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Riforma del Senato, con alle spalle il DEF su pensioni e contanti

Missione compiuta, potrebbe, a ragione, asserire il Governo Renzi, giustificando di fatto la relativa tranquillità manifestata durante la votazione dei singoli emendamenti. Il Senato infatti ha approvato a larga maggioranza, con 179 sì, 16 no, 7 astenuti, la riforma del Senato, o DDL Boschi, che annovera la giovane aretina Maria Elena, tra le figure di spicco di questa legislatura e la proietta verso posizioni di sempre maggior prestigio in un venturo esecutivo Renzi, un “curus honorum” che il Premier vorrebbe la portasse alla presidenza della Camera, che, dopo la trasformazione del Senato, assumerà potere preminente, appoggiata, pare, dal sostegno istruttivo dei mentori Giorgio Napolitano ed Anna Finocchiaro. Durante il passaggio parlamentare, che ha approvato la riforma alla Camera Alta rappresentandone di fatto un “auto-suicidio”, si è verificato l’aventino delle opposizioni, tra cui M5S, Lega e FI, che non hanno preso parte alle votazioni. All’interno della Minoranza Dem, invece, la forte opposizione che, dalle solite ed ormai poco auterovoli voci, sembrava volessero mettere a ferri ignique i palazzi romani, c’è stata la solita rassegnazione, ad esclusione dei più pugnaci Corradino Mineo, Felice Casson e qualche altro prodigo seguace. Ora, il successivo passaggio alla Camera, rappresenta poco più che una formalità, ed eventuali tentativi di bloccare la riforma potranno avvenire solo in seno al referendum confermativo, durante il quale, per finalizzare un fronte degno di rilevanza, dovrebbe creare un metlin pot politico (da SEL a Lega, da M5S a Berlusconi) che, a paragone, la contaminazione etnica delle americhe e degli USA, pare ben poca cosa. Il Senatore a Vita e Presidente Emerito Giorgio Napolitano, si è prodigato in un discorso a favore delle riforme costituzionali, al quale hanno fatto seguito aspre critiche delle opposizioni, da Berlusconi, che a suo tempo fu strenue sostenitore della rielezione di Napolitano, a Vendola, il quale ironizza piccato, come la costituzione precedente fosse stata redatta, nel 48, a firma Terracini ed ora vi sia apposta quella di Verdini (anche se va evidenziato che per il voto finale il supporto dei Verdiniani non ha costituito un fattore discriminante).

Volendo fare una considerazione su Napolitano, effettivamente va detto che ha sempre sostenuto la riforma, sia del Senato che della legge elettorale (in realtà è stato uno dei maggiori sostenitori del Governo Renzi), ma l’auspicio, o proverbiale monito, dell’ex Presidente della Repubblica era di una riforma che fosse il più possibile condivisa, come lo fu nel 48, quando parti politiche diverse ed antitetiche, intavolarono un armistizio a pro della governabilità e dell’interesse della cosa pubblica, alias cittadino. Tale riforma non pare aver conseguito la condivisione auspicata e necessaria. Gli emendamenti spesso sono andati avanti come atti di forza, ed anche il passaggio complessivo al Senato, con 179 voti, non è quella quasi unanimità che avremmo voluto vedere in una riforma così delicata e piena di implicazioni. Del reso gli scontri aspri, e verbali ed a volte quasi fisici, si sono susseguiti ed ampio è il malcontento (il M5S, Di Maio Luigi, fa notare come se fosse in vigore il nuovo Senato, Mantovani, vice governatore della Lombardia in forza a FI, indagato per appalti truccati, godrebbe di immunità e non sarebbe perseguibile).

Detto ciò il percorso della riforma del Senato pare in discesa, e sarà costituito da 24 consiglieri regionali e 21 sindaci.

Le polemiche delle opposizioni, in attesa della battaglia del referendum confermativo, si spostano sull’economia, in vista della stesura del DEF.

Le misure sotto la lente sono un paio: la riforma delle pensioni e l’innalzamento a 3000 € dell’uso del contante.

Sulle pensioni, va dato atto al Premier quando dice che prima di agire su temi delicati come le pensioni e che hanno creato tanto caos e grossi problemi in passato, è bene pensarci una volta in più prima di fare “pastrocchi”. In linea di principio nulla da eccepire, all’atto pratico invece, siamo di fronte alla necessità impellente di modificare i meccanismi pensionistici per sanare la questione degli esodati e chiarire la situazione di quei lavoratori, dipendenti, ma principalmente partite IVA ed autonomi, che si sono visti decurtare il corrispettivo ed allungare, dall’oggi al domani, la vita lavorativa di svariati anni, senza ad ora avere idea di quando sarà il loro turno per il ritiro dal lavoro, comportando per alcuni una pressione psicologica non irrilevante. Sarebbe quindi doveroso, anche senza modifiche complessive che richiedono giustamente uno studio più approfondito, mettere una pezza alle situazioni di limbo che si sono create e che gravano sulle spalle di tanti lavoratori.

L’incremento dell’uso del contate dai 1’000 ai 3’000 €, come per le pensioni del resto, ha attirato le critiche della minoranza Dem, che per bocca di Bersani rappresenta un assist all’evasione e riciclaggio. Il Governatore di Bankitalia, Visco, ha la medesima visione dell’ex segretario PD, mentre l’Agenzia delle Entrate rileva che il provvedimento potrebbe aggravare il bilancio degli istituti di credito con oneri pari a 8 bil, i quali, aggiungiamo, non è difficile che si ripercuotano sui correntisti, come spesso accaduto in passato. Per la Voce.info invece, così come per Confcommercio, il provvedimento andrebbe a vantaggio di piccole e medie imprese e degli anziani. In realtà è assai difficile pensare che un anziano possa andare a spendere 3’000 € in contati, differente sarebbe per le soglia di cui era stata avanzata l’ipotesi di 50 o 100 €. Pagamenti in contanti di 3’000 €, anche ipotizzando facoltosi turisti, peraltro avvezzi all’uso della moneta elettronica, sono sporadici e relegabili ai soli pagamenti di lavoretti domestici ed edili i quali, grazie alle agevolazioni fiscali confermate, non rendono più conveniente l’evasione. Il Premier afferma di voler allineare il valore agli altri paesi europei, come la Francia. Il punto però, è che negli altri stati europei i livelli di evasione fiscale sono decisamente più bassi e l’uso della moneta elettronica assai diffuso, se non prassi comune anche tra i più anziani e per acquisti minimali, come il pane. In Italia non v’è questa mentalità (nè possibilità, perché pagare un caffè con il bancomat spesso non è consentito dal gestore, mentre è naturale in Danimarca), ed è compito del Governo introdurla con lo scopo ultimo di combattere l’evasione. Per tali ragioni, differentemente dai limiti ridicoli di 50 o 100 €, innalzare dai 1’000 ai 3’000 € sembra portare più vantaggi a potenziali medi evasori che a sostenere il commercio; parlandoci chiaro, in pochi girano con 1’000 € in contanti per una spesa in unica soluzione, la grande evasione non è toccata da questa misura, essendo le cifre in gioco sono bel altre, quindi l’impatto complessivo pare, ad una prima analisi, limitato o con leggero vantaggio per la media evasione. Esiste invece il passo indietro sull’istruzione all’uso diffuso delle carte di pagamento, mentalità che nel cittadino italiano, ben poco digitalizzato culturalmente, è ancora lontana e che la politica, tramite l’azzeramento dei costi d’uso, gestione e mantenimento di questi strumenti e con campagne informative e pubblicitarie ad hoc, ha il compito di indirizzare. Qualche giornalista malizioso ha asserto che d’ora in poi le cene di rappresentanza di sindaci e politici possono eccedere, del triplo, il “millino”.

 

14/10/2015
Valentino Angeletti
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ISTAT: PIL +0.2%. La crescita, pur in linea con le previsioni, non entusiasma ed inefficaci sono state le tecniche per sostenerla, nonostante buone congiunture macro

L’ISTAT ha diramato i dati, rispetto ai primi tre mesi del 2015, del PIL italiano relativi al Q2 2015. Il segno che si è ripresentato, dopo tredici trimestri consecutivi, è il “più”, e per la precisione +0.2%, lievemente in calo rispetto a quello fatto registrare nel Q1 2015, che fu di +0.3%. Tecnicamente la recessione è quindi finita. Nonostante la stima dell’Istituto di Statistica sia allineata alle previsione, essa non ha entusiasmato, perché in realtà le stime del Governo si erano mantenute decisamente conservative, nella speranza di poter dare dati migliori, con evidenti vantaggi n termini di propaganda ed annunci. Anche il resto di Europa pare arrancare, la Francia è ferma al palo, la Germania delude, segnando +0.4% rispetto ad una stima del +0.5%. Ad andare bene sono la Spagna: +1% (+3,1% su base annua) e sorprendentemente la Grecia: +0.8%. Riguardo ad Atene però, suggerirei di considerare il fatto che l’Istituto di Statistica Ellenico, che ha emesso il report, è ancora quello che l’Europa ha chiesto di riformare, avendo in passato trasmesso statistiche, dati e report, per così dire, poco affidabili, quindi “pay attention”. La media dell’area Euro nel complesso è del +0.3%, lenta e poco entusiasmante.

Il Governo ovviamente, e non potrebbe fare altrimenti, vede la parte piena di un bicchiere per la maggior parte, ben più dei tre quarti, vuoto. Giustifica il dato asserendo che in ogni caso il trend è stato invertito, siamo nuovamente in fase di crescita, fuori dalla recessione. Del resto il +0.2% era stato preventivato e quindi è in linea con le stime, non può dirsi una sorpresa negativa. Inoltre a crescere col freno tirato è tutta l’Europa.

I fatti però sono ben diversi e più preoccupanti. Innanzi tutto, al contrario degli USA, l’Europa, anche nei paesi dove le crescite sono più spinte, presenta una situazione economica peggiore del 2008, anno di svolta per il fallimento Lehman Brothers: un’economia nel complesso e puntualmente, prendendo i singoli paesi membri, più piccola. In secondo luogo, non è possibile, come ha fatto il Governo, addurre a giustificazioni le crescite lente degli altri membri, sappiamo bene che le attese erano più ottimistiche, alla luce di questo dato pare difficile poter centrare il target, peraltro sempre troppo basso, del +0.7% fissato per il 2015, quando, anche per tale dato, le speranze erano per sorprese dal segno più marcatamente positivo. Per riagganciare la crescita occupazionale, fardello che opprime l’Italia, nonostante Jobs Act, defiscalizzazioni, abolizione dell’articolo 18, ossia l’alto tasso di disoccupazione (12.3% complessivo, oltre 40% tra i giovani con punte del 50% in un sud Italia che lo Svimez ha messo a rischio di arretratezza perenne), è totalmente inutile un +0.2% come lo sarebbe il +0.7% se lo si centrasse a fine anno. Per far crescere, a seguito di ritardi fisiologici, il numero degli occupati servono crescite minime oltre 1.5% – 2%, è dimostrato e qui è stato più volte ribadito. Ben vengano le trasformazioni e stabilizzazioni dei precari, occorse in gran numero per la possibilità di licenziamenti (invero neppure troppo richiesta delle PMI italiane le quali per il 90%, avendo meno di 15 dipendenti, neppure dovevano sottostare all’Art. 18) e per la defiscalizzazione di 3 anni per un massimo di 24 mila € a lavoratore, ma esse non spostano l’ago della bilancia e non conferiscono, nè aggiungono, potere d’acquisto a chi non ne ha o ne ha rimasto forse addirittura meno di quanto occorrerebbe per sostentarsi. A ciò si aggiungono un rapporto deficit/PIL al limite del 3% (grazie all’applicazione della flessibilità UE, altrimenti avrebbe dovuto essere 0.3-0.4% in meno), ma soprattutto un debito/PIL al 132% ed una spesa pubblica che non accenna a calare. Evidentemente senza spinte di PIL ad incrementare i denominatori, ed una spendign review, utile e doverosa nei confronti dei cittadini, a diminuire i numeratori, agire sull’ultimo parametro in modo positivo risulta impossibile. Sempre il Governo non po’ puoi far finta che questo sia un periodo come gli altri. Stanno sussistendo congiunture macroeconomiche irripetibilmente favorevoli: bassi tassi per prestiti, cambio euro-dollaro favorevole per le esportazioni, prezzo del greggio ai minimi, QE europeo, flessibilità concessa dall’UE (poca, ma più che nulla) sul deficit/PIL che ha valso 6 mld, spread basso con risparmio (teorico, perché è aumentato lo stock complessivo di debito) sugli interessi, . Queste condizioni non dureranno a lungo e già sono minate dalla persistente crisi in Russia, dalle sanzioni a Putin, dalla vicenda Libica e mediorientale, dalle migrazione, che pure hanno un costo, dalla crisi greca, ed ora, elemento assolutamente di primaria importanza, da un ‘economia cinese che fa i conti con la realtà di un doping statale durato anni ed anni. I treni quindi passano e se non si colgono si rischia di rimanere a piedi ad affrontare un lungo e procelloso percorso….. diciamo che il treno è la Transiberiana la stazione di partenza Mosca e quella di destinazione Vladivostok: buona fortuna ai pedestri chi dovessero affrontare simil travaglio.

L’Italia, accentuando una tendenza europea, in questi anni di crisi è stata forte nell’export, il quale ha ottenuto buoni risultati, ma l’economia nostrana rimane eccessivamente legata ad i consumi interni (per il 60%) ed a differenza della Spagna, in questi anni non ha saputo alleggerire tale peso in favore dell’export, in modo da render quest’ultimo ancor più trainante. Gli investimenti poi sono minimali, sia privati che pubblici, sia esteri che nostrani, e non trovano in Italia, ma vale anche per l’Europa, un terreno tanto favorevole ed economicamente vantaggioso, quanto in altre parti del globo (Asia, Latam, ma anche USA). La dipendenza dai consumi interni diventa un problema quando essi sono bloccati, ed è il caso in cui ci troviamo, per colpa di un potere d’acquisto sempre in calo, lavoro assente, prospettive future non rosee, fiducia nella ripresa e che le istituzioni riescano a fronteggiare la situazione emergenziale praticamente scomparsa. I blocchi degli stipendi e delle pensioni, la competizione impossibile sul costo del lavoro, le delocalizzazioni e le chiusure industriali, i ricorsi ad ammortizzatori sociali, gli importi delle pensioni che si andranno sempre a ridurre, stipendi bassi in valore assoluto rispetto ad altri stati europei, che divengono palesemente insufficienti se rapportati ai prezzi italiani, non così dissimili da quelli di Francia o Germania, anzi, in alcuni settori, come gli energetici, di gran lunga più alti.

Noto quanto detto sopra ai più, economisti o semplici appassionati, ed il Governo dovrebbe avere ben chiara la situazione, si fatica a capire perché le manovre che avrebbero davvero potuto spingere l’economia, non sono state affrontate. Si parla innanzi tutti di provvedimenti atti ad incrementare in modo strutturale il potere d’acquisto, così da favorire la catena: consumi; incremento di domanda; quindi produzione; creazione di lavoro; come importanti defiscalizzazioni, in particolare sul cuneo fiscale, taglio della spesa pubblica in favore di riduzione delle tasse (ora non è più possibile seguire questo percorso perché l’UE ha intimato di utilizzare i proventi da spending review in favore dell’abbattimento del debito), tassazione progressiva a protezione della classe media (ed ovviamente degli indigenti) in modo da tutelare coloro che più si sono visti penalizzati dalla crisi ed hanno ridotto in maggior misura i consumi (trainanti per numero di individui coinvolti). Quello che ha fatto il Governo, invece, va al momento nella direzione opposta, a parte gli 80 €, la tassazione e le entrate sono aumentate, talvolta trasformate da centrali a locali, concorrendo ad una fittizia defiscalizzazione, si è innescata una deflattiva competizione sul costo del lavoro, insostenibile nei confronti del paesi meno sviluppati, riduzione di salari, stipendi e pensioni. A ciò vanno aggiunte anche le misure a supporto delle imprese e che possano favorire gli investimenti, che dovrebbero riprendere vigore anche nel pubblico, in favore di piccole riqualificazioni territoriali, idrogeologiche, edilizie ed alcune indispensabili grandi opere di adeguamento infrastrutturale (strade, tlc, ferrovie); rientrano tra le misure pro-attrattività anche alcune riforme istituzionali, alle quali il Governo ha scelto, forse giustamente, di dare la priorità, ma non, come ha fatto, riforma elettorale e del Senato, che se, conferendo più stabilità di governo, possono essere nel lungo termine favorevoli agli investimenti non lo sono nell’immediato, come invece ci sarebbe bisogno. Le riforme istituzionali prioritarie sono quelle della burocrazia, della giustizia, sui reati di corruzione ed evasione, tutti temi ai quali gli investitori hanno mostrato sensibilità, propagandati dall’Esecutivo, ma sacrificati sull’altare di quei provvedimenti più efficaci nel garantire Deputati e Senatori ad una parte tosto che ad un altra, a seconda degli accordi in essere.

Ora, forse, quando saranno sistemati Senato ed Italicum, sarà la volta delle tanto agogniate riforme istituzionali davvero funzionali e di quelle economiche, ma il timore, che spero verrà esorcizzato, è che sia troppo tardi.

15/08/2015
Valentino Angeletti
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Invettiva verso un atteggiamento che in Italia tutto ostacola

Con leggero ritardo anche la Confcommercio ha ridotto le stime di crescita del PIL Italiano portandole dallo 0.5% allo 0.3% per il 2014, mantenendo la previsione per il 2015 allo 0.9%. La rettifica non sorprende e segue quella del FMI e del Codacons. Al momento solo il Governo pare non essere intenzionato, forse attendendo i dati ufficiali sulla crescita nel Q2, a rivedere la stima sul 2014 fissata a 0.8%, che, ricordo, fu definita pessimistica, di caso peggiore, dal Ministro Padoan solo qualche mese fa e che ora è lo stesso Premier Renzi a dichiarare difficilmente raggiungibile, pur chiosando (durante un’intervista a Friedman) che una crescita di 0.3%, 0.5%, 1% o 1.5% non farebbe alcuna differenza. L’affermazione probabilmente si riferisce al solo 2014 e vuole essere rivolta allo stato delle famiglie, come per dire che nell’immediato le famiglie non se ne renderebbero conto, rimane però imprecisa e superficiale perché quando ad ottobre si dovrà redigere il documento di economia e finanza e si dovranno verificare i parametri europei le differenze di PIL possono valere fino a 15-16 miliardi con conseguente ripercussione sui provvedimenti da adottare che inutile dire essere strettamente collegati alla pressione fiscale.

Proprio il dato sulla pressione fiscale risulta essere quello più sconvolgente, raggiungendo il primato assoluto del 53,2%, tale da superare Danimarca (51.3%) e Francia (49.5%) i cui livelli di servizi e welfare non sono neppure lontanamente paragonabili ai nostri che definire preistorici è spesso più che calzante. Il dato italiano ovviamente è un dato medio e se quindi per certe categorie di lavoratori l percentuale risulta più bassa, per altre, come artigiani e commercianti può superare il 70% (insostenibile pressoché ovunque).

L’allarme sulla pericolosità di una vessazione così elevata oltre a provenire da Confcommercio era già arrivata dal FMI che annoverava tra le cause di recessione, stagnazione dei consumi, assenza di investimenti internazionali, nazionali, pubblici e privati, proprio il regime fiscale opprimente, così come dall’Europa che consigliava caldamente di spostare la pressione fiscale da famiglie, lavoro, imprese, produzione verso rendite e consumi (aggiungo io in modo progressivo) consiglio solo parzialmente ed incompiutamente perseguito. Gli 80€ in busta paga e l’aumento delle trattenute sulle rendite sono andate in tale direzione, ma la situazione è così grave ed è stata fatta colpevolmente negli anni correre così a largo che senza ulteriori implementazioni risultano essere solo una goccia in un oceano.

In una contesto simile, ulteriore beffa, l’evasore si sente relativamente tutelato, quasi premiato, essendo, e sono parole della nuova Direttrice dell’ Agenzia delle Entrate Orlandi, sanatorie, condoni, scudi il pane quotidiano. L’evasore quindi è portato attendersi un’assoluzione. Ciò detto non è affatto incomprensibile come lo scoramento, il disagio sociale, la sensazione di impotenza fino all’astio ed all’ira possano divenire sentimenti estremamente pervasivi.

Le misure da adottare sul fronte economico sono ben note e qui più volte ribadite tanto che è un insulto ripeterle per l’ennesima volta. Molte in realtà sono già in programma come la spending review di Cottarelli (il quale non mi stancherò mai di ribadire non ha alcun potere attuativo, ma risulta essere un consulente più che un commissario) o le privatizzazioni (ci si augura fatte per conciliare la necessità di reperire risorse con quella di consentire sviluppo ed investimenti a campioni nazionali che sono fondamentali per l’industria e la crescita del paese), ma afflitte dai cornici ed italici slittamenti.

Il punto delle riforme istituzionali è altrettanto importante, una macchina statale agile, snella, efficiente è basilare perché tutta l’infrastruttura funzioni correttamente ed in tempi rapidi, e lo è parimenti per attirare investimenti e capitali esterni, per incrementare fiducia dei partner internazionali governativi e non, per avere l’autorevolezza e la credibilità necessaria a chiedere concessioni (più o meno rientranti nei patti in essere) alle istituzioni europee.

Proprio sulle riforme istituzionali si stanno vivendo momenti di grande tensione, animati da ostruzionismo, blocchi, minacce di Aventino, accuse di autoritarismo, tanto da far slittare di giorno in giorno i lavori parlamentari con la conseguente perdita di tempo preziosissimo. La determinazione di Renzi, che ha evidentemente inserito la riforma del Senato tra le priorità assolute, nel raggiungere l’obiettivo è ammirevole, anche se ciò vorrà dire arrivare fino a settembre inoltrato.

L’ostruzionismo, democraticamente impeccabile, ma drammaticamente infantile quando, come in tal caso, fine a se stesso e quando si possono leggere inverosimili emendamenti come centinaia tra quelli presentati, è più che devastante in un periodo di siffatta urgenza perché innesca una spirale di inazione di cui non c’è affatto bisogno. Esso blocca il processo riformatore della macchina statale, impedisce di allocare le opportune forze e concentrazione sulle riforme economiche, sulle questioni internazionali, sulle vicende europee incluse le nomine ed il semestre di presidenza italiano che ci dovrebbe consentire di dettare l’agenda delle priorità.

C’è da scommettere che quando sarà la volta del confronto sulle unioni civile, altro punto altamente “divisivo” che il Governo ha esplicitamente detto di voler affrontare a stretto giro, nuove fazioni, nuove prese di posizione e nuovi ostacoli sorgeranno arcigni causando il solito lavoro ad intermittenza, le solite vergognose scene nelle onorevoli aule del Parlamento e la consueta dispersione di energie e smarrimento rispetto all’obiettivo finale della ripresa economica che si è tenuti a dover perseguire.

Nel mentre il tempo scorre, il semestre europeo italiano si accorcia sempre di più, le tensioni internazionali che ci toccano geograficamente ed economicamente molto da vicino si acuiscono, ed i dati, cattivi loro, senza azioni mirate e concrete non vogliono proprio migliorare. Sembra che non tutta la politica sia capace, o ne abbia la volontà ovvero l’interesse, di quella la visione strategica e d’insieme necessaria a traghettare l’Italia verso il lungo e tortuoso sentiero del riassetto.

Questa doveva, da almeno 3 anni, essere l’epoca del cambiamento, l’era delle riforme, delle misure shock, il periodo di una collaborazione trasversale extra partitica per implementare un piano di medio-lungo termine che ridesse all’Italia, ed all’Europa, la possibilità di tornare a ricoprire un ruolo economico politico dominante nel mondo globale, invece si sta trasformando, o meglio si sta conservando, come un periodo  di scontri, di frizioni, di accuse, di arroccamenti (e qui il riferimento a tutta quella che è l’industria italiana non è casuale), di prese di posizione partitiche quando non settarie o personalistiche, di violenza verbale, di testardaggini e prese di posizione a volte al limite dell’anacronistico, tutt’altro che quella flessibilità, resilienza, proattività, apertura mentale, visione strategica e pensiero laterale che contraddistinguono tutti leader e tutte le organizzazioni vincenti nel mondo moderno.

Che fare dunque?

Questa è una domanda spinosa, semplice tanto quanto fondamentale, la risposta forse non esiste, di certo andrebbe cambiata la mentalità di taluna classe dirigente e certamente andrà preso un rischio. Per alcuni, anche autorevoli, ormai non c’è più nulla da fare ed il tracollo è mera questione di tempo, per altri sarebbero necessarie elezioni ed un governo forte non di compromesso visto che al compromesso con le larghe intese non si è finora giunti, altri ancora confidano nella discussione e nel dialogo come accade nelle democrazie vere e come sarebbe auspicabile, ma evidentemente l’Italia allo stato attuale non è una democrazia matura a tal punto da produrre confronti negoziali e tavoli di discussione propositivi che portano soluzioni e non solo critiche e muro contro muro; non è matura come non lo sono del resto certi atteggiamenti e certe personalità ai vertici della catena di comando per le quali troppo hanno pagato il paese e noi cittadini.

Quale che sia la soluzione scelta dovrà essere perseguita con determinazione e rapidità fin da subito perché stiamo continuando a perdere troppo tempo con gli eventi che si avviluppano sempre di più senza che l’Italia abbia modo di porvi un freno per puntare ad invertire la tendenza. La diretta conseguenza di un troppo lento procedere non sarà altro che il tracollo politico, istituzionale ed economico.

Link correlato: Volontà di cambiamento? 16/01/2014

 29/07/2014
Valentino Angeletti
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Tagliola fu, ma in nella cronica lentezza del dissenso

Dopo che ieri, primo giorno di voto in aula sugli emendamenti dalla riforma del senato che ha portato il bottino di due sole votazioni con bocciatura dei testi proposti, oggi è stato deciso che si ricorrerà alla tagliola, ossia alla contingentazione dei tempi, per arrivare al voto definitivo entro la pausa estiva dell’ 8 agosto.

Questa esigenza, che, sottolinea Zanda del PD, non è piacevole e sarebbe stata volentieri evitata, si è resa necessaria perché con un ostruzionismo ad oltranza il quale non consente né dialogo né confronto costruttivo e con 7850 emendamenti in ballo non ci sarebbe modo, pur utilizzando l’effetto canguro/domino, di giungere in tempi rapidi ad un voto finale.

Il dissenso di per se non va demonizzato, anzi e parte del processo democratico e migliorativo di una legge o di un provvedimento, ma deve avere l’accezione positiva del confronto e non nascondere dietro di se la volontà di non cambiare nulla, come si ha la sensazione che stia accadendo.

La determinazione di Renzi e del Governo nello sbrogliare il nodo delle riforme è evidente ed ammirevole è l’energia che il Premier ci mette, però non si può non constatare che in tal contesto di dissidenza generalizzata, mossa vuoi per motivazioni di dissenso puramente politico, vuoi per un atteggiamento conservatoristico e protezionistico di interessi particolari che pervade parte del PD, della maggioranza di governo ed ovviamente nelle opposizioni, così come tra altri elementi della società come aziende, enti pubblici, dipendenti di Camera e Senato e molti altri gruppi di interessi, è pressoché impensabile giungere entro breve termine alla soluzione del problema, pur con tutti i moniti del Presidente Napolitano che sottolinea la necessità di evitare gravi paralisi e pur con la proposta di lavorare ad oltranza, anch’essa altamente contestata, dalle 21 alle 24 nel mese di agosto, weekend inclusi.

Ad aggiungere lentezza e macchinazioni alle procedure si inseriscono poi la viscosità dei processi burocratici italiani che richiedono altri 3 passaggi in aula per una riforma come quella del Senato la quale potrà essere operativa non prima di qualche anno e la possibilità del voto segreto su 900 argomenti che acuirebbero sicuramente le divisioni dando adito a macchinazioni e mercanteggiamenti. Il risultato è che i lavori procedono a rilento, in modo non chiaro, infatti non c’è totale consapevolezza se si stia andando incontro ad un Senato di nominati o di eletti a volte a seconda dell’interpretazione del termine il Senato venturo potrebbe essere elettivo o nominativo. Una vicenda che ben rappresenta la monicelliana “supercazzola”.

La necessità della modifica della governance del paese, e lo si ripete per l’ennesima volta, è fondata poiché è necessaria una modernizzazione e poiché è  funzionale anche all’aspetto economico, ma non può, nonostante il lodevole zelo del Premier nel portare i risultati, sottrarre troppe energie ed arrivare a conclusione troppo tardi, perché in fasi economiche come quella in essere il non rispettare i tempi equivale a non centrare l’obiettivo.

La veritiera affermazione che non si è fatto nulla fino ad ora, perdendo colpevolmente anni, e che quindi qualche mese in più o in meno non sono la fine del mondo, perde di significato quando si devono fare i conti con una crescita in continuo ribasso, stimata in zero da Confindustria e dimezzata rispetto a tre mesi fa anche dall’FMI che l’ha allineata alle previsioni Censisi, Eurostat ed Istat di 0.3-0.2%, con consumi e produzione industriale che si muove sul filo dello 0 animando l’euforia quando sale di qualche decimale e buttando nella depressione quando si porta appena sotto lo zero senza considerare che nelle dinamiche reali oscillazioni simili non hanno impatto significativo se non quello di confermare il trend in essere, sfortunatamente per noi negativo. Anche le riforme più rivolte all’economia hanno subito uno slittamento rispetto al “cronoprogramma”, il Jobs-Act è rimandato a settembre, mentre le privatizzazioni hanno rallentato paurosamente, tanto che per far fronte al minor gettito derivato dalla collocazione in borsa di Fincantieri e dalle posticipazioni delle quotazioni di Enav e Poste si sta accelerando nella dismissione di circa il 30% di CdP-Reti che raggruppa importanti infrastrutture energetiche italiane (Snam ad esempio) in favore dei partner cinesi e si sta facendo sempre più concreta la collocazione di ulteriori quote di Eni ed Enel (gettito totale 6 miliardi) con relativa modifica della legge sull’OPA che abbasserebbe dal’attuale 30% al 20% (o 25% come richiesto dal governo) la soglia minima che garantirebbe il totale controllo. Modifica che fa parte del pacchetto DDL Competitività, domani 25 luglio in scadenza e che rischia di rimanere incompiuto.

La situazione è tale che il tempo per implementare misure, senza false illusioni efficaci nel medio periodo, equivale a raggiungere l’obiettivo, il ritardo è un fallimento, a maggior ragione quando l’Italia dovrebbe investire i prossime sei mesi per andare in Europa e dettarne l’agenda, partecipare alla “partita delle nomine”, trattare seriamente con pesanti investitori esteri senza lodarsi per aver ricevuto qualche briciola (come gli scorsi 500 milioni dal fondo del Quatar, per gli elargitori poco più di una mancia per una brava colf) cosa che evidentemente non può fare con piene forze se invischiata nella lotta ai conservatorismi interni.

Al momento, senza voler essere cattivi o troppo pessimisti la situazione è che: il paese non ha trovato quella temporanea armonia dell’accordo trasversale per far sollevare l’Italia da un periodo oltremodo difficile (anche a livello sociale e perciò la mancanza dell’accordo è ancora più grave) che si auspicava tempo fa; mostra dati economici inattesi e decisamente peggiori del previsto; le riforme proseguono troppo lentamente sul piano istituzionale ed anche su quello economico continuando a slittare; in Europa ancora non si è chiarito se il concetto di flessibilità è quello proposto da Padoan o da Katainen; un reale piano industriale e di investimenti pubblici che risponda alla domanda “dove vuole andare nei prossimi 40-50 anni il paese e soprattutto che mezzi vuole mettere in campo” non esiste ancora.

Pensare che di opportunità anche connesse al nostro semestre europeo ve ne sarebbero, ad esempio il nuovo pacchetto clima-energia europeo pone il nuovo obiettivo di risparmio energetico al 30% entro il 2030, insieme a una riduzione del 40% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990 e ad una quota di energie rinnovabili pari ad almeno il 27% del consumo totale di energia. Tutti campi in cui l’italia eccelle per competenze e tecnologie e dove potrebbe investire creando un importante indotto ad alto valore aggiunto e diventando per risultati oggettivi un esempio mondiale….. forse però per i fissati del Senato i reali problemi sono altri.

Vale sempre il solito quesito, pur in una situazione istituzionale complessa, con una legge elettorale a metà, le elezioni ed una conseguente forte maggioranza (che rimane una scommessa da vincere da parte di Renzi) potrebbe riuscire a sbloccare l’impasse?

el resto si disse tempo fa che il governo avrebbe avuto vita difficilissima dovendo sottostare a molti compromessi: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07-05-14

24/07/2014
Valentino Angeletti
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Dati economici che cominciano a preoccupare

Si comincia a percepire in modo marcato un senso di sempre maggiore preoccupazione nei confronti dei dati economici del nostro paese. Gli allarmi e gli interventi più estremi e radicali, come una manovra correttiva oppure addirittura il commissariamento dell’Italia da parte della Troika, sono seccamente smentiti dal Governo e dalla voci di Renzi e Padoan in persona.

Risulta innegabile però che la situazione economica a causa delle mille congiunture e variabili interne ed esterne, stenti a migliorare, per il nostro paese in particolare. Gli ultima dati diramati dal Censis (Link: Censis: paveri raddoppiano in quinquennio 07-12 ) parlano di un incremento del 100% dei poveri nel quinquennio 2007-2012 mentre Prometeia rivede al ribasso le stime del PIL portandole per il 2014 a +0.3% contro la stima (definita pessimistica) di +0.8% del Governo mentre per il 2015, secondo l’istituto bolognese, la crescita si fermerebbe all’ 1.2%. Questi numeri si aggiungono al debito in crescita, alla ancora non chiara entità della spending review di Cottarelli, alla disoccupazione che non si riesce ad arginare ed ai consumi in stagnazione (e con i dati Censis non potrebbe essere altrimenti) che zavorrano la produzione industriale. A tutto ciò, ed in parte ne è conseguenza, si aggiunge anche la bassissima inflazione, uno spettro che pervade l’ intera Europa.

Questi segnali che ora intimoriscono in modo manifesto erano già ben noti (Link: Ridurre il debito è oggettivamente possibile? ), come lo era il fatto che se il fiscal compact Europeo, il quale al momento rappresenta una di quelle regole dei trattati che si vorrebbero più flessibili senza però mai paventare la possibilità di una reale rinegoziazione, non impone automaticamente all’Italia di perseguire ulteriore gettito per abbassare il rapporto debito/PIL, lo impone di fatto se non si riesce a ridurre sensibilmente il debito o ad aumentare il PIL. Con un debito sotto controllo, ossia non in crescita, ed un PIL attorno al +2% il fiscal compact praticamente non richiederebbe azioni dirette. Non è ovviamente così se le stime di crescita sono più basse di quelle, già non entusiasmanti, previste.

Il nodo delle riforme istituzionali rispetto a quelle economiche, è stato posto su un pino maggiormente prioritario, ed una sua logica ce l’ha poiché la governabilità, lo snellimento delle procedure, la certezza normativa, influiscono anche sull’economia e sulla capacità di attrarre investimenti in un paese, ma non si può negare che gli scontri e gli attriti stanno facendo perdere molto tempo, il resto lo fa la complessità del sistema italiano; ad esempio per la riforma del Senato, che sembra ormai prossima, saranno necessari due passaggi alla Camera e due al Senato intervalli da almeno 90 giorni l’uno dall’altro. Malcontenti e talvolta pesanti scontri verbali si verificano costantemente tra le fronde di medesimi partiti, tra alleati di governo e tra alleati per le riforme. Nel mentre si discute il tempo passa e di trimestre in trimestre i dati e le previsioni non migliorano quando non vengono riviste al ribasso. Rapidità è quello che anche l’Europa ci chiede, ben consapevole che la crescita andrebbe perseguita immediatamente (nonostante l’Unione fino ad ora non sia comportata in modo impeccabile nella gestione della crisi), invece nel Bel Paese tra dibattiti interni, oggettive problematiche da affrontarsi rapidamente (come questioni internazionali, dal medio oriente all’Ucraina, ed immigrazione), tra frondisti, scissionisti, ultimatum vari che poi magari si dissolvono in un bicchiere d’acqua, senza considerale l’ancestrale problema della declinazione di genere del termine presidente (il presidente, la presidente o la presidentessa… sbagliare potrebbe essere offensivo sfiorando il più tremendo maschilismo) si sprecano energie e tempo prezioso per “venire a capo” a questioni estemporanee non riuscendo ad affrontare tematiche più importanti, di ampio respiro e di medio termine. Si badi bene che è così da anni, anzi da decenni, ed intanto il tempo è scorso ed veri nodi sono sempre lì e sempre più intricati da sciogliere.

In autunno l’Italia dovrà presentare il DEF, la vecchia finanziaria, all’ EU, nel frattempo vi sono le importanti nomine europee che impegneranno parte del nostro Governo, internamente ancora molto rimane da risolvere, poi vi sono le ferie estive, al quale Renzi pare vorrà ammirabilmente rinunciare, ma purtroppo lui da solo non basta, ed ancora il periodo per riprendere le redini del lavoro sospeso, dunque sopraggiungerà l’autunno e con esso il documento economico da presentare a Bruxelles con dati oggettivi alla mano perché l’Europa ha fatto ben intendere che di promesse senza elementi fattivi non ne vuol sapere.

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14/07/2014
Valentino Angeletti
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