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Senza mezze misure, il referendum “trivelle” incorona il premier

E’ stato messo alle spalle il referendum cosiddetto sulle “trivelle” ed ormai è in procinto di tenersi l’ennesima votazione di fiducia all’Esecutivo, questa volta relativa al petrolio, ma in merito all’inchiesta su Tempa Rossa e la Val D’Agri. Mentre la seconda questione sarà una passeggiata per il Governo Renzi, come del resto lo sono state le numerosissime fiducie votate da quando il Premier si è insediato a Palazzo Chigi, l’esito della votazione referendaria si presta a svariate chiavi di lettura, o meglio, l’interpretazione dei risultati è differente a seconda che ad interpretarli siano maggioranza od opposizione, ovviamente ognuno si dichiara vincitore o quasi, ma fuori di dubbio è che l’unico ed indiscusso vincitore sia proprio il Premier Renzi, come era scontato che fosse per varie semplici ragioni, che coloro, navigati politici, che hanno trasposto il referendum come battaglia “personale” contro Renzi, avrebbero dovuto considerare a priori. Avrebbero evidentemente perso, prestando così il fianco, fortificandolo nelle sue argomentazione, al nemico che invece avrebbero voluto combattere ed indebolire.

Il merito del quesito è sceso in secondo piano, sia perché effettivamente non vi sono sostanziali differenze tra il Sì ed il No: non è vero che con il Sì si sarebbero bloccate le trivelle dando una spinta propulsiva alle rinnovabili ed all’ambientalismo, come non è vero che votando No si sarebbe aperta la porta alla sfrenata trivellazione del nostro mare o si sarebbe messo al sicuro il nostro approvvigionamento energetico; sia perché, come detto sopra, la battaglia è stata posta tutta sul piano politico, tanto che il vero obiettivo degli oppositori dell’Esecutivo non era vedere abrogata o meno la legge, quanto veder raggiunto il quorum e quindi disattesa la linea proposta dal premier ed appoggiata anche da coloro che, per la loro rilevanza istituzionale, contro un voto non dovrebbero mai esprimersi pubblicamente, pur rimanendo un loro diritto non recarsi alle urne.

Gli effetti della vittoria di un Sì o di un No, non sarebbero stati percepibili dai cittadini, né dall’ambiente, ma forse solo parzialmente dalla aziende operanti nell’Oil&Gas che avrebbero visto modificate le procedure per la concessione e mantenimento delle licenze d’estrazione.

Il riassunto della votazione è stato piuttosto emblematico, i votanti sono stati poco meno del 33%, che su pressappoco 51 milioni di aventi diritto vale circa 17 milioni di elettori che si sono recati alle urne. Non ci sono mezze misure, ha vinto il Premier in tutto e per tutto. Qualche oppositore, invero un poco sprovveduto dato che l’esito era ben chiaro fin dalla proposizione del referendum, aveva tentato di vedere nel numero di 17 milioni di votanti una loro parziale vittoria, ma non è così. In un referendum abrogativo che a votare sia un singolo individuo, oppure il 50% senza il “più uno” necessario al raggiungimento del quorum, poco cambia, il referendum non è passato e colui che propagandava l’astensione può in ogni caso erigersi a pieno vincitore.

Che il quorum non sarebbe stato raggiunto era evidenza fin dalla presentazione del quesito, decisamente tecnico, non chiaro nelle risultanze, di poco interesse per i cittadini già da tempo molto poco attratti dalla partecipazione politica e dal voto, tanto che quello degli astensionisti è il più grande partito italiano, e che anche in periodi di “disaffezione nella media” non sono particolarmente propensi a votare ai referendum; a ciò aggiungiamo anche una calda domenica primaverile ed un singolo giorno di votazioni completamente staccate da ogni altra concomitanza politica a modi election day (benché ci sarebbe stata la possibilità di inglobarla nelle amministrative di giugno o assieme al referendum costituzionale confermativo di ottobre, risparmiando in toto o in parte 300 milioni di euro), ed il gioco è fatto: Renzi aveva la vittoria in tasca, fin dal primo giorno …. Ingenui coloro che lo hanno sfidato.

Gli occhi sono adesso rivolti alle amministrative con particolare attenzione a Roma, Milano, Torino e Bologna, ma soprattutto al referendum costituzionale confermativo di ottobre, il quale proprio il Premier Renzi ha identificato come tappa fondamentale per la sua permanenza a palazzo Chigi, in caso di sconfitta abbandonerebbe la Presidenza del Consiglio. Sia chiaro che il Premier, a cui tutto si può rimproverare meno che la mancanza di furbizia ed acume politico, non ha di certo sottovalutato la sua affermazione, come era certo di vincere al referendum sulle “trivelle” schierandosi per l’astensione (per la quale hanno contribuito coloro che hanno dato lui ascolto, ma soprattutto i disinteressati ed astensionisti), è certo di avere ottime possibilità di vittoria al referendum costituzionale schierandosi per il Sì.

A differenza del referendum abrogativo, il referendum per la modifica della carta costituzionale (del quale ho parlato al seguente link “referendum-abrogativo-costituzionale”) non necessita di quorum, pertanto ad essere avvantaggiata è la modifica dello status quo, in quanto la maggior parte dei votanti, interessati quindi, propenderanno per cambiare lo stato attuale decidendo di fatto anche per gli altri. L’unico imprevisto potrebbe essere una forte propaganda delle opposizioni per accettare la sfida renziana del “Se perdo vado a casa”.

In tutta sincerità è assai improbabile che le opposizioni riescano in una simile impresa, molto più facile una loro qualche vittoria (in particolare del M5S) alle venture amministrative, ma quella è tutta un’altra storia.

19/04/2016
Valentino Angeletti
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Referendum abrogativo e confermativo: le vittorie in tasca di Renzi

Nella giornata di ieri, la notizia che più ha allietato il pomeriggio del Premier, è senza dubbio stato l’ok parlamentare alla riforma costituzionale. L’approvazione è stata a larga maggioranza, non tanto per una condivisione comune e traversale all’interno dell’Emiciclo, quanto perché ad esprimere il loro voto sono state soltanto la maggioranza ed il partito di Verdini, dichiaratamente “filo-renziano”, Ala. Tutte le opposizioni, dopo aver espresso la loro dichiarazione di voto, hanno abbandonato l’aula. C’è chi ha letto in questo comportamento, quasi aventiniano, tenuto anche dal M5S, un segno di rispetto ed ultimo saluto ad una delle anime del movimento, Gianroberto Casaleggio, prematuramente scomparso.

Giunti a questo punto, dopo aver metabolizzando i proclami di giubilo per aver “abolito il Senato” e snellito le pastosità per l’approvazione di leggi e decreti, l’attesa è per il referendum confermativo dei ottobre, ove il popolo sovrano (più per storicità che per dato di fatto) è tenuto ad esprimere un proprio parere sulla nuova costituzione, decidendo, con il mezzo democratico del voto, se confermare o meno quanto proposto dal Governo per la nuova carta costituzionale.

Considerando le divergenze tra coloro che, nelle file del Parlamento, si schierano a favore o meno della riforma, esistono due scuole di pensiero: la prima, degli entusiasti, che affermano che in tal modo sarà molto più semplice e meno dispendioso tutto il processo legislativo, con l’ulteriore risparmio economico dato dall’aver diminuito il numero di Senatori che ora svolgono gratuitamente la loro mansione (essendo esponenti regionali); la seconda, quella dei detrattori, la quale sostiene che aver ridotto il Senato ad un centro di competenza per un limitato numero di argomenti, farà esplodere i ricorsi e di conseguenza i ritardi, avendo creato 12 differenti modi di possibilità di blocco, a ciò si aggiunge la diatriba sulla “fittizia” elettività dei della seconda camera.

I tecnicismi però, incomprensibili alla maggior parte degli elettori medi come avviene per la stragrande maggioranza dei referendum, non saranno gli elementi decisivi per l’esito della tornata. Ad essere l’ago della bilancia saranno principalmente due fattori: l’astensionismo imperante nel nostro paese; e l’accezione di voto pro o contro il Premier Renzi, il quale, ha affermato, che sarebbe disposto ad abbandonare qualora vincessero i “NO” alla modifica costituzionale.

In realtà, contrariamente a quanto accade per i referendum abrogativi, dove è necessario il quorum per validare la tornata, nel caso di un referendum costituzionale il quorum non è necessario, quindi si andrà incontro alla situazione in cui saranno solo gli elettori effettivi a dare il via libera o meno alla modifica della Carta che regolerà ed influenzerà la vita di ogni cittadino. Motivo in più per esercitare il proprio diritto-dovere di voto. L’italia però, come si sa, è un paese di astensionisti, soprattutto in questa fase di disaffezione politica.

Tale connotazione, unita alla natura differenziata delle due tipologie di referendum, fa si che nel caso di referendum abrogativo (con necessità di quorum dunque) ad essere avvantaggiato è il “NO” che equivale al mantenimento dello status quo, come accadrà per il referendum del 17 aprile, dove, ne sono certo, non verrà raggiunto il 50%+1 degli aventi diritto, consegnando facili argomentazioni vittoriose al Premier, quand’anche l’astensione è legata e alla difficoltà della materia e soprattutto alla disaffezione che il popolo ha nei confronti della politica, quindi proprio il contrario che il perseguimento delle indicazioni di voto (o meglio di non voto) governative.

Nel caso invece di referendum costituzionale, senza necessità di quorum, ad essere avvantaggiati, soprattutto in questa fase politica con l’elettorato sempre più lontano dalla partecipazione attiva della gestione della “res publica”, sono i “SI'” , vale a dire i voti di coloro che sono motivati e conoscitori delle modifiche in essere. Il fatto grave è che con pochi voti si agisce su questioni che regolano la vita di tutti i cittadini e di un sistema paese intero. Nella fattispecie del referendum confermativo di ottobre, con tutta probabilità, Renzi vedrà confermate le modifiche, ed avrà altri elementi per dichiararsi nuovamente vincitore. L’unico elemento imprevisto che può occorrere è il voto proprio contro il Premier, con l’obiettivo di far cadere il Governo ed andare a nuove elezioni, piano, quest’ultimo, sul quale è stato posto il referendum autunnale dalle forze di opposizione.

La strada è lunga, ed al momento non sembra che le opposizioni, M5S, Lega ed FI in primis, abbiano la forza per indirizzare l’esito del referendum, ma il tempo è tanto e se riuscissero ad organizzarsi convogliando tutto il malessere del paese, potrebbe anche verificarsi quell’esito profetizzato dal “fu Casaleggio”, di elezioni un anno in anticipo, nel 2017.

13/04/2016
Valentino Angeletti
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