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Invettiva verso un atteggiamento che in Italia tutto ostacola

Con leggero ritardo anche la Confcommercio ha ridotto le stime di crescita del PIL Italiano portandole dallo 0.5% allo 0.3% per il 2014, mantenendo la previsione per il 2015 allo 0.9%. La rettifica non sorprende e segue quella del FMI e del Codacons. Al momento solo il Governo pare non essere intenzionato, forse attendendo i dati ufficiali sulla crescita nel Q2, a rivedere la stima sul 2014 fissata a 0.8%, che, ricordo, fu definita pessimistica, di caso peggiore, dal Ministro Padoan solo qualche mese fa e che ora è lo stesso Premier Renzi a dichiarare difficilmente raggiungibile, pur chiosando (durante un’intervista a Friedman) che una crescita di 0.3%, 0.5%, 1% o 1.5% non farebbe alcuna differenza. L’affermazione probabilmente si riferisce al solo 2014 e vuole essere rivolta allo stato delle famiglie, come per dire che nell’immediato le famiglie non se ne renderebbero conto, rimane però imprecisa e superficiale perché quando ad ottobre si dovrà redigere il documento di economia e finanza e si dovranno verificare i parametri europei le differenze di PIL possono valere fino a 15-16 miliardi con conseguente ripercussione sui provvedimenti da adottare che inutile dire essere strettamente collegati alla pressione fiscale.

Proprio il dato sulla pressione fiscale risulta essere quello più sconvolgente, raggiungendo il primato assoluto del 53,2%, tale da superare Danimarca (51.3%) e Francia (49.5%) i cui livelli di servizi e welfare non sono neppure lontanamente paragonabili ai nostri che definire preistorici è spesso più che calzante. Il dato italiano ovviamente è un dato medio e se quindi per certe categorie di lavoratori l percentuale risulta più bassa, per altre, come artigiani e commercianti può superare il 70% (insostenibile pressoché ovunque).

L’allarme sulla pericolosità di una vessazione così elevata oltre a provenire da Confcommercio era già arrivata dal FMI che annoverava tra le cause di recessione, stagnazione dei consumi, assenza di investimenti internazionali, nazionali, pubblici e privati, proprio il regime fiscale opprimente, così come dall’Europa che consigliava caldamente di spostare la pressione fiscale da famiglie, lavoro, imprese, produzione verso rendite e consumi (aggiungo io in modo progressivo) consiglio solo parzialmente ed incompiutamente perseguito. Gli 80€ in busta paga e l’aumento delle trattenute sulle rendite sono andate in tale direzione, ma la situazione è così grave ed è stata fatta colpevolmente negli anni correre così a largo che senza ulteriori implementazioni risultano essere solo una goccia in un oceano.

In una contesto simile, ulteriore beffa, l’evasore si sente relativamente tutelato, quasi premiato, essendo, e sono parole della nuova Direttrice dell’ Agenzia delle Entrate Orlandi, sanatorie, condoni, scudi il pane quotidiano. L’evasore quindi è portato attendersi un’assoluzione. Ciò detto non è affatto incomprensibile come lo scoramento, il disagio sociale, la sensazione di impotenza fino all’astio ed all’ira possano divenire sentimenti estremamente pervasivi.

Le misure da adottare sul fronte economico sono ben note e qui più volte ribadite tanto che è un insulto ripeterle per l’ennesima volta. Molte in realtà sono già in programma come la spending review di Cottarelli (il quale non mi stancherò mai di ribadire non ha alcun potere attuativo, ma risulta essere un consulente più che un commissario) o le privatizzazioni (ci si augura fatte per conciliare la necessità di reperire risorse con quella di consentire sviluppo ed investimenti a campioni nazionali che sono fondamentali per l’industria e la crescita del paese), ma afflitte dai cornici ed italici slittamenti.

Il punto delle riforme istituzionali è altrettanto importante, una macchina statale agile, snella, efficiente è basilare perché tutta l’infrastruttura funzioni correttamente ed in tempi rapidi, e lo è parimenti per attirare investimenti e capitali esterni, per incrementare fiducia dei partner internazionali governativi e non, per avere l’autorevolezza e la credibilità necessaria a chiedere concessioni (più o meno rientranti nei patti in essere) alle istituzioni europee.

Proprio sulle riforme istituzionali si stanno vivendo momenti di grande tensione, animati da ostruzionismo, blocchi, minacce di Aventino, accuse di autoritarismo, tanto da far slittare di giorno in giorno i lavori parlamentari con la conseguente perdita di tempo preziosissimo. La determinazione di Renzi, che ha evidentemente inserito la riforma del Senato tra le priorità assolute, nel raggiungere l’obiettivo è ammirevole, anche se ciò vorrà dire arrivare fino a settembre inoltrato.

L’ostruzionismo, democraticamente impeccabile, ma drammaticamente infantile quando, come in tal caso, fine a se stesso e quando si possono leggere inverosimili emendamenti come centinaia tra quelli presentati, è più che devastante in un periodo di siffatta urgenza perché innesca una spirale di inazione di cui non c’è affatto bisogno. Esso blocca il processo riformatore della macchina statale, impedisce di allocare le opportune forze e concentrazione sulle riforme economiche, sulle questioni internazionali, sulle vicende europee incluse le nomine ed il semestre di presidenza italiano che ci dovrebbe consentire di dettare l’agenda delle priorità.

C’è da scommettere che quando sarà la volta del confronto sulle unioni civile, altro punto altamente “divisivo” che il Governo ha esplicitamente detto di voler affrontare a stretto giro, nuove fazioni, nuove prese di posizione e nuovi ostacoli sorgeranno arcigni causando il solito lavoro ad intermittenza, le solite vergognose scene nelle onorevoli aule del Parlamento e la consueta dispersione di energie e smarrimento rispetto all’obiettivo finale della ripresa economica che si è tenuti a dover perseguire.

Nel mentre il tempo scorre, il semestre europeo italiano si accorcia sempre di più, le tensioni internazionali che ci toccano geograficamente ed economicamente molto da vicino si acuiscono, ed i dati, cattivi loro, senza azioni mirate e concrete non vogliono proprio migliorare. Sembra che non tutta la politica sia capace, o ne abbia la volontà ovvero l’interesse, di quella la visione strategica e d’insieme necessaria a traghettare l’Italia verso il lungo e tortuoso sentiero del riassetto.

Questa doveva, da almeno 3 anni, essere l’epoca del cambiamento, l’era delle riforme, delle misure shock, il periodo di una collaborazione trasversale extra partitica per implementare un piano di medio-lungo termine che ridesse all’Italia, ed all’Europa, la possibilità di tornare a ricoprire un ruolo economico politico dominante nel mondo globale, invece si sta trasformando, o meglio si sta conservando, come un periodo  di scontri, di frizioni, di accuse, di arroccamenti (e qui il riferimento a tutta quella che è l’industria italiana non è casuale), di prese di posizione partitiche quando non settarie o personalistiche, di violenza verbale, di testardaggini e prese di posizione a volte al limite dell’anacronistico, tutt’altro che quella flessibilità, resilienza, proattività, apertura mentale, visione strategica e pensiero laterale che contraddistinguono tutti leader e tutte le organizzazioni vincenti nel mondo moderno.

Che fare dunque?

Questa è una domanda spinosa, semplice tanto quanto fondamentale, la risposta forse non esiste, di certo andrebbe cambiata la mentalità di taluna classe dirigente e certamente andrà preso un rischio. Per alcuni, anche autorevoli, ormai non c’è più nulla da fare ed il tracollo è mera questione di tempo, per altri sarebbero necessarie elezioni ed un governo forte non di compromesso visto che al compromesso con le larghe intese non si è finora giunti, altri ancora confidano nella discussione e nel dialogo come accade nelle democrazie vere e come sarebbe auspicabile, ma evidentemente l’Italia allo stato attuale non è una democrazia matura a tal punto da produrre confronti negoziali e tavoli di discussione propositivi che portano soluzioni e non solo critiche e muro contro muro; non è matura come non lo sono del resto certi atteggiamenti e certe personalità ai vertici della catena di comando per le quali troppo hanno pagato il paese e noi cittadini.

Quale che sia la soluzione scelta dovrà essere perseguita con determinazione e rapidità fin da subito perché stiamo continuando a perdere troppo tempo con gli eventi che si avviluppano sempre di più senza che l’Italia abbia modo di porvi un freno per puntare ad invertire la tendenza. La diretta conseguenza di un troppo lento procedere non sarà altro che il tracollo politico, istituzionale ed economico.

Link correlato: Volontà di cambiamento? 16/01/2014

 29/07/2014
Valentino Angeletti
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Dati economici che cominciano a preoccupare

Si comincia a percepire in modo marcato un senso di sempre maggiore preoccupazione nei confronti dei dati economici del nostro paese. Gli allarmi e gli interventi più estremi e radicali, come una manovra correttiva oppure addirittura il commissariamento dell’Italia da parte della Troika, sono seccamente smentiti dal Governo e dalla voci di Renzi e Padoan in persona.

Risulta innegabile però che la situazione economica a causa delle mille congiunture e variabili interne ed esterne, stenti a migliorare, per il nostro paese in particolare. Gli ultima dati diramati dal Censis (Link: Censis: paveri raddoppiano in quinquennio 07-12 ) parlano di un incremento del 100% dei poveri nel quinquennio 2007-2012 mentre Prometeia rivede al ribasso le stime del PIL portandole per il 2014 a +0.3% contro la stima (definita pessimistica) di +0.8% del Governo mentre per il 2015, secondo l’istituto bolognese, la crescita si fermerebbe all’ 1.2%. Questi numeri si aggiungono al debito in crescita, alla ancora non chiara entità della spending review di Cottarelli, alla disoccupazione che non si riesce ad arginare ed ai consumi in stagnazione (e con i dati Censis non potrebbe essere altrimenti) che zavorrano la produzione industriale. A tutto ciò, ed in parte ne è conseguenza, si aggiunge anche la bassissima inflazione, uno spettro che pervade l’ intera Europa.

Questi segnali che ora intimoriscono in modo manifesto erano già ben noti (Link: Ridurre il debito è oggettivamente possibile? ), come lo era il fatto che se il fiscal compact Europeo, il quale al momento rappresenta una di quelle regole dei trattati che si vorrebbero più flessibili senza però mai paventare la possibilità di una reale rinegoziazione, non impone automaticamente all’Italia di perseguire ulteriore gettito per abbassare il rapporto debito/PIL, lo impone di fatto se non si riesce a ridurre sensibilmente il debito o ad aumentare il PIL. Con un debito sotto controllo, ossia non in crescita, ed un PIL attorno al +2% il fiscal compact praticamente non richiederebbe azioni dirette. Non è ovviamente così se le stime di crescita sono più basse di quelle, già non entusiasmanti, previste.

Il nodo delle riforme istituzionali rispetto a quelle economiche, è stato posto su un pino maggiormente prioritario, ed una sua logica ce l’ha poiché la governabilità, lo snellimento delle procedure, la certezza normativa, influiscono anche sull’economia e sulla capacità di attrarre investimenti in un paese, ma non si può negare che gli scontri e gli attriti stanno facendo perdere molto tempo, il resto lo fa la complessità del sistema italiano; ad esempio per la riforma del Senato, che sembra ormai prossima, saranno necessari due passaggi alla Camera e due al Senato intervalli da almeno 90 giorni l’uno dall’altro. Malcontenti e talvolta pesanti scontri verbali si verificano costantemente tra le fronde di medesimi partiti, tra alleati di governo e tra alleati per le riforme. Nel mentre si discute il tempo passa e di trimestre in trimestre i dati e le previsioni non migliorano quando non vengono riviste al ribasso. Rapidità è quello che anche l’Europa ci chiede, ben consapevole che la crescita andrebbe perseguita immediatamente (nonostante l’Unione fino ad ora non sia comportata in modo impeccabile nella gestione della crisi), invece nel Bel Paese tra dibattiti interni, oggettive problematiche da affrontarsi rapidamente (come questioni internazionali, dal medio oriente all’Ucraina, ed immigrazione), tra frondisti, scissionisti, ultimatum vari che poi magari si dissolvono in un bicchiere d’acqua, senza considerale l’ancestrale problema della declinazione di genere del termine presidente (il presidente, la presidente o la presidentessa… sbagliare potrebbe essere offensivo sfiorando il più tremendo maschilismo) si sprecano energie e tempo prezioso per “venire a capo” a questioni estemporanee non riuscendo ad affrontare tematiche più importanti, di ampio respiro e di medio termine. Si badi bene che è così da anni, anzi da decenni, ed intanto il tempo è scorso ed veri nodi sono sempre lì e sempre più intricati da sciogliere.

In autunno l’Italia dovrà presentare il DEF, la vecchia finanziaria, all’ EU, nel frattempo vi sono le importanti nomine europee che impegneranno parte del nostro Governo, internamente ancora molto rimane da risolvere, poi vi sono le ferie estive, al quale Renzi pare vorrà ammirabilmente rinunciare, ma purtroppo lui da solo non basta, ed ancora il periodo per riprendere le redini del lavoro sospeso, dunque sopraggiungerà l’autunno e con esso il documento economico da presentare a Bruxelles con dati oggettivi alla mano perché l’Europa ha fatto ben intendere che di promesse senza elementi fattivi non ne vuol sapere.

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14/07/2014
Valentino Angeletti
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