Archivi tag: Prodi

D’Alema e l’ormai incolmabile divergenza del PD

Sono giunte come un colpo di sciabola e come tale hanno un peso notevole, non tanto per il messaggio che trasmettono, il quale non è nuovo dall’essere proferito, quanto per lo spessore di colui che le ha emesse. Il riferimento è, ancora una volta, alle forze disgregatrici che ormai risiedono, come inquilini stabili, all’interno del PD e che in questa circostanza sono state esplicitate niente poco di meno che da Massimo D’Alema, di ritorno da un viaggio in medio oriente.

In estrema sintesi D’Alema ha affermato perentoriamente che Renzi, la sua entourage ed il modello che ha adottato per la gestione del PD, lo sta “distruggendo”  e rendendo estraneo rispetto a quelli che erano gli ideali dei fondatori; ormai il partito della nazione, almeno dal Nazareno in poi, è cosa fatta ed assodata, grazie, indubbiamente, al supporto di Verdini. Secondo D’Alema, questo agire non può essere accettato dalla vecchia guardia del PD, dicendo ciò cita esplicitamente il professor Romano Prodi. Nell’idea di D’Alema esiste un notevole spazio a sinistra del PD, rappresentato dal vecchio elettorato storico, che è il momento di colmare, ed al “Leader Massimo” fa eco, a distanza di poche ore, l’ex segretario generale CGICL, Cofferati, dichiarando che è il momento di creare un partito vero e proprio che ritrovi le origini e persegua i primordiali ideali del Partito Democratico. Prende invece le distanze dalla copia di “dissidenti” Pierluigi Bersani, che smentisce ogni ipotesi di divicreato benché sostenga che Renzi ha perso la misura e che deve nutrire rispetto per quelli che il PD lo hanno creato.

Ovviamente la risposta di Renzi non ha tardato ad arrivare, ed è stata, come da par suo, tosta, respingendo al mittente le accuse di aver distrutto il PD. Il declino del partito, per il Premier, sarebbe iniziato quando la vecchia dirigenza avrebbe consegnato l’Italia nelle mani di Berlusconi.

Quanto detto da D’Alema non è nuovo, ci avevano provato Speranza, D’Attorre, Cofferati, Fassina, Civati, ma, complice anche la loro totale divisione e divergenza di vedute sul se e come creare una nuova entità politica di sinistra una volta fuori dal partito, l’esperienza, che pure continua, pare non esser altro che l’ennesimo fallimento. Adesso però a parlare è una delle voci più autorevoli del centro sinistra, una figura che, con le sue passate politiche all’insegna del liberismo, le sue azioni in politica estera, la sua apertura al dialogo con altre fazioni, non può certo dirsi estremista, anzi tutt’altro: ciò senza dubbio è un elemento da valutarsi con attenzione e non privo di significati, tra i quali, il più lampante, è che la “misura” tra vecchia e nuova dirigenza, è ormai colma e la faglia non più saldabile, con buona pace dei Bersani e Cuperlo di turno.

Probabilmente lo spazio a sinistra del PD teoricamente esiste, lo dimostrano le interviste nelle periferie romane durante le primarie, tutti, dei pochi votanti, a sostegno di Morassut, ma allo stato attuale questo spazio è difficilmente colmabile da una nuova formazione sinistrorsa, che tra l’altro si affiancherebbe a SEL. Questa frangia di delusi dai democratici si è ormai schierata tra le file degli astensionisti oppure dei sostenitori del M5S, talvolta per condivisione dei programmi, propositi di etica e morale (spesso con le vicende dei candidati con pendenze legali  disdetti dal recente PD), talvolta identificando il movimento come minore dei mali e colui che mai è stato messo realmente alla prova e per tanto vergine dal peccato originale. D’Alema, con le mosse che ora dovranno necessariamente seguire le sue forti dichiarazioni, deve stare attento, perché potrebbe rischiare di indebolire il PD di Renzi quel tanto che basta per consegnare, ad esempio Roma, nelle mani di un centro destra estremamente disorganizzato e con Berlusconi che ha voltato le spalle a Salvini e Meloni, o, cosa più probabile, al M5S, nonostante le ragioni di Massimo D’Alema siano più che comprensibili.

Vedremo a breve cosa accadrà e dovremo stare attenti a come verrà affrontato il referendum sulle riforme costituzionali, che potrebbe essere realmente, ancora più che le elezioni romane, un viatico cruciale per l’esecutivo, nel quale viene testata la fiducia che a livello nazionale è riposta nel Governo e soprattutto nel suo operato.

Quello che al momento è certo, è che il centro sinistra, per come storicamente lo conosciamo, non esiste più, da tempo, e finalmente lo hanno realizzato anche i vecchi dirigenti.  Sarà interessante seguire come verrà gestito e che conseguenze avrà questo sempre più evidente bivio. Il pronostico più facile è che se una scissione si verificherà, allora Renzi, per poter avere numeri adeguati, non potrà far altro che avvicinarsi sempre più a Verdini ed al suo elettorato democristiano e di centro destra andando, grazie alla sinistra fuoriuscita, a realizzare sempre più compiutamente quel partito della nazione così poco sopportato da D’Alema.

12/03/2016
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE

Il Governatore Draghi non vorrebbe prender parte al Valzer Viennese per il Quirinale
Benché la data non sia stata ancora comunicata in modo ufficiale al grande pubblico, perché è poco credibile pensare che i diretti interessati, leggasi politici, partiti e 1008 grandi elettori, non abbiano idea di quando avverranno le dimissioni Quirinalizie, la successione al Colle è nel pieno vivo pur nella simulata indifferenza dei “palazzi”.
I giochi e le manovre alla luce del sole o nelle tenebre delle notti senza luna sono iniziati da tempo ed anche le rose dei nome sono all’incirca pronte con l’apertura agli outsider che alla fine potrebbero tranquillamente spuntarla. L’esito di questa partita è fondamentale per testare la tenuta dell’Esecutivo e la “lealtà” nei confronti del Premier da parte degli alleati di Governo, ma anche e soprattutto all’interno del PD stesso. In questa circostanza è ben difficile pensare al ripetersi dei 101 franchi tiratori che “impallinarono” Prodi e con lui Bersani, ma a partire dalla quarta votazione, ossia quando il quorum si abbasserà, tutto è possibile e la prima idea che può venire in mente, giusto per dar libero sfogo alla fantasia, è un’ampia asse tra una fronda (da capire quanto realmente sostanziosa, perché potrebbe davvero avere dimensioni nascoste ben superiori a quanto si possa sospettare) del PD, SEL e M5S per far salire proprio il Professore di Via Guido Reni in Bologna. Su Prodi Renzi non si è pronunciato, ovviamente ribadisce stima come nel 2013, ma l’apertura di Berlusconi ad un esponetene di centro sinistra purché equilibrato, di caratura internazionale, garante della costituzione ed aggiungiamo noi esperto in economia, esteri ed Europa, pur rispecchiandosi perfettamente nella figura di Romano Prodi pare il tentativo finale di screditarlo; come a dire che FI è aperta al dialogo sulle nominaton e non pone preventivi diktat, ma in cambio di ciò alcuni paletti sono da rispettare ed uno parrebbe proprio essere l’esclusione del Professore. Professore che non si è detto interessato all’incarico, ma del resto lo fece anche nell’occasione precedente. Nei prossimi giorni gli incontri si intensificheranno con plausibili e poco auspicabili rallentamenti dell’attività parlamentare ed avverrà anche quello tra Renzi e Berlusconi dove oltre all’Italicum, alle riforme, oggetto esplicito del patto del Nazareno, sicuramente terrà banco anche il Quirinale.
All’interno del più completo marasma che i media cercheranno invano di districare, un nome, uno abbastanza accreditato e menzionato da tempo anche qui, è quello di Mario Draghi, attuale Governatore della BCE. Draghi non si e detto della partita assicurando di voler terminare il proprio mandato a Francoforte, fissato per il 2019, aggiungendo inoltre di non essere un politico nè di volerlo diventare. Una delle caratteristiche che si dovranno definire prima dell’elezione è proprio quella sull’estrazione del candidato, politico e tecnico? La propensione, anche a valle del discorso di fine anno di Napolitano (Link ad articolo su discorso di fine anno 01/01/15), è quella di una personalità politica appoggiata dal più ampio consenso, garante delle istituzioni, di esperienza all’estero, conoscitore delle dinamiche interne italiane ed europee, autorevole all’estero e con gli interlocutori internazionali più importanti, dagli USA alla Cina, dal Medio Oriente all’Africa fino alla Russia (che piaccia o meno di orbitare attorno a Putin non smetteremo certamente di colpo) e di nuovo si torna proprio alla figura di Prodi. Sulla fattezza politica invece che tecnica, contrariamente a qualche settimana fa, paiono allineate tutte le forze politiche principali.
Uno spostamento di Draghi verso la Presidenza della Repubblica avrebbe fatto molto piacere alla Germania la quale ha ostacolato in modo evidente la volontà espansiva in politica monetaria che, crediamo, il Governatore avrebbe voluto e potuto imprimere in assenza del costante veto del maggiore azionista della BCE, la tedesca banca centrale, BuBa, del falchissimo Weidmann seguite dalla sua orbita nordica. Per l’Italia invece la posizione di Draghi all’Istituto Centrale è fondamentale perché il 22 gennaio i mercati, calmi in attesa e moderatamente ottimisti, e tutti i Governi si attendono un importante annuncio sui QE che a questo punto dovrebbero essere precisi, veloci e sostanziosi (avrebbero, a nostro modesto avviso, già dovuto essere implementati). Ormai la presa d’atto di un possibile scenario deflattivo o comunque di bassa inflazione prolungata oltremodo (ed i consumi lo dimostrano anche in periodo natalizio e di saldi) si scontra con il mandato della BCE fino ad ora assolto inefficacemente (questa tendenza era stata rilevata e denunciata in questa sede oltre un anno fa) e che Draghi ha il dovere una volta per tutte di invertire con maggior beneficio per i paesi che come l’Italia si trovano in difficoltà superiori. Qualora la sua figura fosse sostituita è difficile pensare che la Germania non faccia valere la sua potenza e le nazioni più problematiche potrebbero pagarne ulteriore scotto. L’idea balenata in qualche testata di un’avvicendamento tra Prodi, destinato a Francoforte, e Draghi proiettato in direzione Colle, pare poco plausibile proprio per le posizioni tedesche che difficilmente acconsentirebbero all’italiano Prodi ultimamente molto critico (e non a torto) nei confronti di certe gestioni europee e della BCE, anche se dal punto di vista prettamente italiano sarebbe stata una soluzione decisamente interessante.
Scartando la figura di Draghi e dei tecnici in generale, si escludono in automatico nomi come il Ministro Padoan o Visco, dalla fattezza quest’ultimo molto prossima a quella di Draghi, mentre salgono in graduatoria il Magistrato Ferdinando Imposimato (che mi fa sorridere aver conosciuto televisivamente per la sua presenza alla trasmissione Forum … da Rita Dalla Chiesa al Quirinale, un bel salto), ma anche il Politico PPI e cattolico Pierluigi Castagnetti o il giudice ex DC Sergio Mattarella. In ogni caso basta leggere questo articolo di IlGiornale.it (LINK) per farsi un’idea che i nomi con o (principalmente) senza fondamento sono davvero tanti, quasi tutti in sostanza; anche un tal Enrico Letta a cui manca il requisito di anzianità è stato proposto addirittura da Eugenio Scalfari (Link).
Il Valzer Viennese è già iniziato, la sala da ballo del Palazzo di Schönbrunn, ufficialmente ancora chiusa, in realtà è già gremita e le danze da settimane principiate.
Doveroso ricordare e sottolineare, ed è la storia che lo insegna, che tutti coloro che si tirano fuori dalla corsa al Quirinale rischiano d’essere tra i primi candidati proposti, talvolta bruciati, ma talvolta eletti ed ogni riferimento a Draghi o chissà a Prodi è puramente casuale (o no?).

Il caso dei Vigili romani: 83.3% assenti il 31/12/2014
Se l’83.3% dei ‪vigili urbani o polizia municipale di Roma assenti NON comprende quelli a casa per regolari ferie in un giorno particolare come il 31/12, segue che, supponendo un 12% (stima bassa per l’ultimo giorno dell’anno) di regolarmente in ferie, avrebbe lavorato al massimo il 5% del corpo (circa 50 unità), il che pare oggettivamente impossibile.
Giusto quindi non generalizzare perché nel pubblico, settore con tutte le sue protezioni ma pur sempre vessato senza possibilità di opposizione per la natura dello stipendio direttamente dallo Stato o suoi bracci armati, quasi sempre si deve far encomio a coloro che lavorano il doppio ad uguale e spesso bassa paga (gli straordinari come gli aumenti salariali) per sopperire a mancanze ed inefficienze, abusi ed assenteismo di una parte del personale, ma anche del datore Stato stesso, per offrire un servizio decente anche se spesso non all’altezza e non per loro colpa.
Doveroso verificare con calma e precisione le motivazioni (protesta?), le condizioni effettive di lavoro del corpo ed i numeri senza la smania da immediato annuncio o della accusa al capro espiatorio di turno, individuare i veri abusi e prendere i giusti provvedimenti che invero già esistono introdotti dal governo di centro sinistra nel 2001 ed ulteriormente perfezionate da quello di centro destra a firma Renato Brunetta nel 2009.
Insomma lavorare con rapidità e precisione, agire e portare a termine l’operazione, sequenza logica quasi ovunque, ma di rado applicata fino ad ora in Italia e ne abbiamo pagato, ne stiamo pagando e ne pagheremo amare conseguenze.

La Lituania entra nell’area Euro
Benvenuta alla Lituania nella grande famiglia dell’Euro, il 19° paese che ha adottato la moneta unica.
Alla luce dei parametri economici dell’ex stato sovietico come debito (circa 36% del PIL), deficit, PIL e relativo tasso di crescita (circa 3%) alcune fonti di informazione già si gettano nel sottolineare come essi siano addirittura migliori di quelli tedeschi e come ci sia da imparare dai virtuosismi dello stato baltico.
Conviene a nostro avviso non esagerare e fare le debite proporzioni. Ben diverso è il ruolo delle economie trainanti come la Germania e, benché in difficoltà, la Francia, l’Italia e la Spagna.
Con una popolazione di poco inferiore ai 3 milioni di abitanti (circa come Roma), con un PIL di circa 35 miliardi di euro (pari poco più di 1/3 degli interessi pagati dall’Italia sul suo debito, oppure al PIL generato da una provincia italiana), la Lituania può sicuramente rappresentare un ottimo avamposto strategico per i rapporti con la Russia e consentire l’arricchimento economico, culturale, di mercato tipico di un allargamento che non dovrà essere l’ultimo per consentire l’incremento della competitività europea ed una maggior stabilità dei confini (la Turchia ad esempio sarebbe importante per i rapporti con il Medio Oriente e l’Islam, ma molto deve ancora fare su alcuni temi fondamentali che esulano dai rigidi parametri economici), ma erigere già la Lituania a vessillo degli esempi da seguire pare un tantino eccessivo, pur col massimo rispetto ed encomio per i suoi eccellenti parametri economici.

02/01/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Anche l’ Africa chiede più Europa

Non si può e non si deve rimanere indifferenti di fronte a ciò che è successo qualche giorno fa a Lampedusa. Nessuno se lo può permettere, con la consapevolezza che il problema degli sbarchi non è nuovo e questo è solo uno degli ultimi episodi dall’ epilogo drammatico che calamita ogni attenzione, ma il fenomeno non è affatto nuovo e troppo spesso taciuto poiché fortunatamente non sempre così tragico.

Adesso a mente più fredda si fa appello a politiche comunitarie per cercare di porre rimedio alla piaga dell’immigrazione incontrollata in terra europea. Lo fa l’ Italia che, fuor di dubbio, vive il problema sulla propria pelle, lo fa la Germania che, abbandonando il suo rigore spesso un po’ egoistico, si dichiara favorevole a quote di immigrati per singoli stati e ad accordi con gli stati di partenza degli emigranti, e lo fa la Francia, che per bocca del suo primo ministro Jean-Marc Ayrault ritiene necessario un intervento europeo per cercare una soluzione al fenomeno dell’ immigrazione nell’ Unione.
Con questo fine si riuniranno nei prossimi giorni, probabilmente mercoledì 9 ottobre, i Ministri degli Interni di tutti gli stati membri.

Politiche comuni e forti valide per tutto il continente europeo sono necessarie per affrontare ogni tematica che comporti conseguenze per i singoli stati; più in generale ogni politica finalizzata ad incrementare la competitività del continente, a rafforzare la sua posizione attualmente un po’ barcollante e ad affrontare le sfide globali, non può prescindere dal seguire una linea dettata centralmente all’insegna della solidarietà e dell’integrazione tra gli stati membri in modo da avere realmente “più Europa” come invocato da molti esponenti istituzionali (il Premier italiano Letta primo tra tutti, ma anche l’ex Premier Mario Monti o il Professor Romano Prodi). Questa considerazione vale ovviamente per le tematiche monetarie e finanziarie, per quelle fiscale e relative alla tassazione ed all’evasione/elusione, per le politiche energetiche ed il mercato dell’energia, per la lotta ai cambiamenti climatici ed alla sostenibilità energetico – ambientale. Tutti campi che, senza un moto sincrono ed unitario, amplificheranno disuguaglianze ed accentueranno i problemi degli stati più deboli i quali saranno la zavorra della UE e non le consentiranno di competere a livello globale con le grandi potenze, come parimenti non potrebbero farlo le singole economie, anche quelle più forti, perché pur sempre troppo piccole di fronti ai giganti del mondo. A maggior ragione questa considerazione va applicata, e pare che, almeno a parole, anche i più reticenti come la Germania se ne siano accorti, al tema della demografia e più nello specifico dell’immigrazione che non è più verso una nazione, ma è verso un continente e che troppo spesso finisce in tragedia.

Il commissario europeo responsabile per gli affari interni e l’immigrazione Cecilia Malmström ha dichiarato da Bruxelles che l’ Europa ha messo in campo strumenti per il controllo dei flussi migratori, come il Frontex e l’Eurosur, e che ha allocato molti fondi, dei quali uno dei maggiori destinatari è l’ Italia (232 milioni nel periodo 2010-2012 e 137 milioni solo per il 2013). La Malmström ha anche affermato che l’ EU è disponibile ad agire, ma gli Stati devono chiarire cosa vogliono. Quest’ ultima affermazione forse non è troppo precisa, in realtà dovrebbe essere elaborata, con la partecipazione di tutti gli stati membri, una politica e delle modalità comuni per cercare di risolvere il complesso problema. Non è esaudendo le proposte di singoli stati, i quali potrebbero avere visioni limitate, che si può affrontare la situazione a livello continentale come dovrebbe essere fatto, altrimenti si rischierebbe solamente di spostare in problema da un confine ad un altro.

Il problema demografico animerà i prossimi anni e l’ immigrazione dai paesi africani e del medio oriente rappresenta una risorsa che tramite l’ integrazione ed attraverso la creazione di un’ area economico-sociale “Paneuromediterranea” (Cit. editoriale del trimestrale Oxygen di Antonio Tajani, Vice Presidente commissione Europea) potrà portare benefici a tutti i continenti che si affacciano sul Mare Nostrum. Il flusso migratorio deve essere controllato e non essere animato dalla disperazione per guerre civili, terrorismo, estrema povertà oppure non deve essere la via di fuga per criminali. A tal fine i dialoghi con i paesi africani o del medio oriente interessati sono indispensabili, ma difficili anche per il fatto che spesso i governi sono dittatoriali, militarizzati o non ben definiti. Da parte dei paesi più industrializzati, ricchi ed attenti alla sostenibilità anche in campo umanitario e politico, come l’ Europa si presenta, deve essere compiuto uno sforzo non interessato per portare stabilità anche in quelle aree flagellate e devastate dalle dittature militari, per instaurare un tessuto sociale più armonioso ed autosufficiente grazie all’ approvvigionamento di acqua, al miglioramento di prassi sanitarie, all’ elettrificazione ed alla creazione di una agricoltura e piccolo artigianato locale che regolerebbe in modo automatico il flusso migratorio.
È chiaro che questi interventi richiedono tempo ed una organizzazione impeccabile che solo una istituzione od continente veramente unito e mosso da politiche comuni può garantire. Ne è un esempio l’ ONU o la Banca Mondiale e lo deve diventare anche l’ Unione Europea, perche anche l’ Africa sta chiedendo più Europa.
Se le dichiarazioni della Germania, della Francia e di tutti i paesi che non possono rimanere silenti di fronte ad un simile dramma, verranno applicate ed estese anche ad altri temi chiave, allora sarà seriamente possibile convergere verso un’ Unione più forte che dovrà davvero diventare l’ Europa dei Popoli che ormai è richiesta anche oltre i confini del continente e per affrontare problemi ben più nobili dell’economia e della crescita, quelli legati alla vita. Se ciò accadrà i poveri profughi di Lampedusa ne saranno di diritto i martiri padri fondatori.

06/10/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale