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Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno

Giorno dell’importante consiglio dei ministri su giustizia, sblocca italia, scuola.

La presentazione delle linee guida sulla scuola sono slittate; probabilmente non c’è stato modo di reperire le coperture per le assunzioni previste ed anticipate dal Ministro Giannini. Grande è stata l’indignazione dei professori e dei precari. Il fronte scuola doveva essere un pezzo forte della giornata ed avrebbe dovuto “sorprendere”. Il Premier giustamente punta molto sul settore istruzione, università e ricerca. Ciò è più che giusto perché la ripartenza del paese non può prescindere da un sistema di formazione che miri all’eccellenza, al rilancio dei talenti e del capitale umano, così come gli investimenti e le aziende necessitano di competenze e di un sistema di istruzione che sia più vicino alle loro oggettive esigenze. Al momento lo scollamento è notevole.
Il miglioramento del settore istruzione dovrebbe inoltre garantire più opportunità per tutti, prescindendo dal ceto sociale e basandosi su meritocrazia e competenze in modo da demolire quel meccanismo di politica ed economia relazionale che ha dominato in Italia.
Link capitale umano
Il capitale sociale punto di ripartenza che necessita dell’impegno di istituzioni pubbliche, aziende private e singoli individui 30/03/14
Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero 28/03/14
CERVELLI IN FUGA, DEPAUPERAMENTO PER L’ITALIA ED IL SUO TESSUTO PRODUTTIVO 04/05/13

Al centro del CdM rimarranno dunque lo sblocca italia che deve assolutamente essere riempito di quei contenuti necessari a far ripartire gli investimenti. Risorse quindi destinate alla ripartenza di opere ferme, alla prosecuzione o inizio di opere immediatamente cantierabili, alla ristrutturazione dell’edilizia scolastica, ma anche al settore energetico per abbattere il costo dell’elettricità. Tolti questi ed altri paletti, come fisco, burocrazia, legalità – giustizia, aleatorietà del sistema regolatorio e normativo, investitori seriamente interessati a far fruttare i loro capitali nell’industria italiana si troveranno in modo automatica e saranno sia nostrani che internazionali.
Ovviamente per far ciò ci vuole la volontà politica ed è bene che si trovi alla svelta.
Giusto per citare due esempi, qualche anno fa la British Gas ha abbandonato il progetto di costruzione di un rigassificatore nel brindisino proprio per la burocrazia e l’incertezza normativa, dopo aver già speso e perso 250 milioni di €. Analogamente i giorni scorsi una ditta di bio-componentistica e protesi statunitense ha deciso di abbandonare il piano di investimento in italia sempre per le medesime ragioni legate a giustizia, burocrazia e norme sibilline talvolta incomprensibili che non lasciano spazio alle certezze necessarie per investire.

La Giustizia è il terzo tema presente al CdM, probabilmente in questa prima fase verrà coinvolta solo quella civile, lasciando il penale ad una seconda fase. Media maliziosi dicono che sia per non disturbare troppo l’alleanza con Forza Italia e con NCD.

Nei giorni scorsi dal Ministero dell’Economia si è assistito ad una accelerata molto potente sulla privatizzazione di Eni ed Enel. Le critiche come al solito quando si parla di queste tematiche sono molte. C’è chi parla di svendita, chi di cessione di asset strategici, chi ritiene che la fase di mercato non sia corretta e via dicendo. La cessione dovrebbe interessare il 5% di Enel e poco più del 4% di Eni per fruttare complessivamente circa 5 miliardi. Le aziende sono ovviamente strategiche ed è bene che si abbia modo di valutare ed appoggiare piani industriali che puntino a rilanciare la competitività del paese e delle aziende stesse, evitando di dare carta bianca a chicchessia senza un controllo e senza voce in capitolo.
Non c’è spazio però per l’avversione a priori, ad esempio il modello public company (appoggiato da Morando) che garantirebbe comunque il controllo statale è molto apprezzato altrove e vi sono esempi di ottimi risultati.
Non esistono altresì fasi di mercato favorevoli o sfavorevoli per azioni simili, il mercato può sempre crescere e sempre calare (fino allo zero), ma esistono fasi favorevoli o sfavorevoli se incrociate con le condizioni al contorno e le necessità impellenti.
In questo momento il vero punto su cui farsi qualche domanda è che queste privatizzazioni sono state anticipate di circa un anno da quelli che erano i programmi originari perché i dati economici si sono rivelati peggiori, perché le risorse sono sempre meno, perché la spending review (che avrebbe dovuto ridurre il debito) va a rilento ed anche gli interventi sulle partecipate pubbliche risultano complessi (anche solo il loro conteggio), perché ancora siamo lontani dalla flessibilità europea ed alla politica monetaria che potrebbero essere utili ed auspicabili, perché la privatizzazione di Fincantieri ha portato ad un gettito inferiore al previsto (450 mln € VS 600 mln € stimanti) e perché, alla luce dei conti e dei bilanci, i nuovi amministratori di Poste e Finmeccanica hanno ritenuto che non sia percorribile la quotazione immediata (stesso discorso vale per Enav). Queste son le domande da farsi per inquadrare una situazione davvero complicata.

Puntando il focus sull’Ucraina e la Russia continua l’escalation delle tensioni. La Nato, ed il Ministero degli Esteri svedese confermerebbe, avrebbe prove di interventi di uomini e mezzi dell’esercito regolare Russo in Ucraina, cosa sempre smentita da Puntin. Ciò ha portato il Premier Renzi, presidente di turno dell’Unione europea, a telefonare a Putin per esprimere le rimostranze europee di fonte ad un simile gesto. Il Presidente Obama, condannando l’azione, ha avanzato la più che realistica ipotesi di inasprire ulteriormente le sanzioni, le quali indubbiamente hanno già un pesante risvolto sulla già debole economia europea che a questo punto dovrà considerare di richiedere un maggior supporto agli USA stessi anche e soprattutto in tema energetico, cosa non semplice per via delle infrastrutture necessarie, e commerciale (TTIP?).
Quando si parla di Russia ed Ucraina l’energia non può non essere un tema centrale. Da tenere a mente anche i problemi gravi in medio oriente ed in Libia con possibili conseguenze sui prezzi delle materie prime.
L’ex AD Eni, Paolo Scaroni, nel tranquillizzare di fronte elle prime tensione russo-ucraine nei mesi scorsi, asseriva che per approvvigionamento energetico l’Italia è in grado di sopportare un evento critico singolo (N) in un paese fornitore (Russia ad esempio), ma non due eventi simultanei (N+1) presso nostri fornitori principali, quindi ad esempio in Russia e Libia.
La politica del nuovo corso Eni è basata proprio al riequilibrio ed alla diversificazione degli approvvigionamenti, ad esempio dall’Africa dove sta portando avanti importanti investimenti e dove ha trovato ulteriori idrocarburi, ma ancora la dipendenza russo – libica del nostro paese è preponderante e la ritorsione energetica russa a valle di nuove sanzioni assolutamente possibile. Vero è che le scorse stagioni relativamente miti hanno consentito buoni stoccaggi, ma è anche vero che le previsioni (con tutta la aleatorietà del caso) invernali parlano di un freddo anomalo da ottobre a gennaio con possibili -15°, -18° e nevicati su tutta la penisola incluse Napoli e Roma.

IN aggiunta l’Istat (www.istat.it) continua a diramare dati su inflazione ed occupazione tutt’altro che incoraggianti.

In sostanza la complessità degli scenari è all’ordine del giorno….

28/08/2014
Valentino Angeletti
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Tagliola fu, ma in nella cronica lentezza del dissenso

Dopo che ieri, primo giorno di voto in aula sugli emendamenti dalla riforma del senato che ha portato il bottino di due sole votazioni con bocciatura dei testi proposti, oggi è stato deciso che si ricorrerà alla tagliola, ossia alla contingentazione dei tempi, per arrivare al voto definitivo entro la pausa estiva dell’ 8 agosto.

Questa esigenza, che, sottolinea Zanda del PD, non è piacevole e sarebbe stata volentieri evitata, si è resa necessaria perché con un ostruzionismo ad oltranza il quale non consente né dialogo né confronto costruttivo e con 7850 emendamenti in ballo non ci sarebbe modo, pur utilizzando l’effetto canguro/domino, di giungere in tempi rapidi ad un voto finale.

Il dissenso di per se non va demonizzato, anzi e parte del processo democratico e migliorativo di una legge o di un provvedimento, ma deve avere l’accezione positiva del confronto e non nascondere dietro di se la volontà di non cambiare nulla, come si ha la sensazione che stia accadendo.

La determinazione di Renzi e del Governo nello sbrogliare il nodo delle riforme è evidente ed ammirevole è l’energia che il Premier ci mette, però non si può non constatare che in tal contesto di dissidenza generalizzata, mossa vuoi per motivazioni di dissenso puramente politico, vuoi per un atteggiamento conservatoristico e protezionistico di interessi particolari che pervade parte del PD, della maggioranza di governo ed ovviamente nelle opposizioni, così come tra altri elementi della società come aziende, enti pubblici, dipendenti di Camera e Senato e molti altri gruppi di interessi, è pressoché impensabile giungere entro breve termine alla soluzione del problema, pur con tutti i moniti del Presidente Napolitano che sottolinea la necessità di evitare gravi paralisi e pur con la proposta di lavorare ad oltranza, anch’essa altamente contestata, dalle 21 alle 24 nel mese di agosto, weekend inclusi.

Ad aggiungere lentezza e macchinazioni alle procedure si inseriscono poi la viscosità dei processi burocratici italiani che richiedono altri 3 passaggi in aula per una riforma come quella del Senato la quale potrà essere operativa non prima di qualche anno e la possibilità del voto segreto su 900 argomenti che acuirebbero sicuramente le divisioni dando adito a macchinazioni e mercanteggiamenti. Il risultato è che i lavori procedono a rilento, in modo non chiaro, infatti non c’è totale consapevolezza se si stia andando incontro ad un Senato di nominati o di eletti a volte a seconda dell’interpretazione del termine il Senato venturo potrebbe essere elettivo o nominativo. Una vicenda che ben rappresenta la monicelliana “supercazzola”.

La necessità della modifica della governance del paese, e lo si ripete per l’ennesima volta, è fondata poiché è necessaria una modernizzazione e poiché è  funzionale anche all’aspetto economico, ma non può, nonostante il lodevole zelo del Premier nel portare i risultati, sottrarre troppe energie ed arrivare a conclusione troppo tardi, perché in fasi economiche come quella in essere il non rispettare i tempi equivale a non centrare l’obiettivo.

La veritiera affermazione che non si è fatto nulla fino ad ora, perdendo colpevolmente anni, e che quindi qualche mese in più o in meno non sono la fine del mondo, perde di significato quando si devono fare i conti con una crescita in continuo ribasso, stimata in zero da Confindustria e dimezzata rispetto a tre mesi fa anche dall’FMI che l’ha allineata alle previsioni Censisi, Eurostat ed Istat di 0.3-0.2%, con consumi e produzione industriale che si muove sul filo dello 0 animando l’euforia quando sale di qualche decimale e buttando nella depressione quando si porta appena sotto lo zero senza considerare che nelle dinamiche reali oscillazioni simili non hanno impatto significativo se non quello di confermare il trend in essere, sfortunatamente per noi negativo. Anche le riforme più rivolte all’economia hanno subito uno slittamento rispetto al “cronoprogramma”, il Jobs-Act è rimandato a settembre, mentre le privatizzazioni hanno rallentato paurosamente, tanto che per far fronte al minor gettito derivato dalla collocazione in borsa di Fincantieri e dalle posticipazioni delle quotazioni di Enav e Poste si sta accelerando nella dismissione di circa il 30% di CdP-Reti che raggruppa importanti infrastrutture energetiche italiane (Snam ad esempio) in favore dei partner cinesi e si sta facendo sempre più concreta la collocazione di ulteriori quote di Eni ed Enel (gettito totale 6 miliardi) con relativa modifica della legge sull’OPA che abbasserebbe dal’attuale 30% al 20% (o 25% come richiesto dal governo) la soglia minima che garantirebbe il totale controllo. Modifica che fa parte del pacchetto DDL Competitività, domani 25 luglio in scadenza e che rischia di rimanere incompiuto.

La situazione è tale che il tempo per implementare misure, senza false illusioni efficaci nel medio periodo, equivale a raggiungere l’obiettivo, il ritardo è un fallimento, a maggior ragione quando l’Italia dovrebbe investire i prossime sei mesi per andare in Europa e dettarne l’agenda, partecipare alla “partita delle nomine”, trattare seriamente con pesanti investitori esteri senza lodarsi per aver ricevuto qualche briciola (come gli scorsi 500 milioni dal fondo del Quatar, per gli elargitori poco più di una mancia per una brava colf) cosa che evidentemente non può fare con piene forze se invischiata nella lotta ai conservatorismi interni.

Al momento, senza voler essere cattivi o troppo pessimisti la situazione è che: il paese non ha trovato quella temporanea armonia dell’accordo trasversale per far sollevare l’Italia da un periodo oltremodo difficile (anche a livello sociale e perciò la mancanza dell’accordo è ancora più grave) che si auspicava tempo fa; mostra dati economici inattesi e decisamente peggiori del previsto; le riforme proseguono troppo lentamente sul piano istituzionale ed anche su quello economico continuando a slittare; in Europa ancora non si è chiarito se il concetto di flessibilità è quello proposto da Padoan o da Katainen; un reale piano industriale e di investimenti pubblici che risponda alla domanda “dove vuole andare nei prossimi 40-50 anni il paese e soprattutto che mezzi vuole mettere in campo” non esiste ancora.

Pensare che di opportunità anche connesse al nostro semestre europeo ve ne sarebbero, ad esempio il nuovo pacchetto clima-energia europeo pone il nuovo obiettivo di risparmio energetico al 30% entro il 2030, insieme a una riduzione del 40% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990 e ad una quota di energie rinnovabili pari ad almeno il 27% del consumo totale di energia. Tutti campi in cui l’italia eccelle per competenze e tecnologie e dove potrebbe investire creando un importante indotto ad alto valore aggiunto e diventando per risultati oggettivi un esempio mondiale….. forse però per i fissati del Senato i reali problemi sono altri.

Vale sempre il solito quesito, pur in una situazione istituzionale complessa, con una legge elettorale a metà, le elezioni ed una conseguente forte maggioranza (che rimane una scommessa da vincere da parte di Renzi) potrebbe riuscire a sbloccare l’impasse?

el resto si disse tempo fa che il governo avrebbe avuto vita difficilissima dovendo sottostare a molti compromessi: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07-05-14

24/07/2014
Valentino Angeletti
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Brevissima nota: privatizzazioni e CdP

Per le aziende di Stato o partecipate, se lo Stato non è in grado di investire a sufficienza per supportarne ed ampliarne il business, è giusto che vengano cercati capitali privati (dietro precisi piani di sviluppo, rigorosi controlli, vincoli e penali sul loro rispetto). La Banca d’Italia, già privata, è stata rivalutata e, a parte il tecnicismo implementativo, il concetto di innalzare il capitale sociale fermo a 156’000€ è sensato.

Non credo sensato invece pensare ad ulteriori importanti privatizzazioni della CdP, misura secondo alcune fonti vagliata dal MEF, assieme a Fincantieri, Poste, Enav, per raggiungere la quota di 8-9 miliardi. La CdP è l’unico ente che dovrebbe rimanere statale; il suo business non ha bisogno di capitali freschi, sarebbe un mero espediente per fare cassa privandosi di parte di un asset fondamentale per lo sviluppo del paese il quale, oltre a raccogliere i depositi postali e garantire i buoni fruttiferi, è dotato di enorme liquidità e finanzia la realizzazione di opere infrastrutturali che mai come ora sarebbero necessarie.

13/02/2014
Valentino Angeletti
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Quote Bankitalia e privatizzazione Enav e Poste. A cosa si potrebbe andare in contro?

È ormai avviata e durerà circa due anni la fase di nuove privatizzazioni di cui si è parlato nei mesi scorsi ed ufficializzata dal Ministro Saccomanni al World Economic Forum di Davos. Le intenzioni del governo sarebbero quelle di raccogliere tra i 15 ed i 20 miliardi di € mettendo sul mercato alcuni gioielli dello Stato, nella fattispecie, una quota di controllo di Sace e Grandi Stazioni, poi quote non di maggioranza di Enav, Stm, Fincantieri, Cdp Reti, il gasdotto Tag, Poste ed un 3% di Eni.

Parallelamente a queste avverrà anche il rafforzamento del capitale di Bankitalia (o Banca d’Italia). Il capitale sociale dell’istituto di via Nazionale passerà dagli attuali 156’000 € ai 7.5 miliardi di €. Le quote Bankitalia sono detenute per il 95% da banche ed assicurazioni (principalmente Intesa 30.3, Unicredit 21.1, Generali 6.3, CdR Bologna 6.2, e poi Unipol Sai, MPS) e per il 5% dallo Stato.
I possessori delle quote beneficiano annualmente della distribuzione degli utili, fino ad un massimo del 10% del capitale sociale (attualmente 15’600 €), più fino ad un massimo del 4% delle riserve statutaria che ammontano complessivamente a 23 miliardi, benché negli anni scorsi la percentuale distribuita sia stata decisamente inferiore, attorno allo 0.5%.
Oltre a ciò verrebbe fissato al 3% la quota massima per ciascun istituto, l’eccedenza dovrà essere venduta entro 36 mesi alla Banca d’Italia stessa, in quanto unico acquirente per statuto possibile, che potrà a sua volta rivenderle ad altri istituti andando ad ampliare il panorama degli azionisti, oppure mantenerle.
Questa operazione porterà una plusvalenza pura per gli istituti detentori che quindi dovranno, per il primo anno, pagare più tasse (si stima circa tra 900 mln e 1.5 mld €), ma che poi potranno incassare dividendi pubblici, fino ad un massimo del 6% del capitale sociale, più cospicui (il pareggio avverrebbe circa dopo 2 anni), ma soprattutto incasseranno denaro fresco (e pubblico) dalla cessione delle quote rivalutate eccedenti il 3%. Tal provvedimento, decisamente migliore della prima versione dove non era previsto il tetto massimo del 3% e dove la rivalutazione costituiva puramente un artificio contabile, sembra comunque un palliativo di brevissimo termine per lo Stato, ed un tocca sana per istituti bancari ed assicurazioni, proprio nell’anno degli stress test e dell’asset quality review.

Tornando alle privatizzazioni, la prima tranche vedrà coinvolte Enav e Poste per le quali si prevede una cessione di quote di minoranza pari rispettivamente al 49% e 40%.
Premettendo che, a patto di uno stretto controllo sui piani industriali, giudico positivamente le privatizzazioni quando un soggetto pubblico, a causa di conti dissestati o priorità strategiche differenti, non è più in grado di investire e potenziare una propria azienda non consentendole dunque di essere competitiva e di affrontare le nuove sfide dei mercati o di erogare un servizio sufficientemente di qualità e capillare e quando i proventi delle privatizzazioni sono utilizzati in modo produttivo e non finiscono nel gigantesco oceano di spesa pubblica, magari andando a sovvenzionare eventi e manifestazioni di dubbio interesse o ancor peggio la pletora di aziende partecipate da enti statali e locali con i loro organici apicali e manageriali lautamente retribuiti a fronte di bilanci disastrati, l’operazione in essere lascia qualche perplessità, nonostante il recente caso della britannica Royal Mail che rappresenta un esempio di grande successo.

Il gettito previsto ammonta a circa 1.8 miliardi per l’ Ente Nazionale Assistenti di Volo ed a 4 miliardi per le Poste. Esso andrà a cercare di scalfire il debito pubblico di oltre 2’100 miliardi di €, evidentemente una goccia nel mare poiché con i 6 miliardi scarsi si arriva malapena a pagare tra 1/15 ed 1/13 degli interessi che l’Italia deve corrispondere annualmente ai propri creditori.

Un altro punto che dovrebbe essere approfondito riguarda, nel caso delle Poste, la volontà di avvicinarsi al modello tedesco ed americano, dove i lavoratori azionisti hanno propri rappresentanti nelle assemblee. Idea di per se buona quella di riservare azioni ai propri dipendenti, ma, a fronte di una percentuale che potrà arrivare ottimisticamente al 10-15%, difficilmente essi, come ogni altro azionista, avranno voce in capitolo contro uno Stato detentore del 60%.

Infine, ma aspetto più importante, riguarda il mutamento della mission di una azienda che da totale controllo pubblico si appresta ad aprirsi, benché parzialmente, al mercato.
In ogni mission di qualsiasi azienda quotata, e non potrà fare diversamente Poste se vorrà attrarre investitori importanti, è presente, più o meno esplicitamente, la frase che il fine ultimo dell’azienda è quello di creare valore per i propri azionisti, mentre per un soggetto pubblico l’obiettivo è quello di garantire un servizio eccellente ai cittadini. Servizio contro profitto dunque, elementi che non necessariamente sono in contrapposizione. Nelle economie sane ed oneste infatti a servizio di qualità ed al giusto prezzo corrisponde spesso il profitto dovuto ad un’ampia e fedele clientela. Le Poste però in Italia, caso non unico, ma raro, agiscono, per quel che riguarda il business della corrispondenza, in regime di monopolio e non hanno concorrenza con il quale competere, non c’è vero libero mercato e si corre il rischio che per perseguire il profitto il privato possa ridurre il servizio, forte del fatto che la clientela è per forza di cose certa. Inoltre vanno presi in considerazione i ragionamenti ed i meccanismi che regolano le aziende private, benché partecipate.
Gli investitori vorranno dei piani industriali che puntino a razionalizzare ed ottimizzare i costi, le spese e gli organici, quindi non è difficile pensare che possa essere messa in discussione la reale utilità e l’efficienza operativa dei 145’000 dipendenti e dei quasi 50’000 uffici postali, situati a volte in zone decisamente periferiche e con pochi clienti a settimana, che avevano rischiato la chiusura già qualche mese fa.
Potrebbero essere proposti piani di esodo anticipato o accompagnamento alla pensione, chiusura di uffici secondari o accorpamento con centri maggiori e relativo spostamento dei dipendenti.
Per quanto riguarda i servizi potrebbe essere considerata una loro esternalizzazione, magari proprio a cominciare dai porta lettere, dai servizi informatici e dalla gestione degli immobili.
Potrebbe poi essere valutato di concentrarsi sul core business, che se per le Poste pubbliche poteva essere la poco redditizia attività di consegna della corrispondenza, per i privati saranno sicuramente le attività BancoPosta, i prodotti finanziari ed assicurativi, come Poste Vita, che offrono buoni profitti, perché va saputo che ormai le Poste guadagnano solo con le loro attività di servizio bancario.Di qui il passo che porta a depotenziare le attività non core dandole in gestione a terzi oppure dismettendole, il passo è estremamente breve.

Esempi ne abbiamo fin troppi, a cominciare da Ferrovia che hanno deciso di puntare sui collegamenti ad alta velocità, disinvestendo sulle tratte secondarie (in usa dai pendolari) e cedendole a regioni, province o trasporti locali; Alitalia con la cassa integrazione e gli esuberi dei suoi dipendenti; ENI, con la cessione ad HP di tutti i suoi servizi ICT e non mi voglio dilungare oltre.

Questi ragionamenti devono essere fatti a priori, non sono meccanismi nuovi, anzi si ripetono costantemente sia in Italia che all’estero. Deve essere deciso preventivamente come agire perché attendendo, come è stato sempre fatto finora, che i problemi si presentino saremo nella costante situazione di correre ai ripari e mettere pezze provvidenziali che avrebbero potuto essere evitata gestendo diversamente una situazione prevedibile.

Considerando poi che le Poste, dopo il riassetto di Passera, sono una realtà pubblica funzionante, fatti salvi i disguidi che possono presentarsi ovunque, c’è da fare un ulteriore ragionamento a monte: conviene davvero cedere, probabilmente a prezzi inferiori al reale valore di mercato, il 40% di Poste per ricavarne 4 miliardi, quando volendo avere un impatto importante sul debito servirebbe mobilitare, tra privatizzazioni di aziende, vendita e gestione del patrimonio immobiliare, una somma orientativamente di 100 miliardi di € (a cifre simili ammontarono le prime privatizzazioni)?
Ed ancora, si è in grado di garantire che i già esigui proventi della vendita degli assets pubblici non vengano fagocitati per alimentare la spesa corrente? In altri termini, si ha un’idea più precisa della semplice frase “andranno a ridurre il debito”?
Si è in grado di garantire che dei 145’000 dipendenti delle Poste, il più grande datore di lavoro nostrano, nessuno vada a gravare sugli ammortizzatori sociali e sul sistema di welfare pubblico?
Almeno a queste domande si deve essere in grado di rispondere prima di lanciarsi in operazioni simili.

24/01/2014
Valentino Angeletti
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In Cina iniziano a privatizzare. Che si debba imparare da loro come fare?

Interessante il fatto che al Plenum Cinese abbiano dato il via libera alle privatizzazioni, aperte anche agli stranieri, dei colossi di stato fino ad un 10-15% della totale capitalizzazione. In Italia invece si parla di investimenti stranieri e privatizzazioni, ma appena si presenta un’occasione concreta si corre ai ripari… o meglio in Parlamento a legiferare.
Le privatizzazione dovrebbero principalmente servire a cercar di abbassare un debito al 133% (previsto al 134% nel 2014) per il quale la Commissione Europea potrebbe a breve aprire una procedura di infrazione.

Le privatizzazioni non devono essere svendite per coprire estemporaneamente buchi, ma delle vere joint venture con privati nell’ottica di potenziare un’ azienda o un intero settore, creando posti di lavoro, innovazione, ricerca, sviluppo, filiera ed indotto, cosa che lo Stato da solo non sarebbe in grado di implementare.
Chiaro è che svendere al privato e lasciargli carta bianca su piano industriali, strategie di sviluppo e business sarebbe un fallimento già in partenza, al contrario se sussistesse un impegno comune volto a garantire all’azienda prospettive di crescita, sviluppo, consolidamenti e quindi utili, che al privato fanno sempre piacere, le privatizzazioni assumerebbero un carattere indubbiamente benefico, più che per la copertura di qualche decimo di punto del debito per le prospettive di lungo termine e la competitività di tutto il sistema paese..

(Una riflessione sul MIX Ottimo Privatizzazione-Tagli: https://valentinoangeletti.wordpress.com/2013/11/11/priv-tagli/ )

Nel frattempo Air-France non aderirà all’ADC Alitalia ritenendola sconveniente scendendo così al 10% e mettendo a rischio la partecipazione di Poste SpA per via della clausola secondo la quale per concludere l’operazione sarebbe necessaria l’adesione di tutti i soci, aspetto comunque facilmente aggirabile vista la rapidità con cui si riescono a modificare le regole.

La speranza è che possano entrare nell’affare altri partner, anche migliori di Air-France in particolar modo per il lungo raggio, come i Russi, gli Arabi o gli stessi Cinesi; ma che condizioni chiederanno considerando quanto è valutata attualmente Alitalia ed il suoi conti?

11/11/2013
Valentino Angeletti
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Privatizzazioni e tagli: non aut aut, ma MIX ottimo

La riduzione del debito pubblico che ormai ha raggiunto il 133% del Pil e che le previsioni non vedono in calo neppure per il prossimo anno (la Commissione Europea stima un 134% nel 2014 ed un 133.1% nel 2015), è una questione tanto importante quanto dibattuta. Tutti convengono sulla necessità di tagliarlo, ma le strade proposte sono differenti.

Il Governo sta lavorando ad un piano di dismissioni di patrimonio pubblico: immobili; aziende quotate (mantenendone in ogni caso il controllo); aziende non quotate; partecipazioni in municipalizzate; enti locali, provinciali e regionali.

Partendo dal presupposto unanime che una dismissione richiede un piano preciso, una strategia, una visione d’insieme condivise con gli investitori, a maggior ragione quando si parla di attività strategiche o servizi fondamentali come l’acqua, o con i gestori di patrimonio nel caso di immobili, esse possono effettivamente rappresentare un aiuto alla riduzione dell’indebitamento ed una opportunità di crescita e di sviluppo, anche occupazionale, in settori nei quali uno Stato economicamente in difficoltà e sorvegliato speciale da Unione Europea, IFM, ed investitori finanziari, fatica a convogliare denaro per investimenti. Un caso di indubbio successo è rappresentato dalla toscana Nuova Pignone, ex azienda di Stato, ora polo centrale per il comparto Oil&Gas della multinazionale statunitense GE.

Alle privatizzazioni si oppongono a spada tratta i sindacati (Alesina, Giavazzi e Bonanni hanno avuto interessanti tenzoni giornalistici sul Corriere), per i quali la via principale per l’abbattimento del debito è rappresenta dal taglio della spesa pubblica a cominciare dai centri unici di spesa per finire all’ abolizione degli enti inutili.

Difficile non essere d’accordo con l’idea di ottimizzazione e contenimento degli sprechi portata avanti dai sindacati, e non solo, ma sorge una domanda.

Possono davvero essere aboliti “enti inutili” senza che sorgano proteste da parte dei lavoratori e degli stessi sindacati che si dicono a favore della loro cancellazione? Ad esempio i lavoratori delle province, qualora si riuscisse a cancellarle come da tempo di sente ripetere, dove saranno ricollocati?

La questione è dunque complessa perché anche solo lo spostamento geografico o di mansione del personale provoca insurrezioni. A tal proposito mi viene in mente la recente chiusura dei tribunali periferici che ha scatenato un putiferio, d’un tratto ogni tribunale era indispensabile, e seguendo il ragionamento tipicamente italiano, gli sprechi erano sempre e comunque da qualche altra parte e la colpa evidentemente altrui. I diritti acquisiti poi non possono essere toccati in alcun modo.
Figurarsi quindi una cancellazione definitiva di migliaia di enti che inevitabilmente comporterebbe il lasciare a casa un numero non ben definito di persone in un momento dove il lavoro non c’è e la disoccupazione galoppa…

Anche per operare questo intervento, di certo sensato e molto semplice a dirsi, serve un piano ed una strategia precisa, andando allo sbaraglio il rischio di riproporre un una seconda vicenda esodati è altissimo causando più danni che benefici.

Per concludere, nei momenti di crisi, etimologicamente cambiamento, è senz’ altro necessario tagliare gli sprechi ed ottimizzare i costi e le spese, ma è altrettanto fondamentale studiare gli scenari, pianificare strategie industriali e di sviluppo che guardino al lungo termine, rivedere le pianificazioni passate alla luce delle mutate condizioni macro economiche, investire in innovazione, istruzione e persone, in modo da porre le basi della ripartenza ed essere pronti, una volta che la crisi sarà alla spalle, a tornare immediatamente a competere. Se lo Stato da solo non è in grado, allora è giusto che faccia sinergia col privato portando avanti lo sviluppo del paese.

05/11/2013
Valentino Angeletti
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Ipotesi privatizzazione Rai e rientro capitali

Due punti presenti nella legge di Stabilità e dei quali si sta dibattendo in questo momento sono le dismissioni immobiliari e le privatizzazioni delle società partecipate, finalizzate alla riduzione del debito per un ammontare complessivo per questa prima fase dello 0.5% del PIL (tra gli 8 ed i 9 miliardi di €) ed il rientro dei capitali dall’ estero.

Partendo dalla seconda voce non si tratterebbe di un odioso scudo fiscale, ma di un incentivo al rientro dei capitali per un ammontare stimato di 200 miliardi di €. Di fatto è una sorta di auto-denuncia che consentirebbe agli evasori di riportare in patria i capitali pagando gli interessi e le somme dovute, ma avendo al contempo garanzia di uno sconto sulla sanzione e probabilmente sui procedimenti penali nei quali tale reato dovrebbe far incorrere. Questa è solo una ipotesi, poiché il meccanismo è ancora tutto da discutere e definire all’interno delle aule preposte. Di certo si sa che l’ultimo scudo del 2009, altamente favorevole agli evasori e per somme richieste (solo 5% a fronte di una tassazione ordinaria di quasi il 50%) e per il totale anonimato assicurato, ha riportato in patria solamente 9 degli oltre 60 miliardi calcolati; come se ancora non bastasse i versamenti all’erario sono ad oggi in fase di riscossione e molto probabilmente non verranno mai completamente incassati.
La lotta all’ evasione ed alla stregua del rientro dei capitali indebitamente detenuti all’ estero, nei paradisi fiscali, è un punto fondamentale per il paese, poiché si sta parlando di somme complessive nell’ ordine di centinaia di miliardi di € all’ anno (stime calcolano in 150 miliardi annui il costo dell’evasione). La strada da perseguire è quella di una lotta comune a livello europeo e mondiale perché non ci siano disparità di trattamento e quindi concorrenze sleali nell’ attrazione di capitali. Dal punto di vista italiano la lotta dovrebbe cominciare con la redazione, per la verità in fase di implementazione, di accordi con i vicini Svizzera, Principato di Monaco e Liechtenstein. Nel frattempo è pensabile cercare di recuperare ciò che è già fuggito, ma questa non deve essere un’ operazione poco severa e sbandierata ai quattro venti, poiché i capitali illegali sono vischiosi e veloci nello scomparire. Già dopo le prime illazioni ingenti somme (altrettante lo avevano già fatto in precedenza) avranno sicuramente preso le rotte asiatiche o dei paesi caraibici con la complicità degli istituti di credito che possiedono filiali dislocate in ogni punto strategico e che con i grandi patrimoni sono molto più accomodanti che non con i piccoli risparmiatori o con le piccole imprese. Del resto l’ultima patrimoniale sui conti correnti dei contribuenti, ricchi e poveri, fu fatta la notte tra il sabato e la domenica. Affinché poi la lotta al sommerso sia coerente non si deve consentire che vi sia, anche in caso di identificazione, un vantaggio nel trasferire capitali illegali all’ estero, altrimenti è evidente che il fenomeno continuerà a dilagare: sono necessarie sanzioni pecuniarie più pesanti rispetto all’ ammontare dovuto in caso di regolare dichiarazione ed una componente penale non trascurabile.

Passano alla voce privatizzazione per ridurre il debito, i primi probabili interventi riguarderanno Snam Rete Gas, Terna, Eni, Fincantieri e forse Rai. Per le prime tra società già quotate (come per ENEL e Finmeccanica qualora si volesse valutare una parziale cessione) non vi sono grossi problemi, analogamente Fincantieri potrebbe essere quotata con relativa facilità; in tutti e quattro i casi lo Stato non perderebbe il controllo, cederebbe quote continuando a detenere la maggioranza relativa dell’azionariato.
Il discorso Rai invece è decisamente più complesso sotto vari punti di vista e probabilmente non andrà in porto. Una quotazione, almeno nel breve termine, è difficile, non è certo che la Rai, avendo la struttura di una società pubblica che percepisce un canone e dovrebbe garantire un certo livello di servizio, abbia i requisiti richiesti dalla Consob per una sua collocazione nel mercato azionario; vi sono poi i “no” bipartisan della politica assolutamente contraria a cedere una parte dell’informazione televisiva e radiofonica benché il Ministro Saccomanni abbia garantito che il controllo complessivo rimarrebbe statale.

È “buffo” constatare come nei mesi e nelle settimane scorse, in modo trasversale all’interno di tutti i partiti politici, si sia fatto un gran bel parlare di privatizzazioni, cessioni di asset, attrazione di investitori stranieri, salvo poi minare ulteriormente la nostra credibilità comportandoci in patria in modo diametralmente opposto, ironicamente proprio in contemporanea alla presentazione del piano “Destinazione Italia” a Wall Street ad opera del Premier Letta. Telecom, Alitalia, Ansaldo STS, Ansaldo Energia ed ora Rai ne sono un esempio. Il motivo per cui una modifica alla govenrance della Rai sia forse necessaria risiede negli oltre 200 milioni di € di perdita per l’esercizio 2012, ed i circa 34 stimati (effettivamente molto ridotti grazie al taglio dei costi ed alla lotta all’evasione dell’anacronistico canone) per il 2013, nonostante canone e pubblicità, e nonostante il servizio non sia a volte all’altezza di quanto pagato dal cittadino.

Quella delle privatizzazioni è una mossa sicuramente delicata, soprattutto in settori strategici. Vi sono casi di successo come per ENI, ENEL, Terna e casi di insuccesso, come per Ilva, Alitalia, Telecom. Un elemento imprescindibile è che dietro le privatizzazioni vi sia un disegno strategico ed un piano ben definito e che sia chiaro quale obiettivo si vorrebbe raggiungere da queste cessioni, solamente con l’idea di fare cassa non si possono privatizzare, benché mantenendone il controllo, settori come l’Oil&Gas, l’Energy o la comunicazione/media (non parlo di TLC e collegamenti aerei perché i buoi sono già scappati).
Qualora poi si decidesse di privatizzare il bando dovrebbe essere aperto a tutti i potenziali acquirenti e non un passaggio di quote a prezzo concordato, generalmente sfavorevole allo Stato, a soggetti già ben identificati oppure alla CdP in modo da abbassare artificialmente il debito in bilancio. Se privatizzazione deve essere che sia vera, trasparente ed aperta a soggetti, valutati sotto il profilo dei requisiti, delle competenze e dei bilanci, seri e benintenzionati.

27/10/2013
Valentino Angeletti
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