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Il sottile filo conduttore tra mafia capitale, rapporto Censis 2014 e declassamento S&P

Lo scandalo Romano, altresì ribattezzato dalle indagini in corso come “Mafia Capitale”, non rappresenta altro che l’ultimo ennesimo episodio di corruzione pubblica, malaffare, collusione tra pubblico e privato, malavita invisa al potere accondiscendente. Per citare i più noti ci vogliamo limitare a ricordare gli scandali che coinvolsero l’organizzazione del G8, le intercettazione impietose a valle del terremoto de L’Aquila, l’organizzazione e gli sprechi correlati ai mondiali di nuoto, il caso Mose e quello di Expo 2015 che hanno comportato l’istituzione di un commissario speciale, Raffaele Cantone, plenipotenziario nel vigilare sui reati di corruzione nei lavori pubblici, ma dotato solamente di uno staff di 13 persone per tutto il territorio italiano. L’affair romano ed i numerosi precedenti sono triste conferma ed emblema del fatto che non siamo di fronte ad eventi sporadici, ma a qualche cosa di più grande e pervasivo, radicato, ormai diventato la modalità di agire consueta di un sistema ampio e non limitato solamente ad alcuni territori, ma che si dipana ed abbraccia con i propri tentacoli tutto il suolo italiano e senza distinzione di colore politico. Risultano infatti coinvolti, ovviamente tutti innocenti fino a prova contraria, esponenti di ogni parte politica, imprenditori e manager privati, dirigenti pubblici appoggiati e posizionati quando dalla politica di destra quando da quella di sinistra, malavitosi di grandi clan “multinazionali” (Camorra, Mafia) così come di “gang” cittadine o di quartiere, criminali legati agli ambianti di estrema destra che possono tranquillamente agire a braccetto con quelli della più estrema sinistra. Simili diversità apparentemente inconciliabili vengono superate dall’interesse per il potere e per il denaro. Questa sensazione è tristemente confermata dal magistrato, scrittore, drammaturgo e sceneggiatore Giancarlo De Cataldo (autore tra gli altri di “Romanzo Criminale”) il quale ha apertamente dichiarato che non stupisce una situazione simile e che, benché taciuta, era ben nota in particolare riferendosi alla presenza della mafia a Roma. De Cataldo rincara la dose confermando che il problema non è limitato alla sola capitale, ma è presente in misura differente in ogni città italiana, grande e piccola. Casi di mafia relativi allo smaltimento dei rifiuti sono noti in Lombardia ed Emilia, le regioni esempio (forse un tempo) per efficienza e correttezza delle istituzioni. La consapevolezza più o meno certa di questo substrato illegale ma “tollerato” e solo fintamente combattuto fa sì che si sia esteso e fortificato, diventando una sorta di prassi nota con la quale molti, troppi, pur con la critica, lo sdegno ed il rancore che suscita un simile sistema, sono ormai abituati a convivere quasi che fosse inespugnabile.

Ripetiamo di non riportare nulla di nuovo né originale, infatti abbiamo già scritto:

La consapevolezza di simili collusioni diffusa in una società ormai abituata e quasi arrendevole rispetto ad una così patologica situazione, rappresenta senza dubbio una concausa a quello che è il resoconto del rapporto annuale CENSIS sulla situazione sociale del paese. Riassumendo estremamente in sintesi, la fotografia che emerge è quella di un paese rassegnato, senza speranza nel futuro, cinico ed attendista, dove le diseguaglianze sociali continuano ad acuirsi, dove si sta radicando un senso di individualismo e talvolta egoismo che comporta fenomeni di intolleranza, paura e di rifiuto dell’integrazione, una società sempre più scollata, in cui le città risultano luoghi pericolosi. La politica rimane vista come un’entità lontana dai reali problemi e non in grado di affrontarli efficacemente, drammatico il fatto che questa visione sia condivisa sia dalla popolazione comune che dagli imprenditori. La differenza di benessere è tanto più accentuata tra giovani e meno giovani, sono i primi infatti ad essere i più penalizzati ed a vedere il loro capitale umano inutilizzato, tanto che l’espatrio non sembra un’opportunità bensì una necessità. Ben 8 milioni di persone, puro capitale umano, sono inutilizzate nel mondo del lavoro, principalmente tra i 15 ed i 30 anni. I consumi e gli stipendi, senza distinzione tra pubblico e privato, sono in calo, ma paradossalmente aumentano i risparmi andando a costituire ulteriori risorse e capitale “inagito” e messo da parte per la paura degli imprevisti del futuro; al contempo però la classe media si sta erodendo ed estinguendo. Il rapporto menziona esplicitamente il rischio “banlieue parisienne”.

Personalmente ritengo che i risparmi in aumento derivino dalla tendenza delle classi sociali un tempo superiori a quella media a risparmiare, essendo anch’esse intimoriti dai possibili scenari di impoverimento. Invece quella che un tempo era la classe media agiata adesso si vede costretta a far quadrare i conti di fine mese risparmiando le poche volte possibili per avere un margine di sicurezza. Di fatto l’ex classe media ha perso il proprio status quo e ritiene di poter rischiare la caduta in povertà. A pensarci bene un ragazzo universitario o appena laureto, ma anche una persona di mezza età senza lavoro per la crisi, che leggesse le condizioni del paese potrebbe ritenere, ed attualmente non a torto, che per emergere si debba far parte del sistema colluso, l’alternativa sembra risiedere esclusivamente nell’espatrio. All’estero i talenti italiani, qui non in condizioni di esprimersi, inseriti in una società meritocratica e che consente mobilità “challenging”, costituiscono un o dei driver del successo e della crescita di quei paesi e spesso riescono ad emergere, trovando un loro percorso di carriera e di vita in un bilanciamento nel nostro paese inesistente nei casi più fortunati. Come lo scandalo romano anche questa analisi del CENSIS, qui riportata in breve, non è nuova e del resto lo scorso anno era assai simile, raffigurando una società scialba, senza ambizioni e speranza, senza prospettive di miglioramento sociale, dove esistono caste sempre più impenetrabili che rendono impossibile il progresso individuale. Su questi temi già si scrisse (lista non esaustiva):

Il drenaggio di risorse economiche verso la malavita, il malaffare e la corruzione, sottratte perciò all’economia reale ed al progresso e crescita del paese (si stima che la corruzione costi oltre 60 mld all’anno) , assieme all’inattività della popolazione, classe media in particolare che dovrebbe rappresentare il motore dello sviluppo grazie tra l’altro alla possibilità di miglioramento sociale, sono, assieme alla situazione politico-economica, concause del declassamento riservato da S&P all’Italia, valutata BBB- (uno step da “not investment grade” o Junk) con outlook stabile. Oggettivamente, come è possibile attribuire fiducia ad un paese che, e per circostanze interne del quale è colpevole e per congiunture esterne che subisce passivamente, mostra un contesto simile?

Il declassamento rappresenta a tutti gli effetti una bocciatura perché S&P aveva rimandato il suo giudizio, previsto qualche mese, fa proprio per attendere sviluppi più chiari ed è irrealistico negare, a fronte del report dell’agenzia di rating, la bocciatura, quasi volendo imitare Magritte e la sua Pipa. Poi si può asserire che i rating hanno poco significato e le agenzie non sono attendibili, ed in parte è vero ma BBB- rimane un parametro utilizzato dalla finanza che volenti o nolenti ancora impera nel nostro modello economico, ed anche aggiungere che siamo equiparati a Russia, Messico, India e Romania aventi rendimenti dei loro titoli sovrani 3, 5, 10 volte superiori ai nostri, un abominio, ma tant’è.

Anche questo risultato non era imprevedibile, anzi, esercitandoci in pronostici proprio prima del pronunciamento di Moody’s, avevamo ipotizzato per ottobre il mantenimento del rating con Outlook negativo e legato a stretto giro al perseguimento del percorso di riforme, Outlook che si è verificato in queste ore seguito dalle parole in merito alla riforma del lavoro, buona, ma non in grado per S&P di creare occupazione nel breve termine (pertanto poco utile nello scenario emergenziale in essere):

Mafia Capitale, rapporto Censis e rating S&P sono quindi anelli di una medesima catena, tasselli di un domino che si abbattono l’un l’altro.

Sorprende come le situazioni, anche le peggiori, nonostante il bel parlare e gli encomiabili propositi, si ripetano seguendo indisturbati un corso quasi naturale come percorressero l’alveo di un preistorico fiume. Ricordiamoci che il passato può essere maestro, elargire insegnamenti e lezioni, ma poi ad apprendere ed applicare quanto imparato sta alle persone: governanti, manager e dirigenti apicali in primis a dare esempio ai cittadini della società civile. Se ciò non avviene sorge il sospetto che imperi l’incapacità e l’inettitudine oppure la voglia di seguire la gattopardiana teoria tanto cara alla conservazione o in ultimo che la situazione, per una delle due cause precedenti, sia giunta talmente alla deriva da non essere più, pur volendolo, recuperabile.

06/12/2014
Valentino Angeletti
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Proviamo ad anticipare Moody’s

Moodys Tra poche ore, domani, l’agenzia di rating Moody’s si pronuncerà sull’Italia.

Proviamo, in un gioco personale, senza alcuna pretesa, ad anticipare cosa dirà l’agenzia.

A mio avviso, in modo molto sintetico, si pronuncerà circa come di seguito:

 

“L’Italia sta attraversando un momento complesso, ma i pacchetti di riforme che il Governo Renzi sta portando avanti vanno nella giusta direzione. La riforma del lavoro (Jobs Act) dovrebbe essere mirata a rendere più flessibile il mercato occupazionale agevolando in particolar modo le assunzioni, che dovranno essere meno onerose, da parte delle aziende. Ciò potrà concorrere a facilitare gli investimenti, benché molti altri aspetti, quali burocrazia, certezza delle norme e delle leggi, corruzione, eccessiva spesa pubblica sulla sanità e sulla previdenza, scarsa propensione ad investimenti in innovazione, poca privatizzazione e concorrenza in alcuni settori, alto costo dell’energia siano elementi da riformare rapidamente.

Ciò si inserisce in una cornice italiano recessiva per il terzo anno consecutivo in cui i valori di disoccupazione al 12.6% ed oltre il 43% per quella giovanile, il rapporto deficit/PIL al limite del 3% ed il debito tendente al 136.7%  uniti ad un PIL rivisto al ribasso (-0.2%) ed una inflazione a -0.1% rendono lo scenario estremamente fragile, come si mantiene fragile a livello Europeo. In UE l’ingresso in recessione ha una probabilità tra il 35 ed il 40%, a causa sempre della bassa inflazione, delle tensioni geopolitiche in Russia ed in Libia dalla quale arrivano le prime tensioni sui flussi di Gas che colpiscono principalmente proprio il paese italiano.

Anche i recenti dati negativi relativi a produzione industriale, esportazioni ed ordinativi (che prevedono gli andamenti di mercato futuri) della Germania hanno un ruolo importante dimostrando la fragilità economica europea che non può non avere ripercussioni sui singoli stati ad iniziare da quelli più problematici.

Alla luce di ciò il giudizio attuale sull’Italia rimane invariato, ma se si protrarranno le condizioni congiunturali macroeconomiche in essere sia nel paese che nella UE e se il Governo italiano non riuscirà a reagire implementando l’ambizioso piano di riforme proposto confidando che porti i risultati attesi, un rapido ulteriore deterioramento con conseguente peggioramento del giudizio sono altamente probabili.”

Questo è a mio personalissimo parere quello che approssimativamente sarà detto da Moody’s.

In ogni caso, ed il discorso vale anche per le parole di Draghi proferite oggi, non è comprensibile come possano già ora affermare che la riforma del lavoro vada nella giusta direzione se ancora non è completamente chiara neppure agli addetti ai lavori e quando manca tutta la parte dei decreti attuativi che ne riempirà la cornice. Inoltre il mercato del lavoro ha dinamiche molto complesse che portano effetti solamente dopo il fisiologico ritardo rispetto ad altre dinamiche propedeutiche (ad esempio una crescita minima del 1.5% sarebbe necessaria per invertire la tendenza dei dati sulla disoccupazione). Inoltre non va mai dimenticato che per la creazione del lavoro l’utilissimo atto legislativo non è sufficiente,  servono investimenti industriali concreti e quindi uno scenario di business e sviluppo che al momento e per leggi e norme, burocrazia, fisco ecc e per condizioni economiche non è presente.

09/10/2014
Valentino Angeletti
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Garanzia artistica, accenno di dietrofront europeo, PD-Sindacati-Confindustria aggressivi … e chi più ne ha più ne metta

In questi ultimi giorni sono successi alcuni fatti piuttosto interessanti.
Andandoli rapidamente a scorrere ed analizzare iniziamo con la notizia del Financial Time, di una richiesta “monster” di risarcimento da parte della Corte dei Conti italiana nei confronti delle agenzie dei Rating, le tre grandi sorelle, S&P, Moody’s, Fitch, colpevoli, secondo la CdC, di essersi pronunciati declassando nel 2011 l’Italia senza tener in giusta considerazione il patrimonio storico, artistico e culturale del paese, universalmente riconosciuto e famigerato. La somma presunta ammonterebbe a 234 miliardi di € e l’indagine, curata dal procuratore della regione Lazio, sarebbe ancora in fase di istruttoria.

Partendo dal concetto che il patrimonio storico-artistico è un asset fondamentale per il nostro paese, purtroppo trascurato, che frutta immensamente meno di quanto potrebbe, non valorizzato come dovrebbe né ben gestito; riconoscendo senza se e senza ma che la cultura è una ricchezza inestimabile; deplorando quanto si legge in queste ore su alcuni giornali secondo i quali potrebbe venire abolito nelle classi scolastiche l’insegnamento dell’educazione artistica, dalla quale la nostra società dovrebbe ripartire e sulla quale dovrebbe puntare sempre di più, considerare questi elementi una garanzia della solvibilità di un debito sovrano sembra piuttosto inverosimile.

In un periodo in cui non sono sufficienti patrimoni immobiliari per ricevere credito dalle banche, elemento che per il nostro paese rappresenta un grave problema competitivo, ed in un momento in cui il credito è decisamente difficile da ottenere nonostante il costo del denaro basso, pensare a beni artistici a copertura dei bond statali non sembra opportuno, pur consapevoli che accostare il mondo dei bond a quello di mutui privati non è proprio corretto.
probabilmente l’idea nasce dalla vecchia e forse provocatoria richiesta della Finlandia di avere come garanzia dei propri crediti nei confronti della Grecia il Partenone.
Supponendo al limite che i beni artistici possano fungere da garanti allora si dovrebbero ricalcolare gli aiuti concessi alla Grecia e tanti altri Stati potrebbero avanzare richieste di revisione dei propri rating.
Il calcolo poi del valore di beni inestimabili è complesso ed oggettivo, quasi impossibile per definizione; se sommassimo Uffizi, Fontana Di Trevi, Fori Imperiali, Colosseo, Segesta, Valle dei Templi, tombe, catacombe ed acquedotti vari, terme romane sparse per tutta Italia, la miriade di chiese, cattedrali e battisteri fiorentini, il Maschio Angioino, le sculture ed i quadri, il Castello Sforzesco, la Reggia di Caserta ecc. ecc. ecc. probabilmente saremmo non più in debito, ma vanteremmo un credito; allora perché non aggiungere anche il patrimonio naturale, le isole, le Dolomiti, le coste, ed ancora l’agricoltura, i vigneti e gli oliveti mediterranei, le primizie dell’allevamento e via dicendo, in sostanza avremmo risolto ogni problema. Pensando poi al malaugurato caso in cui facessimo default i creditori sarebbero disposti a ricevere qualche brandello di tela preziosa? Oppure i cittadini che avessero investito in BOT invece del 2 o 3% di interessi sul capitale si accontenterebbe di qualche opera d’arte? E la tassazione sul capital gain come verrebbe gestita? Evidentemente ho esagerato, qualche opera d’arte sarebbe un interesse eccessivo, magari un paio di ingressi gratuito al museo sarebbero più adatti.

Personalmente non credo sia sostenibile l’obiezione della CdC ed infatti cose simili al mondo non si sono mai sentite, inoltre un possedimento non liquido ha un valore che potrebbe essere soggetto ad alta volatilità e se non vi è la possibilità di capitalizzarlo, cioè non si ha l’acquirente, il suo valore, benché inestimabile, sostanzialmente si azzera. Rimarrei comunque assai felice di essere smentito.

Un secondo fatto rilevante include la denuncia del presidente Napolitano di fronte al Parlamento europeo di Strasburgo, dell’eccessiva austerità. Questa dichiarazione va a braccetto: con la politica monetaria accomodante di Mario Draghi, che ha evitato di alzare i tassi, ancora allo 0.25%, dicendosi disposto a ribassarli ulteriormente; con le dichiarazioni, sempre del presidente della ECB, che rassicurano sulla minaccia di deflazione in Europa, ma al contempo invitano a non abbassare la guardia perché la ripresa non è ancora solida (e se, in particolare nel nostro paese, consumi e prezzi continueranno a calare facendo competizione sul costo del lavoro, la deflazione non sarà un rischio remoto [link 1Link 2]) e siamo comunque in un periodo di bassa inflazione benché il target rimanga attorno al 2%; con il cambiamento di rotta da parte della ECB che ritiene possibile, qualora sussistesse una strategia di investimento, procedere all’acquisto di titoli di Stato, anche di paesi in difficoltà benché esista il meccanismo OMT (Outright Monetary Transactions) parte dell’ ESM (European Stability Mechanism); con la possibilità al vaglio dell’Europa di allungare i termini di restituzione degli aiuti da 30 a 50 anni, di abbassare di 50 pti base gli interessi su una linea di credito di circa 80 miliardi di euro e di erogare ulteriori 13-15 miliardi, che si aggiungerebbero ai 240 già ricevuti, in favore della Grecia, dove permangono difficoltà, proteste e problemi alimentari e sanitari,
Tali tendenze, se vogliamo rettifiche, alla originaria politica economica che l’Europa, assecondando i desideri tedeschi e dei paesi nordici, ha intrapreso fin dall’inizio della cresi lasciano trasparire una velata ammissione di colpevolezza, forse si sta prendendo coscienza, molto tardivamente, che l’approccio da utilizzarsi già da subito avrebbe dovuto essere molto differente rispetto alla rigidità ed inflessibilità cieca imposte, verrebbe da augurarsi anche un miglior utilizzo della golden rule su investimenti produttivi, ma il tempo stringe.

Il terzo ed ultimo fatto riguarda la segreteria del PD ed il rapporto col governo Letta. Sembrerebbe che Renzi sia deciso a rivedere la posizione del partito nei confronti del governo percepito troppo lento e poco rappresentativo delle forze politiche che gli attuali partiti incarnano. Il 20 febbraio è convocata una nuova assemblea PD ed allora, mettendo in secondo piano il Jobs Act ed il tema delle riforme, verrà discussa la relazione PD-Governo, quasi un passaggio alla fiducia. Del resto l’Esecutivo non ha altri appoggi se non quello solidissimo del presidente della Repubblica e la protezione data dalla prospettiva del semestre italiano in Europa. Oltre a Renzi, appoggiato dai grandi imprenditori italiani, fino ad ora favorevole al governo a patto che facesse riforme e si concentrasse sul bene del paese, anche i Sindacati e Confindustria sono concordi nel ritenere l’operato dell’Esecutivo, compresa la missione in medio oriente, insufficiente, lento e non incisivo e se non verrà cambiata immediatamente rotta le elezioni, o comunque una richiesta di intervento da parte di Napolitano, diverrebbero inevitabili. Il Confronto Letta-Confindustria avverrà in occasione del Consiglio Direttivo degli industriali il 19 febbraio, appena un giorno prima della Direzione del PD.
In queste settimane scarse che separano Letta dai due giorni cruciali Sindacati, Renzi e Confindustria vogliono risposte chiare. Più che occasioni di chiarimento il 19 ed il 20 febbraio potrebbero essere forche caudine per il Premier, ma del resto ormai il tempo è scaduto da tempo e, come lo era già prima, a maggior ragione adesso non è retorica dire che si deve subitamente.

06/02/2014
Valentino Angeletti
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Electrolux: sintomo primordiale di deflazione

Ancora conferme allarmanti da Bankitalia: tra il 2010 e il 2012 il reddito famigliare medio è sceso del 7,3%, la ricchezza ha fatto registrare -6.9%, mentre la povertà (reddito famigliare inferiore a 7’678 € all’anno) è salita del 2% toccando il 16%, metà delle famiglie italiane vive con meno di 2’000 € al mese, il 20% del totale con meno di 1’200 € al mese. Il 46,6% della ricchezza totale è nelle mani del 10% delle famiglie.
Secondo S&P l’outlook il rating italiano rimane negativo, perché permane l’incertezza sulla tenuta dei trend economici e delle politiche economiche, inoltre, in contraddizione rispetto alle previsioni del MEF, la crescita si attesterebbe allo 0.5% annui per il triennio 2014, 2015, 2016 ed il debito a fine 2014 toccherebbe il 134%.

Questi dati poco rassicuranti testimoniano come sia necessaria una ridistribuzione della ricchezza e vista l’urgenza pare che le uniche vie in grado di garantire una velocità adeguata possano essere una patrimoniale progressiva sulla fascia più ricca della popolazione, ma soprattutto una lotta serrata all’evasione ed alle truffe al fisco che oltre a sottrarre denaro alla collettività penalizzano proprio le classi più povere. Si stima che solo le truffe sull’autocertificazione ISEE siano costate lo scorso anno tra i 2 ed 3 miliardi di €. È facile immaginare che aumentando anche di 300 € mensili, quindi una cifra rilevantissima quasi utopistica, l’introito di famiglie a basso reddito questa somma non andrebbe ad alimentare conti correnti o depositi amministrati, bensì sarebbe immediatamente reimmessa nel circuito economico, alimentando i consumi dei beni di primissima necessità, principalmente alimentari, prodotti e vestiario per bambini, bollette, medicinali e visite mediche, creando una molto primordiale catena virtuosa che se correttamente e sistematicamente oleata potrebbe portare nel giro di qualche trimestre ad un lieve recupero della domanda e dei posti di lavoro.

In questo contesto si colloca la crisi dell’Electrolux, azienda del bianco da tempo in difficoltà a causa della concorrenza a basso costo principalmente da Polonia e Turchia. Secondo fonti sindacali, in contrasto con quanto sostenuto dall’azienda, il salario medio attuale potrebbe passerebbe da 1’400€ a circa 700-800 € rasentando la soglia di povertà per le famiglie che si vedessero costrette a vivere con una simile somma. Per il salvataggio del polo Italiano la casa madre svedese propone un taglio dell’80% dei 2700 euro di premio aziendali, la riduzione delle ore lavorate a 6, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione di pause e permessi sindacali (-50%) e lo stop agli scatti di anzianità. Il costo orario del lavoro, ora a 24 euro, scenderebbe di 3-5 euro medi, così da ridurre il gap con il costo del lavoro in Polonia, dove gli operai di Electrolux percepiscono 7 euro l’ora. A queste condizioni, avrebbero detto gli svedesi, gli stabilimenti di Susegana, Porcia, Solaro e Forlì sopravvivrebbero, mentre se il piano fosse respinto il gruppo bloccherebbe ogni investimento nel nostro paese.

Benché nessun alto esponente della finanza e della politica economica si preoccupi in maniera manifesta della deflazione in Europa, per quel che riguarda il nostro paese il caso Electrolux ne è un primo esempio.

Quando per ridurre i prezzi dei prodotti o per avere sufficiente margine di guadagno le aziende lottano andando in ultimo a cercare di abbattere il costo del lavoro con tagli agli stipendi ed al limite licenziando od attingendo ai contratti di solidarietà, ed anche questo è accaduto in quanto in Electrolux infatti gli esuberi stimati sono incrementati di circa 400 unità, si crea la tipica spirale deflattiva: si cerca di ridurre i prezzi a tutti i costi, ma al contempo si diminuisce il potere d’acquisto dei lavoratori diminuendo stipendi o quasi lo si annulla licenziando tout court, ledendo ulteriormente la propensione al consumo già bassissima.  Pare evidente che per abbattere il costo del lavoro la via corretta sarebbe un’azione incisiva sul cuneo fiscale benefica sia all’impresa che al lavoratore stesso.
Considerando le congiunture macroeconomiche in essere e la pericolosa propensione ad accettare, pur di lavorare, condizioni veramente al ribasso, si rischia seriamente di andare incontro ad una deflazione causata non tanto dall’attesa per un ulteriore ribasso dei prezzi come sovente accade, ma dalla reale incapacità di consumare, pur volendolo.

Un deflazione derivate dal fatto che il calo dei salari e del potere di acquisto è decisamente superiore al calo dei prezzi, fenomeno che si può ampiamente ritrovare anche nel mercato degli immobili dove però si aggiunge la componente non trascurabile della difficoltà di accesso al credito.

27/01/2014
Valentino Angeletti
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Verdetto S&P, vivacità USA, forza Russa confermano le difficoltà Europee

S&P, con buona pace del presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, dopo aver portato il 29/11 il rating sovrano dell’Olanda da AAA a AA+, ha proferito la medesima sentenza anche per l’Eurozona (pochi giorni dopo il seguente: Link ). Le motivazioni sono una sostanziale lentezza ed inconcludenza nell’attuare riforme importanti in un momento in cui la rapidità è indispensabile, le tensioni in tema di bilancio animate da particolarismi sempre vivi, l’instabilità politica di alcuni membri e la crescente disgregazione alla base dei movimenti anti-europeisti in preoccupante e trasversale ascesa. Il responso delle agenzie di rating si può opinare, gli istituti sono in marcato conflitto di interessi e non hanno saputo mettere in guardia da clamorose bolle (Parmalat, mutui subprime, crisi argentina etc, etc, etc.), non si può però essere ciechi di fronte agli evidenti problemi dell’Eurozona e neppure, come invece stanno facendo importanti figure istituzionali, dire che la via della loro soluzione, del cambiamento e della svolta  è stata intrapresa perché il lavoro da fare è ancora drammaticamente lungo e duro in particolare per giungere a quella comunione di interessi ed impegni che sono il pilastro degli ideali che mossero i padri fondatori. Il declassamento va a confermare quanto sia sempre più forte la necessità che il vecchio continenti si muova compatto ed unito per poter rimanere un interlocutore di primo piano dello scacchiere mondiale che vede una Russia sempre più colosso energetico, dalla politica estera forte e determinata, trainata da un Putin dalle migliorate doti comunicative e mediatiche, e gli USA, che hanno appena avviato il graduale tapering, estremamente vivaci, con una PIL relativo al terzo trimestre che balza al 4.1%, segno, emblematico per l’Europa, che anche in scenari macroeconomici complessi e sfavorevoli l’adozione di certe politiche porta effettivamente i frutti sperati.
È obbligo degli stati europei in difficoltà iniziare, qualora non lo avessero già fatto, o continuare con le riforme, ridurre spesa e sprechi, mantenere i conti in ordine, investire in crescita e sviluppo, ma è ancor di più dovere dei virtuosi detentori della tripla A, Germania, Finlandia, Svezia, UK contribuire e trainare l’Europa fuori dal pantano, consentendo di allocare adeguati margini e risorse per la competitività. Di certo nel lungo termine i vantaggi saranno tangibili anche per loro, poiché l’alternativa è, con tempi differenti da caso a caso, che tutto il continente e tutti gli stati diventino secondari per importanza politico-economica e oggettivamente, più che della ripresa, questa è la via che pare essere stata tracciata finora. A parole non sembrano esserci opposizioni a procedere finalmente in sinergia, cominciando dalla stessa Germania, ma, come noi italiani sappiamo bene, spesso i comportamenti differiscono non poco dal verbo.

21/12/2013
Valentino Angeletti
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Dal G20, il bicchiere mezzo pieno di Letta

A margine del G20 di San Pietroburgo il ministro dell’Economia Saccomanni rispondendo ad una intervista ha ricordato come, benché molto lentamente e debolmente, l’Eurozona mostri segnali di ripresa, tanto che, riferendosi ai dati Eurostat, i paesi della moneta unica sono fuori dalla recessione. Non l’Italia però, che ancora non riesce ad invertire il segno davanti al dato della crescita. Il Ministro ha poi fatto cenno all’instabilità politica che stiamo osservando a livello globale e soprattutto a livello nazionale che condiziona evidentemente gli investitori.

Più ottimista, sempre durante un’intervista a latere dell’evento, è stato il Premier Enrico Letta che si è detto soddisfatto ed orgoglioso che l’Italia non fosse “il sorvegliato speciale”.

Effettivamente dal punto di vista dei conti pubblici il Premier ha ragione, a partire dal governo Monti è stato raggiunto il fondamentale risultato, non senza sacrifici che purtroppo non sono ben rappresentabili ed immediatamente evinti dal freddo quoziente, di riportare il rapporto debito/pil sotto al 3% (prestazione migliore di Francia ed Olanda). L’Europa questo sforzo ce lo ha riconosciuto ed anche lo spettro della Troika (EU, ECB, IMF) è lontano, diretto verso la penisola ellenica che dovrebbe avere necessità di ulteriori aiuti entro il 2014 come ricordato da Schäuble e dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem (probabilmente attorno ai 5.5 – 6 mld €).

Esiste però l’altra metà del bicchiere, quella mezza vuota al quale in parte e velatamente ha fatto riferimento il Ministro Saccomanni. La strada delle riforme, che a dire il vero dovrebbero essere a carico sia nostro che dell’Europa attraverso ad esempio applicazioni della “Golden Rule”, è percorsa molto lentamente e posta in secondo piano rispetto ad altre problematiche più campanilistiche e poco lungimiranti. Questo fatto Bruxelles non manca occasione per ricordarcelo, come dalla capitale belga hanno intenzione di indagare in modo preciso le coperture per l’IMU, operazione non gradita all’Unione. L’instabilità politica che ormai caratterizza questa stagione e fa sussultare il Governo ogni giorno è costata al paese il declassamento da parte di S&P a BBB (luglio 2013). Vero che le agenzie di rating sono “odiose” ed oggettivamente in conflitto di interessi, però è sul loro giudizio che gli investitori (privati, governativi, istituzionali) basano la formazione del loro portfolio e sotto la categoria “Juck”, giusto due passi da BBB, non sono autorizzati per statuto ad investire.
L’ultimo declassamento subito è stato motivato non dall’andamento dei conti, ritenuto positivo, ma per dal debito a quasi il 130% del PIL e soprattutto a causa dell’instabilità politica, accentuatasi nelle ultime settimane, che osta qualsiasi misura per la crescita.
Ogni declassamento a livello nazionale si ripercuote poi sulle multinazionali nostrane e sulle banche detentrici del debito sovrano innescando un meccanismo che rende il rifinanziamento sempre più costoso colpendo più o meno direttamente l’intero paese (concessione e tassi su mutui e credito, ripercussione sull’occupazione e su politiche aziendali ecc).
È dunque giusto essere ottimisti, ma è anche bene non volare troppo alto lavorando sempre con la consapevolezza che qualcuno da est o da ovest ci tiene d’occhio. Non c’è da temere, a patto di sviluppare le tutte le nostre potenzialità e facendo quelle mosse che, ne più ne meno, è noto debbano essere fatte.

05/09/2013
Valentino Angeletti
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Napolitano non sorprende, ribadisce!

Attorno alle 19:30, giusto in tempo per scompaginare le scalette dei telegiornali, ma alla fine neanche poi tanto, è stato diramato il comunicato del Presidente della Repubblica in merito al processo Mediaset.

Napolitano, chiamato in causa anche insistentemente da più parti benché non fosse nelle sue intenzioni pronunciarsi pubblicamente, non tradendo moderazione e pragmatismo, è stato decisamente realista senza dare adito alle tanto eclatanti quanto improbabili dichiarazioni che molti, in particolare tra le file del PDL, si attendevano.

I tre punti cardine del comunicato possono essere riassunti come segue:

  • Si deve prendere atto di ogni sentenza definitiva così come vanno rispettate le conseguenti implicazioni.
  •  Al momento non è stata presentata alcuna richiesta di grazia, qualora venisse presentata è dovere del Presidente della Repubblica valutarla  con attenzione.
  • Nella situazione attuale una crisi di governo avrebbe conseguenze drammatiche.

Non ci sono state sorprese particolari ed il “monito” del Presidente, sobrio come al solito, era oggettivamente quello che la maggior parte dell’opinione pubblica, minimamente interessata alla vicende economico politiche del paese, avrebbe proferito o comunque aveva in mente senza necessità che la più importante istituzione lo ripetesse. Evidentemente non vale lo stesso per gli esponenti politici, che tutt’ora cercano di interpretare a loro pro o comunque secondo una specifica linea di pensiero le parole del Presidente.

Se proprio si vuole analizzare quanto scritto nel comunicato stampa si evince in sostanza che la magistratura ed il potere giudiziario hanno agito e continuano ad agire in piena autonomia garantendo uguaglianza a tutti i cittadini di fronte alla legge, il Presidente della Repubblica assolverà sempre e comunque alle sue funzioni e valuterà accuratamente ogni richiesta di grazia conforme alle procedure costituzionali formalmente presentata, inclusa eventualmente quella relativa al Processo Mediaset (di sicuro non si muoverà “motu proprio”), il contesto attuale non consente di affrontare crisi di governo.

Riguardo all’ultimo punto è stato ripetuto più e più volte che i  leggeri segnali positivi che possono far pensare ad una lenta ripresa economica del paese e dell’Europa (nel secondo trimestre del 2013, battendo le previsioni degli analisti, il Pil della Germania sale dello 0.7%, quello della Francia dello 0.5% trainato da una ripresa dei consumi interni, anche il PIL della UE-27 sale dello 0.3%) vanno capitalizzati senza perdere energie, tempo e risorse umane in scontri politici intestini ai partiti o al governo, propagande elettorali ed arroccamenti ostinati, andando ad agire sinergicamente in modo rapido ed incisivo sui tanti aspetti che potrebbero contribuire alla ripresa, anch’essi ribaditi molte volte.

La concertazione della politica, mai come ora, dovrebbe essere rivolta alla soluzione dei problemi concreti, Enrico Letta non dimentica mai di ripeterlo e del resto è quello che sta abilmente ricordando anche Berlusconi, salvo che i suoi in sembrano non volerlo ascoltare perseverando nel lanciare ogni tipo di ultimatum.

Una crisi di governo adesso, con le borse ed i mercati piuttosto “tiranti” dopo settimane di buone performance e lo spread a livelli molto bassi (ai minimi da un paio di anni), complice anche l’incremento dei rendimenti dei Bund tedeschi, lascerebbe ampio margine di manovra alla speculazione e farebbe optare agli investitori, tornati a credere nei mercati azionari, per una presa di benefici scatenando così le vendite. C’è inoltre l’incognita delle agenzie di rating che sorvegliano attentamente l’Italia, sia per lo stato di avanzamento delle riforme e del debito sovrano che ha raggiunto il nuovo record di 2075.1 miliardi di euro a giugno, sia per la situazione politica, che ci è già costata un downgrade nelle scorse settimane. Al momento l’Italia è classificata per S&P BBB con outlook negativo, a soli due step da junk, spazzatura, che per il paese significherebbe grande difficoltà di rifinanziamento se non a tassi esagerati poiché molti investitori istituzionali, grandi fondi e Stati Sovrani hanno per statuto divieto di acquisto di titoli classificati “non investment grade”.

Il Presidente della Repubblica non ha sorpreso, ma di sicuro ha ribadito per l’ennesima volta i capisaldi della linea alla quel i partiti politici dovrebbero attenersi.

13/08/2013

Valentino Angeletti

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