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ISTAT: PIL +0.2%. La crescita, pur in linea con le previsioni, non entusiasma ed inefficaci sono state le tecniche per sostenerla, nonostante buone congiunture macro

L’ISTAT ha diramato i dati, rispetto ai primi tre mesi del 2015, del PIL italiano relativi al Q2 2015. Il segno che si è ripresentato, dopo tredici trimestri consecutivi, è il “più”, e per la precisione +0.2%, lievemente in calo rispetto a quello fatto registrare nel Q1 2015, che fu di +0.3%. Tecnicamente la recessione è quindi finita. Nonostante la stima dell’Istituto di Statistica sia allineata alle previsione, essa non ha entusiasmato, perché in realtà le stime del Governo si erano mantenute decisamente conservative, nella speranza di poter dare dati migliori, con evidenti vantaggi n termini di propaganda ed annunci. Anche il resto di Europa pare arrancare, la Francia è ferma al palo, la Germania delude, segnando +0.4% rispetto ad una stima del +0.5%. Ad andare bene sono la Spagna: +1% (+3,1% su base annua) e sorprendentemente la Grecia: +0.8%. Riguardo ad Atene però, suggerirei di considerare il fatto che l’Istituto di Statistica Ellenico, che ha emesso il report, è ancora quello che l’Europa ha chiesto di riformare, avendo in passato trasmesso statistiche, dati e report, per così dire, poco affidabili, quindi “pay attention”. La media dell’area Euro nel complesso è del +0.3%, lenta e poco entusiasmante.

Il Governo ovviamente, e non potrebbe fare altrimenti, vede la parte piena di un bicchiere per la maggior parte, ben più dei tre quarti, vuoto. Giustifica il dato asserendo che in ogni caso il trend è stato invertito, siamo nuovamente in fase di crescita, fuori dalla recessione. Del resto il +0.2% era stato preventivato e quindi è in linea con le stime, non può dirsi una sorpresa negativa. Inoltre a crescere col freno tirato è tutta l’Europa.

I fatti però sono ben diversi e più preoccupanti. Innanzi tutto, al contrario degli USA, l’Europa, anche nei paesi dove le crescite sono più spinte, presenta una situazione economica peggiore del 2008, anno di svolta per il fallimento Lehman Brothers: un’economia nel complesso e puntualmente, prendendo i singoli paesi membri, più piccola. In secondo luogo, non è possibile, come ha fatto il Governo, addurre a giustificazioni le crescite lente degli altri membri, sappiamo bene che le attese erano più ottimistiche, alla luce di questo dato pare difficile poter centrare il target, peraltro sempre troppo basso, del +0.7% fissato per il 2015, quando, anche per tale dato, le speranze erano per sorprese dal segno più marcatamente positivo. Per riagganciare la crescita occupazionale, fardello che opprime l’Italia, nonostante Jobs Act, defiscalizzazioni, abolizione dell’articolo 18, ossia l’alto tasso di disoccupazione (12.3% complessivo, oltre 40% tra i giovani con punte del 50% in un sud Italia che lo Svimez ha messo a rischio di arretratezza perenne), è totalmente inutile un +0.2% come lo sarebbe il +0.7% se lo si centrasse a fine anno. Per far crescere, a seguito di ritardi fisiologici, il numero degli occupati servono crescite minime oltre 1.5% – 2%, è dimostrato e qui è stato più volte ribadito. Ben vengano le trasformazioni e stabilizzazioni dei precari, occorse in gran numero per la possibilità di licenziamenti (invero neppure troppo richiesta delle PMI italiane le quali per il 90%, avendo meno di 15 dipendenti, neppure dovevano sottostare all’Art. 18) e per la defiscalizzazione di 3 anni per un massimo di 24 mila € a lavoratore, ma esse non spostano l’ago della bilancia e non conferiscono, nè aggiungono, potere d’acquisto a chi non ne ha o ne ha rimasto forse addirittura meno di quanto occorrerebbe per sostentarsi. A ciò si aggiungono un rapporto deficit/PIL al limite del 3% (grazie all’applicazione della flessibilità UE, altrimenti avrebbe dovuto essere 0.3-0.4% in meno), ma soprattutto un debito/PIL al 132% ed una spesa pubblica che non accenna a calare. Evidentemente senza spinte di PIL ad incrementare i denominatori, ed una spendign review, utile e doverosa nei confronti dei cittadini, a diminuire i numeratori, agire sull’ultimo parametro in modo positivo risulta impossibile. Sempre il Governo non po’ puoi far finta che questo sia un periodo come gli altri. Stanno sussistendo congiunture macroeconomiche irripetibilmente favorevoli: bassi tassi per prestiti, cambio euro-dollaro favorevole per le esportazioni, prezzo del greggio ai minimi, QE europeo, flessibilità concessa dall’UE (poca, ma più che nulla) sul deficit/PIL che ha valso 6 mld, spread basso con risparmio (teorico, perché è aumentato lo stock complessivo di debito) sugli interessi, . Queste condizioni non dureranno a lungo e già sono minate dalla persistente crisi in Russia, dalle sanzioni a Putin, dalla vicenda Libica e mediorientale, dalle migrazione, che pure hanno un costo, dalla crisi greca, ed ora, elemento assolutamente di primaria importanza, da un ‘economia cinese che fa i conti con la realtà di un doping statale durato anni ed anni. I treni quindi passano e se non si colgono si rischia di rimanere a piedi ad affrontare un lungo e procelloso percorso….. diciamo che il treno è la Transiberiana la stazione di partenza Mosca e quella di destinazione Vladivostok: buona fortuna ai pedestri chi dovessero affrontare simil travaglio.

L’Italia, accentuando una tendenza europea, in questi anni di crisi è stata forte nell’export, il quale ha ottenuto buoni risultati, ma l’economia nostrana rimane eccessivamente legata ad i consumi interni (per il 60%) ed a differenza della Spagna, in questi anni non ha saputo alleggerire tale peso in favore dell’export, in modo da render quest’ultimo ancor più trainante. Gli investimenti poi sono minimali, sia privati che pubblici, sia esteri che nostrani, e non trovano in Italia, ma vale anche per l’Europa, un terreno tanto favorevole ed economicamente vantaggioso, quanto in altre parti del globo (Asia, Latam, ma anche USA). La dipendenza dai consumi interni diventa un problema quando essi sono bloccati, ed è il caso in cui ci troviamo, per colpa di un potere d’acquisto sempre in calo, lavoro assente, prospettive future non rosee, fiducia nella ripresa e che le istituzioni riescano a fronteggiare la situazione emergenziale praticamente scomparsa. I blocchi degli stipendi e delle pensioni, la competizione impossibile sul costo del lavoro, le delocalizzazioni e le chiusure industriali, i ricorsi ad ammortizzatori sociali, gli importi delle pensioni che si andranno sempre a ridurre, stipendi bassi in valore assoluto rispetto ad altri stati europei, che divengono palesemente insufficienti se rapportati ai prezzi italiani, non così dissimili da quelli di Francia o Germania, anzi, in alcuni settori, come gli energetici, di gran lunga più alti.

Noto quanto detto sopra ai più, economisti o semplici appassionati, ed il Governo dovrebbe avere ben chiara la situazione, si fatica a capire perché le manovre che avrebbero davvero potuto spingere l’economia, non sono state affrontate. Si parla innanzi tutti di provvedimenti atti ad incrementare in modo strutturale il potere d’acquisto, così da favorire la catena: consumi; incremento di domanda; quindi produzione; creazione di lavoro; come importanti defiscalizzazioni, in particolare sul cuneo fiscale, taglio della spesa pubblica in favore di riduzione delle tasse (ora non è più possibile seguire questo percorso perché l’UE ha intimato di utilizzare i proventi da spending review in favore dell’abbattimento del debito), tassazione progressiva a protezione della classe media (ed ovviamente degli indigenti) in modo da tutelare coloro che più si sono visti penalizzati dalla crisi ed hanno ridotto in maggior misura i consumi (trainanti per numero di individui coinvolti). Quello che ha fatto il Governo, invece, va al momento nella direzione opposta, a parte gli 80 €, la tassazione e le entrate sono aumentate, talvolta trasformate da centrali a locali, concorrendo ad una fittizia defiscalizzazione, si è innescata una deflattiva competizione sul costo del lavoro, insostenibile nei confronti del paesi meno sviluppati, riduzione di salari, stipendi e pensioni. A ciò vanno aggiunte anche le misure a supporto delle imprese e che possano favorire gli investimenti, che dovrebbero riprendere vigore anche nel pubblico, in favore di piccole riqualificazioni territoriali, idrogeologiche, edilizie ed alcune indispensabili grandi opere di adeguamento infrastrutturale (strade, tlc, ferrovie); rientrano tra le misure pro-attrattività anche alcune riforme istituzionali, alle quali il Governo ha scelto, forse giustamente, di dare la priorità, ma non, come ha fatto, riforma elettorale e del Senato, che se, conferendo più stabilità di governo, possono essere nel lungo termine favorevoli agli investimenti non lo sono nell’immediato, come invece ci sarebbe bisogno. Le riforme istituzionali prioritarie sono quelle della burocrazia, della giustizia, sui reati di corruzione ed evasione, tutti temi ai quali gli investitori hanno mostrato sensibilità, propagandati dall’Esecutivo, ma sacrificati sull’altare di quei provvedimenti più efficaci nel garantire Deputati e Senatori ad una parte tosto che ad un altra, a seconda degli accordi in essere.

Ora, forse, quando saranno sistemati Senato ed Italicum, sarà la volta delle tanto agogniate riforme istituzionali davvero funzionali e di quelle economiche, ma il timore, che spero verrà esorcizzato, è che sia troppo tardi.

15/08/2015
Valentino Angeletti
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Europa ed Olli Rehn VS Italia

Olli Rehn, probabile candidato alla presidenza della Comissione Europea nelle file del partito liberaldemocratico ALDE, in un’intervista a Repubblica, ha ribadito come l’Italia, non solo continui ad essere un’osservata speciale, ma stia disattendendo ciò che sarebbe necessario fare, a partire dal debito “monster” in continua ed inesorabile crescita e che le stime vedono per il 2014 ad oltre il 134% del PIL.
Secondo Olli Rehn, che si dice pronto a ricredersi e felice di sbagliarsi, gli sforzi sui tagli alle spese presenti nella legge di stabilità non sarebbero sufficienti, dovrebbero invece dare risultati tangibili già a partire dal 2014, così come le privatizzazioni apportano un contributo minimo e non incisivo alla riduzione del debito ed al miglioramento della concorrenza in settori economici importanti.
Del resto l’impegno strutturale che l’Europa si attendeva dall’Italia avrebbe dovuto essere di almeno 0.5 punti di PIL (circa 8 miliardi) ed invece sarà solamente dello 0.1% (1.6 miliardi). Alla luce di ciò, secondo Rehn, l’Italia non ha margini di manovra e non potrà invocare la clausola di flessibilità per gli investimenti.

Non è la prima volta che il Commissario per gli Affari Economici e Monetari Europeo redarguisce l’Italia e non è la prima volta che, giustamente, l’Italia si appella alla politica di austerità Europea che evidentemente ha fallito cominciando il declino con l’episodio della Grecia, proseguendo poi con Cipro fino ai giorni nostri.

Evidentemente in questo contesto di recessione pesante l’austerità, contrariamente a quanto può avvenire in momenti di espansione economica, non porta i frutti desiderati, non è la via corretta per una crescita sostenibile e sincronizzata tra i vari stati membri e si trasforma in una spirale viziosa che come la morsa di un’anaconda si avvinghia alla sua preda soffocandone l’apparato respiratorio. La teoria di Laffer ha trovato più volte riscontro e l’indice di disuguaglianza GINI si è ampliato sia all’interno dei singoli paesi, in modo preoccupante in quelli più periferici ed in difficoltà, sia tra gli stati europei, portando alla paradossale conseguenza che invece di riequilibrare il sistema e risincronizzarlo con una più equa ridistribuzione di ricchezza ed oneri, come è nello spirito dei fondatori europei, lo ha esasperato nelle disuguaglianze, offrendo grandi vantaggi a pochi, immensi fardelli a molti già meno facoltosi e fomentando le derive anti europeiste.

L’esempio del Giappone di Abe, ma anche della Cina e degli USA mostrano che la prima fase di leggera svalutazione competitiva seguita da importanti piani di investimenti a lungo termine ad alto valore tecnologico e ad alta intensità di lavoro specializzato, portano buoni frutti.

La ECB sul fronte della politica monetaria, nel limite del suo mandato che non consente di coniare, sta facendo il possibile mantenendo i tassi di interesse bassi; sul fronte degli investimenti però poco si sta consentendo ai paesi più in difficoltà e che più ne avrebbero bisogno, costretti come sono a rispettare il rapporto deficit/PIL del 3% che ormai suona anacronistico poiché fissato in presenza di scenari macro del tutto differenti. Con le restrizioni in atto ed i conti blindati trovare risorse da destinare alla crescita è quanto meno complesso.
Un cambiamento di approccio a livello Europeo (che dire degli Eurbond?) è imprescindibile ed è stato sostenuto più e più volte, sia qui che in molte altre parti e partiti.

Sottolineato nuovamente questo aspetto, va però affermato che Olli Rehn ha buone ragioni nel diffidare dell’Italia. Nel nostro paese tutte le linee guida europee sono state disattese, la tassazione non è stata spostata, in modo progressivo, da lavoro, persone ed imprese verso i patrimoni ed i consumi; l’IMU, la decadenza, le vicende interne al PD, la scissione nel centro destra, i continui tentennamenti politici del dopo governo Berlusconi, ultimo il veloce “drive throught” parlamentare per confermare la discontinuità e prendere atto della nuova maggioranza, hanno catalizzato l’attenzione per troppo tempo impedendo di fare ciò che è realmente utile per cittadini ed imprese e rendendo ciechi, vista la polarizzazione dei media, gli stessi cittadini ed ancor peggio la politica dalle vere questioni di interesse globale.
Misure incisive su lavoro, occupazione, crescita, credito a persone ed imprese, lotta all’evasione, alla burocrazia, agli sprechi ed della spesa improduttiva non sono state prese ed il lavoro di Cottarelli, al quale Rehn si è rivolto non troppo implicitamente, sarà arduo, tanto più che, nel suo contratto triennale, non avrà potere esecutivo, ma dovrà solo redigere report. Non è stato possibile fare una sensata legge elettorale, agire sulle province e sul finanziamento pubblico ai partiti, nonostante vi fosse condivisione trasversale e nell’ultimo caso anche un referendum. Se poi si passa a parlare della corruzione, della trasparenza, degli appalti e subappalti pubblici, delle leggi ed emendamenti con postille al limite del legale e della gestione dei fondi europei che sono andati a finanziare non pochi grandi progetti, come la banda larga, le infrastrutture, l’energia, l’ambiente, la riqualificazione edilizia e la messa in sicurezza del territorio, ma una miriade di migliaia di fiere di paese decisamente inutili.

Con tali credenziali andare a protestare perché in Europa non godiamo dell’autorevolezza di cui un paese, con le potenzialità dell’Italia e che versa all’Europa quanto versa l’Italia, dovrebbe godere è poco serio.

A livello di sistema paese l’Italia dovrebbe iniziare davvero a segnare una rottura col passato e con i vecchi costumi, ma ce ne deve essere la volontà finora latitante, ed allearsi con altri stati in condizioni simili, come Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, in modo da fare massa critica presso le istituzioni europee; allo stesso tempo però deve mantenersi aperta verso i grandi mercati mondiali diventando il riferimento per il Mediterraneo ed il crocevia dell’Europa.

02/12/2013
Valentino Angeletti
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