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RIFORME: decisive per la Grecia ed al centro dell’Eurogruppo, ma anche crocevia importante per un nuovo assetto politico italiano

E così il vero Bazooka della BCE e di Draghi, il QE, inizierà a sparare da lunedì 9 marzo con l’acquisto di 60 miliardi al mese di Bond sovrani in percentuale proporzionale alle quote di BCE detenute dai singoli stati, quasi in contemporanea si svolgerà un delicato Eurogruppo con al centro l’altro tema che attanaglia l’UE da molti mesi a questa parte, ossia la Grecia. Come sappiamo lo stato ellenico è in crisi di liquidità, gli è stato concesso un prolungamento del programma di aiuti “delle Istituzione” (Troika fino a qualche settimana fa) per arrivare fino alla fine di giugno in cambio della presentazione di un piano di riforme e di programmi da discutere a Bruxelles. Proprio in queste ore il ministro delle finanze greco Varoufakis ed il Premier Tsipras hanno inviato il loro documento alla Commissione. Esso sarà oggetto di discussione all’Eurogruppo del 9 marzo, quando sarà reso noto. Esso presenta i programmi di medio-lungo termine che ha in mente il Governo Syriza per risollevare la Grecia dallo stato in cui è tracollata, ristabilire un adeguato livello di investimenti che consentano la crescita e supportare i cittadini con un livello di welfare che possa tornare a definirsi decente. In aggiunta all’approccio di medio-lungo termine vi sono 6-7 esempi di riforme che la Grecia avrebbe intenzione di mettere in atto. Al momento esse non sono pubbliche, ma è pensabile che siano rivolete alla lotta alla corruzione (indiscrezioni parlano di incentivare turisti e viaggiatori a denunciare), ad alcuni tagli di spesa mirati, ad una blanda ristrutturazione del debito dilazionandolo in tempi maggiori. Difficilmente questi primi punti conterranno le riforme che Tsipras-Varoufakis vorrebbero fare o non fare contrapponendosi alle richieste UE, perché un accordo in tale fase, che rappresenta l’inizio vero e proprio della trattativa nel merito tecnico delle modalità di supporto alla Grecia, è indispensabile: attriti già ora procrastinerebbero una situazione greca ed europea in cui urgono interventi radicali ed immediati. Aver proposto riforme su cui Varoufakis è relativamente confidente che vi sarà condivisione in Eruogruppo, sulla cui prima reazione al piano vi sono indiscrezioni, potrebbe aver consentito all’astuto ministro greco di spingersi, puntando a dare un segnale al popolo greco di durezza e di ancoraggio alle proprie posizioni di protezione nei confronti di Atene, a dichiarare che se questo piano non verrà accettato da Bruxelles allora non vi saranno ulteriori alternative o alleggerimenti di posizione e scenari come nuove elezioni Greche oppure un referendum (sulla permanenza Euro o più probabilmente sulle misure economiche) sono ipotesi percorribili; alla BCE sono state riservate anche frecciatine, definendo il rapporto BCE-Atene formale e decisamente poco dialogante, diversamente da quanto, con un governo più conservatore, avvenne nel 2012 quando fu concesso ulteriore credito alla Grecia senza avanzare troppe pretese come contropartita: all’epoca l’istituto di Francoforte, secondo Varoufakis, è stato indubbiamente meno “disciplinato” di quanto non sia in questa fase; oppure la dichiarazione (almeno azzeccata direi), di certo non leggera, in merito ai QE che secondo il greco avrebbero dovuto essere destinati prima ai paesi dalla crescita bloccata, e non in modo direttamente proporzionale alle quote di capitale della BCE, che fanno della Germania il primo beneficiario. Evidentemente che il meccanismo fosse favorevole alla Germania è stato un obolo da pagare a Weidmann, Schauble e Merkel affinché interrompessero un veto nei confronti della politica di espansione monetaria (che a mio avviso Draghi avrebbe innescato anche prima) durato 4 anni.

Il ministro greco si mostra in ogni occasione molto astuto ed abile oratore (anche in perfetto inglese). Il momento è piuttosto delicato sia per la Grecia che per l’Europa. Atene deve cercare di portare a casa i migliori risultati possibili, che gli consentano di avviare un programma di investimenti per risollevare l’economia, il welfare, provare a rispondere alla disoccupazione dilagante, aumentare il potere d’acquisto e non farsi strozzare dalla pressione fiscale o da tagli di spesa lineari. A tal fine deve presentare un programma di riforme bilanciato e mantenere i conti in un certo ordine. Di contro anche l’Europa deve dimostrare di non ricadere nel peccato dell’austerità, concedere quanto oggettivamente necessario a consentire l’innesco di un minimo di ripresa ad iniziare dalla condizioni sociali in Grecia. Non a caso si usa il termine traghettare perché l’UE ha il dovere di comportarsi da leader, anche con un figliol prodigo, tendendo il braccio per toglier suo figlio da uno stato comatoso che senza un supporto esterno condurrebbe alla morte certa. Ovviamente ciò può avvenire se e solo se Bruxelles e le istituzioni cessano, dopo le sbandierate dichiarazioni che si susseguono almeno da inizio 2014 sull’abbandono dell’austerità, l’approccio improntato solo al rigore, magari guardando come gli USA sono usciti dalla loro crisi finanziaria. In questa trattativa è necessario un bilanciatissimo rapporto tra concessioni e richieste che da un lato non sia causa dello scoppio della tempesta sociale in Grecia ed al contempo permetta ad Atene di innescare un’inversione di tendenza che punti al miglioramento delle condizioni sociali ed alla crescita pur mantenendo un controllo, che sia realisticamente sostenibile, dei conti e dello stato delle riforme.

Arrivare all’equilibrio in questo frangente non è nè scontato nè banale, ma è indispensabile.

Come abbiamo visto le riforme sono un punto cruciale per la Grecia e per l’Europa, ma lo sono in egual misura per l’Italia. Anche il nostro paese, pur essendo in mezzo ad una congiuntura più favorevole che in passato e meno nell’occhio del ciclone, rimane un sorvegliato speciale delle istituzioni che monitorano costantemente lo stato delle riforme richieste. Dopo la pubblicazione in gazzetta ufficiale di due decreti attuativi sul Jobs Act martedì sarà la volta delle riforme istituzionali, in particolare quella del Senato e della legge elettorale (Italicum). Al momento, pur nella solita sicurezza del Premier di aver i numeri per superare questo passaggio parlamentare, lo scenario è piuttosto fluido. Preso atto di una definitiva rottura del patto del Nazareno, Berlusconi di FI ha dichiarato che voterà contro le riforme proposte, anzi imposte, secondo quello che è il punto di vista del leader di FI, da Renzi. Voto contrario è previsto anche da parte del M5S, di SEL, della Lega e della frangia interna del PD che fa capo a Fassina e Civati, mentre Bersani, più accomodante, si è detto disposto ad appoggiare Renzi a patto di inserire alcune modifiche, che in verità l’ex sindaco di Firenze non pare orientato a concedere avendo dichiarato che è sua intenzione andare dritto come un treno per raggiungere l’obiettivo di avere riforme pronte entro l’estate. Effettivamente qualora si riaprissero le discussioni questo limite temporale potrebbe non essere rispettato, ma è anche vero come ricordano minacciosi i “dissidenti” DEM, che se non vi è condivisione sulle riforme istituzionali esse rischiano di non andare in porto nè in estate nè mai. Va detto che l’obiettivo da perseguire in questo momento è avere riforme più funzionali e calibrate, pagando qualche giorno di ritardo, rispetto a soluzioni immediate, ma non ben ponderate negli effetti di medio e lungo periodo.

Alla luce dei numeri presentati e delle dichiarazioni pre voto, che in due giorni possono assolutamente cambiare radicalmente, non è facile pensare ad una pacifica approvazione, anzi quello che è prevedibile è un serrato scontro parlamentare che speriamo non dia adito a riprovevoli episodi diventati ormai consuetudine all’interno dell’Emiciclo.

Parimenti al percorso delle riforme, altrettanto fluido, forse addirittura di più, appare lo scenario politico ed i rapporti di forza che si stanno delineando per l’ennesima volta.

Cominciando dal M5S, il partito di Grillo qualche giorno fa sembrava aver iniziato un percorso che lo avrebbe portato a dialogare con il PD. Ciò indubbiamente avrebbe aperto uno scenario del tutto nuovo permettendo di creare una maggioranza parlamentare decisamente solida. A distanza di poco però è giunta la rettifica dei vertici del M5S i quali hanno precisato che la discussione con il PD sarebbe stata possibile solo ed esclusivamente su Rai e reddito di cittadinanza, nessuna apertura sulle riforme di Senato nè tanto meno legge elettorale che vedono i pentastellati già sulle barricate, proprio come SEL.

Nel PD le divisioni interne sono tutt’altro che sanate, anzi si ripropongono ogni qual volta vi sia una partita parlamentare. Le fazioni in gioco sono sempre le stesse: l’ala facente capo a Fassina, Civati, Cuperlo, Mineo, Chiti, D’Attorre più fermi sulle loro posizioni; i bersaniani più dialoganti; la maggioranza renziana che segue il premier andare dritto come un treno. Anche stavolta, tanto si è dilungata questa telenovela dalle rosse sfumature, l’esito pare quello solito e scontato: alla fine coloro che decideranno di dare le spalle al governo saranno pochi, la maggior parte rientrerà nei ranghi e, adducendo dei mai realmente provati amore per il paese e senso della responsabilità, si riallineeranno al Premier. Renzi questo lo sa bene, così può permettersi di tirare la corda e lanciare ultimatum avendo ormai prova della totale mancanza di determinazione di coloro che vorrebbero scindersi, magari accodandosi a Cofferati e coinvolgendo SEL per una sinistra in stile greco, ma che non hanno il fegato per farlo, limitandosi a poco dannosi e flebili aneliti di dissenso, molto meno incisivi nella loro totalità che un cinguettio tuonato dal Premier attraverso il suo I-Phone e neppur direttamente in faccia.

Se per quanto detto fino ad ora tutta sembra seguire un copione già visto, molto più interessante è lo scenario che si appresta a crearsi nel centro destra. Certamente la vera novità è la rottura interna alla Lega tra Salvini, che supporta il governatore leghista uscente Zaia per le regionali in Veneto, e Tosi, sindaco leghista di Verona, che vorrebbe concorrere al governatorato della regione padana. La frattura sembra imminente e l’ultimatum di Salvini a Tosi scadrà allo scoccare della mezzanotte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo (anche se qualche ora in più sarà senza dubbio concessa). Allora Tosi dovrà decidere se ridimensionare le sue velleità o proseguire in autonomia, magari cercando alleanze altrove. Proprio la partita delle alleanze è cruciale nel centrodestra. Evidentemente in questa fase non vi è alcuna possibilità che un singolo partito possa minimamente scalfire la leadership del PD, e così Berlusconi e Salvini si sono visti per analizzare la possibilità di porre le basi per una futura e rinnovata vicinanza. Salvini ha dato la sua disponibilità al dialogo a patto di non coinvolgere l’alleato dell’Esecutivo NCD (che rimane l’unico vero supporter del PD ottenendo per altro numerose vittorie in termini di linea di Governo in rapporto al suo effettivo peso politico) e di votare contro le riforme, intenzione ribadita dallo stesso Berlusconi intervenuto telefonicamente ad una convention presso la capitale pugliese. L’ipotesi di un’asse Salvini-Berlusconi escluderebbe in partenza un eventuale ricorso dello stesso Tosi a Berlusconi, utile al (ex?) leghista, meno al Cavaliere visto che il peso di Tosi è ancora tutto da verificare. Se Salvini riuscisse a redimersi dal “Leghismo nordico” della secessione e dei “terrun”, portando come prova di un nuovo interesse nazionale e non più solo padano l’eventuale scissione con Tosi, in alleanza con FI, realtà dalla struttura consolidata, potrebbe rappresentare l’archetipo verso una destra meno di centro, con Salvini, benedetto da Berlusconi, che avrebbe l’opportunità di scalzare Fitto come futuro Leader.

Ciò comporterebbe un assetto politico del tutto inedito: poche e scollate forze di sinistra, un PD dai forti contrasti interni ma che in ultima istanza, come una sorta di nuovo grande centro sotto mentite spoglie, porta avanti una linea di centro/centro-destra indirizzata parzialmente da NCD ed una destra della chiara impronta Le-Penista ed anti-EU (FI dovrà scegliere se giocare la partita in Italia assieme alla Lega abbandonando il PPE, perché Salvini potrebbe arrivare a chiederlo,  o se rimanere una emanazione del Partito Popolare Europeo).

Tutto si tiene, ma tutto è estremamente complesso, non resta che attendere il susseguirsi de giorni e con essi dell’agenda europea ed italiana per capire come fluido si convoglierà. Di certo prepariamoci ad un periodo di negoziati serrati ed intrichi più o meno alla luce del sole sia a Bruxelles che nei Palazzi Romani in vista di un’infuocata campagna elettorale per le regionali di maggio.

  1. QE-Day alle porte, ma non è scontato che sia anche un Beautiful-Day…
  2. La politica Italiana tra le crisi Russo-Ucraina, Libica ed i negoziati UE-Grecia
  3. Riforma costituzionale: più tempo per discutere le modifiche o avanti di forza? Lotta in Parlamento mentre lo scenario internazionale e sempre più delicato
  4. Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto
  5. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno

08/03/2015
Valentino Angeletti
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Tutti vincitori all’Eurogruppo …. per ora perché la partita è ancora lunga

Tsipras-WeidmanQuello di giovedì scorso deve essere stato un Eurogruppo ad altissimo grado di suspance, a testimoniarlo quasi con certezza vi sono le 3 ore di ritardo che lo hanno fatto slittare dalle 15 alle 18, cosa assi inusuale in un ambiente preciso e puntuale come quello di un Bruxelles, colonizzato com’è da tedeschi, lussemburghesi ed olandesi. In questo lasso di tempo probabilmente si sono svolte febbrili trattative tra i vari sherpa per limare gli ultimissimi dettagli su ciò che di lì a poco si sarebbe deciso e comunicato al grande pubblico.

Che il clima del vertice fosse poco rilassato era quasi ovvio visti i presupposti tutt’altro che positivi con il quale veniva affrontato. La Germania e l’Unione, rispettivamente per bocca di Schauble-Weidmann e Moscovici, avevano rigettato ogni ipotesi greca definendola irricevibile ed inaccettabile. Il Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem assieme allo stesso Weidmann avevano additato i piani della Grecia come deliberatamente inconsistenti e fumosi nel tentativo di ottenere un prestito ponte senza che il Governo ellenico si impegnasse in alcun che (fiducia cieca si potrebbe dire). Anche il Fondo Monetario Internazionale, il creditore che per primo dovrà essere rimborsato da Atene, all’ipotesi di un haircut sul debito greco o di un eventuale non rinegoziazione (erano circolate illazioni secondo cui Atene avrebbe avuto intenzione di tagliare il proprio debito del 60%) aveva risposto repentinamente con la Direttrice Christine Lagarde, asserendo che tale possibilità non doveva neppure essere menzionata e che i debiti si sarebbero dovuti pagare fino in fondo. Proprio a ridosso dell’Eurogruppo era poi tornato in scena uno dei tanti schemi a triangolo tra Weidmann-Schauble e Merkel, in cui i primi due facevano la parte degli austeri burocrati intimando alla Grecia la non esistenza di un piano B che non coincidesse col piano A, ossia il pieno rispetto del programma della Troika, mentre la seconda si cimentava nell’allentare la pressione telefonando a Tsipras ed esprimendo la sua convinzione che una soluzione di mediazione si sarebbe trovata. Un gioco delle parti che non è affatto nuovo ma che in genere ha sempre funzionato.

Anche il leader greco era collocato in una posizione non certo semplice, con i falchi del nord Europa capeggiati dalla Germania schierati contro le sue idee di flessibilità, ai quali si sono aggiunti gli ultimi paesi entrati a far parte dell’Unione che hanno immediatamente versato la loro quota al fondo “salva stati” e quelli che hanno completato il programma della Troika subendone tutte le condizioni, come Portogallo, Irlanda e Spagna. La stessa Italia, mai paga nell’asserire con poco realismo che la flessibilità europea deriva dalle linee dettate durante il Semestre UE italiano, ha sempre appoggiato la posizione ufficiale di Bruxelles a trazione tedesca. Gli unici ad allearsi con la Grecia facendo sentire le proprie voci sono stati gli USA, la Cina e la Russia disposti addirittura a supportare la Grecia economicamente sia per stabilizzare i mercati che per attirarla nella propria orbita, invero più per interessi geopolitici e strategici che per pura magnanimità, in caso di una GrExit la cui quotazione saliva pericolosamente.

L’Eurogruppo inoltre non era quello dell’ultimo minuto, infatti lo stanziamento di ulteriori 3.3 miliardi di € del programma ELA per la Grecia, che hanno innalzato il tetto dei fondi convogliati al paese ellenico da 65 (cap già precedentemente rincarato) a 68.3 mld €, ha dato respiro alle banche in affanno e colpite da fughe di capitale fuori dal comune in situazioni normali (tra 500 e 1000 milioni di € di prelievi al giorno) e consentito al paese di avere ossigeno fino al 28 febbraio, data di scadenza degli aiuti del programma della Troika. Altri 7 giorni quindi prima che la “penisola olimpica” cadesse nell’insolvenza. A ben analizzare la situazione, pur evitando un rinvio che avrebbe inasprito ulteriormente i rapporti in UE ed innalzato le tensioni sui mercati e tra i partner internazionali, il tempo rimanente verrà utilizzato fino all’ultimo secondo poiché la decisione scaturita dal vertice europeo non è altro che il punto di partenza di un negoziato che si preannuncia ancora piuttosto complesso.

All’Eurogruppo è stato deciso, consentendole di evitare la bancarotta, che la Grecia potrà usufruire del prolungamento del programma di aiuti per altri quattro mesi (e non sei come da iniziali richieste elleniche) fino a maggio, proprio alla vigilia del rimborso di circa 6.5 miliardi di € alla BCE. A fronte di tale concessione però la Grecia si deve impegnare a presentare un piano di riforme da porre al vaglio ed all’approvazione europea e delle Istituzioni (leggi Troika) e nell’arco dei quattro mesi un nuovo programma di impegni da concordare con le medesime controparti.

Lunedì 23 è prevista la presentazione del nuovo piano di riforme targato Tsipras, ed i giorni successivi probabilmente saranno utilizzati dalle Istituzioni (UE, BCE, FMI) per analizzarlo, proporre modifiche, approvarlo e consentire il prolungamento degli aiuti, arrivando così alla scadenza del 28 febbraio. Dopo l’approvazione il piano non sara modificabile unilateralmente e quindi Tsipras dovrà rispettarlo pedissequamente.

Come riportato dal Ministro Padoan quella che è stata presa all’Eurogruppo è una decisione sul processo e non sui contenuti, ancora sconosciuti, che rappresentano un elemento basilare ed altamente divisivo.

Il risultato del vertice al momento è uno di quelli che tutti indicano come a proprio favore. La Grecia ha ottenuto più tempo e ciò fa gioire e cantar vittoria la coppia Varoufakis-Tsipras che, forse con troppo entusiasmo, esultano e festeggiano il cambio di rotta dell’UE verso una nuova e più umana epoca rivolta all’interesse del cittadino, il tutto grazie alla fermezza delle posizioni greche; la Germania e le Istituzioni (UE, BCE, FMI) hanno ottenuto di discutere e vagliare con il loro metro di giudizio, usualmente non tenero nè permissivo, un nuovo programma di riforme. A dire il vero forse la bilancia pende un po’ più dalla parte di Atene… sono infatti scomparsi i termini “Troika” e “Memorandum” sostituiti da “Istituzioni” e qualcosa come “nuovo piano“, si sa del resto quanto l’etimologia del verbo sia curata in ellade … in realtà al momento pare la Germania colei che giocherà in casa le prossime partite ed in Grecia dovrà essere monitorata la reazione della società perché verosimilmente dovrà ridimensionare la sua aspettative.

Con tutta probabilità i prossimi giorni saranno frenetici perché concordare un piano di riforme non sarà banale. Tsipras in campagna elettorale ha promesso ai suoi elettori stremati da una condizione sociale drammatica lo stop delle privatizzazione, il non incremento dell’IVA, l’aumento dei salari pubblici, l’aumento delle pensioni, il reinserimento delle tredicesime per le pensioni e gli stipendi più bassi, l’introduzione di un salario minimo, la riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati, investimenti pubblici, spese per il welfare e per la sanità così da renderla nuovamente gratuita, il non rispetto dei vincoli del rapporto deficit/pil al 3% per il 2015 ed al 4.5% per il 2016 più altre amenità. I cittadini Greci questo è ciò che si attendono. Da quel che è dato sapere oltre alla lotta serrata all’evasione ben poche riforme sono condivise con le Istituzioni (leggi Ex-Troika), forse solamente, e non è poco, la concessione sul vincolo di bilancio del 3% che potrebbe essere ridimensionato all’1-1.5% liberando risorse per gli investimenti (cosa che in Italia non si è riusciti a raggiungere), ma non è dato sapere se ciò soddisferà gli ellenici, se consentirà loro un po’ più di prosperità e benessere, nè tantomeno se ciò può essere sufficiante a Tsipras e Varoufakis per continuare fregiarsi di aver sfondato le barriere rigoriste dell’austera Germania che sotto sotto, con la sua tendenza nordica all’azione piuttosto che alla dichiarazione, potrebbe uscire nuovamente vincitrice.

Lo scontro tra austerità inflessibile, mai realmente abbandonata in Europa nonostante ciò che si è detto e proclamato in lungo ed in largo per i palazzi belgi e non solo, e la ricerca dei quella giusta flessibilità che non deve scadere nel deleterio eccesso di permissività senza controllo, continuerà anche nei prossimi giorni.

Vedremo se a dominare sarà ancora la trazione nordica oppure se effettivamente si dovrà ringraziare Tsipras per aver aperto una breccia nel muro di intransigenza tedesco nel quale potranno incunearsi anche altri attori. Al momento in ogni caso pare che una GrExit, dannosa per tutti tranne che che per la finanza speculativa di Wall Street o della City, per la quale però in più d’uno ha già iniziato a prepararsi, possa attendere ancora un po’.

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21/02/2015
Valentino Angeletti
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