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Riforma del Senato, con alle spalle il DEF su pensioni e contanti

Missione compiuta, potrebbe, a ragione, asserire il Governo Renzi, giustificando di fatto la relativa tranquillità manifestata durante la votazione dei singoli emendamenti. Il Senato infatti ha approvato a larga maggioranza, con 179 sì, 16 no, 7 astenuti, la riforma del Senato, o DDL Boschi, che annovera la giovane aretina Maria Elena, tra le figure di spicco di questa legislatura e la proietta verso posizioni di sempre maggior prestigio in un venturo esecutivo Renzi, un “curus honorum” che il Premier vorrebbe la portasse alla presidenza della Camera, che, dopo la trasformazione del Senato, assumerà potere preminente, appoggiata, pare, dal sostegno istruttivo dei mentori Giorgio Napolitano ed Anna Finocchiaro. Durante il passaggio parlamentare, che ha approvato la riforma alla Camera Alta rappresentandone di fatto un “auto-suicidio”, si è verificato l’aventino delle opposizioni, tra cui M5S, Lega e FI, che non hanno preso parte alle votazioni. All’interno della Minoranza Dem, invece, la forte opposizione che, dalle solite ed ormai poco auterovoli voci, sembrava volessero mettere a ferri ignique i palazzi romani, c’è stata la solita rassegnazione, ad esclusione dei più pugnaci Corradino Mineo, Felice Casson e qualche altro prodigo seguace. Ora, il successivo passaggio alla Camera, rappresenta poco più che una formalità, ed eventuali tentativi di bloccare la riforma potranno avvenire solo in seno al referendum confermativo, durante il quale, per finalizzare un fronte degno di rilevanza, dovrebbe creare un metlin pot politico (da SEL a Lega, da M5S a Berlusconi) che, a paragone, la contaminazione etnica delle americhe e degli USA, pare ben poca cosa. Il Senatore a Vita e Presidente Emerito Giorgio Napolitano, si è prodigato in un discorso a favore delle riforme costituzionali, al quale hanno fatto seguito aspre critiche delle opposizioni, da Berlusconi, che a suo tempo fu strenue sostenitore della rielezione di Napolitano, a Vendola, il quale ironizza piccato, come la costituzione precedente fosse stata redatta, nel 48, a firma Terracini ed ora vi sia apposta quella di Verdini (anche se va evidenziato che per il voto finale il supporto dei Verdiniani non ha costituito un fattore discriminante).

Volendo fare una considerazione su Napolitano, effettivamente va detto che ha sempre sostenuto la riforma, sia del Senato che della legge elettorale (in realtà è stato uno dei maggiori sostenitori del Governo Renzi), ma l’auspicio, o proverbiale monito, dell’ex Presidente della Repubblica era di una riforma che fosse il più possibile condivisa, come lo fu nel 48, quando parti politiche diverse ed antitetiche, intavolarono un armistizio a pro della governabilità e dell’interesse della cosa pubblica, alias cittadino. Tale riforma non pare aver conseguito la condivisione auspicata e necessaria. Gli emendamenti spesso sono andati avanti come atti di forza, ed anche il passaggio complessivo al Senato, con 179 voti, non è quella quasi unanimità che avremmo voluto vedere in una riforma così delicata e piena di implicazioni. Del reso gli scontri aspri, e verbali ed a volte quasi fisici, si sono susseguiti ed ampio è il malcontento (il M5S, Di Maio Luigi, fa notare come se fosse in vigore il nuovo Senato, Mantovani, vice governatore della Lombardia in forza a FI, indagato per appalti truccati, godrebbe di immunità e non sarebbe perseguibile).

Detto ciò il percorso della riforma del Senato pare in discesa, e sarà costituito da 24 consiglieri regionali e 21 sindaci.

Le polemiche delle opposizioni, in attesa della battaglia del referendum confermativo, si spostano sull’economia, in vista della stesura del DEF.

Le misure sotto la lente sono un paio: la riforma delle pensioni e l’innalzamento a 3000 € dell’uso del contante.

Sulle pensioni, va dato atto al Premier quando dice che prima di agire su temi delicati come le pensioni e che hanno creato tanto caos e grossi problemi in passato, è bene pensarci una volta in più prima di fare “pastrocchi”. In linea di principio nulla da eccepire, all’atto pratico invece, siamo di fronte alla necessità impellente di modificare i meccanismi pensionistici per sanare la questione degli esodati e chiarire la situazione di quei lavoratori, dipendenti, ma principalmente partite IVA ed autonomi, che si sono visti decurtare il corrispettivo ed allungare, dall’oggi al domani, la vita lavorativa di svariati anni, senza ad ora avere idea di quando sarà il loro turno per il ritiro dal lavoro, comportando per alcuni una pressione psicologica non irrilevante. Sarebbe quindi doveroso, anche senza modifiche complessive che richiedono giustamente uno studio più approfondito, mettere una pezza alle situazioni di limbo che si sono create e che gravano sulle spalle di tanti lavoratori.

L’incremento dell’uso del contate dai 1’000 ai 3’000 €, come per le pensioni del resto, ha attirato le critiche della minoranza Dem, che per bocca di Bersani rappresenta un assist all’evasione e riciclaggio. Il Governatore di Bankitalia, Visco, ha la medesima visione dell’ex segretario PD, mentre l’Agenzia delle Entrate rileva che il provvedimento potrebbe aggravare il bilancio degli istituti di credito con oneri pari a 8 bil, i quali, aggiungiamo, non è difficile che si ripercuotano sui correntisti, come spesso accaduto in passato. Per la Voce.info invece, così come per Confcommercio, il provvedimento andrebbe a vantaggio di piccole e medie imprese e degli anziani. In realtà è assai difficile pensare che un anziano possa andare a spendere 3’000 € in contati, differente sarebbe per le soglia di cui era stata avanzata l’ipotesi di 50 o 100 €. Pagamenti in contanti di 3’000 €, anche ipotizzando facoltosi turisti, peraltro avvezzi all’uso della moneta elettronica, sono sporadici e relegabili ai soli pagamenti di lavoretti domestici ed edili i quali, grazie alle agevolazioni fiscali confermate, non rendono più conveniente l’evasione. Il Premier afferma di voler allineare il valore agli altri paesi europei, come la Francia. Il punto però, è che negli altri stati europei i livelli di evasione fiscale sono decisamente più bassi e l’uso della moneta elettronica assai diffuso, se non prassi comune anche tra i più anziani e per acquisti minimali, come il pane. In Italia non v’è questa mentalità (nè possibilità, perché pagare un caffè con il bancomat spesso non è consentito dal gestore, mentre è naturale in Danimarca), ed è compito del Governo introdurla con lo scopo ultimo di combattere l’evasione. Per tali ragioni, differentemente dai limiti ridicoli di 50 o 100 €, innalzare dai 1’000 ai 3’000 € sembra portare più vantaggi a potenziali medi evasori che a sostenere il commercio; parlandoci chiaro, in pochi girano con 1’000 € in contanti per una spesa in unica soluzione, la grande evasione non è toccata da questa misura, essendo le cifre in gioco sono bel altre, quindi l’impatto complessivo pare, ad una prima analisi, limitato o con leggero vantaggio per la media evasione. Esiste invece il passo indietro sull’istruzione all’uso diffuso delle carte di pagamento, mentalità che nel cittadino italiano, ben poco digitalizzato culturalmente, è ancora lontana e che la politica, tramite l’azzeramento dei costi d’uso, gestione e mantenimento di questi strumenti e con campagne informative e pubblicitarie ad hoc, ha il compito di indirizzare. Qualche giornalista malizioso ha asserto che d’ora in poi le cene di rappresentanza di sindaci e politici possono eccedere, del triplo, il “millino”.

 

14/10/2015
Valentino Angeletti
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Politica: tra riforme del Senato e dell’Italicum. Economia: tra dati interni e trend globale

Queste poche settimane dalla riaperture dei lavori parlamentari, dopo la lunga pausa estiva, paiono essere quelle più delicate per la legislatura.

Si pensava che, come accaduto in successione ai Governi Berlusconi, Monti e Letta, fossero le questioni economiche a poter mettere in crisi l’Esecutivo, anche alla luce del fatto che, nonostante le ormai note congiunture macro favorevoli, ma al contempo transeunte, costituite dai QE di Draghi, il prezzo del petrolio basso, i tassi ai minimi che avrebbero dovuto favorire la richiesta di prestiti ed i consumi, con l’auspicio inesaudito di far ripartire l’edilizia, il settore maggiormente colpito dalla crisi nonché quello in grado di generare più indotto, un Euro debole a tutto vantaggio dell’export, una vera ripartenza dei consumi, dell’occupazione, del mercato interno e di quello immobiliare non si era verificata; le condizioni sociali permangono molto delicate, il livello di tassazione, nonostante gli sforzi del Governo, altissimo, la spending review è ancora solo un buon proposito, ed il numero di poveri, o di quelli sulla soglia di povertà, in costante crescita.

Invece, ad essere il maggior elemento di rischio per l’Esecutivo Renzi, ripetendo una consuetudine tipica del nostro paese, sono questioni prettamente politiche. Tra l’altro, il passaggio più delicato arriva proprio in concomitanza della diffusione di dati economici in miglioramento, da parte sia di organismi internazionali (OCSE), sia da parte del MEF di Padoan.

Le questioni che potrebbero essere la scintilla della crisi sono le riforme istituzionali, non più solo quella del Senato, ma è ritornata prepotentemente alla ribalta anche quella sulla legge elettorale, non senza collegamenti rispetto alla prima. Ovviamente rimane una costante, usuale per l’attuale Governo, la tensione con i sindacati sul diritto di sciopero, jobs act, diritti dei lavoratori, pensioni e previdenza, continua, in una lotta che, ambedue le parti commettendo evidenti errori, stentano, volenti o nolenti, a raffreddare, e che genera attriti anche all’interno dello stesso PD. Quello dell’assemblea sindacale che ha bloccato il Colosseo è solo l’ultimo macro episodio tra tanti.

Nonostante le certezze del Ministro Boschi, che si dice sicura che i numeri in Senato per consentire il passaggio della riforma sulla seconda Camera siano forti, non sembra così sentendo, con orecchio oggettivo, le altre campane. Il M5S la trova una pessima riforma, mettendo in luce il rischio di conferire l’immunità ad una pletora di indagati, che in tal modo risulterebbero non più perseguibili per il periodo del loro mandato, in forza dell’immunità parlamentare. FI si è detta assolutamente intenzionata a non votare la riforma, così come la Lega di Salvini. I fuori usciti dal Partito Democratico osteggeranno ovviamente il provvedimento, ma è all’interno del PD che vi sono le crepe più profonde. Esse riguardano l’Articolo 2, che la Minoranza Dem vorrebbe modificare per reintrodurre il Senato elettivo da parte dei cittadini, meccanismo che, secondo la riforma, scomparirebbe, a vantaggio della nomina di componenti all’interno delle presidenze di Regione. Proprio quando un accordo sembrava poter essere concluso tra la sfera Renziana e la minoranza Dem, grazie all’espediente di modifica del comma 5 dell’Art. 2 che, non costituendo emendamento, avrebbe potuto consentire un passaggio parlamentare spedito, sì è pronunciato, contrapponendosi alle parole di ottimismo della Boschi, Pierluigi Bersani, ancora tremendamente attaccato alla nostalgica unità di un partito che di unitario ha rimasto ben poco (e da illo tempore), affermando che, qualora non lo si fosse capito, la posizione dei “dissidenti” Dem è quella di avere un Senato elettivo; non sono concesse deroghe a questa prerogativa. Al piacentino ha risposto il braccio destro di Renzi, Lorenzo Guerini, dicendo che si auspica che quello di Bersani non sia un tentativo di ricominciare tutto da capo e confermando la disponibilità al confronto, ma senza accettare veti, il che, parafrasando “ab lingua renzianorum” vuol dire: “parliamo pure un’oretta, ma poi facciamo come ha già deciso”. Anche all’interno della coalizione di Governo, non è scontato il supporto di NCD, circa 15 componenti potrebbero opporsi alla modifica. Alla luce di ciò, i voti dei Verdiniani non sembrano sufficienti a blindare il passaggio della riforma del Senato, inoltre esiste anche la spada di Damocle dell’interpretazione del Presidente Grasso, che potrebbe decidere, invece che per una votazione parlamentare complessiva sulla riforma,  di procedere votando ogni singolo emendamento, il che significherebbe, dato l’ammontare delle modifiche presentate, in particolare dalla Lega, bloccare di fatto la riforma.

In questo dedalo di delicati rapporti di forza, rientra prepotentemente in auge l’Italicum, in particolare come pedina di scambio. La minoranza Dem potrebbe essere interessata al conferimento del premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista, mentre NCD ad un innalzamento della soglia di sbarramento. Una sorta di baratto per consentire un maggior potere ad alcuni partiti, tramite modifiche tecniche, ma dalle conseguenze politiche, all’impianto, in cambio di un supporto per la modifica del Senato. Come vediamo, proprio adesso che si sente tanto disquisire di sharing economy, la nostra politica, tornando al baratto ed allo scambio, la sta già collaudando (poi si dice che i politici sono retrogradi e vetusti, quando mai! Se l’interesse richiede innovazione, sanno essere più innovatori degli start-uppers della Silicon Valley!).

Domani (lunedì 21), in occasione della Direzione del Partito Democratico, sarà una giornata decisiva per capire come evolverà lo scenario e se i dissidenti del PD si faranno, come accaduto fino ad ora, chiudere all’angolo e dovranno capitolare, o se faranno la voce grossa. Nell’ultimo caso se volessero dare il loro fondamentale contributo per arrivare a nuove elezioni, non potranno non scindersi e dovranno intessere contatti ed aggregazioni all’uopo con M5S, FI e Lega.

Come detto precedentemente, qualche dato economico svolta in positivo: il pil è stato rivisto al rialzo, per il 2015 dallo 0.7% allo 0.9%, e dall’1.4% all’1.6% per il 2016; la disoccupazione è prevista leggermente in calo dal 12.6% al 12%; il debito dovrebbe anch’esso scendere dal 132.6% a circa il 131.8%; si attendono 12 miliardi, utili per scongiurare le clausole di salvaguardia, dalla lotta all’evasione e si attende maggior flessibilità europea, consentendo di arrivare al 2.2% nel rapporto deficit/pil anziché all’1.8% da piano di rientro, liberando così circa 6 miliardi, ma ciò costringendo ad innalzare il deficit ed a rimandare ancora una volta il pareggio di bilancio, spostato al 2018. Questi ultimi provvedimenti, riportati nel Def, dovranno essere vagliati dalla UE a metà ottobre, e non è automatico che vengano accettati, conoscendo l’attaccamento Europeo ai parametri, anche se la tragedia dei migranti viene tristemente a supporto delle richieste di maggior flessibilità.

L’errore che la politica non deve commettere è concentrarsi, crogiolandosi con questi dati, solo sulle riforme istituzionali, perché, se pure si potrebbe dire che l’Italia sia migliorata nei parametri, la situazione globale è in rallentamento e poco serve un lieve miglioramento italiano in un contesto in frenata. A fare monito di ciò è stato anche il G20, che vede rischi nel rallentamento delle economia emergenti (il Pil globale è stato rivisto al ribasso), a cominciare da Brasile (dove  per la recessione molti avanzano la necessità di dimissioni della Presidente Blanchè) e Cina (alle prese con una crisi finanziare profonda), con il conseguente calo di consumi globali, e nella fattispecie di materie prime non energetiche. Anche le odierne elezioni Greche devono mantenere alta la tensione, perché, nonostante il silenzio di queste ultime settimane, rimangono importanti per delineare il destino europeo.

Come si è spesso detto quindi, va bene stare attenti al nostro piccolo giardino privato, ma senza mai abbassare lo sguardo da un orizzonte ben più lontano e travolgente, tremendamente connesso ai fatti di casa nostra ed influente per la nostra economia.

20/09/2015
Valentino Angeletti
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Ripresa dei lavori parlamentari: riforme costituzionali al centro, non senza la consueta possibilità di imboscate

Non sono ancora entrati a pieno regime i lavori parlamentari e già si affilano le armi per le “battaglie” che di qui al 15 di ottobre andranno a configurarsi. Il 15 del prossimo mese è stata definita come data limite entro la quale il Premier ha intenzione di porre la parola fine alle riforme del Senato e dei diritti civili, ambedue questioni assai spinose e che rischiano di gettare altro scompiglio, in aggiunta a quello già presente, all’interno del PD e della maggioranza trasversale di Governo, principalmente tra la parte di Renzi e quella del NCD.

Se la riforma dei diritti civili può rappresentare uno scoglio tra PD, e più in generale tra la sinistra, ed il NCD, storicamente più votato alla concezione, per così dire classica, della famiglia, la riforma costituzionale del Senato è un grosso ostacolo che prevarica i confini prettamente partitici, anzi, si insinua forse con maggior forza proprio all’interno del partito di maggioranza: il PD.

L’Ex Segretario PD, Bersani, esponente dell’area moderatamente dissidente, in quanto critico senza contemplare affatto l’ipotesi di una sua uscita dal PD, nè tanto meno quella di una più profonda scissione, ha dichiarato che non debbano esistere linee di Partito e che ognuno, in un tema delicato come quello della riforma costituzionale, debba votare secondo coscienza, come crede. Antipodico, invece, è il pensiero del Premier, nonché segretario PD, Renzi, il quale ha sempre sostenuto di essere disponibile al dialogo ed al confronto, ma ha anche sovente dimostrato di non scostarsi facilmente (per non dire mai) dalle sue posizioni, ed infatti la conclusione della locuzione che gli appartiene: “si discute e ci si confronta” risulta essere: “ma poi decido”, come è stato possibile verificare in ben più di una occasione. Per Renzi, appunto, è possibile discutere, ma poi il Partito, una volta deciso, dovrebbe muoversi unito ed all’unisono. Il grosso problema di queste differenti vedute è che la minoranza DEM e l’ala renziana sono discordi su un punto qualificante la riforma, l’unico per il Premier e la sua compagine davvero nè modificabile nè discutibile. Si tratta dell’Articolo 2, cioè dell’elettività o meno dei membri del nuovo Senato che, per come è configurato l’attuale impianto, risulterebbe principalmente di nominati dai partiti. Il rischio, a detta dell’ex sindaco fiorentino, è di dover ripartire daccapo con l’iter parlamentare, cosa che non è necessariamente vera. Il passato ha mostrato come la determinazione di Renzi sia ben più potente rispetto a quella di una minoranza di cui non sono chiare ne prospettive, nè intenzioni, ma stavolta anche la minoranza interna ai democratici sembra convinta ed unita a non mollare, vuole assolutamente che il Senato rimanga elettivo.

Paradossalmente vi è più apertura, circa l’impianto della nuova legge elettorale, con il fronte del NCD e di FI, principalmente interessati a rivedere il meccanismo di premio di maggioranza che conferirebbe un premio ai partiti tosto che alla coalizione, che con il PD stesso.

Il Premier ed il Ministro Boschi si sono detti certi di avere i numeri in Senato per portare a compimento i vari disegni di riforma, affermazione apostrofata come falsa secondo Romani, portavoce di FI. Questo punto è di fondamentale importanza perché, a meno di imboscate sempre possibili anche tra le file NCD (alcuni parlamentari NCD secondo talune testate sarebbero già pronti ad opporsi in merito alla riforma del Senato), potrebbe essere utilizzato come pedina di scambio da parte di NCD e FI per appoggiare Renzi sulla stessa riforma del Senato.

Senza sostegno di NCD e FI e con una compatta linea della minoranza Dem, il Premier Renzi potrebbe davvero essere in difficoltà a mantenere la maggioranza parlamentare (anzi, non raggiungerebbe il numero minimo), anche con l’appoggio, in questa fase fondamentale, della fronda fuoriuscita da FI dei Verdiniani. Nel caso di evidente insufficienza della maggioranza, ma anche qualora la maggioranza non fosse così forte, potrebbe subentrare Matterella, dettosi intenzionato alla protezione della costituzione, e richiedere una verifica della reale sussistenza di una maggioranza di Governo. Napolitano invece, ex presidente della Repubblica, lanciando un suo proverbiale monito, ha invece rimarcato l’importanza di portare a compimento la riforma, spalleggiando, come fatto costantemente durante il suo mandato, Renzi.

Per i dissidenti DEM e per tutti coloro, M5S e Civati inclusi, che potrebbero avere interesse, più o meno manifestato in passato, nel far cascare il Governo ed andare a nuove elezioni, questa fase di ripartenza parlamentare rappresenta l’occasione giusta. Inoltre, anche il fatto di una possibile necessità dei Verdiniani per l’approvazione delle riforme, è indubbiamente un’arma nelle mani della minoranza DEM che potrebbe, una volta in più,  rimarcare la distorsione che, internamente al PD, è da tempo evidente e della quale alcuni hanno già preso atto, mentre altri si ostinano a non voler digerire o metabolizzare, radicati ad un concetto di partito ormai obsoleto e non più ripercorribile, almeno sotto questa dirigenza.

In ultimo, non va dimenticato che le riforme costituzionali sono decisamente importanti, ma, volendo riportare l’attenzione sulle questioni più concrete e sottolineate in contesti europei, andrebbero affrontate con estrema urgenza anche le riforme economiche per sfruttare le ormai tanto menzionate congiunture macro positive e non perdere ulteriore tempo.

09/09/2015
Valentino Angeletti
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Direzione PD, master plan per il mezzogiorno, riforma del Senato ed urne…

Anche se non è solito lasciar trasparire preoccupazione, ed infatti tale atteggiamento è confermato dalle parole all’ultima direzione PD che riportano di numeri certi per fare approvare le riforme, in particolare quella del Senato, al Premier Renzi non mancheranno certo pensieri e dubbi durante la pausa estiva dell’attività parlamentare.

Durante la direzione PD i temi dominanti sono stati sostanzialmente due: il faraonico piano di investimenti previsto per il sud, incentrato tutto si un “master plan” la cui presentazione è programmata a settembre; e le riforme istituzionali, principalmente quella del Senato della Repubblica, seconda Camera del sistema bicamerale italiano.

Riguardo al piano di investimenti, che includerebbe (ma è ancora tutto etereo, e lo sarà fino alla presentazione del “master plan”) la TAV fino a Bari ed in Calabria, il riassetto infrastrutturale ed investimenti in opere di ammodernamento e riqualificazioni varie. L’ammontare complessivo è incredibile, nel senso letterale del termine, sarebbero infatti previsti 100 miliardi. Evidentemente il Governo non ha, nè avrà mai, la disponibilità di questi denari. Non ne ha avuti per sistemare la questione del blocco delle pensioni, non ne ha per quella degli stipendi pubblici, solo per fare un paio di esempi, ha in programma di tagliare di 50 mld in 3 anni le tasse e contemporaneamente deve operare per scongiurare l’aumento IVA e delle accise, parte delle clausole di salvaguardia che entreranno in vigore se gli introiti erariali ed i risparmi statali si dimostrassero più scarni di quanto stimato in fase di redazione del DEF. Questi 100 miliardi dovrebbero pervenire da risorse e fondi europei bloccati e non spesi. Da qui la prima domanda sul perché, alla luce dell’arretratezza in vari settori del nostro paese, della dannata necessità di investimenti e riqualificazioni, della condizione a rischio deindustrializzazzione ed impoverimento perenne del nostro sud, non si siano spesi prima. La seconda questione è se, effettivamente, questi fondi siano ancora disponibili, in quanto di norma l’Europa tende a riprendere le risorse non spese entro un determinato periodo di tempo. Effettivamente la somma, più che ottimistica, pare essere esagerata e sproporzionata e difficilmente si ritiene possa essere davvero messa sul piatto, fermo restando che ce lo auguriamo di cuore, perché, per rimettere in sesto l’Italia, quelle sono le cifre in gioco e non qualche miliardo (che pure lo Stato italiano non può permettersi di spendere).

Il tema che però dovrebbe destare più preoccupazioni al Premier, è legato al tema della riforma del Senato della Repubblica. Sono state presentati dalle opposizioni e dalla minoranza DEM ben 513’450 emendamenti. Di questi 510’293 della lega nord, 1’075 da FI, 194 dal M5S, 63 dai Senatori PD, 17 dalla minoranza DEM. Un record, evidentemente con l’intento di bloccare l’iter legislativo e con la minaccia della Lega (Calderoli), qualora non si modifichi il testo proposto, di avere già pronti 6.5 milioni di emendamenti per impedire il percorso del testo. Il punto cardine della questione è l’elettività o meno della seconda Camera, infatti mentre il testo del Governo propone sostanzialmente un Senato nominato, le opposizioni non vogliono rinunciare all’elettività dei Senatori da parte dei cittadini. Il Premier Renzi ed i suoi sostenitori, tra cui i vicesegretari Serracchiani e Guerini e Zanda, si sono detti aperti al dialogo, al confronto con tutti ed al recepimento di alcune modifiche, fermo restando che non si debba snaturare l’impianto base; che, parafrasando dal lessico renziano, significa, come del resto è solito dire apertamente, che si discute con tutti ma poi si decide, e di norma a decidere è sempre e solo uno: il Premier.

Anche FI si è detta aperta alla discussione puntuale in tema di riforme ed all’eventuale sostegno al Governo, ma sul nodo del Senato, come dimostrano inconfutabilmente i 1’075 emendamenti se non bastassero le parole di Toti, FI non è allineata col Governo e non dovrebbe dare il proprio supporto. Una Nuova edizione del Nazareno pare, in questa fase, non verosimile.

Lega e M5S si oppongono strenuamente, asserendo che la Camera derivante dall’Italicum  sarà già popolata in maggior parte da nominati e che pertanto il Senato debba essere completamente elettivo.

Il nodo più ostico per il Governo, e per Renzi nella fattispecie, proviene però, e come al solito vista l’inesistenza di un fronte di opposizione in grado do coordinarsi per impensierire il Premier, dall’interno del PD che ha già tentato di frapporsi tra il Governo e la nomina dei vertici Rai, senza successo. Questa volta, nonostante il Prmier continui a ribadire di avere i numeri, le cose sembrerebbero essere differenti, se non altro perché è possibile una grande coalizione trasversale, tra opposizioni e frangia interna del PD, per affossare la riforma del Senato. Ovviamente ciò presuppone un dialogo trasversale, a cui il M5S deve cedere.

Allo stato attuale, stando a quanto riportato sui quotidiani, i senatori favorevoli al testo del Governo sarebbero 154, contro i 166 contrari, dei quali, e fanno la differenza, 28 della minoranza DEM  (totale 320 a cui si aggiunge il Presidente del Senato, Pietro Grasso, che non vota). I numeri per il Governo sembrano quindi non esserci e non risulta sufficiente l’appoggio del gruppo Verdiniano ALA.

Qualora la Riforma del Senato venisse bloccata e non andasse definitivamente in porto è prevedibile una crisi di Governo che potrebbe portare direttamente alla urne. Il Premier stesso ha affermato in più di una occasione, che il Governo sta in piedi per andare avanti spedito sulle riforme, quando questa condizione venisse meno le urne sarebbero la diretta ed immediata conseguenza.

Le opposizioni quindi hanno, volendo, la concreta opportunità di tornare al voto nel giro di pochi mesi (forse in un election dai con le amministrative del 2016) e l’ago della bilancia potrebbero proprio essere i “dissidenti” del PD. Mandare a casa il governo e sfidarlo alle urne è la missione dichiarata del M5S, più volte ripetuta, ma coi fatti mai perseguita, neppure quando ne avrebbero avuto l’opportunità. La vera domanda però, la cui più probabile risposta tranquillizza, e non poco, Renzi, è chi sia davvero interessato ad andare immediatamente alla Urne, quindi con questa legge elettorale.

Il M5S non disdegna un “Consultellum”, ma via via che si delineava l’Italcum ed i sondaggi davano il loro responso, la nuova legge elettorale è diventata sempre più conveniente per i “Grillini” che per tale ragione potrebbero aver gioco nel non forzare troppo la mano. In ogni caso, qualora volessero mandare sotto il Governo, dovrebbero dialogare ed allearsi quantomeno con la minoranza DEM e probabilmente far fronte comune, per l’obiettivo condiviso delle elezioni, con FI.

Lato opposizioni destrorse, la riorganizzazione del CDX non è ancora avvenuta, anzi con l’uscita di Verdini FI e la scissione con Fitto, il Centro Destra si è ulteriormente indebolito in favore di quel Centro-Sinistra, col trattino in mezzo, che poco piace ai nostalgici della “ditta PD”.

Infine c’è la Minoranza DEM, di fronte al dilemma ed al quesito atavico sul dove inserirsi e sul loro destino qualora cadesse il Governo. Evidentemente, a seguito della caduta dell’Esecutivo, i dissidenti, volenti o nolenti, non potrebbero rimanere nel PD di Renzi, ed allora dovrebbero allocarsi altrove (Sel, Possiamo ecc) con un numero di posti disponibili al Senato ed alla Camera decisamente ridotti.

Tirando le somme, colui che da immediate elezioni potrebbe paradossalmente uscirne l’unico davvero rafforzato, è il solo che al momento non ha interesse esplicito ad andare alla urne, cioè Renzi.

Ora le opposizioni ed i dissidenti avranno tutta l’estate per riflettere, chissà che consiglio porteranno loro le infuocate notti agostane.

08/08/2015
Valentino Angeletti
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Riforme, economia, alleanze: iniziano le danze per le regionali

L’approvazione alla Camera con voto segreto (334 a favore e 61 contrari) della riforma sulla legge elettorale “Italicum” e la seguente, quasi immediata, firma del presidente della Repubblica Mattarella hanno rappresentato una vittoria, un ulteriore trofeo, per Renzi. Ancora non è chiaro se questa legge, che va ricordato entrerà in vigore solo a partire dal primo luglio 2016 e varrà solo per la Camera dei Deputati in quanto di qui ad allora è nei piani del governo portare a compimento la riforma Costituzionale del Senato, consenta un reale e netto miglioramento del sistema elettorale italiano e non provochi, come accusano gli oppositori (M5s, FI, Lega, ma anche molti del PD) che sul piede di guerra sono disposti a mettere in gioco l’arma referendaria, un eccesso di concentrazione del potere.

Sicuramente il vessillo di questa riforma è pregiato soprattutto se offerto alle istituzioni europee. Tra l’altro il compimento della riforma è già stato elogiato dall’agenzia di rating Fitch (che crediamo non sia entrata nel merito della legge e delle sue implicazioni) con la motivazione che arrecherà più stabilità alla futura gestione politica dell’Italia, ma soprattutto perché apre la speranza verso una maggior concentrazione delle riforme ai temi prettamente economici che principalmente interessano le 3 sorelle del rating, i grandi fondi e le banche.

Premesso ciò ed appurata l’ennesima vittoria renziana, la situazione rimane assi complessa (i numeri nel PD si sono ulteriormente ristretti e fondamentale è stato il supporto di Scelta Civica ed NCD) soprattutto in vista della riforma costituzionale e delle elezioni, con relativa della campagna elettorale, per le regionali del 31 maggio venturo.

Sul tema della riforma della scuola il 5 maggio si è tenuto un grande sciopero, capace, come non succedeva da tempo, di riunire tutti i sindacati e sono stati aperti tavoli di dialogo per non arrivare allo scontro che in periodo elettorale tutti preferiscono evitare. Il proposito è giungere a modifiche condivise, che dovrebbero riguardare il potere conferito ai presidi e dirigenti scolastici, la stabilizzazione dei precari e le risorse pubbliche conferite agli istituti privati, anche se il premier Renzi non ha tra le sue capacità una dedizione particolare all’ascolto altrui.

Il tema economico rimane il nodo più dolente, le previsione di primavera della Commissione vedono una crescita di 0.6% per il 2015 e 1.4% per il 2016, leggermente peggiore a quella prevista da Istat e Governo (0.7%), un debito che si stabilizzerà solo nel 2016 ed un deficit al 2.5% nel 2015 e 2% nel 2016 senza tener conto dell’eventuale rimborso sulla rivalutazione delle pensione oltre 3 volte il minimo, che cifre, ancora eccessivamente ballerine, collocano in una forbice tra i 5 ed i 19 miliardi. Il tema del lavoro mantiene la sua centralità ed è la disoccupazione, che permane attorno al 12.5% con quella giovanile attorno a 43.5%, a destare più preoccupazione, anche alla luce del fatto che non si vedono contesti che consentano di invertirne la tendenza, se non di insignificanti punti decimali più dovuti a oscillazioni fisiologiche che motivate da solidi miglioramenti strutturali come la ripresa degli investimenti o dei consumi.

Evidentemente la partita per le elezioni è già iniziata e la recentissima approvazione del taglio dei vitalizi sarà un argomento che il PD di Renzi cercherà di utilizzare contro i movimenti “più anti sistema”, come M5S e Lega. L’eliminazione dei vitalizi per politici condannati in via definitiva a pene oltre i due anni di detenzione non è però immune da polemiche, in quanto con contempla il reato di abuso di ufficio e non viene applicata in caso di reintegro. FI avrebbe preferito una legge ad hoc, mentre il M5S e la Lega (che pure ha votato favorevolmente) avrebbero preferito misure più pesanti. Nonostante ciò è evidente che il mantra secondo cui si sta lottando contra la casta, contro i privilegi e le rendite di posizione, da parte del PD (in cui vi sono stati oppositori anche su questa misura) risuonerà nelle prossime settimane, essendo un argomento che senza dubbio mantiene un elevatissimo appeal tra gli elettori. Alla stregua dell’abolizione dei vitalizi, per il medesimo fine potrà essere utilizzata anche la legge sul conflitto di interessi, che il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi ha dichiarato verrà posta all’attenzione del Parlamento nelle prossime settimane (allo stato attuale parrebbe che coloro che assumessero un incarico di governo siano costretti a vendere aziende ed imprese proprie o comunque a cederne il controllo; se solo questa fosse la misura ci sarebbe da attendare una mercato floridissimo di prestanomi o l’uso smodato di parenti non di medesimo cognome).

Ovviamente non è possibile essere sempre e solo faziosi, se queste leggi, attese da anni e sempre rimandate, vengono fatte bene e correggono lapalissiane distorsioni del nostro attuale sistema, sono ben accette anche in tempo elettorale e sicuramente giustificato motivo per raccogliere consensi. Il rischio però è che per mettere in cassaforte il bottino in tempi rapidi e passare alla fase comunicativa e propagandistica, si trascuri la qualità del provvedimento, rischio che abbiamo avuto modo di veder verificarsi più e più volte.

Parallelamente all’oggettiva complessità tecnica e di bilancio di trovare una soluzione per la sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni, vi è anche il problema del consenso elettorale. Decisioni in merito hanno enorme influenza e coinvolgono un ampio bacino di elettori, molti dei quali storicamente del PD (i pensionati oltre 1’400 € lordi al mese sono generalmente dipendenti o ex del pubblico impiego), è pertanto chiaro che decisioni di limitare i rimborsi preserverebbero parzialmente il bilancio statale, ma al contempo farebbero perdere al Governo voti, contrariamente un eccesso di zelo nel rimborsare gli aventi diritto potrebbe portare problemi di bilancio, aumento del deficit e conseguente sforamento della soglia del 3% deficit/pil, ipotesi che Bruxelles non vuol neppure sentire bisbigliare, concentrati come sono a ricordarci che i conti devono essere mantenuti in ordine ed i patti rispettati.

Simili “armi” elettorali, potrebbero essere utilizzate dal governo per esorcizzare e mitigare una situazione che a livello prettamente partitico rimane difficile, tanto a destra quanto a sinistra.

La Liguria, regione storicamente votata a sostenere il PD, vede una situazione complessa per i Democratici causata dell’uscita di Sergio Cofferati dopo le tese Primarie per la scelta del candidato di partito, dalle accuse alla candidata ufficiale renziana Raffaella Paita che gli oppositori rimproverano di essere ancora in corsa nonostante sia indagata nell’ambito dell’inchiesta sui disastri meteorologici ed i mancati allarmi ed infine dalla scissione con il candidato civatiano Pastorino, che ha fatto le veci di precursore del recente abbandono da parte di Giuseppe Civati del partito, il quale corre da solo e che potrà senza dubbio drenare voti ai democratici, fungendo da primo test elettorale per una forza politica alla sinistra del PD. Il fluido contesto Dem, e le divisioni interne che permangono, pare poter porre in vantaggio l’esponente di Forza Italia al momento più rappresentativo a livello nazionale, Giovanni Toti.

In Puglia ad essere diviso ed indebolito dai contrasti interni è invece il centro destra. Sono presenti infatti due candidati di centro destra: Adriana Poli Bortone, per Forza Italia, Lega e Liberali e Francesco Schittulli, afferente alle tre liste dell’area fittiana. Sembra dunque che Michele Emiliano, ex sindaco di Bari, possa avere vita facile nonostante sia accusato di raccogliere ingressi provenienti da ogni parte politica finanche l’estrema destra, ma del resto le elezioni si vincono col cinismo ed i  numeri e non con l’etica e la morale, anche se, viste la debolezza del centro destra, per preservare l’immagine Emiliano potrebbe fare anche a meno di criticabili e dubbi sostegni.

La Toscana, altra roccaforte rossa dove si ripresenta l’uscente Enrico Rossi, non pare avere particolari problemi a riconfermare il suo colore, se non quello di dover fare i conti con un probabile incremento di elettori per Lega e M5S.

Un altro contesto complesso è quello della Campania, dove Stefano Caldoro è candidato unico per le 10 liste di centrodestra, mentre per il PD il candidato a Governatore è Vincenzo De Luca, divisivo perché si è candidato nonostante il PD avesse espresso desiderio contrario. Inoltre sono di oggi i sospetti lanciati da Saviano e dal Fatto Quotidiano su possibili infiltrazioni mafiose all’interno del PD. Come in Puglia anche in Campania la campagna acquisti del PD è pesante, ne è testimonianza l’ingresso, a sostegno dei Democratici, di Demita, che nonostante ormai fuori dalla politica nazionale, continua ad avere notevoli influenze e seguito elettorale a livello territoriale.

Assai spinosa risulta essere la region Veneta. A livello teorico la vittoria Leghista e del centrodestra dovrebbe essere scontata, ma, ancora una volta, a vantaggio del PD renziano e della candidata Alessandra Moretti (ex Bersaniana ed ora Renziana doc), vi è la scissione occorsa nella Lega tra il candidato ufficiale di Lega e FI, Luca Zaia ed il sindaco di Verona Flavio Tosi, non sostenuto da Salvini, ma che comunque ha deciso di correre in solitaria. Tale frammentazione inevitabilmente getterà numerosi dubbi nell’elettorato leghista e di CDX considerato il gran seguito che hanno sia Zaia che Tosi. Taluni potrebbero decidere di votare PD o M5S che presenta alcune idee “antisistema ed anticasta” comuni alla Lega, o, cosa ancora più probabile, potrebbero andare ad infoltire le schiere degli astensionisti.

Più canonica la situazione dell’Umbria dove pare avvantaggiata la Presidente Uscente Marini, del PD, sostenuta oltre che dai Democratici anche da SEL.

Analoga situazione nelle Marche, con l’anomalia che il Presidente PD uscente, Gian Marco Spacca, ha abbandonato il centro sinistra per il centrodestra; la sua lista Marche 2020 ha raccolto gli ingrassi di Area Popolare ed è sostenuta da FI. Il candidato PD è il giovane sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli che può confidare anche nel supporto dei Popolari-UDC.

In una situazione, che comunque vede ancora avvantaggiato il PD di Renzi, secondo solo agli astensionisti, ma del tutto fluida ed incerta e con il centrodestra che ha legato l’esito della tornata alle urne (principalmente in Toscana, Veneto, Liguria e Campania) alla tenuta e sopravvivenza del Governo, fervono le manovre ed i lavorii in vista della campagna elettorale, lustrando e preparando le “armi mediatiche” e le scoccate comunicative.

08/05/2015
Valentino Angeletti
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Brutti dati e brutta politica spingono ad una “violenta” denuncia

Che la situazione italiana sia complessa dal punto di vista politico ed economico è superfluo ripeterlo per l’ennesima volta, ma ora, nonostante la tendenza a minimizzare sui dissidi politici da parte del Governo ad iniziare da Renzi e Delrio, si è arrivati ad una svolta preoccupante.

Il Governo è stato battuto nella votazione a scrutinio segreto (qui si disse che avrebbe portato questo genere di problemi) in merito ad un emendamento presentato dalla Lega. Il caos ha regnato in Senato con le proteste animate da Lega ed M5S tanto da dover sospendere la seduta a seguito di indegni episodi di urla e spinte che sono costate una presunta lussazione alla spalla per l’esponente NCD Bianconi, trasportata in ospedale. Grasso ha dovuto minacciare addirittura l’intervento dei custodi che svolgono funzione di polizia per ripristinare l’ordine. Il voto riporta alla memoria i 101 franchi tiratori del PD che “impallinarono” Prodi alle scorse elezioni del Presidente della Repubblica e che forse hanno altamente contribuito a generare le condizione al contorno per questa situazione di stallo.
Tale episodio segue l’allarme di Cottarelli sulla Spending Review (spending review LINK-30/07/14, LINK-22/01/14, LINK-15/02/14), il cui fine ultimo avrebbe dovuto essere la riduzione del carico fiscale (ai massimi mondiali in Italia) e del debito (tendente al 137%).
Il Commissario ha fatto notare in riferimento alla coperture, individuate ex ante nella revisione della spesa, di 1.6 mld € per alcuni pensionamenti nel settore pubblico a rimedio degli effetti collaterali della Legge Fornero, che se si continua spendere basandosi sulle previsione (neanche sui dati reali) della Spending Review gli obiettivi di riduzione fiscale non potranno essere raggiunti, né tanto meno quelli di riduzione del debito. Ricordiamo che il taglio e l’ottimizzazione della spesa sono giustamente un cavallo di battaglia a partire dall’Esecutivo Monti sempre confermato nei governi seguenti e che l’Europa chiede pressantemente dati certi e numeri chiari su questo spinoso tema che costa al paese circa 800 mld annui di cui 300 mld comprimibili fin da subito. Ricordiamo anche che il Commissario non ha alcuno potere esecutivo rispetto ai report ed alle azioni che propone, l’implementazione spetta alla politica declassando il commissario a consulente e proprio questo è il nodo cruciale.

Verissimo come dice il Premier Renzi che, considerando la probabile uscita di Cottarelli, la Spending Reviw si po’ fare ugualmente. Ciò vale però solo se c’è quella volontà mancata fino ad ora e non sarà un altro commissario a procurarla, ma è richiesto che i partiti si decidano e si accordino su dove agire immediatamente.
Nessun commissario, a meno di non conferirgli potere attuativo che ridurrebbe il potere della politica su decisione della politica stessa, cosa che sinceramente non si è mai vista, potrà fare più di quanto fatto da Bondi o Cottarelli, del resto ormai i capitoli di spesa da tagliare sono ben noti (aziende municipalizzate, pubbliche, centri di costo, sanità, regioni, province, politica, alcune forme di incentivi e sovvenzioni ecc) e forse la necessità di un commissario speciale non è più giustificata, serve invece la voglia di tagliare e fin da subito il che vuol dire scontentare qualcuno. Più i risparmi, quindi le somme attualmente spese, sono ingenti più si va in alto nella catena del comando e più e difficile tagliare questo ramo infetto proprio a causa della chioma di potere ed influenza che lo ricopre.

Oltre a queste vicende al confine tra politica ed economia arrivano le questioni prettamente economiche.

L’AIBE (Associazione Italiana banche Estere) ha messo in guardia dal rischio che investitori esteri possano rallentare l’acquisto dei titoli di stato italiani.

Dopo la revisione al ribasso di tutte le stime di crescita da parte di tutti gli organi (anche l’Istat ha una prospettiva di crescita “difficile” al 0.2% da confermare a breve coi dati ufficiali); dopo gli ultimi dati Istat che certificano una disoccupazione del 12.3% (in realtà in calo di 50’000 unità, ma sempre altissima) che arriva al 43.7% per i giovani, livello più alto da quando sono iniziati i rilevamenti nel 1977; dopo una inflazione (a chi piace vedere il segno positivo si può dire che si ha +0.1%….. ma di deflazione) di -0.1% a luglio rispetto a giungo e di 0.1% rispetto a luglio 2013, anche Padoan e Renzi cominciano a lanciare allarmi.

Al MEF ed al Governo affermano che la situazione è più preoccupante del previsto, che servono sacrifici e che non si avrà quel percorso virtuoso immaginato (forse più sperato). Ciò, a loro detta, sarebbe dovuto ad un acuirsi delle congiunture macroeconomiche negative che hanno ribassato le crescite in tutta Europa. L’affermazione è vera solo in parte, perché se alcuni Stati sono effettivamente in difficoltà altri, che hanno fatto quelle azioni che avrebbe dovuto fare l’Italia (e che sono più che note), vanno meglio.
Gli UK a seguito di un piano di taglio di spesa, peraltro supportato dall’azienda con sede a Milano “Bravo”, di 11 miliardi di $ includendo tagli ai lavoratori pubblici senza gravare sull’occupazione complessiva, assieme ad un piano di defiscalizzazione per le imprese, avrà una crescita, secondo l’FMI, del 3.2% nel 2014 e del 2.7% nel 2015.
Lo stesso FMI ha posto la crescita spagnola, ove il percorso di riforme è stato iniziato ben prima che in Italia, all’ 1.2% ed 1.6% per il biennio 2014/15 e lo stesso Governo di Madrid ha rivisto al rialzo le stime ponendole sempre per il 2014/15 a 1.5%-2% dai precedenti 1.2%-1.8%.
In USA l’istituto di Washington vede un +1.7%-3%, ma è dato consolidato che la crescita statunitense nel Q2 2014, messo alle spalle il rigido inverno e nonostante la prosecuzione del tapering, sia stata +4% rispetto al Q2 2013. Non è dunque vero che tutto il mondo è paese italico (poi certo, l’Argentina è in default pilotato, in Liberia c’è l’Ebola ed anche il Botswana non se la passa meglio di noi… sono soddisfazioni se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno…).

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

Complessivamente la crisi sta risultando, incrociata con gravi vicende internazionali, più drammatica del previsto, ma ciò non giustifica affatto l’incapacità di reagire o quanto meno di provare a farlo in modo concreto, determinato e condiviso da parte del nostro paese.

La situazione va precipitando da almeno 5 anni e da almeno 3 ci ripetiamo che non c’è più tempo. Sono stati istituiti Governi di emergenza, speciali per far fronte all’eccezionalità della crisi con misure Shock in grado di lasciare un segno nel breve e pianificando interventi miranti nel medio-lungo periodo che fossero strutturali, creassero nuove opportunità di crescita e rimediassero ai cronici vizi del paese.
Dissi che il processo sarebbe stato lungo, che probabilmente avrebbe richiesto 10-15 anni e sostanzialmente una generazione, quella dei 25-30 enni senza speranza di una qualità di vita superiore a quella dei padri, constatai che esistono numerosi gli italiani (operai, artigiani, imprenditori, giovani, vecchi, donne uomini) disposti a mettersi in gioco, a patto che le alte sfere mostrassero realmente la buona volontà di cambiare le cose in meglio potendo poi utilizzare l’autorevolezza dei risultati, anche in Europa.
I dati in calo forse non faranno salire oltre il 3% il rapporto deficit/PIL, ma il contenimento sarà probabilmente artificio contabile del nuovo calcolo europeo del Prodotto Interno che calcolerà retroattivamente alcune attività illegali (scandaloso che un aiuto ci venga da questa circostanza chissà quanto fortuita) e che quindi, incrementandolo in valore assoluto, pur senza influenza sulle variazioni percentuali del PIL rispetto a se stesso m/m o y/y, va a variare favorevolmente i rapporti ed i differenziali proprio come quello con il deficit.

Le soluzioni possibili a ben vedere non sono né poche né sconosciute, anzi ormai sono ben note, proprio come i capitoli di spesa della Spending Review.
Si conoscono sia in campo economico che istituzionale, le hanno presentate economisti, giornalisti (Alesina, Giavazzi, Rizzo, Stella, Sapelli, Piga, Fubini e ne dimentico tanti), costituzionalisti, persino qui sono state snocciolate più e più volte già in tempi non sospetti e quando avrebbero potuto sortire effetti benefici se implementate, anche solo parzialmente, per tempo.
Non è tanto l’individuazione delle misure la parte difficile, lo è invece la loro attuazione perché richiede volontà politica unanime, accordi, talvolta compromessi che però in un momento di urgenza si devono trovare per il bene del paese, del resto è questo il compito dei politici: il governo ottimale della Polis.

Invece no, purtroppo è un dato di fatto che molta della classe dirigente-politica, non tutta, lungi da me generalizzare, ma sufficiente a creare quella viscosità che sfocia nella conservazione o in una troppo lenta e poco incisiva azione, composta da luminari super laureati si sia mostrata e continui a mostrarsi o incapace e cieca alla realtà proseguendo coi litigi, le inezie e le perdite di tempo, forse troppo lontana dalla crisi visto il salario su cui possono contare che la porta a non sentire quell’impellenza e quella necessità di agire all’unisono come dovrebbe in emergenza per il bene del paese e per onorare la loro missione oppure colpevolmente e vigliaccamente propensa a difendere interessi di partito, di posizione, personali che la rende indegna di essere chiamata Onorevole.

Sono molto duro perché non si può continuare a constatare che non c’è tempo e poi perderne di ulteriore; che quanto fatto fino ad ora non è sufficiente e non rimediare di conseguenza; che il processo di riforme istituzionali ed economiche è da portare a termine salvo poi, rimanendo bloccati per giorni e settimane su un singolo emendamento, rimandarne continuamente le scadenze; che la situazione è peggiore del previsto quando si sapeva benissimo che si sarebbe giunti a questo punto se non si fossero fatte azioni IMMEDIATE: il processo economico non si ferma in agosto e non viene rallentato dal dissenso sulla modifica ad una legge costituzionale (c’è chi diceva “fai male a non occuparti di economia perché anche quando non te ne accorgi l’economia si occupa di te e quando te ne accorgi in genere non è piacevole”).
Sono certo, e non vorrei peccare di presunzione o sembrare saccente, che tanti di noi, giovani e meno giovani, servirebbero meglio il Paese ma non ne hanno avuto e non ne avranno mai la possibilità semplicemente e banalmente perché non del giro giusto, ma giusto per chi? Per l’Italia? Bhà!

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31/07/2014
Valentino Angeletti
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Tagliola fu, ma in nella cronica lentezza del dissenso

Dopo che ieri, primo giorno di voto in aula sugli emendamenti dalla riforma del senato che ha portato il bottino di due sole votazioni con bocciatura dei testi proposti, oggi è stato deciso che si ricorrerà alla tagliola, ossia alla contingentazione dei tempi, per arrivare al voto definitivo entro la pausa estiva dell’ 8 agosto.

Questa esigenza, che, sottolinea Zanda del PD, non è piacevole e sarebbe stata volentieri evitata, si è resa necessaria perché con un ostruzionismo ad oltranza il quale non consente né dialogo né confronto costruttivo e con 7850 emendamenti in ballo non ci sarebbe modo, pur utilizzando l’effetto canguro/domino, di giungere in tempi rapidi ad un voto finale.

Il dissenso di per se non va demonizzato, anzi e parte del processo democratico e migliorativo di una legge o di un provvedimento, ma deve avere l’accezione positiva del confronto e non nascondere dietro di se la volontà di non cambiare nulla, come si ha la sensazione che stia accadendo.

La determinazione di Renzi e del Governo nello sbrogliare il nodo delle riforme è evidente ed ammirevole è l’energia che il Premier ci mette, però non si può non constatare che in tal contesto di dissidenza generalizzata, mossa vuoi per motivazioni di dissenso puramente politico, vuoi per un atteggiamento conservatoristico e protezionistico di interessi particolari che pervade parte del PD, della maggioranza di governo ed ovviamente nelle opposizioni, così come tra altri elementi della società come aziende, enti pubblici, dipendenti di Camera e Senato e molti altri gruppi di interessi, è pressoché impensabile giungere entro breve termine alla soluzione del problema, pur con tutti i moniti del Presidente Napolitano che sottolinea la necessità di evitare gravi paralisi e pur con la proposta di lavorare ad oltranza, anch’essa altamente contestata, dalle 21 alle 24 nel mese di agosto, weekend inclusi.

Ad aggiungere lentezza e macchinazioni alle procedure si inseriscono poi la viscosità dei processi burocratici italiani che richiedono altri 3 passaggi in aula per una riforma come quella del Senato la quale potrà essere operativa non prima di qualche anno e la possibilità del voto segreto su 900 argomenti che acuirebbero sicuramente le divisioni dando adito a macchinazioni e mercanteggiamenti. Il risultato è che i lavori procedono a rilento, in modo non chiaro, infatti non c’è totale consapevolezza se si stia andando incontro ad un Senato di nominati o di eletti a volte a seconda dell’interpretazione del termine il Senato venturo potrebbe essere elettivo o nominativo. Una vicenda che ben rappresenta la monicelliana “supercazzola”.

La necessità della modifica della governance del paese, e lo si ripete per l’ennesima volta, è fondata poiché è necessaria una modernizzazione e poiché è  funzionale anche all’aspetto economico, ma non può, nonostante il lodevole zelo del Premier nel portare i risultati, sottrarre troppe energie ed arrivare a conclusione troppo tardi, perché in fasi economiche come quella in essere il non rispettare i tempi equivale a non centrare l’obiettivo.

La veritiera affermazione che non si è fatto nulla fino ad ora, perdendo colpevolmente anni, e che quindi qualche mese in più o in meno non sono la fine del mondo, perde di significato quando si devono fare i conti con una crescita in continuo ribasso, stimata in zero da Confindustria e dimezzata rispetto a tre mesi fa anche dall’FMI che l’ha allineata alle previsioni Censisi, Eurostat ed Istat di 0.3-0.2%, con consumi e produzione industriale che si muove sul filo dello 0 animando l’euforia quando sale di qualche decimale e buttando nella depressione quando si porta appena sotto lo zero senza considerare che nelle dinamiche reali oscillazioni simili non hanno impatto significativo se non quello di confermare il trend in essere, sfortunatamente per noi negativo. Anche le riforme più rivolte all’economia hanno subito uno slittamento rispetto al “cronoprogramma”, il Jobs-Act è rimandato a settembre, mentre le privatizzazioni hanno rallentato paurosamente, tanto che per far fronte al minor gettito derivato dalla collocazione in borsa di Fincantieri e dalle posticipazioni delle quotazioni di Enav e Poste si sta accelerando nella dismissione di circa il 30% di CdP-Reti che raggruppa importanti infrastrutture energetiche italiane (Snam ad esempio) in favore dei partner cinesi e si sta facendo sempre più concreta la collocazione di ulteriori quote di Eni ed Enel (gettito totale 6 miliardi) con relativa modifica della legge sull’OPA che abbasserebbe dal’attuale 30% al 20% (o 25% come richiesto dal governo) la soglia minima che garantirebbe il totale controllo. Modifica che fa parte del pacchetto DDL Competitività, domani 25 luglio in scadenza e che rischia di rimanere incompiuto.

La situazione è tale che il tempo per implementare misure, senza false illusioni efficaci nel medio periodo, equivale a raggiungere l’obiettivo, il ritardo è un fallimento, a maggior ragione quando l’Italia dovrebbe investire i prossime sei mesi per andare in Europa e dettarne l’agenda, partecipare alla “partita delle nomine”, trattare seriamente con pesanti investitori esteri senza lodarsi per aver ricevuto qualche briciola (come gli scorsi 500 milioni dal fondo del Quatar, per gli elargitori poco più di una mancia per una brava colf) cosa che evidentemente non può fare con piene forze se invischiata nella lotta ai conservatorismi interni.

Al momento, senza voler essere cattivi o troppo pessimisti la situazione è che: il paese non ha trovato quella temporanea armonia dell’accordo trasversale per far sollevare l’Italia da un periodo oltremodo difficile (anche a livello sociale e perciò la mancanza dell’accordo è ancora più grave) che si auspicava tempo fa; mostra dati economici inattesi e decisamente peggiori del previsto; le riforme proseguono troppo lentamente sul piano istituzionale ed anche su quello economico continuando a slittare; in Europa ancora non si è chiarito se il concetto di flessibilità è quello proposto da Padoan o da Katainen; un reale piano industriale e di investimenti pubblici che risponda alla domanda “dove vuole andare nei prossimi 40-50 anni il paese e soprattutto che mezzi vuole mettere in campo” non esiste ancora.

Pensare che di opportunità anche connesse al nostro semestre europeo ve ne sarebbero, ad esempio il nuovo pacchetto clima-energia europeo pone il nuovo obiettivo di risparmio energetico al 30% entro il 2030, insieme a una riduzione del 40% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990 e ad una quota di energie rinnovabili pari ad almeno il 27% del consumo totale di energia. Tutti campi in cui l’italia eccelle per competenze e tecnologie e dove potrebbe investire creando un importante indotto ad alto valore aggiunto e diventando per risultati oggettivi un esempio mondiale….. forse però per i fissati del Senato i reali problemi sono altri.

Vale sempre il solito quesito, pur in una situazione istituzionale complessa, con una legge elettorale a metà, le elezioni ed una conseguente forte maggioranza (che rimane una scommessa da vincere da parte di Renzi) potrebbe riuscire a sbloccare l’impasse?

el resto si disse tempo fa che il governo avrebbe avuto vita difficilissima dovendo sottostare a molti compromessi: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07-05-14

24/07/2014
Valentino Angeletti
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