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PIL Q1 2015 +0.3%: molto bene, ma approfondendo si scopre uno scenario molto più complesso

Non è intelligente nè razionale voler ad ogni costo, in modo sospettosamente prevenuto, esibirsi nell’inutile pratica di sminuire o minimizzare qualsivoglia dato per affossare questa o quella parte politica, questo o quel personaggio, cercando letture, talvolta dietrologiche, asservite al proprio pro. I dati sono oggettivi, l’analisi può essere varia e più o meno approfondita o parziale. Non v’è dubbio che l’incremento del PIL Q1 2015 rispetto al trimestre precedente dello 0.3%, che ha sorpreso positivamente battendo di 0.1% (proprio l’ammontare del tesoretto) il consensus, va accolto con piacere, del resto è il miglior dato dal 2011. Non è molto, ma, volendo  essere estremamente pragmatici e lapalissiani, meglio più che meno.

Detto ciò non è neppure corretto non spingersi in una analisi minimamente più approfondita, prendendo per oro colato ogni comunicazione mediatica che viene dai mezzi stampa, dalla TV, dai TG o dagli utilizzatissimi social network.

Va ricordato che la crescita su base annua (y/y) per l’Italia non c’è. Essa si attesta allo 0%, il che comunque ci colloca fuori dalla recessione. Rispetto agli altri stati europei con cui usualmente ci confrontiamo, l’Italia rimane indietro, infatti la Spagna, vero termine di paragone, fa segnare +0.9% rispetto al trimestre precedente, la Francia +0.6% e la media UE 28 è del +0.4%. Magra consolazione il fatto che la Germania deluda le previsioni con lo stesso dato dell’Italia, +0.3%, perché le situazioni sono estremamente differenti. La Germania viene da un periodo di crescita che ha visto il PIL aumentare in valore assoluto e quindi, rispetto ai periodi arretrati, anche questo rallentamento della crescita rappresenta comunque un incremento di qualche “briciola” di PIL. Per l’Italia invece vale il contrario, gli ultimi anni sono stati di decrescita costante del Prodotto Interno Lordo, il che vuol dire che esso è calato come somma complessiva. Pertanto, anche se un dato simile si ritrova solo nel 2011, rispetto a quell’anno il valore nominale del PIL è più basso, così come non v’è stata crescita in termini assoluti rispetto ad un anno fa. Sembra una ovvietà quella appena spiegata, ma, quando si trattano dati differenziali, è sempre bene tenere a mente questa precisazione.

La finestra presente in questo periodo, come da tempo si sottolinea, è di quelle irripetibili, da cogliere senza ritardi perché potrebbe restringersi da un momento all’altro. I fattori concomitanti di QE, prezzo del greggio basso, Euro debole, tassi ai minimi e conseguente basso costo del denaro, creano tutti i presupposti per far galoppare l’economia, la produzione interna, gli investimenti, il credito e le esportazioni. Sul QE vi sono inoltre le rassicuranti parole del Governatore della BCE Draghi, che, dalla sede FMI di Washington, ha evidenziato come gli effetti del QE siano stati addirittura più positivi del previsto e che non c’è affatto intenzione di interromperlo. Sappiamo quanto Draghi ha dovuto lottare strenuamente con Merkel, Schauble, Weidmann e lo stormo di falchi al seguito per poter avviare tale misura e che probabilmente, se avesse potuto decidere in autonomia, avrebbe avviato l’iniezione di liquidità ben prima, così da porre tempestivamente un argine più solido al trabordare della crisi. Il Governatore ha rincarato ulteriormente la dose, affermando che è necessario che la liquidità sia rivolta in quantità maggiore verso imprese ed investimenti. Questa frase è molto forte e può trovare attuazione seguendo due strade: la prima, non banale in quanto probabilmente la BCE non ha mandato per agire in tal modo, è un cambio di strategia della Banca Centrale Europea, che, seguendo il modello statunitense della FED, potrebbe decidere di convogliare la liquidità direttamente alle imprese senza l’intermediazione bancaria, che in passato tanto ha speculato con i denari di Francoforte; la seconda via invece è in capo ai singoli Stati ed ai singoli Governi nazionali, i quali hanno il compito di attuare tutte quelle riforme, economiche ed istituzionali, necessarie a consentire lo sblocco del credito, la ripartenza degli investimenti, nazionali ed esteri, e la creazione di nuovi posti di lavoro. In parole semplici, ma efficaci, se fino ad ora il cavallo aveva fin troppa acqua ma non ha avuto voglia di bere, adesso è il momento che invece cominci a dissetarsi, e copiosamente, perché i sintomi della disidratazione sono già preoccupantemente avanzati.

Tornando al positivo dato del +0.3% di PIL, esso è trainato, finalmente, anche dal mercato interno, mentre, in modo del tutto strano visto l’Euro debole, il mercato esterno ha subito un rallentamento. I settori trainanti sono stati agricoltura ed industria, con automotive e farmaceutica sugli scudi, mentre rimangono al palo i servizi. Una ripresa di produzione interna è sicuramente un bene, ma sorge il dubbio che le imprese, contrariamente al sistema Paese nel suo complesso, stiano sfruttando in modo migliore la finestra congiunturale e gli incentivi per la trasformazione dei contratti di lavoro da precari a tempo indeterminato, con tutte le modifiche e restrizioni dovute alla riforma del Jobs Act attuata dall’attuale Esecutivo. La aziende potrebbero aver deciso di utilizzare i vantaggi, come il basso costo del denaro ed il credito a tassi minimi, per ripristinare le scorte che potrebbero essersi esaurite in questi quattro anni in cui c’è stato quasi un blocco totale delle produzioni e conseguente lento svuotamento dei magazzini. Se così fosse allora il dato sarebbe viziato da una produzione estemporanea che non rispecchia il reale futuro andamento tendenziale dei consumi, vero traino della produzione industriale e degli investimenti.

Poco dopo il dato sul PIL, è stato confermato il ritorno alla deflazione e diramato anche il livello, in valore assoluto, del debito italiano. Esso ha raggiunto il nuovo massimo storico di 2’184 miliardi. Si tratta stavolta non di un dato percentuale differenziale, ma del numero assoluto che funge da numeratore al rapporto Debito/PIL che anche per il 2015 è previsto in aumento, in coerenza con i dati appena emessi.

Infine vi è un’altra tegola non da poco: la sentenza della Consulta in merito al rimborso ai pensionati del blocco della perequazione delle pensioni al costo della vita. L’Esecutivo ed il MEF stanno cercando alacremente una soluzione che potrebbe arrivare o per decreto nei prossimi giorni, o dopo le elezioni, per ovvi non detti motivi elettorali, o ancora in autunno, in concomitanza con la nuova legge di stabilità. La soluzione che al momento pare più plausibile è quella di un rimborso parziale per le sole pensioni più basse (il limite è in discussione) e forse relativo ad un solo anno. Anche questa decisione però potrebbe non essere costituzionale perché, secondo il parere di esperti, il diritto tecnico estenderebbe, indistintamente a prescindere dall’ammontare della pensione, a tutti i pensionati coinvolti (pensione oltre 3 volte il minimo) il diritto di rimborso, inoltre dal momento che la Consulta si pronuncia, il diritto è già costituito e da applicarsi. Un rimborso totale richiederebbe risorse per circa 16-19 miliardi di €, mentre il Governo vorrebbe limitare a circa 2 miliardi l’esborso, in modo da non eccedere i parametri europei che, assieme alle riforme, Bruxelles vuole rispettati per concedere i margini di flessibilità concordati (pur rimanendo nei patti).

Dietro un buon dato, come il +0.3% di PIL, si celano in realtà una molteplicità di aspetti ed analisi da affrontarsi per non cadere in una lettura superficiale e parziale. Proprio per questo, facendo eco al presidente di Confindustria Squinzi, sia Padoan, che, contrariamente a quanto sua consuetudine, Renzi hanno mantenuto la calma, ricordando giustamente che il dato è buono ma ancora fragile ed inserito in un contesto, che abbiamo cercato di illustrare, permanentemente complesso. Inoltre il dato è probabile che in silenzio fosse già atteso dai tecnici del MEF, visto il valore del tesoretto esattamente corrispondente all’aumento inatteso.

Lo scenario rimane persistentemente incerto, ma questo, nonostante gli scontri politici e le regionali alle porte, è il momento da sfruttare assolutamente per portare a compimento le riforme economiche, applicarle ed attendere che, dopo il ritardo fisiologico a valle della loro attuazione, portino risultati all’economia reale.

Valentino Angeletti
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Ottimismo immerso nella dolce aere di Cernobbio, ma i Vescovi, alcuni dati e la tesa situazione globale rammentano la realtà del quotidiano

ambrosetti2015_324x230Si è chiusa indubbiamente all’insegna dell’ottimismo l’ultima edizione del workshop Ambrosetti a Cernobbio. Un ottimismo pervasivo e condiviso dai relatori politici, economici e dai molti top manager presenti. Del resto risulta oggettivamente complesso non lasciarsi prendere dall’ottimismo in una località così amena come lo sono le sponde lombarde del lago di Como tra golosi coffe break a base di tartine al pregiato salmone affumicato dalle esalazioni delle braci di ginepro e caviale dei freddi mari nordici (difficilmente però di importazione russa) e tra pantagruelici pasti dominati da primizia nostrane e non, mi immagino pregiatissimo Parmigiano Reggiano stagionato almeno 32 mesi, prosciutto dolcissimo di Parma e salatissimo di terra toscana, salamelle D.O.P. tipiche, olive taggiasche e pistacchi di Bronte, il tutto innaffiato da buon vino piemontese e veneto delle migliori annate, spumanti e champagne di vario tipo.

A questa edizione, contrariamente a quella scorsa dove per dare segno di rottura coi poteri forti il Governo aveva mandato in rappresentanza un solitario Morando, era presente, evidentemente dopo una riappacificazione con quelli additati lo scorso anno come potentati, direttamente il Ministro dell’Economia Padoan. La visione del Ministro è stata comune a molti economisti, al Governatore di Bankitalia Visco ed all’ex premier Enrico Letta. Secondo Padoan vi sono ampi spazi per la crescita e la ripresa creati da congiunture macroeconomiche favorevoli, come il prezzo del petrolio ai minimi (ma è un valore transitorio non sostenibile nel medio lungo periodo, a sostenerlo sono tutti i CEO delle major dell’Oil&Gas), la svalutazione dell’Euro che favorisce le esportazioni europee, i QE, la rinnovata fiducia dei mercati e delle istituzioni UE nei confronti del nostro paese, i tassi bassi a lungo. Questa opportunità congiunturale per il titolare del MEF non va sprecata e non si deve peccare di eccessi di fiducia nè rallentare con il processo di riforme che nel nostro paese deve proseguire arrivando finalmente alla fase attuativa ancora lontana. I dati sulla crescita previsti sono decisamente positivi, molto più positivi rispetto a quanto una analisi oggettiva della situazione economico-sociale lascerebbero pensare, ed oscillano per il 2015-2016 rispettivamente tra un +0.4% / +2.1% di Bankitalia (Visco più ottimista ha parlato di +0.5% per il 2015), +2.1% /+2.5% del Centro Studi Confindustria e +0.6% / +1.3% dei media partner europei (contro una crescita media dell’Euro Zona di +1.3% / +1.9%, quindi rappresenteremmo sempre il fanalino di coda).

La deviazione standard delle previsioni è talmente ampia da lasciare perplessi ed indurre a porsi qualche legittima domanda se i dati su cui si basano simili previsioni siano effettivamente gli stessi, ma del resto abbiamo imparato ad essere scettici e prendere con le molle le varie stime, sempre passibili di pesanti correzioni ed in genere al ribasso.

Come prevedibile le obiezioni più critiche sono pervenute dal ministro Greco Varoufakis che da sua consuetudine ha colto occasione per redarguire l’operato della BCE asserendo che il QE non sarà efficace e che lo statuto della BCE è stato scritto dalla BuBa tedesca. Al posto del QE, che secondo il Greco non sarebbe funzionale a fornire credito all’economia reale, sarebbe il caso di elaborare una manovra, che chiamerebbe ironicamente “Merkel”, “Simil Quantitative Easing” ad opera della BEI (Banca Europea degli Investimenti).

Più realisti del re sono i Vescovi che dalle colonne dell’Avvenire sconfessano la visione ottimistica del Forum Ambrosetti, sostenendo che le evidenze e le testimonianze provenienti dalle parrocchie sono ben differenti e mostrano una società sempre più in difficoltà, diseguale e che stenta ad arrivare a fine mese in modo dignitoso senza privazioni di prima necessità o addirittura senza chiedere una aiuto esterno.

Dove sta allora la verità? Come al solito nel mezzo.

Riguardo alle affermazioni di Voroufakis va detto che non è possibile stabilire a priori la reale efficienze del QE nei confronti dell’economia reale come invece ha sentenziato perentorio il ministro Greco (allineandosi stranamente alla visione dei falchi tedeschi anche se con soluzioni alternative ben differenti). Innanzi tutto lo scopo del QE non è quello di fornire credito all’economia, ma di mantenere la stabilità dei prezzi (cosa che per ora sta facendo anche se è presto per dirlo in modo definitivo) e per riportare l’inflazione in prossimità ma sotto al 2%. In ogni caso che il QE andasse fatto, e da tempo, sembra evidente; l’effetto del QE sull’economia reale dipende da molti fattori: innanzi tutto dalla propensione delle banche a dare credito, dalle richieste di credito da parte di aziende e privati quindi dal clima di fiducia nel futuro che influenza la propensione ad indebitarsi, dall’applicazione dei criteri di Basilea di unificazione bancaria, dalla quantità di investimenti pubblici e privati che verranno attivati e da molto altro ancora. Inoltre la politica monetaria senza una contemporanea riforma della govenrance complessiva europea e di molti stati nazionali risulta una freccia spuntata.

La visione dei Vescovi è in un certo senso confermata da altri dati come quello del calo della produzione industriale in gennaio, dalla spesa pubblica aumentata tra il 2010-2014 di 27.4 miliardi (dati CGIA) nonostante le promesse di spending review fatte a Bruxelles e su cui l’UE conta e preme in modo martellante, degli investimenti tragicamente in calo di 15.4 miliardi (2010-2014 -23.9% secondo CGIA). Le riforme sono in via di implementazione, ma, complice anche la macchinosità del sistema nostrano e le divisioni politiche, ancora lontane da giungere ad attuazione. Inoltre la priorità nel campo delle riforme sembra essere stata data a quelle più politiche e meno prettamente economiche. Sempre durante il Forum l’economista Nouriel Roubini ha indicato la corruzione e la giustizia come maggior freno per lo sviluppo italiano, ancor prima del Jobs Act e del fisco. Effettivamente se a giustizia e corruzione si aggiunge anche evasione fiscale otteniamo un costo annuo per lo Stato difficilmente quantificabile, ma che ragionevolmente potrebbe superare i 250 miliardi di €.

Il divario tra le classi sociali presenti all’Ambrosetti Forum e la società civile narrata dai Vescovi è immane e lo spietato gioco dell’analisi dei dati medi non tiene conto delle situazioni particolari che in realtà rappresentano la maggioranza. L’unica speranza è che il tempo trasferisca la percezione carpita prima da coloro che hanno una visione più globale e d’insieme, anche a coloro che invece si vedono costretti a lottare con le situazioni personali e del quotidiano; una sorta di un ritardo fisiologico in grado alla lunga di livellare il tutto positivamente.

Oltre ai fattori sopra citati che riportano con i piedi per terra rispetto ad un ottimismo che pure è benefico purché non sia solo quello della volontà o ancor peggio delle grandi occasioni, vi è uno scenario globale altamente complesso e delicato che colpisce l’Europa ed in particolar modo l’Italia. Ovviamente si fa riferimento al terrorismo dell’ISIS, alle guerre civili in medio oriente ed in Libia, uno dei più importanti partner energetici dell’Italia, alla questione Ucraina e le relative sanzioni alla Russia dall’ingente costo per l’economia nostrana (sia per via degli scambi commerciali ridotti che per l’approvvigionamento energetico), al problema dei flussi migratori, ai movimenti in ascesa di stampo anti-UE e xenofobo. Tutte questioni tesissime che si protraggono da anni e che l’Europa, letteralmente incapace di affrontarle autorevolmente, con determinazione ed unità perdendo così di prestigio agli occhi degli interlocutori internazionali, avrebbe dovuto risolvere da tempo.

Storia a se fa il perdurare del braccio di ferro tra Grecia e Germania, la quale non si sa a che titolo si sia arrogata il diritto di parlare a nome delle istituzioni Europee, sulla necessità di liquidità di Atene e sulle riforme che il paese ellenico dovrà necessariamente implementare. Questa situazione ha bisogno di giungere al termine con concessioni diplomatiche da una parte e dall’altra. Non è pensabile che alla Grecia sia applicato altro rigore andando letteralmente ad asfissiare la popolazione come non è pensabile che vengano presentati dal Varoufakis effimeri programmi di riforme basati sul intenzioni e niente affatto su dati concreti. Nonostante l’evidenza di questa necessità la risoluzione della disputa pare ancora lontana e, una volta passata l’euforia da QE, i mercati potrebbero decidere di utilizzare il pretesto greco per stornare e scaricare gli oscillatori adducendo come motivazione le incertezze europee dovute ala situazione economica dell’Ellade che potrebbero comportare una disgregazione del vecchio continente messa per un attimo da parte.

Come si può vedere l’ottimismo congiunturale della borghesia politica, finanziaria e manageriale non è del tutto campata in aria, alcuni dati ed alcune situazioni sono oggettivamente in miglioramento, ma ve ne sono altrettante, ancora più forti e complesse da condurre a soluzione, decisamente di segno opposto che sembrano non essere state considerate nelle sessioni plenarie di altissimo profilo tenute da multi-laureati luminari che si sono svolte sulle rive comasche del lago.

L’ottimismo è il profumo della vita ed in questi giorni l’aere di Cernobbio sarà stata sicuramente satura di dolcissimi aromi fin quasi a venire a noia per quanto melliflui.

Link: Gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti….

15/03/2015
Valentino Angeletti
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QE-Day alle porte, ma non è scontato che sia anche un Beautiful-Day…

qeIl conto alla rovescia in attesa dell’ultra menzionato QE-BCE è agli sgoccioli. Il Direttivo della Banca Centrale Europea ha infatti annunciato l’avvio del piano per lunedì 9 marzo, come da ultimi pronostici. L’entità rimane confermata a 60 miliardi al mese fino a 1140 miliardi complessivi (19 mesi), ma con possibilità di prolungamento “ad libitum” fintanto che il target di una inflazione, attualmente a zero, inferiore ma prossima al 2% non sia raggiunto. Teniamo bene a mente che inflazione e stabilità dei prezzi, ossia il mantenimento di un adeguato rapporto tra Euro ed altre valute, sono i reali obiettivi di questa manovra di espansione monetaria. Gli asset acquistati saranno titoli di stato (anche con rendimento negativo fino a -0.2%, che è il rendimento dei depositi presso l’istituto di Francoforte) ad esclusione delle emissioni di paesi con rating basso o junk, ABS e covered bond aventi rating almeno mezzanino (si escludono pertanto titoli spazzatura). Il vincolo sul rating imposto esclude dal programma la Grecia e la possibilità di acquistare bond con rendimento negativo include nel piano l’acquisto di Bund tedeschi, che rappresenteranno la maggiora parte dei titoli sovrani.

Escludere la Germania dal piano di acquisto era all’atto pratico impossibile, primo perché per vincere l’ostilità della Germania una contropartita era necessaria, sappiamo bene che a costo zero la Germania non si sposta dalle proprie posizioni; secondo perché l’ammontare degli acquisti è ripartito in modo direttamente proporzionale alle quote di BCE detenute da ciascuna banca centrale nazionale e la Germania è la maggior azionista della BCE. Risulta pertanto che, nonostante l’ostracismo tedesco e dei falchi nordici al seguito solo in ultimo vinto, i tedeschi saranno coloro che più beneficeranno di questa misura. Non ne beneficerà invece la Grecia a causa del suo rating, alla quale però la BCE ha allargato la linea di credito di emergenza fino 100 miliardi, il 68% del Pil ellenico, caso unico in Europa, tanto che questa circostanza ha spinto il Governatore Draghi a dichiarare ironicamente che la BCE è diventata una sorta di Banca Greca.

Dal mio punto di vista con gran ritardo, perché se QE doveva essere considerando le condizioni recessive ampiamente manifeste avrebbe dovuto esserlo fin da subito, il QE partirà e sono state superate, non senza pagare loro pegno, le resistenze nordiche di quattro anni.

Nonostante la Germania sarà la più grande beneficiaria del QE, anche durante il Direttivo non sono mancate le critiche da parte di esponenti tedeschi, che quantomeno avrebbero posticipato l’operazione facendo fare alla ripresa (o meglio ripresina) il proprio corso (non capisco come si possa pensare di rivedere in tempi ragionevole l’inflazione al 2% senza interventi esterni). La BCE invece si è mostrata decisamente ottimista ed ha rialzato le stime di crescita del PIL dell’Eurozona a 1.5% per il 2015 ed a 1.9% per il 2016 con una inflazione che rimarrà bassa ancora a lungo, sfiorando il target nel 2017 quando è prevista all’1.8%. Questi dati si riportano solo per completezza di informazione, ma mi auguro che abbiamo imparato a diffidare dalle previsioni, normalmente riviste più e più volte, tanto più in uno scenario delicato e fluido su molti fronti come quello in essere dove basta davvero un batter d’ala di libellula per scatenare reazioni impreviste, imprevedibili e d’ingente entità. Questo ottimismo è in parte dovuto ai risultati già messi a segno dall’annuncio del QE ancora prima che esso venga davvero implementato: l’Euro si è ribassato notevolmente nei confronti del dollaro, i mercati (come di consueto anticipatori) hanno messo a segno discreti rialzi a cominciare dai titoli bancari, i Bond di debito sovrano dell’area Euro hanno ridotto i loro spread.

Appurato ciò è altresì doveroso fare alcune considerazioni, perché c’è il rischio che l’effetto dei QE sia in realtà meno vigoroso e decisivo di quanto supposto e la liquidità immessa potrebbe non confluire all’economia reale.

Innanzi tutto va ricordato che l’obiettivo del Quantitative Easing non è far confluire liquidità alle imprese, agli investimenti, ai privati, bensì supportare inflazione ed Euro; l’equazione non è affatto immediata o semplice. Ne abbiamo avuto chiaro esempio con gli strumenti monetari messi in campo negli anni addietro e che in parte contribuiscono a farmi affermare che sarebbe stato meglio tentare (sempre di tentativo è giusto parlare) fin da subito con un QE: i prestiti erogati a tassi attorno all’1% da Francoforte alla banche sono stati utilizzati non per dare credito, ma per acquisto di Bond dai rendimenti anche 4 o 5 volte superiori rispetto all’1% dovuto alla BCE; gli ABS e il TLTRO invece sono stati accolti con freddezza dalle banche a causa degli imminenti stress test europei, dei criteri di Basilea 3, e dello stato di patrimonializzazione delle banche italiane non buono. Queste stesse cause hanno ridotto la propensione al credito da parte degli istituti bancari, assecondata dalla scarsa domanda conseguente ad un clima di generale sfiducia ed incertezza sul medio lungo termine. A ben guardare è stato più benefico l’effetto annuncio procrastinato da Draghi sulla disponibilità della BCE a mettere in campo strumenti non convenzionali che l’effetto degli strumenti stessi.

Come nelle occasioni precedenti il rischio che anche in questo caso gli intermediari, ed in particolare le banche, piene di crediti deteriorati e secondo l’UE sottocapitalizzate, non destinino sufficiente liquidità al credito per le imprese ed agli investimenti è concreto. Il motivo principale risiede nei criteri di Basilea che gli istituti devono rispettate e che conferirebbero un profilo di rischio alla concessione di credito superiore rispetto a quello conferito ad attività finanziarie e speculative (derivati inclusi). Ne risulta che nonostante una leva più bassa le banche italiane siano valutate peggio rispetto ai grandi colossi nordici (Deutsche Bank, Commerzbank, BNP, Societè General, Credi Agricole, Norges, ABN Amro, Saxo ecc ecc). Una simile distorsione potrebbe comportare che la liquidità ottenuta dalle banche cedendo asset alla BCE in cambiio di denaro sonante invece di essere prestata per investimenti e sviluppo economico reale venga reinvestita in finanza.

Abbiamo poi un Euro già molto basso, a circa 1.1 rispetto al Dollaro, e non è certo che possa ribassarsi ancora, probabilmente tenderà alla parità, difficile prevedere ribassi ulteriori.

Lo spread ha subito un notevole calo sfondando al ribasso, nel caso dei BTP, quota 100. Indubbiamente ciò comporta un buon risparmio sugli interessi sul debito sovrano, ma di contro le stime sul debito inserite nel DEF si sono rivelate ottimistiche ed in realtà il debito è superiore di circa 4 punti percentuali, il 128% previsto si è rivelato 132.2% quindi il risparmio effettivo è un po’ inferiore.

Un altro fattore importante è il prezzo del petrolio attorno ai 50 $ al barile. Tale circostanza è stata inserita dalla BCE tra i fattori trainanti la crescita economica, mentre per la BuBa ed il ministero delle finanze tedesco questo elemento sarebbe la reale causa della bassa inflazione. Opinione condivisa è comunque che nel giro di qualche mese al massimo anno il petrolio tornerà attorno ai 70 $ ed oltre, rischiando quindi di peggiorare le ultime previsioni della BCE. I prezzi attuali non sono sostenibili a lungo per molte compagnie, principalmente piccole realtà, operanti sia nello Shale che nel difficile mare del nord dove i costi estrattivi sono alti, inoltre le major hanno stoppato gli investimenti andando a comportare un rischio di approvvigionamento nel lungo termine, quando la domanda di idrocarburi tornerà a salire e ciò conferisce un gradi di incertezza in più.

In ultimo, ma non per importanza, vi è la situazione internazionale delicatissima. Le tensioni in Medio Oriente e nel Mediterraneo (Siria e Libia in primis) e la crisi Russo-Ucraina con le sanzioni Russe che penalizzano l’export italiano. Secondo le stime si ha una riduzione media dell’export verso la Russia del 5% che per molte aziende vale però il 50% del proprio giro d’affari, in sostanza si collocano sull’orlo del fallimento. Anche le variabili più lontane andrebbero tenute in debita considerazione, non di poco conto per l’UE è ad esempio il calo di 0.5% della crescita Cinese che passa dal 7.5% al 7% con rapporto deficit/pil a circa il 2%.

Il caso di successo dell’espansione monetaria statunitense può lasciare ben sperare, ma le circostanze USA sono ben differenti da quelle europee. Innanzi tutto la FED ha agito (ed ha anche esortato la BCE a farlo) per tempo non ostinandosi nel rispetto dell’austerità procrastinata in Europa, ha iniettato liquidità direttamente nell’economia e non ha lesinato di stampare moneta (cosa non nel mandato della BCE) ad oltranza. Gli USA hanno innalzato costantemente il tetto del loro debito (portandolo oltre il 100% del PIL per evitare il fiscal cliff) e non si sono mai curati troppo del rapporto deficit PIL a circa il 5%; hanno poi settato il target sulla disoccupazione, puntando al 6-6.5% (cosa non consentita in Europa visto che il lavoro è materia in capo ai singoli stati ed il target monetario della BCE è relativo ad Euro ed inflazione) e non lesinato in spesa pubblica per investimenti infrastrutturali che creassero lavoro nè per aumentare il welfare (legge sanitaria e salario minimo innalzato). Tutto ciò assieme ad un sistema dinamico, flessibile e meritocratico ha consentito di consolidare seriamente la ripresa economica.

Com’è ora possibile evincere con facilità, il risultato dei QE è tuttaltro che scontato e di certo va recepito il sempre corretto monito di Draghi a proseguire il piano di riforme necessario in tutta Europa ed in Italia in particolar modo, senza crogiolarsi troppo sulle iniezioni di liquidità. Sull’austerità cara alla Germania è interessante poi notare come la linea di credito d’emergenza alla Grecia (senza considerare gli aiuti passati) abbia raggiunto pochi giorni fa i 100 miliardi e che un salvataggio di Atene nel 2011 sarebbe costato circa 150 miliardi complessivi, evidentemente un prezzo di gran lunga inferiore, con la possibilità che la crisi avesse un corso meno drammatico.

Credo, ma non solo da ora, che in fondo convenisse agire in quel modo, abbandonando fin da subito l’austerità, salvando la Grecia ed insistendo sul percorso di riforme che già all’epoca erano evidentemente indispensabili, senza fare sconti a coloro che non le implementassero o che eventualmente sprecassero il denaro concesso. Il timore del “precedente” e la forza tedesca nel proteggere i propri interessi hanno invece avuto la meglio come sembra abbiano, in misura inferiore, anche adesso.

Il QE-Day è dunque alle porte, ma che sia anche un Beautiful-Day è ancora tutto da dimostrare.

Valentino Angeletti
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La contrapposizione tra interessi tedeschi ed europei e la “speranza” greca

Atene-AcropoliWeidmann attacca instancabile, Schauble raccoglie i precisi assist e Frau Merkel li copre a distanza distraendo gli avversari.

Forse si tratta del solito gioco di squadra sapientemente architettato da un tridente che fino ad ora ha avuto la meglio in quasi tutte le partite, incluso il “pareggio fuori casa” del QE. Infatti con la garanzia a carico delle Banche Nazionali dell’80% tutto sommato il provvedimento monetario è stato potentemente smorzato secondo quelle che erano le assicurazioni richieste dai tedeschi, vale a dire non condividere rischi e non pagare i debiti degli altri stati (Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso).

Mentre la Merkel a Firenze loda, con le solite maniere di circostanza e gli ammiccamenti con il Premier Renzi, l’ambizione (termine usato almeno mille volte esattamente nello stesso contesto) delle riforme italiane e si dice certa che saranno funzionali alla ripresa anche grazie al supporto proprio del QE, il Governatore della BundesBank Weidmann afferma, anzi ripete per l’ennesima volta, che il QE è un grosso pericolo, un errore. A suo dire non ce ne sarebbe stato bisogno poiché la tendenza deflattiva a cui stiamo assistendo sarebbe solo ed esclusivamente legata alla dinamica dei prezzi energetici ed alle quotazioni del greggio, drogate, che risentono delle strategie arabe e parzialmente russe. Inoltre lo scenario europeo, sempre a detta di Weidmann, sarebbe già impostato verso la ripresa. La sua ricetta sarebbe dunque quella di pazientare (come se il tempo già perso non fosse sufficiente) e proseguire con le riforme che, sempre secondo il Governatore, sarebbero messe a repentaglio in Francia ed in Italia proprio dal QE, reo di spingere questi stati “notoriamente spreconi”ad agire con minor determinazione.

Nel palleggio Merkel – Weidnamm si inserisce il Ministro Schauble che va a pressare il fronte, decisivo in queste ore, Greco. Il Ministro Wolfgang avverte perentoriamente la Grecia, e direttamente Tsipras leader di Syriza, che se non verranno rispettati tutti i patti, inclusi gli impegni presi dal precedente Governo con la Troika non sarà parte del programma QE. Poco si discosta questo ammonimento dal ricatto.

L’affermazione di del Ministro delle Finanze di Berlino è la risposta ai piani che Tsipras ha presentato ai cittadini greci stremati dai tagli dei salari, dalle cancellazioni delle tredicesime, dai licenziamenti, dai tagli alla sanità che rendono addirittura i parti, l’accesso ai servizi di pronto soccorsi o ai medicinali salva vita a pagamento (pare servano 1000€ per diventare mamme). Il Leader di Syriza ha ribadito anche durante la sua azione di voto, che non ha intenzione di uscire dall’Euro, nè di non rispettare i patti con l’Europa, ma non può, in ossequio al suo popolo, sottostare all’austerità, ai piani della Troika, ed agli impegni presi con Bruxelles dal precedente governo di centro destra; ha esplicitamente detto di voler aumentare i salari, reintrodurre le tredicesime, ed aumentare la spesa pubblica per welfare ed investimenti pubblici a sostegno della creazione di posti di lavoro e sviluppo, il tutto anche grazie alla rinegoziazione di un debito al 170% circa del PIL che, considerando anche gli interessi, non consente alcun margine di manovra se non tagli e riduzioni di spesa in tutti i settori (la situazione potrebbe essere non dissimile dall’Italia con la differenza che il debito italiano sta pericolosamente tornando tutto in mano nostrana rendendo eventuali insolvibilità quasi per intero a carico dei cittadini e dello stesso stato, lo si riporta anche nell’articolo sul QE di cui al collegamento sopra).

Riguardo alla Germania è evidente che nonostante la convinzione con cui la stessa Merkel proferisce certe dichiarazioni fuori dal suo paese, la linea dei tedeschi è fissa sulla protezione dei propri interessi sempre ben tutelati finora, tanto da consentire dati occupazionali eccellenti, nonostante un peggioramento dell’export in Europa, il maggior sbocco per le merci tedesche, dovuto proprio alla crisi. Esattamente questo aspetto, ossia il fatto che con una Europa allo stremo ed incapace di consumare, alla lunga anche la Germania è destinata a sopperire alla crisi a meno di ri-orientare totalmente l’export verso l’extra-UE, dovrebbe spingere Berlino a convincersi nel sostegno delle politiche di flessibilità e condivisione di rischi e benefici sostenute anche dalla BCE e da tutti i Governi ed Istituzioni, incluso Bruxelles e la Commissione Juncker che a parole fanno buon viso all’Europa dei popoli della cooperazione e della solidarietà, un po’ quella richiesta da Tsipras, ma alla luce dei fatti sono soggette al volere dei potenti tedeschi che si fanno valere sia nel Direttivo della Banca Centrale Europea, sia a Bruxelles e Strasburgo. Anche l’effetto primario dei QE di abbassare il valore dell’Euro, paradossalmente, unito ad una garanzia in capo alle singole Banche Nazionali che potrebbe essere presa con sospetto dai mercati e dagli altri stati testimoniando un sostanziale indebolimento della solidità finanziaria che potrebbe invece avere una Europa realmente unita a livello economico e finanziario per la quale Draghi a ripetuto che si deve lavorare, reca un beneficio per l’export extra UE del quale gode abbondantemente la stessa Germania.

Non cessando mai di ripetere che il processo riformatore delle istituzioni europee e dei singoli stati, Italia in prima linea, non si deve stoppare, deve anzi velocizzarsi ulteriormente facendo leva, se possibile (poiché è ancora tutto da dimostrarsi) su un QE che mira al target inflazionistico del 2% e non ad immettere liquidità direttamente nel sistema, ci vorrebbe realmente qualcuno di polso che duramente faccia notare alla Germania che sarebbe auspicabile un suo contributo diretto e fattivo alle ripresa europea, innalzando i consumi interni, investendo in infrastrutture di  tlc, digitali, strade e ponti che anche nei pressi di Berlino necessitano di un rinnovamento, di cessare di sovvenzionare le proprie imprese con sgravi sull’energia che somigliano tanto ad aiuti di stato e tornare sotto il 6% (vincolo europeo) del surplus commerciale (con è plausibile venga ulteriormente incrementato grazie ad un un euro così basso).

Questi moniti verbali, ma che poi dovrebbero trasformarsi in provvedimenti seri aventi lo scopo di spingere il Governo tedesco ad accettare la messa in comune dei rischi e benefici del far parte di una unione di economie, valori e persone, dovrebbe essere compito di Bruxelles che però ancora non ha la forza di imporsi sulla Germania. Avviene anzi che sia proprio la Germania a guidare la politica Europea. Anche Renzi non sembra sufficientemente autorevole e coraggioso…. forse con un’azione di contropiede costruita da Grecia, Italia, Francia e Spagna esiste una qualche possibilità di imporsi.
Di certo ora, come uno, come due, come tre e come quattro anni fa la visione ed i comportamenti tedeschi, che sempre forniscono pretesti ai mercati per diffidare dalla solidità dell’UE, non fanno l’interesse dell’euro-zona e nel mentre la crisi si è acuita.

Il nodo delle elezioni Greche sarà senza dubbio fondamentale, esso mette in luce due aspetti importanti che vanno modificati. Da un lato la colpevolezza di alcuni Governi nell’attuare politiche non rivolte al bene dei cittadini, nè tanto meno alla sostenibilità dei bilanci, ma propensi alla corruzione, allo spreco, al mantenimento dello status quo di certe “caste” privilegiate, alla spesa per consenso elettorale; spesa che, andando in parte in favore del popolo, pur non potendo lo stato permetterselo in quei modi, garantiva consenso elettorale, tanto da anestetizzare gli stessi popoli che hanno avuto la colpa di accettare silenti tali situazioni prive di ogni prospettiva di lungo termine, di investimenti in istruzione, crescita, innovazione, ricerca, infrastrutture digitale ecc (gli esempi USA ed anche della Germania o degli stati del Nord Europa o della Corea del Sud, ma anche di Turchia ed Israle sono sicuramente virtuosi). In tal senso Grecia, con la truffa sui bilanci per rientrare nei parametri di Maastricht, ma anche Italia sono paesi sicuramente da colpevolizzare, convenendo che ora vengono raccolti i frutti di quanto politicamente seminato.
Dall’altro lato è stato messo a nudo il totale fallimento di una economia eccessivamente basata sulla finanza, sulla preminenza del guadagno dei mercati rispetto al bene comune per i cittadini, una sostanziale segregazione tra PIL e benessere diffuso, la crescente diseguaglianza tra strati di società sempre più copiosi alla soglia della povertà e pochissimi super ricchi, così come la completa inefficacia di un modello di gestione delle crisi economiche, imposto dalla UE e dalla Troika (Commissione, BCE ed FMI), improntato solo ed esclusivamente al rispetto dei parametri europei sovente anacronistici e non più rispondenti all’evoluzione globale del moderno mondo, all’austerità, al rigore dei bilanci cieco nei confronti del reale bisogno di sviluppo dei paesi, dei popoli e del loro diritto all’essere coinvolti nelle scelte economico-sociali che la politica intraprenderà influenzando anche la loro vita.

Il cambiamento europeo quindi è richiesto su due livelli: dai singoli paesi membri per una più sana gestione dei conti e della politica interna che deve giovasi dei processi riformatori in atto; dalla gestione unitaria delle politiche eruopee improntate non più all’austerity, ma allo sviluppo reale e tangibile, che, oltre all’aspetto puramente numerico e parametrico, si imponga come target il miglioramento evidente delle condizioni sociali di coloro che vivono nell’Unione.

Se Tsipras otterrà il numero di voti sufficienti (almeno il 36%) per governare in autonomia senza compromessi e porterà a termine i suoi piani (temuti più per la natura di precedente che per l’ammontare delle somme in gioco) potrà avere l’occasione di dare il via ad un’era diversa, probabilmente migliore, visto che quella del rigore ha evidentemente fallito (Link: Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia) .

In Grecia, nelle Polis, nacquero la Politica, la Democrazia, il Diritto, la consultazione pubblica e si diffusero nel mondo. Ora la Grecia, nel suo piccolo, può rifar suoi questi valori e farli risorgere in tutta l’UE.

 

25/01/2015
Valentino Angeletti
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22-25-29: Board BCE, elezioni in Grecia, inizio votazioni per il Quirinale. Un terno dalle conseguenze importanti ed imprevedibili

Confermando i più accreditati pronostici, seguendo il rigorosissimo rituale ed accompagnate da pochissime righe (comunicato ufficiale) prive delle motivazioni già ampiamente comunicate nelle settimane scorse, le dimissioni dell’ormai ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si sono concretizzate. Come da Costituzione entro 15 giorni, per dare tempo ai grandi elettori di riunirsi, è stato fissato il termine per la prima votazione, calendarizzata il 29 gennaio alle ore 15; nel frattempo sarà la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Pietro Grasso a svolgere il ruolo di supplente, mentre a guidare il Senato sarà la Vice Presidente Valeria Fedeli. Il 29 gennaio sarà quindi una data importante che ha già catalizzato l’attenzione della maggior parte dei media e di tutta l’opinione pubblica, sarà il Valzer conclusivo presso il Palazzo Schönbrunn di una stagione danzante già aperta da tempo. La rilevanza dell’evento è indubbia, si tratta a tutti gli effetti di storia che rimarrà impressa negli annali e ci auguriamo anche nei libri di Storia che vengono proposti alla scuola dell’obbligo, ma la sua collocazione è immediatamente seguente a due altre importantissime date, che di certo non verranno ricordate se non da cultori specifici, ma durante le quali si svolgeranno eventi in grado di influenzare direttamente la vita dei cittadini europei ed in un certo senso anche l’economia mondiale. Ci stiamo riferendo al 22 gennaio, quando la BCE di Mario Draghi potrebbe avviare i QE ed il 25 gennaio quando si terranno le elezioni greche.

Sul Quantitative Easing si è espresso in queste ore il membro del consiglio direttivo BCE Benoit Coeure, affermando che il 22 l’Istituto è in grado di annunciare l’inizio dei QE, a conferma quindi che non vi sono elementi ostativi tecnici, ma aggiungendo anche che non è detto che lo farà, a testimonianza di come, nonostante l’evidente necessità di stimoli sia monetari che politici (leggasi riforme Europee e dei Singoli membri), la tensione sul tema in seno al direttivo dell’istituto sia ancora alta e come le elezioni greche rechino pensieri a Francoforte.
Lo stesso Governatore Draghi, intervistato dal settimanale tedesco Die Zeit ha sostanzialmente detto che il mandato della BCE è PanEuropeo e deve rivolgersi a 19 paesi, non solamente ad alcuni. In sunto quello che ha voluto trasmettere è evidente: la Banca Centrale è un organo neutrale, anche se la presenza delle banche centrali nazionali al suo interno rendono difficile il realizzarsi in toto di questo principio e se ne hanno le evidenze, e per assolvere il suo mandato, cioè la stabilità dei prezzi e un’inflazione leggermente inferiore al 2%, ha alcuni mezzi tecnici, non infiniti, ed alcune opzioni di utilizzo che potrà mettere in campo. Chiaramente in certe condizioni queste “technicality” potranno avvantaggiare taluni Stati membri piuttosto che altri, ma non v’è volontà nè di supportare nè di penalizzare nessuno, se non nell’interesse dell’intera area Euro, nè tanto meno sono gradite (e non ne avrebbero volute avere) ingerenze esterne. Il riferimento è senza dubbio principalmente rivolto alla Germania ed alla BundesBank che, con le loro pressioni, hanno probabilmente imbrigliato l’Istituto ed il Governatore causando controproducenti ritardi d’azione. Si tratta questa della prima volta in cui viene fatto esplicito riferimento a pressioni di tipo nazionalistico all’interno del Board BCE che prima d’oggi era sempre stato detto agire e decidere per votazione a maggioranza, benché l’impressione esterna fosse che i voti tedeschi (del resto rimangono i maggiori azionisti della BCE) pesassero di più di quelli di altri stati.
A dar man forte ad un possibile avvio dei QE già da fine gennaio o inizio febbraio è anche il primo pronunciamento della Corte di Giustizia Europea di Karlsruhe in merito alla obiezioni della Corte Costituzionale Tedesca sulla adeguatezza e costituzionalità del programma OMT (Outright monetary transactions) lanciato nel 2012 per proteggere il vecchio continente dagli attacchi speculativi conto i debiti sovrani e che prevede la possibilità, effettivamente poi mai applicata, da parte di Francoforte di acquistare sul mercato secondario titoli sovrani a breve termine dei singoli Stati membri per stabilizzarne gli spread (erano inoltre presenti altri vincoli da rispettare sui quali non ci soffermiamo). In sostanza l’avvocato generale della Corte di Giustizia, Cruz Villalón, riconoscendo le sue competenze tecniche, ritiene la BCE ente proposto ed adeguato all’attuazione della politica monetaria europea per il raggiungimento, entro il proprio mandato, degli obiettivi fissati. Gli unici paletti imposti all’OMT (e di fatto all’operatività della BCE perché sembrano criteri generali) sono che l’operazione rimanga entro il perimetro di politica monetaria e non rientri nella politica economica dei singoli Stati e che sussistano circostanza straordinarie atte a giustificare l’uso di strumenti non convenzionali. I QE venturi, che i mercati (ed anche Draghi), fermo restando qualche incertezza sulle tempistiche, danno ormai per scontati come testimonia in parte (il prezzo del greggio è un altro fattore di influenza) il livello dell’Euro sceso in modo considerevole nell’ultimo periodo, si differenziano in un punto sostanziale rispetto all’OMT: mentre quest’ultimo è un acquisto sul mercato secondario (quindi con istituto bancario a vendere alla BCE) di una quantità NON illimitata di titoli sovrani a breve scadenza, il QE è un acquisto diretto di Bond sul mercato primario (quindi di titoli emessi e detenuti dallo Stato il cui acquisto si riversa nelle casse statali e viene utilizzato per impieghi “pubblici” come pagamento di interessi sul debito, stipendi, pensioni, rifinanziamenti vari ecc) e potrebbe avere natura potenzialmente illimitata. Risulta evidente che un acquisto sul mercato primario di Bond potrebbe risultare intervento di politica economica e non monetaria di conseguenza addotto come motivazione dai detrattori, e non vogliamo sospettare dei tedeschi, per impugnarne la non costituzionalità causando, se non il blocco, di certo il ritardo in attesa di chiarimenti e verifiche; le circostanze straordinarie del periodo invece difficilmente potranno essere obiettate. Bisogna augurarci sinceramente che la Germania, ancora non convinta della necessità di interventi monetari espansivi e che non teme l’inflazione relegandola solamente alla guerra sui prezzi petroliferi ed al conseguente impatto su quelli energetici, segua l’intimazione di Draghi ed accetti la decisione di agire in modo che, assieme al leggero (ancora insufficiente per l’italia e di sicuro ritardato di almeno due anni tanto che gli effetti positivi potrebbero essere insignificanti rispetto alla gravità della condizione in essere) allentamento europeo sulla flessibilità per gli investimenti, si possano creare le condizioni favorevoli tali da sbloccare liquidità per il rilancio della crescita, dell’occupazione, dei salari, della domanda e dell’offerta, senza ovviamente prescindere dal processo riformatore da compiersi a livello europeo e nazionale. La Germania dovrà convincersi, mettendo da parte un dato del PIL 2014 a +1.4%, massimo dal 2011 (mentre il PIL mondiale secondo la Banca Mondiale nel 2015 sarà del 3% invece che il 3.4% della precedente stima, e l’Europa rimarrà l’anello debole del globo), ad assecondare Draghi.

Anche l’attesa sulle elezioni greche, e questa è la seconda data importante del 25 gennaio, mette preoccupazione alla BCE, perché un’eventuale vittoria (ormai certa, ma va capito in che misura) di Tsipras (Syriza) e la sua propensione alla rinegoziazione del debito pur rimanendo nel perimetro dell’Eurozona, ritenuta irreversibile dalla stessa BCE, comporterebbe conseguenze imprevedibili sui mercati, nonché uno stop definitivo degli aiuti da parte della Troika (al momento solo sospesi per un controvalore di 10 miliardi circa). La Germania, per bocca dei suoi più arcigni rigoristi, il Ministro Schauble ed il Governatore Buba Weidmann, continua a sostenere, facendolo per l’ennesima volta, che qualsiasi sarà il nuovo Governo greco, esso dovrà portare avanti quanto impostato dal precedente Esecutivo; quindi onorare il debito e proseguire con le mosse di austerity potendo così fruire del piano di aiuti altrimenti bloccato. Non è dello stesso parere Tsipras che proclama il proprio europeismo caratterizzato da un maggior indirizzamento verso il popolo ed il cittadino piuttosto che all’esclusivo rispetto dei vincoli e dei parametri di Bruxelles, e va notato senza pregiudizi che, per quanto Syriza possa essere ricondotto ad un’ala di sinistra piuttosto spinta, questa è una posizione, tralasciando le sfaccettature di dettaglio rispetto al concetto generale, condivisa dalla grandissima maggioranza dei partiti e delle formazioni d’opinione europee inclusi movimenti anti Europa dalle più disparate basi ideologiche tipicamente di stampo nazionalista. Il leader greco di Syriza oltre alla rinegoziazione del debito, che sostiene non andrà ad impattare sulla quota parte da privati ma solo su quella detenuta da entità finanziarie, vuole incrementare la spesa pubblica per riportare a livelli dignitosi i salari e migliorare il welfare che di welfare ha rimasto ben poco, soprattutto nella sanitàSappiamo quanto la Germania sia usualmente ferma e rigida sulle proprie posizioni, ma in tal caso anche Tsipras pare non essere da meno, del resto non ha molto da perdere dato che fino ad ora gli aiuti (che minacciano di interrompere) e le azioni della Troika alle quali sono connessi, ben poco hanno sortito per lo stato ellenico se non un tremendo peggioramento dello stato sociale ed un innalzamento del debito a quasi il 175% del PIL.
Sarà fondamentale, e ce lo auguriamo, che venga trovato un accordo WIN-WIN, al quali peraltro Tsipras da l’impressione di essere disposto, per ambedue le parti e per tutta l’Europa. L’eventuale imposizione di diktat ed ultimatum in ambedue i sensi potrebbe veramente far degenerare la situazione continentale sia a livello economico-finanziario che di ordine sociale già a repentaglio. Forse è per tale ragione che la BCE potrà decidere di attendere il 5 marzo per dare l’annuncio definitivo del via ai QE, approfittando anche per cercare di ammorbidire le posizioni tedesche.

Immediatamente dopo questi due avvenimenti si colloca l’inizio della votazione per il Quirinale, il 29 gennaio. Questa partita ha la sua importanza sia sull’immagine (già in chiaro scuro) dell’Italia in Europa e nel mondo, sia sull’equilibrio politico interno con potenziali riflessi sulla stabilità del Governo, già ora dalle fondamenta non marmoree, che avrebbe di sicuro ripercussioni (principalmente di tipo speculativo) sulle piazze finanziarie.
La rosa di papabili candidati è copiosamente popolata, sicuramente non mancheranno i colpi di scena ed al momento pare che una figura politica ampiamente condivisa e che si faccia da garante (arbitro dal giusto metro di intervento) neutrale delle istituzioni sia quella preferita rispetto un un profilo tecnico come avrebbe potuto essere Draghi, se non si fosse autonomamente tirato fuori dai giochi con probabile dispiacere tedesco ma secondo noi non ancora completamente fuori corsa, Visco altamente probabile nel caso di orientamento tecnico, Padoan o Bassanini. Molto dipenderà dalla tenuta del Patto del Nazareno. Le riunioni interne del PD e di FI sono già iniziate e probabilmente la strategia dominante sarà quella di proporre un candidato accettabile per entrambi che riscuota fin dalle prime tre votazioni, nelle quali è richiesta la maggioranza qualificata (2/3) dei 1009 grandi elettori, buon consenso per poi eleggerlo a partire dalla quarta o quinta, quando la soglia si ridurrà al maggioranza semplice. FI si è riunita assieme alla Lega e si suppone che abbiano stilato una lista di personalità, anche del PD, sulle quali possono scendere a compromesso con il Partito Democratico, nella speranza che uno tra quelli sia proprio il personaggio proposto dal Premier. Renzi invece dovrà vedersela con il proprio partito ove non mancano le manifeste contrapposizioni impersonificate da Fassina e Civati, Mineo e talvolta anche Bersani, benché in modo più celato, che non si sa quanto effettivo seguito abbiano all’interno dei Democratici. Civati e Mineo, forti nelle dichiarazioni, ostentano sempre sicurezza e critica nell’esprimersi sul Governo e sulla gestione Renzi del PD, salvo poi non dar seguito alle proprie obiezioni. Forse sono consapevoli, e questo è quello che viene trasmesso ad un “analista” esterno, che anche cercando di far fronte comune con SEL non riuscirebbero a drenare un seguito almeno significativo dal partito del Premier e così preferiscono giacere, pungolando verbalmente, nell’insignificanza di non essere rappresentati nè di proporsi a rappresentare quella parte di elettorato che secondo loro avrebbero. Se al contrario, questa “fronda” civatian-fassiniana (in senso buono non me ne voglian Pippo e Stefano) ritenesse di poter mettere in difficoltà il Governo e di volerlo fare, prendendo atto che rimanere nel PD vorrebbe dire, data la risolutezza decisionale di Renzi rispetto ai Sindacati ed all’ala più a Sinistra del suo partito, non aver voce in capitolo sul moti temi che ritengono fondamentali, quella delle elezioni del Presidente della Repubblica a scrutinio segreto può rappresentare un’occasione. Ovviamente oltre a SEL sarà indispensabile il supporto del M5S e di qualche centrista. Risulta invece difficile pensare che i dissidenti-franchi tiratori di FI (stimati in circa 40 contro i circa 150 del PD, ma tutto è etereo e la segretezza del voto rende questi numeri altamente variabili), che per semplicità si possono identificare con i sostenitori di Fitto, riescano a digerire un’eventuale proposta dell’asse Civati – Sel – M5s , che da quel che si comprende dovrebbe essere spiccatamente caratterizzata (Prodi in primis). Quindi, constatata l’impossibilità di essere decisivi, i “Fittiani” potrebbero propendere per allinearsi al Nazareno mantenendo il proprio (comodo) status quo.
La possibilità, forse unica, dell’asse Civati-M5S-Sel è quella di votare ben compatti un nome al quale il Premier difficilmente potrebbe opporsi a meno di non provocare una rottura definitiva all’interno del proprio partito. Quando Bersani disse che non era necessario attendere la quarta votazione in presenza di un candidato adeguato e condiviso, è possibile che si riferisse proprio a questa circostanza: un Romano Prodi (che ormai è stato nominato troppe e troppe volte per essere ancora papabile nonostante abbia tutte le caratteristiche), o simile, con ottimi numeri fin dalla prima votazione potrebbe di certo rappresentare la base della strategia Civati-Sel-M5S.

Queste elezioni presidenziali insomma sono irte e procellose, molto importati per testare la tenuta del governo, del patto del Nazareno, del PD entro il quale si presenta la possibilità per coloro che dissentono dalla gestione Renzi di farsi valere qualora ritengano di avere forza sufficiente (altrimenti il sospetto dell’interessa alla posizione rispetto alle proprie idee ed ideali potrebbe legittimamente levarsi) e per comprendere il destino delle future riforme che inevitabilmente, nonostante i tentativi di proseguire serrando i ritmi, subiranno Quirinalizi rallentamenti.
Detta questa importanza non vanno però mai perse di vista le condizioni che sussistono fuori dai nostri confini ed attualmente riconducibili alle mosse della BCE, alle elezioni greche ed allo spiraglio di flessibilità piccolo, troppo ritardato ed ancora insufficiente che ha fatto breccia nella politica economica di Bruxelles, così come, essendo un aspetto indiscutibilmente da migliorare e rendere più efficace per l’Italia, l’immagine, la credibilità e l’autorevolezza che all’estero si forgiano sulla base degli esiti, degli sviluppi e della gestione di eventi di indubbia rilevanza quale le elezioni di un Presidente della Repubblica è.

Link:
– Dati Istat Q3 in chiaro scuro e possibili effetti (pessimi) della stretta BCE sui criteri Basilea
– Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia
– Merkel: Grecia fuori dall’Euro è un’opzione. Pronta smentita del Governo tedesco
– Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE
– Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni – Qurinalizie e le presidenziali in greche
– I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie
– La BCE punta ancora sull’effetto annuncio assecondando la minoritaria volontà tedesca
– Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica?
– Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo.

 

14/01/2015
Valentino Angeletti
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Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia

EU-GRDoveva provenire dal Semestre Italiano di Presidenza UE, poi con l’insediamento della nuova Commissione Juncker recependo il sentimento diffuso dei cittadini europei, la presa di coscienza trasversale dei vari partiti disposti ad un nuovo approccio politico, economico e monetario del quale vi è evidente necessità imminente, doveva essere un argine ai movimenti anti europeisti che sempre più stanno attecchendo nella popolazione e troppo spesso sfociano in episodi di intolleranza e grette manifestazioni di chiusura verso un pericoloso nazionalismo xenofobo, invece il cambiamento radicale di cui c’è bisogno pare non sarà guidato dalle istituzioni deputate ufficialmente a gestire la governance, aggiornandola e rendendola più consona ai tempi ed agli scenari che sono, bensì da fattori esterni.

Il Semestre Italiano, che si concluderà in modo ufficiale il 13 gennaio con il discorso del Premier Renzi, oggettivamente, nonostante gli ovvi e prevedibili tentativi di elencare con minuziosa puntualità ogni minimo elemento positivo di questi circa 175 gironi, ha lasciato ben pochi segni; in parte per causa della conformazione stessa della presidenza che ha limitate possibilità se non quella di impostare una agenda delle priorità da condividersi poi con le altre realtà istituzionali, in parte perché è stata il teatro in cui ha avuto luogo il passaggio di consegne tutt’altro che rapido e snello tra la vecchia Commissione Barroso e la nuova Commissione Juncker ed in parte perché non è riuscita ad imprimere il giusto vigore ad un nuovo concetto di flessibilità ed alla possibilità di discussione sui trattati europei. La flessibilità è rimasta quella già prevista negli accordi, nessun margine ulteriore, salvo un poco di tempo in più per eseguire i piani di rientro già definiti, tanto che le leggi di stabilità di Italia, Francia e Belgio, proprio perché rischiano di non essere conformi ai trattati subiranno una nuova verifica nel mese di marzo. Gli investimenti non sono stati incentivati adeguatamente ed ogni tipo di spesa che possa comportare crescita, eccezion fatta forse per la sola quota di contribuzione nazionale ai fondi europei, non sarà sottratta al patto di stabilità così come il piano di rientro del debito è stato confermato (giungere al 60% in 20 anni) con uno “shift” temporale di un solo anno. Il “Piano Juncker” suscita numerosi dubbi, ha come ipotesi una leva titanica di 15 volte rispetto ai 21 miliardi di € forniti da Commissione (16) e BEI (5) per arrivare così alla quota di 315 miliardi col supporto di investimenti privati esterni che difficilmente, viste le condizioni congiunturali e gli scenari di medio-breve periodo, si avventeranno a collocarsi nel vecchio continente quando altre zone del mondo a cominciare dagli USA stanno vivendo una ritrovato fermento. Il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL è rimasto, assumendo sembianze sempre più anacronistiche, termine che ad un certo punto pareva addirittura abusato ma che permane attuale, forse ora più che mai visti i risultati fin qui ottenuti. Anche il punto sull’immigrazione è rimasto costante se non addirittura deteriorato. L’atteggiamento della Commissione e soprattutto della Germania non sono mutati gran che con quest’ultima sempre meticolosamente attenta in primis a proteggere, giocando anche con una elevatissima perspicacia e strategia dialettica che si manifesta in “diabolici” quanto efficaci palleggi verbali tra Merkel, Schaeuble, Weidmann, i propri interessi mantenendo uno status quo che piano piano ed in ritardo rispetto ad altre realtà nazionali si potrebbe deteriorare anche nei pressi di Berlino e Francoforte (disoccupazione ai minimi al 6.5%, ma dati della produzione industriale tedesca di novembre a sorpresa in calo dello 0.1% su ottobre rispetto ad una stima di +0.3% ed in calo dello 0.5% rispetto a novembre 2013).

Francoforte altro nodo chiave, perché qui ha sede la BCE “Governata” da Mario Draghi probabilmente sempre stretto tra l’incudine di voler attuare una politica monetaria più ispirata agli USA ed il martello della Germania, con il suo seguito di falchi nordici, che, in vece di maggiore azionista dell’Istituto Centrale, glielo ha impedito o comunque lo ha decisamente limitato. I risultati sono stati interventi lenti, in ritardo e spesso sottodimensionati al problema di una inflazione, il mantenimento del cui livello in un intorno sinistro del 2% è tra i mandati della BCE, in costante calo e di un Euro che solo ora sta tornando a livelli più realistici nei confronti del Dollaro. Draghi ha saputo giocare egregiamente con gli effetti annuncio delle sue periodiche dichiarazioni, ma col passare del tempo i mercati hanno iniziato ad attendere oltre le parole alle quali si sono armai anestetizzati, i fatti quindi le misure espansive concrete.  L’ultimo annuncio di Draghi è stato di giovedì 8 gennaio, nulla di nuovo rispetto alla consueta conferma che la BCE metterà in atto ogni misura possibile per contrastare una deflazione che molti si ostinano ancora a negare celandola dietro il calo dei prezzi del greggio, incluso l’acquisto di Bond sovrani, senza peraltro specificare l’ammontare (stando alle passate indiscrezioni dovrebbero essere 1000 mld dei quali 500 nella prima trance) e la data che potrebbe essere il 22 gennaio o, attendendo l’esito delle elezioni greche, il 5 marzo (perdendo ulteriore del giù nullo tempo che ci rimane). Anche sull’ammontare permane qualche dubbio perché 500 miliardi, se distribuiti come sembra e come eventualmente potrebbe accettare la Germania, in base alle quote della BCE detenute dai vari governi nazionali, porterebbero all’Italia una somma attorno ai 90 miliardi, inferiore a quanto, senza effetti risolutivi, fu acquistato nel 2011 (110 mld circa). I mercati sono schizzati in alto e subito (i più ingenui o maliziosi secondo noi) hanno gridato all’effetto bomba di Draghi, difficile da credere per un non nulla di nuovo o eclatante, molto più probabile che le parole di Draghi siano state usate come scusa per giustificare il rimbalzo conseguente al crollo post dichiarazione della Merkel sull’opzione di una Grecia fuori dall’Euro in un momento in cui l’attentato terroristico a Parigi avrebbe affossato anche le più solide piazze finanziarie. Come già detto i mercati non vengono influenzati dalle news, ma le usano (o le plasmano) per giustificare andamenti già, in linea di massima, definiti in riunioni notturne o della primissima mattina che si tengono in riservatissimi uffici ad altissimi piani di vitrei grattaceli, negli HQ di poche grandi banche, assicurazioni, fondi (a Parigi il CAC40 l’8 gennaio -oggi- è aumentato del 3.59%, come se immediatamente dopo l’11 settembre Wall Street fosse stata attorno alla parità….).

Le elezioni greche sopra menzionate sono un altro elemento fondamentale, forse in questo momento il vero ago della bilancia. A conferma che la necessità di cambiamento non è stata recepita in modo convito dalle istituzioni vi sono le varie dichiarazioni in merito ai piani di Tsipras, che vorrebbe rimanere nell’Euro, ma rinegoziando il debito insostenibile (ipotesi sostenuta anche dal Financial Time che vede nel debito greco qualche cosa di non più onorabile) ed aumentando la spesa pubblica per investimenti, servizi, welfare (anche la sanità è ormai quasi solo a pagamento ed il servizio sanitario non è più in grado di fornire medicinali) e per risollevare i salari dei dipendenti pubblici quasi dimezzati per rispettare i parametri imposti dalla Troika. A parte l’ipotesi di uscita della Grecia dall’Euro avanzata dalla Merkel e subito smentita da fonti governative tedesche (probabilmente un gioco congegnato per lanciare un segnale agli elettori ellenici) ed appurato che sia a detta dalla BCE che della Commissione UE l’Euro è un processo irreversibile, i moniti rivolti alla Grecia, agli elettori ed a Tsipras, leader di Syriza probabile futuro partito di governo, rimarcano con veemenza la volontà delle istituzioni europee che il venturo Governo rispetti gli impegni presi dal Governo precedente, ne porti avanti il programma già impostato e paghi ciò che deve pagare ai creditori senza venire meno ai piani di rientro concordati con la Troika, ovviamente nessuna ipotesi di revisione del debito o incremento della spesa pubblica. In questa fase di attesa degli scrutini, la Troika ha interrotto gli aiuti che riprenderanno solo una volta confermati tutti gli impegni da parte di Atene; anche l’acquisto di bond da parte della BCE potrebbe essere a rischio. Simili messaggi certamente indirizzati anche agli elettori potrebbero essere recepiti dalla classe media che ancora riesce in qualche modo a sostentarsi, difficilmente scalfiranno coloro, e sono i più, ormai senza nulla da perdere avendo stipendi dimezzati, nessuna possibilità di accedere alla sanità che non possono permettersi ed animati da profondo risentimento nei confronti di Troika, Bruxelles, BCE ed attuale Governo.

Il cambiamento forte che il Semestre Italiano, la Commissione Juncker e la BCE non hanno fino ad ora saputo indirizzare potrebbe essere impostato da Tsipras se riuscirà a trattare con Merkel, Germania, Commissione arrivando ad una soluzione di compromesso in grado di puntare davvero alla nuova Europa della crescita e della prosperità che deve essere l’obiettivo comune. Dalla sua il leader greco ha anche il fatto che questo è un anno di elezioni importati e diffuse e qualora il suo programma funzionasse, come lui stesso è convito, potrebbe rappresentare un precedente che indirizzerebbe il voto delle prossime tornate nei paesi membri, in molti casi già proiettati verso soluzioni simili a Tsipras che incarnano la diffusa e da troppo tempo necessaria, ma sin qui ignorata, richiesta proveniente dal basso  di una radicale discontinuità per il ritorno ai concetti fondanti il Progetto Europeo.

08/01/2015
Valentino Angeletti
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La BCE punta ancora sull’effetto annuncio assecondando la minoritaria volontà tedesca

Pare essere tutto pronto. A valle della riunione mensile della BCE sono stati evidenziati dal suo Governatore alcuni punti che lasciano ipotizzare una decisione finale di un certo tipo:

  • la board BCE non ha necessità dell’unanimità per decidere, ma opera per maggioranza;
  • il mandato della BCE è quello della stabilità dei prezzi, sarebbe illegale non perseguirlo con ogni strumento possibile;
  • per perseguire il proprio mandato (stabilità dei prezzi ed in altri termini inflazione nell’intorno sinistro del 2%) la BCE può adottare strumenti monetari non convenzionali. Addirittura c’è una cifra sul controvalore da raggiungere: 1000 mld € in totale, 500 nelle prime trance.
  • le stime di crescita sono state viste al ribasso;
  • le previsioni sull’inflazione, come sulla crescita, sono previste ulteriormente in calo ed a dicembre si attendono dati non confortanti che per giunta non considerano l’effetto del crollo del prezzo del greggio dovuto alla “guerra” in atto (l’Arabia Saudita potrebbe puntare ai 60 $/bar per mettere in difficoltà i concorrenti).

Ovviamente il Governatore Draghi non ha dimenticato di ribadire come l’istituto da lui presieduto non può sostituirsi ai Governi nazionali (pur avendo richiesto in occasioni precedenti una cessione di sovranità per quel che concerne le riforme e la condivisione dei rischi sovrani) nel perseguimento del processo riformatore volto ad attrarre investimenti, sostenere crescita ed occupazione, convergere verso un sistema bancario più solido ed integrato. Draghi ha poi dispensato elogi a Juncker per il suo piano di investimenti da 21 (315 considerando un ipotetico fattore 15), sostenendo che va nella giusta direzione e che in fondo Juncker è l’unico ad aver intrapreso qualche azione concreta.

Noi rimaniamo dell’idea che il Piano Juncker sia un piuttosto timido e che lasci più di un dubbio sulla sua efficacia pratica, ovviamente sempre felici di essere smentiti, così come, se è timido il piano Juncker, lo è stato ancora di più l’atteggiamento della BCE la quale, dopo l’errore iniziale di non vincolare i capitali immessi nel sistema finanziario all’utilizzo a sostegno dell’economia reale, non ha mai mostrato la risolutezza e la capacità d’azione e reazione necessarie in una crisi così drammatica, pur con un’inflazione lontanissima dai target della banca centrale e senza segni di un possibile miglioramento (l’argomento è stato qui tratto in più di una occasione).

Stando quindi alle considerazioni esposte ci si aspetterebbe che la conclusione fosse un dettaglio quantomeno più preciso rispetto all’uso di una delle ultime munizioni a disposizione della BCE: il QE tramite acquisto di titoli di stato (o debito sovrano che dir si voglia). Dalla nuova sede di Francoforte invece il piano è stato ancora rimandato. Ricordiamo che già a giugno scorso e poi a settembre erano state messe in atto alcune misure i cui frutti tardano ancora ad arrivare e, come insegnano le prime iniezioni di liquidità della BCE al sistema bancario, non è detto che i risultati e le loro dinamiche siano quelle attese. Del resto potrebbe essere così anche nel caso di acquisto di Bond. Sarebbe dunque auspicabile intervenire quanto prima, senza negare l’evidenza che è già stato perso troppo tempo e nessun argine è stato posto al naturale corso della crisi che rimane in peggioramento. Evidentemente questa non è la linea dell’Istituto che pure ha rilevato un ulteriore deterioramento dei parametri di crescita ed inflazione dell’aria Euro. Prossimi sviluppi si potranno avere il 22 gennaio o 6 settimane dopo (i Board BCE non sono più mensili) confidando, ma le smentite sono prassi, che venga mantenuta la tempistica de “i primi mesi del 2015”. L’effetto annuncio stavolta non è bastato ed ha comportato un rafforzamento dell’Euro sul Dollaro ed un calo, seppur non drammatico, degli indici borsistici con grande volatilità tra i bancari durante le ore di contrattazione. I mercati ormai sono diventati immuni agli annunci che un tempo riempivano di euforia ed ora il continuo rimandare ripetendo gli stessi concetti rischia di aumentare la tensione tra i grandi operatori e manovratori comportando di conseguenza un pericoloso aumento dalla volatilità (il famoso indice VIX ormai dimenticato, ma tanto famoso ai tempi dei mutui subprime USA).

Non si capirebbe dunque il motivo di un simil temporeggiare del quale non c’è bisogno e che anzi rischia di essere controproducente consentendo di mese in mese un continuo avvitamento della situazione economica con ripercussioni sul sociale e sul sentimento di avversione, già ampiamente manifesto, nei confronti dell e istituzioni in generale e di quelle europee in particolare. Non si capirebbe appunto col condizionale, perché in realtà, come abbiamo detto più volte, il maggior azionista della BCE è la Germania con la sua BuBa presieduta attualmente dal Jens Weidmann. La Germania, nonostante un rallentamento che coinvolge anche la sua economia sofferente in certi settori, come le auto ed alcuni macchinari industriali, per la concorrenza giapponese con lo Yen ora ai minimi, ha sostenuto che non v’è alcuna necessità di ulteriore espansione monetaria e pochi giorni fa proprio a valle della presentazione delle leggi di stabilità dei singoli paesi presso la Commissione Europea, il Ministro delle finanze tedesco ha sottolineato come non ci sia la minima possibilità di eludere, interrompere o venire meno ai trattati europei ed ai vincoli di bilancio sottoscritti, limitando così la flessibilità che al momento non è altro che quanto previsto dai patti stessi e che si sta dimostrando insufficiente. Il rischio temuto è il rallentamento nell’attuazione delle riforme nei paesi meno virtuosi e più sofferenti (leggi Italia che tra i meno virtuosi definiti anche “periferici” oppure “oil belt” o anche “del sud” è quella con più peso e con il debito più preoccupante) i quali più avrebbero respiro da approcci maggiormente espansivi. La Germania dovrebbe però considerare che la capacità di riformare un paese, come l’Italia appunto, in modo radicale necessita di vedute politiche convergenti verso il medesimo obiettivo di crescita, condizione assai difficili nel nostro paese, sicuramente per colpa e tendenza a proteggere propri status quo, ma anche a causa del contesto sociale sempre più teso, della scarsa fiducia e della sensazione di impotenza e rassegnazione dei cittadini.

Continua quindi la cocciuta propensione all’egoismo, che in ultimo sarà auto-distruttore, da parte dei tedeschi i quali nella Board BCE hanno 6 o 7 adepti, i rappresentanti di Lussemburgo, Estonia, Lettonia, Olanda, con quello austriaco che sembra orientato a sostenere i QE e quello Finlandese che sarebbe ormai convinto ad appoggiare Draghi. In Ogni caso 6 o 7 membri su 23 non dovrebbero costituire un problema. Non è però il numero che conta…. ma è il peso!

Di esempi, oltre alla contestata Abenomics, vi sono gli USA e più vicino a noi la Gran Bretagna, dove, ed è quello che si dovrebbe perseguire trasversalmente anche entro i confini dell’Euro-Zona, un sapiente lavoro della Banca Centrale, BoE, assieme ad un profondo processo riformatore e di taglio della spesa hanno portato la determinata Albione a puntare dritta dritta al superamento del 3% di crescita.

Insomma, continuando a perseverare senza voler apprendere le lezioni delle passate esperienze né trarre esempio dai nostri vicini, rischiamo di meritarci ciò che si merita un recidivo.

Link:
Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo. 27/11/14
Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno 05/11/14
Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino 19/11/14
Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea 03/12/14
Draghi espansivo, ma Schaeuble frena con gli ABS 26/09/14
Draghi: “allarme rosso sulla ripresa”. Alcuni Mea culpa, ma soprattutto un futuro da affrontare diversamente 23/09/14

04/12/2014
Valentino Angeletti
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Draghi espansivo, ma Schaeuble frena con gli ABS

La politica monetaria è solo parte degli strumenti da adottarsi in un contesto di crisi come quello in essere. Essa dovrebbe fornire uno shock immediato che vada in parallelo ad un profondo processo riformatore a livello nazionale ed europeo volto a rilanciare investimenti e crescita strutturale ma che necessita di tempo (orizzonte dal medio a lungo periodo per sentirne effetti tangibili) e di risorse economiche attualmente imbrigliate dal perseverare delle politiche di austerità, da un contesto di credit crunch, da bassi consumi e potere d’acquisto, da bassa inflazione e sfiducia. Proprio dare una reazione immediata e risorse economiche nel breve e brevissimo termine al servizio delle misure con effetti strutturali dovrebbe essere il compito delle politiche monetarie in momenti di emergenza. Premesso (ripetendolo per l’ennesima, volta) ciò, che le linee di pensiero di Draghi e Schaeuble non fossero convergenti è da tempo evidente, ma nelle ultime settime l’asperità quasi ancestrale tra i due capi economici sta assumendo toni preoccupanti. Preoccupanti perché la salvezza dell’Europa e la sua capacità di agire rapida, cosa che fin qui non è stata  in grado di fare né negli ambiti di competenza delle Commissione né in quelli della BCE tanto da arrivare a dati di occupazione ed inflazione, solo per citarne due, frutto di un processo di deterioramento di lunga durata, è strettamente vincolata alla volontà ed alla determinazione nel perseguire una strategia e degli obiettivi di interesse comune.

Draghi da Vilnus dove stava augurando un buon ingresso nell’Euro alla Lituania ha ribadito per l’ennesima volta l’intenzione della BCE di utilizzare se necessario misure non convenzionali di stimolo monetario a supporto dell’economia. Simili intenti sono stati proferiti più e più volte negli ultimi anni e pur non essendo mai accolti con piacere dal Ministro delle Finanze tedesco e dal Governatore della BuBa, mai si era arrivati ad un simile livello di tensione. Tale escalation probabilmente è dovuta al fatto che Draghi dopo le parole ha dato prova di reale azione con più determinazione del solito avviando la prima tranche di T-LTRO dei giorni scorsi e con la prosecuzione dei bassi tassi che hanno portato il cambio Euro -Dollaro ai minimi da due anni a circa 1.27 (benché sarebbe ragionevole puntare ad un rapporto circa 1). Questo passaggio dall’effetto annuncio a fatti concreti sta intimorendo la Germania che è l’unico stato che ha giovato di alcuni elementi caratterizzanti la crisi, come una moneta molto forte, benché adesso, ma pare che a Berlino non vogliano ancora digerirlo, anche per loro il vento stia cambiando. La paura aumenta davanti alle ipotesi di mettere in atto gli ABS, discussi nella prossima riunione del Board BCE a Napoli, di utilizzare 80 miliardi del fondo salva stati per favorire crescita ed occupazione (proposta Juncker) e di QE con acquisto da parte della Banca Centrale di titoli di stato.

Gli ABS sono prestiti impacchettati e cartolarizzati dalle banche che la BCE potrà acquistare consentendo così un alleggerimento del bilancio dell’istituto e quindi una sua maggior propensione (teorica) all’erogazione di credito ad imprese e famiglie. I derivati acquistati dalla BCE dovranno avere rating senior o al limite mezzanino, i più sicuri e garantiti in caso di problemi di rimborso.

L’affermazione del Governatore BCE che l’Europa non è né in recessione né in deflazione ha voluto forse stemperare un po’ le parole seguenti, dove narra di uno stato di deterioramento preoccupante, di ripresa meno tonica del previsto, di inaccettabile livello di disoccupazione, di inflazione bassa ancora a lungo, e del credit crunch. In aggiunta a ciò, soprattutto per quel che concerne il credit crunch, va detto che la prima tornata di T-LTRO ha avuto meno successo del previsto per due ragioni fondamentali, la minor richiesta di credito (a mio avviso dovuta proprio al credit crunch stesso che spinge hp non richiedere prestiti poiché non erogati) ed il timore degli stress test operati dall’Europa sulle banche.

I dati economici peggiori, il vincolo dell’intermediario bancario che sia nella prima fase di aiuti che in questa seconda non riesce a convogliare efficacemente ed in misura sufficiente liquidità alle imprese ed alle famiglie e la necessità comprovata di investimenti pubblici e privati sono elementi che possono far propende la BCE ad agire con ulteriori strumenti, quindi ABS, che pur non eliminerebbe le banche come vincolo, e l’acquisto diretto di titoli di stato.

L’acquisto di bond nazionali dal mio punto di vista risulta importante, come poi lo sarà un percorso di convergenza verso bond-europei a meno che non si vogliano riscrive la missione e gli obiettivi dell’UE, non per mantenere lo spread basso come poteva essere per il 2011, ma per fornire in modo diretto ai singoli stati liquidità che potrebbe così essere utilizzata per gli investimenti pubblici di cui ad oggi molti stati necessitano senza essere in grado di affrontare per i vincoli di bilancio che anche in questo inizio di Commissione Juncker rimangono un tabù che non si vuole mettere minimamente in discussione.

Il Ministro Schaeuble ed il Governatore della BuBa, ma anche il Cancelliere Merkel, avanzano una ipotesi di conflitto di interessi della BCE poiché in caso di ABS  l’istituto andrebbe ad acquistare titoli derivati da banche che sarebbero soggette al controllo implementato all’interno dell’unione bancaria fatto dalla BCE stessa, non è condivisa inoltre l’idea di utilizzare 80 miliardi del fondo salva stati ESM per occupazione e crescita sostenendo che il fondo serve per garantire stabilità in momenti di crisi ed un suo indebolimenti indebolirebbe anche la capacità dell’UE di rispondere ad eventi avversi. Questa tendenza è evidentemente finalizzata da un lato a proteggere le proprie banche dagli stess test e dal processo di unificazione e controllo tanto osteggiato da Berlino e dall’altro a mantenere uno status quo di vantaggio competitivo dovuto a tassi sui titoli di stato tedeschi più volte in territorio negativo e moneta forte associata ad esportazioni comunque sostenute, il tutto in un contesto di sistema paese funzionale, rapido, competitivo, creatore di valore aggiunto e terreno fertile per gli investimenti. La Merkel ha ribadito di prediligere il rispetto dei conti, la disciplina di bilancio (leggi rigore ed austerità edulcorati da termini più diplomatici) e le riforme rispetto a piani di investimento, soprattutto pubblico, che gli 80 miliardi prelevato dell’ESM dovrebbero supportare, come dovrebbero essere utilizzati parzialmente in questa direzione anche i 300 miliardi menzionati da Juncker per dare una accelerata a crescita ed occupazione.

Non si comprende però, a parte la scusa dell’inflazione e della Repubblica di Weimar, come la Germania non si sia ancora accorta che il suo atteggiamento ed il suo peso in Europa che la rendono ago della bilancia in ogni decisione hanno danneggiato gravemente il tessuto europeo, direttamente dal punto di vista economico e del protrarsi della crisi, ed indirettamente contribuendo alla fortificazione di un sentimento anti Europa che ha dato natali ad importanti movimenti di estrema destra e xenofobi che facendo leva sul disagio sociale e la povertà (perché in molti casi di povertà si tratta) hanno gioco facile nella creazione populistica di consenso spesso scagliandosi contro il diverso o il debole. In Germania l’estrema destra risulta essere uno dei primi partiti con un consenso mai raggiunto dalla fine della seconda guerra mondiale. La stessa Berlino però è bene che analizzi la situazione ed arrivi alla lapalissiana conclusione che un tessuto europeo così povero ed un contesto mondiale in cambiamento con rapporti di forza drammaticamente mutati, un’asse Russia-Cina, le sanzioni a Mosca, le tensioni in medio oriente ed in Ucraina, un mercato energetico europeo ancora poco integrato e molto dipendente dalle importazioni dai colossi di Putin, stanno peggiorando la situazione anche della stessa Germania, e lo si può notare da un calo delle esportazioni ad esempio; inoltre anche in terra tedesca vi sarebbe necessità di qualche investimento pubblico infrastrutturale, principalmente lato TLC, viabilità, trasporti che se affrontato ridurrebbe il surplus sotto il limite europeo del 6% e potrebbe apportare benefici anche all’intera Europa.

La terra bruciata europea che si sta creando attorno alla Germania ed i nuovi assetti geopolitici metteranno senza alcun dubbio anche Berlino alle corde, solo che quando vi arriverà per il resto d’Europa, meno virtuosa e già alle strette, sarà troppo tardi. La Germania fino ad ora si è comportata da Boss al limite della tirannia invece che da Leader locomotiva capace di sacrificarsi e rinunciare a parte dei suoi vantaggi immediati per un ritorno collettivo nel medio-lungo periodo. Si tratta della solita lotta, che possiamo vedere anche in Italia nella partita delle riforme o delle ristrutturazioni organizzative, tra coloro che vogliono mantenere una situazione privilegiata a dispetto di un cambiamento benefico per la società e chi invece lotta affinché si possa raggiungere un benessere collettivo distribuito. Inutile dire chi siano i buoni e chi i cattivi come inutile ribadite la necessità della Commissione di tagliare quel cordone ombelicale che la limita nella penombra dell’egemonia tedesca.

Draghi: “allarme rosso sulla ripresa”. Alcuni Mea culpa, ma soprattutto un futuro da affrontare diversamente

La lenta fretta del G20 ed una realtà italiana più tartaruga che Achille

FMI taglia stime PIL; riforme nella giusta direzione ma da applicare in un Governo che non sembra così coeso

OCSE taglia stime di crescita, scenario fragile. Serve più flessibilità parallelamente al processo di riforme.

25/09/2014
Valentino Angeletti
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Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già

IMF  Il Fondo Monetario Internazionale lancia un nuovo allarme sulla situazione  economica e politica dell’area Euro. La ripresa dell’ Eurozona, secondo l’istituto di  Washington, è in corso ma non è robusta né sufficientemente forte, inoltre,  nonostante il ritorno della fiducia degli investitori (dovuta parzialmente alla  politica adottata e parzialmente alle condizioni che hanno spinto i capitali a  migrare dagli emergenti verso le economie mature) i livelli pre crisi sono ancora  lontani, i debiti di molti paesi, tra cui l’Italia eccessivamente alti e la crescita,  disomogenea a seconda degli stati e generalmente più consistente nei paesi  economicamente solidi, più debole e lenta del previsto.

Totalmente in linea rispetto a quanto sostenuto da tempo in questa sede, l’ FMI, che pure è stato parte dell’austerità europea come membro della Troika, imputa il perdurare di tale situazione fondamentalmente a due fattori.

Uno è la politica monetaria di Francoforte non sufficientemente accomodante e proattiva, tanto che viene nuovamente suggerito alla BCE, qualora la bassa inflazione non si attenuasse, di procedere a QE tramite acquisto di bond sovrani. Questo messaggio non è nuovo e, contrariamente al passato, il Governatore Draghi pare averlo recepito, avanzando l’ipotesi di QE tramite l’acquisto di bond privati, opzione in certi casi ancora più rischiosa e facile preda di speculazione rispetto ai classici titoli sovrani.

L’altro fattore è la politica economica di Bruxelles – Strasburgo che ha fin da subito (ricordiamo l’inizio dell’escalation della crisi con la questione greca) prediletto l’austerità, appoggiata dagli stati del nord (in certi casi poi caduti in difficoltà essi stessi come nel caso dell’ Olanda) rigorosi ed evidentemente interessati a tutelare il proprio sistema, rispetto a politiche espansive nonostante il lapalissiano stato di recessione. L’eccessivo rigore nell’imposizione del rapporto deficit/Pil al 3% è oltretutto stato perseguito puntando all’abbassamento del deficit invece che all’innalzamento del PIL modalità che avrebbe consentito una maggiore crescita. Inoltre non è stata tempestivamente (anzi, anche ora non è ben chiaro se e come verrà utilizzata) applicata la golden rule agli investimenti produttivi, mirati alla crescita, al rilancio dell’occupazione ed al completamento del processo riformatore necessario in molti paesi così come nella governance europea stessa; in aggiunta neppure sul fattore tempo sono stati ad oggi concessi allentamenti (solo a Francia ed Olanda).

L’aggregazione di questi due fattori ha portato alla stagnazione più totale senza appoggiare in alcun modo, anzi ostacolando, la ripresa economica che è così diventata ancora più complessa da ottenersi e ridotta a qualche decimale, oggettivamente ininfluente a sopperire a problemi come la disoccupazione che nel nostro paese (ma in tutta la Oil Belt) ha raggiunto livelli inaccettabili.

Fin dagli albori di questo periodo recessivo pareva chiaro (e qui si disse) che la politica monetaria avrebbe dovuto prontamente iniettare liquidità nel sistema, senza passare dalle banche che hanno fatto da tappo alla trasmissione di credito, mentre i governi avrebbero dovuto investire in progetti di sviluppo, investimenti pubblici in infrastrutture, istruzione, ricerca, energia, nuovi modelli economici e di business in modo da creare immediatamente uno shock economico in grado di favorire la creazione di posti di lavoro, quindi far girare moneta supportando i consumi e la produzione industriale. Questa avrebbe dovuto rappresentare la prima fase alla quale avrebbe dovuto essere affiancato il processo riformatore volto a spostare la tassazione in modo progressivo da persone e lavoro verso patrimoni, rendite e consumi; a riformare ed unificare il sistema bancario; a semplificare l’accesso al mercato del lavoro; ad armonizzare la normativa europea in modo che non vi fossero eccessivi squilibri e competizioni impari in termini di fiscalità, tassazione, costo del lavoro ecc.

Di tutto ciò, ripeto, estremamente chiaro fin da subito anche avendo sotto mano gli esempi di USA e Giappone, magari da non ricopiare pedissequamente, ma da cui prendere certamente spunto, si sente parlare solo adesso, quando ormai il fattore tempo è andato perduto. La ripresa dunque, già difficile con azione tempestive e mirate, sarà ancora più lunga del previsto ed in certe zone del continente si potrà realmente parlare di generazioni sacrificate.

Ora, a distanza di almeno due anni, sembra che l’ Europa, in tutte le sue rappresentanze politiche, abbia preso atto della necessità di agire concretamente. Se andrà in porto la suddivisione delle posizioni di Presidente della Commissione EU e la riconferma all’Europarlamento (oppure la nomina a Presidente del Consiglio EU) rispettivamente a Jucker (PPE) e Schulz (PSE) potrebbe essere il viatico di una grande coalizione tra i due maggiori partiti europei che necessariamente dovranno avere idee comuni quantomeno sul cambio di approccio rivolto alla crescita ed all’occupazione e non più alla sola austerity, così come sulla necessità di rilanciare l’immagine dell’Unione compromessa dall’applicazione di modelli economici errati che hanno portato a derive anti europee ed a nazionalismi, movimenti ciechi di fronte alla necessità di aggregazione, sinergia e cooperazione per mantenere la competitività ed la prosperità dell’Europa e dei singoli stati membri che, pur dotati di indubbi punti di forza interni, sarebbero sopraffatti dalle potenze globali con cui è per certi settori impossibile competere.

Queste discussioni da qualche tempo, guarda caso a partire dal periodo di campagna elettorale per le europee, animano i dibattiti interni ai partiti e tra le differenti fazioni e saranno il tema dell’incontro di questi giorni tra i leader dei partiti aderenti al PSE.

In Italia il Ministro dell’ Economia Padoan ha ribadito la necessità di riequilibrare il sistema fiscale facendo in modo di supportare i consumi, ma ciò inevitabilmente passa da una minor tassazione che impone una pesante rivisitazione della spesa pubblica e dalla necessità dello scorporo di alcune voci relative a riforme ed investimenti produttivi dal calcolo del deficit. A livello europeo invece presso l’Ecofin è passata un serie di misure mirate ad ostacolare l’elusione fiscale, cioè ad impedire alle grandi multinazionali di poter pagare tasse in paesi a fiscalità privilegiata differenti da quelli in cui si è realizzato il margine operativo alimentando in tal modo una perversa competizione, totalmente legale, all’interno della stessa area Euro che generalmente va a premiare i paesi più rivolti alla finanza ed alla speculazione rispetto a quelli più inclini all’industria ed alla produzione che dovrebbero essere i capisaldi per ripartire percorrendo la via di una crescita sostenibile nel lungo periodo e scongiurando le crisi alle quali i sistemi eccessivamente finanziarizzati periodicamente vanno incontro come in una sorta di “scaricamento degli oscillatori”.

Se quanto condiviso verrà realmente recepito e soprattutto implementato nel minor tempo possibile, ed a questo punto non ci sono più alibi per non farlo, allora si potrebbe pensare a scenari di medio-lungo termine meno drammatici e con qualche spazio anche per il vecchio continente europeo; in caso contrario il destino è quello di rimanere compressi tra Russia, USA, Cina e tutti i problemi di instabilità presenti sul bacino Mediterraneo.

Alcuni Link collegati:
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva? 29/04/2014
Rapporto Deficit/PIL al 3.1% sforamento temporaneo, ma la crescita economica necessita di investimenti a lungo termine 20/09/13
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21/06/2014
Valentino Angeletti
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Le misure di Draghi ci sono, con un ma….

ECB Il 4 aprile scorso in merito alle misure non convenzionali avanzate più e più volte  dal Governatore Draghi con una maestria geniale (e non mi stancherò mai di  dirlo) nel gestire l’effetto annuncio, ci si chiedeva quando l’ ECB sarebbe passata  da ipotesi a fatti:
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti
Ora il momento sembra arrivato grazie all’implementazione di un “piano Draghi”  molto interessante e che sarà sicuramente apprezzato. Esso in realtà non non è  assolutamente innovativo, anzi ricalca quanto più volte espresso anche in questo  spazio; va ben oltre il taglio del costo del denaro dallo 0.25% allo 0.15% il quale  rimarrà basso a lungo, va oltre la virata in negativo per i tassi di interesse  overnight presso la ECB portato a -0.10% e principalmente punta favorire il credito per le imprese, per gli investimenti in innovazione, per le PMI ed anche per le famiglie (esclusi i prestiti per l’acquisto di immobili che rimane un mercato a medio rischio di bolla). Le misure messe in campo sono varie, vanno dai prestiti alle banche (TLTRO) a lungo termine con controllo che il denaro venga convogliato effettivamente nell’economia reale fino agli ABS ossia strumenti collaterali di garanzia emessi dalle imprese ed acquistati dalla ECB in cui sarà consentito cartolarizzare riserve immobiliari ed altri beni garanti a patto che il derivato finale sia semplice comprensibile (bisogna capire da chi) e trasparente. L’unico strumento non convenzionale non ancora messo in campo dalla ECB a ben vedere è il QE cioè acquisto diretto di titoli di stato oppure stampaggio di moneta.
Personalmente credo però che la ECB e Draghi avrebbero dovuto agire ben prima, le condizioni attuali sono gravi a cominciare da consumi, potere d’acquisto, credito, investimenti; inoltre il target d’inflazione inferiore ma prossimo al 2% è lontanissimo, siamo allo 0,5% con stime previsionali dello 0,7% per il 2014, dell’ 1,1% per il 2015 e dell’1,4% per il 2016
Di sicuro qualche buon risultato verrà (oltre al bell’inglese tanto caro al Barisoni di Focus Economia, Radio 24, ora Draghi vanta anche un bel piano concreto a sostegno dell’economia), rimane solo da verificare e sperare che non sia già troppo tardi.

05/06/2014
Valentino Angeletti
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