Archivi tag: Rivalutazione QUote

Non sarò uno squalo di wall street, ma i pianti su rivalutazione Bankitalia sembrano fuori luogo

Non sono certo io uno squalo di Wall Street né un Gordon Gekko, un Bernard Madoff o un George Soros, ma sinceramente non comprendo le motivazioni, o meglio, comprendo perfettamente la volontà, a mio avviso inopportuna in un contesto come quello in atto, di proteggere i propri interessi, che spinge le banche a lamentarsi in modo marcato per l’incremento dal 12 al 26% della tassazione sulla plusvalenza relativa alla rivalutazione delle quote di Bankitalia da loro detenute.
Va dato atto alle banche di aver subito lo scorso hanno un incremento dell’anticipo Ires al 130% (dal 128.5 precedente) ed è oggettivo che quest’anno, riporta la CGIA di Mestre, il settore bancario subirà un prelievo fiscale pari a 5.9 miliardi, ma ciò non sembra sufficiente ad opporsi in modo simile al provvedimento del Governo Renzi che rimane estremamente vantaggioso per gli istituti di credito.

Sul tema dell’aumento delle quote di Bankitalia si può approfondire ai link di seguito:
Sull’ora ICS, in fondo una nota sulla tassazione alla plusvalenza relativa alla rivalutazione quote Bankitalia
Cenni su seconda versione rivalutazione Bankitalia

Le quote di Bankitalia sono distribuite tra i vari istituti come riportato sul SITO della Banca D’Italia stessa (Link).

La rivalutazione delle quote che complessivamente valgono 156’000 € le porterà ad assumere il valore complessivo di 7’500’000’000 €, in sostanza viene applicato un fattore moltiplicativo di 48’077. Detto in modo molto semplice se un istituto detiene una quota da 1 € il giorno dopo la rivalutazione la medesima quota varrà 48’077 €. L’operazione avviene, in questa prima fase, senza trasferimento di denaro dal soggetto pubblico a quello privato, ma rimane un notevole vantaggio per gli istituti che detengono molte quote in quanto rafforza il loro patrimonio in modo evidentemente importante.

Non sembra per tanto strano che si chieda agli istituti di pagare il 26% sulla plusvalenza ottenuta da questa operazione. Nell’esempio si tratterebbe di pagare il 26% di 48’076 €.

Innanzi tutto viene adeguato il prelievo sulla plusvalenza a quello che pagano i privati cittadini, il 26% appunto.

In secondo luogo, se è vero che questo è l’anno degli stress test europei, è altrettanto vero che negli anni scorsi, in piena crisi, è stata prassi comune tra numerosi istituti incassare denaro all’ 1% dalla ECB, idealmente destinato ad alimentare l’economia reale, ma nei fatti depositato presso la ECB stessa durante la notte oppure utilizzato per operazioni finanziari su titoli di stato all’epoca molto appetibili.

L’ammontare complessivo della tassazione sulla plusvalenza derivante dalla rivalutazione di Bankitalia è pari ad 1.8 miliardi di €, molto inferiori rispetto a quanto ricevuto, sempre durante gli scorsi anni di crisi, da parte di Stato (la sola MPS ha ricevuto 3.7 miliardi di € da restituirsi ad un tasso del 9.5% al quale sta faticosamente cercando di tenere fede, pena la nazionalizzazione, a suon di aumenti di capitale ben oltre il valore nominale della banca stessa), azionisti (a mezzo di ADC) ed ECB come abbiamo precedentemente detto.

Inoltre i costi di commissione sui conti correnti, sulle operazioni agli sportelli, di prelievo tramite ATM, sulle carte di credito sono ai massimi in Europa, senza considerare i tassi di interesse sugli scoperti, sulle carte di credito revolving e sugli stessi finanziamenti che varie inchieste e reportage hanno confermato essere al limite dell’usura (quando non oltre).

Detto ciò le lamentele non sembrano giustificate, anzi si dovrà vigilare affinché non siano i correntisti, come spesso è capitato, a pagare né tantomeno che vengano giustificate eccessive chiusure di sportelli e ridimensionamenti degli organici.

Qualora l’ABI continuasse ad asserire di essere oltremodo danneggiata lo Stato potrebbe pensare di bloccare la rivalutazione di Bankitalia, riacquistare il 95% delle quote circolanti, rivalutarle e solo allora venderle ponendo agli acquisti un limite massimo pari al 3% del capitale totale di Bankitalia, consentendo un prezzo di sconto rispetto al nuovo valore per rendere vantaggiosa l’operazione anche per gli istituti. In tal modo non vi sarebbe più il problema di pagare tasse sulla plusvalenza e lo Stato ne trarrebbe un gettito decisamente maggiore rispetto ad 1.8 miliardi.
Sono certo che se quanto sopra venisse proposto il 26% sarebbe visto molto più di buon occhio.

19/04/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Quote Bankitalia e privatizzazione Enav e Poste. A cosa si potrebbe andare in contro?

È ormai avviata e durerà circa due anni la fase di nuove privatizzazioni di cui si è parlato nei mesi scorsi ed ufficializzata dal Ministro Saccomanni al World Economic Forum di Davos. Le intenzioni del governo sarebbero quelle di raccogliere tra i 15 ed i 20 miliardi di € mettendo sul mercato alcuni gioielli dello Stato, nella fattispecie, una quota di controllo di Sace e Grandi Stazioni, poi quote non di maggioranza di Enav, Stm, Fincantieri, Cdp Reti, il gasdotto Tag, Poste ed un 3% di Eni.

Parallelamente a queste avverrà anche il rafforzamento del capitale di Bankitalia (o Banca d’Italia). Il capitale sociale dell’istituto di via Nazionale passerà dagli attuali 156’000 € ai 7.5 miliardi di €. Le quote Bankitalia sono detenute per il 95% da banche ed assicurazioni (principalmente Intesa 30.3, Unicredit 21.1, Generali 6.3, CdR Bologna 6.2, e poi Unipol Sai, MPS) e per il 5% dallo Stato.
I possessori delle quote beneficiano annualmente della distribuzione degli utili, fino ad un massimo del 10% del capitale sociale (attualmente 15’600 €), più fino ad un massimo del 4% delle riserve statutaria che ammontano complessivamente a 23 miliardi, benché negli anni scorsi la percentuale distribuita sia stata decisamente inferiore, attorno allo 0.5%.
Oltre a ciò verrebbe fissato al 3% la quota massima per ciascun istituto, l’eccedenza dovrà essere venduta entro 36 mesi alla Banca d’Italia stessa, in quanto unico acquirente per statuto possibile, che potrà a sua volta rivenderle ad altri istituti andando ad ampliare il panorama degli azionisti, oppure mantenerle.
Questa operazione porterà una plusvalenza pura per gli istituti detentori che quindi dovranno, per il primo anno, pagare più tasse (si stima circa tra 900 mln e 1.5 mld €), ma che poi potranno incassare dividendi pubblici, fino ad un massimo del 6% del capitale sociale, più cospicui (il pareggio avverrebbe circa dopo 2 anni), ma soprattutto incasseranno denaro fresco (e pubblico) dalla cessione delle quote rivalutate eccedenti il 3%. Tal provvedimento, decisamente migliore della prima versione dove non era previsto il tetto massimo del 3% e dove la rivalutazione costituiva puramente un artificio contabile, sembra comunque un palliativo di brevissimo termine per lo Stato, ed un tocca sana per istituti bancari ed assicurazioni, proprio nell’anno degli stress test e dell’asset quality review.

Tornando alle privatizzazioni, la prima tranche vedrà coinvolte Enav e Poste per le quali si prevede una cessione di quote di minoranza pari rispettivamente al 49% e 40%.
Premettendo che, a patto di uno stretto controllo sui piani industriali, giudico positivamente le privatizzazioni quando un soggetto pubblico, a causa di conti dissestati o priorità strategiche differenti, non è più in grado di investire e potenziare una propria azienda non consentendole dunque di essere competitiva e di affrontare le nuove sfide dei mercati o di erogare un servizio sufficientemente di qualità e capillare e quando i proventi delle privatizzazioni sono utilizzati in modo produttivo e non finiscono nel gigantesco oceano di spesa pubblica, magari andando a sovvenzionare eventi e manifestazioni di dubbio interesse o ancor peggio la pletora di aziende partecipate da enti statali e locali con i loro organici apicali e manageriali lautamente retribuiti a fronte di bilanci disastrati, l’operazione in essere lascia qualche perplessità, nonostante il recente caso della britannica Royal Mail che rappresenta un esempio di grande successo.

Il gettito previsto ammonta a circa 1.8 miliardi per l’ Ente Nazionale Assistenti di Volo ed a 4 miliardi per le Poste. Esso andrà a cercare di scalfire il debito pubblico di oltre 2’100 miliardi di €, evidentemente una goccia nel mare poiché con i 6 miliardi scarsi si arriva malapena a pagare tra 1/15 ed 1/13 degli interessi che l’Italia deve corrispondere annualmente ai propri creditori.

Un altro punto che dovrebbe essere approfondito riguarda, nel caso delle Poste, la volontà di avvicinarsi al modello tedesco ed americano, dove i lavoratori azionisti hanno propri rappresentanti nelle assemblee. Idea di per se buona quella di riservare azioni ai propri dipendenti, ma, a fronte di una percentuale che potrà arrivare ottimisticamente al 10-15%, difficilmente essi, come ogni altro azionista, avranno voce in capitolo contro uno Stato detentore del 60%.

Infine, ma aspetto più importante, riguarda il mutamento della mission di una azienda che da totale controllo pubblico si appresta ad aprirsi, benché parzialmente, al mercato.
In ogni mission di qualsiasi azienda quotata, e non potrà fare diversamente Poste se vorrà attrarre investitori importanti, è presente, più o meno esplicitamente, la frase che il fine ultimo dell’azienda è quello di creare valore per i propri azionisti, mentre per un soggetto pubblico l’obiettivo è quello di garantire un servizio eccellente ai cittadini. Servizio contro profitto dunque, elementi che non necessariamente sono in contrapposizione. Nelle economie sane ed oneste infatti a servizio di qualità ed al giusto prezzo corrisponde spesso il profitto dovuto ad un’ampia e fedele clientela. Le Poste però in Italia, caso non unico, ma raro, agiscono, per quel che riguarda il business della corrispondenza, in regime di monopolio e non hanno concorrenza con il quale competere, non c’è vero libero mercato e si corre il rischio che per perseguire il profitto il privato possa ridurre il servizio, forte del fatto che la clientela è per forza di cose certa. Inoltre vanno presi in considerazione i ragionamenti ed i meccanismi che regolano le aziende private, benché partecipate.
Gli investitori vorranno dei piani industriali che puntino a razionalizzare ed ottimizzare i costi, le spese e gli organici, quindi non è difficile pensare che possa essere messa in discussione la reale utilità e l’efficienza operativa dei 145’000 dipendenti e dei quasi 50’000 uffici postali, situati a volte in zone decisamente periferiche e con pochi clienti a settimana, che avevano rischiato la chiusura già qualche mese fa.
Potrebbero essere proposti piani di esodo anticipato o accompagnamento alla pensione, chiusura di uffici secondari o accorpamento con centri maggiori e relativo spostamento dei dipendenti.
Per quanto riguarda i servizi potrebbe essere considerata una loro esternalizzazione, magari proprio a cominciare dai porta lettere, dai servizi informatici e dalla gestione degli immobili.
Potrebbe poi essere valutato di concentrarsi sul core business, che se per le Poste pubbliche poteva essere la poco redditizia attività di consegna della corrispondenza, per i privati saranno sicuramente le attività BancoPosta, i prodotti finanziari ed assicurativi, come Poste Vita, che offrono buoni profitti, perché va saputo che ormai le Poste guadagnano solo con le loro attività di servizio bancario.Di qui il passo che porta a depotenziare le attività non core dandole in gestione a terzi oppure dismettendole, il passo è estremamente breve.

Esempi ne abbiamo fin troppi, a cominciare da Ferrovia che hanno deciso di puntare sui collegamenti ad alta velocità, disinvestendo sulle tratte secondarie (in usa dai pendolari) e cedendole a regioni, province o trasporti locali; Alitalia con la cassa integrazione e gli esuberi dei suoi dipendenti; ENI, con la cessione ad HP di tutti i suoi servizi ICT e non mi voglio dilungare oltre.

Questi ragionamenti devono essere fatti a priori, non sono meccanismi nuovi, anzi si ripetono costantemente sia in Italia che all’estero. Deve essere deciso preventivamente come agire perché attendendo, come è stato sempre fatto finora, che i problemi si presentino saremo nella costante situazione di correre ai ripari e mettere pezze provvidenziali che avrebbero potuto essere evitata gestendo diversamente una situazione prevedibile.

Considerando poi che le Poste, dopo il riassetto di Passera, sono una realtà pubblica funzionante, fatti salvi i disguidi che possono presentarsi ovunque, c’è da fare un ulteriore ragionamento a monte: conviene davvero cedere, probabilmente a prezzi inferiori al reale valore di mercato, il 40% di Poste per ricavarne 4 miliardi, quando volendo avere un impatto importante sul debito servirebbe mobilitare, tra privatizzazioni di aziende, vendita e gestione del patrimonio immobiliare, una somma orientativamente di 100 miliardi di € (a cifre simili ammontarono le prime privatizzazioni)?
Ed ancora, si è in grado di garantire che i già esigui proventi della vendita degli assets pubblici non vengano fagocitati per alimentare la spesa corrente? In altri termini, si ha un’idea più precisa della semplice frase “andranno a ridurre il debito”?
Si è in grado di garantire che dei 145’000 dipendenti delle Poste, il più grande datore di lavoro nostrano, nessuno vada a gravare sugli ammortizzatori sociali e sul sistema di welfare pubblico?
Almeno a queste domande si deve essere in grado di rispondere prima di lanciarsi in operazioni simili.

24/01/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale