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Dati positivi, ma in uno scenario molto complesso ed incerto. Non si può perdere un’altra occasione

L’Italia sta decollando? Secondo il Premier Matteo Renzi sì, senza dubbio, si devono allacciare le cinture, e come al solito alla “facciccia” di coloro che vorrebbero che tutto andasse male (anche se è oggettivamente difficile capire perché qualche italiano dovrebbe volere che tutto andasse male). L’affermazione del Presidente del Consiglio è stata proferita, non a caso e con precisa dovizia di termini, di fronte a 1500 dipendenti Alitalia a Fiumicino, in occasione della presentazione della nuova livrea della compagnia aerea e di nuovi vettori. Sono state inoltre annunciate 310 assunzioni (o meglio riassunzioni e trasformazioni di contratto) a tempo indeterminato nei settori ground e manutenzione: nello specifico 115 stabilizzazioni da tempo determinato ad indeterminato e 55 riassunzioni tra lavoratori in mobilità nel ground e 140 riassunzioni dalla mobilità per la manutenzione.

Effettivamente non si può negare che segni di ripresa ci sono. Da tenere presente che, come fa notare il Presidente di Confidustria Squinzi, ma lo abbiamo ripetuto più e più volte anche in questa sede, essi si giovano principalmente delle congiunture macroeconomiche irripetibilmente favorevoli, i bassi tassi che favoriscono il credito, i (ritardatari) QE della BCE, un prezzo del greggio estremamente basso, un Euro debole che favorisce le esportazioni, ma nonostante tutto questo l’Italia rimane sempre il fanalino di coda rispetto agli altri stati europei come Germania, Francia, Spagna, UK. Premesso ciò vanno accolti positivamente, più che il dato sul PIL (da tenere presente l’inserimento anche di alcune attività illegali da Novembre 2014), quelli relativi; alla produzione industriale (+0.3% ad aprile e +0.1% a maggio trainato da manifatturiero); all’aumento degli investimenti (+2.5% nel Q1 2015 con previsione trend rialzista) in macchinari e mezzi; alla crescita dello 0.2% a marzo dei crediti alle imprese (dati CsC). A ciò si aggiunge anche il  calo di fallimenti del 2.8% nel Q1 2015 rispetto ai primi tre mesi del 2014. Infine, e questo è forse l’aspetto che più ha fatto gioire il Presidente Renzi, l’Istat ha confermato l’aumento di posti di lavoro, 159 mila occupati in più ad aprile, ed una diminuzione dei cosiddetti inattivi (NEET), che vanno ad incrementare il numero degli occupati. Aprile è stato il primo mese di pieno funzionamento del Jobs Act, ma è difficile pensare che nuovi occupati derivino direttamente dalla riforma del lavoro, ancora in fase di rodaggio, ben più probabile che essi siano frutto degli sgravi contributivi da tempo entrati in vigore (8 mila euro all’anno per 3 anni) e della trasformazione di alcuni contratti precari, benché l’utilizzo del part-time, soprattutto in estate, sia ancora la forma dominante, oltre che dalla propensione dei NEET, ossia coloro che neppure si impegnavano a cercare lavoro, i cosiddetti totalmente inattivi, a cercare un impiego nel periodo estivo dove le possibilità, in particolare nei settori dei servizi turistici e di ristorazione, sono maggiori.

Quando ci sono, è doveroso e corretto far presente i segni benefici che possono far ben sperare, ma considerando che allo stato attuale dell’economia italiana gli zero virgola non sono sufficienti e considerando che, posto di metterci di buona lena agendo con determinazione ed interesse solo ed esclusivamente per la cosa pubblica, ci vorranno anni per riavvicinare (non raggiungere) livelli di benessere paragonabili a quelli precedenti la crisi, si devono mantenere i piedi per terra, ad iniziare da chi ci governa. Va quindi precisato che i dati sono sicuramente di inversione, ma rispetto ad una situazione di minimo storico, inoltre i fallimenti aziendali dovranno fisiologicamente raggiungere un minimo, le aziende non strutturate o poco solide o non votate all’export, in grado di sopportare la crisi sono perite, le altre invece sono riuscite a sopravvivere. Il massimo dei fallimenti, benché ad un tasso inferiore, non è stato raggiunto e si spera che il trend venga invertito non più annoverando diminuzione di fallimenti, ma incremento di nuove attività, circostanza ancora lontana dal verificarsi. La disoccupazione è stata crescente per 14 trimestri consecutivi ed ora ha, fortunatamente, subito una battuta d’arresto, nonostante ciò, come per il PIL e gli altri indicatori, l’Italia rimane agli ultimi posti in Europa, la disoccupazione in Italia si attesta al 12.4%, mentre nell’area euro è all’11.7% ed al 9.7% nell’UE.

Non è quindi tempo di crogiolarsi, nè di cantare vittoria, né tanto meno di credere che il peggio sia alle spalle, parimenti però devono essere sfruttate, inderogabilmente, le congiunture favorevoli che non si ripeteranno. Questo è il tempo di impegnarsi totalmente sulle riforme economiche, quelle che, una volta entrate rodate, dovrebbero supportare la ripresa economica. Imprescindibile in questa situazione è cercare di favorire in ogni modo gli investimenti, privati, ma anche pubblici, creare posti di lavoro di qualità nei nuovi settori trainanti e quelli ad alto valore aggiunto, supportare imprese e cittadini cercando di aumentarne il potere d’acquisto ed al contempo favorire il ricambio generazionale sul lavoro, quindi incentivare uscite a valle di piani di assunzioni. Le mosse del governo invece non sembrano andare in questa direzione, sono più votate al blocco salariale, alla riduzione delle pensioni per consentire risparmio immediato, senza calcolare che le decurtazioni che sono allo studio saranno denari sottratti all’economia reale. Su una pensione netta di 1500-1800 euro, alta per le pensioni medie italiane, è difficile pensare che siano tanti i denari destinati al risparmio, più probabile che siano utilizzati per il sostegno della famiglia, dei figli e per le spese, il sillogismo si amplifica se si va a ragionare sulle pensioni, la maggioranza, di importi inferiori. Decurtare il potere di spesa dei pensionati con pensioni medie, in un paese a maggioranza di pensionati e con grande necessità di rilanciare i consumi forse si tratta di un autogol.

L’Esecutivo dovrà poi cimentarsi con la sentenza della Consulta sul blocco delle pensioni, non è pensabile che con il rimborso medio di 500€ il problema sia risolto, le associazioni dei consumatori ed i sindacati sono già in allerta. In aggiunta la Consulta dovrà, il 23 giugno, pronunciarsi sul blocco degli stipendi statali. In merito a ciò l’Avvocatura dello Stato, chissà se consigliata da qualcuno, ha già inviato un monito, quasi minaccioso, alla Consulta stessa:

“L’adeguamento degli stipendi statali costerebbe 30mld – 35mld, cifra insostenibile per lo Stato”

A chi volesse essere ingenuo, realista e seguire una logica oggettiva e razionale, le vicende del blocco delle pensioni e degli stipendi statali insegnerebbero che si può soprassedere la Costituzione per problemi di bilancio.
L’accostamento sarebbe spontaneo ed automatico: non avendo la possibilità di arrivare a fine mese, non potendo permettermi cibo, medicinali o di pagare debiti/tasse/stipendi, è concesso agire in deroga alla costituzione. Se non foss’altro che tra Stato e Cittadini non vale il viceversa.

Indubbiamente due questioni spinose e potenzialmente molto, molto, costose per il Governo, che sicuramente nel cercare di far valere la propria posizione, evidentemente pendente verso il non rimborso anche perché non ha materialmente le risorse, potrà contare su tutto l’appoggio della Commissione Europea.

Vi sono poi altre due questioni da cui non è possibile svincolare la ripresa italiana e non solo: la crisi Russo-Ucraina e quella Greca (ambedue segnali concreti di una Europa, per come è impostata attualmente, incapace di gestire e porre argini a problemi che potrebbero essere sempre più frequenti nel contesto globale).

Sul fronte Ucraino gli scontri si sono nuovamente intensificati e gli USA premono perché, non avendo rispettato Mosca gli accordi di Minsk, le sanzioni vengano intensificate, come peraltro previsto dagli accordi sottoscritti. Ciò penalizza l’economia Italiana che ha nella Russia, oltre che un fondamentale partner energetico, un’importante valvola di sfogo delle produzioni nostrane. Non di meno ciò avviene alla vigilia di un’importante visita di Putin nel nostro paese.

La crisi Greca, nonostante sia da settimane che si sente proferire la locuzione che la svolta è vicina e nonostante le rassicurazioni da parte delle istituzioni UE che tendono a minimizzare l’impasse, assicurando che la politica monetaria ha creato uno scudo protettivo sull’eurozona, non pare di soluzione prossima. Atene avrebbe dovuto pagare entro il 5 giugno 312 milioni all’FMI, il quale ha accettato di ricevere il pagamento in unica soluzione assieme alle altre trance il 30 giugno, per complessivi 1.6 miliardi, non disponibili nelle casse greche. Parallelamente al pagamento posticipato, la Grecia di Tsipras e Varoufakis, ha rifiutato il piano di riforme proposto dal Brusselles Group, ritenuto ancora troppo votato all’austerità, foriero di altra recessione ed insostenibile per il già vessato ed in ginocchio popolo greco. I cardini della discordia vertono principalmente sul livello dell’aliquota IVA (l’UE la vorrebbe unica al 23%, molto più bassa Atene), sull’ulteriore taglio all’importo delle pensioni, ad un’aumento dell’età pensionabile, allo stop ai prepensionamenti ed infine al livello di disavanzo di bilancio.

Sia sul tema russo-ucraino che su quello greco la tendenza dell’Unione è minimizzare l’impatto del problema sull’UE, mentre quella della ben più realista USA è di spingere affinché venga trovata una soluzione, lo scenario è ancora fragile, dicono da Washington, e nel caso di un default greco, di una ristrutturazione del suo debito o peggio di una sua uscita dall’Euro, le conseguenze sono imprevedibili ed inesplorate e sicuramente con importanti ripercussioni, nonostante le limitate dimensioni dell’economia greca, mondiali.

I mercati nel mentre rimangono tesi e tirati e gli speculatori si fregano le mani.

Molti dati italiani in questo periodo hanno volto in positivo, ed è un bene, ma pensare di aver imboccato la retta via è ancora tutt’altra cosa, sono troppi i legami ed i fattori contingenti, in parte positivi ed in parte negativi indipendenti e non influenzabili, a cui siamo legati a doppio giro. Pertanto non è possibile perdere colpi in Italia, che ancora traballa, perseverando in altri ritardi senza fare ciò che ora può e deve essere fatto.

Valentino Angeletti
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Crescono i contratti a tempo indeterminato, ma l’industria frena. Quale nesso esiste??

“Sono dati davvero sorprendenti che mostrano una crescita a doppia cifra!”, ed ancora: “è  un giorno importante, segnale dell’Italia che riparte!”.

Così, col tipico entusiasmo, il Premier Renzi ha commentato i dati emessi dal Ministero del Lavoro di Giuliano Poletti relativamente ai nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato per i primi due mesi del 2015. Le cifre diramate dal Dicastero fanno segnare rispetto allo stesso periodo 2014 un incremento del 38.4% pari a circa 79’000 contratti.

Ad una prima lettura pare un dato molto positivo e non c’è dubbio che lo sia, ma a ricollocare i puntini sulle “i” ci pensa immediatamente lo stesso Ministro del lavoro che fa notare come in realtà non sia possibile stabilire se si tratti di nuovi contratti o trasformazione di contratti a tempo determinato o collaborazioni già in essere.

Molto probabilmente a spingere le aziende alla stipulazione di contratti a tempo indeterminato sono stati gli sgravi fiscali inseriti nella legge di stabilità 2015 che prevede la decontribuzione triennale e lo sgravio permanente dell’Irap per i datori di lavoro, mentre, nonostante spesso anche addetti ai lavori e politici direttamente interessati facciano dichiarazioni confusionarie in modo più o meno deliberato, non è ancora possibile riferire tale risultato agli effetti del Jobs Act entrato in vigore appena da pochi giorni.

Secondo esperti del diritto del lavoro ed analisti del settore le trasformazioni da vecchi contratti a tempo determinato o le regolarizzazioni di collaborazioni pre-esistenti arriverebbero almeno all’80% non introducendo pertanto nuovi posti di lavoro o occupati di nuovo corso. In taluni casi potrebbe addirittura trattarsi di cessazioni di vecchi rapporti, la cui regolarizzazione non comporterebbe benefici per circostanze particolari, sostituiti con assunzione a tempo indeterminato.

Analizzando il contesto ed altri dati che sono stati diramati dall’ISTAT quasi in contemporanea rispetto a quelli del Ministero del Lavoro, si può a ragione supporre che la stima degli analisti sia corretta, ridimensionando così l’entusiasmo dell’Esecutivo.
Per correttezza si deve partire dal presupposto che per coloro ai quali è stato trasformato in rapporto a tempo indeterminato un precedente contratto a termine, precario o che sono stati assunti, magari in sostituzione ad altre figure che non avrebbero dato acceso agli sgravi per l’azienda datrice, la notizia non è solo buona, bensì esaltante e dà loro una differente e più rosea prospettiva del futuro. Ciò è giusto e va compreso, così come va effettivamente preso atto che lo “swap” di contratto, in assenza del provvedimento che ha introdotto gli sgravi, con tutta probabilità non sarebbe mai avvenuto.
Precisato doverosamente quanto alle righe precedenti, quello che porta ad essere più realisti rispetto alla frenetica gioia, che pure rimane per i 79’000 coinvolti, risiede innanzi tutto nel fatto che il confronto statistico è con un periodo, i primi mesi del 2014, in cui venne toccato il picco massimo della disoccupazione e quindi la stipula di contratti, a maggior ragione se a tempo indeterminato, raggiunse i minimi storici. In tal senso il +38.4% può essere in parte dovuto a quello che in gergo finanziario si definisce rimbalzo tecnico (esiste anche il rimbalzo del gatto morto, ma si spera non sia questo il caso); inoltre considerando il livello assoluto della disoccupazione, in particolare tra i giovani, i quasi 80’000 nuovi contratti, che non equivalgono matematicamente ad altrettanti nuovi posti di lavoro, rimangono una goccia nel mare.

Un ulteriore elemento foriero di perplessità risiede nelle dinamiche dei consumi e della domanda.
L’Istat ha diramato dati relativi al mese di gennaio 2015 tuttaltro che lusinghieri sulla produzione industriale che indica lo scenario presente in cui si inseriscono le imprese, sul loro fatturato e sugli ordinativi, che invece possono anticipare gli andamenti futuri. Benché vi siano differenze tra i vari settori industriali (molto bene l’auto, male invece la metallurgia), mediamente per la produzione la diminuzione mese su mese è stata dello 0.7%, mentre anno su anno ha fatto registrare un -2.2%; gli ordinativi invece mese su mese sono scesi di ben 3.6 punti percentuali. Ovviamente a risentirne è stato anche il fatturato delle imprese, calato a gennaio dell’1,6% rispetto a dicembre e del 2,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Simili numeri son piuttosto in linea con quanto appurato dal sindacato SPI-CGIL secondo cui i pensionati, la più grande platea del nostro paese e coloro che animano i consumi di massa, ma anche i primi a tagliare le spese se necessario, negli ultimi 5 anni, principalmente a causa del blocco delle rivalutazione del loro assegno mensile, si sono visti decurtare il potere d’acquisto complessivamente di 9.7 miliardi di €, 1’779 € in media a testa.
In effetti anche dalle caritas arrivano informazioni secondo cui le mense gratuite per disagiati sono sempre più foltamente frequentate.
La SPI stima poi che se si verificassero le previsioni BCE sulla crescita dell’inflazione i pensionati rischierebbero di perdere ulteriori 3.6 miliardi di €.
Mai vanno dimenticate poi le clausole di salvaguardia che incombono qualora non si riuscissero a centrare gli obiettivi di bilancio previsti dal DEF 2015, in particolare l’aumento dell’IVA e delle accise che andrebbe a penalizzare ancora una volta i consumi e, secondo alcune stime, causerebbe la perdita di 150’000 posti di lavoro. Proprio per evitare le clausole sta lavorando alacremente il consigliere economico di Renzi, Gutgeld, successore non ufficiale ma de facto di Cottarelli (il cui report dovrebbe essere messo a disposizione a breve assicura Yorem Gutgeld), che conta di poter reperire i circa 10 miliardi necessari operando i tanto attesi tagli alla spesa.

Anche i segnali che arrivano dal Forum di Confcommercio a Cernobbio sono solo parzialmente e timidamente positivi. Le stime del PIL 2015 che oscillano tra il +0.7% del Ministro Boschi ed il +1.1% di Confcommercio non sono tali da invertire la tendenza sulla disoccupazione che inizia a risentire di effetti benefici e con un fisiologico ritardo a partire da 1.5% di crescita. Il Presidente della Comera di Commercio di Milano, Sangalli, vede nell’Expo 2015, che inizierà il primo maggio, una irripetibile opportunità. Anche tale affermazione è teoricamente (e ci auguriamo che lo sia anche fattivamente) vera, ma la realtà delle cose ci porta a riscontrare ritardi (ed annessi episodi di corruzione e tangenti) ed opere che forse non saranno pronte prima di agosto tanto da necessitare di una gara d’appalto suppletiva per il “camouflage” dei cantieri non conclusi. Inoltre la natura dell’esposizione è per definizione straordinaria, non strutturale, ma transitoria come lo sono la maggior parte degli effetti benefici che potrebbe portare all’economia (eventuali buchi da risanare invece sarebbero ben più duraturi nel tempo) quindi è bene non basare stime e previsioni su eventi di simile conformazione.

In questa fase, per quanto possibile analizzare i fatti in modo oggettivo e distaccato, pare che vi sia ancora uno scenario presente e futuro di generale fragilità, con consumi deboli e non tali da innescare il circolo virtuoso che con la domanda riattiva imprese, industria e di conseguenza propensione alla creazione di posti di lavoro. Manca l’ingranaggio iniziale di questo meccanismo, vale a dire il potere d’acquisto che in questo momento può essere dato solo con detassazione e con investimenti pubblici che creino loro stessi posti di lavoro e quindi incrementino nel complesso la propensione alla spesa. Difficile pensare dunque che con i due mesi di sgravi fiscali (e da marzo con il Jobs Act), tra l’altro destinati a concludersi, abbiano sbloccato il mercato del lavoro. Servono, come detto, investimenti, detassazione per imprese e privati, serve sbloccare la domanda ed agire anche sul lato dell’offerta.

Del resto è vero che un’impresa non licenzia per il piacere di licenziare solo perché venuto meno l’articolo 18 per i nuovi contratti a tutele crescenti previsti dal Jobs Act, parimenti però non è pensabile che un’azienda assuma se il business non lo giustifica solo per godere del beneficio di tre anni di detassazione.

Valentino Angeletti
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Mutevoli rapporti di forza politici ostacolano le azioni da intraprendere sull’economia

La riforma costituzionale ha superato anche lo scoglio della Camera in seconda lettura. Per la definitiva approvazione rimangono dunque altri due passaggi, uno al Senato e l’ultimo nuovamente alla Camera. Il risultato del voto è stato di 357 favorevoli, 125 contrari e 7 astenuti, una vittoria con margine, ma che non raggiunge i 2/3 dell’Emiciclo, quorum sotto il quale è consenta la richiesta di un referendum popolare, opzione che Renzi, per poter proteggere la riforma con l’approvazione e il gradimento dei cittadini, vorrebbe seguire.  Pronosticare la vittoria del Sì non era a priori troppo difficile (LINK), le maggiori tensioni ed incertezza erano invece relegate nell’assetto che sarebbe scaturito dal delicato passaggio parlamentare. La scena politica italiana è ormai trasversalmente frammentata e parlare in un tale contesto di bi o tri-polarismo è quantomeno fuor di luogo. Tale mosaico è il preludio per una battaglia che probabilmente sarà più aspra di quella a cui si è appena assistito, ossia la votazioni di Maggio, quasi in concomitanza alla elezioni regionali, sulla legge elettorale “Italicum”. L’eredità lasciata dal primo passaggio alla Camera (II lettura) della riforma costituzionale è pesante ed in certi lembi contraddittoria.

La Lega, che ha votato no, ha subito la definitiva scissione tra la coppia Salvini-Zaia e Tosi, frattura che risulterà particolarmente influente per la corsa alla regione Veneto, dove la vittoria leghista sarebbe quasi scontata se il partito fosse unito. In questa conformazione, con Tosi che potrebbe dare vita ad una sua lista basandosi sulla fondazione che presiede e supportato da Italia Unica di Corrado Passera, gioisce la renziana  (ex Bersaniana di ferro) Alessandra Moretti e per transitività lo stesso Premier.

Forza Italia ha votato no alla riforma del Senato, ma non è stato un voto unanime o come si legge su qualche giornale coeso, bensì è stata una dichiarata manifestazione di “affetto” nei confronti del “patron” Silvio Berlusconi che intervenendo qualche giorno fa a Bari aveva informato della linea ufficiale di FI contraria alla riforma. Con una lettera 17-18 esponenti di FI anche di un certo peso e probabilmente facenti capo a Verdini tra i più filo-governativi dello schieramento di CDX, hanno mostrato il loro dissenso pur nel rispetto della linea dettata dall’ex Cavaliere, il quale ha aggiunto che il Nazareno è ufficialmente morto, infranto unilateralmente dal PD.

Nel Partito Democratico la minoranza DEM, come scontato, si è allineata nuovamente a Renzi appoggiando la riforma, tranne alcune defezioni come quella di Stefano (coerenza) Fassina. Un ultimatum, uno dei tanti, è stato lanciato al Premier da Bersani-D’Attorre-Bindi, informandolo che questo è l’ultimo voto partorito a “denti stretti”, non sarà la stessa cosa per l’Italicum che non verrà appoggiato senza modifiche in particolare alla conformazione delle liste.

Il M5S ha disertato l’aula confermando la sua apertura solo per discutere in merito a Rai e salario minimo.

SEL ha votato contro.

Le contraddizioni che emergono sono lampanti.

FI ha votato contro la riforma costituzionale del Senato pur avendola appoggiata tal quale in prima lettura e, se vogliamo, scritta all’interno del Patto del Nazareno ed il contenuto della lettera di dissenso dalla linea ufficiale è pressappoco questo. Infatti se la riforma era ritenuta buona in prima lettura per quale motivo non dovrebbe esserlo in seconda (A rigor di logica come dar loro torto)?

La minoranza PD, lanciando l’ennesimo ultimatum (tanto che associare i termini “minoranza-Dem” ed “ultimatum” sta diventando quasi ossimorico), dice di aver ingoiato questa riforma, ma non farà altrettanto con l’Italicum senza modifiche. Visti i precedenti e la scarsa fermezza, difficile crederlo, ma le motivazioni che adducono non sono affatto campate in aria. Se coma pare evidente il Patto del Nazareno non sussiste più perché ostinarsi a voler  mandare avanti la riforma simbolo del sodalizio? Oltretutto lo stesso Premier Renzi aveva in più di una occasione sostenuto che certi elementi dell’Italicum non erano di suo gradimento, ma necessari nel compromesso con Berlusconi affinché si potesse arrivare nel giro di poco tempo ad una nuova legge elettorale accettabile. Ora il Premier, libero dal Nazareno, potrebbe avere l’opportunità, dal suo punto di vista, di migliorare la riforma elettorale eliminando i punti che non gradisce: genererebbe un testo totalmente suo e del PD tanto da poterlo addirittura nominare, proseguendo l’odioso vezzo latinista (non me ne voglian i furon Cicerone o Seneca), “Renzellum”. Il Presidente del Consiglio non pare però orientato verso questa possibilità, giustificando con la solita voglia di portare a casa le riforme nel minor tempo possibile. Talvolta questo compromesso è necessario, perché l’ottimo non è raggiungibile o i tempi sono eccessivamente stretti e quindi si deve puntare rapidamente al meglio possibile al momento che non è quello assoluto. In tale situazione una simile motivazione non tiene. Attendere qualche mese in più o in meno rispetto a maggio, quando le elezioni regionali si saranno già tenute, non cambierebbe assolutamente nulla a meno che non siano ipotizzate, temute o ricercate elezioni anticipate.

Il sentore, pressoché certo, è che anche la situazione di stallo che si sta delineando non sia finalizzata ad ottenere riforme utili e per quanto più possibile ottime per il paese. I ragionamenti che dominano sono contraddittori e logicamente insensati: una riforma votata ed appoggiata tessendone le lodi in prima lettura diventa vittima di veti in seconda lettura da parte degli stessi individui, parimenti una riforma dichiaratemene ritenuta mal concepita viene appoggiata con un voto condizionato al fatto che la prossima volta non sarà così. Un comportamento che, oltre a dimostrare in modo oggettivo che gli interessi partitici prevaricano quelli del paese, prova inconfutabilmente che sovente anche il merito stesso della riforma è decisamente un elemento secondario rispetto agli incastri di potere, ai rapporti di forza, agli interessi partitici e talvolta personali.

Il momento, pur con qualche spiraglio positivo, accolto con troppo clamore e sbandierato quasi fosse giunta la fine del circolo vizioso in cui l’economia italiana e, nelle sue diversità geografiche, quella europea sono precipitati, tra cui il calo dell’Euro e dello Spread, il mercato dell’auto in recupero ed una previsione di crescita per il Q1 2015 in una forbice tra -0.1 e +0.3% con media di +0.1, continua ad essere fragilissimo. A ricordarlo sono i dati ed i numeri: l’Istat ha certificato il calo della produzione industriale nel mese di gennaio: -2.2% su anno e -0.7% sul mese. Anche il credito a privati ed imprese è in flessione rispettivamente di: 1.8% su anno (era in calo del 1.6% a dicembre) e 2.8% (-2.3% a dicembre), mentre aumentano le sofferenze bancarie. I dati sulla produzione industriale potrebbero essere leggermente influenzati dalla stagionalità, infatti nei mesi di dicembre e gennaio le giornate di lavoro si riducono (ma dovrebbero aumentare i consumi e la propensione alla spesa ed all’indebitamento). Dai dati su produzione industriale e sul credito si comprende una volta in più la necessità di sostenere domanda interna e ed export, fortunatamente buono, incrementando il potere d’acquisto e la disponibilità economica delle famiglie in questo frangente ciò può derivare quasi esclusivamente da sgravi fiscali mirati sui salari e sul carico fiscale delle imprese e da investimenti, che inizialmente non potranno essere altro che pubblici, per creare lavoro e conferire capacità di spesa a chi ora non ne ha. Di pari passo poi dovranno andare le riforme per facilitare il lavoro e lo sviluppo delle imprese attualmente ancora soffocate da peso di fisco e burocrazia. La debolezza del credito fa inoltre riflettere sul fatto che pur con ingente liquidità circolante le banche siano restie a concederne di altro, anche per via delle sofferenze in aumento, per tale ragione da una parte il QE può aiutare a diminuire tali sofferenze liberando i bilanci degli istituti da alcuni tipi di cartolarizzazioni, dall’altra la presenza costante dell’intermediario bancario che si frappone tra la liquidità e l’economia reale rende complessa l’equazione tra QE e “liquidità disponibile al consumo” (LINK).

Le riforme sono un elemento chiave ed è necessario che vengano affrontate secondo priorità, in questo momento la priorità non dovrebbe essere sulla legge elettorale, ma sono la burocrazia, l’economia, la giustizia, la lotta alla corruzione ed all’evasione che devono essere mandati avanti. L’Europa, ancora alle prese con la Grecia per arrivare ad un compromesso sulle riforme in merito alle quali (ironia della sorte) è proprio l’UE a chiedere flessibilità allo stato ellenico, ci misura sulle riforme e Moscovici, commissario economico UE, ha ricordato che all’Italia sono state risparmiate, applicando il massimo della flessibilità concessa dai patti e ritenuta possibile, le procedure di infrazione per debito eccessivo e per sforamento del percorso di riduzione del rapporto deficit/pil esclusivamente per il programma di riforme ritenuto ambizioso e promettente. L’Italia inoltre, attraverso la CdP (chissà se la nuova obbligazione CdP è funzionale a questo scopo), ha provveduto a sostenere il piano di investimento Juncker con 8 miliardi. Altri 8 sono arrivati dalla Francia e 10 dalla Germania. Ciò dovrebbe consentire secondo le stime di sbloccare investimenti nel nostro paese per circa 20 miliardi che andrebbero allocati su banda larga, PMI ed infrastrutture. Da sperare e confidare che i denari teorici che torneranno a fronte degli 8 miliardi elargiti dalla CdP a Bruxelles (per ora il piano Juncker incassa invece di distribuire, quando in linea teorica per ognuno dei 21 miliardi messi a disposizione da UE e Bei se ne dovrebbero generare 15 di investimenti) siano spesi nel migliore dei modi e con i migliori risultati possibili in termini di aggiornamento infrastrutturale, creazione di valore aggiunto e di posti di lavoro. In sostanza che contribuiscano a creare le basi necessarie ad attirare altri investimenti (la banda larga e l’istruzione digitale sono fondamentali affinché un’azienda decida di investire).

Per quanto detto parrebbe facile capire che la politica italiana e la cornice economica che la contorna dovrebbero andare di pari passo, invece non è così. Ad ogni diramazione la politica sembra voler procedere autonomamente quando invece in questa fase l’interazione con l’economia, per migliorare la situazione del paese e dei cittadini, dovrebbe essere il principale obiettivo.

Valentino Angeletti
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