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Bertolaso VS Giachetti: surreale (per ora) confronto alla “Messi VS Maradona”

Messe alle spalle le primarie romane del PD, non senza polemiche e strascichi che avranno bisogno di tempo per estinguersi completamente, con le quali Roberto Giachetti è stato eletto a candidato democratico, sostenuto da Renzi, per la corsa al Campidoglio, è stata, sabato e domenica scorsi, la volta delle “gazzebarie”, nome con il quale il centrodestra ha identificato le proprie primarie, conformate più come un referendum su Bertolaso, candidato sostenuto da FI e Berlusconi, che si è personalmente speso a sostegno del “City Manager”.

Facendo un  rapido calcolo ed ingaggiando un duello virtuale molto interessante, benché, parlando a livello scientifico, poco significativo (una sorta di Maradona VS Messi), possiamo dire che le primarie del PD hanno portato al voto circa 42’000 persone, su un target sperato di 70-100 mila elettori (non un trionfo dunque), mentre, a fronte di una prospettiva di 10 mila votanti, le gazzebarie, secondo dati ufficiali, un range tra le 45 e le 48 mila persone (facendo, stavolta a ragione, gridare al successo gli organizzatori). Supponiamo che in ambedue i casi, ragionando per difetto, i votanti siano stati circa 40 mila: nel CDX il 90% ha sostenuto Bertolaso, mentre, per il CSX, è stato il 60% a sostenere Giachetti il restante 40% principalmente ha messo la crocetta sul nome di Morassut. Parlando quindi in termini assoluti la situazione vede circa 36 mila voti in favore di Bertolaso e 24 – 25 mila in sostegno di Giachetti.

Da notare che i partecipanti alle primarie del CDX sosterranno tutti Bertolaso, mentre dei 40 mila votanti alle primarie del PD non tutti coloro che non hanno votato Giachetti ripiegheranno sul candidato renziano, poiché, viste le forze disgregatrici interne al PD e l’avversione che molti elettori hanno nei confronti delle larghe intese renziane, del patto del nazareno e del supporto verdiniano, potrebbero decidere di astenersi o di schierarsi per il M5S.

Ciò detto, parrebbe che Bertolaso parta già in pole position, ma lo strappo di Salvini e la possibile discesa in campo della Meloni spariglierebbero senza dubbio le carte, compromettendo definitivamente l’eventuale vittoria di Bertolaso.

Considerando lo scenario a valle di questa breve analisi ed alla luce del seguito che il M5S si prevede che abbia nel capoluogo, non abbiamo difficoltà nell’affermare che le elezioni amministrative capitoline saranno oltremodo succulente, non avare di sorprese e significati decisamente estendibili su scala nazionale.

14/03/2016
Valentino Angeletti
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Elezioni a Roma: occasione per il partito della Nazione?

Non sono poche le vicende che attualmente stanno attanagliando il mondo politico, se si volessero descrivere e dettagliare tutte, non basterebbe un vecchio dizionario enciclopedico, quello composto almeno da una quarantina di tomi da non meno di 500 pagine cadauno. L’Italia non è nuova a questo genere di accavallamenti, ma ricordare periodi come questo non è oggettivamente semplice. Si intrecciano infatti i problemi interni al PD e FI, le vicende di mafia capitale, il cui maxi-processo (oltre 140 udienze già fissata da qui a luglio) inizierà proprio in queste ore, il varo della legge di stabilità (DEF) con gli attriti tra Governo da un lato e dall’altro, per diverse ragioni, parti sociali, imprenditori e confindustria (anche se attenute dal rinnovo degli sgravi sulle assunzioni), regioni ed enti locali, pensionati assieme ad INPS ed il suo presidente Tito Boeri, v’è poi lo scioglimento della giunta romana, che ha costretto alla nomina del Commissario Tronca, palermitano trapiantato a Milano da 15 anni e che ora si dovrà occupare del punto medio tra città natale e quella d’adozione, il più complesso per la coesistenza tra politica, poteri più o meno occulti e palazzi, infine le conseguenti elezioni capitoline, che si uniscono a quelle, comunque complesse, di Milano, Bologna, Torino, Napoli in un “election day” primaverile che sa tanto di esame per il Governo.

Proprio le elezioni romane e la ricerca del candidato adatto a presentarsi per una simile prestazione, sono l’elemento che più sta rimescolando le carte tra i partiti. Al momento i sondaggi di tutti gli istituti di statistica, (da IPR ad IXE, passando per l’Istituto Piepoli) danno in vantaggio il M5S, ed effettivamente è difficile pensare il contrario visto che la connivenza tra malaffare ed i partiti storici, che hanno regnato nella capitale, è trasversale ad esclusione proprio dei pentastellati, non ancora formati all’epoca delle giunte alle quali risalgono i fatti oggetto di indagine. Sono gli unici non macchiati di questo vizio capitale e ne stanno riscuotendo i benefici, anche se devono prestare massima attenzione al candidato che vorranno mettere in pista, perché basandosi su consultazioni popolari “virtuali” dalla incerta partecipazione, anche alla luce dell’età dell’elettorato romano, potrebbero rischiare di non presentare un candidato dalla forza e carisma sufficienti, doti che sono indispensabili per navigare tra Campidoglio, Palazzo Madama, Palazzo Chigi e Quirinale, come invece quelle che potrebbero essere rappresentate da un Di Maio o un Di Battista, i più popolari e graditi tra i “grillini”.

Il CDX inutile dire che sia, come ormai consuetudine in questi ultimi anni privi di Berlusconi, allo sbando, senza possibili candidati e con una popolarità molto bassa. Le opzioni per riguadagnare qualche poltrona romana potrebbero essere due: la prima seguire la strada proposta da Salvini per ricreare una coalizione strettamente di CDX con candidato ufficiale Giorgia Meloni; la seconda, invece, seguire l’incipit del Ministro Lorenzin, inaccettabile per la Lega, che alla TV del Corriere ha proposto la candidatura di Alfio Marchini come esponente trasversale e condiviso tra CDX e CSX, per un lavoro sinergico, volto a risollevare la condizione di una Capitale che definir traballante è addirittura benevolo. Alla seconda ipotesi, attualmente, si contrappongono: la volontà dello stesso Marchini di scendere con un proprio simbolo per non perdere una sorta di verginità dalla politica storicamente radicata, su cui può far affidamento, pur avendo detto di accettare e di puntare ad ottenere voti da ogni elettore, sia esso di DX o di SX; e le scelte che fanno capo al PD.

Il PD è il partito che si gioca la posta più alta. Esce devastato dalla vicenda romana e dalle carte di Mafia Capitale, ha già tenuto comportamenti dubbi per alleanze e per la legge Severino rispettivamente in Sicilia ed in Campania, ha dato l’impressione di aver voluto far fuori Marino con il pretesto di un agire (sicuramente in leggerezza) perdonato ad altri ed in altre circostanze, e, non ultimo, non ha ancora un candidato, dovendosi però scontrare, con tutta probabilità, con la ricandidatura di Marino stesso. Se non bastasse ciò, vanno aggiunte le ultime tre defezioni dal partito, seguenti quella di Mineo: D’Attorre, Galli, Folino. Nel PD quindi siamo di fronte ad un centro/CDX (leggasi Verdini) sempre più pesante e che difficilmente non rende l’ipotesi di un partito della nazione, dai connotati centristi, sempre più verosimile. A riprova di ciò c’è proprio la proposta del Ministro della Sanità, che se venisse sottoscritta dai dirigenti del PD e si concretizzasse, sancirebbe, con nascita direttamente nella capitale d’Italia, un nuovo partito effettivamente trasversale e dalle potenzialità elettorali molto alte, anche alla luce della disorganizzazione delle alternative (forse l’unico in grado di arginare a Roma una netta vittoria del M5S). Addirittura si potrebbe pensare ad un bipolarismo con il M5S, e con il nuovo Italicum si giocherebbero tutto in un ballottaggio, il cui primo test sarebbe proprio l’elezione capitolina. La scelta invece di un candidato prettamente di sinistra, sembrerebbe convincer poco il PD (il nome di Barca è stato solo sussurrato), a meno di non voler consegnare “volontariamente” per 5 anni Roma al M5S, sperando che i pentastellati si scontrino con le difficoltà della Urbe. In tal caso il candidato sarebbe un agnello sacrificale.

Sicuramente non verrà palesato, ma l’ipotesi Marchini credo che piaccia assai, sia all’esecutivo Centro-PD, NCD che a FI. I “granvisir ed i giostrai” dei vari partiti ci stanno pensando, i consiglieri si stanno muovendo e studiano gli scenari ed i sondaggi. Qualche colloquio, nel segreto delle preziose sale del potere o in qualche trattoria appartata, se non già avvenuto, avverrà. Sono a giurarci.

04/11/2015
Valentino Angeletti
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Una capziosa ed infondata lettura della vicenda Marino e Roma

Si può dir conclusa, stavolta in modo definitivo, la fase di Marino a Roma, che nel moderno gergo mutuato dalla tecnologia, può definirsi 1.0. Essa ha consistito nel periodo in cui Marino ha coperto l’incarico di Sindaco della capitale. Gli anni del suo mandato non sono stati semplici e, soprattutto negli ultimi mesi, hanno dato adito a strascichi, non immotivati, di polemiche, critiche ed accuse. Non ricordiamo nulla di ignoro o remoto se facciamo menzione degli scontrini, delle molteplici visite in USA, una delle quali per una visita papalina a Philadelphia, come se Marino e Bergoglio non fossero dirimpettai, del funerale dei Casamonica, delle udienze e delle indagini per infiltrazione mafiosa, con rischio di scioglimento della giunta, di Roma Capitale. Addirittura negli ultimi due episodi Marino ha ritenuto non necessario presentarsi, preferendo non interrompere le sue vacanze in terre caraibiche.

Rammentato ciò e premettendo che probabilmente una figura come Marino, non politico navigato, non vicino a Roma, forse inconscio delle tremende complessità presenti nella gestione di una simile realtà, estremamente semplice, ingenuo, assolutamente non malizioso, ed inesperto, era l’ultima persona a cui affidare la gestione della Capitale, non va mai dimenticato che la sua ascesa è passata attraverso la vittoria delle primarie del PD, quindi il meccanismo ufficiale del partito, sconfiggendo nomi illustri. Sarebbe poi ingeneroso non riconoscere a Marino i suoi tentativi di scoperchiare alcuni calderoni bollenti nella capitale, pozzi di voti e consensi, ma altrettanto pericolosi da maneggiare, quali lo sono le partecipate, ad iniziare da Atac ed Ama, ma anche tutti i lavori alle dirette dipendenze del comune capitolino, uno dei più grandi datori di lavoro italiani. L’impegno nel fare emergere corruzione e tangenti non è oggettivamente negabile. Come tutto il suo operato, forse le modalità non sono state le migliori, ed i risultati non proprio quelli auspicati, ma il tentativo del Sindaco eletto, col senno di poi ultima persona a cui conferire l’incarico, non può sicuramente essere nascosto.

Prescindendo dalla dovuta considerazione di cui sopra, le dimissioni, anche a causa della “sfortunata” la concomitanza di molti eventi particolari, ad un certo punto non potevano più essere procrastinate. Marino invece ha resistito fino alla fine, addirittura ritirando, nei 20 giorni previsti per legge, le dimissioni precedentemente presentate.

La goccia che ha reso impossibile il proseguo del mandato mariniano, è stata l’abbandono di 26 membri della giunta, che hanno costretto il commissariamento della città. Il commissario designato, da oggi plenipotenziario a Roma in attesa del provvedimento ad hoc del Presidente Mattarella, è il Palermitano, ma ormai Milanese d’adozione, Prefetto Tronca, da 15 anni nel capoluogo lombardo, che ha gestito oltre ad EXPO2015, anche il disastro della Costa Concordia, il terremoto dell’Aquila e quello dell’Emilia.

In questi ultimi mesi è indubbio che Marino abbia lottato contro tutti e tutto, tralasciando le ovvie critiche della destra e di tutte le opposizioni, è molto sospetto l’atteggiamento del PD nei confronti dell’ex sindaco, mai piaciuto a Renzi e dal quale non è mai stato realmente e convintamente protetto. Del resto, a detta del chirurgo genovese, tra il lui ed il Premier non vi sono stati rapporti sgradevoli, ma non ve ne sono proprio stati, il che è strano se si considera l’istituzionalità e l’importanza dei loro incarichi, tanto più alla vigilia di appuntamenti come il Giubileo straordinario e la candidatura di Roma alle Olipiadi. La stessa tentata difesa di Matteo Orfini al sindaco PD (ma solo sulla carta), sono fin da subito apparse flebili e non convinte, e prontamente ritirate alla prima “difficoltà”. Quello del Matteo romano è parso più un gesto dovuto, volto a non ledere ulteriormente un partito che vive sulla discordia, che una posizione sincera.

Il sospetto che sorge, ma è solo tale, capzioso ed infondato, è che Marino sia risultato molto scomodo, tanto a destra quanto a sinistra, ma soprattutto ai potentati romani, per i suoi tentativi di disturbare la quiete in quelle enclavi e strutture, fondamentali per i voti di scambio, quali le partecipate ed i posti di lavoro alle dirette dipendenze del comune. Personaggio scomodo quindi Marino, che è stato facile far fuori col pretesto della sua evidente inadeguatezza al ruolo ed estrema e colpevole ingenuità di comportamento (l’uso, seppur minimale, di soldi pubblici per viaggi o cene, pur se rimborsati in un secondo tempo, non sono giustificabili, nemmeno con la vera constatazione che molti si comportano così, anche peggio, senza averne conseguenze). Il PD non può fingere di non proteggere De Luca in Campania, condannato per la Severino, di non aver sostenuto la Barraccio in Sardegna, di non essersi alleato in Sicilia con indagati per mafia ed ex esponenti della destra, quindi far di Marino una pura questione morale pare fuori luogo.

Probabilmente Roma è un terreno molto delicato e con Marino rischiava di compromettere al tenuta del PD. E’ stato quindi preferito provare a giocarsela, in un certo qual modo, con nuove elezioni, che si dovrebbero tenere in occasione delle prossime amministrative nella primavera del 2016 assieme ad altri importanti comuni, che rendono questa tornata ben più delicata rispetto a normali elezioni municipali. La sola presenza di Roma, per di più a seguito degli scandali occorsi, rende il contesto del voto ben più profondo e significativo rispetto alle consuete amministrative.

Le forze politiche sono tutte alla ricerca dei conadidati, anche il M5S, in vantaggio secondo i sondaggi e sicuramente presente in un eventuale ballottaggio, non ha ancora un volto, e Di Battista, il più popolare e quotato, non pare disposto a chiedere una deroga al regolamento del partito che non prevederebbe la candidatura di un parlamentare; ciò non impedisce però una deroga o modifica, magari a seguito dell’espressione della rete. Per il CDX potrebbe concorrere la Meloni, ma il prediletto in Fi (leggi Berlusconi) sarebbe Alfio Marchini, avversato dalla stessa Meloni per i suoi trascorsi nel PD, che in realtà avrebbe già dichiarato di voler correre col suo simbolo. La posizione più delicata è quella del PD, un partito che ormai ha perso l’immagine e la reputazione, un tempo forti, nella capitale. I Democratici renziani devono riscattarsi, ed al momento il nome che circola è quello di Barca. Sembra strano, perché Barca non è un renziano, anzi è stato spesso critico nei confronti del Premier, ma il gioco perverso potrebbe essere quello di mandare all’avanscoperta un personaggio non particolarmente caro a Renzi proprio per bruciarlo, consapevoli della forza del M5S. Al contempo, dopo un’eventuale vittoria del Movimento pentastellato, la speranza del PD sarebbe quella che la complessa realtà romana fagociti anche il movimento fondato da Grillo, per riconquistare così, nel giro di un paio d’anni, l’immagine persa (si sa che la memoria politica degli elettori è corta). In questo contesto si inserisce l’incognita Marino 2.0, pronto a ripresentarsi e forse sostenuto dalle minoranze interne Dem (che con una simile mossa potrebbero definitivamente scindersi) e da Sel. In un eventuale ballottaggio i voti di Marino, ultimamente riscattato per gli accanimenti che ha dovuto subire, come se i decennali problemi romani, in un men che non si dica, fossero stati causati solo dalla sua gestione, potrebbero risultare pesanti per il PD, perché mai un elettore di un Marino 2.0 voterebbe PD alla seconda e decisiva tornata, molto più probabile l’astensione (ipotesi migliore per il PD) o il sostegno al M5S.

Dobbiamo quindi tener d’occhio Roma per seguire l’attuale fase politica, complessa ed intrigata, non sempre al servizio del cittadino e della cosa pubblica come dovrebbe essere, ma contestualizzata in giochi e balletti ben più tenebrosi. Roma, come afferma Cantone, forse non avrà gli anticorpi, non sarà la capitale morale d’Italia, ma senza dubbio ne è la sua cartina tornasole, colei che meglio di ogni altra città rappresenta la complessità e la dinamica nazionale.

01/11/2015
Valentino Angeletti
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Roma, sotto Marino con alle spalle un Triumvirato di Probi Viri, verso il Giubileo…

Il periodo è tipicamente di ferie, ma pare che il Governo, per colpe anche proprie, non possa trascorrere in pace il riposo (quanto meritato o immeritato non sta a noi giudicarlo).

Innanzi tutto le tragedie inerenti all’immigrazione continuano, le discussioni politiche si accentuano toccando argomentazioni vergognose e che difficilmente sono tollerabili in un paese civile, e, cosa ancora più grave, l’Europa rimane inerme, assente, impotente, benché a causa di una maggior diffusione geografica, ma anche mediatica, il problema si sia intensificato e sia giunto alla ribalta anche di quei Governi, come Germania ed Austria, ai quali un tempo era sufficiente giustificare il loro “impegno” con i contributi europei destinati agli stati di frontiera, per citarne due Italia e Grecia, e senza alcun obbligo di supporto logistico e/o gestionale, oppure con la compartecipazione, in termini economici e di mezzi, alle missioni Frontex o Triton. Di ciò, purtroppo, visto il perdurare del problema che rimane tuttora insoluto e peggiorato, con decine e decine di morti sulle rotte marittime del Mediterraneo e terrestri dei Balcani, abbiamo avuto già modo di parlarne.

Vi è poi la tremenda gaffe del Ministero del lavoro, una delle tante per quei Dicasteri che usualmente sono soliti diramare dati, i quali prontamente vengono smentiti, quando da enti come Istat, quando, ed è il caso peggiore ed in questione, dai fatti concreti della dura realtà. A farne le spese questa volta è stato il Ministero del Lavoro, che aveva quantificato i nuovi contratti stabili in 630’000, quando i numero reale si fermava a poco più della metà, circa 327’000. Analogo errore è stato fatto per il numero di cessazioni, oltre 4 milioni, ben di più dei 2,6 milioni riportati nella tabella rivelatasi poi sbagliata. L’errore è stato confermato, il giorno successivo alla presentazione fatta presso il Meeting CL di Rimini, dal Ministro Poletti in persona, che ha affermato essersi trattato di un errore umano di trascrizione. Inutile ribadire quali inaccuratezza, insensibilità e superficialità, dimostri uno sbaglio simile, che per di più riguarda una piaga indiscussa e permanente del nostro paese. La certezza nell’esporre dati economici e relativi al lavoro dovrebbe essere prossima al 100% e non orientativa ed evidentemente rivolta alla propaganda. Ma anche a questa prassi siamo ormai abituati e ne abbiamo lungamente disquisito in merito a precedenti occasioni.

La terza questione che ha investo l’Esecutivo ed il PD, quella più spinosa e che più fa pensare sia il Governo stesso che l’elettorato inteso come normale e comune cittadinanza, è il caso di Roma. Dapprima lo scandalo è scoppiato con la vicenda di “Mafia Capitale” che ha portato alla luce un intrigo indecente tra cooperative bianche e rosse, istituzioni afferenti ad ogni parte politica, pasdaran e factotum attraverso i quali doveva passare, e passava, ogni appalto, ogni assegnazione, ogni evento, insomma tutto ciò che poteva avere un riscontro economico, inclusa la gestione degli immigrati, una delle attività più redditizie, ancor prima che lo spaccio di droga. Ad essere coinvolta nello scandalo “Mafia Capitale” era anche la famiglia abruzzese di derivazione Sinti dei Casamonica, nota in tutto l’ambiente romano per i loro traffici ed i membri della quale risultavano presenti in alcune foto pubblicate negli atti dell’inchiesta su Roma, assieme a Buzzi, Carminati, l’ex sindaco Alemanno, l’allora presidente delle cooperative ed oggi Ministro del Lavoro Poletti e via dicendo. A seguire si è verificato l’episodio poco piacevole del funerale in pompa magna e stile “Il Padrino”, in una celebrazione quasi solenne con elicottero cospargente petali di rosa, carrozza trainata da sei stalloni, 250 autovetture in corteo, musiche tra cui la colonna sonora appunto del film con Al Pacino come malavitoso protagonista, di un appartenente alla famiglia dei Casamonica, con tanto di blocco del traffico da parte degli addetti alla viabilità romana, e di permessi conferiti dalla Questura ad un paio di Casamonica agli arresti domiciliari, proprio per consentir loro di partecipare al suddetto imperdibile evento. Tutto ciò si svolgeva il 20 agosto, mentre il Sindaco Marino si trovava in ferie ai Caraibi. La sua scelta è stata di non tornare, e, oggettivamente, può essere comprensibile, anzi sarebbe stato meglio se, pur facendo le debite indagini e colpendo eventuali colpevoli di reato, sul funerale si fosse taciuto il più possibile, evitando di fare pubblicità ad una famiglia, ad un atteggiamento, ad una situazione indegna, ma che ha senza dubbio fatto propaganda agli stessi Casamonica, ne ha confermato il potere e sicuramente a funto da esempio e suscitato ammirazione per più di un Clan malavitoso. Meno risalto mediatico sarebbe sicuramente stato più consono. Quando ancora non si erano placate le polemiche per l’evento funebre, il Ministro Alfano si è pronunciato sullo scioglimento o meno del comune di Roma proprio per la vicenda “Mafia Capitale”, in vista del maxi processo in programma il 5 novembre. In tal circostanza Marino avrebbe dovuto essere presente, non poteva mancare tanto più che ne valeva della sua posizione, si è invece limitato a commentare la decisione di Alfano ed a condividerla, tranquillizzando il mondo che anche lui era d’accordo. Lo scioglimento è stato limitato al solo Municipio di Ostia, mentre Marino è stato destituito (con una mossa di dubbio valore legale) di molti dei suoi poteri, conferiti in parte al Prefetto Gabrielli, per quanto riguarda la gestione e l’organizzazione del Giubileo con partenza a Dicembre ed in parte all’autorità anti corruzione guidata da Raffaele Cantone, deputata, come per Expo, al controllo e monitoraggio della regolarità degli appalti e dei lavori da svolgersi in visto dell’evento giubilare. Tale decisione è incomprensibile, come inconcepibile e la scelta di Marino di portare a conclusione le ferie (14 agosto – 2 settembre). Vista la situazione radicata e di malaffare diffuso ed imperante presente nella capitale, sarebbe consona una ripartenza da zero, un commissariamento totale per far finalmente pulizia definitiva, almeno provarci, pur consapevoli della difficoltà di destituire la capitale d’Italia, una città complessa da oltre 3 milioni di abitanti, ma non si intravedono efficaci alternative.

La decisione di non commissariare Roma, ma di affidarla ad una sorta di Triumvirato di probi viri, nonostante i problemi che sta riscontrando Marino nel gestire la città e nonostante il PD di Renzi, ed il Premier per primo, abbiano una tremenda voglia di destituirlo, suscita alcuni sospetti. Sembrerebbe che l’intenzione sia quella di non andare assolutamente in tempi brevi al voto, che, mai come ora, sembrerebbe necessario anche alla luce delle defezioni occorse nella giunta Marino, per evitare una debacle per la probabile, stando ai sondaggi, vittoria del M5S, quotato al 35%. Inoltre, il pronunciamento di Alfano, che pure avrebbe potuto commissariare la capitale per il potere conferitogli dall’essere Ministero dell’Interno, non lo ha fatto. La mossa potrebbe essere interpretata, dai più maliziosi, come uno scambio, una sorta di latina, quindi della Roma che fu, ma anche che è, pressi del “Do Ut Des” nei confronti di Renzi, che salvò l’esponente NCD Azzollini dall’arresto. Le opposizioni tutte si schierano a  favore di nuove elezioni, senza se e senza ma, vogliono le urne Forza Italia, Fratelli D’Italia, la Lega, disposta anche ad un’alleanza con il M5S per “ripulire” il Campidoglio, il M5S ovviamente, ma anche alcuni esponenti di Governo, come il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti di Scelta Civica e molti membri della minoranza Dem, ma non solo della minoranza, tra cui il renziano, candidato sindaco a Milano, Emanuele Fiano il quale ha asserito che se fosse stato nei panni di Marino non avrebbe potuto non dimettersi dall’incarico.

Il caos e le incertezze che regnano nella capitale non sono altro che una parafrasi di quello che da anni si trova a dover affrontare tutta la nazione, ossia una incertezza, una approssimazione, una incapacità di pianificare e di investire nel lungo termine, senza pari, una dominanza di logiche partitiche, arroccamenti ideologici, protezione di privilegi e poltrone. Nulla più. Vedremo presto se nei 100 giorni che separano Roma, e l’Italia tutta, dal Giubileo si riscontreranno o meno, col nuovo assetto capitolino,  problemi e ritardi, con un tempo a disposizione, circa 100 giorni, “entro il quale”, e cito il Direttore Enrico Mentana, “a Roma non si riesce neppure a mettere in pedi un semaforo”, ma qui non ne va della fruibilità di un incrocio, bensì della già povera immagine dell’Italia agli occhi del mondo.

28/08/2015
Valentino Angeletti
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Renzi ed UE: mala tempora currunt

Sono molte le vicende economiche e politiche, sia di livello nazionale che di stampo europeo, che negli ultimi mesi si stanno susseguendo freneticamente. Ognuna ha una sua importanza e per la propria delicatezza rappresenta senza dubbio una spina nel fianco per il Governo, non nello specifico per l’Esecutivo Renzi, lo sarebbe parimenti per ogni altro Esecutivo, ma la fase politica vede il fiorentino alla presidenza del Consiglio e pertanto egli deve subissarsi onori ed oneri della leadership.

Oggi intanto è il giorno dei ballottaggi per le comunali in diverse città. La più importante è senza dubbio Venezia, dove parte favorito dai risultati della prima tornata il candidato PD, ma della minoranza Dem, Casson. L’avversario, delle file del centrodestra, che però di dice nè di destra nè di sinistra, Brugnaro, è comunque ostico e molte autorevoli voci lo darebbero avvantaggiato per la vittoria finale. Venezia è un buon terreno per Renzi, in caso di vittoria di Casson potrebbe annoverare un successo del PD, in caso di sconfitta invece potrebbe addossare la colpa alla minoranza Dem, che secondo il Premier ha di fatto consegnato la Liguria a Toti. La partita di Venezia vede quindi Renzi dalla “parte dei bottoni”, ma sono molte altre le questioni che Renzi deve fronteggiare.

Sempre più sovente si sentono ricordare, in particolare da parte degli oppositori politici, iniziando da Brunetta e proseguendo con il M5S, le elezioni anticipate, che invece per il Premier e per il PD rimangono fissate, come da programma, nel 2018. Se fino a qualche mese fa poteva essere gioco per Renzi, privo di avversari, correre alle urne e legittimare ulteriormente la sua posizione, avendo poi modo di porre nelle posizioni di comando, attualmente coperte da “altri”, esponenti appartenenti al suo “giglio magico”, ora lo scenario è cambiato ed anticipare le urne potrebbe essere un ritorno brusco alla realtà per il PD renziano. Il cambio di scenario è da tempo evidente per logica e ad intelletti mediamente fini, ma non ancora comprovato da fatti oggettivi come potrebbero essere le elezioni politiche nazionali (seppure le regionali qualche importante segnale lo hanno dato).

Il Premier ha molti problemi da fronteggiare, non tutti dovuti a lui, al suo Esecutivo o operato. Alcuni sono dovuti a circostanze economiche mondiali, come la crisi greca (Link 1Link 2 – Link 3) che, esacerbata oltremodo con una cocciutaggine da parte delle istituzione UE che richiederebbe un risarcimento danni e sicuramente ha fatto trasalire i Padri Fondatori del progetto comunitario ovunque, ora, nel loro meritato riposo, si stiano trovando, sta rischiando, e le istituzioni USA sono le prime, immediatamente seguite dalle agenzie di rating, a mettere in guardia dal concreto pericolo nonostante le rassicurazioni della BCE, di minare l’economia e la ripresa mondiale, aprendo i cancelli ad una nuova tempesta degli spead, a scenari speculativi ed a mercati tesi e volatili dominati dall’incertezza tanto odiata dai veri investitori quanto amata dagli speculatori.

Altri elementi di pericolo per Renzi sono dovuti ad un cambio delle dinamiche mondiali, di cui possiamo solo prendere atto e che dobbiamo imparare a gestire diversamente da quanto fatto fino ad ora. L’evidente riferimento è ai flussi migratori abnormi, che vedono l’Italia e la Grecia fisiologicamente in prima linea. Alle spalle c’è una Europa ancora una volta inconsistente e ed egoista i cui stati, proteggendosi dietro i trattati di Dublino, hanno ripudiato il piano Juncker di allocazione di quote per i vari pesi membri, con il contemporaneo blocco di Shengen da parte di Francia, Germania ed Austria, proprio, ironia della sorte, nell’anno dell’anniversario del trattato. Risultato di tutto ciò, sono le frontiere bloccate ed il nostro paese inerme ed incapace di gestire questo flusso umano stipato, come uomini non dovrebbero esser degni d’esserlo, i locazioni di fortuna. La soluzione, a parte la ridicola e neppur simbolica cifra di 60 milioni di euro allocata pro Italia e Grecia da parte dell’UE, dovrebbe essere una maggior cooperazione nei rimpatri ed interventi volti a contenere le migrazioni nei paesi d’origini. In realtà di disastri e di vite stroncate in mare, nel corso di questi anni se ne sono avuti a non finire, ma nulla è cambiato, anzi le cose sono addirittura peggiorate (proprio come per la crisi Greca).

Vi son o poi le question interne. Le ultime elezioni regionali hanno mostrato un PD in declino ed una immagine di Renzi in ribasso. Le vittorie in Campania e Puglia non sono state ad appannaggio di esponenti democratici renziani, anzi i vincitori sono membri della vecchia guardia che poco avevano a che spartire con Renzi fino a qualche settimana fa. In Campania poi andrà sbrogliata la questione della “impresentabilità” di De Luca e quella della legge Severino. Indubbio è che, qualunque sarà l’epilogo, avranno gioco facile gli oppositori di Renzi a trovare argomenti per cercare di screditarlo. Gli esponenti renziani, Paita e Moretti, sono invece stati sconfitti pesantemente in Liguria ed in Veneto, dove hanno vinto rispettivamente Toti, con l’alleanza di centrodestra e grazie al contributo leghista, e Zaia, esponente leghista ed uscente governatore del Veneto. L’evidenza è che, complice anche il problema dei migranti, la Lega al nord ha un gran seguito ed un centrodestra, seppur poco feroce ed incapace di organizzarsi in modo concreto per gareggiare a livello nazionale, può già, se unito e con un personaggio che lo rappresenti di carisma medio come può essere l’ “innocente” Toti, mettere in difficoltà e sottrarre consensi al Premier.

Infine vi è la vicenda romana di Mafia Capitale, vero dramma per il Governo, anche se evidentemente il reticolo di malaffare non può essere che radicato ed ereditato dagli anni addietro. Marino si è trovato in mezzo alla bufera, forse è stato incapace di fronteggiarla, ma di certo non l’ha generata. Sono molte le richieste di nuove elezioni sia nella capitale che in regione Lazio, in tal caso il problema sarebbe duplice: il PD si vedrebbe a tutti gli effetti commissariato; i sondaggi danno la popolarità del Premier, nonostante l’operazione di ripulitura del Partito Democratico e la chiusura di numerosi circoli, in caduta libera sotto al 20% con il M5S oltre il 30% e primo partito secondo i sondaggi. Riconquistare il Campidoglio per il PD sarebbe sostanzialmente impossibile in caso di prossime comunali o regionali. Per tale ragione è stato molto ben accetto l’affiancamento a Marino del commissario Gabrielli per gestire l’evento Giubileo (un affiancamento è comunque segno di fiducia nei confronti di Marino). Nonostante ciò, le ipotesi commissariamento ed eventualmente elezioni, non sono ancora del tutto scongiurate. Nel qual caso la più che probabile sconfitta del PD aprirebbe davvero i ranghi per elezioni nazionali anticipate.

A corollario di questo intrigato scenario, si collocano dati economici oscillanti e che ancora non sono significativi di una ripresa in partenza, così come la percezione della cittadinanza non è quella di essere alla porte di un periodo di rinascita economica, di maggior potere d’acquisto, di più consistenti consumi e maggior benessere. Pur nella difficoltà, le riforme economiche sono ancora lente ad essere attuate ed ancor di più a portare frutti, spesso inoltre, e ciò la “gente” lo ha inteso e compreso, sacrificate ad altre riforme di minor impatto sulla collettività e sulla ripresa economica, ma di maggior interesse per i diretti coinvolti nella politica.

Se fosse vivo un Cicerone qualunque non tarderebbe di ricordare a Renzi ed all’UE, sperando di spronarli, che “Mala tempora currunt….”

 

14/06/2015
Valentino Angeletti
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Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE

Il Governatore Draghi non vorrebbe prender parte al Valzer Viennese per il Quirinale
Benché la data non sia stata ancora comunicata in modo ufficiale al grande pubblico, perché è poco credibile pensare che i diretti interessati, leggasi politici, partiti e 1008 grandi elettori, non abbiano idea di quando avverranno le dimissioni Quirinalizie, la successione al Colle è nel pieno vivo pur nella simulata indifferenza dei “palazzi”.
I giochi e le manovre alla luce del sole o nelle tenebre delle notti senza luna sono iniziati da tempo ed anche le rose dei nome sono all’incirca pronte con l’apertura agli outsider che alla fine potrebbero tranquillamente spuntarla. L’esito di questa partita è fondamentale per testare la tenuta dell’Esecutivo e la “lealtà” nei confronti del Premier da parte degli alleati di Governo, ma anche e soprattutto all’interno del PD stesso. In questa circostanza è ben difficile pensare al ripetersi dei 101 franchi tiratori che “impallinarono” Prodi e con lui Bersani, ma a partire dalla quarta votazione, ossia quando il quorum si abbasserà, tutto è possibile e la prima idea che può venire in mente, giusto per dar libero sfogo alla fantasia, è un’ampia asse tra una fronda (da capire quanto realmente sostanziosa, perché potrebbe davvero avere dimensioni nascoste ben superiori a quanto si possa sospettare) del PD, SEL e M5S per far salire proprio il Professore di Via Guido Reni in Bologna. Su Prodi Renzi non si è pronunciato, ovviamente ribadisce stima come nel 2013, ma l’apertura di Berlusconi ad un esponetene di centro sinistra purché equilibrato, di caratura internazionale, garante della costituzione ed aggiungiamo noi esperto in economia, esteri ed Europa, pur rispecchiandosi perfettamente nella figura di Romano Prodi pare il tentativo finale di screditarlo; come a dire che FI è aperta al dialogo sulle nominaton e non pone preventivi diktat, ma in cambio di ciò alcuni paletti sono da rispettare ed uno parrebbe proprio essere l’esclusione del Professore. Professore che non si è detto interessato all’incarico, ma del resto lo fece anche nell’occasione precedente. Nei prossimi giorni gli incontri si intensificheranno con plausibili e poco auspicabili rallentamenti dell’attività parlamentare ed avverrà anche quello tra Renzi e Berlusconi dove oltre all’Italicum, alle riforme, oggetto esplicito del patto del Nazareno, sicuramente terrà banco anche il Quirinale.
All’interno del più completo marasma che i media cercheranno invano di districare, un nome, uno abbastanza accreditato e menzionato da tempo anche qui, è quello di Mario Draghi, attuale Governatore della BCE. Draghi non si e detto della partita assicurando di voler terminare il proprio mandato a Francoforte, fissato per il 2019, aggiungendo inoltre di non essere un politico nè di volerlo diventare. Una delle caratteristiche che si dovranno definire prima dell’elezione è proprio quella sull’estrazione del candidato, politico e tecnico? La propensione, anche a valle del discorso di fine anno di Napolitano (Link ad articolo su discorso di fine anno 01/01/15), è quella di una personalità politica appoggiata dal più ampio consenso, garante delle istituzioni, di esperienza all’estero, conoscitore delle dinamiche interne italiane ed europee, autorevole all’estero e con gli interlocutori internazionali più importanti, dagli USA alla Cina, dal Medio Oriente all’Africa fino alla Russia (che piaccia o meno di orbitare attorno a Putin non smetteremo certamente di colpo) e di nuovo si torna proprio alla figura di Prodi. Sulla fattezza politica invece che tecnica, contrariamente a qualche settimana fa, paiono allineate tutte le forze politiche principali.
Uno spostamento di Draghi verso la Presidenza della Repubblica avrebbe fatto molto piacere alla Germania la quale ha ostacolato in modo evidente la volontà espansiva in politica monetaria che, crediamo, il Governatore avrebbe voluto e potuto imprimere in assenza del costante veto del maggiore azionista della BCE, la tedesca banca centrale, BuBa, del falchissimo Weidmann seguite dalla sua orbita nordica. Per l’Italia invece la posizione di Draghi all’Istituto Centrale è fondamentale perché il 22 gennaio i mercati, calmi in attesa e moderatamente ottimisti, e tutti i Governi si attendono un importante annuncio sui QE che a questo punto dovrebbero essere precisi, veloci e sostanziosi (avrebbero, a nostro modesto avviso, già dovuto essere implementati). Ormai la presa d’atto di un possibile scenario deflattivo o comunque di bassa inflazione prolungata oltremodo (ed i consumi lo dimostrano anche in periodo natalizio e di saldi) si scontra con il mandato della BCE fino ad ora assolto inefficacemente (questa tendenza era stata rilevata e denunciata in questa sede oltre un anno fa) e che Draghi ha il dovere una volta per tutte di invertire con maggior beneficio per i paesi che come l’Italia si trovano in difficoltà superiori. Qualora la sua figura fosse sostituita è difficile pensare che la Germania non faccia valere la sua potenza e le nazioni più problematiche potrebbero pagarne ulteriore scotto. L’idea balenata in qualche testata di un’avvicendamento tra Prodi, destinato a Francoforte, e Draghi proiettato in direzione Colle, pare poco plausibile proprio per le posizioni tedesche che difficilmente acconsentirebbero all’italiano Prodi ultimamente molto critico (e non a torto) nei confronti di certe gestioni europee e della BCE, anche se dal punto di vista prettamente italiano sarebbe stata una soluzione decisamente interessante.
Scartando la figura di Draghi e dei tecnici in generale, si escludono in automatico nomi come il Ministro Padoan o Visco, dalla fattezza quest’ultimo molto prossima a quella di Draghi, mentre salgono in graduatoria il Magistrato Ferdinando Imposimato (che mi fa sorridere aver conosciuto televisivamente per la sua presenza alla trasmissione Forum … da Rita Dalla Chiesa al Quirinale, un bel salto), ma anche il Politico PPI e cattolico Pierluigi Castagnetti o il giudice ex DC Sergio Mattarella. In ogni caso basta leggere questo articolo di IlGiornale.it (LINK) per farsi un’idea che i nomi con o (principalmente) senza fondamento sono davvero tanti, quasi tutti in sostanza; anche un tal Enrico Letta a cui manca il requisito di anzianità è stato proposto addirittura da Eugenio Scalfari (Link).
Il Valzer Viennese è già iniziato, la sala da ballo del Palazzo di Schönbrunn, ufficialmente ancora chiusa, in realtà è già gremita e le danze da settimane principiate.
Doveroso ricordare e sottolineare, ed è la storia che lo insegna, che tutti coloro che si tirano fuori dalla corsa al Quirinale rischiano d’essere tra i primi candidati proposti, talvolta bruciati, ma talvolta eletti ed ogni riferimento a Draghi o chissà a Prodi è puramente casuale (o no?).

Il caso dei Vigili romani: 83.3% assenti il 31/12/2014
Se l’83.3% dei ‪vigili urbani o polizia municipale di Roma assenti NON comprende quelli a casa per regolari ferie in un giorno particolare come il 31/12, segue che, supponendo un 12% (stima bassa per l’ultimo giorno dell’anno) di regolarmente in ferie, avrebbe lavorato al massimo il 5% del corpo (circa 50 unità), il che pare oggettivamente impossibile.
Giusto quindi non generalizzare perché nel pubblico, settore con tutte le sue protezioni ma pur sempre vessato senza possibilità di opposizione per la natura dello stipendio direttamente dallo Stato o suoi bracci armati, quasi sempre si deve far encomio a coloro che lavorano il doppio ad uguale e spesso bassa paga (gli straordinari come gli aumenti salariali) per sopperire a mancanze ed inefficienze, abusi ed assenteismo di una parte del personale, ma anche del datore Stato stesso, per offrire un servizio decente anche se spesso non all’altezza e non per loro colpa.
Doveroso verificare con calma e precisione le motivazioni (protesta?), le condizioni effettive di lavoro del corpo ed i numeri senza la smania da immediato annuncio o della accusa al capro espiatorio di turno, individuare i veri abusi e prendere i giusti provvedimenti che invero già esistono introdotti dal governo di centro sinistra nel 2001 ed ulteriormente perfezionate da quello di centro destra a firma Renato Brunetta nel 2009.
Insomma lavorare con rapidità e precisione, agire e portare a termine l’operazione, sequenza logica quasi ovunque, ma di rado applicata fino ad ora in Italia e ne abbiamo pagato, ne stiamo pagando e ne pagheremo amare conseguenze.

La Lituania entra nell’area Euro
Benvenuta alla Lituania nella grande famiglia dell’Euro, il 19° paese che ha adottato la moneta unica.
Alla luce dei parametri economici dell’ex stato sovietico come debito (circa 36% del PIL), deficit, PIL e relativo tasso di crescita (circa 3%) alcune fonti di informazione già si gettano nel sottolineare come essi siano addirittura migliori di quelli tedeschi e come ci sia da imparare dai virtuosismi dello stato baltico.
Conviene a nostro avviso non esagerare e fare le debite proporzioni. Ben diverso è il ruolo delle economie trainanti come la Germania e, benché in difficoltà, la Francia, l’Italia e la Spagna.
Con una popolazione di poco inferiore ai 3 milioni di abitanti (circa come Roma), con un PIL di circa 35 miliardi di euro (pari poco più di 1/3 degli interessi pagati dall’Italia sul suo debito, oppure al PIL generato da una provincia italiana), la Lituania può sicuramente rappresentare un ottimo avamposto strategico per i rapporti con la Russia e consentire l’arricchimento economico, culturale, di mercato tipico di un allargamento che non dovrà essere l’ultimo per consentire l’incremento della competitività europea ed una maggior stabilità dei confini (la Turchia ad esempio sarebbe importante per i rapporti con il Medio Oriente e l’Islam, ma molto deve ancora fare su alcuni temi fondamentali che esulano dai rigidi parametri economici), ma erigere già la Lituania a vessillo degli esempi da seguire pare un tantino eccessivo, pur col massimo rispetto ed encomio per i suoi eccellenti parametri economici.

02/01/2015
Valentino Angeletti
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