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Renzi ed UE: mala tempora currunt

Sono molte le vicende economiche e politiche, sia di livello nazionale che di stampo europeo, che negli ultimi mesi si stanno susseguendo freneticamente. Ognuna ha una sua importanza e per la propria delicatezza rappresenta senza dubbio una spina nel fianco per il Governo, non nello specifico per l’Esecutivo Renzi, lo sarebbe parimenti per ogni altro Esecutivo, ma la fase politica vede il fiorentino alla presidenza del Consiglio e pertanto egli deve subissarsi onori ed oneri della leadership.

Oggi intanto è il giorno dei ballottaggi per le comunali in diverse città. La più importante è senza dubbio Venezia, dove parte favorito dai risultati della prima tornata il candidato PD, ma della minoranza Dem, Casson. L’avversario, delle file del centrodestra, che però di dice nè di destra nè di sinistra, Brugnaro, è comunque ostico e molte autorevoli voci lo darebbero avvantaggiato per la vittoria finale. Venezia è un buon terreno per Renzi, in caso di vittoria di Casson potrebbe annoverare un successo del PD, in caso di sconfitta invece potrebbe addossare la colpa alla minoranza Dem, che secondo il Premier ha di fatto consegnato la Liguria a Toti. La partita di Venezia vede quindi Renzi dalla “parte dei bottoni”, ma sono molte altre le questioni che Renzi deve fronteggiare.

Sempre più sovente si sentono ricordare, in particolare da parte degli oppositori politici, iniziando da Brunetta e proseguendo con il M5S, le elezioni anticipate, che invece per il Premier e per il PD rimangono fissate, come da programma, nel 2018. Se fino a qualche mese fa poteva essere gioco per Renzi, privo di avversari, correre alle urne e legittimare ulteriormente la sua posizione, avendo poi modo di porre nelle posizioni di comando, attualmente coperte da “altri”, esponenti appartenenti al suo “giglio magico”, ora lo scenario è cambiato ed anticipare le urne potrebbe essere un ritorno brusco alla realtà per il PD renziano. Il cambio di scenario è da tempo evidente per logica e ad intelletti mediamente fini, ma non ancora comprovato da fatti oggettivi come potrebbero essere le elezioni politiche nazionali (seppure le regionali qualche importante segnale lo hanno dato).

Il Premier ha molti problemi da fronteggiare, non tutti dovuti a lui, al suo Esecutivo o operato. Alcuni sono dovuti a circostanze economiche mondiali, come la crisi greca (Link 1Link 2 – Link 3) che, esacerbata oltremodo con una cocciutaggine da parte delle istituzione UE che richiederebbe un risarcimento danni e sicuramente ha fatto trasalire i Padri Fondatori del progetto comunitario ovunque, ora, nel loro meritato riposo, si stiano trovando, sta rischiando, e le istituzioni USA sono le prime, immediatamente seguite dalle agenzie di rating, a mettere in guardia dal concreto pericolo nonostante le rassicurazioni della BCE, di minare l’economia e la ripresa mondiale, aprendo i cancelli ad una nuova tempesta degli spead, a scenari speculativi ed a mercati tesi e volatili dominati dall’incertezza tanto odiata dai veri investitori quanto amata dagli speculatori.

Altri elementi di pericolo per Renzi sono dovuti ad un cambio delle dinamiche mondiali, di cui possiamo solo prendere atto e che dobbiamo imparare a gestire diversamente da quanto fatto fino ad ora. L’evidente riferimento è ai flussi migratori abnormi, che vedono l’Italia e la Grecia fisiologicamente in prima linea. Alle spalle c’è una Europa ancora una volta inconsistente e ed egoista i cui stati, proteggendosi dietro i trattati di Dublino, hanno ripudiato il piano Juncker di allocazione di quote per i vari pesi membri, con il contemporaneo blocco di Shengen da parte di Francia, Germania ed Austria, proprio, ironia della sorte, nell’anno dell’anniversario del trattato. Risultato di tutto ciò, sono le frontiere bloccate ed il nostro paese inerme ed incapace di gestire questo flusso umano stipato, come uomini non dovrebbero esser degni d’esserlo, i locazioni di fortuna. La soluzione, a parte la ridicola e neppur simbolica cifra di 60 milioni di euro allocata pro Italia e Grecia da parte dell’UE, dovrebbe essere una maggior cooperazione nei rimpatri ed interventi volti a contenere le migrazioni nei paesi d’origini. In realtà di disastri e di vite stroncate in mare, nel corso di questi anni se ne sono avuti a non finire, ma nulla è cambiato, anzi le cose sono addirittura peggiorate (proprio come per la crisi Greca).

Vi son o poi le question interne. Le ultime elezioni regionali hanno mostrato un PD in declino ed una immagine di Renzi in ribasso. Le vittorie in Campania e Puglia non sono state ad appannaggio di esponenti democratici renziani, anzi i vincitori sono membri della vecchia guardia che poco avevano a che spartire con Renzi fino a qualche settimana fa. In Campania poi andrà sbrogliata la questione della “impresentabilità” di De Luca e quella della legge Severino. Indubbio è che, qualunque sarà l’epilogo, avranno gioco facile gli oppositori di Renzi a trovare argomenti per cercare di screditarlo. Gli esponenti renziani, Paita e Moretti, sono invece stati sconfitti pesantemente in Liguria ed in Veneto, dove hanno vinto rispettivamente Toti, con l’alleanza di centrodestra e grazie al contributo leghista, e Zaia, esponente leghista ed uscente governatore del Veneto. L’evidenza è che, complice anche il problema dei migranti, la Lega al nord ha un gran seguito ed un centrodestra, seppur poco feroce ed incapace di organizzarsi in modo concreto per gareggiare a livello nazionale, può già, se unito e con un personaggio che lo rappresenti di carisma medio come può essere l’ “innocente” Toti, mettere in difficoltà e sottrarre consensi al Premier.

Infine vi è la vicenda romana di Mafia Capitale, vero dramma per il Governo, anche se evidentemente il reticolo di malaffare non può essere che radicato ed ereditato dagli anni addietro. Marino si è trovato in mezzo alla bufera, forse è stato incapace di fronteggiarla, ma di certo non l’ha generata. Sono molte le richieste di nuove elezioni sia nella capitale che in regione Lazio, in tal caso il problema sarebbe duplice: il PD si vedrebbe a tutti gli effetti commissariato; i sondaggi danno la popolarità del Premier, nonostante l’operazione di ripulitura del Partito Democratico e la chiusura di numerosi circoli, in caduta libera sotto al 20% con il M5S oltre il 30% e primo partito secondo i sondaggi. Riconquistare il Campidoglio per il PD sarebbe sostanzialmente impossibile in caso di prossime comunali o regionali. Per tale ragione è stato molto ben accetto l’affiancamento a Marino del commissario Gabrielli per gestire l’evento Giubileo (un affiancamento è comunque segno di fiducia nei confronti di Marino). Nonostante ciò, le ipotesi commissariamento ed eventualmente elezioni, non sono ancora del tutto scongiurate. Nel qual caso la più che probabile sconfitta del PD aprirebbe davvero i ranghi per elezioni nazionali anticipate.

A corollario di questo intrigato scenario, si collocano dati economici oscillanti e che ancora non sono significativi di una ripresa in partenza, così come la percezione della cittadinanza non è quella di essere alla porte di un periodo di rinascita economica, di maggior potere d’acquisto, di più consistenti consumi e maggior benessere. Pur nella difficoltà, le riforme economiche sono ancora lente ad essere attuate ed ancor di più a portare frutti, spesso inoltre, e ciò la “gente” lo ha inteso e compreso, sacrificate ad altre riforme di minor impatto sulla collettività e sulla ripresa economica, ma di maggior interesse per i diretti coinvolti nella politica.

Se fosse vivo un Cicerone qualunque non tarderebbe di ricordare a Renzi ed all’UE, sperando di spronarli, che “Mala tempora currunt….”

 

14/06/2015
Valentino Angeletti
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Impresentabili: accuse (fondate?) del PD renziano alla Bindi e gli effetti sul rinnovamento della politica

Finalmente, venerdì 29 maggio, appena due giorni prima dall’inizio delle elezioni regionali quando ormai le liste erano chiuse e difficilmente qualcuno si sarebbe preso l’onore di modificarle, i nomi dei cosiddetti impresentabili, stilati dalla Commissione Antimafia, sono stati diramati dalla Presidente Rosy Bindi.

Dei 16 impresentabili (LINK) certamente il più noto e quello attorno a cui ruota il contesto più problematico, è Vincenzo De Luca, unico esponente PD nell’elenco e candidato a concorrere, tra gli altri, con l’uscente Governatore Caldoro di FI per la presidenza della regione Campania.

Come premessa è doveroso dire che l’impresentabilità è un requisito che non ha valore legale e non impone in nessun modo alcun obbligo nè al candidato stesso, nè tantomeno al partito che lo sostiene. Non comporta la decadenza da candidato e neppure l’ineleggibilità, si tratta solo della verifica del rispetto di un codice di autoregolamentazione datosi autonomamente dai partiti, che in quanto tale può essere senza alcuna conseguenza, se non di immagine e di coerenza, disatteso.

Il requisito di impresentabilità è stato ascritto dalla Commissione a De Luca per un episodio di concussione, reato afferente alla categoria dei mezzi facilitanti l’opera mafiosa, risalente al 2008 per il quale De Luca rinunciò alla prescrizione per potersi difendere. Se non vi fosse stata rinuncia il reato sarebbe già stato prescritto. La situazione di De Luca era già molto complessa, poiché, a causa di una condanna in primo grado per abuso d’ufficio (galeotto fu il termine inglese Project Manager anziché l’equivalente italiano, che neppure si sa quale sia realmente: gestore di progetti? Bruttino invero…), la Legge Severino vuole che il candidato PD sia ineleggibile. Per tale circostanza, qualora De Luca fosse eletto, si aprirebbe subito un grosso problema che potrebbe portare ad un blocco istituzionale. Le soluzioni al problema potrebbero essere o l’obbligo firmato da Palazzo Chigi che impone a De Luca di dimettersi oppure l’attesa della creazione di una giunta regionale, che consentirebbe al PD di creare una squadra di governo, ed il successivo abbandono del neo-eletto ma che a priori si sapeva non potesse essere eletto (inutile sottolineare la singolarità perversa della questione); in ogni caso il rischio rimarrebbe quello di un vuoto alla Presidenza della Regione. De Luca non è stato minimamente sfiorato dall’idea di non partecipare alla corsa alla Regione, ritenendo il reato inconsistente e la Severino da modificare, tanto che fonti riportano che il candidato PD avrebbe detto, ostentando sicurezze fin troppo marcate, che, dopo la sua vittoria, il Premier Renzi avrebbe messo mano alla Legge Severino, la stessa che ha conferito l’ineleggibilità a Silvio Berlusconi.

La sentenza dell’Antimafia ha immediatamente portato il prevedibile strascico di polemiche, in particolare nelle file del PD. Addirittura lo stesso Premier si sarebbe spinto ad affermare che l’antimafia è un valore universale e collettivo e che non può essere usato, riferendosi al caso in analisi, per ritorcersi contro il PD, facendo esplicito riferimento alle controversie con la Presidente antimafia Bindi, che, stando a  ciò che dice Renzi, è come se avesse usato la Commissione che presiede per farsi personale giustizia accanendosi contro il PD Renziano, col quale la Bindi ha avuto più di un attrito.

I fatti oggettivi non danno ragione al Premier, se un requisito di ineleggibilità sussiste, e nel caso di De Luca pare sussistere, è giusto che la Commissione lo metta in evidenza, sta poi ai singoli partiti, con tutti i pro ed i contro del caso, decidere se accettare o meno il responso e se rispettare il codice di autoregolamentazione che ciascun partito, in totale libertà ed autonomia decisionale, ha accettato di sottoscrivere. Inoltre pensare ad una mirata vindetta nei confronti del PD è oggettivamente difficile almeno per due ragioni:

  1. su 16 impresentabili solo 1 è del PD, il partito più grande a livello nazionale e forse anche europeo (nessuno del M5S e della Lega);
  2. se realmente di vendetta si fosse trattato, sarebbe stato piuttosto facile inserire tra gli impresentabili anche Raffaella Paita, candidata PD, ancor più renziana che De Luca, in Liguria. La Paita, all’epoca assessore alle Infrastrutture, è accusata  di mancato allarme ed omicidio colposo nell’ambito dell’inchiesta sui drammatici disastri causati dalle alluvioni che han subito Genova e la Liguria tutta.

Evidentemente, volendo meditare una cruenta vendetta, la Presidente della Commissione Antimafia avrebbe trovato facilmente il modo, vista l’accusa in questione, di accludere anche la Paita nella “Lista Bindì”. Ciò avrebbe reso ancora più serrata la corsa, oltre che alla Campania, anche alla Liguria: uniche due regioni realmente in bilico tra PD e FI, con lo spettro dell’astensionismo e di una consistente presenza di Lega e M5S, andando a rendere sempre più possibile quel 4-3 in favore del PD sul Centrodestra (quasi scontato vincitore in Veneto) che Renzi si ostina a ritenere comunque una vittoria, ma che a tutti gli effetti consisterebbe in una debacle clamorosa per i democratici

Alle porte delle elezioni regionali, che già saranno oggetto di enorme astensionismo, una situazione simile, in Campania, ma non solo, dove si mischiano impresentabilità ed incandidabilità senza confini ben definiti, ha sicuramente l’effetto di portare ancor più astensionismo e voti in favore del M5S, che non ha nessun impresentabile e che concorre ovunque in solitaria dando così l’impressione di cercare, con l’ingenuità e l’inesperienza che lo contraddistingue, un taglio con la vecchia politica, e, dove corre da sola, della Lega.

La domanda, solita, consueta e fatta più volte, che però non si può non ripetere, in particolare nel caso di De Luca, è se, nello spirito del rinnovamento della politica, della pulizia, dei volti nuovi siano essi giovani o vecchi, non vi fosse davvero un sostituto bravo, valido, competente, meritevole e senza i problematici trascorsi con effetto sul presente che ora si devono affrontare, pur non sapendo chiaramente come? Non c’era proprio nessuno tale da non dar adito a feroci critiche da parte degli oppositori? Da non dare agli attenti votanti la sensazione che nulla è cambiato, azzerando quel po’ di fiducia e speranza che forse qualcuno ancora riponeva nella politica e nelle istituzioni?  Non si doveva remare tutti assieme verso una politica diversa, pervasiva in tutti i livelli della società, partecipativa, fatta di persone nuove lontane dai vecchi modelli, schemi, salotti, relazioni, conoscenze, gruppi di potere e via dicendo (ricordiamo l’appoggio a De Luca del sempre verde Demita, molto forte territorialmente in Campania e portatore di numerosi voti, pur essendo quasi scomparso a livello nazionale)?

Va precisato che ora si prende come caso emblematico ed estremo quello di De Luca, ma analogo ragionamento si potrebbe traslare anche su esponenti del Centrodestra o di altri partiti, eccezion fatta, forse per il M5S.

L’effetto, come abbiamo detto, sarà sicuramente un aumento di disaffezione e di astensionismo da parte di coloro che vorrebbero realmente un cambiamento, col risultato che i votanti, i quali, salvo astensionismo a livello tale da non raggiungere il quorum che non consentirebbe il governo di un singolo partito, in fin dei conti decidono, saranno coloro che dai poteri incrostati ed inamovibili, dalle burocrazie dispensatrici di elargizioni e poltrone, fino ad arrivare, in estremo, ai collusi con malavita e mafia, ricevono prebende e benefici e che pertanto non hanno alcuna volontà di perseguire il cambiamento, che, a differenza degli onesti ed ormai stufi di una politica indecente che li ha spinti ha rinunciare al diritto-dovere civico di espressione del voto, per costoro difensori dello status quo, non sarebbe altro che perdita di rendita.

Sembra scontato, ma il cambiamento rispetto ad una situazione persistente e viziata si ottiene solo e soltanto con la volontà e l’impegno concreto, per i più mai realmente esistiti, dei cittadini, ma soprattutto della politica che ha potere e mezzi per agevolare o ostacolare il processo, di voltare realmente pagina.

30/05/2015
Valentino Angeletti
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Riforme, economia, alleanze: iniziano le danze per le regionali

L’approvazione alla Camera con voto segreto (334 a favore e 61 contrari) della riforma sulla legge elettorale “Italicum” e la seguente, quasi immediata, firma del presidente della Repubblica Mattarella hanno rappresentato una vittoria, un ulteriore trofeo, per Renzi. Ancora non è chiaro se questa legge, che va ricordato entrerà in vigore solo a partire dal primo luglio 2016 e varrà solo per la Camera dei Deputati in quanto di qui ad allora è nei piani del governo portare a compimento la riforma Costituzionale del Senato, consenta un reale e netto miglioramento del sistema elettorale italiano e non provochi, come accusano gli oppositori (M5s, FI, Lega, ma anche molti del PD) che sul piede di guerra sono disposti a mettere in gioco l’arma referendaria, un eccesso di concentrazione del potere.

Sicuramente il vessillo di questa riforma è pregiato soprattutto se offerto alle istituzioni europee. Tra l’altro il compimento della riforma è già stato elogiato dall’agenzia di rating Fitch (che crediamo non sia entrata nel merito della legge e delle sue implicazioni) con la motivazione che arrecherà più stabilità alla futura gestione politica dell’Italia, ma soprattutto perché apre la speranza verso una maggior concentrazione delle riforme ai temi prettamente economici che principalmente interessano le 3 sorelle del rating, i grandi fondi e le banche.

Premesso ciò ed appurata l’ennesima vittoria renziana, la situazione rimane assi complessa (i numeri nel PD si sono ulteriormente ristretti e fondamentale è stato il supporto di Scelta Civica ed NCD) soprattutto in vista della riforma costituzionale e delle elezioni, con relativa della campagna elettorale, per le regionali del 31 maggio venturo.

Sul tema della riforma della scuola il 5 maggio si è tenuto un grande sciopero, capace, come non succedeva da tempo, di riunire tutti i sindacati e sono stati aperti tavoli di dialogo per non arrivare allo scontro che in periodo elettorale tutti preferiscono evitare. Il proposito è giungere a modifiche condivise, che dovrebbero riguardare il potere conferito ai presidi e dirigenti scolastici, la stabilizzazione dei precari e le risorse pubbliche conferite agli istituti privati, anche se il premier Renzi non ha tra le sue capacità una dedizione particolare all’ascolto altrui.

Il tema economico rimane il nodo più dolente, le previsione di primavera della Commissione vedono una crescita di 0.6% per il 2015 e 1.4% per il 2016, leggermente peggiore a quella prevista da Istat e Governo (0.7%), un debito che si stabilizzerà solo nel 2016 ed un deficit al 2.5% nel 2015 e 2% nel 2016 senza tener conto dell’eventuale rimborso sulla rivalutazione delle pensione oltre 3 volte il minimo, che cifre, ancora eccessivamente ballerine, collocano in una forbice tra i 5 ed i 19 miliardi. Il tema del lavoro mantiene la sua centralità ed è la disoccupazione, che permane attorno al 12.5% con quella giovanile attorno a 43.5%, a destare più preoccupazione, anche alla luce del fatto che non si vedono contesti che consentano di invertirne la tendenza, se non di insignificanti punti decimali più dovuti a oscillazioni fisiologiche che motivate da solidi miglioramenti strutturali come la ripresa degli investimenti o dei consumi.

Evidentemente la partita per le elezioni è già iniziata e la recentissima approvazione del taglio dei vitalizi sarà un argomento che il PD di Renzi cercherà di utilizzare contro i movimenti “più anti sistema”, come M5S e Lega. L’eliminazione dei vitalizi per politici condannati in via definitiva a pene oltre i due anni di detenzione non è però immune da polemiche, in quanto con contempla il reato di abuso di ufficio e non viene applicata in caso di reintegro. FI avrebbe preferito una legge ad hoc, mentre il M5S e la Lega (che pure ha votato favorevolmente) avrebbero preferito misure più pesanti. Nonostante ciò è evidente che il mantra secondo cui si sta lottando contra la casta, contro i privilegi e le rendite di posizione, da parte del PD (in cui vi sono stati oppositori anche su questa misura) risuonerà nelle prossime settimane, essendo un argomento che senza dubbio mantiene un elevatissimo appeal tra gli elettori. Alla stregua dell’abolizione dei vitalizi, per il medesimo fine potrà essere utilizzata anche la legge sul conflitto di interessi, che il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi ha dichiarato verrà posta all’attenzione del Parlamento nelle prossime settimane (allo stato attuale parrebbe che coloro che assumessero un incarico di governo siano costretti a vendere aziende ed imprese proprie o comunque a cederne il controllo; se solo questa fosse la misura ci sarebbe da attendare una mercato floridissimo di prestanomi o l’uso smodato di parenti non di medesimo cognome).

Ovviamente non è possibile essere sempre e solo faziosi, se queste leggi, attese da anni e sempre rimandate, vengono fatte bene e correggono lapalissiane distorsioni del nostro attuale sistema, sono ben accette anche in tempo elettorale e sicuramente giustificato motivo per raccogliere consensi. Il rischio però è che per mettere in cassaforte il bottino in tempi rapidi e passare alla fase comunicativa e propagandistica, si trascuri la qualità del provvedimento, rischio che abbiamo avuto modo di veder verificarsi più e più volte.

Parallelamente all’oggettiva complessità tecnica e di bilancio di trovare una soluzione per la sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni, vi è anche il problema del consenso elettorale. Decisioni in merito hanno enorme influenza e coinvolgono un ampio bacino di elettori, molti dei quali storicamente del PD (i pensionati oltre 1’400 € lordi al mese sono generalmente dipendenti o ex del pubblico impiego), è pertanto chiaro che decisioni di limitare i rimborsi preserverebbero parzialmente il bilancio statale, ma al contempo farebbero perdere al Governo voti, contrariamente un eccesso di zelo nel rimborsare gli aventi diritto potrebbe portare problemi di bilancio, aumento del deficit e conseguente sforamento della soglia del 3% deficit/pil, ipotesi che Bruxelles non vuol neppure sentire bisbigliare, concentrati come sono a ricordarci che i conti devono essere mantenuti in ordine ed i patti rispettati.

Simili “armi” elettorali, potrebbero essere utilizzate dal governo per esorcizzare e mitigare una situazione che a livello prettamente partitico rimane difficile, tanto a destra quanto a sinistra.

La Liguria, regione storicamente votata a sostenere il PD, vede una situazione complessa per i Democratici causata dell’uscita di Sergio Cofferati dopo le tese Primarie per la scelta del candidato di partito, dalle accuse alla candidata ufficiale renziana Raffaella Paita che gli oppositori rimproverano di essere ancora in corsa nonostante sia indagata nell’ambito dell’inchiesta sui disastri meteorologici ed i mancati allarmi ed infine dalla scissione con il candidato civatiano Pastorino, che ha fatto le veci di precursore del recente abbandono da parte di Giuseppe Civati del partito, il quale corre da solo e che potrà senza dubbio drenare voti ai democratici, fungendo da primo test elettorale per una forza politica alla sinistra del PD. Il fluido contesto Dem, e le divisioni interne che permangono, pare poter porre in vantaggio l’esponente di Forza Italia al momento più rappresentativo a livello nazionale, Giovanni Toti.

In Puglia ad essere diviso ed indebolito dai contrasti interni è invece il centro destra. Sono presenti infatti due candidati di centro destra: Adriana Poli Bortone, per Forza Italia, Lega e Liberali e Francesco Schittulli, afferente alle tre liste dell’area fittiana. Sembra dunque che Michele Emiliano, ex sindaco di Bari, possa avere vita facile nonostante sia accusato di raccogliere ingressi provenienti da ogni parte politica finanche l’estrema destra, ma del resto le elezioni si vincono col cinismo ed i  numeri e non con l’etica e la morale, anche se, viste la debolezza del centro destra, per preservare l’immagine Emiliano potrebbe fare anche a meno di criticabili e dubbi sostegni.

La Toscana, altra roccaforte rossa dove si ripresenta l’uscente Enrico Rossi, non pare avere particolari problemi a riconfermare il suo colore, se non quello di dover fare i conti con un probabile incremento di elettori per Lega e M5S.

Un altro contesto complesso è quello della Campania, dove Stefano Caldoro è candidato unico per le 10 liste di centrodestra, mentre per il PD il candidato a Governatore è Vincenzo De Luca, divisivo perché si è candidato nonostante il PD avesse espresso desiderio contrario. Inoltre sono di oggi i sospetti lanciati da Saviano e dal Fatto Quotidiano su possibili infiltrazioni mafiose all’interno del PD. Come in Puglia anche in Campania la campagna acquisti del PD è pesante, ne è testimonianza l’ingresso, a sostegno dei Democratici, di Demita, che nonostante ormai fuori dalla politica nazionale, continua ad avere notevoli influenze e seguito elettorale a livello territoriale.

Assai spinosa risulta essere la region Veneta. A livello teorico la vittoria Leghista e del centrodestra dovrebbe essere scontata, ma, ancora una volta, a vantaggio del PD renziano e della candidata Alessandra Moretti (ex Bersaniana ed ora Renziana doc), vi è la scissione occorsa nella Lega tra il candidato ufficiale di Lega e FI, Luca Zaia ed il sindaco di Verona Flavio Tosi, non sostenuto da Salvini, ma che comunque ha deciso di correre in solitaria. Tale frammentazione inevitabilmente getterà numerosi dubbi nell’elettorato leghista e di CDX considerato il gran seguito che hanno sia Zaia che Tosi. Taluni potrebbero decidere di votare PD o M5S che presenta alcune idee “antisistema ed anticasta” comuni alla Lega, o, cosa ancora più probabile, potrebbero andare ad infoltire le schiere degli astensionisti.

Più canonica la situazione dell’Umbria dove pare avvantaggiata la Presidente Uscente Marini, del PD, sostenuta oltre che dai Democratici anche da SEL.

Analoga situazione nelle Marche, con l’anomalia che il Presidente PD uscente, Gian Marco Spacca, ha abbandonato il centro sinistra per il centrodestra; la sua lista Marche 2020 ha raccolto gli ingrassi di Area Popolare ed è sostenuta da FI. Il candidato PD è il giovane sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli che può confidare anche nel supporto dei Popolari-UDC.

In una situazione, che comunque vede ancora avvantaggiato il PD di Renzi, secondo solo agli astensionisti, ma del tutto fluida ed incerta e con il centrodestra che ha legato l’esito della tornata alle urne (principalmente in Toscana, Veneto, Liguria e Campania) alla tenuta e sopravvivenza del Governo, fervono le manovre ed i lavorii in vista della campagna elettorale, lustrando e preparando le “armi mediatiche” e le scoccate comunicative.

08/05/2015
Valentino Angeletti
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