Europa), conferma che l’Italia non andrà oltre il 3%, rispettando vincoli (benché solo parzialmente in quanto il rapporto avrebbe dovuto attestarsi al 2.6-2.7% e sarebbe stato più alto del 3% senza il ricalcolo del PIL introdotto da Eurostat).

La vicenda francese non è stata indolore per il venturo Commissario UE agli affari economici e monetari, il francese Moscovici, che è visto con sospetto da Bruxelles e Berlino proprio per la sua nazionalità che potrebbe portalo a difendere gli interessi transalpini. La Merkel e Katainen hanno subito precisato che non avrà in alcun modo potere decisionale in temi economici e monetari considerando il nuovo potente ruolo dei VP che nel caso in questione è ricoperto dal rigorista Donbrovsky. Il VP sorveglierà e nel caso rettificherà l’operato del Commissario economico. Questa situazione mette addirittura in discussione la posizione stessa di Moscovici che potrebbe non superare il voto dell’Europarlamento.

Tali tensioni ovviamente pongono a rischio la credibilità dell’istituzione europea e mostrano quanto le dichiarazioni pre-elettorali della ricerca del perduto spirito europeo dei patriarchi lasciando l’austerità per un approccio più umano e rivolto ai popoli siano deboli e fatte senza convinzione se si tratta di mettere sul piatto interessi particolari. Evidentemente perseverando in questo egoismo l’Europa e gli stati membri avranno ben poche possibilità di risollevarsi e competere a livello globale ed anche la Germania, benché più lentamente, si indebolirà come del resto alcuni dati già iniziano a mostrare. Senza volontà comune e strategia condivisa per la crescita non si può pensare di superare la peggior crisi forse di tutti i tempi.

Analoga frammentazione vi è in Italia, dove i dibattiti sull’articolo 18 e sulla riforma del lavoro lasceranno tracce e non sembrano di facile soluzione, nonostante il tema sia di fondamentale importanza (non tanto il singolo articolo, ma la riforma complessiva) e monitorato da UE ed investitori.
La “buffa” vicenda delle elezioni della consulta mostrano poi come i centri di potere quando vedono minati propri interessi e privilegi siano ancora forti, tanto da aver portato a ben 16 votazioni senza esito positivo pur con il patto del Nazareno ancora in essere e non curandosi né dei moniti di Napolitano né dell’evidente necessità di liberare i lavori parlamentari da questo impegno.
Allo “sbocca Italia” che avrebbe dovuto agevolare il ritorno di quegli investimenti che nel nostro paese latitano non trovando le condizioni per essere redditizi, sono stati presentati circa 2000 emendamenti.
Infine pare che i proventi della spending review, elemento fondamentale da presentare in Europa, che ad un certo punto sembrava la soluzione di tutti i mali, che gli investitori vogliono vedere portato a compimento seriamente poiché gli sprechi enormi sono segno di un paese inefficiente e corrotto se si considerano le spese in certe opere pubbliche e che deve proseguire anche solo per semplice rispetto dei contribuenti, siano molto inferiori ai 15-16 miliardi previsti per il 2015: si fermerebbero infatti a 5 miliardi.

Logicamente, applicando una analisi un po’ più approfondita rispetto alle parole proferite da Draghi e dalla BCE, risulta complesso chiedere ai mercati, che si muovono rapidamente inseguendo certezza e flussi di capitali, ed agli investitori, che cercano stabilità, poca burocrazia e leggi certe, di credere in una Europa decisamente ancora frammentata, senza una linea guida politica ed economica ben definita quasi che fosse incapace di leggere il contesto che accompagna questo ciclo storico caratterizzato per giunta da alte tensioni geo-politiche ed interessanti opportunità altrove.

02/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble

draghi-schaeuble-227731_tn Secondo il Ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schauble, il discorso di Draghi al meeting di Jackson Hole sarebbe  stato male interpretato. Per il Ministro non sarebbe stato nelle intenzioni del Governatore della BCE avanzare  l’ipotesi di  allentamenti monetari stile FED, precludendo quindi ogni tipo di strumento non convenzionale, QE,  acquisto di titoli di  stato o cartolarizzazioni bancarie.
Schauble sostiene, quasi volendosi arrogare il diritto di parlare per bocca di Draghi stesso, che non vi sarà assolutamente  un abbandono del rigore e del rispetto dei vincoli di bilancio e che risulta fondamentale il percorso riformatore che dovrà coinvolgere gli stati membri (includendo quasi in un impulso di ritrovata umiltà anche la stessa Germania) e l’Europa.

A ben vedere il discorso proferito da Draghi a Jackson Hole (LINK) lascia ben pochi margini di interpretazione. L’importanza delle riforme, ricalcando quanto già detto in interventi precedenti, ossia di conferire all’Unione una maggior influenza ed una maggior sovranità nei processi di riforme economico-istituzionale delle nazioni, è confermata, in particolare per quel che concerne la spinta verso un incremento di investimenti pubblici e privati e verso la lotta alla disoccupazione.
Su questo primo macro-punto il Governatore ed il Ministro tedesco sono facilmente confrontabili.

Differente invece è il discorso che riguarda prettamente la finanza e la politica monetaria. Come sempre Draghi non ha voluto calcare la mano oltremodo su flessibilità dei trattati né ha esplicitamente appoggiato un eventuale alleggerimento del rigore, ma ha sottolineato prepotentemente la necessità che in Europa ed in tutti gli stati (Italia in primis) sia il privato che il pubblico tornino ad investire.

Questo processo necessita indubbiamente delle riforme che, nel caso italiano sono parzialmente rappresentate dai testi che verranno presentati nel CdM del 29, quindi: scuola/istruzione in modo che vi sia più vicinanza al mondo del lavoro, e sia un sistema più efficiente, efficace, meritocratico e di qualità; sbocca-italia per allocare risorse ad investimenti produttivi confidando anche in fondi europei visto che i margini sono decisamente stretti; giustizia cosicché gli investitori stranieri e nostrani possano confidare in un meccanismo di legalità funzionante, snello, rapido e che giunga rapidamente a sentenza (stessa cosa dovrebbe valere anche per l’aspetto normativo e regolatorio, nel nostro paese troppo ballerino per offrire le certezze richieste nel mondo degli investimenti e degli affari).
Innegabile però che Draghi abbia anche fatto esplicito riferimento a strumenti finanziari non convenzionali per assolvere la missione della BCE di riportare l’inflazione a ridosso del 2% e garantire la stabilità dei prezzi, obiettivi fino ad ora mancati probabilmente proprio a causa di tempi di reazioni lenti dell’istituto di Francoforte e per l’intermediazione bancaria che ha rappresentato un meccanismo inceppato dell’ingranaggio banca centrale – economia reale/imprese.
Del resto, e forse Schauble non lo ricorda, a settembre partiranno i meccanismi di ABS, TLTRO ed eventualmente i QE su titoli di stato e cartolarizzazioni.

Innegabile che poi gli investimenti in una fase di crisi come quella in atto siano legato saldamente alle possibilità di spesa, basse sia per gli stati in crisi che per molte delle aziende europee che devono far fronte a mercati stagnanti e ad un Euro, benché in calo, ancora troppo forte per puntare tutto sull’export. A ciò si aggiungono le sanzioni commerciali alla Russia (estese in queste ore oltre che all’alimentare anche al lusso) e le crisi medio orientali che potrebbero influire sui prezzi delle materie prime come gas e petrolio.
In fasi simili gli investimenti possono essere fatti sul lato pubblico solo rivedendo i patti a livello europeo (oltre che agendo sui tagli alla spesa che però in un paese come l’Italia stando ai piani dichiarati dovrebbero andare a riduzione del debito ed alla detassazione), mentre sul lato privato fornendo liquidità, quindi credito, a basso costo, cosa che potrebbe fare in modo relativamente rapido proprio la BCE con una politica monetaria più accomodante (in attesa degli effetti delle riforme che non devono rallentare), magari assieme ad azioni volte a deprezzare la moneta unica supportando l’export, anche alla luce dell’indebolimento del mercato russo come destinazione a causa delle sanzioni.

Un paese come l’Italia, che rimane molto interessante per gli investitori i quali sono scoraggiati ad investire proprio per la burocrazia, le tasse, la legalità, l’incertezza normativa, il costo del lavoro, ecc, si gioverebbe enormemente di una prima fase di sbocco di investimenti tramite QE e revisione dei patti UE, in attesa che la burocrazia venga alleggerita, le norme e la giustizia vengano rese più snelle e certe, il fisco e la rigidità del lavoro riviste. Raggiunti quei traguardi importantissimi non sarebbe necessario più alcun supporto esterno perché il meccanismo degli investimenti riprenderebbe in automatico ad opera di investitori nazioni ed esteri sia del campo pubblico che privato.

Per ora i mercati non hanno dato troppo peso alle parole di Schauble, ritenendo probabile il verificarsi di operazioni straordinarie da parte della BCE e assieme alla prosecuzione del tapering della FED (il PIL USA Q2 ha battuto le attese registrando +4.2% rispetto al 3.8%). Questa possibile ulteriore liquidità renderebbe il mercato UE forse anche più interessante di quello USA. Secondo Nomura ci sono il 30% delle probabilità che la BCE adotti misure non convenzionali entro l’anno.

Verrebbe da chiedere alle imprese ed ai consumatori tedeschi, ricordando loro i valori del PIL e dell’indice di fiducia IFO se siano totalmente d’accordo con le parole del loro Ministro (sempre più ostinatamente falco). Credo che qualche oppositore non lesinerebbe critiche alle dichiarazioni di un Ministro che a volte sembra cieco di fronte all’avvitarsi della situazione economica.

Link:

La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota 08/08/14
La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista? 26/08/14
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande 13/08/14
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere 11/08/14

27/08/2014

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza

Jackson Hole In Wyoming, a Jackson Hole, si è tenuto il prestigioso meeting tra i banchieri  centrali culminato con gli attesi interventi della Governatrice della FED Janet Yellen  e del Governatore della BCE Mario Draghi.

Il consesso rigorosamente ad inviti, è uno di quelli di altissimo livello dove si  delineano le politiche e le strategie, si fanno propositi e talvolta proclami, salvo poi  rilevare che spesso o risultano già ampiamente anticipati dagli eventi oppure di  difficile implementazione a causa di una catena di trasmissione, che dovrebbe  renderli operativi, nella realtà dei fatti spesso più complicata e meno funzionale del  previsto.

I due interventi principe oltre a trattare i temi tipici di competenza delle banche  centrali quindi le politiche monetarie, come ampiamente anticipato hanno avuto il loro fulcro nel mercato del lavoro e nella disoccupazione, problematiche che vedono impegnati sia gli USA che la UE, la cui presidenza italiana ha posto al centro del proprio semestre proprio l’occupazione, essendo un fattore indispensabile, ma ancora fragile in gran parte dell’Europa, per l’innesco di uno spiraglio di ripresa. A testimonianza dell’interesse al lavoro rispetto a quanto accaduto in passato, a questa edizione sono stati invitati meno banchieri d’affari e più esponenti, accademici e studiosi proprio delle dinamiche dell’occupazione e del lavoro. 

Il discorso del Governatore Draghi è stato abbastanza blando, senza grossi colpi di scena, del resto la BCE non giocava nello stadio di casa, Draghi quindi probabilmente si è limitato a sottolineare quanto l’Istituto da lui diretto ritiene necessario fare in questa fase, lasciando eventuali annunci “shock” per interventi presso la sede tedesca di Francoforte.

I punti centrali in tema di politica monetaria della sua esposizione si possono riassumere nell’impegno costante a riportare i livelli di inflazione a ridosso del 2% e nell’utilizzo di ogni tipo di strumento, anche non convenzionale, per dare all’economia reale quello spunto di cui da tempo ha bisogno (e che ha visto la BCE ritardataria) utilizzando ogni misura, a cominciare da quanto già in programma a partire dal 18 settembre, cioè ABS, TLTRO ed eventualmente acquisto di cartolarizzazioni e titoli di stato, cercando di ridurre al minimo il potenziale effetto di smorzamento avuto in passato a causa dell’intermediario bancario.

A ciò però si aggiungono alcune critiche, che esulano dai compiti specifici della BCE. Draghi infatti ha ribadito come la BCE non può sostituirsi in alcun modo agli Stati i quali devono realizzare e rendere effettivi i pacchetti di riforme che già conoscono bene, in particolare quella sul mercato del lavoro non risulta più prorogabile. La politica monetaria è inutile se non vi sono misure strutturali che supportano l’economia. Gli Stati devono lavorare in tal senso in modo da essere più attrattivi ed attirare capitali industriali e finanziari. Ribadisce infatti, come fece Visco qualche settimana fa in occasione del convegno dell’ABI, la necessità di più investimenti sia privati che pubblici, ed in tal senso l’Italia deve sentirsi direttamente chiamata in causa avendo perso rispetto al passato molta attrattività nei confronti degli investimenti industriali proprio a  causa, oltre che della crisi, di meccanismi legislativi, della giustizia, del fisco, della burocrazia e del lavoro, spesso borbonici e che scoraggiano ogni tipo di investimento in attività produttive.

Quello che dice Draghi risulta verissimo (in particolare sulle riforme) e porta implicitamente a fare alcuni ragionamenti.

Il primo riguarda il pacchetto di investimenti pubblici che reclama. Essi in questa fase sono fuori portata per ogni Stato in difficoltà con i conti (Debito, rapporto deficit/PIL ecc). Tali Stati sono proprio quelli a necessitare di più profondi e repentini investimenti. In parte il pacchetto da 400 miliardi annunciato da Jucker potrà assolvere questa funzione, ma di certo non sarà sufficiente. Serve che anche i singoli Stati si impegnino (in Italia risulterà fondamentale il piano Sbocca Italia al varo nel CdM del 29 agosto) e per impegnarsi in investimenti, in ricerca, in sviluppo e innovazione, in aggiornamenti tecnologici e nella creazione di valore aggiunto nel medio-lungo periodo, devono avere disponibilità di budget da far fruttare. Ecco allora che la revisione dei patti europei risulta nuovamente una possibile chiave di volta da considerare seriamente perché utilizzando la flessibilità ad oggi concessa, alla luce dei pessimi dati di PIL di gran parte dell’area Euro, non sembra possibile avere sufficienti margini di intervento. Ovviamente i conti non dovranno essere sballati, ma dovranno consentire qualche scostamento temporaneo per iniziare efficacemente la sortita dalla crisi.

Draghi parla molto bene anche in merito al fatto che la politica monetaria non può risolvere tutto e che risulta inefficace se non vi sono piani di medio-lungo periodo che devono essere in capo ai singoli Stati, ed in questo perimetro rientra il pacchetto di riforme economiche da farsi più che rapidamente (i soldi si possono elargire, ma i beneficiari devono saperli investire e far fruttare…). È altrettanto vero però che la politica monetaria deve rappresentare la fase “uno” che sbocchi violentemente i meccanismi di crescita economica bloccati dalla crisi e che Stati in difficoltà, soprattutto se stretti nel rigore dell’austerità, non riescono a sbrogliare. L’impulso monetario che è mancato venendo in gran parte neutralizzato dagli istituti di credito, avrebbe dovuto fornire la liquidità necessaria ad una fase “due” di sostegno all’economia reale, alle imprese, al credito ed in parte agli investimenti strutturali di medio-lungo periodo i cui risultati avrebbero dovuto portare lavoro, reddito, domanda (incluso export), produzione industriale ad un livello più stabile; il tutto andando in parallelo con il processo di riforme comunque necessario a rendere duraturi e solidi, con i fisiologici tempi di ritardo,  i risultati.

Anche un’azione volta a svalutare leggermente la moneta per favorire l’export avrebbe potuto essere utile, ma in tal senso la Germania dagli alti livelli di export, benché gli ultimi dati abbiano visto rallentare anche le esportazioni tedesche, sarebbe stato lo Stato a trarne maggiori vantaggi ed inoltre avrebbe dovuto essere calcolato il rischio di “guerra monetaria” (terreno sempre scivoloso ed imprevedibile anche per i più esperti) con gli UK, USA, Cina e Sud America.

Il discorso della Yellen ha principalmente riguardato il perimetro statunitense.

Il tapering continuerà, gli acquisti di titoli di stato si sono già ridotti da 85 a 25 miliardi di $ al mese e verranno stoppati ad ottobre in quanto ormai prossimo il target sulla disoccupazione del 6.5%. La Governatrice ha anche assicurato che i tassi rimarranno per il momento bassi, ma che verranno rialzati qualora non vi siano segnali economici avversi (in tal senso potrebbe giovarne l’Euro perdendo un po’ di forza nei confronti del Dollaro e favorendo quindi le esportazioni dal vecchio continente, processo che pare già essere lentamente in atto).

La Governatrice della FED ha però aggiunto alcune note molto interessanti.

La prima, e sembra un sottile riferimento all’azione in certe circostanze conservativa e lenta della BCE, è relativa al notevole ruolo che ha avuto la politica monetaria accomodante dell’istituto di Washington nel traghettare gli USA fuori da una recessione lunga un lustro, riportando l’economia a stelle e strisce ad essere ben impostata.

In tal percorso, ed il la seconda nota da analizzare, è stato partorito un nuovo concetto di lavoro ed occupazione. Si è a tutti gli effetti in presenza di  escalation di questo tema. Se prima infatti gli unici dati tenuti in considerazione erano la disoccupazione ed il numero di nuovi occupati, adesso si è preso atto che questi non sono più sufficienti. Si devono invece analizzare i meccanismi del lavoro in modo più profondo, come il numero di disoccupati di lungo termine; le tipologie di occupazione, se stabili o eccessivamente precarie, il che non vuol dire che il posto deve essere fisso a vita, ma che il mercato del lavoro deve essere flessibile ed offrire sempre nuove opportunità; il livello del salario, ancora troppo basso e che non consente una ripresa stabile dei consumi interni e della fiducia. Lo scenario USA è quindi in miglioramento, ben impostato, ma ancora lungi dall’essere strutturalmente stabile e solido.

In Europa, e come a volte capita l’Italia ne rappresenta l’estremo peggiore, si è ancora radicati al vecchio concetto ed ai vecchi dati e pare che si sia realizzata una politica diametralmente opposta. L’azione sembra rivolta a dare flessibilità al lavoro, ma nel senso “precarizzante” che non offre alcuna certezza né salari decenti al lavoratore che troppo spesso può contare solo su attività di breve termine ed assenza di prospettive nel medio-lungo periodo. Gli stessi salari sono stati sovente rivisti al ribasso ed il potere d’acquisto quasi azzerato. Questi due elementi da soli sono sufficienti ad innescare la spirale deflattiva che ha contribuito a portare livelli di inflazione continentali circa allo 0.4% con molti Paesi già in deflazione (sul tema del lavoro grande importanza avranno i piani e gli impegni di questo Governo, posto di fronte a partite tutt’altro che semplici anche per la frammentazione parlamentare che si potrebbe avere su un simile argomento).

Negli USA siamo dinnanzi ad un a presa di coscienza importante, ossia il bisogno di fare un “upgrade”  nelle politiche e nei dati utilizzati per analizzare e risolvere le crisi. Adesso pare che si vogliano considerare anche le condizioni al contorno piuttosto che, come accade per i parametri cardine della politica dell’austerità, il semplice e singolo dato (alla lunga si potrebbe convergere dal PIL ad un indice di benessere complessivo come molte teorie già indicano e come il Bhutan ha già adottato). L’obiettivo dovrebbe essere quello (come detto anche qui, vedi link a fondo pagina) di puntare ad un riassetto che sia strutturale, porti benessere reale e tangibile e sia resiliente alle rapide mutazioni economico sociali, in modo da presentarsi più capace nell’affrontare e scongiurare la ciclicità delle crisi che un’economia eccessivamente basata sulla finanza sembra causare.

L’Europa dovrà anch’essa perdere atto di questi mutamenti muovendosi verso un adeguato livello di proattività e resilienza, perché al momento pare ancora troppo radicata ad un approccio obsoleto, vulnerabile, fragile e totalmente in balia delle variabili macro sempre più rapide e meno prevedibili. 

Questo percorso dovrà convergere verso situazioni di stabilità strutturale capaci di evitare le crisi o ridurne la frequenza, nel caso prevederle quanto prima ed in ultimo mutare la propria azione e la propria struttura così da rispondervi nel modo più pronto, efficace e meno traumatico possibile.

Inutile ribadire che questo processo necessita di lungimiranza nello studio e nell’implementazione dei piani di crescita, sviluppo ed investimento di medio-lungo periodo nonché nell’applicazione di quelle riforme strutturali reclamate da più parti a gran voce.

Link correlati:
Un difficile G20 per puntare alla resilienza 29/08/13
Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/14
Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche 29/01/14
Le misure di Draghi ci sono, con un ma…. 05/06/14
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere 11/08/14
Cinque analisi su alcuni fatti economico-politici salienti della settimana: 14/08/14
Conclusioni di Visco all’assemblea di Bankitalia. Concetti noti, ma qualche novità al contorno 31/05/14

22/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande

In Italia 10 città (Torino, Firenze, Roma, Trieste, Verona, Livorno) sono in deflazione, il dato nazionale annuale attesta l’inflazione a +0.1%, al quale contribuisce il calo degli energetici e quello dei beni alimentari come frutta (-10.1%), verdura (-8.8%) e cibi proteici che tra l’altro denotano una mutata e spesso malsana deriva forzata dalla ristrettezze economiche delle usanze alimentari degli italiani con possibili conseguenze sulla salute ed a tendere sul sistema sanitario nazionale.

Inflazione italia per regione luglio da Istat

 

 

Di norma studi dimostrano che se le abitudini alimentari non vengono ripristinate nel breve col passare del tempo esse si consolidando quand’anche le motivazioni che hanno portato al nuovo regime non sussistessero più.
Il calo degli energetici non è del tutto negativo, ma, sostiene l’economista Giulio Sapelli (in tal caso da tempo, ancor prima di Renzi, autodefinitosi Gufo), a causa del fatto che rispetto all’Europa il loro prezzo in Italia è maggiore per l’iper-regolamentazione dell’Authority, esso indica che in realtà il dato deflattivo italiano sarebbe ben peggiore se fosse epurato dal sovra-costo rispetto all’Europa degli energetici stessi.

Relativa agli acquisti, o meglio ai non acquisiti, è invece la preoccupante deflazione sui beni di consumo che deriva non da una sana competizione di libero mercato stimolata da ferventi consumi e dal mercato esterno ed interno, bensì dal drastico calo del potere d’acquisto dovuto alle problematiche che tutti conosciamo e che abbiamo discusso innumerevoli volte (riduzione dei salari e del potere d’acquisto, calo del lavoro per i liberi professionisti, artigiani e commercianti, disoccupazione, perdita del lavoro, ammortizzatori sociali, imprese in difficoltà che chiudono, incertezza sul futuro, impossibilità di accedere al credito, pressione fiscale stabilmente ai vertici mondiali).

La tendenza deflattiva aleggia in tutta Europa ed ha già raggiunto: Bulgaria (-2%), Grecia, (-1,5%), Cipro (-0,9%), Portogallo (-0,4%), Svezia (-0,4%), Slovacchia (-0,2%), Spagna (-0,2%) e Croazia (-0,1%) mentre galleggiano sul filo assieme all’Italia: Danimarca e Ungheria (0,2%) e Paesi Bassi (0,1%). Anche Francia e Germania ne sentono il rischio ed a livello europeo il dato si attesta allo 0.5%, notevolmente distante dal target della BCE nell’intorno sinistro del 2%.

Molto si è già scritto sulla deflazione (si riportano alcuni link a piè pagina) tanto che riparlarne porterebbe sicuramente a ripetizioni tautologiche. Rimane però la domanda di fondo:

perché l’Europa non ha attuato strategie, politiche e meccanismi di supporto ai consumi, o che consentissero agli Stati membri di supportare i propri consumi ed esportazioni, quindi abbandonando l’austerità ed il rigore di bilancio totale e ferreo quantomeno nel periodo di recessione?
Si potrà dire che la Germania o gli stati nordici hanno fatto pressione affinché non avvenisse, senza tenere in conto che (e qui lo si è ribadito svariate volte) alla lunga avrebbero risentito inevitabilmente della debolezza del continente, cosa che si sta manifestando anche in terra tedesca, rischiando così di avvitare ulteriormente la condizione generale europea che perderebbe quella locomotiva la quale nella sua colpevole tendenza particolaristica foriera di squilibri transnazionali è comunque riuscita a guidare il continente. La speranza è che questa situazione funga immediatamente da monito per la stessa Germania, per la Merkel, per Schauble e Weidmann.
Ancora, perché la BCE, pur avvertita dall’FMI, pur colma di grandi economisti, visionari e strateghi, pur con l’esempio USA, UK e Giapponese (che ha visto un brusco rallentamento del PIL, -1.7%, ma che in questa fase la politica monetaria dovrebbe essere sostituita dai primi effetti delle riforme e degli investimenti pubblici) non ha agito prima e più efficacemente per arginare la deflazione e rendere i prezzi stabili, obiettivo che tra l’altro rientra nel proprio mandato, consentendo al continente ed ai singoli stati membri di essere più competitivi?

Link su inflazione-deflazione:
Electrolux: sintomo primordiale di deflazione 28/01/14
La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile…. 01/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti 04/04/14
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM? 08/04/14
Merkel in Grecia, Lagarde a Washington, ed una strategia politico-economico-monetaria contro la stagnazione 12/04/14
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva? 29/04/14
Draghi: a giugno misure non convenzionali (forse), ma l’Italia non dovrebbe tardare il pareggio di bilancio. Che Europa si vuole? 09/05/14
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota 08/08/14

12/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota

“L’Europa sta vivendo uno scenario incerto e di debolezza principalmente dovuto al rischio geo-politico che monitoriamo costantemente e del quale in questa sede siamo seriamente preoccupati. A risultare più pericolosa per l’Eurozona è la tensione con la Russia a causa dalla quale si temono ripercussioni sul mercato energetico che potrebbero portare ad un incremento dei prezzi e ridurre la capacità di approvvigionamento di certi stati.

Riguardo alle figure economiche dell’Italia esse sono rese così negative dal comprovato bassissimo livello di investimenti privati dovuto fondamentalmente all’incertezza sulle riforme, alla giustizia ed alla burocrazia. Stati che hanno portato a compimento alcune importanti riforme hanno visto miglioramenti sensibili delle proprie condizioni macro economiche. L’Italia dunque si impegni nel portare a termine quelle riforme che abbiano impatto strutturale sull’economia, ancor prima che quelle istituzionali, che agiscano sul fisco e sul mercato del lavoro in modo da tornare attraente per i capitali privati.

Inoltre dovrà essere accettato di cedere in tema di riforme strutturale sovranità all’Europa”.

A parlare non è stato un rappresentate, funzionario o commissario della Comunità europea, bensì il Governatore della BCE Mario Draghi nel suo discorso a valle della riunione con il board dell’istituto di Francoforte.

Ovviamente Draghi ha parlato anche della politica monetaria questa volta senza scaldare gli animi e senza gli effetti pirotecnici che di norma i suoi annunci causano ai mercati. Ha mantenuto i tassi invariati a 0.15%, ha confermato i target inflattivi di medio periodo della BCE prossimi al 2% sostenendo che lo scenario di breve presenta e presenterà ancora una inflazione molto bassa, ma nel medio termine l’obiettivo rimane prossimo, ma inferiore, al 2% pertanto si prevedono periodi prolungati di costo del denaro basso. Proprio il basso costo del denaro, secondo il Governatore, non rappresenta un ostacolo agli investimenti in Italia, che, riagganciandoci a quanto detto sopra, deve lavorare sulle riforme strutturali economiche. Il Governatore ha poi ribadito, come al solito, la totale disponibilità della BCE ha mettere in campo misure straordinarie non convenzionali (TLTRO sono previsti per settembre stando a quanto dichiarato nei mesi scorsi, ma misure non convenzionali erano già attese per il giugno passato), incluso l’ABS (Asset Baked Securities, che prevede l’acquisto dalle banche di titoli cartoralizzati).

I mercati non hanno reagito bene e le borse hanno riscontrato un sensibile calo. Evidentemente il rischio geopolitico ed il monito sulle riforme che allo stato attuale non soddisfano il Governatore, hanno inciso più che l’annuncio, ormai consueto, di un possibile utilizzo di strumenti non convenzionali. La due giorni con l’accoppiata dato del PIL Italiano del secondo trimestre al -0.2% e discorso di Draghi, è costata a Piazza Affari 9 miliardi di € in capitalizzazione e lo spread ha toccato i 180 pti, complice anche un abbassamento del tasso dei bund.

Prescindendo dal giudizio se simili indicazioni possano essere impartite ai singoli stati dalla BCE che come mandato ha quello della stabilità dei prezzi e di mantenere bassa l’inflazione, vi sono alcuni aspetti interessanti da analizzare.

Il Premier Renzi ha letto il messaggio della BCE come una conferma della correttezza dei suoi programmi, ossia andare avanti con le riforme. Dal discorso del Governatore però emerge chiaramente che ciò che è stato fatto in Italia fino ad ora non è sufficiente (ma Renzi in tre mesi non poteva risolvere la situazione) e soprattutto che per Draghi le riforme da perseguire con la massima urgenza sono quelle strutturali con rilevante impatto economico tale da attrarre investitori: fisco, flessibilità del mercato del lavoro, burocrazia, giustizia. Non vi è nel novero ad esempio la riforma del Senato la cui prima lettura sarà presentata venerdì 8 ed alla quale ne dovranno seguire altre tre identiche, senza alcuna modifica, affinché la riforma divenga effettiva, in termini di tempo si parla di circa un anno per completare l’iter parlamentare. Il monito quindi può essere letto come un’esortazione nel proseguire le riforme, ma anche l’indicazione severa di spostare immediatamente la priorità verso l’economia.

Significativa risulta anche l’intimazione dei singoli stati a lasciare parte della sovranità in tema di riforme all’Europa. Il fatto è positivo ed esorta la stessa Bruxelles e la nuova Commissione a porsi l’obiettivo di un’Unione più cooperativa, sinergica, coesa nella quale si condividano rischi e benefici. Questa affermazione la vorrei leggere come una non troppo indiretta frecciata alla Germania che ha sempre osteggiato, proteggendo la propria posizione dominante di stato forte e virtuoso (ma anche in un certo senso egoista) relativamente immune (o meglio ultimo a risentirne) dalla crisi. Draghi ha menzionato la sovranità rispetto alle riforme strutturali in tema economico, ma una simile cessione e condivisione del rischio potrebbe e dovrebbe, se l’intenzione è quella di creare una entità europea unita e forte senza anelli deboli che vadano a minare la stabilità di tutto il continente, avvenire anche per quel che concerne un allineamento dei rischi e delle garanzie sui debiti sovrani, anche perché per stati come l’Italia o la Grecia e non solo, il rispetto del fiscal compact europeo non è sostenibile nei modi e nei termini definiti, a maggior ragione in uno scenario congiunturale di debolezza ed instabilità anche geopolitica che si protrarrà ancora a lungo. Il concetto di bond europeo sembra vincente, è stato più volte proposto in questa sede, ed ancor prima ne parlarono Prodi e Tremonti. Ovviamente, come accaduto per il processo di unificazione bancaria e per la regolamentazione dei fallimenti controllati degli istituti di credito con vari soggetti che vanno a condividere il rischio il quale dunque viene formalmente spezzettato rispetto al totale supporto statale, la Germania ha sempre osteggiato duramente questa possibilità proprio per proteggere la solidità del proprio rischio sovrano, proseguendo la tutela di quei particolarismi locali e nazionali che in una struttura forte e coesa, con interessi e valori comuni dovrebbe cadere.

La ricetta di Draghi, azzeccata, non è nulla di nuovo (è sostanzialmente quello che già si riportava qui ed in articoli precedenti), anzi ormai da tempo la si propone come soluzione; sul lato della politica monetaria invece, anche alla luce del susseguirsi degli eventi, della spirale inflattiva, della estrema forza dell’Euro e delle tensioni geopolitiche, la BCE pare troppo conservativa e statica. Già il FMI proprio per bocca della Governatrice Lagarde aveva intimato, suscitando reazioni stizzite da Francoforte che si vide invaso il proprio campo d’azione, che sarebbe stata preferibile una politica monetaria più aggressiva ed ulteriormente accomodante. Un processo che, come quello della FED o della BoJ, fosse in grado di alimentare direttamente le imprese in modo che potessero investire in attività produttive ad alto ROE e valore aggiunto seguendo esattamente l’esempio degli USA e del Giappone. Le misure utilizzate fino ad oggi sono state ridimensionate dall’intermediario bancario che ha innegabilmente portato avanti i propri interessi di profitto. Misure straordinarie e non convenzionali erano state annunciate per giugno, potrebbero essere implementate in settembre, ma ancora non sono state messe in campo. Esse potrebbero anche non essere così efficaci come si pensa (non credo) e quindi dovrebbero essere modificate richiedendo ulteriori raffinamenti in un contesto di massima urgenza. Ovviamente un processo di iniezione o QE può fungere da shock immediato di breve termine che deve essere seguito dalla raccolta dei risultati di medio-lungo periodo forniti dal processo di riforme economiche strutturali e dal piano di sviluppo e crescita che ogni paese avrebbe dovuto mettere in campo.
A parte la soddisfazione di poter dire che i paesi che hanno fatto riforme economiche, come la Spagna o gli UK, hanno visto migliorare i loro conti ed hanno riconquistato la fiducia degli investitori, la situazione macroeconomica generale continua ad avvitarsi, i consumi interni sono diffusamente in calo ed anche l’export dei due campioni manifatturieri, Italia e Germania, ha subito un calo; la crisi russa potrebbe costare lo 0.4% di PIL Europeo ed un costo dell’energia più alto senza considerare, viste le tensioni in Medio Oriente, il rischio di approvvigionamento di energia primaria; l’inflazione continua ad essere decisamente bassa circa 0.5% le ultime rilevazioni, ben lontane dal target del 2%, la deflazione ha colpito più di un’area del continente Europeo. A ciò si aggiungono le contro-sanzioni imposte da Mosca che bloccano l’importazione di alcuni prodotti alimentari (per l’Italia il costo annuale stimato oscilla tra 800 e 1000 milioni di €) e la possibilità di interdizione dello spazio di volo russo alle compagnie aeree statunitensi ed europee potrebbe rappresentare un ulteriore problema.

Alla luce di ciò ci si continua a chiedere se non fosse stato il caso di agire già tempo fa; ed ora, viste le difficoltà dell’export, i blocchi russi di alcune importazioni, la forze dell’Euro, se non fosse stato il caso di operare in modo da indebolire leggermente la moneta europea per facilitare le sportazioni.

Draghi ha menzionato il tempo e la rapidità come fattore chiave, ricalcando quanto detto da Padoan nel giorno della comunicazione del PIL italiano, ma pare che per la BCE questa fretta non valga, nonostante la natura delle misure che ha nelle proprie corde consenta un’immediata reazione economica.
Va senz’altro ribadito che una misura tipo QE diretto (o con vincoli per le banche alla distribuzione alle imprese ed all’economia reale) alle PMI non è la panacea di tutti i mali, ma serve che gli stati e l’Europa abbiano definito ed implementato strategie di sviluppo, investimento e crescita, riforme strutturale e piani industriali validi. In sostanza i soldi possono arrivare, ma vanno fatti fruttare ed investiti in modo produttivo, sintetizzando vanno saputi utilizzare (cosa che effettivamente l’Italia non sempre ha fatto nel migliore dei modi).

Politica monetaria
Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già 21/06/14
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM? 08/04/14
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti 04/04/14
Draghi, unione bancaria ed un sistema finanziario troppo shadow 19/10/13

Deflazione
La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile…01/04/2014
Electrolux: sintomo primordiale di deflazione 28/11/14
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva? 29/04/14

07/08/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale