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Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già

IMF  Il Fondo Monetario Internazionale lancia un nuovo allarme sulla situazione  economica e politica dell’area Euro. La ripresa dell’ Eurozona, secondo l’istituto di  Washington, è in corso ma non è robusta né sufficientemente forte, inoltre,  nonostante il ritorno della fiducia degli investitori (dovuta parzialmente alla  politica adottata e parzialmente alle condizioni che hanno spinto i capitali a  migrare dagli emergenti verso le economie mature) i livelli pre crisi sono ancora  lontani, i debiti di molti paesi, tra cui l’Italia eccessivamente alti e la crescita,  disomogenea a seconda degli stati e generalmente più consistente nei paesi  economicamente solidi, più debole e lenta del previsto.

Totalmente in linea rispetto a quanto sostenuto da tempo in questa sede, l’ FMI, che pure è stato parte dell’austerità europea come membro della Troika, imputa il perdurare di tale situazione fondamentalmente a due fattori.

Uno è la politica monetaria di Francoforte non sufficientemente accomodante e proattiva, tanto che viene nuovamente suggerito alla BCE, qualora la bassa inflazione non si attenuasse, di procedere a QE tramite acquisto di bond sovrani. Questo messaggio non è nuovo e, contrariamente al passato, il Governatore Draghi pare averlo recepito, avanzando l’ipotesi di QE tramite l’acquisto di bond privati, opzione in certi casi ancora più rischiosa e facile preda di speculazione rispetto ai classici titoli sovrani.

L’altro fattore è la politica economica di Bruxelles – Strasburgo che ha fin da subito (ricordiamo l’inizio dell’escalation della crisi con la questione greca) prediletto l’austerità, appoggiata dagli stati del nord (in certi casi poi caduti in difficoltà essi stessi come nel caso dell’ Olanda) rigorosi ed evidentemente interessati a tutelare il proprio sistema, rispetto a politiche espansive nonostante il lapalissiano stato di recessione. L’eccessivo rigore nell’imposizione del rapporto deficit/Pil al 3% è oltretutto stato perseguito puntando all’abbassamento del deficit invece che all’innalzamento del PIL modalità che avrebbe consentito una maggiore crescita. Inoltre non è stata tempestivamente (anzi, anche ora non è ben chiaro se e come verrà utilizzata) applicata la golden rule agli investimenti produttivi, mirati alla crescita, al rilancio dell’occupazione ed al completamento del processo riformatore necessario in molti paesi così come nella governance europea stessa; in aggiunta neppure sul fattore tempo sono stati ad oggi concessi allentamenti (solo a Francia ed Olanda).

L’aggregazione di questi due fattori ha portato alla stagnazione più totale senza appoggiare in alcun modo, anzi ostacolando, la ripresa economica che è così diventata ancora più complessa da ottenersi e ridotta a qualche decimale, oggettivamente ininfluente a sopperire a problemi come la disoccupazione che nel nostro paese (ma in tutta la Oil Belt) ha raggiunto livelli inaccettabili.

Fin dagli albori di questo periodo recessivo pareva chiaro (e qui si disse) che la politica monetaria avrebbe dovuto prontamente iniettare liquidità nel sistema, senza passare dalle banche che hanno fatto da tappo alla trasmissione di credito, mentre i governi avrebbero dovuto investire in progetti di sviluppo, investimenti pubblici in infrastrutture, istruzione, ricerca, energia, nuovi modelli economici e di business in modo da creare immediatamente uno shock economico in grado di favorire la creazione di posti di lavoro, quindi far girare moneta supportando i consumi e la produzione industriale. Questa avrebbe dovuto rappresentare la prima fase alla quale avrebbe dovuto essere affiancato il processo riformatore volto a spostare la tassazione in modo progressivo da persone e lavoro verso patrimoni, rendite e consumi; a riformare ed unificare il sistema bancario; a semplificare l’accesso al mercato del lavoro; ad armonizzare la normativa europea in modo che non vi fossero eccessivi squilibri e competizioni impari in termini di fiscalità, tassazione, costo del lavoro ecc.

Di tutto ciò, ripeto, estremamente chiaro fin da subito anche avendo sotto mano gli esempi di USA e Giappone, magari da non ricopiare pedissequamente, ma da cui prendere certamente spunto, si sente parlare solo adesso, quando ormai il fattore tempo è andato perduto. La ripresa dunque, già difficile con azione tempestive e mirate, sarà ancora più lunga del previsto ed in certe zone del continente si potrà realmente parlare di generazioni sacrificate.

Ora, a distanza di almeno due anni, sembra che l’ Europa, in tutte le sue rappresentanze politiche, abbia preso atto della necessità di agire concretamente. Se andrà in porto la suddivisione delle posizioni di Presidente della Commissione EU e la riconferma all’Europarlamento (oppure la nomina a Presidente del Consiglio EU) rispettivamente a Jucker (PPE) e Schulz (PSE) potrebbe essere il viatico di una grande coalizione tra i due maggiori partiti europei che necessariamente dovranno avere idee comuni quantomeno sul cambio di approccio rivolto alla crescita ed all’occupazione e non più alla sola austerity, così come sulla necessità di rilanciare l’immagine dell’Unione compromessa dall’applicazione di modelli economici errati che hanno portato a derive anti europee ed a nazionalismi, movimenti ciechi di fronte alla necessità di aggregazione, sinergia e cooperazione per mantenere la competitività ed la prosperità dell’Europa e dei singoli stati membri che, pur dotati di indubbi punti di forza interni, sarebbero sopraffatti dalle potenze globali con cui è per certi settori impossibile competere.

Queste discussioni da qualche tempo, guarda caso a partire dal periodo di campagna elettorale per le europee, animano i dibattiti interni ai partiti e tra le differenti fazioni e saranno il tema dell’incontro di questi giorni tra i leader dei partiti aderenti al PSE.

In Italia il Ministro dell’ Economia Padoan ha ribadito la necessità di riequilibrare il sistema fiscale facendo in modo di supportare i consumi, ma ciò inevitabilmente passa da una minor tassazione che impone una pesante rivisitazione della spesa pubblica e dalla necessità dello scorporo di alcune voci relative a riforme ed investimenti produttivi dal calcolo del deficit. A livello europeo invece presso l’Ecofin è passata un serie di misure mirate ad ostacolare l’elusione fiscale, cioè ad impedire alle grandi multinazionali di poter pagare tasse in paesi a fiscalità privilegiata differenti da quelli in cui si è realizzato il margine operativo alimentando in tal modo una perversa competizione, totalmente legale, all’interno della stessa area Euro che generalmente va a premiare i paesi più rivolti alla finanza ed alla speculazione rispetto a quelli più inclini all’industria ed alla produzione che dovrebbero essere i capisaldi per ripartire percorrendo la via di una crescita sostenibile nel lungo periodo e scongiurando le crisi alle quali i sistemi eccessivamente finanziarizzati periodicamente vanno incontro come in una sorta di “scaricamento degli oscillatori”.

Se quanto condiviso verrà realmente recepito e soprattutto implementato nel minor tempo possibile, ed a questo punto non ci sono più alibi per non farlo, allora si potrebbe pensare a scenari di medio-lungo termine meno drammatici e con qualche spazio anche per il vecchio continente europeo; in caso contrario il destino è quello di rimanere compressi tra Russia, USA, Cina e tutti i problemi di instabilità presenti sul bacino Mediterraneo.

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21/06/2014
Valentino Angeletti
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Due interpretazioni delle elezioni europee

I risultati delle elezioni europee sono ormai definitivi.

Essi, se considerati dal punto di vista italiano, si prestano a due chiavi di lettura, la prima interna al nostro paese, la seconda di più ampia visuale che abbraccia tutto il continente.

Nel nostro pese abbiamo assistito innanzi tutto al confermarsi della bassa affluenza che non ha superato il 60% (tra il 57 ed il 58%) confermando le attese, ma superando di gran lunga la media degli altri stati europei. Passando ai risultati invece si conferma, con un risultato percentuale decisamente storico ed inaspettato (il 30% era il risultato più ottimistico a cui è mai stato fatto riferimento), il PD ed in particolare Matteo Renzi, che, nonostante non abbia voluto inserire il nome nel simbolo, è de facto la figura di riferimento sul quale il votante nel segreto dell’urna ha apposto la croce. Il M5S è rimasto staccato di circa 20 pti percentuali e, pur rimanendo la seconda forza incontrastata, ha perso 5 punti dalle scorse elezioni nazionali incassando una sconfitta rispetto all’obiettivo di vittoria, possibilmente plebiscitaria. Nei prossimi mesi vedremo se vi sarà un rimpasto di Governo, delle nuove elezioni (interessante ipotesi per il Premier e per portare a termine in toto i propri piani) oppure se rimarrà tutto come adesso e come la natura delle europee lascerebbe pensare, anche perché nessun membro dell’esecutivo sarà disposto a cedere il passo a seguito di queste elezioni che tecnicamente non hanno influenza sugli esecutivi nazionali. A Renzi adesso il compito fondamentale di fortificare la fiducia ricevuta andando ad attuare rapidamente ed in modo incisivo il processo riformatore e di cambiamento fino ad oggi solo abbozzato e per mille ragioni contingenti ritardato e modificato più volte in corso d’opera. La sfida per il nostro paese risulta importante e decisiva, anche in ottica della presidenza italiana del semestre Europeo.

Lato Grillo e M5S evidentemente il loro approccio di non voler scendere a compromessi su alcun tema e con nessun interlocutore gli ha fatto dilapidare un patrimonio elettorale, e sopratutto di speranza di cambiamento e rottura, inestimabile;  l’elettorato pare gli abbia parzialmente tolto la fiducia avendo visto nel movimento una forza unicamente distruttiva e mai costruttiva né propositiva. Il concetto, più volte espresso dal leader penta-stellato, di andare al governo con il 100% è innanzi tutto impraticabile ed in secondo luogo fa presagire un approccio quasi dittatoriale che, complici anche i toni molto coloriti ridimensionati solo nell’intervista a Porta a Porta, può aver spaventato coloro che votarono M5S senza esserne convinti sostenitori ma perché pareva una forza nuova ed in grado di rompere col sistema a patto però di saper lavorare trattando e negoziando al suo interno, capacità che non hanno avuto, ed è una grossa colpa per tutti coloro che pretendono di fare politica.

Passando all’aspetto europeo avanzano i movimenti anti europeisti o euro scettici, anche con connotazioni naziste e xenofobe come nei casi di Ungheria, Austria, Danimarca. In Francia FN di Le Pen è il primo partito ed in UK si è perso il bipolarismo storico tra Labour e Tory e lo scettro di primo partito e passato all’ UKIP, indipendentisti che sostengono l’abbandono totale dell’Europa nonché un referendum per l’indipendenza scozzese (storico bacino dei laburisti). In Grecia vince la sinistra di Tsipras, ma contrariamente all’ostilità nei confronti dell’Europa dei partiti di destra, l’idea di Syriza è quella di una Europa più forte e più vicina ai cittadini, con meno disuguaglianze e più solidarietà tra gli Stati (macro linee non dissimili a quelle del PSE e formalmente del PPE).

Anche in tal caso è evidente che tutti i partiti filo europei che andranno a comporre il nuovo parlamento (in cui il primo partito dovrebbe essere il PPE con Junker probabile presidente della Commissione) a cominciare da PPE e PSE (che in totale si aggiudicheranno circa 400 parlamentari su 751, quindi non una maggioranza esagerata), passando ad ALDE ed anche a lista Tsypras, dovranno collaborare per portare avanti e realizzare quei punti che si sono mostrati evidentemente lacunosi nel processo di costruzione di questa Europa ancora ben poco unita. A convincersene  dovrà essere soprattutto la Germania dove la CDU, in calo, rimane il primo partito con SPD secondo in risalita (fortunatamente si tratta delle due forze europeiste). Magari a far da ambasciatore sarà Schulz, spiegando che in Germania è necessario cedere un poco di sovranità nazionale fungendo nei momenti di difficoltà da vera locomotiva dell’Unione. Il pericolo del sentimento anti europeo e la chiusura nei propri nazionalismi, deleteri per la competitività ed il benessere del continente europeo, sono tutt’altro che scongiurati, anzi ne escono rafforzati.

Nel processo di riforma europeo dovrà entrare anche la ECB di Draghi, mostratasi,  in questa ultima fase di crisi, lenta e poco incisiva nell’agire, focalizzandosi solamente sull’effetto annuncio gestito magistralmente, ma che si esaurisce nel giro di qualche giorno, al più settimana. Questa settimana si terrà un simposio in Portogallo  dei banchieri centrali dove parleranno di tassi e di come combattere la bassa inflazione (ora ben sotto il target del 2%; verrebbe da dire che tempismo questi banchieri..). Pare che la ECB dal 5 giugno sia disposta a mettere in campo misure eccezionali, forse tassi negativi, forse prestiti a banche con vincolo di fare credito alle imprese o direttamente alle imprese stessa (ipotesi che si è più volte ribadita).

In Italia l’errore in cui non incappare è quello di esasperare il risultato delle europee con una connotazione esclusivamente nazionale, perdendo di vista lo stampo europeo e tutto il lavoro che, parallelamente alle riforme nazionali, tra Bruxelles e Strasburgo deve essere fatto.

Link su inflazione:

 

26/05/2014
Valentino Angeletti
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Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa

Nessuna novità dall’incontro di Bruxelles tra il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e l’Estone Siim Kallas, Commissario EU ad interim per gli affari monetari (Approfondimenti: Repubblica.it, Grafico, AGI.it).

Le stime sono state sostanzialmente confermate. I principali indicatori come disoccupazione e debito si attestano rispettivamente ai valori tutt’altro che positivi, rispettivamente del 12.8% e 135.2% nel 2014 per passare nel 2015 a 12.5% e 133.9%; il PIL invece è visto in crescita dello 0,6% nel 2014 e dell’ 1,2% nel 2015, in lieve peggioramento rispetto al tasso previsto dal Governo di 0.8% nel 2014 ed 1.3% nel 2015. Invariate sono rimaste le stime sul deficit, al 2,6% nel 2014 ed al 2.2% nel 2015. L’inflazione si conferma bassa sia nell’EU (1% nel 2014 e 1,5% nel 2015) che nella zona euro (0,8% e 1,2%). 

Il vero esame per in nostro paese, cioè il pronunciamento della commissione sul DEF, che include le coperture per il decreto IRPEF ed il taglio dell’IRAP, e sul piano di spendig review, è stato rimandato al 2 giugno, dopo le elezioni europee come se fossimo in presenza di una sorta di “periodo bianco” dove si mantiene neutralità sostanzialmente su ogni fronte evitando di prendere decisioni o fare dichiarazioni di una certa rilevanza.

Il Ministro Padoan si è detto soddisfatto poiché le stime su debito (vero allarme per l’Europa) e disoccupazione erano ampiamente previste e non tengono conto degli effetti del bonus IRPEF a partire dalla busta paga di maggio (che i numeri devono ancora confermare come strutturale) e della spending review, cavallo di battaglia per questo Governo e revisione necessaria per il paese stesso. Inoltre è lievemente aumentata l’occupazione e le stime sul PIL, benché peggiorative rispetto al DEF in cui il Governo si era già definito prudenziale, lasciano trasparire una inversione di tendenza, anche se a dire il vero a livello Europeo l’Italia si colloca comunque nelle ultime posizioni.

Segnali positivi inoltre provengono sul fronte dei consumi, per la prima volta in aumento da 3 anni a questa parte, con una spesa delle famiglia in aumento dello 0.2% nel 2014, 0.5% nel 2015, 1% nel 2016. ISTAT, Censis ed anche Commissione EU sono concordi nel sostenere che gli 80 euro in busta paga si trasformeranno almeno parzialmente in consumi, in particolar modo, ed è determinante per l’efficacia della misura, se saranno strutturali. Di certo il contributo che il provvedimento da alla fiducia ed alla speranza degli italiani è di certo superiore al reale valore economico perché in molti casi pervade anche i non beneficiari che attendono le azioni in loro favore promesse dal Governo. Ovviamente il bonus IRPEF deve essere l’inizio di un lungo percorso di risanamento, qualora rimanesse una cattedrale nel destro sarebbe senza dubbio un fallimento.

Oggettivamente gli scostamenti di qualche decimale non devono indurre ad eccessivo pessimismo perché in questo momento l’importante per il nostro paese è  perseverare sulla via delle riforme, consolidare le misure fino qui adottate e proseguire con quelle in programma che nel medio lungo periodo dovrebbero essere in grado di sostenere una crescita più consistente senza la falsa illusione di un processo rapido ed indolore.

Se dal punto di vista italiano il processo riformatore deve proseguire, è indubbio che, soprattutto per poter avviare azioni in grado di avere riscontro nel breve termine, anche l’Europa deve modificare il proprio atteggiamento ed approccio ai provvedimenti economici. Evidentemente ciò potrà avvenire solo dopo le elezioni.

Le elezioni del 25 maggio ed il successivo semestre di presidenza italiano devono essere utilizzati in tal senso, per modificare le politiche europee e rendere più adatte e consone alle dinamiche flessibili e rapide che caratterizzano questa fase economica.

In particolare analizzando il nostro paese emerge che gran parte dei partiti politici, a cominciare da quelli maggiori e proseguendo con quelli più piccoli, quindi PD-PSE, M5S (dall’atteggiamento nei confronti dell’Europa molto più moderato rispetto agli albori quando sosteneva l’immediata uscita), FI, NCD-PPE, Scelta EU, e persino L’altra Europa di Tsipras, convengono sull’importanza dellEuropa, ma anche sulla necessità di sostanziali modifiche non così dissimili tra loro se si leggono i macro punti principali, vale a dire; rivisitazione dei trattati e del fiscal compact; più condivisione di rischi e benefici (Eurobond ad esempio) tra i vari stati membri in modo che non vi siano Stati palesemente avvantaggiati e Stati oltremodo penalizzati; più vicinanza alle imprese ed al sistema produttivo con meccanismi a sostegno del credito fino ad ora non sufficientemente garantito dalle banche; meno dipendenza dalla finanza e rivisitazione del sistema bancario; politica monetaria della ECB che consenta l’erogazione di denaro direttamente alle imprese. Con dettagli differenti, le parti politiche, stando alle dichiarazioni, sembrerebbero disposte a trattare su questi punti con l’obiettivo di giungere ad una Europa differente, meno rigorista ed austera principalmente nei periodi di recessione e più vicina alle persone, ai lavoratori ed alle imprese, in ultima summa, meno istituzionale e burocratica e più cooperativa ed umana.

Considerando la gravità della situazione che vede l’Unione in grande difficoltà rispetto alle potenze mondiali e che, nonostante sia potenzialmente la prima economia mondiale, non riesce a competere con i livelli di crescita di Cina ed Usa, solo per fare due esempi. Sarebbe auspicabile dunque che dopo il 25 maggio in Italia ed in Europa si riesca ad adottare una linea comune e condivisa, che accompagni almeno fino ad un consolidamento stabile della ripresa economica, che allo stato attuale rimane oggettivamente fragile, con differenze grandi da paese a paese, e non in grado di reggere importanti variabili esterne come potrebbe essere la crisi Ucraina e le conseguenze energetiche, geo-politiche e militari che potrebbe avere.

Se non vi sarà la capacità di convergere con convinzione verso un obiettivo sostanzialmente condiviso, quello dell’Europa dei Popoli, allora ben poco potrà essere fatto per scongiurare un definitivo fallimento.

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05/05/2014
Valentino Angeletti
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