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Referendum: rinvio, sì o no? Un pensiero va speso…

Avevo scritto proprio pochi giorni fa che il clima di, almeno, apparente unione in merito al dramma del terremoto, aveva una aurea veramente positiva e ben augurante affinché, una volta tanto, si agisse di concerto e non si proferissero solo parole, poi disdette puntualmente dai fatti, come purtroppo abbiamo avuto modo di verificare per i recenti disastri che sempre meno raramente si abbattono sul nostro complesso, perché effettivamente è così, territorio, divenendo eventi eccezionali non più classificabili, etimologicamente parlando, come tali, mancando il concetto di eccezionalità che sottende un qualche cosa fuori dal comune.

terremoto
In queste ultime ore però il clima si sta guastando, aggrovigliandosi due tematiche solo all’apparenza distanti, ma che l’attento analista non troverà difficile accostare. Si tratta del referendum costituzionale del 4 dicembre e delle priorità nelle zone terremotate.
Attualmente si stanno conformando due linee di pensiero: una che vorrebbe rimandare la tornata referendaria ed una che invece vorrebbe mantenerla.

Nella prima schiera si inseriscono le opposizioni, il Ministro Alfano e tra gli esponenti del PD, Castagnetti; alla seconda schiera invece appartiene il Premier Renzi con tutta la prima linea del PD che gli fa capo.

Chi vorrebbe mantenere la data sostiene che il governo ha dovere di consentire regolari elezioni anche nelle aree disagiate, ed effettivamente è vero. Vere però sono anche le motivazioni di coloro che sostengono il rinvio, ad iniziare dai sindaci, che sostengono di avere differenti priorità che organizzare seggi ed urne. Non credo sia possibile dar torto a questi ultimi, i sindaci hanno altre priorità, i cittadini hanno altri pensieri e problemi, non hanno di certo voglia di pronunciarsi in un voto né tantomeno di informarsi a dovere per andare al seggio consapevoli, che è un loro diritto e dovere. In sostanza non c’è lo stato d’animo e la serenità mentale per recarsi a decidere di modificare la costituzione.

Anche l’organizzazione di seggi di emergenza richiederebbe risorse aggiuntive probabilmente destinabili alla ricostruzione o alla sistemazione degli sfollati, sicuramente un goccia nel mare, ma che sarebbe un buon esempio di condivisione di obiettivi.

Credo che un tema come la modifica della carta costituzionale richieda una cittadinanza consapevole e che si reca alle urne, o non vi si reca, per propria decisione e non perché, più o meno consapevolmente, costretta da circostanze contingenti. Per tali ragioni penso che almeno la valutazione di un possibile rinvio del voto, possa essere auspicabile.

Da rimarcare che, essendo il referendum confermativo, non richiede il raggiungimento del quorum, motivo in più per rendere possibile la facile fruizione da parte di tutti i cittadini, e da sottolineare che un eventuale ritardo potrebbe essere a favore del Governo Renzi, se saprà ben comportarsi nella gestione del post terremoto, oppure, in caso contrario, favorevole ai detrattori della linea del Governo, appurato che ormai, purtroppo, non è il vero contenuto della riforma che determinerà la vittoria del “sì” o del “no”, bensì la popolarità di Renzi tra l’elettorato.

03/11/2016
Valentino Angeletti
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Referendum abrogativo e confermativo: le vittorie in tasca di Renzi

Nella giornata di ieri, la notizia che più ha allietato il pomeriggio del Premier, è senza dubbio stato l’ok parlamentare alla riforma costituzionale. L’approvazione è stata a larga maggioranza, non tanto per una condivisione comune e traversale all’interno dell’Emiciclo, quanto perché ad esprimere il loro voto sono state soltanto la maggioranza ed il partito di Verdini, dichiaratamente “filo-renziano”, Ala. Tutte le opposizioni, dopo aver espresso la loro dichiarazione di voto, hanno abbandonato l’aula. C’è chi ha letto in questo comportamento, quasi aventiniano, tenuto anche dal M5S, un segno di rispetto ed ultimo saluto ad una delle anime del movimento, Gianroberto Casaleggio, prematuramente scomparso.

Giunti a questo punto, dopo aver metabolizzando i proclami di giubilo per aver “abolito il Senato” e snellito le pastosità per l’approvazione di leggi e decreti, l’attesa è per il referendum confermativo dei ottobre, ove il popolo sovrano (più per storicità che per dato di fatto) è tenuto ad esprimere un proprio parere sulla nuova costituzione, decidendo, con il mezzo democratico del voto, se confermare o meno quanto proposto dal Governo per la nuova carta costituzionale.

Considerando le divergenze tra coloro che, nelle file del Parlamento, si schierano a favore o meno della riforma, esistono due scuole di pensiero: la prima, degli entusiasti, che affermano che in tal modo sarà molto più semplice e meno dispendioso tutto il processo legislativo, con l’ulteriore risparmio economico dato dall’aver diminuito il numero di Senatori che ora svolgono gratuitamente la loro mansione (essendo esponenti regionali); la seconda, quella dei detrattori, la quale sostiene che aver ridotto il Senato ad un centro di competenza per un limitato numero di argomenti, farà esplodere i ricorsi e di conseguenza i ritardi, avendo creato 12 differenti modi di possibilità di blocco, a ciò si aggiunge la diatriba sulla “fittizia” elettività dei della seconda camera.

I tecnicismi però, incomprensibili alla maggior parte degli elettori medi come avviene per la stragrande maggioranza dei referendum, non saranno gli elementi decisivi per l’esito della tornata. Ad essere l’ago della bilancia saranno principalmente due fattori: l’astensionismo imperante nel nostro paese; e l’accezione di voto pro o contro il Premier Renzi, il quale, ha affermato, che sarebbe disposto ad abbandonare qualora vincessero i “NO” alla modifica costituzionale.

In realtà, contrariamente a quanto accade per i referendum abrogativi, dove è necessario il quorum per validare la tornata, nel caso di un referendum costituzionale il quorum non è necessario, quindi si andrà incontro alla situazione in cui saranno solo gli elettori effettivi a dare il via libera o meno alla modifica della Carta che regolerà ed influenzerà la vita di ogni cittadino. Motivo in più per esercitare il proprio diritto-dovere di voto. L’italia però, come si sa, è un paese di astensionisti, soprattutto in questa fase di disaffezione politica.

Tale connotazione, unita alla natura differenziata delle due tipologie di referendum, fa si che nel caso di referendum abrogativo (con necessità di quorum dunque) ad essere avvantaggiato è il “NO” che equivale al mantenimento dello status quo, come accadrà per il referendum del 17 aprile, dove, ne sono certo, non verrà raggiunto il 50%+1 degli aventi diritto, consegnando facili argomentazioni vittoriose al Premier, quand’anche l’astensione è legata e alla difficoltà della materia e soprattutto alla disaffezione che il popolo ha nei confronti della politica, quindi proprio il contrario che il perseguimento delle indicazioni di voto (o meglio di non voto) governative.

Nel caso invece di referendum costituzionale, senza necessità di quorum, ad essere avvantaggiati, soprattutto in questa fase politica con l’elettorato sempre più lontano dalla partecipazione attiva della gestione della “res publica”, sono i “SI'” , vale a dire i voti di coloro che sono motivati e conoscitori delle modifiche in essere. Il fatto grave è che con pochi voti si agisce su questioni che regolano la vita di tutti i cittadini e di un sistema paese intero. Nella fattispecie del referendum confermativo di ottobre, con tutta probabilità, Renzi vedrà confermate le modifiche, ed avrà altri elementi per dichiararsi nuovamente vincitore. L’unico elemento imprevisto che può occorrere è il voto proprio contro il Premier, con l’obiettivo di far cadere il Governo ed andare a nuove elezioni, piano, quest’ultimo, sul quale è stato posto il referendum autunnale dalle forze di opposizione.

La strada è lunga, ed al momento non sembra che le opposizioni, M5S, Lega ed FI in primis, abbiano la forza per indirizzare l’esito del referendum, ma il tempo è tanto e se riuscissero ad organizzarsi convogliando tutto il malessere del paese, potrebbe anche verificarsi quell’esito profetizzato dal “fu Casaleggio”, di elezioni un anno in anticipo, nel 2017.

13/04/2016
Valentino Angeletti
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D’Alema e l’ormai incolmabile divergenza del PD

Sono giunte come un colpo di sciabola e come tale hanno un peso notevole, non tanto per il messaggio che trasmettono, il quale non è nuovo dall’essere proferito, quanto per lo spessore di colui che le ha emesse. Il riferimento è, ancora una volta, alle forze disgregatrici che ormai risiedono, come inquilini stabili, all’interno del PD e che in questa circostanza sono state esplicitate niente poco di meno che da Massimo D’Alema, di ritorno da un viaggio in medio oriente.

In estrema sintesi D’Alema ha affermato perentoriamente che Renzi, la sua entourage ed il modello che ha adottato per la gestione del PD, lo sta “distruggendo”  e rendendo estraneo rispetto a quelli che erano gli ideali dei fondatori; ormai il partito della nazione, almeno dal Nazareno in poi, è cosa fatta ed assodata, grazie, indubbiamente, al supporto di Verdini. Secondo D’Alema, questo agire non può essere accettato dalla vecchia guardia del PD, dicendo ciò cita esplicitamente il professor Romano Prodi. Nell’idea di D’Alema esiste un notevole spazio a sinistra del PD, rappresentato dal vecchio elettorato storico, che è il momento di colmare, ed al “Leader Massimo” fa eco, a distanza di poche ore, l’ex segretario generale CGICL, Cofferati, dichiarando che è il momento di creare un partito vero e proprio che ritrovi le origini e persegua i primordiali ideali del Partito Democratico. Prende invece le distanze dalla copia di “dissidenti” Pierluigi Bersani, che smentisce ogni ipotesi di divicreato benché sostenga che Renzi ha perso la misura e che deve nutrire rispetto per quelli che il PD lo hanno creato.

Ovviamente la risposta di Renzi non ha tardato ad arrivare, ed è stata, come da par suo, tosta, respingendo al mittente le accuse di aver distrutto il PD. Il declino del partito, per il Premier, sarebbe iniziato quando la vecchia dirigenza avrebbe consegnato l’Italia nelle mani di Berlusconi.

Quanto detto da D’Alema non è nuovo, ci avevano provato Speranza, D’Attorre, Cofferati, Fassina, Civati, ma, complice anche la loro totale divisione e divergenza di vedute sul se e come creare una nuova entità politica di sinistra una volta fuori dal partito, l’esperienza, che pure continua, pare non esser altro che l’ennesimo fallimento. Adesso però a parlare è una delle voci più autorevoli del centro sinistra, una figura che, con le sue passate politiche all’insegna del liberismo, le sue azioni in politica estera, la sua apertura al dialogo con altre fazioni, non può certo dirsi estremista, anzi tutt’altro: ciò senza dubbio è un elemento da valutarsi con attenzione e non privo di significati, tra i quali, il più lampante, è che la “misura” tra vecchia e nuova dirigenza, è ormai colma e la faglia non più saldabile, con buona pace dei Bersani e Cuperlo di turno.

Probabilmente lo spazio a sinistra del PD teoricamente esiste, lo dimostrano le interviste nelle periferie romane durante le primarie, tutti, dei pochi votanti, a sostegno di Morassut, ma allo stato attuale questo spazio è difficilmente colmabile da una nuova formazione sinistrorsa, che tra l’altro si affiancherebbe a SEL. Questa frangia di delusi dai democratici si è ormai schierata tra le file degli astensionisti oppure dei sostenitori del M5S, talvolta per condivisione dei programmi, propositi di etica e morale (spesso con le vicende dei candidati con pendenze legali  disdetti dal recente PD), talvolta identificando il movimento come minore dei mali e colui che mai è stato messo realmente alla prova e per tanto vergine dal peccato originale. D’Alema, con le mosse che ora dovranno necessariamente seguire le sue forti dichiarazioni, deve stare attento, perché potrebbe rischiare di indebolire il PD di Renzi quel tanto che basta per consegnare, ad esempio Roma, nelle mani di un centro destra estremamente disorganizzato e con Berlusconi che ha voltato le spalle a Salvini e Meloni, o, cosa più probabile, al M5S, nonostante le ragioni di Massimo D’Alema siano più che comprensibili.

Vedremo a breve cosa accadrà e dovremo stare attenti a come verrà affrontato il referendum sulle riforme costituzionali, che potrebbe essere realmente, ancora più che le elezioni romane, un viatico cruciale per l’esecutivo, nel quale viene testata la fiducia che a livello nazionale è riposta nel Governo e soprattutto nel suo operato.

Quello che al momento è certo, è che il centro sinistra, per come storicamente lo conosciamo, non esiste più, da tempo, e finalmente lo hanno realizzato anche i vecchi dirigenti.  Sarà interessante seguire come verrà gestito e che conseguenze avrà questo sempre più evidente bivio. Il pronostico più facile è che se una scissione si verificherà, allora Renzi, per poter avere numeri adeguati, non potrà far altro che avvicinarsi sempre più a Verdini ed al suo elettorato democristiano e di centro destra andando, grazie alla sinistra fuoriuscita, a realizzare sempre più compiutamente quel partito della nazione così poco sopportato da D’Alema.

12/03/2016
Valentino Angeletti
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Politica nazionale intrigata e rotture europee

Negli ultimi mesi non sono certo mancati gli argomenti che hanno tenuto in scacco la scena politica italiana. In gran parte si tratta di nodi tutt’ora irrisolti e che rappresentano uno scoglio per l’Esecutivo Renzi, anche se al contempo possono essere una riprova ulteriore, se mai ve ne fosse stato bisogno, di quanto la debolezza degli avversari sia conclamata. Soprattutto se si volge lo sguardo verso il centro destra, che, dopo l’uscita di Berlusconi, non ha ancora trovato una linea chiara e manifesta difficoltà nel proporre un leader serio e carismatico, tanto che Berlusconi si sta lentamente riavvicinando alla politica, così come, parimenti, non è in grado di portare candidati per le elezioni amministrative di primavera in grado di battagliare ad armi pari (quasi) con i vari Sala a Milano e Giachetti a Roma, in pole per rappresentare il PD nonostante le venture primarie che li vedono vincitori quasi scontati.

Nei giorni scorsi si sono susseguite le vicende della 4 banche ed in particolare nell’occhio del ciclone permangono le indagini su Banca Etruria che vede coinvolti personaggi molto legati, anche con vincoli di sangue, al PD di Renzi. Altra questione importante è stata la scelta, ancora in fieri, per i candidati alle primarie in vista delle amministrative primaverili; poi vi sono i voti mafiosi presso il comune di Quarto, che hanno messo il M5S di fronte ai problemi della politica vera (che ahimè è prassi in Italia) con le conguenti connivenze territoriali e nazionali, la scelta del Movimento di espellere il sindaco, la grillina Capuozzo, e di richiederne le dimissioni per non aver saputo controllare possibili legami con la camorra di un membro pentastellato della sua giunta, è stata una mossa coerente rispetto al comportamento tenuto in casi analoghi del passato, quindi caso Cancellieri,  Lupi, Marino, Boschi (caso su cui il M5S ha preteso il voto di fiducia all’Esecutivo) ecc, la richiesta non poteva non avvenire; altro tema caldo sono le unioni civili, divisive soprattutto internamente al PD, e le riforme istituzionali/costituzionali, che non dovrebbero aver difficoltà nei prossimi passaggi in Senato e Camera e non dovrebbero averne di particolari, a meno di improbabili coalizioni iper-trasversali, da Lega a Sel passando per il M5S, neppure al referendum confermativo di ottobre, referendum che Renzi, spostando l’attenzione dalle amministrative ove la forza del M5S è concreta, ha incentrato su se stesso e che in caso di bocciatura comporterebbe il suo abbandono, stando alle parole del Premier, dalla politica.

In questo contesto, tanto intrigato quanto per noi comune, non si sentiva la mancanza dei battibecchi a livello europeo. Invece ne sussistono di molto cruenti, forse perché ormai in prossimità del vaglio della nostra legge di stabilità a Bruxelles, legge totalmente in deficit che sicuramente non passerà, priva di critiche, moniti o richieste di revisioni, senza una ulteriore richiesta di chiarimenti in merito al reperimento, preciso e puntuale delle risorse. Lo scontro stavolta è avvenuto non coll’austero presidente dell’Euroguppo, Jeroen Dijsselbloem, bensì col più diplomatico presidente della Commissione, Jean Claud Juncker. La scintilla che ha innescato il tenzone, è stata la flessibilità concessa all’Italia; il Premier attribuisce i margini ottenuti alle sue richieste, mentre per il presidente lussemburghese i margini non sono altro che concessioni europee che lui stesso ha, in ultimo, acconsentito. Juncker ha risposto a Renzi, a seguito delle pungenti e violente critiche che il Premier ha rivolto, parlando entro i confini nazionali, verso il comportamento della Commissione decisamente più penalizzante nei confronti dell’Italia rispetto ad altri paesi membri (Banche ed immigrati in primis), Renzi ha anche affermato, contraddicendo le sue precedenti parole, che in Europa non vanno cambiati i trattati (cosa che qualche mese fa voleva fare) bensì la politica economica (decisamente una bella virata). Il litigio, che sta proseguendo anche in queste ore, potrebbe essere molto controproducente per il nostro paese, visto che, come scritto sopra, la legge di stabilità passerà a marzo al controllo di Bruxelles, essa è decisamente protratta verso il deficit e presenta una ulteriore richiesta di flessibilità nel rapporto deficit/pil (circa 0.2%).

Sia l’accusa di Renzi, decisamente più violenta che in passato, che la risposta di Juncker, anch’essa sopra le sue solite righe, possono far pensare a due scenari. Da un lato Renzi che alza i toni con argomentazioni che possano attecchire sulla popolazione e sugli elettori in vista di elezioni più vicine rispetto alla scadenza naturale del 2018; dall’altro lato Juncker che vuole ribadire come sia la commissione ad approvare le manovre economiche italiane e le sue richieste di flessibilità, cercando quindi di ridimensionare le pretese nostrane.

Forse non sapremo mai quale interpretazione sia vera e neppure se ve ne sia una, di certo una rottura simile è quanto di meno utile vi sia, e per l’Europa e per l’Italia, in un momento di altissime tensioni economico sociali a livello globale.

 

16/01/2016
Valentino Angeletti
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Digital Day a Venaria: bellissimi (e noti) progetti, aspettiamo solo che vedano i lumi

Non posso, nè voglio negare, di essere stato spesso critico nei confronti delle dichiarazioni, più di una volta permeate di una certa dose di superbia e di guascona faciloneria tipicamente fiorentina, ma in tutto ciò non mi definirei gufo, non godo affatto se l’Italia va male, anzi è proprio il contrario, se non altro perché appartengo a quella classe sociale che, se l’Italia non performa, è la prima a risentirne ed anche la prima su cui cade l’onere della riparazione. Credo però che la critica, se fatta in modo trasparente e senza doppi fini, debba essere lo sprono ed il pungolo a sentirsi sempre sotto pressione ed a migliorare, pur io sapendo che quanto scritto in queste pagine non influenzerà, nè  mai giungerà ai livelli presidenziali…. ma, in tutta sincerità, mi stimolo e mi diverto ugualmente, e questo mi basta.

Premesso umilmente ciò, e stante il fatto che non condivido le modalità comunicative e di approccio ai media, sia classici che 2.0 o 3.0 del Premier, che a mio avviso potevano essere interessanti in una prima fase, ma che ad oggi non sono state rinnovate senza saper seguire il rapido processo evolutivo degli strumenti di informazione “web-based” (ne è un esempio il recentissimo video d’esordio su Youtube, strumento già superato, ad esempio, dal “Periscope” di Twitter, del MEF con il Ministro Padoan come protagonista), devo assolutamente convenire con quanto detto dal Premier Renzi presso la Reggia di Venaria a Torino, in occasione dell’ “Italian Digital Day”.

L’ex sindaco di Firenze ha toccato un numero impressionante di punti, tutti estremamente importanti e con contenuti condivisibili. Avevo già messo in evidenza, solo qualche giorno fa, un articolo sul Sole24Ore dove si evidenziava come il gap digitale dei nostri concittadini costasse svariati punti di PIL e fosse un fattore di handicap nei confronti di paesi nostri concorrenti, che invece in tema di tecnologia e digitale hanno saputo rinnovarsi più velocemente. In Germania si parla già di Industri 4.0 ed è già prassi consolidata e collaudata in Bosch (si tratta di almeno un biennio di sperimentazioni in cui noi siamo stati fermi), ma anche in Francia, Germania, Polonia, UK, il livello di digitalizzazione è immensamente superiore al nostro, senza tirare in ballo i paesi scandinavi ove la necessità di comunicare e di avvicinare distanze incolmabili in inverno, ha reso la digitalizzazione un processo fin da subito molto più indispensabile che altrove. C’è quindi consapevolezza di un gap, che anche forze interne cercano di ostacolare, non sono rare forme di “luddismo 2.0” che tacciano il digitale, l’automazione, l’uso del PC come cause di una perdita di posti di lavoro. Fatti i debiti ragionamenti, non è così, tuttaltro. In futuro si perderanno figure dalle competenze e specializzazioni basse, come era la vecchia figura di operaio alla catena di montaggio, ma serviranno competenze ben più specifiche e che introducano valore aggiunto, pensiero ed intelletto. In tal senso la digitalizzazione è senza dubbio una opportunità, ovviamente, come in ogni cambiamento, va gestito intelligentemente il transitorio e fondamentale è intervenire a livello di scuole ed università, ad ogni livello e grado, così come è indispensabile, e non più procrastinabile, dare finalmente spazio alla meritocrazia, alla competenza, alla visione strategica ed alle menti flessibili ed eclettiche, a prescindere da conoscenze, baronie, economia di relazione, estrazione sociale, e via impietosamente dicendo, tutti driver che hanno indirizzato la classe apicale della politica italiana a discapito di coloro che sanno veramente fare le cose e sono in grado di pensare laicamente ed a tutto tondo in uno scenario globale.

Le competenze specifiche a cui mi riferisco mancano ancora nel nostro paese. Va invece meglio sul fronte della start up, che sono un fenomeno in miglioramento, se ne contano a migliaia, pur rimanendo fanalino di coda tra i paesi OCSE. Uno sforzo che dovremmo fare, ed in parte stiamo già facendo grazie ad incubatori ed acceleratori finanziati da aziende private (Enel, Eni, Telecom, Unicredit, Wind ecc) ed istituzioni pubbliche e governative, è quello di creare una forte filiera per far si che le start up abbiano supporti economici e logistici, abbiano assistenza per la redazione di business plan e possano pubblicizzarsi, grazie alle carrozzate che le dovrebbero assistere, anche all’estero, per evolversi da piccole start up ad aziende strutturate e consolidate.

Renzi poi si è soffermato sui grandi progetti governativi: Spid, pagamenti elettronici, anagrafe unica, linee guida per i siti e servizi PA e notifica e documenti (alias interoperabilità dei servizi). L’unificazione ed ottimizzazione delle banche dati sarebbe di sicuro supporto alla semplificazione del rapporto tra PA e cittadini, attraverso il PIN unico per accedere a tutti i servizi amministrativi, ma anche, come sottolineato, contro l’evasione fiscale. Questi punti sono stati confermati anche da Antonio Samaritani, presidente dell’ Agid. Peccato che, anche in tal caso, l’arretratezza rispetto al resto del mondo industrializzato sia lapalissiana e che negli ultimi anni si sia perso tempo. Tutti i progetti suddetti, già facevano parte dell’agenda digitale inserita in Destinazione Italia, ed ultimamente capitanata da Caio, passato poi a capo di Poste. In questi anni non si è fatto praticamente nulla.

Da condividere anche la visione di Renzi rispetto alla lotta al terrorismo a mezzo di strumenti tecnologici, volti ad incrementare il controllo e l’intelligence (il riferimento ai tag nei confronti dei sospetti su Facebook, Twitter o nelle immagini da video sorveglianza, sono più una finzione scenica che una concreta possibilità, ma va premiata la fantasia). Effettivamente in questo periodo l’uso più forte di tecnologia non limiterebbe la libertà, sarebbe però un incremento potenziale del livello di sicurezza. Va tenuto poi in debita considerazione, quando si fanno obiezioni sul limite tra privacy e sicurezza, che collezioni di dati e possibili controlli ed intercettazioni da parte di varie entità, siano esse governative, private, italiane o estere, per come sono conformate le architetture ICT italiane sono possibili in ogni momento, sia in modo “trasparente” per i garanti, che “segrete” anche alle autorità competenti.

Medesimo ragionamento sui Big Data: grande opportunità e tema centrale, assieme al Biotech, per la nascita di un polo di ricerca d’eccellenza mondiale “post Expo2015” presso l’aera fieristica di Rho, ma anche in tal senso la strada da fare è molta ed abbiamo la possibilità di percorrerla assieme agli altri stati UE con i quali il gap non è ancora così accentuato.

In ultimo, ma primo per importanza, va ricordato che l’elemento fondamentale, il vero strumento abilitante, per iniziare a ragionare su tutti questi punti, è l’eliminazione del Digital Divide che ancora ci strangola. Per abbatterlo in tempi brevi, c’è la concreta possibilità di sfruttare il progetto in cui è stato inserito Enel per la posa della fibra fino alle case degli italiani, sfruttando 30 milioni di contatori, un piano di sostituzione con nuovi modelli già in programma, una copertura capillare di cabine secondarie e gli incentivi governativi pari a poco più di 6 mld per l’intero progetto dei quali 3 e spiccioli proprio per l’infrastruttura. La presenza di fibra, o comunque di tecnologia che consenta connessione stabile, costante e performante in ogni condizione, diciamo che possa supportare i 100 Mbps, è indispensabile per poter basare definitivamente la propria azienda, sia essa multinazionale manifatturiera o strat up di servizi, su internet ed abbattere le distanze geografiche e temporali, con grande vantaggio in termini di produttività, bilanciamento vita privata-lavoro, tempi, costi, efficienza, efficacia.

Le cose da fare sono ben note da tempo, e non è certo con il meeting di Venaria che si sono scoperte, ma averle ricordate, rappresenta almeno l’auspicio che in questa circostanza alle parole, che anche una flebile aeere che soffia silenziosa può portar con se, seguano fatti e progetti concreti.

Link approfondimento:

La stampa
Rai News
Il Sole 24
Corriere comunicazione
Arretratezza digitale (da Blog)
Datagate: Da Internet ai Big Data (da Blog)

Rai Way e l’autostrada digitale. Pubblico o privato, l’importante è digitalizzare il paese! (da Blog)

Visione italiana e cambiamenti mondiali (da Blog)

22/11/2015
Valentino Angeletti
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Se i Padri Costituenti potessero assistere alla Riforma del Senato….

È servita una seduta parlamentare straordinaria, indetta di sabato mattina, ma alla fine la Riforma del Senato ha superato uno scoglio importante. Dopo la bocciatura, grazie al momento di gloria del parlamentare renziano Cociancich, firmatario dell’emendamento “canguro” che ha concesso di eliminare a piè pari tutti gli altri emendamenti al primo articolo, degli emendamenti all’articolo 1, riguardante le funzioni del nuovo Senato, or sulla via di trasformarsi in camera delle autonomie, è stata la volta, in seduta sabatina appunto, di affrontare il tema del meccanismo di elezione dei membri del Senato, sic stantibus rebus, elettivo da parte del popolo.

Fin dalla prima giornata di votazioni le tensioni all’interno dell’Emiciclo sono state evidente, scontri verbali sicuramente aspri ed accuse allo strumento del canguro, con molti sospetti che a redigerlo non fosse stato il firmatario Cociancich, bensì lo stesso Renzi, o qualcuno per lui, tanto che le opposizioni sono arrivate a chiedere la perizia calligrafica. A sedare gli animi ha provveduto il presidente Grasso che ha ritenuto ogni richiesta inconsistente, considerando che lo stesso Cociancich si è dichiarato firmatario dell’emendamento soppressivo. Nonostante tutto, l’approvazione dell’Articolo 1 è stata semplice, almeno nei numeri, in quanto ottenuta a larga maggioranza, col supporto dei Verdiniani, ma senza che fossero decisivi.

Differente invece, il discorso riguardo al più spinoso articolo 2. In tal caso il passaggio è avvenuto grazie a 160 voti favorevoli, uno in meno della maggioranza assoluta. I voti della minoranza Dem interna, schieratasi col Premier a meno di 5 dissidenti (Mineo il più agguerrito), e dei Verdiniani, si sono rivelati fondamentali.

I Senatori saranno nominati dai partiti, ma tra i rappresentanti dei consigli regionali eletti dal popolo. Questo meccanismo di nomina tra i consiglieri votati, ha fatto capitolare la minoranza PD, che dopo tante parole sì è nuovamente, e prevedibilmente, allineata a Renzi per non creare scompiglio e forse perché consapevole che nonostante la loro dissidenza probabilmente, col supporto di Verdini, la riforma sarebbe comunque andata avanti, così hanno preferito mantenere salda la posizione. Alla luce del nuovo meccanismo è assai improbabile che un elettore, al momento di eleggere i membri del consiglio regionale, possa avere quella contezza del fatto che, magari a due o tre anni di distanza, quel suo voto si potrebbe propagare anche al Senato, nè è detto che se le elezioni fossero state direttamente per il Senato, quindi con influenza su questioni nazionali, l’elettore avrebbe fatto la medesima scelta. A modo di vedere di molti il meccanismo è solo un espediente, in realtà la nuova natura del Senato sarà una camera di nominati.

Verdini, nel frattempo, ha pubblicamente dichiarato, ed è una evidenza, che, senza il loro supporto, Renzi non ha la maggioranza al Senato, rivendicando la sua fondamentale presenza e dando la sensazione di essere sul punto di voler chiedere pegno, il tutto in una singolare esibizione canora a Sky Tg 24, intonando: “la maggioranza sai è come il vento….”. L’alleanza “Renzi – Verdini”, sminuita dall’entourage di Renzi, dietro l’affermazione che la maggioranza per le riforme deve essere la più ampia e trasversale possibile (notare che 160 non è una maggioranza ampia e mostra come certi punti non siano condivisi), fa trasalire la minoranza Dem che ha, in ultimo, sostenuto il Premier, ma che non sopporta la vicinanza a Verdini che pare sempre più parte della maggioranza, in un partito altamente trasversale e dallo stampo ben più vicino ad una (pseudo) vecchia DC che ad un partito di centro sinistra, per giunta nell’orbia dell’Europeo PSE.

Le riforme costituzionali che tanto stanno impegnando la politica, distogliendola spesso dai problemi economici che nel nostro paese continuano a persistere tra la gente comune, e ciò nonostante i dati, sono tutt’altro che un processo costituente minimamente prossimo a quello dei Padri del documento alla base della Repubblica Italiana. I vari Spinelli, Calamandrei, Nenni, Togliatti, De Nicola, proprio perché provenienti da partiti differenti, possono davvero dirsi una entità trasversale con l’obiettivo comune di una carta che mirasse davvero al bene del paese, bene che prescinde dal colore di partito. Sicuramente il processo che sta portando alla modifica della Carta Costituzionale è ben diverso da quella dei Padri Costituenti, e se essi potessero vedere gli scabrosi gesti tra la stupidaggine ed il sessismo, le parole e le mosse che si vedono nelle prestigiose aule dei palazzi romani, non nasconderebbero sdegno e stupore per la leggerezza, disimpegno e poca concentrazione con cui si affronta un passaggio delicatissimo per la nostra epoca politica e civile.

Che le riforme siano ben fatte o meno, non è il punto centrale, il vero fulcro del ragionamento e l’approssimazione con cui si stanno affrontando le importanti riforme costituzionali, procedendo tra insulti, colpi di maggioranza, ed alleanze improbabili. Non sembra stonare la richiesta di Romani, FI, di poter effettuare un voto segreto almeno per un singolo emendamento.

La riforma pare ormai andare in porto, sarà votata nel suo complesso tra il 13 ed il 15 ottobre, e dopo sarà la volta del referendum confermativo.

Dall’Europa ci ricordano però di non spostare l’attenzione dall’economia. In merito al DEF ci viene ricordato che ogni riduzione di introito deve essere coperta in modo STRUTTURALE, da un ben definito e calcolabile oggettivamente (non una semplice stima) taglio di spesa, operazione che ancora, nonostante i commissari, non è iniziata.

04/10/2015
Valentino Angeletti
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Politica: tra riforme del Senato e dell’Italicum. Economia: tra dati interni e trend globale

Queste poche settimane dalla riaperture dei lavori parlamentari, dopo la lunga pausa estiva, paiono essere quelle più delicate per la legislatura.

Si pensava che, come accaduto in successione ai Governi Berlusconi, Monti e Letta, fossero le questioni economiche a poter mettere in crisi l’Esecutivo, anche alla luce del fatto che, nonostante le ormai note congiunture macro favorevoli, ma al contempo transeunte, costituite dai QE di Draghi, il prezzo del petrolio basso, i tassi ai minimi che avrebbero dovuto favorire la richiesta di prestiti ed i consumi, con l’auspicio inesaudito di far ripartire l’edilizia, il settore maggiormente colpito dalla crisi nonché quello in grado di generare più indotto, un Euro debole a tutto vantaggio dell’export, una vera ripartenza dei consumi, dell’occupazione, del mercato interno e di quello immobiliare non si era verificata; le condizioni sociali permangono molto delicate, il livello di tassazione, nonostante gli sforzi del Governo, altissimo, la spending review è ancora solo un buon proposito, ed il numero di poveri, o di quelli sulla soglia di povertà, in costante crescita.

Invece, ad essere il maggior elemento di rischio per l’Esecutivo Renzi, ripetendo una consuetudine tipica del nostro paese, sono questioni prettamente politiche. Tra l’altro, il passaggio più delicato arriva proprio in concomitanza della diffusione di dati economici in miglioramento, da parte sia di organismi internazionali (OCSE), sia da parte del MEF di Padoan.

Le questioni che potrebbero essere la scintilla della crisi sono le riforme istituzionali, non più solo quella del Senato, ma è ritornata prepotentemente alla ribalta anche quella sulla legge elettorale, non senza collegamenti rispetto alla prima. Ovviamente rimane una costante, usuale per l’attuale Governo, la tensione con i sindacati sul diritto di sciopero, jobs act, diritti dei lavoratori, pensioni e previdenza, continua, in una lotta che, ambedue le parti commettendo evidenti errori, stentano, volenti o nolenti, a raffreddare, e che genera attriti anche all’interno dello stesso PD. Quello dell’assemblea sindacale che ha bloccato il Colosseo è solo l’ultimo macro episodio tra tanti.

Nonostante le certezze del Ministro Boschi, che si dice sicura che i numeri in Senato per consentire il passaggio della riforma sulla seconda Camera siano forti, non sembra così sentendo, con orecchio oggettivo, le altre campane. Il M5S la trova una pessima riforma, mettendo in luce il rischio di conferire l’immunità ad una pletora di indagati, che in tal modo risulterebbero non più perseguibili per il periodo del loro mandato, in forza dell’immunità parlamentare. FI si è detta assolutamente intenzionata a non votare la riforma, così come la Lega di Salvini. I fuori usciti dal Partito Democratico osteggeranno ovviamente il provvedimento, ma è all’interno del PD che vi sono le crepe più profonde. Esse riguardano l’Articolo 2, che la Minoranza Dem vorrebbe modificare per reintrodurre il Senato elettivo da parte dei cittadini, meccanismo che, secondo la riforma, scomparirebbe, a vantaggio della nomina di componenti all’interno delle presidenze di Regione. Proprio quando un accordo sembrava poter essere concluso tra la sfera Renziana e la minoranza Dem, grazie all’espediente di modifica del comma 5 dell’Art. 2 che, non costituendo emendamento, avrebbe potuto consentire un passaggio parlamentare spedito, sì è pronunciato, contrapponendosi alle parole di ottimismo della Boschi, Pierluigi Bersani, ancora tremendamente attaccato alla nostalgica unità di un partito che di unitario ha rimasto ben poco (e da illo tempore), affermando che, qualora non lo si fosse capito, la posizione dei “dissidenti” Dem è quella di avere un Senato elettivo; non sono concesse deroghe a questa prerogativa. Al piacentino ha risposto il braccio destro di Renzi, Lorenzo Guerini, dicendo che si auspica che quello di Bersani non sia un tentativo di ricominciare tutto da capo e confermando la disponibilità al confronto, ma senza accettare veti, il che, parafrasando “ab lingua renzianorum” vuol dire: “parliamo pure un’oretta, ma poi facciamo come ha già deciso”. Anche all’interno della coalizione di Governo, non è scontato il supporto di NCD, circa 15 componenti potrebbero opporsi alla modifica. Alla luce di ciò, i voti dei Verdiniani non sembrano sufficienti a blindare il passaggio della riforma del Senato, inoltre esiste anche la spada di Damocle dell’interpretazione del Presidente Grasso, che potrebbe decidere, invece che per una votazione parlamentare complessiva sulla riforma,  di procedere votando ogni singolo emendamento, il che significherebbe, dato l’ammontare delle modifiche presentate, in particolare dalla Lega, bloccare di fatto la riforma.

In questo dedalo di delicati rapporti di forza, rientra prepotentemente in auge l’Italicum, in particolare come pedina di scambio. La minoranza Dem potrebbe essere interessata al conferimento del premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista, mentre NCD ad un innalzamento della soglia di sbarramento. Una sorta di baratto per consentire un maggior potere ad alcuni partiti, tramite modifiche tecniche, ma dalle conseguenze politiche, all’impianto, in cambio di un supporto per la modifica del Senato. Come vediamo, proprio adesso che si sente tanto disquisire di sharing economy, la nostra politica, tornando al baratto ed allo scambio, la sta già collaudando (poi si dice che i politici sono retrogradi e vetusti, quando mai! Se l’interesse richiede innovazione, sanno essere più innovatori degli start-uppers della Silicon Valley!).

Domani (lunedì 21), in occasione della Direzione del Partito Democratico, sarà una giornata decisiva per capire come evolverà lo scenario e se i dissidenti del PD si faranno, come accaduto fino ad ora, chiudere all’angolo e dovranno capitolare, o se faranno la voce grossa. Nell’ultimo caso se volessero dare il loro fondamentale contributo per arrivare a nuove elezioni, non potranno non scindersi e dovranno intessere contatti ed aggregazioni all’uopo con M5S, FI e Lega.

Come detto precedentemente, qualche dato economico svolta in positivo: il pil è stato rivisto al rialzo, per il 2015 dallo 0.7% allo 0.9%, e dall’1.4% all’1.6% per il 2016; la disoccupazione è prevista leggermente in calo dal 12.6% al 12%; il debito dovrebbe anch’esso scendere dal 132.6% a circa il 131.8%; si attendono 12 miliardi, utili per scongiurare le clausole di salvaguardia, dalla lotta all’evasione e si attende maggior flessibilità europea, consentendo di arrivare al 2.2% nel rapporto deficit/pil anziché all’1.8% da piano di rientro, liberando così circa 6 miliardi, ma ciò costringendo ad innalzare il deficit ed a rimandare ancora una volta il pareggio di bilancio, spostato al 2018. Questi ultimi provvedimenti, riportati nel Def, dovranno essere vagliati dalla UE a metà ottobre, e non è automatico che vengano accettati, conoscendo l’attaccamento Europeo ai parametri, anche se la tragedia dei migranti viene tristemente a supporto delle richieste di maggior flessibilità.

L’errore che la politica non deve commettere è concentrarsi, crogiolandosi con questi dati, solo sulle riforme istituzionali, perché, se pure si potrebbe dire che l’Italia sia migliorata nei parametri, la situazione globale è in rallentamento e poco serve un lieve miglioramento italiano in un contesto in frenata. A fare monito di ciò è stato anche il G20, che vede rischi nel rallentamento delle economia emergenti (il Pil globale è stato rivisto al ribasso), a cominciare da Brasile (dove  per la recessione molti avanzano la necessità di dimissioni della Presidente Blanchè) e Cina (alle prese con una crisi finanziare profonda), con il conseguente calo di consumi globali, e nella fattispecie di materie prime non energetiche. Anche le odierne elezioni Greche devono mantenere alta la tensione, perché, nonostante il silenzio di queste ultime settimane, rimangono importanti per delineare il destino europeo.

Come si è spesso detto quindi, va bene stare attenti al nostro piccolo giardino privato, ma senza mai abbassare lo sguardo da un orizzonte ben più lontano e travolgente, tremendamente connesso ai fatti di casa nostra ed influente per la nostra economia.

20/09/2015
Valentino Angeletti
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Il caso Azzollini mina (ancora di più) le fondamenta del PD

Il voto contro la carcerazione di Azzollini per l’accusa di concussione in merito alla crack da 500 milioni di € della clinica pugliese “Divina Provvidenza” (qualora non fosse stato ascoltato si sarebbe detto pronto “a pisciare in bocca ad una suora che gestiva la struttura”), è stato un episodio che ha certamente rafforzato il Governo, o meglio l’alleanza Renzi – NCD, e contemporaneamente ha indebolito ancora di più la struttura storica e l’ispirazione valoriale del PD, inteso come “Ditta bersaniana”.

Il Governo ne esce rafforzato, o quantomeno è stato scongiurato il rischio di ritorsioni del NCD durante i passaggi parlamentari o voti di fiducia, poiché il salvataggio di Azzollini, quota NCD appunto, ha confermato il legame Renzi – Alfano e, a ben vedere, ha dimostrato la necessità numerica per il Premier di poter contare sull’apporto del nuovo centrodestra, anche e soprattutto, per disinnescare alcune frange interne ai Democratici.

Internamente al PD, invece, l’indebolimento è evidente, ed è sottolineato dalla diversità di vedute dei due vicesegretari, Debora Serracchiani, ex bersaniana ed ora renziana di ferro, e Lorenzo Guerini. La prima si è detta arrabbiata e delusa dall’esito del voto, se fosse stata Senatrice avrebbe votato per l’arresto, ha dichiarato, mentre il secondo ritiene che l’aver lasciato libertà di coscienza sia stata la giusta scelta, visto che le carte processuali sono state consegnate ad ogni Senatore e che pertanto ognuno ha potuto elaborare una propria idea.
Nel PD però sembra che siano stati disattesi, per mantenere l’appoggio NCD, i concetti di valore etico e questione morale nella politica, tipicamente ascrivibili alla sinistra che fino a poco tempo fa voleva essere rappresentata dal PD. Inoltre il Partito Democratico ne esce indebolito anche agli occhi dell’elettorato, perché è stata data la netta sensazione del voler mantenere uno status quo di privilegio (anche la possibilità di opporsi alle decisioni del potere giudiziario sono tipiche esclusivamente della politica) che prevarica la legge e la magistratura. In altre parole la classica sensazione che, al di là di tante belle parole ed intenti encomiabili, alla resa dei conti, quando v’è da dimostrar il verbo con la sostanza, non vi siano reale volontà ed interesse di una virata verso la rettitudine.

In Sede parlamentare poi, pur considerando che la nascita del movimento filo-governativo per le riforme, ALA di Verdini, nonostante crei malcontento nei Dem, conferisce ulteriore margine al Governo Renzi, si attendono aspre battaglie con la minoranza interna. Non sono le opposizioni esterne, ma il PD stesso quello che più può far vacillare il Premier ed il Governo. Per garantirsi la copertura parlamentare di NCD ed ALA, oltre al garantismo, senza se e senza ma, nei confronti di Azzollini, le riforme (sia costituzionali che economiche) dovranno avere un certo stampo (ed infatti fino ad ora il NCD è riuscito ad ottenere la realizzazione di punti tipicamente parte del proprio programma, nonostante i numeri elettorali non dessero loro alcuna speranza di farsi valere), che difficilmente potrà essere condiviso dalla minoranza DEM di Bersani, Cuperlo, D’Attorre, Gotor ecc.

Risulta chiara, e Uscita di Verdini in favore del Premier, la deriva centrista, sui programmi e sulle questioni etiche e morali, del PD, andando così a snaturare quelli che sono stati i suoi capisaldi fino a qualche gestione fa.

Il bivio è sempre il medesimo per gli “intrusi” di questo moderno PD, multinazionale, multi facce e decisamente “general purpose”: o essere relegati all’insignificanza nascondendosi dietro l’illusione di voler/poter cambiare le cose internamente, imponendo una qualche linea di pensiero, ma dando tanto l’impressione di un legame indissolubile con lo scranno (anch’esso così mal visto da alcune ideologie di sinistra), o rischiare “di tasca propria” e cercare di portare avanti, sicuramente altrove, le proprie idee.
Come recita un famosissimo film: “pillola rossa o pillola blu?”.

30/07/2015
Valentino Angeletti
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L’uscita di Verdini da Fi e lo schieramento in favore del Premier. Quali conseguenze?

Distogliendo un attimo lo sguardo dal panorama europeo, dove a catalizzare l’attenzione è la vicenda greca, e rivolgendolo all’interno dei confini nostrani, un elemento importante che ha caratterizzato la scena politica di questi giorni è stato senza dubbio l’uscita di Denis Verdini da Forza Italia.

Verdini è un “berlusconiano” di lungo corso, anche se, per la sua influenza, non faremmo torto a nessuno se dicessimo che forse è Belusconi ad essere stato un po’ verdiniano. Il factotum toscano è stato un pilastro di Forza Italia praticamente dalla sua nascita, fedelissimo al Cavaliere  e di estrema utilità al partito, che ha servito mettendo a disposizione tutta la sua rete di conoscenze, la sua indubbia influenza, nonché il suo acume politico. Verdini era stato uno dei principali sostenitori del patto del Nazareno, anche rischaindo di creare fratture interne con quegli esponenti di Fi che non avrebbero voluto trattare con Renzi. Da ciò si desume, una volta in più, la sua arguzia: egli aveva capito che Renzi in quella fase storica e per molti anni ancora, sarebbe stato il leader incontrastato, essendo scarno e disorganizzato il panorama degli oppositori. Nonostante ciò Verdini aveva anche intuito che probabilmente, per le politiche che era intenzionato a proporre e per la natura stessa, storicamente conflittuale, del PD, il Premier avrebbe avuto alcune difficoltà interne, cosa poi verificatasi, e quindi necessità di un supporto esterno. Il supporto sarebbe venuto proprio dal vituperato Patto del Nazareno. Rimane vero il vecchio adagio: “se non puoi sconfiggere il nemico, fattelo amico”. Se il Patto del Nazareno per le riforme fosse andato avanti indisturbato, Fi avrebbe potuto godere di spazi politici che i semplici numeri elettorali non le avrebbero mai messo a disposizione. Avrebbe potuto prendere tempo, sostenendo l’operato del Governo, per riorganizzarsi internamente, rinnovare i dirigenti, creare una linea politica attualmente assente, trovare un reale leader dal carisma e dalla verve comunicativa di Renzi (o prima di lui del Berlusconi dei tempi d’oro, del resto tra i due la somiglianza è lampante, quasi imbarazzante).

A rompere i piani di Fi si è palesata però l’elezione del presidente della Repubblica. L’appoggio di Renzi a Sergio Mattarella, osteggiato invece da Forza Italia e da Berlusconi in particolare, è stato il pretesto per sciogliere il patto. Da quel momento in poi sia il PD di Renzi che Fi si sono indeboliti, ma ad avere la peggio è senza dubbio stato lo schieramento di centro destra. Per il PD la rottura del Nazareno avrebbe comportato il dover lottare internamente, ed eventualmente cercare supporto esterno (ma NCD è forza di governo e sta ottenendo riforme decisamente allineate al loro programma, nonostante numeri decimali) estemporaneo, per le riforme più delicate e divisive. Ne abbiamo avuto riprova col JobsAct o con la riforma della Scuola solo per citare le più chiare, ma ne avremo ulteriore evidenza quando sarà la volta dei diritti civili. Per Fi invece, la fine del Nazareno coincide con il suo ritorno nell’irrilevanza, surclassata com’è da M5S di quasi un 10%, ma anche dalla Lega Nord, vero fulcro attuale dei movimenti di centro destra.

L’impossibilità di Fi di riprendere importanza nella scena politica, complici anche le fuoriuscite di Bondi, Cicchitto, Repetti ed altri nomi illustri, la rottura interna con Fitto, le costanti divergenti vedute con la Rossi, è stata immediatamente limpida a Verdini.

La strategia dichiarata del toscano era quella di appoggiare il il piano di riforme del Governo, sicuro della sua forza, spuntando cessioni che vista la caratura del personaggio, Verdini, non sarebbero state banali. L’idea però non ha più coinciso con quella di Berlusconi. Per questa differenza di vedute Verdini ha deciso, durante una cena i cui toni non dovrebbero esser stati proprio gioviali, di lasciare Fi e creare un gruppo parlamentare.

I membri ascrivibili all’entourage verdianiana oscillano tra 10 e 13, il loro peso potrà essere determinante, non tanto alla Camera, quanto al Senato, dove il Governo si trova a lottare “alla giornata”. Tale circostanza potrebbe far pensare che il Premier, forte dell’appoggio del nuovo gruppo, ne esca rinforzato nelle partite per le riforme. In realtà la fuoriuscita di Verdini ed il suo posizionamento dichiaratamente in favore del premier, potrebbe essere un coltello con lama a doppio taglio. La Minoranza Dem, infatti, non digerisce di buon grado l’apporto esterno verdiniano, da una parte per l’avversione nei confronti del personaggio, nemico politico fino a pochi istanti prima, dall’altra perché per il suo supporto potrebbero doverglisi concedere vantaggi in determinati impianti di riforme. La mossa di Verdini potrebbe dunque rischiare di accelerare quel processo, se non di disgregazione, di indebolimento interno del PD, da tempo evidente, già iniziato e concretizzatosi con le uscite di Cofferati, Civati e Fassina. L’Ex (dopo aver dato le dimissioni) Capogruppo alla Camerda del PD, Roberto Speranza, convinto oppositore dell’alleanza con Verdini, sostenendo che ciò rallenterà il cambiamento dell’Italia, ha twittato:

Tweet Speranza 25/07/15Chiaro è che il clima interno al PD sia sempre più incandescente e si fatica a capire come possano credere ancora nella loro Ditta, rivoltata come un calzino dal Marchionne toscano della politica, il buon Bersani e Cuperlo.

Forse dell’indebolimento e del progressivo, lento, sfaldamento del PD si giova proprio Denis Verdini, che tutt’altro che stupido, potrebbe aver previsto e cercato di forzare la reazione Dem col fine ultimo di convergere verso un grande partito della Nazione, una sorta di nuova DC, concetto a cui i toscani Matteo e Denis sono molto legati.

Benché non un pilastro nè un architrave, lo sparuto gruppo do Verdini potrebbe candidarsi a mattoncino del nuovo grande partito della Nazione. Il gruppo, pur piccolo numericamente, di sicuro ha una certa influenza politica e mettendo a disposizione le reti di contatti e conoscenze, potrebbe essere un importante supporto per il progetto “Partito unico della Nazione”.

25/07/2015
Valentino Angeletti
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Dubbi su Greferendum: se Atene piange, stavolta Sparta (Merkel) sorride

Il termine è scaduto, ma al momento tutto è ancora in stand-by e quale sia il destino della Grecia tra default controllato, default, uscita dall’euro, accettazione del piano UE o viceversa imposizione delle proprie richieste alla Commissione, è ancora un mistero, nonostante il rating sovrano portato a “Selected Default”.

La data, entro la quale il rimborso all’FMI di 1.6 mld avrebbe dovuto essere restituito, è stata oltrepassata senza corrispondere la somma. Ad oggi, nessuno sa ancora come comportarsi e ciò è segno di assoluta impreparatezza dei leader che da svariati anni hanno condotto le trattative, esacerbandole fino a questo epilogo. Di sicuro si sa che negoziati e gli incontri continuano, quasi come se la scadenza tutto sommato contasse il giusto. C’era da aspettarselo, perché fino alla fine ognuno ha pensato che la controparte, sotto la pressione del “timing”, avrebbe ceduto. Addirittura anche l’Italia, fino ad ora inconcepibilmente assente dai summit di primaria importanza, pare essere maggiormente coinvolta, anche se in modo tardivo e quando la voce in capitolo che può avere, è pressoché nulla. L’elemento al quale si può addurre, ma non esclusivamente, questo terzo tempo è il referendum che Tsipras ha indetto per il 5 luglio. Un referendum non sull’Euro, moneta che oltre il 65% dei Greci vuole mantenere ed entro la quale lo stesso Tsipras è convito di restare per ovvie ragioni di sopravivenza, ma se accettare o meno il piano proposto dall’UE.

La conformazione del referendum è stata fin da subito strana, innanzi tutto si concede di votare, su una materia altamente tecnica e complessa che vede anche fior di esperti divisi nelle opinioni, ad un popolo in balia della povertà e del disagio, quindi forse non completamente lucido. Detto ciò, va bene ed è giusto così, perché si tratta di democrazia ed analogo ragionamento può essere applicato a qualsivoglia di forma di democrazia “consultiva diretta” e quindi a qualsiasi votazione (questioni etiche in primis). Quel che ha lasciato più dubbi però, è l’assenza di un testo, che abbia corso di validità al momento del voto, su cui, appunto, il popolo dovrebbe pronunciarsi.

A Tsipras, fino ad ora, va dato atto di aver perseverato, seguendo sue idee e valori, senza cedere ed incondizionatamente. Condivisibili o meno le ragioni del Premier ellenico, gli vanno riconosciute una forza e risolutezza veramente non comuni, almeno dalle nostre parti, dove il panorama politico (non tutti i politici per carità, persone di valore si trovano anche nei palazzi del potere, ma in genere gli è impedito di agire in autonomia) è mediamente popolato da personaggi più “cedevoli”.

Sul referendum le opinioni sono discordanti: c’è che dice che Tsipras stia scaricando decisioni in capo alla politica sul popolo per lavarsi le mani in caso di sconfitta; c’è invece chi sostiene che sia un paladino della democrazia e della libertà.

In questa fase più concitata però, sembra che Tsipras sia vittima di timori, paure e perplessità. Parrebbe che abbia fatto una controproposta all’UE, sulla base di quella a sua volta ricevuta dalle istituzioni, a meno di 5 modifiche. In caso di accettazione il Primo Ministro di Atene sarebbe disposto a ritirare il referendum.

Questa mossa sembra davvero, e non il referendum in se, un tentativo di salvarsi in extremis, potendo tornare in patria e dire di aver strappato alla commissione molte, o le più importanti, dipende da come vorrà impostare il messaggio comunicativo, delle concessioni promesse in campagna elettorale.

In caso di referendum (Greferendum) invece, Tsipras potrebbe temere di uscirne sconfitto qualsiasi sia l’esito. Sicuramente sconfitto e forse con le dimissioni in mano in caso di “Sì” al programma UE, ma ora, anche in caso di vittoria dei “No”, v’è una ipotesi non considerata dal PM Greco a valle del lancio del voto popolare, ossia l’uscita della Grecia dall’Euro e non il “semplice” cambio di politica economica dell’Unione. Del resto le istituzioni UE, e con esse tutti i leader politici, hanno impostato la campagna per il “Si” sul piano del terrore per una GrExit che getterebbe la Grecia in una povertà solitaria (ma vanno anche considerate le reazioni di USA, Cina, Russia, Turchia). Se questo fosse lo scenario ne conseguirebbe che il risultato di Tsipras, e del referendum in ultima istanza, sarebbe stato quello o di non aver capito che il popolo greco era disposto ad accettare altra austerità (improbabile), oppure di aver gettato, con una nuova Dracma, la popolazione in povertà aggiuntiva rispetto a quella già presente (svalutazione del 30-50% dei patrimoni).

Stavolta, se Atene piange, Sparta ride, non a squarciagola, ma sorride. Sparta è la Merkel, probabilmente nell’ombra di Schauble, che avendo capito il rischio che Tsipras corre, e supponendo che possa valere da esempio per altri “spericolati pifferai”, pretende che ormai la Grecia vada fino in fondo con il Referendum, e da lì in poi si imposteranno, sulla base dei risultati, nuove trattative. Per la Merkel, in caso di “Sì” non vi sarebbero problemi (Tsipras sconfitto), in caso di “No” si riaprirebbero i negoziati, stavolta però con in mano delle istituzioni i documenti pronti per una GrExit, da sventolare sotto il naso di Tsipras qualora continuasse la sua inamovibilità.

A prescindere dalla posizione, come al solito interessata, del Cancelliere tedesco anche a Tsipras, giunto a questo punto, conviene portare il referendum fino in fondo. Anche lui ha tirato moltissimo la croda e cedere in questa fase sarebbe il peggior segno di debolezza, a meno di non ottenere condizioni eccezionali per il popolo greco, ipotesi neppure concepibile.

Purtroppo in tutto ciò, molto avvincente per appassionati di economia e politica (come me), si dimentica che l’obiettivo da perseguire dovrebbe essere il rafforzamento e la protezione degli interessi Europei, per una Unione differente, più solida, competitiva e prospera, ma tutto ciò non è mai stato realmente tenuto in considerazione.

30/06/2015
Valentino Angeletti
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