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Greferendum: il Bluff europeo del derby tra Dracma ed Euro

Continuando a seguire quella crisi ellenica che ormai tutti chiamano tragedia greca, è molto interessante notare come lo scontro, da un braccio di ferro dapprima economico, poi in politico con posizioni tra le controparti davvero prossime, discostanti di solo pochi spiccioli rispetto a quanto è costata fino ad ora questa “tiritera”, si sia trasformato in lotta psicologica e di nervi, con al centro il popolo greco.

Ricordiamo, anche se non ce ne sarebbe la necessità, che il referendum greco, il quale, a valle della conferma della Corte Greca di poche ora fa, si terrà domenica 5 luglio, chiede al popolo se accettare o meno il piano proposto dalle istituzione UE. Programma che peraltro non è più neppure l’ultima versione, ma a ben vedere questo è un dettaglio poco importante, perché il vero quesito a cui i greci si sentono di dover dare risposta è se accettare la prosecuzione di una politica volta all’austerità ed ai tagli lineari rispetto ad un cambiamento di paradigma, invero ancora da implementare a dovere, ma con l’obiettivo di preservare e difendere lo stato sociale ed il welfare.

La domanda è abbastanza chiara e non tira assolutamente in ballo la permanenza o meno dei greci nella zona Euro. Nonostante ciò le controparti europee, avverse ai piani di Tsipras e timorose della vittoria del “NO”, hanno già da tempo impostato la loro campagna elettorale in favore del “SI” su un terrorismo psicologico nei confronti dei greci, insistendo a ribadire che il referendum è la scelta tra Dracma ed Euro e pertanto il destino della Grecia, povertà, svalutazione, isolamento contro prospettive di risanamento e crescita,  è in mano agli stessi cittadini ellenici.

Il gioco dei sostenitori del “NO”, e tra questi oltre a Germania e tutte le istituzioni europee, va annoverato anche Renzi che ha descritto il referendum come Derby tra Dracma ed Euro, è quello di terrorizzare i greci cercando di far credere loro che conseguenza diretta ed imprescindibile di un “NO” sarebbe l’uscita automatica della Grecia dall’Euro. La leva su cui l’UE si appoggia è la consapevolezza che la maggior parte dei Greci, circa il 65%, vuole mantenere la moneta unica, consapevole che una uscita comporterebbe altra povertà principalmente per i cittadini, le persone comuni e quelle più povere, ossia le più duramente colpite da crisi ed austerità.

La realtà è differente, e quella della istituzioni è un bluff. Il referendum non ha alcuna connessione con il ritorno alla Dracma ed il destino della Grecia, inteso come permanenza nella moneta unica, non è nelle mani dei greci a mezzo del referendum, bensì, come al solito, il futuro ellenico, e con esso anche di tutto il progetto europeo come economia, politica e società unificata e solidale, è nelle mani delle istituzioni UE. Sta a loro infatti, a valle degli esiti del referendum, decidere se sbattere o meno la Grecia fuori dall’Europa ed usarla da esempio per gli indisciplinati, come si suoleva fare in tempi assai più bui di quello in corso.

In caso di vittoria del “SI” le Istituzioni si attendono le dimissioni di Tsipras, l’applicazione dei loro (nuovi e rielaborati) programmi e soprattutto un governo più amichevole.

In caso di “NO” invece le Istituzioni si troverebbero al bivio, se far avverare le loro intimazioni ed avviare la procedura di uscita della Grecia dall’Euro (procedura che probabilmente neanche esiste, essendo una ipotesi mai contemplata), oppure se, come intende fare Tsipras, riaprire le trattative ed i negoziati.

Il ritorno alla Dracma è evidentemente un mero spauracchio che non si avvererà perché, a parte il costo per la Grecia, tale circostanza getterebbe l’intera economia globale in un territorio davvero inesplorato e potenzialmente ingestibile. Nessuno infatti sa come i mercati ed i grandi capitali potrebbero riorientarsi in seguito ad un simile evento, tant’è vero che dagli USA alla Cina passando per la Russia, spingono per risolvere “pacificamente” la disputa.

Che lo stesso Bruxelles Group non sia convinto di una GrExit lo si è sentito dire dal Commissario Moscovici, non un ultimo arrivato qualunque, il quale ha confermato che, a prescindere dal referendum, i lavori proseguiranno e la direzione è quella di mantenere la Grecia nell’Euro, unico posto ove può collocarsi. Chiaro è che essendo le stesse Istituzioni a dover espellere la Grecia (e non è la scelta dei greci con il referendum), se esse ritengono non sia opportuno (come ritengono) non lo faranno. Svelato quindi il probabile Bluff.

Da ciò si evince che la situazione non sta ancora vedendo la fase risolutiva, nè le istituzioni hanno chiaro che fare in caso di vittoria dei “NO”. Ulteriori trattati che condurranno ad una ristrutturazione (il 30% come chiede Tsipras?) del debito ellenico sono ancora alle porte. Nel frattempo le banche elleniche, per riaprire i battenti hanno necessariamente bisogno di un aumento del tetto ELA della BCE che dovrà pronunciarsi lunedì 8 in occasione del direttivo.

Solo per dare altra riprova di come il costo di questa crisi esacerbata sia ingiustificato dal peso della Grecia nell’economia UE, va detto che a valle del mancato accordo tra Grecia ed Istituzioni in uno degli ultimi incontri, le borse UE hanno perso in un sol giorno 287 mld (ed è uno dei tanti episodi), danari superiori al PIL greco e di poco inferiori al suo debito.

Che dite, non conveniva salvare la Grecia prima, dimostrando forza di coesione europea che tanto sarebbe valsa e tanta autorevolezza avrebbe conferito al nostro continente agli occhi delle altre potenze mondiali? Per me si.

03/07/2015
Valentino Angeletti
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Dubbi su Greferendum: se Atene piange, stavolta Sparta (Merkel) sorride

Il termine è scaduto, ma al momento tutto è ancora in stand-by e quale sia il destino della Grecia tra default controllato, default, uscita dall’euro, accettazione del piano UE o viceversa imposizione delle proprie richieste alla Commissione, è ancora un mistero, nonostante il rating sovrano portato a “Selected Default”.

La data, entro la quale il rimborso all’FMI di 1.6 mld avrebbe dovuto essere restituito, è stata oltrepassata senza corrispondere la somma. Ad oggi, nessuno sa ancora come comportarsi e ciò è segno di assoluta impreparatezza dei leader che da svariati anni hanno condotto le trattative, esacerbandole fino a questo epilogo. Di sicuro si sa che negoziati e gli incontri continuano, quasi come se la scadenza tutto sommato contasse il giusto. C’era da aspettarselo, perché fino alla fine ognuno ha pensato che la controparte, sotto la pressione del “timing”, avrebbe ceduto. Addirittura anche l’Italia, fino ad ora inconcepibilmente assente dai summit di primaria importanza, pare essere maggiormente coinvolta, anche se in modo tardivo e quando la voce in capitolo che può avere, è pressoché nulla. L’elemento al quale si può addurre, ma non esclusivamente, questo terzo tempo è il referendum che Tsipras ha indetto per il 5 luglio. Un referendum non sull’Euro, moneta che oltre il 65% dei Greci vuole mantenere ed entro la quale lo stesso Tsipras è convito di restare per ovvie ragioni di sopravivenza, ma se accettare o meno il piano proposto dall’UE.

La conformazione del referendum è stata fin da subito strana, innanzi tutto si concede di votare, su una materia altamente tecnica e complessa che vede anche fior di esperti divisi nelle opinioni, ad un popolo in balia della povertà e del disagio, quindi forse non completamente lucido. Detto ciò, va bene ed è giusto così, perché si tratta di democrazia ed analogo ragionamento può essere applicato a qualsivoglia di forma di democrazia “consultiva diretta” e quindi a qualsiasi votazione (questioni etiche in primis). Quel che ha lasciato più dubbi però, è l’assenza di un testo, che abbia corso di validità al momento del voto, su cui, appunto, il popolo dovrebbe pronunciarsi.

A Tsipras, fino ad ora, va dato atto di aver perseverato, seguendo sue idee e valori, senza cedere ed incondizionatamente. Condivisibili o meno le ragioni del Premier ellenico, gli vanno riconosciute una forza e risolutezza veramente non comuni, almeno dalle nostre parti, dove il panorama politico (non tutti i politici per carità, persone di valore si trovano anche nei palazzi del potere, ma in genere gli è impedito di agire in autonomia) è mediamente popolato da personaggi più “cedevoli”.

Sul referendum le opinioni sono discordanti: c’è che dice che Tsipras stia scaricando decisioni in capo alla politica sul popolo per lavarsi le mani in caso di sconfitta; c’è invece chi sostiene che sia un paladino della democrazia e della libertà.

In questa fase più concitata però, sembra che Tsipras sia vittima di timori, paure e perplessità. Parrebbe che abbia fatto una controproposta all’UE, sulla base di quella a sua volta ricevuta dalle istituzioni, a meno di 5 modifiche. In caso di accettazione il Primo Ministro di Atene sarebbe disposto a ritirare il referendum.

Questa mossa sembra davvero, e non il referendum in se, un tentativo di salvarsi in extremis, potendo tornare in patria e dire di aver strappato alla commissione molte, o le più importanti, dipende da come vorrà impostare il messaggio comunicativo, delle concessioni promesse in campagna elettorale.

In caso di referendum (Greferendum) invece, Tsipras potrebbe temere di uscirne sconfitto qualsiasi sia l’esito. Sicuramente sconfitto e forse con le dimissioni in mano in caso di “Sì” al programma UE, ma ora, anche in caso di vittoria dei “No”, v’è una ipotesi non considerata dal PM Greco a valle del lancio del voto popolare, ossia l’uscita della Grecia dall’Euro e non il “semplice” cambio di politica economica dell’Unione. Del resto le istituzioni UE, e con esse tutti i leader politici, hanno impostato la campagna per il “Si” sul piano del terrore per una GrExit che getterebbe la Grecia in una povertà solitaria (ma vanno anche considerate le reazioni di USA, Cina, Russia, Turchia). Se questo fosse lo scenario ne conseguirebbe che il risultato di Tsipras, e del referendum in ultima istanza, sarebbe stato quello o di non aver capito che il popolo greco era disposto ad accettare altra austerità (improbabile), oppure di aver gettato, con una nuova Dracma, la popolazione in povertà aggiuntiva rispetto a quella già presente (svalutazione del 30-50% dei patrimoni).

Stavolta, se Atene piange, Sparta ride, non a squarciagola, ma sorride. Sparta è la Merkel, probabilmente nell’ombra di Schauble, che avendo capito il rischio che Tsipras corre, e supponendo che possa valere da esempio per altri “spericolati pifferai”, pretende che ormai la Grecia vada fino in fondo con il Referendum, e da lì in poi si imposteranno, sulla base dei risultati, nuove trattative. Per la Merkel, in caso di “Sì” non vi sarebbero problemi (Tsipras sconfitto), in caso di “No” si riaprirebbero i negoziati, stavolta però con in mano delle istituzioni i documenti pronti per una GrExit, da sventolare sotto il naso di Tsipras qualora continuasse la sua inamovibilità.

A prescindere dalla posizione, come al solito interessata, del Cancelliere tedesco anche a Tsipras, giunto a questo punto, conviene portare il referendum fino in fondo. Anche lui ha tirato moltissimo la croda e cedere in questa fase sarebbe il peggior segno di debolezza, a meno di non ottenere condizioni eccezionali per il popolo greco, ipotesi neppure concepibile.

Purtroppo in tutto ciò, molto avvincente per appassionati di economia e politica (come me), si dimentica che l’obiettivo da perseguire dovrebbe essere il rafforzamento e la protezione degli interessi Europei, per una Unione differente, più solida, competitiva e prospera, ma tutto ciò non è mai stato realmente tenuto in considerazione.

30/06/2015
Valentino Angeletti
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Grecia: meno due all’epilogo (anche quello europeo?) ormai quasi scontato

È durato poco più di un’ora per essere rimandato ad aggiornamenti successivi, quello che doveva essere l’incontro decisivo sul futuro greco tra i leaders ellenici e i rappresentati delle istituzioni creditrici. Probabilmente un ulteriore round si terrà martedì 30, ultimo giorno utile, ma già oltre ogni scadenza tecnica, per il rimborso degli 1.6 mld dalla Grecia all’FMI. Nel frattempo oggi è in atto il direttivo BCE per cercare di capire come gestire l’eventuale (ma ormai certa) impossibilità di Atene di rimborsare i creditori e gli aiuti che tramite il programma ELA al momento sono i soli a sostenere la banche greche sull’orlo della crisi di liquidità, anche dovuta alla corsa agli sportelli bancari del popolo ellenico, per prelevare i propri risparmi e metterli al sicuro oltreconfine o, più facilmente per le persone comuni, sotto il materasso. Tra creditori ed Atene non c’è stato accordo e, come detto nei pezzi riportati precedentemente, l’impasse sulla crisi si è aggravata andando ormai ad oltrepassare, viste le tempistiche sempre più stringenti per giungere ad un accordo, ogni livello di guardia. Le posizioni tra le controparti si sono allontanate ed irrigidite. Da un lato la proposta dei creditori che avrebbero messo sul piatto 15 miliardi di euro, un prestito ponte, dicasi anche palliativo o pezza di circostanza, che avrebbe consentito ad Atene di protrarre l’agonia ancora 5 mesi scadenza entro la quale Tsipras avrebbe dovuto elaborare un piano di riforme gradito al Bruxelles Group, contrariamente a quelli proposti fino ad ora, che seppur vicini anche numericamente alle richieste europee non hanno convito i creditori in merito a pensioni, innalzamento IVA, tassazione e tagli alla spesa, in altri termini ancora troppo basso il livello di austerità. Guarda caso 5 mesi sono anche il tempo necessario per arrivare a ridosso delle elezioni in Spagna, temute in caso di concessioni alla Grecia per via delle richieste che Podemos, sulla falsariga di Tsipras, potrebbe avanzare, tanto da far diventare il Premier Rajoy quasi un falco. Per tale motivazione, se concessioni saranno acconsentite a Tsipras, i creditori non vorrebbero farlo prima delle elezioni autunnali. Le richieste di Tsipras, messo per un momento da parte il programma di riforme indigesto, pur se vicino nei numeri (come scritto in precedenza), a coloro seduti dall’altro lato del tavolo delle trattative, erano state quelle di una proroga degli aiuti e del rimborso oltre il 5 luglio, meno di una settimana quindi, domenica in cui dovrebbe tenersi un referendum popolare. Il referendum, ancora ipotetico, non riguarderebbe la permanenza nell’Euro, al quale secondo i sondaggi sarebbe favorevole il 65% del popolo ellenico, bensì se accettare o meno il piano di riforme proposto dalle istituzioni.

Nonostante si legga da più parti che la corsa agli sportelli bancari dei Greci sarebbe una sorta di voto al referendum proposto da Tsipras, quasi a voler sottintendere che la volontà di permanere nell’euro darebbe una spinta al voto favorevole al piano della Ex Troika, in realtà non è così. Anzi è vero proprio il contrario. Innanzi tutto è comprensibile, in preparazione di una, improbabile, uscita dall’euro, cercare di preservare in euro i propri capitali e ciò può essere fatto trasferendo i conti altrove e principalmente, fintanto che si deve fare una operazione simile, verso zone a bassa tassazione (Olanda, Lussemburgo, Cypro, Svizzera e perché no, Singapore ed Hong Kong), oppure mantenere biglietti euro in casa, sotto il materasso o per chi può permetterselo in cassaforte. Per coloro che avessero fatto una simile azione, paradossalmente e senza considerare i debiti privati, una uscita dall’euro potrebbe essere anche vantaggiosa, in quanto è probabile che il capitale prelevato aumenti il proprio valore da un minuto all’altro del 30% (per la precisione sarebbe la nuova moneta ellenica ad essere svalutata, secondo alcune simulazioni, del 30% circa, ma l’effetto è il medesimo).

Invero l’esito del voto pare scontato: difficilmente ci sarà l’accettazione del programma di riforme della Troika. L’austerità ha già troppo mietuto il popolo greco, i cui Governi non sono sicuramente incolpevoli, sul quale si è abbattuta la scure dell’inflessibilità cieca europea ed è comprensibile che la popolazione non voglia sentire neppur parlare di nuove tasse o tagli che fino ad ora l’UE ha imposto linearmente. L’Unione, per non creare un precedente, il quale avrebbe potuto essere letto come spirito di unione, collettivo aiuto e mutuo soccorso all’interno di una UE convergente verso una vera unione di interessi, quindi dimostrazione di forza, ha protratto una politica asfissiante, esacerbando una situazione divenuta molto più costosa ed ingestibile rispetto a quanto non fosse 2-3-4 anni or sono. All’interno del Parlamento di piazza Syntagma si sono schierati in favore del referendum Syriza ed Alba Dorata, gli estremi di sinistra e di destra dell’Emiciclo, segno evidente che il sentimento anti politiche UE è trasversale e che non vi sono più schieramenti o correnti che agiscono e si pronunciano secondo comportamenti canonici e standard. Ormai la critica all’Europa è trasversale e di ciò le istituzione e Bruxelles ne devono tenere conto, cercando anche di capire il perché, il quale evidentemente risiede, avendo accomunato parti che nulla avrebbero in comune, in una errata gestione di situazioni complesse ed emergenziali. Nonostante ciò però non pare vi sia reale volontà di cambiare spartito.

Stanti così le cose, ed in questo poco tempo che rimane difficile pensare ad uno sblocco, il 30 giugno la Grecia risulterà insolvente nei confronti dell’FMI, gli aiuti verranno interrotti ed i 7.2 miliardi spettanti ad Atene bloccati. Si andrà incontro ad un default controllato con conseguente ristrutturazione del debito che coinvolgerà principalmente BCE e Stati, con i pole position Germania (circa 60 mld), Francia (circa 50 mld), Italia (circa 40 mld). Come detto in pezzi precedenti, è difficile pensare all’uscita dall’euro della Grecia, GrExit, perché sarebbe l’ammissione troppo evidente di una sconfitta e potrebbe innescare un pericolosissimo effetto domino. Non parimenti ad una GrExit, ma anche un nuovo default controllato della Grecia è terreno inesplorato e periglioso. Padoan rassicura in merito alla situazione dell’Italia, ma, seppur rafforzata da alcune riforme, e soprattutto dalla politica monetaria BCE e dalla situazioni contingenti positive, nulla può contro eventuali e probabili reazioni impetuose dei mercati, che, contrariamente alle istituzione europee che solo ora stanno lavorando seriamente a scenari complessi a valle dell’epilogo greco, avevano già in precedenza simulato ogni possibilità, preparandosi a varie eventualità, in particolare quella più probabile e scontata già da tempo di una default controllato di Atene. Se default sarà, da allora in poi nulla sarà più certo, tantomeno le sorti delle successive scadenze dei rimborsi di Atene ai creditori, che di certo non saranno corrisposte in pieno.

L’esasperazione della vicenda Greca, patria, illo tempore, della moderna democrazia, creò la polis e fece del popolo il sovrano della cosa pubblica, rischia seriamente, con colpe bipartisan dei Governi Greci, esecutivo Tsipras incluso, e delle istituzioni UE, di essere l’epilogo di un esperimento di unificazione di valori, interessi, economia, politica, moneta, regole, rischi e benefici, encomiabile negli intenti, negli obiettivi, nella missione, necessario per competere nella globalizzazione sfrenata del mondo, ma male iniziato, non disinteressato, viziato da errori evidenti mai corretti e da politiche inadatte a perseguire gli obiettivi ed i risultati inizialmente nei.

Se sarà fallimento nessuno tra Stati ed Istituzione potranno dirsi incolpevoli, nonostante una popolazione europea ormai scoraggiata e diffidente nei confronti dell’attuale UE, ma profondamente convinta e pienamente consapevole, e ciò può essere motivo di speranza, di quanto sia indispensabile perseguire quel progetto europeo come fu pensato dai padri fondatori.

Per chi volesse avere una panoramica sugli ultimi sviluppi della crisi greca ecco 4 pezzi delle ultime due settimane (ma per chi volesse cercare sul blog ve ne sono molti altri):

28/06/2015
Valentino Angeletti
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