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Cinque analisi su alcuni fatti economico-politici salienti della settimana:

Imperversa la deflazione 13/08/14:
Eccola la deflazione… brevemente, c’è poco da dire, solo le due solite domande

Riforme italiane, la lesson learnt spagnola ed allerta Moody’s 11/08/14:
L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere

Discorso non innovativo e pungente di Draghi, ma con una BCE cronicamente troppo attendista 08/08/14:
La BCE si mostra attendista anche in emergenza ed offre, pungente, una ricetta ben nota

Pil a -0.2% con le aspettative che erano altissime 06/08/14:
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto?

Scontro Renzi-Sangalli 80€ 06/08/14:
Rezi-Sangalli: 80€ utili? Certo, ma il contorno non va

13/08/2014
Valentino Angeletti
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Riforme come quella del Senato sono importantissime; proviamo però ad inserirle in un ragionamento di respiro globale

Ormai ad ore verranno diramati dall’Istat i dati sul PIL italiano relativi al Q2. Le aspettative non sono alte, le stime sono state ritoccate da tutti gli istituti e gli analisti e difficilmente si potrà osservare un valore superiore allo 0.2-0.3%, in realtà Confindustria e molti giornali (Repubblica) già parlano di crescita zero, ossia di un PIL a 0 o addirittura a -0.1% che, dopo il +0.1% del Q1 ci getterebbe tecnicamente in recessione. In ogni caso se confermata la non crescita la proiezione per il Q4 2014 sarebbe di -0.1%, ovviamente con tutta la variabilità che può avere un dato simile. Per il 2015 invece si confermano le stime di crescita, ma, da impotenti testimoni, abbiamo potuto verificare che le rettifiche al ribasso sono ormai consuetudine, tanto da farci sorgere con un po’ di indignazione il quesito sull’utilità di tali previsioni e se possano essere utilizzate dagli addetti ai lavori per valutazioni e pianificazioni di strategie.

Questi dati si accodano a molti altri per nulla positivi come l’accesso al mercato del lavoro in particolare per i giovani, la desertificazione industriale e di risorse umane che sta colpendo in modo particolarmente drammatico il sud (a confermarlo ci sono i rapporti Svimez e CS-Confindustria), la continua difficoltà di accesso al credito per le imprese, il calo dei consumi, la tendenza alla deflazione che, come già in tempi meno sospetti riportato in queste pagine, ormai è ben più concreta di un semplice spettro con l’impoverimento economico che ne deriva, la stagnazione del mercato interno e dei consumi conseguenze di un potere d’acquisto delle famiglie in sostanza annullato, un export che tira in certi settori di nicchia ma che complessivamente non è ai livelli che dovrebbe avere un paese come l’Italia, una incapacità da parte di molte imprese e del paese stesso di creare valore aggiunto in conseguenza ad un certificato bassissimo livello di investimenti sia pubblici che privati in innovazione, infrastrutture, tecnologie. A ciò si aggiunge la macchina statale e burocratica pachidermica e spesso borbonica che assieme all’incertezza normativa, al peso fiscale, alle riforme economiche che agli occhi degli investitori “buoni” con mire industriali di medio-lungo periodo che tanto credito hanno riposto nel Premier fiorentino il quale ha posto altissima l’asticella delle aspettative, tardano ad arrivare; ben sapendo lor investitori che non sarà una partita semplice per il governo e che gli effetti non potranno essere immediati dovendo subire il fisiologico delay tra causa-effetto.

Il Governo attualmente sta lavorando con priorità sulle riforme costituzionali e delle istituzione, di certo anch’esse fondamentali per la Govenrance di un paese che non ha quella rapidità d’azione richiesta alle moderne democrazie e nelle moderne e competitive economie, ma estremamente difficili e divisive, tanto che si rischia di perdere, o dare agli investitori l’impressione di farlo, di vista l’obiettivo economico della crescita che come prima fase necessita di un intervento shock (anche qui più volte ribadito e per il quale il supporto della ECB è fondamentale).
Buoni risultati Renzi ed il suo Esecutivo li hanno ottenuti: la riforma del Senato potrebbe essere approvata in prima lettura già il 7 o l’8 agosto (ricordiamo però che sono necessarie 4 letture per una legge costituzionale); il bonus degli 80€ ha creato un clima di fiducia e dato fiato ad una certa fascia di persone, vi è però l’impossibilità di estenderlo ed una grande difficoltà nel rinnovarlo visto che sono in ballo 10 miliardi di €; i primi risultati derivanti dal processo civile telematico sono molto incoraggianti e pare abbiano snellito veramente tempi e costi. Ciò ovviamente non basta, e lo si disse fin dal varo del bonus Irpef, vista la situazione drammatica del paese.

Un esempio della ristrettezza dei margini del Governo è nella questione dei pensionamenti a quota 96, poi abolita, per circa 4000 insegnanti i quali, per un errore nel calcolo delle loro finestre di pensionamento ai tempi della Fornero, si sono trovati in un limbo lavorativo pur avendo maturato tutti i requisiti pensionistici e che ora dovranno continuare a prestare servizio. Il costo dell’intervento non è elevatissimo, circa un quarto di quanto esborserà il Portogallo per salvare Banco Spirito Santo (4.9 miliardi di €), ma come accade quando occorre reperire risorse aggiuntive, esempio classico è il periodico rifinanziamento della GIC, c’è da affrontare una complessa partita a Tetris.
Questa questione è costata anche lo scontro tra Cottarelli (in uscita alla volta del FMI?), commissario alla spending review, ed il Governo. L’abitudine di coprire spese con le stime della spending allontana la revisione della spesa dai suoi obiettivi ultimi di riduzione delle tasse e del debito. Il Premier assicura un intervento esteso, peraltro auspicabile, sulle pensione ed anche in tal caso le coperture sono identificate in tagli di spesa, un più basso livello dello spread, gettito IVA dovuto ai pagamenti delle PA; a ben vedere stime non facilmente quantificabili con precisione, pertanto difficilmente digeribili anche in Europa.

È evidente che la situazione è complessa, che in tale contesto non sarà possibile rispettare qui patti europee sottoscritti, non tanto per quanto concerne il rapporto deficit/pil, relativamente al sicuro anche grazie al nuovo calcolo europeo del PIL che entrerà in vigore da ottobre e che conteggerà le attività illegali certificate che innalzeranno il valore assoluto del prodotto interno di circa 1.7 mld € facendo “guadagnare” al rapporto deficit/pil un -0.1%, mai utile come adesso (ma quanto etico? Già grandi nomi mettevano in guardia sulla metodologia di calcolo del pil come indicatore di benessere collettivo ed economico), quanto per quel che riguarda il fiscal compact che per essere rispettato, supponendo un improbabile deficit non in aumento, richiederebbe una crescita costante tra il 2.6 ed il 3%, superfluo definirla fuori portata.
Il debito inoltre non pare affatto sotto controllo e tende al 137%, gli interessi costano annualmente tra gli 80 ed i 95 mld €, nel 2015 inizierà il rimborso dei titoli a più breve scadenza collocati nel 2011 con spread a 500 (partita che, secondo alcuni analisti potrebbe valere circa 200 mld) e le privatizzazioni risultano più difficili del previsto con Fincantieri quotata solo parzialmente (da oltre 600 mln a circa 400 mln) Poste, Enav rimandate e la vendita di asset come Grandi Stazioni e RaiWay in sospeso, tanto da ipotizzare la cessione entro l’anno di un 5% di Enel ed ENI, pezzi pregiati e più facilmente collocabili essendo già negoziabili su vari mercati azionari.

Come già citato tutto intorno all’Italia la situazione è variegata Usa, Uk, Spagna ad esempio sono relativamente ben impostati, la Germania sta rallentando, ma continua ad essere una locomotiva, il sud America vive una situazione molto complessa, con una situazione monetaria non facile ed il default dell’argentina, che sebbene non spaventi è da monitorare perché si sa che i capitali ormai viaggiano sulle fibre ottiche di internet e non è più necessario un Atlantico di mezzo a metterci al riparo da ripercussioni. La Cina viaggia sulla sua canonica percentuale di crescita attorno a 6.5% che più o meno soddisfa, mentre l’Africa, epurata del Sud Africa che già a vissuto un suo boom economico, crescerà attorno al 6-6.5% ma ovviamente partendo da una situazione decisamente arretrata.

Portando il focus sull’Europa, come citato in precedenza e come scritto i giorni scorsi, Spagna ed UK sono ben impostati, il Portogallo, del quale non va invidiata la situazione sociale al pari della Grecia, ha avuto la forza di sborsare, grazie anche ai nuovi meccanismi di salvataggio bancario elaborati dalla ECB, 4.9 mld € per il salvataggio di Banco Spirito Santo (noi ce l’avremmo fatta?), ma complessivamente l’Europa dovrebbe crescere attorno all’1%, meno del previsto.
Parlando di Europa non si può esulare dal discutere la questione esteri, una questione che risulta caldissima, con troppi fronti aperti e poca autorevolezza dell’unione nel gestirli.
Sono presenti la questione Libica, Israeliana, Irakena, se vogliamo Nigeriana, la Siria ed infine l’Ucraina. Tralasciando i drammi umanitari è innegabile che queste situazioni calde abbiano un notevole impatto economico sull’Europa per la questione energetica, per la gestione dei flussi migratori, per la maggiore difficoltà delle aziende (e di italiane ve ne sono molte) che operano in quelle zone.
Il caso dell’Ucraina è emblematico, analisti stimano che il costo delle sanzioni imposte alla Russia possano valere un ulteriore calo del PIL attorno allo 0.2-0.3% per l’area euro e dello 0.3-0.4% per la Russia (tour operators russi sono già falliti e sono stati sospesi i voli di una compagnia partner di Aeroflot) ovviamente in Europa le ripercussioni saranno eterogenee e l’Italia potrebbe essere una degli stati più penalizzati considerando gli alti rapporti commerciali con Mosca, la presenza di industrie italiane in territorio russo, la dipendenza energetica e, in riferimento alla questione libica e medio orientale, la posizione di snodo per i flussi migratori.
Di un simile indebolimento si avvantaggeranno gli USA, che potranno aumentare ulteriormente, e sfruttando anche il tema energetico, la loro influenza entro i confini europei e con quali sarebbe auspicabile riuscire a concludere almeno parzialmente i trattati TTIP, e la Cina che può fare il “doppio gioco” diventando un partner sempre più importante sia per la Russia che per l’Europa.

Fatto questo non esaustivo excursus per dare una idea della situazione globale che dobbiamo avere sempre in mente, risulta non meno che lampante che ben poca cosa sono i dissensi e le tensioni sul nostro Senato (per carità, importantissimo). Il non saper fare o il ritardare anche solo di un mese decisioni economiche critiche, potrebbero costare occasioni non più ripetibili.
Altrettanto chiaro è che il contesto richiede una forza italiana ed europea che ora manca e che va ritrovata con le vere riforme economiche e di Governace rivolte alla crescita, tanto a Roma quanto a Bruxelles. L’elenco delle azione da fare è lungo, sicuramente complesso, richiede volontà politica e reale desiderio di cambiamento e di abbandono di dogmi, privilegi, arroccamenti storici, ma fortunatamente è un elenco ben noto. A livello europeo vale la pena sottolineare come sia indispensabile un minor ricorso all’austerità ed una maggiore capacità di leggere i contesti economici adattando di conseguenza la politica economica con maggiore unione, cooperazione, integrazione e condivisione di rischi e benefici; ad esempio la revisione del fiscal compact in un momento come questo è un passo fondamentale per consentire, ad esempio all’Italia, di sviluppare un piano di investimenti che possano ripagarsi in termini di PIL, ma soprattutto di lavoro, indotto, aumento potere d’acquisto, aspettative ed opportunità per le persone, adeguamento della competitività del paese tramite il sostegno alle imprese private e tramite importanti adeguamenti infrastrutturali, energetici, tecnologici.

Il ruolo della ECB in un contesto similare entra prepotentemente sia per contrastare, cosa che ha come mandato, la deflazione con tutti quegli strumenti che dichiara di aver pronti, ma che ancora non ha deciso di utilizzare, sia per sostenere in modo immediato con misure di QE il mercato interno, l’export le attività delle imprese nei paesi in condizioni simili a quella italiana. Sarebbe la prima fase, quella shock, con impatto immediato sull’economia a valle della quale però è necessario un piano di investimenti concreto preciso e redditizio che rappresenti la fase di medio-lungo termine su cui creare la ripresa strutturale.

Un approccio europeo di cooperazione e condivisione è il solo che può rimettere l’UE in condizione di avere la possibilità di dialogare più o meno alla pari con gli altri competitori globali, i quali potrebbero anche essere in certi casi ostili, come potrebbe esserlo la Cina (ma non solo), ben venuta quando convoglia capitali finanziari e non speculativi, investe e permette la crescita ad aziende in difficoltà o in fallimento, ma che può avere mire di influenza verso una direzione a loro troppo favorevole nelle strategie, quando addirittura nelle politiche governative, andando a configgere con gli interessi dei paesi ospitanti.
Questa considerazione in Italia dobbiamo averla ben in mente anche se i vincoli di bilancio e la necessità di capitali ed investimenti esteri unita all’attrattività di molte nostre imprese, oggi ancora a buon mercato, ci rendono una preda interessante. Attualmente la soglia di pericolo è ancora lontana, nessun asset strategico è stato completamente ceduto, ma dopo l’ingresso dei cinesi al 30% in CdP-Reti, detentrice a sua volta del 30% di Snam ed a breve del 30% di Terna, al 2% in ENI, Enel, è stata la volta di Telecom, FCA, Prysmian sempre col significativo 2.001% che impone la comunicazione alla Consob, come dire che il segnale “mandarino” è stato lanciato: “l’interesse c’è, vi stiamo addosso, qui troverete capitale”, ma poi c’è da scommettere che il patto richiederà senza dubbio una contro partita. Notare i settori di investimento: Energia, Tecnologie ed Interne, Automotive, tutti settori sui quali, andando alla ricerca del primato assoluto, il paese dell’estremo oriente ha basato la sua esplosione economica.

Se le nostre vicende interne ci sembrano estremamente complesse, e non v’è dubbio che lo siano, avendo una visione più olistica di quanto si sta muovendo nel mondo è facile capire dove allocare le priorità immediate, e ciò vale tanto a Roma quanto a Bruxelles, perché pare proprio che in tutto questo fermento gli unici alla finestra, per volontà o per necessità, siamo noi europei.
È questo il ruolo che immaginiamo per l’Unione Europeo?
Se la risposta è no risulta quanto mai indispensabile darsi da fare con la massima urgenza.

Rapidità necessaria e cambiamento Europa
Un “mood” degli investitori “buoni” molto volatile da consolidare entro settembre
Brutti dati e brutta politica spingono ad una “violenta” denuncia
Invettiva verso un atteggiamento che in Italia tutto ostacola
Tagliola fu, ma in nella cronica lentezza del dissenso
Bonus Irpef strutturale, ma in uno scenario plumbeo
Europa mai così divisa nel momento in cui serve la massima comunione di intenti
Dati economici che cominciano a preoccupare
Deflazione
Electrolux: sintomo primordiale di deflazione
La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile….
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM?
ECB
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva?
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM?
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti
La ECB verso lo stop all’acquisto di Bond?
Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già
Le misure di Draghi ci sono, con un ma….
Draghi: a giugno misure non convenzionali (forse), ma l’Italia non dovrebbe tardare il pareggio di bilancio. Che Europa si vuole?

04/08/2014

Valentino Angeletti
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Giusto ottimismo natalizio, ma non abbandoniamo la realtà

È giusto, è consuetudine di fine dell’anno, a maggior ragione a ridosso di Natale, fare un bilancio cercando di essere ottimisti e trasmettere messaggi positivi in particolare se la situazione non è delle più facili. Infondere speranza e voglia di reagire è compito di un buon manager o dirigente. Accade questo da sempre in ogni azienda con l’immancabile conclusione che si può e si deve sempre puntare a migliorare ed a raggiungere risultati sempre più eccellenti.
Ciò detto sembrano oggettivamente eccessive le parole dette dal Premier Letta nel suo messaggio. Le aspettative per il 2014 paiono enormemente amplificate; pur supponendo che si possa invertire la tendenza ed uscire definitivamente dalla recessione, assecondando in termini di PIL le migliori previsioni di 1-1.1% (in una forbice quantizzata a seconda degli istituti ai valori 0.4%-0.7%-0.8%-1%) la crescita e la ripresa che può dar adito ad un senso trionfale di certo successo come quello profuso da Enrico Letta è bel altra cosa, è crescita quella cinese tra il 7% e l’8%, è crescita quella del Giappone con il lavoro trainato dai grandi investimenti, è crescita quella USA che, a dispetto di un deficit attorno al 5%, ha raggiunto nel terzo trimestre 2013 il 4.1%, non è crescita il nostro 1%, ma si limita ad essere l’uscita tecnica dalla recessione mantenendo sostanziale stagnazione. A Natale i consumi delle famiglie caleranno fino ad oltre il 40% e saranno concentrati principalmente su cibo ed high tech, la fiducia dei consumatori è ai minimi da giugno anche a causa delle incertezze sulla tassazione, la disoccupazione crescerà anche nel 2014 e la giustificazione che si tratta di un dato tecnico dovuto ai NEET che tornano a cercare lavoro non è sufficiente, poiché gli studi rivelano che per invertire la tendenza sull’occupazione serve una crescita minima tra 1.5% e 2%.

Il 2014 stando alle parole di Letta sarà l’anno della svolta, del rinnovamento della politica, anche in termini generazionali, i quarantenni non potranno fallire. Vero è che un po’ di rinnovamento c’è stato e che l’età si è oggettivamente abbassata, ma di qui a dire che il futuro è delle nuove generazioni la strada è lunga nel nostro paese.

All’estero i manager delle più grandi multinazionali hanno spesso meno di 35 anni, ed a 30 anni sono già tranquillamente pronti per assumere posizioni manageriali, mentre qui in Italia, se sono così fortunati da lavorare, sono considerati neo assunti o junior; la politica non è differente, basti vedere l’età media dei politici di altri paesi presenti nel parlamento europeo rispetto ai nostrani, fino ad arrivare al caso limite austriaco dove è recentemente stato eletto un ministro di 28 anni, cose simili sono accadute anche in Repubblica Ceca.

Testimonianze tangibili dei cambiamenti della politica verso modelli più virtuosi e morigerati non sono stati molto convincenti ed il balletto degli emendamenti alla legge di stabilità di queste ore con misure che escono dalla porta per rientrare dalla finestra ne sono una testimonianza, salvo poi additare come colpevoli le Lobby (Link media e Lobby) che però non hanno l’ultima parola in merito che rimane sempre e comunque della politica.

Le risorse che verranno destinata al taglio del cuneo fiscale ed alla riduzione delle tasse sono solo ipotesi e previsioni vincolate a quanto potrà essere raccolto dalla lotta all’evasione, dal rientro di capitali dall’estero e dalla spendig review che il Commissario Cottarelli (il quale avrà durissimo lavoro vedendo le modifiche nottetempo al DDL Stabilità e considerando che non avrà potere concreto di mettere in pratica il suo piano) ha già blindato in favore del taglio alla spesa.

Gli atteggiamenti della Germania in favore dell’Europa promessi dalla Merkel non si sono verificati così come le pressioni Italiane a Bruxelles.

Alla luce di ciò Enrico Letta, al quale va dato atto di essere equilibrato e di impegnarsi sinceramente, non dovrebbe alzare così tanto l’asticella delle aspettative degli italiani che troppe volte si sono sentiti dire che le cose cambieranno e non saranno mai come prima, che l’ora della svolta è giunta, salvo poi essere delusi e finire col non avere più fiducia dei propri rappresentanti al governo. Suggerirei quindi volare più basso o più semplicemente dire la verità, e cioè che SE la politica invertirà davvero rotta e si comporterà virtuosamente mettendo al centro il bene del paese e dei cittadini, SE la generazione dei 20-30 enni si vorrà sacrificare impegnandosi e tenendo in mente che probabilmente non riuscirà ad agganciare il benessere sociale e le possibilità economiche che ebbe la generazione precedente, SE chi ha avuto di più ottenendolo onestamente o per leggi incolpevolmente troppo favorevoli vorrà rinunciare a qualche privilegio, SE l’Europa vorrà essere più permissiva, SE E SOLO SE tutto ciò si verificherà sarà possibile riportare la qualità della vita, l’uguaglianza e la sostenibilità sociale del nostro paese a livelli accettabili.

Benissimo essere ottimisti dunque, ma rimanere agganciati alla realtà dei fatti è un una prerogativa che la politica, a tutti i livelli dovrebbe recuperare.

23/12/2013
Valentino Angeletti
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In Italia per superare la recessione va rilanciata la competitività anche con energia a prezzi concorrenziali

L’Europa è fuori dalla recessione si legge. Tecnicamente è così, dopo 18 mesi consecutivi di contrazione il PIL della UE-27 è tornato a crescere nell’ultimo trimestre di 0.3%, non un livello esaltante, ma che denota un flebile segnale di inversione di tendenza. Lo stesso Olli Rehn, commissario EU per gli affari monetari, smorza giustamente gli entusiasmi asserendo che è solo l’inizio di una lieve ripresa che dovrà scontrarsi con i problemi occupazionali, con la lentezza nell’applicare riforme, ed aggiungo, con una Europa allo stato dei fatti ancora troppo segregata, in particolar modo a livello politico, normativo, bancario e di tassazione.
Lo 0.3% di espansione dell’ultimo trimestre rispetto al precedente (che se paragonato agli stessi tre mesi dello scorso anno, a/a, diventa un -0.7%), senza tirare in ballo le solite tigri asiatiche ed economie emergenti, è inferiore rispetto alle performance Giapponesi, che benché più basse delle previsioni, hanno registrato un +0.6% t/t (trimestre su trimestre) ed un +2.6% a/a confermando che fino ad ora le politiche espansive di Abe stanno avendo buoni risultati, a breve si saprà se la proposta del premier nipponico di diminuire la tassazione sulle aziende per compensare l’incremento dell’IVA, che dovrebbe arrivare gradualmente al 10%, sarà una via percorribile. Gli USA crescono dello 0.4% t/t e ben del 2.4% a/a con dati sull’occupazione incoraggianti (in calo di 15’000 unità i sussidi di disoccupazione che tornano a livelli del 2007) ed una forte ripresa della fiducia, dei consumi e del mercato immobiliare nel quale la società di investimenti Blackstone ha investito 2.7 miliardi di $ acquistando 32’000 case pignorate. La ECB e Draghi hanno agito al massimo delle loro possibilità, ed hanno saputo parlare nel modo giusto ed al momento opportuno, ma oggettivamente fino ad ora le economie sviluppate che hanno avuto la possibilità di attuare politiche monetarie altamente espansive ne stanno giovando più della EU.
All’interno dell’Europa non mancano ovviamente le differenze, la Germania cresce di uno 0.7% mantenendo al disoccupazione al 5,4%, la Francia fa +0.5%, ambedue trainate da domanda interna e consumi crescenti, la Gran Bretagna e la Lituania +0.6%, la Finlandia +0.7%; non vanno altrettanto bene Olanda ed Italia -0.2%, dove comunque il calo sta rallentando, Spagna, Bulgaria, Svezia -0.1% e Cipro -1.4%, ove permangono evidenti problemi di disoccupazione giovanile (oltre il 25% in Spagna e Grecia, il cui dato sul PIL non è ancora stato divulgato, ma probabilmente sarà in un intorno di -4.5%). Sorprende molto positivamente il Portogallo, dove sono state attuate politiche per incentivare le esportazioni, che con +1.1% è il paese europeo a crescita maggiore.

I casi di espansione del PIL sono sostanzialmente dovuti ad una ripresa di domanda interna e consumi che potrebbero ricadere in modo benefico anche sulle esportazioni del nostro paese. Del resto la necessità di una domanda interna in crescita, di consumi ed export in forte aumento sono alla base della ripresa economica del nostro paese poiché pilastri per la creazione di posti di lavoro. Affinché ciò sia possibile è fondamentale abbassare il livello di tassazione in particolare sulle persone fisiche, sulle imprese e sul lavoro e fare in modo che le nostre aziende siano competitive, in particolare con la concorrenza estera. Oltre al cuneo fiscale svantaggioso le imprese nostrane devono far fronte ad un costo dell’energia superiore di circa il 30% rispetto alla media europea che le penalizza in partenza.

Recentemente il Ministro Zanonato, ed ancor prima Corrado Passera, ha sottolineato come sia necessario un intervento nel campo dell’energia per abbassarne i costi. Il Ministro ha confermato il mantenimento degli incentivi al rinnovabile seppur rappresentino una componente importante nella bolletta delle utenze assieme ad altri oneri di sistema come lo smaltimento delle scorie nucleari et similia che andrebbero ridimensionate radicalmente se non addirittura eliminati. Si poi soffre per l’assenza di un piano energetico di lungo termine ed il processo di liberalizzazione del settore non è ancora totalmente maturo e non risulta semplice per il consumatore leggere le bollette, districarsi in modo consapevole tra le miriadi di offerte di vari gestori e scegliere quella più conveniente.

Le fonti rinnovabili offrono un gran numero di benefici, sia in termini di inquinamento, dovuto alla produzione di energia, che di costo della stessa, andrebbero però considerati l’inquinamento e la provenienza dell’energia per la fabbricazione dei pannelli fotovoltaici o delle turbine eoliche al neodimio e lo smaltimento dei pannelli esausti, attività che non sono sempre green, così come va ridiscusso il sistema di incentivazione, domandandosi se, considerata la diffusione, il minor costo dei componenti e le capacità installata raggiunte, il mercato non sia diventato autonomo dagli incentivi, che hanno concorso allo scoppio di una importante bolla speculativa tra il 2008 ed il 2010 a scapito dello Stato, dell’Europa e degli azionisti e dei dipendenti di aziende quotate generalmente medio-piccole. Ovviamente le tecnologie rinnovabili, alla pari della generazione distribuita, dell’accumulo, della mobilità elettrica, dell’efficienza energetica della rete di trasmissione, delle aziende e degli edifici che dovranno essere ristrutturati, ripensati e costruiti secondo canoni di compatibilità ambientale a basso impatto energetico sono temi in cui è necessario investire e che saranno protagonisti della futura città intelligente e,nel breve termine, dell’EXPO 2015. Detto ciò però non ci si può illudere di poter avere un approvvigionamento energetico completamente rinnovabile, almeno nel medio periodo. Le fonti convenzionali o fossili saranno necessarie ancora per un po’ ed è per questo che molto lavoro deve essere fatto per rendere questi impianti il meno inquinanti possibili ed aumentarne al massimo l’efficienza. Il grande parco rinnovabile installato, concentrato in gran parte al sud e poco modulabile, sta mettendo a dura prova la rete elettrica e gli impianti convenzionali. Spesso grandi centrali a carbone, che al momento per i meccanismi del mercato elettrico e per il costo del combustibile risultano più convenienti rispetto a quelle a gas, sono utilizzate per fare regolazione nonostante non siano progettate per quel genere di lavoro col rischio di accorciarne la vita o abbassarne l’efficienza.
Per cercare di diminuire il costo dell’energia, garantendo comunque il servizio in ogni condizione e magari svincolandosi dalle importazioni o diventando esportatori, è necessario pensare ad un MIX energetico differente ed un portfolio ben bilanciato composto da fonti convenzionali e rinnovabili, tenendo in considerazione le mutate esigenze, i nuovi profili di consumo delle utenze e la nuova distribuzione geografica degli impianti.
Su questa via si sta muovendo, almeno stando ai comunicati ufficiali, la Cina che sta investendo nella riduzione dell’impatto ambientale delle centrali a carbone, dominanti nel loro portfolio energetico, ma al contempo sta incrementando il rinnovabile installato (grandi parchi eolici e fotovoltaici). Obama, mantenendo la sua orma green, vede nelle rinnovabili, nell’accumulo e nello shale gas un’opportunità importante per abbattere l’inquinamento e per raggiungere l’autosufficienza energetica, ma al contempo, consapevole della necessità di fonti fossili, ha presentato un piano di investimenti (probabilmente pubblici) per ridurre drasticamente le emissioni delle centrali a carbone che a breve dovranno rispettare stringenti limiti in particolare sulla CO2 (oltre oceano, come in Cina, stanno lavorando molto sulle tecnologie di cattura della CO2, la CCS, nella quale l’Italia è leader).

Altro fattore penalizzante per il nostro mercato energetico è l’eccessivo livello di pressione fiscale, inclusa la Roobin Hood Tax, che vessa le aziende energetiche. Questa pesante tassazione, non ricaricata sugli utenti finali, alla pari dell’incertezza normativa e della abnorme burocrazia, ha indotto aziende energetiche, incluse grandi multinazionali straniere, a ridurre gli investimenti in Italia o a dover accantonare ingenti riserve per far fronte ad eventuali cambiamenti legislativi, spesso a scapito di attività di efficientamento degli impianti o di R&D. Queste aziende hanno sostenuto, e continuano a farlo, il sistema elettrico nazionale e per via della burocrazia, ed a volte anche a causa dell’opposizione di enti o associazioni locali, hanno avuto vita difficile nell’aggredire il mercato italiano delle rinnovabili rispetto a realtà più piccole e snelle ed agli auto produttori. Considerando quanto la crisi ha colpito il settore e l’importanza che l’energia ha per la ripresa economica lo Stato dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di supportare le Utilities e non vessarle in maniera quasi aleatoria e senza preavviso.

L’importanza delle fonti fossili per la sicurezza energetica nazionale è testimoniata dal fatto che ogni inverno, incluso quello venturo, alcuni costosi impianti ad olio debbano fungere da riserva per entrare immediatamente in produzione qualora si verificasse una crisi del gas, come accadde qualche anno fa. Questa programmabilità ed immediatezza di azione non è al momento garantita dalle sole rinnovabili che allo stato attuale non sono gestibili in modo completamente deterministico. Proprio riguardo al tema del GAS, da Baku in Azerbaigian, il Premier Letta ha dichiarato che la TAP, la Pipeline Trans-adriatica che porterà gas azero fino in Puglia, contribuirà ad alleggerire le bollette; tralasciando le proteste locali e la sindrome NIMBY che potrebbero verificarsi, c’è da chiedersi perché in una infrastruttura così strategica ed importante per tutta l’Europa e dove sono presenti realtà pubbliche o private di mezza Europa (Gli azionisti del progetto TAP sono BP UK 20%, SOCAR AZ azienda di stato 20%, Statoil N 20%, Fluxys B 16%, Total FR 10%, E.ON DE 9%, Axpo CH 5%, http://www.trans-adriatic-pipeline.com/) non sia presente lo Stato e/o una grande multinazionale energetica italiana. Se a livello governativo è stato deciso di puntare sul gas forse sarebbe il caso di non “subire passivamente” l’infrastruttura con tutti i rischi del caso, ma prendevi parte, mettendoci nella condizione di giocare attivamente la partita del gas.
In attesa di un mondo completamente verde, di un piano energetico di lungo termine e di un mercato energetico europeo unico si dovrebbe iniziare ad affrontare concretamente il problema altrimenti i migliori e più condivisibili propositi saranno difficilmente raggiungibili.

16/08/2013
Valentino Angeletti
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