Archivi tag: Putin

Guerra sui prezzi del greggio e “l’insospettabile” strategia Russa

OPECNei giorni scorsi si è tenuto a Vienna il vertice OPEC, organizzazione che raggruppa i paesi esportatori di petrolio. Al momento, perché seppur rare sono possibili ingressi ed uscite dall’associazione, i membri sono: Algeria, Angola, Ecuador, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Quatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Venezuela. Il consesso è stato indetto per fare il punto, ed eventualmente prendere contro misure, in merito al calo delle quotazioni del petrolio che è arrivato a toccare valori inferiori ai 70 $ al barile. A contribuire al drastico ribasso sono complici il rallentamento della domanda, dei consumi dovuto alla crisi e l’eccesso di produzione conseguenza parziale del non convenzionale shale (principalmente, ma non esclusivamente statunitense). Oltre a ciò è complice anche il tentativo dei paesi del medio oriente di mantenere la loro egemonia petrolifera rendendo meno profittevole proprio lo shale.

La decisione emersa dal vertice viennese è stata quella di non intraprendere alcuna azione, mantenendo così inalterata la produzione di greggio a circa 30 milioni di barili al giorno. Pare che la convergenza non sia stata semplice ed abbia trovato aspre opposizioni da parte di quei paesi che hanno costi estrattivi e di trasporto superiori e che quindi necessitano di più marginalità per essere competitivi, in particolare Venezuela, Libia e Iran, contrapposti agli stati del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) che invece hanno visto realizzato il loro desiderata di mantenimento dello status quo.

Il tentativo, oltre a rendere meno appetibile l’estrazione di shale voleva avere anche la valenza geo-politica e strategica di colpire le economie di Iran e Russia, paesi ritenuti troppo aggressivi, destabilizzanti e spregiudicati in campo di politica estera (crisi Ucraina) e nelle sperimentazioni sul nucleare ad uso bellico.

Gli Stati Uniti stessi sono stati favorevoli alla decisione, nonostante le possibili ripercussioni sulle loro produzioni, come ulteriore addendum alle sanzioni imposte alla Russia. Va detto che se un tempo per le aziende Oil&Gas USA operanti nello shale non era possibile sopportare prezzi inferiori inizialmente a 100 $/bar ed in seguito a 70 $/bar, adesso i 60 $/bar possono essere affrontati e stando ai dati ufficiali diffusi dalle autorità del North Dakota è possibile spingersi anche a 45-42 $/bar, ringraziando l’utilizzo delle infrastrutture esistenti per le estrazioni petrolifere classiche e le innovazioni tecnologiche applicate ad un settore che ha visto negli anni scorsi ingenti investimenti e che secondo alcuni sarebbe sull’orlo di causare una bolla simile a quella “dot-com”.

Lato italiano il ribasso dei prezzi della materia prima non ha fino ad ora comportato sensibili decrementi alla pompa, evidentemente il carico fiscale delle accise è preponderante rispetto al costo della materia prima, da tenere in considerazione poi che i prezzi al consumo seguono quelli del greggio con un certo ritardo dovuto al fatto che ciò che si sta vendendo adesso è stato acquistato in passato ed inoltre anche l’autorità per l’energia e per il gas gioca un ruolo chiave nei prezzi di alcuni carburanti regolati. Altra conseguenza che potrebbe scaturire da un calo dei prezzi potrebbe essere un’ulteriore diminuzione dei prezzi al consumo di tutti quei prodotti (la quasi totalità) influenzati dal del greggio per i trasporti e per la produzione spingendo così l’inflazione ulteriormente al ribasso proprio in un momento in cui questa tendenza vorrebbe essere arginata per limitare la stagnazione dei consumi e l’attendismo dei consumatori (tema già discusso ampiamente in questa sede).

Un altro possibile effetto di medio-luno periodo del protrarsi della guerra sui prezzi petroliferi potrebbe paradossalmente essere la spinta verso una maggior diversificazione delle fonti energetiche e via via l’abbandono del greggio come energia primaria. La domanda ora è bassa e gli investimenti, i molti casi poco convenienti a questi livelli di prezzo, potrebbero essere ridotti dalle major del settore. Nel momento in cui la domanda crescerà nuovamente potrebbe non esserci sufficiente capacità per soddisfarla ed allora potrebbe essere seriamente preso in considerazione un reale, più consistente e convinto processo di abbandono dell’economia basata sul petrolio.

L’aspetto più interessante di questo fenomeno riguarda però gli effetti strategici e geopolitici che vedono la Russia come protagonista. Mosca sta subendo le sanzioni dell’occidente, peraltro dannose per la stessa UE, ed è totalmente critica nei confronti di questo provvedimento definita da Mosca intollerabile. La decisione OPEC indubbiamente colpisce l’economia russa ed in particolare le aziende come Gazprom o Rosneft e le stime sul PIL russo non sono confortanti passando da una previsione di +1.5% a -0.8%, nonostante ciò l’atteggiamento di Putin rimane muscolare. Il Cremlino ha dichiarato a gran voce di poter supportare prezzi del greggio ben più bassi, così come non lo spaventa il calo del Rublo, che in parte potrebbe anche essere stato indotto da Mosca stessa per supportare le esportazioni nei paesi non aderenti alle sanzioni, per via delle ingenti (sempre a detta del Cremlino) riserve monetarie disponibili. Putin è passato poi all’azione cercando di mettere in difficoltà l’occidente con l’arma energetica: ha stoppato il progetto South Stream andando a cercare di orientare le proprie forniture verso altri clienti: la Turchia, ma anche e soprattutto la Cina.

Il South Stream è un progetto dal costo titanico di 50 mld € partecipato al 20% da Eni e nel quale Saipem si è aggiudicata la commessa della posa dei tubi per un controvalore di circa 2 mld €. L’effetto sui mercati del blocco del progetto, precedentemente osteggiato dalla Bulgaria sotto la spinta dell’ UE, e dei bassi prezzi del greggio è stato un sensibile calo delle quotazioni dei titoli legati al petrolio ed all’ingegneria petrolifera, come ENI ed appunto Saipem. Il gasdotto avrebbe contribuito a trasportare gas russo bypassando l’Ucraina, non si tratta quindi di una diversificazione geografica (a differenza del TAP), ma solo di uno svincolarsi dai territori Ucraini, instabili e dalle infrastrutture vecchie che necessitano di investimenti per 19 mld $, incrementando pericolosamente la dipendenza ed il legame con Mosca.

Il rapporto che l’Europa ha con la Russia nel campo dell’approvvigionamento di energia primaria è evidente, e lo è tanto più in Italia. La decisione autoritaria del Cremlino non fa altro che andare a supporto della scelta di fortificare il rapporto con l’Africa, come sostenuto da Renzi e come nei piani delle grandi compagnie italiane Eni ed Enel, per puntare in ultimo alla creazione di un corridoio Sud-Nord e di un “Anello energetico-commerciale-economico” del Mediterraneo, magari in attesa che si concretizzi la difficile possibilità di approvvigionarsi stabilmente ed a basso costo dagli USA. Il Premier Renzi parlando dall’Algeria ha ribadito che il South Stream non è un progetto fondamentale e dello stesso avviso è stato anche l’AD di SNAM Carlo Malacarne. Effettivamente i depositi pieni, il clima mite e la crisi fanno sì che in questo momento, nonostante le diminuzioni delle produzioni del nord Europa (Norvegia, Olanda e UK) e nonostante la dipendenza quasi totale dell’Italia da zone politicamente poco stabili, non si corrano rischi, anche se continuare sulla diversificazione geografica e puntare internamente ad un mix energetico bilanciato ed aggiornato, è una priorità non solo italiana, ma europea.

Detto ciò non è pensabile che la Russia non abbia considerato fin dall’inizio il rischio che la sua strategia di subire e rilanciare nella guerra del petrolio potesse portare in dote più effetti negativi rispetto a quelli positivi. La tendenza a monopolizzare i settori Oil&Gas era da tempo evidente dalle mosse di Gazprom e Rosneft così come la volontà di Putin di legarsi a nuovi acquirenti per il proprio gas e petrolio (ricordiamo il contratto con la Cina assetata di energia per la quale la Russia non è altro che un fornitore). Riteniamo che proprio la Cina possa essere una chiave di lettura. La Russia evidentemente punta molto su Pechino con il quale non ha sanzioni in ballo, che necessita di energia per sostenere i ritmi di crescita pianificati dal partito e che deve cercare di ridurre le emissioni di CO2 dovute principalmente al carbone delle centrali elettriche (importanti progetti rinnovabili sono già stati realizzati, ma anche l’uso del gas è un’alternativa). La tigre cinese in futuro potrebbe diventare la meta preponderante per le esportazioni russe in particolar modo di gas. Perché ciò avvenga però la Russia deve lavorare affinché la Cina, che pure sta investendo nel settore, non viva con lo shale la stessa rivoluzione che ha inaspettatamente portato la quasi indipendenza energetica negli USA, modificando di fatto tutto l’assetto geopolitico dell’area medio orientale. In Cina lo shale è presente, ma ancora l’estrazione non è competitiva per la mancanza di tecnologie avanzate come negli USA e perché non presenti infrastrutture petrolifere da riadattare allo shale consentendo l’abbattimento dei costi per la costruzione delle dispendiose infrastrutture estrattive; è plausibile che il limite della convenienza sia ancora attorno ai 100 $/bar. Il fatto che la riduzione del prezzo del greggio possa ostacolare lo sviluppo dello shale in Cina in fondo potrebbe essere il vero obiettivo di Putin, quello che ha spinto il Cremlino a rilanciare alzando ulteriormente la posta in gioco. Di certo un azzardo, ma che sembra non avulso dall’atteggiamento tipico di un leader come Vladimir Putin.

02/12/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

 

Annunci

G20 di Brisbane tra Economia, Geopolitica, Clima cioè nulla di nuovo, stallo, rinvii

G20-Brisbane-Australia-2014Proprio in queste ore si sta concludendo a Brisbane in Australia la prima delle due giornate del G20. L’evento come di consueto ha attirato le attenzioni delle cronache e dei mass media mondiali e del resto, essendosi mossi tutti i Premier delle maggiori economie mondiali più alcune “whitecard”, non poteva essere altrimenti.

Quando ancora poco è trapelato dei discorsi ufficiali, cosa è lecito attendersi da un simile consesso? A dire il vero non molto rispetto a quanto già non si sapesse. Probabilmente a far da padroni saranno temi come l’economia, la geopolitica, il clima e forse l’emergenza ebola.

Riguardo all’economia è già chiara la direttrice che verrà seguita, l’obiettivo è quello di portare di qui a 5 anni il PIL mondiale a crescere del 2% (circa 2 triliardi di dollari) ed al momento il vero fardello e la vera mina vagante economica è l’Europa. I propositi e le indicazioni per il vecchio continente saranno senza dubbio quelli di abbandonare, almeno momentaneamente, l’austerità e svolgere politiche più mirate alla crescita, agli investimenti ed all’occupazione proseguendo nell’intento di riformare un sistema di governance che, sia per l’UE che per molti dei paesi membri (tra cui l’Italia), non è più al passo coi tempi. Alcune stoccate sono già arrivate sia dal Tesoro statunitense sia dal FMI che hanno redarguito nuovamente Europa e BCE per aver proseguito per troppo tempo con politiche poco espansive e troppo rigoriste, pur avendo l’esempio statunitense a portata di mano: i livelli di crescita sono troppo bassi, l’inflazione quasi a zero, la disoccupazione in certe aree, le stesse ove stentano gli investimenti ed i consumi, drammatica e le stime sono state ulteriormente tagliate da molti istituti, in definitiva uno scenario ben vicino all’essere ormai compromesso (da tempo si fa notare che non c’è più tempo). In particolare viene proprio dal portavoce del Tesoro USA l’allarme secondo cui (e qui lo si era già scritto) i 300 miliardi di investimenti (di cui l’Italia, con un piano di investimenti inviato proprio poche ore, fa ha fatto richiesta per una quota fino a 40 miliardi) promessi da Juncker sarebbero inadeguati. Se guardiamo la cifra con gli occhi degli statunitensi, che per mesi e mesi si sono visti erogare 85 miliardi di dollari “fior di conio” dalla FED con l’obiettivo di raggiungere determinati target di disoccupazione (<6%), l’affermazione non pare per nulla campata in aria. Di qui il caloroso consiglio di fare di più, incluso l’acquisto di titoli sovrani da parte della BCE dando il via al più classico dei QE con eventuale buona pace della Germania.

Questi moniti o consigli fraterni li abbiamo sentiti ripetere più e più volte, ma fino ad ora poco hanno sortito perché l’EU, influenzata (crediamo di sì, e molto) o meno da elementi interni, è parsa non recepirli, pur avendo ormai raggiunto la condivisa opinione di dover lavorare sul fronte della crescita, occupazione, giovani ed investimenti, ma a quanto pare senza un vero piano .

Sul lato geo-politico oltre alla Libia e la Siria sarà la questione Ucraina a tener banco. Le tensioni nelle aree dell’est si sono nuovamente fatte pesanti e Putin si è presentato con atteggiamento belligerante seguito da un paio di navi da guerra ferme a largo del continente oceanico che hanno destato non poche preoccupazioni (dalle chiavette USB del G20 Russo alle navi da guerra: di sicuro mostra eclettismo lo Zar). Il Primo Ministro ha poi alzato ulteriormente i toni rispondendo ad alcune interviste in merito alle sanzioni ancora in vigore contro Mosca che lui non ha intenzione di stare all’angolo e che se proseguiranno si vedrà costretto a prendere provvedimenti. Ha ricordato quanto grande sia la dipendenza europea dal gas russo e la possibilità di lavorare per combattere la supremazia del Dollaro negli scambi di combustibili fossili che avrebbe contribuito ad un drammatico ribasso dei prezzi. Temano gli Stati Uniti, ma tema anche la Germania perché se decidesse, come sembra, di proseguire o addirittura di inasprire le sanzioni, potrebbero essere messi a repentaglio i 300’000 posti di lavoro che le imprese tedesche impiegano nel suolo russo, ha paventato lo Zar.

L’atteggiamento ferreo di Putin, che fino all’ultimo sembrava intenzionato ad abbandonare i tavoli dopo il primo giorno, i bilaterali tra il capo del Cremlino ed i Leader Canadese e Britannico carichi di tensioni su Ucraina e sanzioni ed il ritorno delle violenze, invero mai cessate, nelle regioni del Donbass, Lugansk ed in tutto l’est ucraino, lasciano trasparire due aspetti che gli interessati vorrebbero mascherare ma che emergono lampanti: il primo è che anche l’economia russa è alle strette, la crescita è stata ben inferiore del previsto ed anche il predominio energetico potrebbe essere messo in discussione dalla rivoluzione americana, di qui le mosse per fortificare i colossi Rosfnet e Gazprom tramite acquisizioni trasversali nel campo energy ed Oil&Gas. Putin dunque mentre cerca di stringersi di più con la Cina, per la quel comunque rimane poco più che un potenzialmente forte fornitore energetico e di qualche altra materia prima (nulla in confronto ai rapporti commerciali tra Cina ed USA che spaziano dalle infrastrutture alla tecnologia), vuol continuare a difendere ed interpretare la parte della tigre ruggente, apprezzata in patria, mentre in realtà potrebbe rischiare di diventare a breve una tigre in gabbia. Il secondo aspetto riguarda invece la totale incapacità europea nel gestire la situazione ucraina nonostante i tavoli, i trilaterali, gli incontri diplomatici in territorio neutro e le sanzioni le quali non è ben chiaro se abbiano colpito di più la Russia o l’Europa. L’UE non ha parlato una lingua comune, ha dimostrato la sua persistente fragilità ed inconsistenza a livello strategico e non ha saputo trovare una linea in politica estera condivisa tra i vari membri, anche in tal caso come sul fronte economico, sempre in bilico nel dover scegliere tra interessi propri oppure collettivi.

Infine una nota sul clima. Il tema sembrerebbe quello più promettente in senso positivo perché parte da un accordo tra USA e Cina dichiarato la settimana scorsa nell’incontro tra le economie del Pacifico e perché Obama ha detto di destinare 3 miliardi all’ONU per supportare i paesi più poveri nello sviluppo di tecnologie (principalmente energetiche) verdi. La realtà però è un’altra e ben più complessa, l’accordo “USA – Cina” prevede che gli Stati Uniti riducano di qui al 2025 del 26-28% le proprie emissioni di CO2 mentre la Cina entro il 2030 dovrebbe ridurre le emissioni di picco (il che vuol che la media delle emissioni Cinesi potrebbe anche non diminuire). Considerando le tempistiche in atto e le frizioni occorse è come se con l’accordo si fosse rimandato tutto almeno al 2015 con il vertice climatico parigino. Allo stato attuale e viste le previsioni IPCC (e di molti altri enti di ricerca) non è possibile attendere 10-15 anni, le azioni dovrebbero essere molto più rapide, ma in molte occasioni si ha la sensazione che, nonostante le parole e le dichiarazioni di intenti, non si voglia sacrificare la crescita del PIL, differente dal benessere collettivo e diffuso, per l’ambiente. Anche i 3 miliardi di $ di Obama, ai quali dovrebbero aggiungersene altri 1.5 dal Giappone proprio durante il G20, a prima vista ben più concreti per rimpinguare il fondo ONU attualmente di 3 miliardi e che punta ai 10, in realtà sono ancora molto ipotetici. Si tratta infatti della promessa di una anatra zoppa che poi dovrà fare i conti con la maggioranza parlamentare repubblicana sicuramente non così favorevole ad una simile spesa.

Questi incontri e questi prestigiosi tavoli che fanno così scalpore sono buone occasioni per ribadire linee guida ed intenzioni spesso già ben note, ma è impensabile che tutto ciò di cui si discute e su cui si conviene possa essere realizzato. La prima ragione è perché oltre alle parole servono piani concreti che non si costruiscono nei due giorni di consesso, ma avrebbero già dovuto esserci quando invece pare non siano stati elaborati anzi sembra sempre che attorno ai discorsi, usualmente molto condivisibili, ben poco vi sia di tangibili; insomma chiuso l’evento si va a cena ed il compitino è sbrigato. La seconda motivazione è che, differentemente rispetto a quando ci si limita alle sole parole, quando viene il momento di decidere, troppo spesso sono gli interessi personali/nazionali a spingere in una direzione piuttosto che in un’altra.

Nulla di nuovo sul fronte economico, stallo in geo-politica e rinvii sul clima, questo sembra quello che partorirà il G20 australiano, e sarà così per ogni nuovo vertice fintanto che non verrà davvero deciso di adottare una linea comune verso una direzione comune la quale, sia ben chiaro, non potrà necessariamente essere la migliore in ogni settore per ciascun contraente, è di ciò che se ne dovrebbero fare una ragione in tanti.

15/11/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

La Russia fortifica la sua egemonia spostandosi ad est. L’europa deve reagire…

Mosca-Astana-MinskPiuttosto sotto silenzio è passato nei giorni scorsi l’accordo commerciale per la  creazione del quarto mercato mondiale siglato tra Russia, Bielorussia e Kazakistan.  Questa firma segue a ruota l’accordo da 400 miliardi di $ per la fornitura trentennale  di gas da parte della Russia alla Cina; gas, tra l’altro,  pagato a prezzo, a detta degli  esperti, abbastanza elevato, segno di un forte interessamento cinese verso la  sicurezza energetica e verso un combustibile meno inquinante rispetto al carbone. Le  emissioni inquinanti nelle grandi città cinesi non sono più sostenibili e stanno  diventando un grandissimo rischio, per la salute e per l’economia, che la Cina non può  più ignorare o nascondere.

Il patto tra la Russia, la Bielorussia ed il Kazakistan, chiamato Eurasiatico ma che di  Europeo ha ben poco, segna in modo abbastanza chiaro la volontà russa di fortificarsi  verso oriente probabilmente per far fronte da un lato al TTIP (Transatlantic Trade  and Investment Partnership) tra USA ed EU, che al momento rimane ancora arenato ma la cui importanza per le due economie coinvolte è enorme (potenziale stimato in 120 miliardi annui), e dall’altro alle dichiarazioni della Commissione Europea di voler diversificare maggiormente il proprio approvvigionamento energetico e di GAS (il 27% del gas importato europeo viene dalla Russia, di questo il 50% transita per l’Ucraina; ed il 33% di petrolio), a cui hanno fatto seguito le ipotesi di stress test energetici per definire con precisione l’impatto di un eventuale stop delle forniture Russe e quelle di una agenzia unica di acquisto di energetici.

La crisi Ucraina, ancora in essere benché la disponibilità (non si sa quanto di facciata) di Putin a collaborare con USA e EU per la sua risoluzione mantenendo però legittimo l’esito del referendum separatista, ha messo l’Unione di fronte ad un rischio percepito ma mai affrontato realmente. Il principale partner energetico per l’Europa potrebbe essere proprio Obama che si è detto disponibile ad avviare le esportazioni di shale gas verso il vecchio continente (già iniziate con un accordo siglato da Enel ed Endesa), ma che richiederebbe importanti investimenti in infrastrutture di trasporto, stoccaggio e trasformazione e che quindi non può essere considerata una opzione per il breve termine. L’Europa del resto in tema di energia rimane ancora piuttosto arretrata, non è in grado di sfruttare in pieno le proprie risorse (come i giacimenti nell’Adriatico) e la frammentazione del mercato elettrico, così come dei sistemi di trasmissione, rende il mercato poco interconnesso ed estremamente eterogeneo per costi e qualità del servizio. Evidentemente il compito importante, ora di Oettinger, in futuro della nuova commissione energia della EU sarà quello di migliorare questo scenario ristrutturandolo in modo significativo.

La Russia, dal canto suo, con l’ultimo trattato, che per ora non prevede una moneta unica (ipotesi discussa) così come non comporta la libera circolazione delle persone (temuta da Astana, vista l’autorità con cui Putin difende le popolazioni che si sentono di etnia Russa assai presenti in Kazakistan) e che rimane limitato agli aspetti economico-commerciali, vuole continuare a mantenere il suo ruolo da grande player mondiale messo in discussione da stati più o meno emergenti che crescono a tassi ben superiori rispetto a quelli di Mosca. L’energia, e la fame che il mondo ne ha,  è il grimaldello che apre le porte alla Russia e le mire egemoniche del Cremlino si evincono anche dalle strategie delle sue multinazionali Gazprom, Rosneft e Lukoil che si stanno muovendo a mezzo di importanti acquisizioni in tutti i settori direttamente o indirettamente coinvolti con gas e petrolio, dal trading di commodities fino alla chimica che di petrolio si nutre. Le operazioni di M&A in Europa operate da Gazprom, Rosneft e Lukoil (quest’ultima principalmente nell’est del continente) sono monitorate, forse con ritardo, dalla Commissione, per evitare, in particolare per quel che concerne gasolio e derivati, di dipendere quasi esclusivamente dai colossi ex sovietici. Tale questione mette in risalto un ulteriore problema del quale la commissione energia EU, ma anche i singoli stati e le multinazionali del settore, dovranno discutere, ossia cosa fare di vecchie centrali elettriche ad olio o raffinerie non più in produzione perché non competitive  e sempre fuori mercato che dovranno prima o poi essere necessariamente dismesse o riconvertite non senza costi che le aziende private ed i singoli stati membri, alla luce della situazione economica in essere e dei vincoli di bilancio, non possono accollarsi in autonomia.

30/05/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

La crisi ucraina a tre settimane (troppe) dal giro di boa delle elezioni

La crisi ucraina continua ad aggravarsi, purtroppo anche in termine di perdite umane.

Negli scorsi giorni si è tenuto il vertice bilaterale tra USA e Germania. Il Presidente ed il Cancelliere convengono sulle sanzioni da applicare alla Russi, ma al di là dell’ufficiale linea comune sussiste almeno una differenza: la Germania, così come la parte dell’Europa che orbita commercialmente ed energeticamente attorno al Cremlino, vorrebbe sanzioni  meno pensanti nei confronti di Putin di quanto non vorrebbero gli USA. Altamente probabile che la motivazione sia appunto da attribuirsi agli importanti scambi commerciali ed energetici che vi sono tra Russia e Germania, ma anche Italia e tutti  i paesi nordici e dell’ex blocco sovietico.

Obama, dando corpo alla propensione statunitense, non pare orientato ad intervenire militarmente, limitandosi piuttosto a seppur pesanti sanzioni. Come abbiamo ricordato più volte, il fatto di essere al sicuro dal punto di vista energetico ha orientato la Casa Bianca e l’opinione pubblica statunitense a propendere per il ritiro graduale delle truppe da zone storicamente calde e strategiche per produzione ed approvvigionamento di idrocarburi (come il medio oriente) potendo così risparmiare dal punto di vista militare e non rischiando di invischiarsi in situazioni costose e dal dubbio esito, memori di conflitti passati.

La minor convinzione dell’EU nel proporre sanzioni è testimoniata dall’assenza della lista “nera” di aziende ed oligarchi (tra l’altro demandata ai singoli stati cosicché una azienda bandita in uno stato membro potrebbe non esserlo in quello confinante) già stilata invece dagli USA. Al contempo però si nota l’impossibilità di alcune multinazionali nel tagliare nettamente i ponti con certe realtà Russe che dominano il settore dell’ Oil&Gas, con in prima linea i colossi parastatali Rosneft e Gazprom.

Nel frattempo gli scontri nell’est dell’Ucraina proseguono con violenza. Putin, che come Obama non è ufficialmente intervenuto nel conflitto, asserisce che il patto di Ginevra ottenuto con tante difficoltà sia stato violato dagli interventi (utilizzando anche elicotteri da combattimento) di Kiev contro gli occupanti filorussi che, ed è l’unica buona notizia, hanno rilasciato gli osservatori OSCE precedentemente trattenuti.

L’IFM che si era detta disponibile ad avviare il piano di aiuto economico in favore di Kiev,  alla luce della perdita ufficiale del controllo dei territori dell’est attualmente in mano ai filorussi, ha rimesso in discussione l’intervento. Il piano biennale varrebbe 17 miliardi di $ complessivi a sostegno dell’Ucraina, dei quali 3.2 disponibili immediatamente, che avrebbero consentito di pagare i debiti sulle forniture di gas contratti da Kiev con Gazprom e quindi Mosca.

Il debito dell’Ucraina con la Russia, in particolare relativo al Gas, è un altro punto fondamentale. Mosca ha dato un ultimatum all’Ucraina, qualora non venisse pagato entro maggio il Cremlino avrà il diritto di bloccare gli approvvigionamenti, considerando anche l’esistenza di una clausola negli accordi tra Russia ed Ucraina che vincola i secondi a pagare le forniture anticipatamente. Incontri di mediazione tra il ministro dell’energia Russo Novak ed il commissario europeo Oettinger si sono tenuti senza risultati di rilievo e si terranno anche nel mese in corso, ma la situazione resta comunque delicata ed il tempo è poco.

Un giro di boa fondamentale per comprendere l’evoluzione della vicenda saranno le elezioni ucraine del 25 maggio, se esse non dovessero svolgersi in trasparenza e se sorgessero sospetti di brogli in favore della Russia potremmo essere di fronte alla fatidica goccia che farà traboccare il vaso e che costringerà gli Stati Uniti ad intervenire al di là delle pesanti sanzioni economiche che fino ad ora sembrano aver poco scalfito Mosca la quale punta a rafforzare i ruoli di egemonia nel capo energetico, forse messo in discussione da nuovi scenari e nuovi players (shale gas in USA e non solo, il TTIP, le potenze asiatiche) ed in quello dell’immagine, andata via via deteriorandosi, agli occhi del suo orgoglioso popolo e del mondo che ha con le Olimpiadi invernali di Sochi ha visto l’inizio di un processo propagandistico decisamente ascendente. A quel punto l’intervento militare USA, pur rappresentando l’ultimo e sgradito provvedimento, potrebbe divenire realtà così come le controffensive della Russia. Ci sarà da capire che decisioni vorrà prendere l’Unione, ufficialmente schierata con Obama e Kiev, ma restia a rompere definitivamente con Putin.

Gli scenari possibili sono vari, certo è che la soluzione diplomatica ed il patto di Ginevra sono subito apparsi d’argilla e che di qui al 25 maggio intercorrono oltre 3 settimane di possibili rappresaglie e guerriglie che potrebbero aggravare ulteriormente un bilancio già a tinte molto fosche.

Link Russia e Crisi ucraina
Crisi Ucraina: mire Russe d’egemonia energetica? 30/04/2014
Tre elementi del bilaterale Italia-USA, senza perdere di vista Europa, Cina e Russia 28/03/2014
La delicata questione Russo-Ucraina: intrecci di politico-economici con al centro energia e strategie Geo-Politiche 16/03/2014
Il gas russo e le contraddizioni energetiche italiane ed europee 08/03/2014
Capacity Payment e Sorgenia: argomenti da scindere 02/03/2014
Verdetto S&P, vivacità USA, forza Russa confermano le difficoltà Europee 21/12/2013

03/05/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Crisi Ucraina: mire Russe d’egemonia energetica?

A poco è servito l’agreement di Ginevra tra Russia ed Europa e USA in merito alla crisi ucraina che invece sta degenerando.

Gli Stati Uniti hanno già diramato la lista delle aziende e degli oligarchi vicini a Putin oggetto di sanzioni economiche e di restrizioni commerciali.
Gli stati europei invece devono ancora redigere le proprie liste e stabilire sanzioni che saranno demandate agli stessi stati singolarmente.
Nonostante questo provvedimento le aziende interessate, ovviamente in primo lungo quelle energetiche ed Oil&Gas non sembrano disposte a rinunciare alle loro joint-venture; la BP ha dichiarato di proseguire la partnership con Rosfnet (non inserita nella lista al contrario del suo direttore generale Sechin, Link RaiNews), mentre la OMV ha appena siglato un accordo con Gazprom (Notizie Bloomberg) per la costruzione di una pipeline per il trasporto del gas russo in Europa senza attraversare l’Ucraina. Questa mossa lascia intendere la volontà del Cremlino di mantenere ed incrementare il proprio dominio come esportatore di energia primaria in Europa declassando il ruolo dell’Ucraina. Sempre seguendo il filo conduttore dell’egemonia della propria politica estera ed in contrapposizione agli USA si può interpretare la dichiarazione del ministro degli esteri russo Lavrov in visita a L’Avana, il quale ha condannato l’embargo statunitense nei confronti di Cuba. In questo caso il tentativo potrebbe essere quello di avvicinare i paesi e le economie più in difficoltà e/o in via di sviluppo e crescita; con la Cina i rapporti e gli scambi commerciali sono consolidati da tempo ed importanti per volume e denaro mosso, è probabile, considerando anche la relativa vicinanza geografica, la logistica più favorevole rispetto ad altri paesi, la forza con cui queste economie e mercati stanno crescendo, che la Russia tenterà di portare nella propria orbita anche la zona del Pacifico ove si collocano Malesia, Filippine ed Indonesia, già avviate ad essere le prossime tigri asiatiche.
Il segretario di stato statunitense, John Kerry, ha dichiarato che USA ed Europa sono totalmente allineate e determinate nel difendere l’Ucraina dagli assalti Russi; assalti che secondo il Presidente Putin sono pura fantasia tanto che non vi sarebbe nessuna truppa Russa in territori ucraini e gli attacchi sarebbero opera di gruppi filorussi autonomi. Di parere contrario sono il premier Ucraino Yatseniuk ed il presidente Turčynov.
Senza tirare troppo la corda, ma dando la necessaria chiarezza al messaggio, Putin ha dichiarato che, benché non vorrebbe e benché non sarebbe sua intenzione, se gli USA e l’Europa si ostineranno a proseguire con le accuse e le sanzioni a danno della Russia e con la difesa dell’Ucraina, si vedrà costretto a rivedere pesantemente la presenza di aziende statunitensi ed europee in territorio russo, con particolare riferimento a quelle operanti in settori strategici, energia in primo luogo.

Gli obiettivi della Russia che difficilmente agisce senza piani, programmi e motivazioni di natura strategica ed economica potrebbero essere sostanzialmente tre.

Il primo quello di mantenere e fortificare, eliminando la frapposizione Ucraina alla quale è stato fornito gas a prezzi favorevoli (somme miliardarie ancora non riscosse) ed alla quale veniva pagato un congruo affitto per la presenza in avamposti strategici, il ruolo fondamentale che ha nei confronti dell’eurozona, a cominciare da tutto il blocco ex sovietico, Ungheria, Polonia, Germania, Italia, Olanda, Finlandia come al solito in riferimento all’energia (in figura esportazioni di petrolio nel 2013); primato che potrebbero vedere minato dagli USA divenuti esportatori energetici.

Esportazioni di petrolio Russo verso altri paesi, 2013

Esportazioni di petrolio Russo verso altri paesi, 2013

Gli Stati Uniti per bocca del segretario Kerry ed il Commissario EU all’energia Oettinger hanno asserito che l’Unione deve essere più autosufficiente in tema energetico e meno dipendete da Russia e stati dalla traballante situazione politica; a tal fine gli USA si sarebbero proposti di supportare l’Europa grazie alla rivoluzione energetica dovuta allo shale gas, ma la logistica è molto più complessa (benché possibile come dimostrano gli accordi per l’importazione di shale dal Texas conclusi da Enel) e necessita di nuove infrastrutture rispetto quelle necessarie per gli scambi con la Russia ed in gran parte già presenti. Per gli Stati Uniti la tensione ucraina si colloca in un momento in cui avrebbero voluto, proprio per la quasi autosufficienza energetica raggiunta, allontanarsi dal medio oriente e dai suoi conflitti, risparmiando così le spese correlate, visto che l’unico interesse in medio oriente per gli USA è relativo agli idrocarburi. Diverso è il discorso per una potenza come la Russia che effettivamente potrebbe mettere a repentaglio (magari in coalizione con la Cina e l’Asia) il dominio statunitense come potenza egemone a 360° e che quindi richiede attenzione.

Il secondo, quello di diventare il riferimento per le economie emergenti di oggi e di domani (asiatiche in particolare per via della logistica), sempre più affamate di energia e che i pochi vincoli in tema ambientale e di diritti umani potrebbero rendere appetibili, poco costosi e molto profittevoli gli accordi sulla costruzione di infrastrutture di trasporto, produzione e fornitura energetica.

Il terzo, la volontà di tornare ad apparire agli occhi del proprio orgoglioso popolo, in un momento in cui la Russia è forte ma probabilmente non come un tempo, un grande stato rispettato e temuto in tutto il mondo. La popolazione russa crede profondamente in questi valori ed è disposta a servire e sacrificarsi se in ballo c’è l’egemonia della propria nazione, con tutte gli scenari prospettabili.

La questione è decisamente ancora tutta in divenire e la soluzione diplomatica lontano dall’essere trovata, del resto le intenzioni non sembrano quelle di una rapida pacificazione. Ancora una volta viene confermato quanto il tema energetico (ed economico) sia alla base degli assetti geo politici e dei rapporti di forza mondiali.

Articoli correlati:
Il gas russo e le contraddizioni energetiche italiane ed europee (08/03/2014)
La delicata questione Russo-Ucraina: intrecci di politico-economici con al centro energia e strategie Geo-Politiche (16/03/2014)

30/04/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Tre elementi del bilaterale Italia-USA, senza perdere di vista Europa, Cina e Russia

Sì è concluso il viaggio del Presidente USA in Italia. Ovviamente Obama ha mostrato tutto il suo apprezzamento per le personalità ed istituzioni che ha incontrato: dal Papa che ammira profondamente, che potrebbe essere un’icona a Stelle e Strisce e col quale ha parlato di temi etici, ma anche della povertà dilagante, della fame e della crescente disuguaglianza che i due leader vorrebbero debellare a cominciare dalle forme più estreme; al Presidente della Repubblica Napolitano con il quale vi è una lunga amicizia e con cui ha parlato tra le altre cose dei temi internazionali e della Russia che il Presidente italiano non vorrebbe isolare, ma riavvicinare con la diplomazia; fino a concludere con l’incontro con il Premier Renzi.

Poiché i convenevoli, quasi eccessivi, sono esternazioni, anche se sincere, di certo rituali che si rinnovano ad ogni incontro istituzionale tra Leaders (ricordiamo gli incontri tra Merkel e Monti e Letta prima e Renzi poi, oppure quelli tra lo stesso Obama, con i predecessori di Renzi), non c’è troppo da crogiolarsi per questa “profonda sintonia” verbale. Occorre guardare oltre alla dichiarata stima, all’appoggio alla politica di Renzi, al processo riformatore ed ai complimenti per l’energia che il nostro Premier indubbiamente mostra nell’aggredire i problemi, e forse la parola energia non è sta usata a caso perché il tema energetico è di primo piano per analizzare alcuni aspetti.

Innanzi tutto Obama inserisce il viaggio in Italia, che aveva come primo obiettivo l’incontro con il Papa, in un tour Europeo e medio orientale che ha visto, per la prima volta dal suo insediamento nel 2009, il presidente USA recarsi presso le più alte istituzioni Europee; dopo l’Italia sarà la vota di Riad, Arabia Saudita. La crisi Russo-Ucraina ha infatti mutato la politica estera statunitense, fino ad ora orientata ad un progressivo ritiro dal Mediterraneo e dal Medio-Oriente perché la rivoluzione dello Shale Gas stava (e sta) portato gli States verso l’indipendenza energetica. Il presidio strategico della zona era garantito dalle basi statunitensi e NATO presenti nei paesi alleati, come appunto l’Italia, quindi una riduzione dell’impegno militare poteva avere un senso, considerato l’approvvigionamento energetico interno ormai raggiunto e l’abbattimento dei costi che ne sarebbe derivato.
Ora le cose stanno cambiando, già da svariati mesi si è assistito ad un escalation delle dimostrazioni di forza di Putin ed il timore degli USA è che la dipendenza energetica dell’Europa (Stati dell’ex blocco sovietico, ma anche Germania ed Italia) nei confronti della Russia porti il vecchio continente ad essere eccessivamente clemente con Putin al quale saranno dirette sanzioni via via crescenti.
Nella stessa ottica si inseriscono il piano di aiuti (tra i 10 ed i 13 miliardi di $) che l’ IMF varerà a supporto dell’Ucraina, la quale non può più contare sull’appoggio russo ed alla quale Putin e Gazprom stanno chiedendo di saldare i debiti per le forniture (qualche miliardo di $) intimando lo stop delle esportazioni di gas, ed il via libera proprio di Obama alle export di gas naturale dagli Usa verso le coste europee.
Si ricorda che la maggior autonomia energetica del continente è uno degli obiettivi fissati dalla Commissione Europea.
La questione dell’energia è stata, è tuttora, e lo sarà sempre di più, di decisiva importanza per lo sviluppo e la crescita dei paesi, per i rapporti di forza e le strategie geo-politiche.
Le grandi multinazionali a cominciare da Gazprom e Rosneft (la seconda produttrice di Oil dopo la saudita Aramco) stanno ampliandosi nei settori affini, ultimamente Rosneft, già al 20% di Saras, ha rilevato il 13% di Pirelli (circa 500 miliardi di $ di investimento in un settore, quello degli pneumatici, molto vicino al petrolifero) e si sta apprestando, sempre che gli USA non blocchino l’operazione per le tensioni con la Russia, a rilevare la divisione commodities di Morgan Stanley, deputata al trading di materie prime appunto. Gazprom agisce pressappoco allo stesso modo sul fronte del gas e dell’upstreaming. Non sono da meno le grandi compagnie di stato cinesi, che operano nei settori energy, oil&gas e delle terre rare eseguendo acquisizioni in tutto il mondo, incluse Canada, Africa ed USA (dove alcune operazioni sono state bloccate dal Governo statunitense). La banca popolare cinese ha superato quota 2% del capitale di Enel ed ENI attingendo al flottante e diventando il secondo azionista dopo lo Stato.

Un secondo punto strettamente legato alle crisi internazionali è la spesa per la difesa: “la sicurezza non è gratis”, dice il Presidente statunitense.
Obama ha esplicitamente dichiarato che se gli USA, grande potenza con il più grande esercito e quindi spesa in valore assoluto, impegnano il 3% del PIL sulla difesa, analoga proporzione deve essere rispettata anche in Europa. L’attuale impegno europeo dell’ 1% del PIL crea uno squilibrio troppo grande. Forse qualche velato riferimento ai tagli italiani, parzialmente connessi all’acquisto in 7 anni dei 130, ridotti a 90, caccia F35 di produzione americana da circa 100-135 mln di € cadauno, sulla spesa militare stimata attorno ai 16 miliardi di € annui si è percepito.
La risposta di Renzi ha lasciato aperte tutte le porte, assicurando, come ha sempre fatto fino ad ora, il rispetto degli accordi, ma con un occhio al budget, visto che comunque i mercati, che qualche influenza politica oltre che finanziaria ce l’hanno, intimano la riduzione strutturale del debito.
La questione sulla spesa militare, sulla difesa, ed in particolare sulla NATO è tutt’altro che chiusa e risolta e necessiterà di ulteriori dialoghi.
La struttura europea fa sì che in campo militare non vi sia né coordinamento reale tra gli Stati membri, né un esercito (di mezzi e uomini) comune, né un piano strategico condiviso, è quindi evidente la dipendenza in questo settore dall’alleato USA e dalla NATO.

L’ultimo punto che vogliamo affrontare è quello del rapporto economico Europa-USA. Nei prossimi mesi dovrebbe essere sottoscritto il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo che riduce le barriere commerciali tra USA ed Europa e che rappresenta per ambedue le economie e per il mondo in generale un passo importante. Secondo alcune stime della Commissione Europea, potrebbe portare benefici per € 120 mld in Europa, € 90 mld in USA, € 100 mld nel resto del mondo.
Il rapporto Europa-USA però non può prescindere dalla ripresa dell’economia europea.
Infatti, se i provvedimenti di Obama in USA hanno ridato slancio, non vale lo stesso per il vecchio continente che continua, mediamente, ad affrontare notevoli difficoltà. Obama ha sottolineato che una ripresa europea è fondamentale per gli scambi USA-EU e per il rafforzamento dell’ Import-Export. A dire il vero con il livello di cambio in essere a beneficarne sarebbero più le esportazioni USA e quindi capitale europeo che attraverserebbe l’Atlantico, che non viceversa.
Perché questa ripresa avvenga il Presidente ha indicato in modo non troppo nascosto che alcuni Stati più forti (implicito riferimento alla Germania) devono abbassare il loro surplus commerciale incrementando i loro consumi interni rispetto alle esportazioni e facendo da locomotiva a tutto il continente. Prima ancora di ciò è però necessario il rilancio generalizzato dei consumi e del potere d’acquisto con una politica meno austera e vincolata a rigidi parametri, misure volte a lottare contro la disoccupazione dilagante ed una politica monetaria realmente accomodante. L’allineamento con Renzi e col PSE a guida Schulz è lampante.
Renzi si è detto ispirato dalla politica di Obama che rappresenta un suo modello, ma questo modello, che fin qui ha funzionato, è bene ricordare che è fatto di spesa pubblica e deficit oltre il 10%, un debito oltre i 17’000 mld $ (che ha comportato la revisione del tetto rischiando il fiscal cliff) detenuto in gran parte dai cinesi, una politica monetaria fatta di QE e di stampaggio di nuove banconote indirizzata quasi mese per mese dai dati sulla disoccupazione (obiettivo al 6.5%), grandi investimenti pubblici, sostegno al lavoro decisamente molto flessibile, sostegno al reddito con l’introduzione di un salario minimo e non con la competizione sui prezzi e salari come accade in Italia esponendola al rischio deflattivo, regime fiscale meno oppressivo, norme più chiare, e, non in ultimo (non ci stancheremo di ripeterlo vista la sua importanza), la rivoluzione energetica. Tutto ciò è stato in grado di innescare un meccanismo di re-industrializzazione degli USA attirando capitali ed imprese estere o che avevano delocalizzato.
Sostanzialmente il contrario di quanto è stato seguito in Europa e di quanto Renzi, Schulz e tutti i sostenitori di un’Europa sì più flessibile, ma al contempo più forte, omogenea (norme, finanza, banche, fisco, ecc) solidale e coesa, dovranno cercare, magari in prima istanza parzialmente, di far approvare alla burocrazia europea ed alla Germania.
Germania che si appresta ad ospitare, quasi fosse una contromossa, la visita del Presidente Cinese Xi Jinping, certo che tra i due stati si potrebbe creare un legame economico-commerciale forte ed indissolubile. In effetti pensare all’unione di due economie e manifatture simili, potenzialmente in grado di coprire da sole le proprie esigenze di materie prime ed il fabbisogno di gran parte del mondo rivolgendosi sia ai benestanti, con prodotti di alto di gamma made in Germany, sia alle masse, grazie ai prodotti a basso costo cinesi, può far tremare i polsi a tutti competitors.

L’asse e la condivisione degli obiettivi, che stando alle dichiarazioni pare esistere, tra Schulz, candidato PSE alla presidenza della Commissione EU, e Renzi, Premier in Italia la quale a luglio avrà i sei mesi di presidenza europea, si arricchisce di un terzo membro, Obama e gli USA.
Questa visione comune deve essere sfruttata e supportata da altri attori, come Francia e Spagna, per dirigere, ed Obama in questo anno di elezioni di medio termine dovrà partecipare attivamente spendendosi di persona, l’Europa verso un modello più sostenibile e riformatore, che non porti allo sfascio economico-sociale, all’ulteriore impoverimento della classe media già in via di estinzione ed al rafforzamento delle derive anti europee.

Link correlati:
Decennio Usa
Politica tedesca
Riforme europee
Obama – Italia a problemi simili soluzione antitetiche

27/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Il gas russo e le contraddizioni energetiche italiane ed europee

Non si placano le tensioni tra Russia ed Ucraina per il dominio in Crimea. Lo Stato dell’ex URSS, dopo che è divenuto premier Arseny Yatseniukm, non ha la minima idea di cedere il territorio con capitale Sebastopoli concesso da Chruščëv all’Ucraina nel 1954. Il nuovo premier Ucraino pare intenzionato a mantenete una linea filo europea nonostante le intimidazioni e gli interventi militari Russi che stanno costando allo Stato di Putin le critiche di tutti i consessi internazionali a partire da Nato ed ONU fino ad arrivare agli USA, all’EU ed alla Cina, che mai come in questo periodo sta intessendo e mantenendo strettissimi e buoni rapporti con la Russia.
Ovviamente se gli USA, grazie alla dipendenza energetica raggiunta con la rivoluzione dello shale gas possono fare la voce grossa, così non è per gli stati europei, a partire da Italia e Germania, che nutrono numerosi interessi con la Russia, nei campi delle infrastrutture, della difesa, dei trasporti ed in particolare per quel che riguarda l’energia ed il gas che approvvigionano in modo importante questi paesi.
Anche la stessa Russia ha iniziato a minacciare alcuni accordi commerciali e patti sanciti nel passato; proprio in queste ore viene messo in discussione lo Star 3, intimando di bloccare l’accesso a delegazioni straniere ai propri arsenali nucleari, la minaccia più forte ed immediata rimane comunque quella sul fronte energetico.
Gazprom vanta un credito di 1.8 miliardi di dollari con l’Ucraina per forniture passate e si dice pronta a bloccare ogni ulteriore fornitura in caso il debito non venisse rimesso. La Russia ha poi bloccato ogni sconto sul gas del quale godeva l’Ucraina così come si sta apprestando a richiedere i 15 miliardi concessi allo stato Ucraino per evitarne la bancarotta e cercare di legarlo ancora più strettamente alla propria orbita. Aiuti in favore di Yatseniukm sono stati assicurate da Europa ed USA, ma il problema energetico non è di poco conto per l’EU in primis.

L’Amministratore dell’ENI Scaroni in una intervista alla Stampa assicura che non ci sono problemi per l’Italia che può contare su buone scorte. Effettivamente la stagione trascorsa è stata mite, la primavera è alle porte e le centrali a gas hanno funzionato a regimi ridottissimi a causa del calo dei consumi dovuti alla crisi e proprio perché in questi periodi il mercato energetico predilige le rinnovabili ed il carbone, molto più a buon mercato. Paolo Scaroni ha poi voluto portare all’attenzione che il prezzo dell’energia in Europa è molto più alto che in USA e che questo è un argomento da affrontare; per essere competitivi e meno vincolati al gas russo suggerisce di puntare sullo shale e sul nucleare.
Il gas di scisto però nel continente europeo è molto meno abbondante che in Usa e necessita di infrastrutture costosissime ex novo, mentre in USA esse sono di norma già presenti a causa delle precedenti estrazioni petrolifere dove sorgono i principali giacimenti di shale che dunque possono contare su perforazioni e condotte preesistenti. Il nucleare invece è stato bocciato da un referendum in Italia ed in ogni caso avrebbe necessitato di circa 20 anni affinché si fossero potuti toccare con mano i benefici; la Germania aveva iniziato il processo di denuclearizzazione, salvo poi rimetterlo negli ultimi mesi in discussione. Queste due nazioni sono quelle più energeticamente legate alla Russia, e quelle che nei confronti del Cremlino hanno posizioni più morbide.

Effettivamente l’Italia, almeno nel breve, non deve temere per le proprie scorte di Gas ed il commissario EU per l’energia, Günther Oettinger, non ritiene possibile un blocco delle pipeline verso l’Europa come nel 2009. La situazione però mette nuovamente in luce la relativa precarietà del sistema di approvvigionamento energetico italiano, che dipende per il gas principalmente da tre zone decisamente instabili con ripercussione su prezzi e volume: Libia, Algeria e Russia-Ucraina.

Nonostante ciò vi sono ancora numerose ritrosie nel modificare il piano e l’assetto energetico: da una parte vi sono ambientalisti più per partito preso che per reale credo che non riescono a capire ad esempio anche le produzioni di turbine eoliche, di pannelli fotovoltaici ed il relativo smaltimento hanno un impatto non da poco sull’ambiente e che la garanzia di fornitura in ogni situazione, incluse le emergenze impreviste, attualmente non può essere garantito al 100% dal rinnovabile, il quale si sottolinea deve essere ancor meglio sviluppato ed ottimizzato; dall’altra vi sono sistemi industriali e produttivi che seguono più per moda del momento che per un reale piano energetico soluzioni evidentemente non sostenibile o non efficaci.
La struttura energetica italiana, benché vi sia surplus di capacità installata, è molto legata a fattori esterni, ma a dispetto di ciò non si arriva ad una soluzione sugli esagerati incentivi alle FER, il rigassificatore di Porto Empedocle, come ogni altro rigassificatore, è stato osteggiato, così come l’approdo pugliese della TAP, pipeline che dovrebbe apportare gas senza passare dal territorio Ucraino. Sempre la Puglia avrebbe dovuto essere destinazione per un rigassificatore della British Gas che però dopo aver speso oltre 250 milioni di € ha preferito abbandonare e ritirarsi in perdita a causa delle pastoie burocratiche alle quali non riusciva a venire a capo. Pastoie burocratiche hanno ritardato enormemente, oltre 10 anni, il progetto Enel di centrale a biomasse a Mercure, in Calabira. Ogni progetto rinnovabile subisce ritardi ed impedimenti, spesso proprio di coloro che poco prima si definivano ambientalisti, e vari progetti di eolico off-shore a largo del Molise sono stati bloccati sul nascere. Il capacity payment per alcune efficienti centrali a gas o a carbone è tacciato di aiuto di stato (quando si sperperano milioni in feste di paese e per finanziare municipalizzate già da tempo tecnicamente fallite – Link Sorgenia Capacity Payment), ma pare impossibile dismettere completamente, per vari motivi non ultimo quello occupazionale, le vecchie centrali ad olio.
In tutto questo contesto l’energia elettrica ed il riscaldamento domestico, fondamentali e sempre più strategici, continuano ad avere un prezzo molto elevato rispetto ad altri paesi europei e devono essere assicurate sempre e comunque.
Per eliminare questa contraddizione di fondo e svincolare l’Italia e l’Europa da dipendenze a rischio, garantire concorrenza nel mercato energetico e per le industrie, convergere verso un sistema più sostenibile è necessario a livello nazionale riorganizzare la strategia energetica ed a livello europeo puntare ad un mercato unico e ad un sistema che potrebbe essere quello degli ETS, ma in contesto globale e riadattato alla luce del fallimento occorso, che garantisca sostenibilità ed abbattimento delle emissioni, assieme ad assicurare sempre e comunque l’accesso alla risorsa elettrica.

08/03/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Unione bancaria, riforme, trattati ciò che serve all’Europa per dialogare alla pari con i grandi e dinamici interlocutori

In Italia si è ancora concentrati sul voto alla fiducia alla legge di stabilità, la quale sembra piuttosto chiaro che non riuscirà a spostare l’ago della bilancia in maniera sostanziale; vi sono certamente misure condivisibili ed altre un po’ meno, che sembrerebbero orientate alla soddisfazione di pochi gruppi, in ogni caso la dichiarata assenza di risorse fa si che non vi saranno cambiamenti di rilievo e che il principio della “coperta corta” anche questa volta non potrà essere “eluso”, inevitabilmente ogni concessione sarà compensata da un taglio di circa egual peso.
A conferma di questo approccio, per così dire, estremamente lento e quasi protezionista nei confronti di una situazione che andrebbe letteralmente rivoltata, si può addurre come emblematica una questione, quella del cuneo fiscale palesemente, secondo la destra, la sinistra, i sindacati e le associazioni datoriali, da affrontare urgentemente muovendosi verso la riduzione del costo del lavoro per cercare di conferire più denaro al lavoratore incrementandone quindi il potere d’acquisto. Le stesse aziende si sono dette favorevoli a questo approccio che potrebbe consentire loro di doversi sobbarcare meno oneri per le assunzioni e quindi poter avviare, mercato permettendo, campagne per incrementare il proprio organico, ovviamente fermo restando il vincolo della domanda che deve necessariamente crescere. Neppure per questo provvedimento sono state reperite sufficienti risorse aggiuntive e le uniche iniezioni potrebbero venire dagli “avanzi” di un fondo costituito da proventi della lotta all’evasione e della spending review che il Commissario Cottarelli ha ribadito, a scanso di equivoci, principalmente rivolta al taglio della spesa e non al rifinanziamento di altra spesa, magari addirittura corrente. Questi ritagli di budget, come quelli allocati nel primo tentativo di qualche settimana fa, non saranno in grado di risolvere, anche solo parzialmente, il problema del cuneo fiscale.
Sul fronte europeo e mondiale invece stanno succedendo molte cose interessanti e da tenere in considerazione per capire quali siano le priorità ed i tempi per il nostro continente e paese.

In Europa la Merkel, rieletta come Cancelliere, nel suo primo discorso al Bundestag dopo la firma della grande coalizione CDU-SPD animata da un programma veramente interessante e chiaramente frutto di una trattativa serrata (link pezzo accordo CDU-SPD), ha affermato che l’Europa deve necessariamente riformarsi e modificare i trattati, in tal conteso la Germania vuole fungere da guida, rafforzando l’Unione ed al contempo se stessa. L’auspicio di apertura e maggior collaborazione sembrerebbe buono, ma nel giuramento la Merkel ha anche asserito che sarà suo compito difendere e portare avanti gli interessi tedeschi migliorando le condizioni di benessere del suo popolo. Se per il Cancelliere il benessere del popolo tedesco coincide con la costruzione di un’Europa forte, allineata e competitiva nel lungo termine nonostante qualche concessione di sovranità nella fase iniziale lo si scoprirà in futuro, finora, forse complici le elezioni politiche, non è stato così, ma c’è da sperare in un mutamento di approccio poiché solo in questo modo sarà possibile per l’Europa riprendere una posizione di rilevo nello scacchiere mondiale, che vuol dire per la Germania non perderlo.

Nelle notti scorse è stato raggiunto dai ministri delle finanze dei paesi dell’Unione un accordo sull’unione bancaria europea con particolar riguardo alla gestione delle difficoltà ed ai meccanismi di sostegno in favore degli istituti. Gli aiuti alle banche sono un punto chiave, ovviamente l’accordo è stato un compromesso tra chi avrebbe voluto, come l’Italia, un subitaneo intervento dell’ ESM e chi invece come la Germania ha spinto per un sostegno privato in modo da contribuire il meno possibile come Stato al salvataggio di istituti non tedeschi. Il risultato raggiunto, il cui funzionamento sarà valutabile in futuro, è stato una via di mezzo volto alla tutela dei governi e, parzialmente, dei correntisti. La Germania ha rifiutato l’idea di un fondo unico a protezione dei conti correnti preferendo mantenere la propria autonomia in materia che di fatto rende i correntisti tedeschi tra i più tutelati in assoluto. Un altro aspetto che dovrà essere trattato in sede europea è la normalizzazione della regolamentazione e normativa in merito alla classificazione delle garanzie sui depositi e sui crediti. Adesso ad esempio accade che Francia una banca che avesse un credito garantito da un immobile non sia classificato come a rischio, in Italia invece sì, con disparità di trattamento.

Il nodo delle banche è gravoso, il settore finanziario è stato un elemento fondamentale per la crisi, ha avuto necessità di importanti ricapitalizzazioni dirette o indirette, a partire dalla RBS, Dexia, Bankia, e finendo con l’italiana MPS che sta tuttora soffrendo e si trova ad un passo dalla nazionalizzazione. L’AD Profumo ha sollevato pesanti dubbi sulla possibilità di onorare almeno il 70% dei Monti Bond emessi per un controvalore di 3.7 miliardi di € ad un tasso di interesse del 9% circa (effettivamente questa incapacità era fin dall’inizio molto probabile). Il settore bancario poi dovrà mutare l’atteggiamento di stretta creditizia avuto sinora nonostante le forti iniezioni di liquidità concesse dall’EU a tassi dell’ 1% ed iniziare a reimmettere denaro nell’economia reale invece che destinarlo ad attività finanziarie, di hedging e speculative oppure al “tranquillo” deposito overnight. Si tratta di un passo fondamentale, perché come USA e Giappone insegnano, l’immissione di liquidità, anche a mezzo di stampa di nuova moneta che la ECB non può coniare, è utile, anzi è necessaria, in momenti di recessione, a patto che serva attività produttive, investimenti infrastrutturali e che più in generale consenta di mettere in moto l’economia del paese. Per tale motivo la concessione di deficit (o linee di credito) direttamente agli stati membri, senza passare da terzi (banche ed intermediari), per fare riforme ed investimenti produttivi e profittevoli è senza dubbio un’ipotesi da prendere in considerazione seriamente. Del resto la stessa Germania sembrerebbe favorevole a concedere denaro, la cui spesa dovrà essere strettamente controllata e rendicontata, ove venissero implementate e portate a termine le riforme necessarie. Questo è l’approccio che è corretto seguire ed un controllo serrato non solo sembra ragionevole, ma dal punto di vista italiano, è da preferirsi quando non da richiedersi esplicitamente, anche per testimoniare l’impegno e la trasparenza. Ho sempre sostenuto che una Troika sul controllo della spesa effettuata incrementando il deficit di un paese come l’Italia è una condizione alla quale dovremmo sottostare perché ci sia concesso di oltrepassare il 3% per progetti che nel medio-lungo termine consentano di recuperare, in termini di lavoro, consumi, benessere e quindi di PIL, più di quanto è stato speso.

L’unica possibilità reale che l’Europa ha di tornare competitiva è quella di strutturarsi fin da subito per agire come una entità unica e coordinata. Le percentuali di crescita del resto del mondo fanno rabbrividire quelle europee; gli USA stanno avviando il Tapering, segno di un’economia in ripresa e vivace che punta ad abbassare la disoccupazione dell’ 1%. La Russia sta fortificando la propria posizione politico-strategica tornando a mostrare i muscoli, ha appena “comprato” il consenso del governo (non della popolazione la cui condizione rimane incandescente) Ucraino con uno sconto del 30% sul gas e 15 miliardi di prestito indispensabili per evitare il fallimento dello Stato, inoltre Putin sta diventando un personaggio estremamente comunicativo e mediatico. Inevitabilmente le tensioni tra Russia ed USA, anche a livello militare con gli ultimi spiegamenti missilistici di Putin, stanno crescendo ed i settori di scontro principali sono e saranno l’energia, l’autonomia energetica, l’inquinamento, le TLC, la sicurezza/difesa ed internet. L’Europa può godere del vantaggio di essere in posizione centrale tra i due blocchi e nonostante tutto rimane ancore un partner con cui ambedue vogliono far affari. Gli USA vedono nell’Europa, e vale il viceversa, un importante bacino commerciale fortificato dai recenti accordi sul “free trade” verso il quale può esportare le proprie merci facendo leva su un Dollaro decisamente deprezzato, a detta dei tecnici almeno di un 30%. La Russia, colosso energetico alimentato da una Siberia che si scopre sempre più ricca di gas naturale e dove importanti partner esteri vorrebbero entrare consapevoli dell’importanza di questo combustibile non in ultimo per ragioni ambientali e climatiche, potrebbe rendere totalmente indipendente, in prima istanza dal punto di vista energetico, il continente Europeo e l’Europa dal canto suo potrebbe fornire alla Russia qui prodotti e lavorati, principalmente beni di consumo e servizi, che non sono in grado di produrre autonomamente. Ovviamente una simile sinergia è vista con sospetto dagli Stati Uniti che al momento non ritengono sia possibile assottigliare i rapporti con il vecchio continente. Questa situazione, da sfruttarsi, è il solo modo perché l’Europa non divenga “resto del mondo”, cioè perda definitivamente quella centralità che va già da tempo scemando. La sola via per avere questa capacità di reazione, invertire la tendenza e dialogare pariteticamente con tutti gli interlocutori, è quella di essere una cosa sola, unita compatta, sincronizzata ed allineata per interessi ed obiettivi.

18/12/2013
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale