Archivi tag: pressione fiscale

La lotta dei dati tra Governo ed istituti di statistica

Con l’ultima serie di dati del 2014 diramati dall’Istat riguardanti lo stato economico dell’Italia, l’istituto di statistica ha aperto la manopola dell’acqua gelida sulle nude spalle del Governo proprio in un momento in cui l’Esecutivo cercava di infondere la sensazione che l’inversione del trend economico negativo fosse ormai alle porte cercando tra l’altro di supportare la tesi con elementi numerici, vale a dire dati.

Il Governo aveva enumerato in 79’000 i nuovi contratti a tempo indeterminato derivanti dai primi due mesi di decontribuzione fiscale triennale per le aziende in caso di instaurazione di un rapporto a tempo indeterminato (link). Dopo poco si è poi intuito e verificato che molti di essi erano trasformazioni di partite IVA, contratti precari o determinati già in essere, in seguito si è poi fatto notare come quel numero andrebbe confrontato con le cessazioni di contratto del medesimo periodo. Da ciò il risultato è stato che in gennaio e febbraio i nuovi contratti indeterminati sono stati 79’000 le cessazioni circa 40’000, dei 39’000 rimasti le trasformazioni sono state oltre il 50% andando quindi a ridurre il numero di nuovi posti di lavoro, elemento di maggiore interesse.

Effettivamente questo è avallato dai rapporti Istat che indicano una diminuzione degli occupati ed un aumento dei disoccupati e degli inattivi cioè coloro che non sono impegnati in cerca di occupazione, nonostante siano inoccupati.

La spesa pubblica secondo Ministero delle Finanze ed Istat è aumentata, portando il rapporto deficit/PIL di nuovo al limite europeo del 3% con i rischi di vedere ridurre i margini di flessibilità applicabili all’Italia e soprattutto lo scatto delle clausole di salvaguardia su IVA ed accise che sarebbero un colpo da KO ai consumi e probabilmente anche alle entrate fiscali del governo centrale ed enti territoriali, conformemente a quanto asserito dalla teoria di Laffer e dalla sua famosa curva, mai dimostrata ma sempre verificata nei fatti come una congettura matematica. Ciò va in netta contrapposizione all’obiettivo apertamente espresso dal Governo di tagliare la spesa ed i costi centrali e locali, operazione che avrebbe consentito di evitare le temibili clausole inserite nel DEF.

Le retribuzioni medie si attestano su 20’600 € per i dipendenti e 17’650 per gli imprenditori, 16’280 per i pensionati e 35’660 per i lavoratori autonomi. I livelli sono i più bassi tra i paesi “industrializzati” con un costo della vita confrontabile. Interessante è il divario tra i dipendenti e gli imprenditori in favore dei primi rispetto ai datori, il che è probabile che indichi una forte tendenza all’evasione. Le dichiarazioni dei redditi oltre 50’000 € sono il 5% del totale mentre coloro che dichiarano oltre 300’000 € sono solo 30’000. Nonostante quindi le intenzioni di redistribuzione del reddito avanzate dall’Esecutivo, tale redistribuzione (necessaria da tempo, Link) non è ancora avvenuta, anzi pare che il divario sociale stia pericolosamente aumentando andando a tendere verso una situazione in cui i super ricchi lo diventano sempre di più mentre i poveri aumentano, diventano sempre più poveri ed includono anche ex membri della classe un tempo media ed agiata ora in via di estinzione.

La pressione fiscale è salita al 48.3% con il picco oltre il 50% a fine anno. Il numero di contribuenti è diminuito di 425’000 unità di cui 334’000 lavoratori dipendenti, al contempo anche i pensionati sono diminuiti di 168’000 unità. Ciò conferma l’aumento della disoccupazione e la diminuzione dei contribuenti fa si che coloro che pagano realmente il fisco debbano accollarsi percentuali ancora superiori al 50%. Se poi si considera che l’80% della pressione fiscale ricade su dipendenti e pensionati che hanno aliquote fisse in proporzione al reddito, mediamente basso e non eludibile, ne segue che la pressione sui piccoli artigiani, partite IVA, commercianti, autonomi, imprenditori che hanno l’onesta di onorare all’erario tutto il dovuto arriva a percentuali molto superiori al 50% fino al 68-70%. Anche in tal caso il dato è in conflitto con le dichiarazioni del Governo, secondo cui, principalmente a causa degli 80€, la pressione fiscale è sensibilmente diminuita. Per l’Istat invece gli 80€ sono ascrivibili alla spesa pubblica e non una riduzione della tassazione. Inoltre anche se il bonus Irpef fosse considerato sgravio fiscale, sarebbe limitato ad una stretta platea di contribuenti, andando ad escludere nuovamente autonomi, professionisti, artigiani che rimangono coloro i quali, se onesti, pagano di più, e pure pensionati.

Ora va detto che i dati, per tutti coloro che sono abituati in qualche modo a trattarli, e siamo la maggior parte delle visto che ci confrontiamo quotidianamente con loro, da una semplice bolletta alla costatazione dell’aumento dei prezzi nel supermercato sotto casa, sono elementi incontrovertibili, oggettivi, quasi assiomatici, indiscutibili. Vi è poi la loro interpretazione che può variare. Per fare un banalissimo esempio l’aumento del costo del caffè al bar può essere imputato alla bramosia del barista oppure si può ipotizzare che il fornitore di caffè abbia aumentato il costo della materia prima e così il barista abbia optato di preservare il proprio margine accollando l’aumento sul consumatore finale. L’oggettività del dato, ossia l’aumento di prezzo della bevanda, non è in discussione, è una costate.

Quello che invece spesso accade, come in questo caso, tra il Governo e vari istituti come Istat, camere di commercio, patronati del lavoro e via dicendo, che per mestiere forniscono dati, è che si discuta la veridicità del dato stesso o delle metodologie. Cosa incomprensibile visto che si sta parlando di istituti professionali.

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca diceva un saggio e vista la frequenza di letture discordanti e rilevazioni presentate in modo sospettosamente parziale sembrerebbe quasi che si voglia presentare, peraltro con eccessiva faciloneria, una situazione molto migliore di quella che è nella realtà dei fatti. Mai come ora è necessario che il Governo sia chiaro con i cittadini i quali hanno già perso la fiducia nelle istituzioni e sono ormai predisposti, non proprio a torto visti i precedenti, a pensare male. L’esecutivo non può permettersi di poter essere sospettato di voler ingannare una popolazione che finora è stata la sola a dover accollarsi il peso della crisi: questi cittadini vanno rispettati e messi di fronte alla verità, bella e brutta che sia. In caso contrario la fiducia calerà ancora e non sarà più recuperabile. Detto ciò poi l’Esecutivo non può pensare che in condizioni di pressione fiscale, occupazione, evasione simili sia possibile parlare di inizio della ripresa, siamo ancora ben lontani dalla vera ripresa nonostante congiunture macroeconomiche momentanee potenzialmente molto favorevoli. Indispensabile è dunque evitare innanzi tutto le clausole di salvaguardia, lottare l’evasione e dare il via a vere politiche per il lavoro e di redistribuzione delle ricchezze. Le vie per conseguire simili obiettivi ci sono, sono note e ripetute da tempo, sono molteplici, ma tutte necessitano di quella volontà politica fino ad ora latitante e la cui assenza ha contribuito ad aggravare lo stato di crisi già di per se drammatico per quanto il corollario globale ha imposto con violenza.

 

03/04/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Dati Istat Q3 in chiaro scuro e possibili effetti (pessimi) della stretta BCE sui criteri Basilea

moneyA causa dei drammatici fatti di cronaca che si sono verificati in queste ultime ora l’economia è passata giustamente un po’ in secondo piano, ma proprio i giorni scorsi l’Istat ha diramato i dati relativi al terzo trimestre 2014 nel nostro paese. Per approfondire suggerisco di consultare il sito ISTAT oppure leggere i seguenti articoli che offrono una panoramiche abbastanza esauriente dei responsi dell’Istituto di Statistica.

Come ogni serie di dati la lettura lascia spazio a differenti interpretazioni e, come spesso accade, quelli emessi presentano aspetti in chiaro scuro, con alcuni elementi positivi mentre altri decisamente meno.

Da un certo punto di vista è incoraggiante l’incremento del potere d’acquisto delle famiglie, cresciuto dell’ 1,9% nel terzo trimestre del 2014 rispetto al trimestre precedente, e dell’1,5% rispetto al terzo trimestre 2013. Conseguentemente è aumentato anche il reddito disponibile delle famiglie cresciuto nel III trimestre dell’1,8% rispetto al trimestre precedente e dell’1,4% rispetto al corrispondente periodo del 2013. I buoni dati però non devono trarre troppo in inganno perché le dinamiche di una inflazione (giunta a deflazione) in forte calo nell’anno 2014 in tutta Europa ed in particolare in Italia hanno comportato il calo dei prezzi dei beni di consumo contribuendo al maggior potere d’acquisto dei consumatori ed offrendo la possibilità di accantonamenti, ulteriormente favoriti dal drastico calo del prezzo del greggio il quale incide sul costo degli energetici, dei carburanti coinvolti anche nella filiera del trasporto dei prodotti finiti quindi in grado di incidere, in tal caso al ribasso, sul prezzo allo scaffale e sulla catena di produzione di certi materiali, beni e prodotti influenzandone il costo. Un contributo agli accantonamenti potrebbe derivare anche dal bonus di 80€ entrato a pieno regime, ma ritengo che essi siano stati spesi per bollette, debiti, mutui, impegni pregressi e consumi di primissima necessità. I consumi al palo segnano la generalizzata sfiducia, e questo è il rovescio della medaglia, che pur in periodi di bassi prezzi spingono i consumatori a non spendere in attesa di momenti migliori e questo è un altro elemento costituente della dinamica deflattiva che sta coinvolgendo il vecchio continente. Gli 80 € suppongo che principalmente non siano stati accantonati bensì, come detto, spesi, ma il loro impiego è stato controbilanciato in modo molto superiore dalla riduzione dei consumi di coloro che non ne hanno beneficiato, come indigenti che hanno ridotto, se possibile ulteriormente le proprie spese lesinando anche sull’irrinunciabile, ma soprattutto pensionati, partite IVA, commercianti, artigiani, e tutta quella “middle class” in erosione con un reddito annuo oltre i 26’000 € che ha ridotto drasticamente i propri consumi, essendo venute meno le convinzioni di agiatezza economica conquistate, ad un certo punto quasi scontate ed ora rimesse in discussione con grande sentimento di sfiducia e sconforto, freno indiscusso alla propensione alla spesa; anche le classi superiori e tutt’ora agiate, senza entrare nel dominio dei ricchi e milionari i cui consumi di lusso tengono, hanno certamente ridimensionato il budget dedicato alle spese per incrementare quello bancario. Il senso di sfiducia è testimoniato anche dall’assenza di interesse per gli investimenti finanziari ai quali è preferito il conto bancario classico a remunerazione nulla

Se comunque il maggior risparmio delle famiglie è un bene, difficilmente si può dire altrettanto sull’incremento della pressione fiscale che ha raggiunto il livello nel terzo trimestre del 2014 del 40,9%, 0,7 punti percentuali in più rispetto allo stesso periodo del 2013. Nei primi 9 mesi dell’anno scorso invece la pressione fiscale è calata di 0,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2013. Le tasse hanno contribuito ad un leggero miglioramento del saldo primario (indebitamento al netto degli interessi passivi) che è risultato positivo dello 0,8% rispetto al PIL (-0,5% rispetto all’1,3% Q3 2013). Nei primi 9 mesi dell’anno il saldo primario è stato positivo e pari allo 0,9% del Pil contro l’1,4% dello stesso periodo del 2013.

Decisamente male è il rapporto Deficit/PIL: +0,2% punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2013 raggiungendo +3,5%. Nell’intero Q3 2014 il rapporto è stato del 3,7%, +0,3% punti percentuali rispetto a quello misurato nel Q3 2013. Ricordiamo l’obiettivo di fine anno di mantenere il rapporto entro il 3%, valore che riteniamo essere stato sicuramente rispettato al termine del Q4, come evidenzieranno le prossime informative Istat, grazie agli anticipi (incrementati dalle varie finanziarie) delle tasse relativi al 2015, ai minori interessi sul debito scaturiti da spread bassi, al maggior gettito fiscale, al pagamento dell’IMU (ma ahinoi non, o solo in minima parte, dal taglio della spesa pubblica). L’alto livello e l’incertezza della tassazione sono altri elementi di sfiducia e che si oppongono agli investimenti privati ed all’attrattvità del nostro paese assieme alla burocrazia. La prassi di rincorrere affannosamente negli ultimi mesi gli obiettivi senza pianificazioni di lungo termine è tipica dell’approccio economico italiano e decisamente deleteria, da cambiarsi al più presto. Essa è come lo studente che invece di uno studio approfondito, regolare, che consenta di digerire concetti e nozioni, si avventa sui libri a due giorni dall’esame con uno studio matto e disperatissimo, ma non perché animato dalla leopardiana passione per le materie, ma perché esageratamente in ritardo e disorganizzato. L’esame poi potrà anche essere superato o per fortuna o per le mal riposte capacità dello studente, ma alla lunga il metodo non paga ed infatti la Commissione Europea, avendo già degli allarmi sullo stato dei conti italiani, ha rimandato a marzo il giudizio sulla legge di stabilità con a corredo una serie di ultimatum più o meno impliciti. L’avere un saldo primario positivo è un dato di fatto ed è un merito, ma gli interessi sono presenti, vanno pagati e sono relativi ad un debito contratto negli anni addietro per una gestione dissennata dei conti pubblici che nessuno ci ha imposto di contrarre ed ora le conseguenze, delle quali si aveva già piena conoscenza sapendo che si sarebbero riversate sulle spalle delle nuove generazioni, sono sotto gli occhi di tutti.

Un elemento che caratterizza la sfiducia nel futuro innegabile in questo periodo e la propensione al risparmio è anche l’assenza di richieste di credito alle banche per mutui; il mercato immobiliare sta subendo, tralasciando gli immobili di pregio in zone centralissime delle grandi città, un continuo calo confermato negli ultimi mesi e la cui tendenza non sembra aver intenzione di invertirsi. La richiesta di credito bancario sia per privati che per aziende è scarso e considerando il dominio delle attività imprenditoriali testimonia il perseverare della tendenza a non investire che rappresenta un elemento di blocco alla ripresa economica europea. In tal direzione infatti si dovrebbero dirigere (al momento con la sola poca forza del piano Juncker) le politiche europee dietro i moniti degli istituti principali, dall’FMI alla Banca d’Italia passando dalla BCE. Il credito però rischia di essere ulteriormente stretto dalle banche a causa degli aggiornamenti della BCE. La Banca Centrale ha stretto ulteriormente i criteri di Basilea che impongono un adeguato livello di patrimonializzazione alle banche in modo di garantire la loro solidità. A 15 banche italiane sarebbe stata inviata una lettera che le avverte di dover incrementare il loro patrimonio (Core Tier), o meglio il rapporto tre il loro patrimonio e le attività di investimento con un margine di rischio (pesato), perché attualmente insufficiente. Questo incremento può avvenire in alcuni modi: attraverso aumenti di capitale che però le nostre banche non possono percorrere in quanto lo hanno già fatto pochissimo tempo fa e la risposta del mercato ad una nuova richiesta di denaro potrebbe non essere positiva (potrebbe sempre subentrare la mano statale); attraverso operazioni di M&A che ritengo animeranno i prossimi mesi; attraverso la riduzione delle attività finanziarie rischiose. L’ultima via sarà senza dubbio la più battuta, ma nasconde una importante quanto perversa insidia, ossia secondo le regole della BCE il rischio relativo ad attività prettamente finanziarie come l’uso di derivati ed hedge founds è inferiore rispetto alla concessione di credito ad aziende e privati (i classici mutui, prestiti e finanziamenti).  Ne potrebbe conseguire che per ridurre il rischio delle attività speculative in senso lato (finanza e credito), e quindi il rapporto tra patrimonio ed impieghi potenzialmente rischiosi, vengano spostate risorse dal credito alla finanza oppure direttamente chiuse e spostate ad accantonamento liquido e questo potrebbe essere fatto anche con gli eventuali QE (che dovrebbero mantenere un vincolo sul loro impiego a sostegno dell’economia) messi in atto dall’Istituto di Francoforte, annullandone così il potenziale, ma non scontato, effetto benefico.

La sicurezza bancaria ed i meccanismi di salvataggio controllato sono sicuramente elementi fondamentali per l’Unione Europea della condivisione dei rischi e benefici e della cooperazione a cui si dovrebbe puntare, vanno normalizzati ed armonizzati in tutta l’UE e non si deve permettere che istituti privati vengano salvati a carico dei contribuenti, ma ciò non può collidere con un elemento chiave per lo sviluppo e l’innovazione dell’economia e delle aziende del vecchio continente. Chiaramente questi nuovi modelli economici impongono la ricerca di credito anche in altri modi, come cartolarizzazioni e bond societari anche per piccole imprese, quotazioni in borsa facilitate e capacità di attirare venture capital da privati in modo da svincolarsi parzialmente dal credito bancario di vecchia concezione, ma questo elemento rimarrà comunque importante e le regole, che devono garantire giustamente la solidità del sistema finanziario continentale, non possono ostare palesemente con una delle principali attività degli istituti. Essi dovrebbero rivolgersi sempre più all’economia reale e meno alla finanza (la divisione delle due attività sarebbe una soluzione da valutare attentamente). Sarebbe bene quindi che la BCE riveda, se non i criteri di Basilea già in precedenza allentati in modo da risparmiare alcuni istituti tipicamente nordici e tedeschi, l’attribuzione del rischio alle varie attività finanziarie che attualmente, prediligendo la finanza speculativa a quella del credito, è ad appannaggio del sistema bancario nordico più azzardato con le leve nei propri investimenti rispetto a quello mediterraneo più orientato al credito e che comunque deve migliorarsi drasticamente nel definire prima di concedere un credito, il rischio relativo a quell’impiego, evitando i favoritismi a vecchie conoscenze che nel nostro paese hanno comportato numerosi scandali bancari.

11/01/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Invettiva verso un atteggiamento che in Italia tutto ostacola

Con leggero ritardo anche la Confcommercio ha ridotto le stime di crescita del PIL Italiano portandole dallo 0.5% allo 0.3% per il 2014, mantenendo la previsione per il 2015 allo 0.9%. La rettifica non sorprende e segue quella del FMI e del Codacons. Al momento solo il Governo pare non essere intenzionato, forse attendendo i dati ufficiali sulla crescita nel Q2, a rivedere la stima sul 2014 fissata a 0.8%, che, ricordo, fu definita pessimistica, di caso peggiore, dal Ministro Padoan solo qualche mese fa e che ora è lo stesso Premier Renzi a dichiarare difficilmente raggiungibile, pur chiosando (durante un’intervista a Friedman) che una crescita di 0.3%, 0.5%, 1% o 1.5% non farebbe alcuna differenza. L’affermazione probabilmente si riferisce al solo 2014 e vuole essere rivolta allo stato delle famiglie, come per dire che nell’immediato le famiglie non se ne renderebbero conto, rimane però imprecisa e superficiale perché quando ad ottobre si dovrà redigere il documento di economia e finanza e si dovranno verificare i parametri europei le differenze di PIL possono valere fino a 15-16 miliardi con conseguente ripercussione sui provvedimenti da adottare che inutile dire essere strettamente collegati alla pressione fiscale.

Proprio il dato sulla pressione fiscale risulta essere quello più sconvolgente, raggiungendo il primato assoluto del 53,2%, tale da superare Danimarca (51.3%) e Francia (49.5%) i cui livelli di servizi e welfare non sono neppure lontanamente paragonabili ai nostri che definire preistorici è spesso più che calzante. Il dato italiano ovviamente è un dato medio e se quindi per certe categorie di lavoratori l percentuale risulta più bassa, per altre, come artigiani e commercianti può superare il 70% (insostenibile pressoché ovunque).

L’allarme sulla pericolosità di una vessazione così elevata oltre a provenire da Confcommercio era già arrivata dal FMI che annoverava tra le cause di recessione, stagnazione dei consumi, assenza di investimenti internazionali, nazionali, pubblici e privati, proprio il regime fiscale opprimente, così come dall’Europa che consigliava caldamente di spostare la pressione fiscale da famiglie, lavoro, imprese, produzione verso rendite e consumi (aggiungo io in modo progressivo) consiglio solo parzialmente ed incompiutamente perseguito. Gli 80€ in busta paga e l’aumento delle trattenute sulle rendite sono andate in tale direzione, ma la situazione è così grave ed è stata fatta colpevolmente negli anni correre così a largo che senza ulteriori implementazioni risultano essere solo una goccia in un oceano.

In una contesto simile, ulteriore beffa, l’evasore si sente relativamente tutelato, quasi premiato, essendo, e sono parole della nuova Direttrice dell’ Agenzia delle Entrate Orlandi, sanatorie, condoni, scudi il pane quotidiano. L’evasore quindi è portato attendersi un’assoluzione. Ciò detto non è affatto incomprensibile come lo scoramento, il disagio sociale, la sensazione di impotenza fino all’astio ed all’ira possano divenire sentimenti estremamente pervasivi.

Le misure da adottare sul fronte economico sono ben note e qui più volte ribadite tanto che è un insulto ripeterle per l’ennesima volta. Molte in realtà sono già in programma come la spending review di Cottarelli (il quale non mi stancherò mai di ribadire non ha alcun potere attuativo, ma risulta essere un consulente più che un commissario) o le privatizzazioni (ci si augura fatte per conciliare la necessità di reperire risorse con quella di consentire sviluppo ed investimenti a campioni nazionali che sono fondamentali per l’industria e la crescita del paese), ma afflitte dai cornici ed italici slittamenti.

Il punto delle riforme istituzionali è altrettanto importante, una macchina statale agile, snella, efficiente è basilare perché tutta l’infrastruttura funzioni correttamente ed in tempi rapidi, e lo è parimenti per attirare investimenti e capitali esterni, per incrementare fiducia dei partner internazionali governativi e non, per avere l’autorevolezza e la credibilità necessaria a chiedere concessioni (più o meno rientranti nei patti in essere) alle istituzioni europee.

Proprio sulle riforme istituzionali si stanno vivendo momenti di grande tensione, animati da ostruzionismo, blocchi, minacce di Aventino, accuse di autoritarismo, tanto da far slittare di giorno in giorno i lavori parlamentari con la conseguente perdita di tempo preziosissimo. La determinazione di Renzi, che ha evidentemente inserito la riforma del Senato tra le priorità assolute, nel raggiungere l’obiettivo è ammirevole, anche se ciò vorrà dire arrivare fino a settembre inoltrato.

L’ostruzionismo, democraticamente impeccabile, ma drammaticamente infantile quando, come in tal caso, fine a se stesso e quando si possono leggere inverosimili emendamenti come centinaia tra quelli presentati, è più che devastante in un periodo di siffatta urgenza perché innesca una spirale di inazione di cui non c’è affatto bisogno. Esso blocca il processo riformatore della macchina statale, impedisce di allocare le opportune forze e concentrazione sulle riforme economiche, sulle questioni internazionali, sulle vicende europee incluse le nomine ed il semestre di presidenza italiano che ci dovrebbe consentire di dettare l’agenda delle priorità.

C’è da scommettere che quando sarà la volta del confronto sulle unioni civile, altro punto altamente “divisivo” che il Governo ha esplicitamente detto di voler affrontare a stretto giro, nuove fazioni, nuove prese di posizione e nuovi ostacoli sorgeranno arcigni causando il solito lavoro ad intermittenza, le solite vergognose scene nelle onorevoli aule del Parlamento e la consueta dispersione di energie e smarrimento rispetto all’obiettivo finale della ripresa economica che si è tenuti a dover perseguire.

Nel mentre il tempo scorre, il semestre europeo italiano si accorcia sempre di più, le tensioni internazionali che ci toccano geograficamente ed economicamente molto da vicino si acuiscono, ed i dati, cattivi loro, senza azioni mirate e concrete non vogliono proprio migliorare. Sembra che non tutta la politica sia capace, o ne abbia la volontà ovvero l’interesse, di quella la visione strategica e d’insieme necessaria a traghettare l’Italia verso il lungo e tortuoso sentiero del riassetto.

Questa doveva, da almeno 3 anni, essere l’epoca del cambiamento, l’era delle riforme, delle misure shock, il periodo di una collaborazione trasversale extra partitica per implementare un piano di medio-lungo termine che ridesse all’Italia, ed all’Europa, la possibilità di tornare a ricoprire un ruolo economico politico dominante nel mondo globale, invece si sta trasformando, o meglio si sta conservando, come un periodo  di scontri, di frizioni, di accuse, di arroccamenti (e qui il riferimento a tutta quella che è l’industria italiana non è casuale), di prese di posizione partitiche quando non settarie o personalistiche, di violenza verbale, di testardaggini e prese di posizione a volte al limite dell’anacronistico, tutt’altro che quella flessibilità, resilienza, proattività, apertura mentale, visione strategica e pensiero laterale che contraddistinguono tutti leader e tutte le organizzazioni vincenti nel mondo moderno.

Che fare dunque?

Questa è una domanda spinosa, semplice tanto quanto fondamentale, la risposta forse non esiste, di certo andrebbe cambiata la mentalità di taluna classe dirigente e certamente andrà preso un rischio. Per alcuni, anche autorevoli, ormai non c’è più nulla da fare ed il tracollo è mera questione di tempo, per altri sarebbero necessarie elezioni ed un governo forte non di compromesso visto che al compromesso con le larghe intese non si è finora giunti, altri ancora confidano nella discussione e nel dialogo come accade nelle democrazie vere e come sarebbe auspicabile, ma evidentemente l’Italia allo stato attuale non è una democrazia matura a tal punto da produrre confronti negoziali e tavoli di discussione propositivi che portano soluzioni e non solo critiche e muro contro muro; non è matura come non lo sono del resto certi atteggiamenti e certe personalità ai vertici della catena di comando per le quali troppo hanno pagato il paese e noi cittadini.

Quale che sia la soluzione scelta dovrà essere perseguita con determinazione e rapidità fin da subito perché stiamo continuando a perdere troppo tempo con gli eventi che si avviluppano sempre di più senza che l’Italia abbia modo di porvi un freno per puntare ad invertire la tendenza. La diretta conseguenza di un troppo lento procedere non sarà altro che il tracollo politico, istituzionale ed economico.

Link correlato: Volontà di cambiamento? 16/01/2014

 29/07/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Tasse alle stelle, di sicuro mai belle, ma potrebbero essere almeno utili e forse anche appaganti

L’Italia con una pressione fiscale del 44% sul PIL si attesta al 4° posto nella zona Euro ed al 6°, assieme alla Finlandia, nella zona EU preceduta da: Danimarca con il 49,0%, Belgio 47,3%, Francia 46,9%, Svezia 44,7%, Austria 44,6%. La media della pressione fiscale per gli stati che hanno aderito alla moneta unica è del 41.6% mentre scende al 40.5% se si considera l’intera Unione Europea.

Benché il dato sia già decisamente superiore alla media il nostro paese soffre ulteriormente a causa di una pesantissima evasione fiscale che fa si che i reali contribuenti, dovendosi accollare anche gli oneri degli abusivi, paghino ben più del già poco sostenibile 44%, finanche il 68% se si considerano alcune imprese. Inoltre il livello di servizi offerto è scadente se paragonato a quello dei paesi nordici o della stessa Francia e Belgio che ad esempio nel settore dei trasporti pubblici ci staccano in maniera evidente sia per quel che concerne i trasporti nelle grandi metropoli (prendiamo ad esempio la metropolitana di Parigi o i collegamenti tra l’aeroporto belga ed il centro della Città) sia per quel che riguarda la raggiungibilità e la copertura dei piccoli centri, in Italia ormai fuori da ogni possibilità di collegamento se non con mezzi privati; stesso dicasi per lo stato delle strade e delle vie di comunicazione, siano esse a gestione totalmente pubblica o mista pubblico-privato.

Parlando con uno Svedese impiegato nel settore universitario mi ha serenamente detto che per loro il problema della tassazione non sussiste, anzi, la certezza che ogni euro versato all’erario, tra l’altro con un meccanismo realmente progressivo, tornerà in un modo o nell’altro al servizio della collettività li rende orgogliosi contribuenti. Stesso non può dirsi da noi, dove, a volte in modo troppo semplicistico e superficiale, ma dettato dalla sostanziale linearità dell’imposizione e dell’accanimento verso l’ormai ex ceto medio attorno ai 1’800€ al mese, si considerano le tasse solamente un balzello. Logicamente in un paese che se sconfiggesse il 30% dell’evasione avrebbe risolto ogni problema di bilancio e di copertura del debito e dei suoi interessi e dove i soldi pubblici vengono sperperati in mille rivoli e catene di appalti, subappalti, favoritismi, inefficienze, burocrazie e scartoffie, senza che il beneficio ricada sulla collettività, qualche problema a cui mettere rapidamente mano c’è senza dubbio, così come volendo elevarci a livello europeo, il livellamento della pressione fiscale rimane un punto fondamentale di un’unione forte e non viziata da impari concorrenze intestine.

L’ex ministro dell’economia Tommasi Padoa-Schioppa, quando ancora in vita, apostrofò le tasse con l’aggettivo “bellissime” scatenando un oceano di polemiche. Forse definire le tasse bellissime è un poco esagerato, a nessuno piace pagare, ma se il meccanismo contributo-servizio fosse oliato a dovere e facesse ruotare correttamente i propri ingranaggi, magari non belle, ma le imposte potrebbero definirsi almeno utili ed il contribuente potrebbe sentirsi, se non un felice pagante, almeno uno tra i tanti, idealmente tutti, soddisfatto ed appagato perché al servizio della collettività.

Argomenti correlati: Evasione Sopravvivenza

07/12/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Tra emendamenti e scissioni il senso di distacco aumenta

È scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti alla Legge di Stabilità approvata dalla maggioranza composta da PD e PDL. 3’090 sono le proposte di modifica, una cifra impressionante che conferma per l’ennesima volta la viscosità e la pervasività della burocrazia che contribuisce a bloccare il paese mettendolo nelle mani delle tecnocrazie.
Risulta difficile pensare che tutti i quasi 3’100 emendamenti possano essere, nel poco tempo disponibile, analizzati con la dovuta attenzione, così come non è credibile che siano tutti realmente sensati.
Il maggior numero delle proposte è stato per giunta presentato dagli stessi gruppi creatori, solo qualche giorno fa, della legge, ossia PDL con oltre 800 misure e PD con coltre 900; verrebbe quasi da chiedersi se si tratti davvero delle stesse persone.
I temi più dibattuti rimangono il cuneo fiscale, le detrazioni, la nuova imposta sui servizi (TASI) e l’IMU della quale la seconda rata si conferma cancellata benché non siano ancora state individuate le coperture; a questi si aggiunge un possibile contributo di solidarietà in favore della rivalutazione delle pensioni sotto i 3’000 € lordi al mese, la vendita delle spiagge demaniali, la tobin tax e le clausole di salvaguardia (leggasi accise), queste ultime forse per compensare l’ intollerabile incapacità di far saldare ai concessionari di slot machines il loro debito erariale.
Controversa è la proposta della Google Tax operata dal PD. L’ idea di far pagare alle multinazionali digitali
(Google, Yahoo, Amazon, ma anche Apple) le tasse nel paese ove vengono fatti i profitti è senza dubbio sensata, ma difficile principalmente per due motivi: il primo per la difficoltà nel definire precisamente il luogo del profitto; il secondo perché in Europa vige il principio di libera circolazione di merci, persone e capitali, corretto, se non fosse che differenti regimi fiscali e di accesso al credito, costo del lavoro altamente variabile, sistemi normativi incredibilmente eterogenei distorcono il mercato innescando squilibri sul piano della concorrenza (fiscale in particolar modo). Ciò va a testimonianza della necessità di completare un processo unificatore indispensabile, ma ancora in fase sostanzialmente embrionale.

Secondo il Presidente dell’ Adam Smith Society, Alessandro De Nicola, La Repubblica, nel 2014 non vi sarà una riduzione della pressione fiscale, anzi aumenterebbe leggermente il deficit, mentre nel lungo periodo la riduzione del prelievo dovrebbe arrivare allo 0.4%, sicuramente insufficiente a sostenere qual cambiamento necessario.
A tutto questo marasma, nel quale un senso politico-sociale si potrebbe, benché forzatamente, trovare, si aggiungono le tensioni governative, acuitesi negli ultimi giorni sia sul fronte del PDL che su quello del PD.

Nel PDL prende piede l’ ipotesi di rottura tra governativi (o innovatori) fedeli ad Alfano ed alle larghe intese e falchi (o lealisti) sostenitori di una scissione, se necessario delle elezioni e più in generale di Berlusconi che avrebbe convocato per lunedì, stufo di falchi e colombe, 120 giovani ai quali affidare il futuro del Partito. Vi sono poi le vicende sulla decadenza e sull’ eventuale grazia al Cavaliere rimessa in primo piano da Dell’Utri, ed infine il Consiglio Nazionale in programma la prossima settimana.
Nel PD invece a catalizzare l’attenzione sono le primarie e la campagna elettorale tra i candidati, la vicende dei tesseramenti, il Congresso ed in ultimo le divergenze interne sulla possibilità di aderire o meno al Partito Socialista Europeo (PSE), possibilista il segretario Epifani, totalmente contrario Fioroni.
Sul fronte del M5S torna veementemente protagonista il reddito di cittadinanza, una misura presente in molti Stati europei, dove però i meccanismi di cassa integrazione e disoccupazione non sono così insostenibile ed abbastanza anacronistici come in Italia. Allo stato attuale delle cose e considerando le tempistiche pensare ad un reddito di cittadinanza è molto complesso, non lo sarebbe forse stato se inizialmente il M5S avesse deciso di collaborare con il PD, almeno per portare a termine qualche fondamentale riforma.

Nel frattempo il paese continua a sentirsi sempre più distante dalla classe politica e dirigente. Le regioni non hanno più fondi per rifinanziare la cassa integrazione che non viene erogata da vari mese e che vede scoperti un numero imprecisato di persone. Secondo Federico Fubini, La Repubblica, il buco ammonterebbe a 330 milioni di € per un totale di 350’000 lavoratori. Ancora più allarmante e vergognoso per un paese del G8 è il dato della Coldiretti per il quale il 37% delle famiglie ha dovuto chiedere aiuto a terzi (tipicamente i genitori, mentre le banche non concedono credito), il 10% non riesce ad arrivare a fine mese, il 42% riesce ad arrivare a fine mese, ma solo facendo fronte alle spese senza un minimo extra ed un altro 42% riesce a mettere da parte una piccola somma. Sempre per la Coldiretti segnali negativi provengono dal fronte dei consumi, ridotti in tutti i settori, dalle attività ludiche e sportive fino alle ristrutturazioni edili, nonostante gli eco-bonus, all’ arredo ed alle auto.

Indubbiamente l’attuale scialuppa di salvataggio del paese “plebeo”, ma numeroso, risiede nei risparmi privati, della famiglia e degli amici, e non, come dovrebbe essere, nelle azioni incisive della politica e del governo che agli occhi di tanti, dei più indigenti, paiono distanti, lontani ed avulsi dalla realtà. È questa la ragione che fa imperversare movimenti anti europeisti ed demagoghi, fa pensare che ci sia un piano per risanare i conti del paese e quelli delle banche grazie esclusivamente al grande risparmio privato (6’000 miliardi di €), fa allontanare dall’ esercizio attivo della politica, fa scoraggiare, disinteressare, uccide la speranza, fa fuggire definitivamente cervelli che avrebbero voluto fare qualche cosa in Italia, alla fin fine amata da tutti, perché una volta depauperato il risparmio famigliare non rimane davvero più nulla per le generazioni future: le prospettive continuano ad essere plumbee e la disuguaglianza sociale aumenta pericolosamente senza la minima possibilità di scalata sociale che i nostri genitori potevano quasi certamente ottenere con l’ investimento in istruzione. Ora non è più così e ciò diffonde un senso di impotenza rabbioso perche se neppure l’ istruzione e la cultura offre una qualche possibilità la fine è davvero vicina.

Tra emendamenti e diatribe interne aumenta dunque il senso di lontananza e di ripugnanza nei confronti della politica che, nell’accezione ateniese del termine, dovrebbe essere l’attività più bella e più appagante per il cittadino. Ormai da molto non è più tempo di capire che c’è bisogno di svolta e cambiamento, è tempo di attuarlo … immediatamente.

FONTI:
F.Fubini, CGI: Collegamentel La Repubblica
A. De Nicola, fiscalità: Collegamento articolo La Repubblica
Coldiretti: Collegamento articolo

10/11/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale