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Attendendo il piano greco un fine settimana a ritmo di Sirtaky e dall’aroma di feta

Chissà come si saranno sentiti la precisa e puntuale commissione UE e la meticolosa Merkel quando Tsipras si è presentato all’Euro Gruppo, convocato con estrema urgenza proprio per provare a dirimere la crisi greca, senza un piano di riforme da sottoporre loro.

Il leader greco, dimostrando forse un po’ di superficialità ed impreparattezza ad una situazione che sia lui che le istituzioni, avrebbero volentieri concluso prima, ha avanzato solo richieste orali, affermando che è disposto ad accettare quanto proposto mercoledì passato dalla Commissione, a meno di alcune modifiche per renderlo accettabile dal Parlamento di Atene, modifiche che ovviamente rappresentano il nodo della discordia.

Tsipras vorrebbe mantenere l’IVA agevolata per le attività turistiche e sarebbe disposto a rivedere la richiesta di taglio del 30% del debito in favore di un ricadenzamento, allungando le scadenze e limando i tassi. Le istituzioni invece vorrebbero aggiungere i tre livelli di IVA, pensionamenti da subito a 67 anni, avvio di un pesante processo di privatizzazione. Come già accaduto non sono le cifre in ballo a rappresentare un problema, la Grecia arriva al 2% del PIL europeo, ed i programmi proposti dal primo ministro ellenico e dalle istituzioni non sono distanti, la vera questione è la volontà politica di creare o meno un precedente, che in ogni caso si verrà a creare qualunque sia l’epilogo.

Tsipras ha affermato che l’andare senza piani scritti rappresentava l’inizio della trattativa, in realtà è possibile che, dopo l’avvicendamento al ministero delle finanze tra Yannis Varoufakis e Euclides Tsakalotos, un piano condiviso e sottoscritto anche dal nuovo ministro non ci sia ancora. Nonostante ciò Tsipras ha richiesto il versamento, con beneficiaria Atene, di 7 miliardi di € per consentire di arrivare a fine luglio evitando il fallimento. Se entro due giorni Atene non sarà rifornita di liquidità le banche non avranno più soldi e sarebbe il default, con conseguenze ignote sul destino della Grecia all’interno dell’area Euro; per far fronte a ciò Atene ha richiesto una estensione del programma di assistenza ELA, fermato ad 89 miliardi dalla BCE come conseguenza del mancato pagamento di 1.6 miliardi all’FMI il 30 giugno. I denari servirebbero al governo greco per pagare stipendi e pensioni e per rimborsare i circa 3 miliardi che devono alla BCE entro il 21 luglio. La proposta è stata immediatamente rifiutata dalla Merkel: “Prima i piani di riforma e poi gli aiuti” ha tuonato il cancelliere tedesco, mentre Tsipras vorrebbe gli aiuti per poter intavolare, in luglio, nuove trattative con le Istituzioni per un piano condiviso. Nel frattempo è stata paventata l’ipotesi di un prestito all’ellade di circa 3 miliardi, ossia i profitti della BCE sui titoli greci, ma questa somma è sufficiente solo per adempiere gli obblighi dello stato (stipendi e pensioni) oppure per ripagare la BCE il 21 luglio.

In sostanza l’Eurogruppo si è concluso con un nulla di fatto, la tensione continua a tagliarsi con il coltello, ancora nessuno sa come, in caso di default ellenico, procedere: far uscire la Grecia dall’Euro o dichiararla “semplicemente” insolvibile? IN ogni caso le decisione sarà in capo all’Europa che ha in mano il proprio destino.

Al momento le Istituzioni hanno chiesto ad Atene un piano entro giovedì sera, massimo venerdì mattina, da poter discutere domenica nei vertici straordinari e d’urgenza a 19 e 28. Sono stati convocati anche tutti e 28 gli stati membri proprio perché in caso di uscita della Grecia dall’Euro, ipotesi che riteniamo difficile, ma che nessuno, incluso Juncker, ancora smentisce, l’impatto sarebbe su tutta l’Europa (e non solo).

La partita è di livello globale, come tale i giocatori non sono solo gli stati europei o immediatamente limitrofi, ma anche le altre potenze mondiali. In particolare USA, Russia e parzialmente la Cina. Il default greco, e nel caso peggiore l’uscita dall’area Euro, complicano lo scenario almeno su due livelli: il primo prettamente economico, in quanto uno scossone europeo che coinciderebbe con la disgregazione di tutto il progetto per come è stato conosciuto fino ad ora, con la decadenza del principio di irreversibilità della moneta unica, e con l’ammissione di fallimento del “What ever it takes” di Mario Draghi, sarebbe potenzialmente in grado di rallentare la ripresa anche in aree geografiche molto lontane, come appunto in Usa ed in Russia; il secondo livello è invece di tipo strategico, perché, a seconda della sorte greca, essa sarà portata ad orientarsi ad est piuttosto che ad ovest.

La Cina si sta muovendo alla conquista del vecchio continente procedendo all’acquisizione di quote in importanti società (ascesa sopra il 2% di Intesa è stato l’ultimo colpo in Italia) operanti in settori strategici (energia, oil&gas, trasporti, tlc, finanza, minerario, acciaio). Ovviamente la possibilità, qualora la Grecia venisse “abbandonata” dall’Europa, di supportarla in cambio di basi o avamposti strategici, teste di ponte per il vecchio continente, è quantomai allettante, così come lo sono le privatizzazioni che le Istituzioni UE chiedono a Tsipras. Di particolar interesse risultano il porto del Pireo, tutto il settore navale e la flotta commerciale greca, che per tonnellaggio è la più grande la mondo. Al momento l’interesse Cinese alla vicenda sta un po’ scemando a causa dei crolli finanziari che stanno colpendo l’estremo oriente: perdite di borsa di ordini di grandezza superiori a tutto il problema greco, basti pensare che in un sol giorno (la settimana scorsa) sono andati bruciati denari pari all’equivalente del valore di tutta la borsa di Parigi.

Gli USA, direttamente dal Presidente Obama, hanno fatto pervenire una telefonata alla Merkel (notare, non a Bruxelles, Juncker o chicchessia, ma a Frau Merkel) per riconfermare la necessità di una permanenza greca nell’Euro. Anche l’ammorbidimento delle rigide posizioni dell’FMI, con la conseguente dichiarazione (quasi certificazione, ma più una semplice conferma) di insostenibilità del debito greco, sembrerebbe figlio dell’operato del presidente statunitense, assai preoccupato che la situazione greca comporti il rallentamento della sua economia. Gli USA temono inoltre un avvicinamento della Grecia, la cui posizione, crocevia tra Europa e Medio Oriente, è strategica, alla Russia.

Dal canto suo la Russia ha offerto, se richiesto, aiuto ad Atene, proprio per l’interesse affinché lo stato ellenico entri nella sua orbita in caso di default. Oltre alla posizione militarmente e geo-strategicamente importante, a Putin interessa l’energia, in particolare alcune concessioni esplorative/estrattive nell’Egeo, ma soprattutto il passaggio del gasdotto Turkish Stream che consentirebbe di portare Gas russo in Europa (uno dei maggiori mercati russi) evitando la complicata ed instabile tratta Ucraina, altro nervo scoperto ed ancora dolorante nella politica estera interna o prossima all’Europa. Per tale progetto infrastrutturale poco più di due miliardi di € sono già in procinto di essere bonificatati al governo ellenico.

Ora non rimane altro che attendere il il piano di riforme del governo Tsipras ed il conseguente vaglio da parte delle istituzioni durante i vertici fissati per domenica.

Un fine di settimana a ritmo di sirtaky e dall’aroma di feta.

Valentino Angeletti
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Dati positivi, ma in uno scenario molto complesso ed incerto. Non si può perdere un’altra occasione

L’Italia sta decollando? Secondo il Premier Matteo Renzi sì, senza dubbio, si devono allacciare le cinture, e come al solito alla “facciccia” di coloro che vorrebbero che tutto andasse male (anche se è oggettivamente difficile capire perché qualche italiano dovrebbe volere che tutto andasse male). L’affermazione del Presidente del Consiglio è stata proferita, non a caso e con precisa dovizia di termini, di fronte a 1500 dipendenti Alitalia a Fiumicino, in occasione della presentazione della nuova livrea della compagnia aerea e di nuovi vettori. Sono state inoltre annunciate 310 assunzioni (o meglio riassunzioni e trasformazioni di contratto) a tempo indeterminato nei settori ground e manutenzione: nello specifico 115 stabilizzazioni da tempo determinato ad indeterminato e 55 riassunzioni tra lavoratori in mobilità nel ground e 140 riassunzioni dalla mobilità per la manutenzione.

Effettivamente non si può negare che segni di ripresa ci sono. Da tenere presente che, come fa notare il Presidente di Confidustria Squinzi, ma lo abbiamo ripetuto più e più volte anche in questa sede, essi si giovano principalmente delle congiunture macroeconomiche irripetibilmente favorevoli, i bassi tassi che favoriscono il credito, i (ritardatari) QE della BCE, un prezzo del greggio estremamente basso, un Euro debole che favorisce le esportazioni, ma nonostante tutto questo l’Italia rimane sempre il fanalino di coda rispetto agli altri stati europei come Germania, Francia, Spagna, UK. Premesso ciò vanno accolti positivamente, più che il dato sul PIL (da tenere presente l’inserimento anche di alcune attività illegali da Novembre 2014), quelli relativi; alla produzione industriale (+0.3% ad aprile e +0.1% a maggio trainato da manifatturiero); all’aumento degli investimenti (+2.5% nel Q1 2015 con previsione trend rialzista) in macchinari e mezzi; alla crescita dello 0.2% a marzo dei crediti alle imprese (dati CsC). A ciò si aggiunge anche il  calo di fallimenti del 2.8% nel Q1 2015 rispetto ai primi tre mesi del 2014. Infine, e questo è forse l’aspetto che più ha fatto gioire il Presidente Renzi, l’Istat ha confermato l’aumento di posti di lavoro, 159 mila occupati in più ad aprile, ed una diminuzione dei cosiddetti inattivi (NEET), che vanno ad incrementare il numero degli occupati. Aprile è stato il primo mese di pieno funzionamento del Jobs Act, ma è difficile pensare che nuovi occupati derivino direttamente dalla riforma del lavoro, ancora in fase di rodaggio, ben più probabile che essi siano frutto degli sgravi contributivi da tempo entrati in vigore (8 mila euro all’anno per 3 anni) e della trasformazione di alcuni contratti precari, benché l’utilizzo del part-time, soprattutto in estate, sia ancora la forma dominante, oltre che dalla propensione dei NEET, ossia coloro che neppure si impegnavano a cercare lavoro, i cosiddetti totalmente inattivi, a cercare un impiego nel periodo estivo dove le possibilità, in particolare nei settori dei servizi turistici e di ristorazione, sono maggiori.

Quando ci sono, è doveroso e corretto far presente i segni benefici che possono far ben sperare, ma considerando che allo stato attuale dell’economia italiana gli zero virgola non sono sufficienti e considerando che, posto di metterci di buona lena agendo con determinazione ed interesse solo ed esclusivamente per la cosa pubblica, ci vorranno anni per riavvicinare (non raggiungere) livelli di benessere paragonabili a quelli precedenti la crisi, si devono mantenere i piedi per terra, ad iniziare da chi ci governa. Va quindi precisato che i dati sono sicuramente di inversione, ma rispetto ad una situazione di minimo storico, inoltre i fallimenti aziendali dovranno fisiologicamente raggiungere un minimo, le aziende non strutturate o poco solide o non votate all’export, in grado di sopportare la crisi sono perite, le altre invece sono riuscite a sopravvivere. Il massimo dei fallimenti, benché ad un tasso inferiore, non è stato raggiunto e si spera che il trend venga invertito non più annoverando diminuzione di fallimenti, ma incremento di nuove attività, circostanza ancora lontana dal verificarsi. La disoccupazione è stata crescente per 14 trimestri consecutivi ed ora ha, fortunatamente, subito una battuta d’arresto, nonostante ciò, come per il PIL e gli altri indicatori, l’Italia rimane agli ultimi posti in Europa, la disoccupazione in Italia si attesta al 12.4%, mentre nell’area euro è all’11.7% ed al 9.7% nell’UE.

Non è quindi tempo di crogiolarsi, nè di cantare vittoria, né tanto meno di credere che il peggio sia alle spalle, parimenti però devono essere sfruttate, inderogabilmente, le congiunture favorevoli che non si ripeteranno. Questo è il tempo di impegnarsi totalmente sulle riforme economiche, quelle che, una volta entrate rodate, dovrebbero supportare la ripresa economica. Imprescindibile in questa situazione è cercare di favorire in ogni modo gli investimenti, privati, ma anche pubblici, creare posti di lavoro di qualità nei nuovi settori trainanti e quelli ad alto valore aggiunto, supportare imprese e cittadini cercando di aumentarne il potere d’acquisto ed al contempo favorire il ricambio generazionale sul lavoro, quindi incentivare uscite a valle di piani di assunzioni. Le mosse del governo invece non sembrano andare in questa direzione, sono più votate al blocco salariale, alla riduzione delle pensioni per consentire risparmio immediato, senza calcolare che le decurtazioni che sono allo studio saranno denari sottratti all’economia reale. Su una pensione netta di 1500-1800 euro, alta per le pensioni medie italiane, è difficile pensare che siano tanti i denari destinati al risparmio, più probabile che siano utilizzati per il sostegno della famiglia, dei figli e per le spese, il sillogismo si amplifica se si va a ragionare sulle pensioni, la maggioranza, di importi inferiori. Decurtare il potere di spesa dei pensionati con pensioni medie, in un paese a maggioranza di pensionati e con grande necessità di rilanciare i consumi forse si tratta di un autogol.

L’Esecutivo dovrà poi cimentarsi con la sentenza della Consulta sul blocco delle pensioni, non è pensabile che con il rimborso medio di 500€ il problema sia risolto, le associazioni dei consumatori ed i sindacati sono già in allerta. In aggiunta la Consulta dovrà, il 23 giugno, pronunciarsi sul blocco degli stipendi statali. In merito a ciò l’Avvocatura dello Stato, chissà se consigliata da qualcuno, ha già inviato un monito, quasi minaccioso, alla Consulta stessa:

“L’adeguamento degli stipendi statali costerebbe 30mld – 35mld, cifra insostenibile per lo Stato”

A chi volesse essere ingenuo, realista e seguire una logica oggettiva e razionale, le vicende del blocco delle pensioni e degli stipendi statali insegnerebbero che si può soprassedere la Costituzione per problemi di bilancio.
L’accostamento sarebbe spontaneo ed automatico: non avendo la possibilità di arrivare a fine mese, non potendo permettermi cibo, medicinali o di pagare debiti/tasse/stipendi, è concesso agire in deroga alla costituzione. Se non foss’altro che tra Stato e Cittadini non vale il viceversa.

Indubbiamente due questioni spinose e potenzialmente molto, molto, costose per il Governo, che sicuramente nel cercare di far valere la propria posizione, evidentemente pendente verso il non rimborso anche perché non ha materialmente le risorse, potrà contare su tutto l’appoggio della Commissione Europea.

Vi sono poi altre due questioni da cui non è possibile svincolare la ripresa italiana e non solo: la crisi Russo-Ucraina e quella Greca (ambedue segnali concreti di una Europa, per come è impostata attualmente, incapace di gestire e porre argini a problemi che potrebbero essere sempre più frequenti nel contesto globale).

Sul fronte Ucraino gli scontri si sono nuovamente intensificati e gli USA premono perché, non avendo rispettato Mosca gli accordi di Minsk, le sanzioni vengano intensificate, come peraltro previsto dagli accordi sottoscritti. Ciò penalizza l’economia Italiana che ha nella Russia, oltre che un fondamentale partner energetico, un’importante valvola di sfogo delle produzioni nostrane. Non di meno ciò avviene alla vigilia di un’importante visita di Putin nel nostro paese.

La crisi Greca, nonostante sia da settimane che si sente proferire la locuzione che la svolta è vicina e nonostante le rassicurazioni da parte delle istituzioni UE che tendono a minimizzare l’impasse, assicurando che la politica monetaria ha creato uno scudo protettivo sull’eurozona, non pare di soluzione prossima. Atene avrebbe dovuto pagare entro il 5 giugno 312 milioni all’FMI, il quale ha accettato di ricevere il pagamento in unica soluzione assieme alle altre trance il 30 giugno, per complessivi 1.6 miliardi, non disponibili nelle casse greche. Parallelamente al pagamento posticipato, la Grecia di Tsipras e Varoufakis, ha rifiutato il piano di riforme proposto dal Brusselles Group, ritenuto ancora troppo votato all’austerità, foriero di altra recessione ed insostenibile per il già vessato ed in ginocchio popolo greco. I cardini della discordia vertono principalmente sul livello dell’aliquota IVA (l’UE la vorrebbe unica al 23%, molto più bassa Atene), sull’ulteriore taglio all’importo delle pensioni, ad un’aumento dell’età pensionabile, allo stop ai prepensionamenti ed infine al livello di disavanzo di bilancio.

Sia sul tema russo-ucraino che su quello greco la tendenza dell’Unione è minimizzare l’impatto del problema sull’UE, mentre quella della ben più realista USA è di spingere affinché venga trovata una soluzione, lo scenario è ancora fragile, dicono da Washington, e nel caso di un default greco, di una ristrutturazione del suo debito o peggio di una sua uscita dall’Euro, le conseguenze sono imprevedibili ed inesplorate e sicuramente con importanti ripercussioni, nonostante le limitate dimensioni dell’economia greca, mondiali.

I mercati nel mentre rimangono tesi e tirati e gli speculatori si fregano le mani.

Molti dati italiani in questo periodo hanno volto in positivo, ed è un bene, ma pensare di aver imboccato la retta via è ancora tutt’altra cosa, sono troppi i legami ed i fattori contingenti, in parte positivi ed in parte negativi indipendenti e non influenzabili, a cui siamo legati a doppio giro. Pertanto non è possibile perdere colpi in Italia, che ancora traballa, perseverando in altri ritardi senza fare ciò che ora può e deve essere fatto.

Valentino Angeletti
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Legge di stabilità italiana: OK (con riserve) dall’UE più che prevedibile, ecco i motivi

La Commissione Europea, con qualche giorno di anticipo rispetto al limite ultimo previsto del 28 febbraio, si è pronunciata sulle leggi di stabilità di quei paesi, tra cui l’Italia, che a fine 2014 furono rimandati a marzo. Il parere della UE è stato favorevole e nessuna procedura di infrazione sarà avviata nei confronti del nostro paese. Detto col senno di poi può sembrare una facile previsione, ma il responso “delfico” era già nell’aria da settimane e quasi scontato alla luce di alcuni fattori.

La questione Grecia (Link):
La portata del problema greco è ancora lontana dal poter essere definita trascurabile, del resto il ministro delle Finanze Ellenico Varoufakis ha sinceramente dichiarato che sussistono seri dubbi sulla capacità di rimborsare FMI e BCE, primi creditori ellenici. La proroga degli aiuti per ulteriori quattro mesi è stata concessa a fronte della presentazione di una bozza di riforme e misure che lo stato ellenico si è impegnato ad attuare. Come confermato dall’Eurogruppo e dalla Commissione il piano rappresenta solo un primo draft che andrà dettagliato entro fine aprile.
Effettivamente qualche perplessità sul piano sussiste poiché si basa su molte stime previsionali di difficile calcolo e che in altri contesti non furono conteggiate come entrate certe come, per citarne solo alcune, la tassazione sugli armatori, la serrata lotta all’evasione ed al contrabbando, il prelievo a mezzo di patrimoniale sui più ricchi. Proprio per questo motivo ad esempio il Ministro Padoan ha ironicamente stimato gli introiti derivanti dall’accordo di “voluntary discovery” con la Svizzera simbolicamente ad 1 Euro! Inoltre non va dimenticato che il programma elettorale che Tsipras e Voroufakis hanno messo sul piatto per vincere le elezioni e ben più ambizioso e ben più rivolto al welfare ed agli investimenti rispetto a quello concesso nella prima bozza di piano presentato alla Commissione. Ciò pone il nuovo esecutivo greco, e tutta l’Europa, di fronte al rischio di disordini e rivolte sociale in territorio ellenico, eventualità per la quale le rimostranze di alcuni ormai ex sostenitori storici di Tsipras e della sinistra greca potrebbero rappresentare un preambolo. Tale ipotesi non può considerarsi senza conseguenze per la stabilità, inclusa quella finanziaria, dell’intera Europa.

Francia e Germania:
Anche la legge di stabilità Francese doveva passare al nuovo vaglio UE. Forse il paese transalpino è colui che ha subito i rimproveri più dolorosi da parte della Commissione. La Francia, dopo aver sforato il tetto del rapporto deficit-PIL, posticipando il target del 3% di due anni al 2017, non potrà prorogarlo ulteriormente e dovrà fin da subito ad operare tagli al fine di riportare tale valore, ora quasi al 5%, al di sotto del 3%. Per l’anno in corso i tagli previsti dovranno ammontare allo 0.5% del Pil (+0.2% rispetto al precedente impegno). Si prevedono dunque scenari lacrime e sangue che difficilmente si sposano con prospettive espansive, prospettiva negativa per tutta l’Europa visto che la Francia ne costituisca la seconda economia.

La stessa rigorosa Germania non è passata immune dalla forche caudine belga. In particolare le è stato rimproverato il surplus commerciale eccessivo, il mercato interno asfittico ed il poco impegno sul fronte degli investimenti dei quali avrebbe bisogno in settori chiave quali viabilità, trasporti e tlc. In sostanza la Merkel è stata richiamata ad assolvere con più determinazione ed incisività il ruolo di locomotiva europea che gli spetta di diritto (ma sta assolvendo alla perfezione il ruolo di locomotiva per la stessa e sola Germania).

Scenari Globali:
Ampliando, ma neppure troppo, gli orizzonti di analisi, è facile notare come anche al di fuori dai confini europei in zone limitrofe e di altissima influenza rispetto al vecchio continente, la situazione sia tutt’altro che facile. La Libia continua ad essere una polveriera ed il governo totalmente instabile. L’Italia è toccata in modo diretto dal fattore libico per i rapporti commerciali in essere, già dimezzati (circa 11 miliardi annui il valore complessivo), gli scambi energetici ed i flussi migratori. Continua a sussistere la crisi tra Russia ed Ucraina acuitasi negli ultimi giorni con l’accusa di Mosca, secondo cui Kiev starebbe tagliando le forniture di gas verso l’Europa. Al momento le scorte europee non sono in pericolo e quella di Putin sembra più una minaccia che una realtà, però, complice anche la guerra in atto sui prezzi del greggio e la fortissima dipendenza estera dell’Europa in tema energetico, l’eventualità di una crisi con al centro l’energia ed i prodotti petroliferi non è da scartare a priori e l’impatto sarebbe rilevante.

Condizioni economiche eccezionali:
In una fase come quella in essere sarebbe stato irrealistico non applicare li concetto di “condizioni economiche eccezionali” causate dalla bassa crescita, dalla stagnazione degli investimenti, dallo scenario deflattivo in atto, dallo scarso potere d’acquisto e dalla bassa propensione ai consumi. Applicare rigidamente la regola sul debito avrebbe richiesto una correzione sul PIL pari al 2%, insostenibile in questo frangente, sostiene il Commissario Economico UE Moscovici.

Programma di Riforme:
Vi è infine il programma di riforme dell’esecutivo Renzi, ad iniziare da quella sul lavoro (Link), giudicato sufficientemente rilevante che ha gratificato l’Europa. Ovviamente dal punto di vista europeo la libertà di licenziamento piuttosto che un contratto a tutele crescenti meno protettivo nei confronti del lavoratore non rappresenta un problema anzi è un driver alla flessibilità ed al turnover lavorativo ben visto. In fondo l’UE ha il compito di guardare non alle condizioni puntuali di lavoro e/o salariali, bensì al bilancio finale, che è cosa ben differente.

Assai curiosa è la coincidenza, al limite dei sospetto, (???) la quale ha voluto che proprio a valle dell’OK di Bruxelles alla legge di stabilità italiana sia partita una fulminea privatizzazione del 5.7% di Enel verso investitori istituzionali per un controvalore di almeno 2.2 miliardi di € (prezzo minimo 4€ ad azione) che contribuirà a raggiungere il target di 0.7% di PIL da privatizzazioni per gli anni 2015-2018 indicato da Padoan all’UE. Le privatizzazioni assieme ai tagli alla spesa sono due elementi cardine che l’Europa chiede pressantemente all’Italia, ma che finora, purché annunciati, non hanno portato i risultati attesi (vedi Fincantieri) oppure hanno subito slittamenti. Pare quasi che sia stata una pedina di scambio richiesta per ottenere un giudizio un po’ più benevolo di quanto realmente meritocrazia avrebbe voluto.

Alla luce della disamina era altamente improbabile attendersi una bocciatura nonostante gli ampi squilibri macroeconomici, in particolare sul debito, che persistono nel nostro paese, ma che in realtà accomunano ben 16 paesi dell’area Europei. Questo dato, 16 paesi, dovrebbe far riflettere, non tanto noi che abbiamo già riflettuto più volte giungendo sempre alla medesima conclusione, bensì l’UE sulla validità e sulla sostenibilità dell’approccio all’economia messo in campo in questi ultimi anni e dei parametri di riferimento adottati senza margine di aggiustamento se non in tempi decisamente ritardati. Detto ciò lo stesso Governatore BCE Draghi fa notare come la situazione italiana continui a presentare squilibri, gravi lacune in termine di competitività e come l’assenza di investimenti rappresenti ancora un fortissimo fattore ostacolante la ripresa ed infatti proprio per tali motivi la Commissione UE mantiene l’Italia (ed rapporto debito/PIL) costantemente nella lista degli osservati speciali alla stregua del suo programma di riforme che al di là degli annunci va portato ad attuazione. È doveroso poi ricordare che a copertura della legge di stabilità appena approvata con riserva sussistono delle clausole di salvaguarda in collisione con le parole del Premier Renzi, soddisfatto per la promozione benché parziale, di potersi concertare ora sulla riduzione delle tasse. L’imposizione fiscale nel paese è elevatissima e non si può discutere il fatto che rappresenti un impedimento ai consumi, un motivo di preoccupazione per i consumatori ed un blocco degli investimenti sia per la sua consistenza che per la sua aleatorietà normativa da riformare rapidamente (includendo la pratica della retroattività che ancor meno certezze può infondere anche a chi fosse intenzionato a spendere o investire). Il prelievo sulla casa secondo Confcommercio è salito del 115% negli ultimi 4 anni nonostante tutto il tempo perso sulla questione IMU, gli ignominiosi e deleteri teatrini e gli scontri verbali/fisici occorsi; sempre per l’associazione dei commercianti, includendo le clausole di salvaguardia a copertura della ex finanziaria, dal 2015 al 2018 le imposte potrebbero aumentare di 72.7 miliardi di €.

Tutto ciò ha comportato l’applicazione della massima flessibilità possibile entro i patti europei (che a mio avviso se è entro i patti non può considerarsi vera flessibilità, ma rispetto degli stessi entro il range concesso e previsto).

Ora però la necessità, più che il semplice auspicio, è che con i QE di circa 60 miliardi al mese e fino a che ci sarà necessità annunciati ed in fase di emissione (ritardata di qualche anno) da Draghi per stabilizzare la moneta e risollevare l’inflazione verso il 2% e quindi non direttamente rivolti all’economia ed agli investimenti ma che sarebbe comunque opportuno riuscissero ad essere convoglianti anche in quella direzione e con il piano di investimenti Juncker, pur nella sua cagionevole entità, si inizi una fase europea, fin qui scansata, che miri concretamente allo sblocco degli investimenti anche utilizzando margini di flessibilità superiori a quanto scritto nelle sacre scritture dei patti, del resto è ciò che FMI, FED ed anche USA intimano da tempo a Bruxelles di intraprendere celermente.

Valentino Angeletti
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La politica Italiana tra le crisi Russo-Ucraina, Libica ed i negoziati UE-Grecia

Conclusi i rituali ed il periodo di ambientamento nella nuova “dimora”, Mattarella dovrà affrontare i primi reali impegni sul piano politico. Il Presidente riceverà in udienza Forza Italia e SEL dopo la bagarre in Senato sulla riforma costituzionale che ha rappresentato una brutta pagina della nostra democrazia. Le richieste dei due partiti di opposizione non sono al momento note, ma probabilmente verteranno sulle accuse al Governo Renzi di un eccesso di autoritarismo che rischierebbe di portare alla modifica della Costituzione senza il necessario tempo per il dibattito e senza la condivisione di tutto il Parlamento. Curioso è notare come i due partiti che ora si “scagliano” contro l’esecutivo Renzi, siano FI, il protagonista de “Il Fu Nazareno” e SEL il partito che proprio per il Nazareno si è allontanato definitivamente dal PD: ora che il “sodalizio berlusconiano” non sussiste più le due forze politiche si trovano “coalizzate” assieme a criticare le modalità operative del Premier.

La settimana in essere vedrà i lavori parlamentari concentrarsi sull’approvazione dei decreti in scadenza. Tra essi il primo dossier riguarda il Milleproroge la cui scadenza è fissata per il 3 marzo. Probabilmente per questo secondo passaggio verrà richiesta dal Governo la fiducia considerando la pioggia di emendamenti ed il possibile blocco nel passaggio al Senato ancora da affrontarsi. Il Premier si è detto disposto ad ascoltare tutti, ma senza rimanere bloccato dagli emendamenti ed è per questa ragione che si prospetta l’utilizzo del voto di fiducia. Di fatto Renzi conferma la linea apertamente dichiarata e fino ad ora utilizzata di consentire parola, fatto salvo che la decisione finale è competenza solo ed esclusivamente sua. Se in certe situazioni un simile approccio può essere condivisibile ed utile per superare impasse di infimo conto e spessore, ahinoi non estranei alla politica italiana, in altri casi, come può essere la modifica della costituzione, può apparire, e risultare a tutti gli effetti, una forzatura autoritaria.

Parallelamente alla corsa sui decreti verso la quale è proiettata gran parte dell’energia politica, le vicende internazionali che coinvolgono direttamente l’Italia si fanno sempre più tese.

Crisi Russo – Ucraina: il fronte nord orentale

Sul fronte nord orientale, dopo una escalation degli episodi di guerriglia e di violenza e dopo i nuovi bilaterali ai quali, oltre a USA, Ucraina e Russia, hanno partecipato solo Germania e Francia, conformemente allo schema Normandia ancora in vigore che non fa altro che comprovare la debolezza Europea in politica estera,  la tregua tra Russia ed Ucraina “sembra tenere” a detta degli osservatori internazionali. Solo qualche scontro e “cenno di battaglia”, che dal mio sprovveduto punto di vista poco si confanno ad una tregua che “sembra tenere”. Che il cessate il fuoco fosse affrontato già in principio con poca convinzione era evidente fin dalla sua prima pianificazione che prevedeva l’entrata in vigore ben tre giorni dopo la definizione, giorni in cui le milizie si sono impegnate in strenue lotte per la conquista degli ultimi lembi di terreno. Pare che anche le istituzioni internazionali non ripongano troppa fiducia in questa tregua, ma più che altro si accontentino di un miglioramento rispetto al pessimo risultato del precedente patto di Minsk. La crisi russo-ucraina con le sanzioni internazionali imposte a Putin, con la possibilità di ulteriore inasprimento ed con il pericolo di ritorsioni energetiche, vede economicamente coinvolto e penalizzato il nostro paese.

Libia ed immigrazione: il versante Medio oriente e Nordafricano

Scendendo verso sud sempre sul fronte orientale è la vicenda Libica e dell’ISIS a preoccupare il mondo, l’Europa ed in particolare l’Italia che ha l’ulteriore onere di offrire il fianco ai flussi migratori nell’ultimo periodo molto consistenti e dall’esito drammatico. Le probabilità di un intervento armato aumentano e proprio su questa eventualità si sono pronunciati importanti esponenti del Governo italiano in un ping pong di dichiarazioni che dimostrano come talvolta prima di lanciarsi in esternazioni pubbliche sarebbe bene riflettere collegialmente e stabilire una linea comune onde evitare di destabilizzare ulteriormente la credibilità istituzionale. Inoltre fare anticipatamente dichiarazioni dal carattere strategico potrebbe indirizzare le operazioni ed i piani dei nemici, l’ISIS appunto. Il riferimento è all’intervista del ministro degli esteri Gentiloni secondo cui in un quadro di legalità internazionale, ossia con l’ONU, l’Italia è pronta, determinata e favorevole all’intervento armato. Se possibile ancora più preciso è stato il Ministro della Difesa Pinotti che ha quantificato in 5’000 le risorse militari immediatamente disponibili (per pensare ad un intervento di una qualche efficacia in realtà ne servirebbero almeno 60’000). A fare dietrofront è stato a distanza di poche ore direttamente il Premier, che ha messo in guardia dagli isterismi ed invitato alla prudenza ed alla riflessione, ricalcando quanto dichiarato dal Professor Prodi, da più parti indicato come possibile mediatore in Libia, ad un quotidiano nazionale. Un Prodi mediatore effettivamente non suona male, ma il punto è stabilire chi sia l’interlocutore, perché dopo la caduta di Gheddafi il paese nordafricano è allo sbando. In realtà l’Italia sul fronte libico così come su tutta la politica estera e sull’immigrazione non è in grado nè ha la struttura e le risorse per muoversi ed agire in autonomia; dovrà adattarsi ad un quadro internazionale, che nella migliore delle ipotesi può essere chiamata a definire assieme agli altri attori. Nella fattispecie libica ciò che il nostro paese potrà fare è attendere una presa di posizione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ed allinearsi in modo più o meno pedisseque. Come per la Russia anche il giro d’affari dei rapporti economici con la Libia è tutt’altro che trascurabile, in primis per l’approvvigionamento di idrocarburi, principale risorse libica e dell’ISIS che ora il paese nordafricano sta ipotizzando di contingentare, ma anche per le numerose attività industriali operate da imprese italiane che complessivamente volgono qualcosa come 11 miliardi all’anno.

Il negoziato Euro – Greco

La questione greca e le richieste del duo Tsipras-Varoufakis continuano ad essere un tema caldo, ma che piano piano sembra scemare rispetto ai due precedenti. Effettivamente l’impressione è che il sentiment dei mercati possa essere turbato più dal degenerare della situazione libica o ucraina che dal perdurare delle trattative tra UE ed Atene (leggasi Schaeuble/Merkel – Tsipras/Varoufakis) i cui effetti sono probabilmente già scontati da tempo (ed effettivamente non è notizia di ora che alcuni stati stessero preparando un piano per far fronte ad un’eventuale “GrExit”). Le due parti non sembrano riuscire a trovare un punto d’accordo, l’Eurogruppo di lunedì si è concluso senza alcunché di fatto ed un nuovo Eurogruppo straordinario è stato fissato per venerdì 20. La Grecia sostiene di non voler soldi, ma tempo, tralasciando il particolare che mai come in questa fase ed in trattative simili soldi e tempo sono assolutamente sinonimi; lato UE invece non vi è la men che minima intenzione di cedere alle richieste di Atene definite irricevibili da più parti, inclusi Commissario UE all’economia Moscovici, ministri economici tedeschi, Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem ed anche Direttrice dell’FMI Lagarde. Proprio la Lagarde è stata colei che ha lanciato l’ultimo ultimatum a Tsipras in risposta al suo piano di non rispettare le imposizioni della Troika non più riconosciuta. La Governatrice ha ricordato al Premier greco che il non rispetto delle condizioni imposte dalla Troika comporterebbe lo stop degli aiuti economici. La conseguenza di breve termine sarebbe l’insolvenza greca che sta cercando in tutti i modi di reperire denaro per un prestito ponte che le consenta di traghettare il bilancio fino a maggio o addirittura fino a fine anno quando presenterebbe un piano di dettaglio per risanare la propria economia, le ipotesi sono la richiesta degli interessi sui bond corrisposti alla BCE ed una nuova emissioni di titoli a breve scadenza da parte della banca ellenica. Il tempo invece scarseggia e le istituzione europee pretendono chiarimenti circa le intenzioni di Atene proprio entro l’Eurogruppo venturo. La situazione rimane complessa e pochi sono gli elementi che lasciano prevedere una breve risoluzione così come lontana è l’idea di flessibilità (che è differente da eccessiva permissività senza controllo) che ad un certo punto pareva potesse attecchire tra le istituzione europee.

I fatti purtroppo riassumono in modo tremendamente chiaro come l’Europa per com’è attualmente conformata non sia in grado di gestire crisi sul piano economico, degli esteri e della difesa e neppure fenomeni globali quali i flussi migratori.

16/02/2015
Valentino Angeletti
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Riforma costituzionale: più tempo per discutere le modifiche o avanti di forza? Lotta in Parlamento mentre lo scenario internazionale e sempre più delicato

RiformaCostEbbene, è sempre stato definito nodo, ed ora le riforme un nodo cruciale lo sono diventate davvero. Alla Camera sulla riforma costituzionale, i cui emendamenti sono stati approvati nottetempo in una aula semivuota in seconda (delle necessarie quattro) lettura, si è svolta una vera “guerra” tra due parti: l’opposizione, composta da M5s, FI, SEL, unita alla minoranza critica del PD che ha deciso di non supportare il Governo ed il Governo stesso inclusa una parte di Dem, che pur non condividendone i modi, ha scelto di appoggiare la linea dell’esecutivo. Il labaro dietro il quale i due schieramenti de facto si battono, è per le forze oppositrici la necessità di discutere ampiamente e senza fretta i punti di una riforma costituzionale che appunto andrà a modificare profondamente alcuni articoli del testo fondante la Repubblica Italiana, mentre per il Governo è l’assoluto bisogno di agire con rapidità, urgenza, fretta e senza pause.

Forza Italia, SEL e M5S chiedevano lo stop delle sedute fiume notturne decise mercoledì sera dalla maggioranza ed il rinvio della discussione a marzo. Il Governo, supportato dallo stesso Premier rientrato durante la notte da Bruxelles ed andato in Parlamento per dar manforte ai suoi, ha risposto asserendo che il tempo per l’analisi degli articoli è già stato ampio e che questo è il momento di correre, qualora gli oppositori non fossero d’accordo l’Esecutivo è disposto e determinato ad andare solitario avanti di forza a colpi di maggioranza, come poi è accaduto.

Dopo un’iniziale ipotesi di accordo tra M5S e Governo che avrebbe sostanzialmente blindato il percorso della riforma, la rottura definitiva è stata sancita dal no del Governo a rimandare o rivedere l’Articolo 15 del DDL Boschi, relativo al referendum il cui quorum vorrebbe essere abrogato dal M5S. Questo niet ha comportato la spaccatura e provocato reazioni violente finite con la sospensione dei lavori, l’espulsione di alcuni Deputati M5S, parolacce tra membri di SEL e del PD e l’abbandono dell’aula Parlamentare, come in un Aventino, delle opposizioni FI, SEL, M5S a cui si sono aggiunti anche i democratici Fassina e Civati. Anche se contrari al merito della richiesta M5S sul referendum, le opposizioni si sono trovate unite nel richiedere più tempo per l’analisi degli articoli ed un rinvio dei lavori parlamentari.

L’eventuale rinvio avrebbe comportato l’interruzione delle attività fino alla fine di febbraio-inizio marzo, collidendo con l’intenzione del governo di giungere alle votazioni entro sabato. Le ultime settimane di febbraio infatti hanno in calendario i lavori sui decreti in scadenza e “parcheggiati” alla Camera che se non votati rischiano di andare perduti. Quello sulle riforme è il secondo dei 4 passaggi necessari (senza che vi siano modifiche ai testi) prima di giungere a conclusione dell’iter legislativo, dopo quello appena terminato dovranno essere conclusi un ulteriore passaggio al Senato ed uno nuovamente alla Camera.

Le opposizioni, denunciando un eccesso di autoritarismo del Governo, hanno deciso di chiedere un incontro con il Presidente della Repubblica Mattarella che li riceverà martedì 17 e che ha tra le sue competenze pregresse proprio quella in materia Costituzionale. Sergio Mattarella potrebbe quindi intervenire direttamente e perentoriamente per richiamare all’ordine un parlamento che sta dando ennesima dimostrazione di ridicolaggine. Renzi dal canto suo non è disposto a cedere e, questa volta senza mezzi termini, ha avanzato l’ipotesi delle elezioni (che lo vedono ancora ampiamente favorito). Nel qual caso ci si troverebbe a votare con il Consultellum, avendo l’Italicum in preparazione e con alla Presidenza della Repubblica l’artefice del Mattarellum …. “comici latinisti” verrebbe da dire ironici.

Sul tema costituzionale a livello teorico non si può dar torto alle opposizioni, perché è assolutamente vero che per le modifiche costituzionali si deve aver giusto tempo per discutere, confrontarsi ed esprimere in sede parlamentare la propria opinione senza sottostare al contingentamento dei tempi imposto dalle sedute fiume; sempre a livello teorico non si può dar torto neppure al Premier che sostiene che il tempo è stato sufficiente e che le condizioni urgenti non permettono ulteriori rallentamenti artificiosi al percorso delle riforme. La sensazione è però che queste due intenzioni potenzialmente condivisibili entrambe non vengano animate dallo spirito costruttivo di far uscire il paese da una palude e da un blocco di conservazione che perdura ormai da decenni, bensì siano mirate da un lato a mettere in difficoltà il governo e dall’altro a non fermarsi per non interrompere il flusso comunicativo e di annunci sul quale si basa un determinato tipo di politica.

Il Governo Renzi dopo la rottura col Nazzareno forse pensava di essere più forte e forse, accettando il compromesso di spostare le sue politiche un po’ più verso sinistra, avrebbe potuto realmente esserlo nelle votazioni parlamentari. Nei fatti con la rottura del Nazareno ed il mantenimento della vocazione centrista, l’Esecutivo appare più debole e fragile proprio perché non ha recuperato i rapporti né con la sua sinistra interna, né con quella esterna, prediligendo un appoggio, per ora ininfluente, di transfughi proveniente dal centro o dal M5S che nonostante le numerose defezioni è riuscito a dar il “la” alla protesta .

Nulla di più devastante per il nostro paese che si trova in un momento in cui, come qui abbiamo detto più e più volte, è necessario fare presto e bene: presto per la gravità del contesto sociale, macro-economico, politico e geopolitico, bene perché errori in questa fase potrebbero comportare distorsioni ed aberrazioni democratiche che richiederebbero più tempo per essere sanate di quanto sia necessario per apportare correzioni in questa fase in cui si può ancor discuterne il merito (giusto per citare il più classico ed odiato degli esempi richiamiamo la riforma Fornero). Invece il rischio concreto è di far poco, in ritardo e male. Sembriamo ancora in preda all’egoismo ed agli interessi partitici quindi, perdendo come al solito la cognizione di ciò che sta accadendo fuori dai nostri confini. Vicende ben più importanti delle quali dovremmo interessarci a tempo pieno, che non stanno peggiorando solo perché invero mai sono stati vicine ad una reale soluzione e che testimoniano l’incapacità di Europa e paesi membri nel gestire complesse situazioni di crisi.

Innanzi tutto vi è la questione greca e della mediazione tra Tsipras e UE (leggasi Merkel), che se poteva sembrare sul via della risoluzione dopo il pronunciamento della parola “compromesso” dalle labbra del Cancelliere tedesco, ora sembra rimanere in alto mare. Il Presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha asserito che i tempi saranno lunghi ed il presidente della Commissione UE, Jucker, ha rincarato, aggiungendo che le trattative sono lontane dal trovare una soluzione comune. Pare che il compromesso della Merkel fosse da intendere come: “tu, caro Tsipras, scendi a compromesso con la Germania e con l’UE ed amici come prima”. La Grecia da canto suo non pare voler cedere, del resto le promesse elettorali e lo stato sociale greco non glielo consentono, ed incassa ipotesi di supporto da parte della Cina e della Russia così come manifeste dichiarazioni di sostegno da parte degli USA che più volte hanno tuonato contro l’austerità dell’UE. Anche se al momento è solo una possibilità, l’eventuale intervento esterno da parte di Russia, Cina, USA o anche UK (che si stanno preparando ad un eventuale GrExit) sconvolgerebbero un già in bilico equilibrio geopolitico mondiale.

Un altro versante caldissimo è quello dell’Ucraina dove a breve scatterà il cessate il fuoco (24:00 del 14 febbraio), ma dove la soluzione della crisi è lontanissima, del resto gli scorsi accordi non sono mai stati completamente rispettati. A dirlo è lo stesso presidente Ucraino e ciò è confermato dall’inizio ufficiale della tregua ben tre giorni dopo la sua decisione, giorni in cui i territori ucraini continuano ad essere teatro di guerra e di morti (26 tra militari e civili è l’ultimo bilancio) e la Russia ed i filorussi paiono determinati a conquistare quanto più terreno possibile. All’Ucraina, in crisi di liquidità, è stato concesso dal FMI un prestito di 17.5 miliardi di $, prestito assolutamente neppur considerato, sebbene meno sostanzioso, per la Grecia che pure lo richiede esplicitamente per arrivare a maggio (anche se ultimamente il ministro Varoufakis ha parlato di Agosto). Ciò testimonia la delicatezza della crisi Ucraina, pericolosa dal punto di vista strategico, politico, economico e che, per le sanzioni alla Russia ancora non interrotte che potrebbero essere inasprite, costa miliardi anche all’economia italiana e senza considerare il problema energetico.

Vi è ancora il dramma dell’immigrazione, affrontato nel peggiore dei modi dall’Europa ed in cui l’Italia ha un ruolo fondamentale per la sua posizione geografica. La scia marina di morte non accenna a cessare e le discussioni se fosse meglio Mare-Nostrum o Trithon, con tanto di conteggio delle vittime e delle spese mensili (Trithon costerebbe 9 milioni in meno al mese) come fossero un KPI, fanno letteralmente (permettete il termine) vomitare. Non è con questo pensiero che si può risolvere un problema come l’immigrazione dalla Lybia ed in generale da tutto il medio oriente e l’Africa, ma lo si può fare solo con un approccio realmente unito a livello europeo in cui tutti contribuiscono avendo un progetto comune ben chiaro e definito. Nella situazione attuale invece è facile comprendere come non esista nè un disegno ufficiale condiviso, nè una azione coordinata e congiunta tra gli stati membri che invece pensano in primo luogo a ridurre gli oneri a loro carico. Come purtroppo accade per fini biecamente propagandistici, è insensato e stupido incolpare il Gentleman o la Lady PESC di turno: senza l’Europa Unita che dobbiamo perseguire una singola persona non può nulla.

L’inconsistenza europea si vede nella vicenda Greca dove a dettare termini e condizioni a Tsipras sono la Merkel, Schaeuble, Weidmann ai quali si allineano a ruota le istituzioni UE (inclusa BCE) delle quali la Germania è la maggior azionista e si vede nella crisi Ucraina, dova assieme a Russia, Ucraina ed USA compaiono solo Hollande e Merkel come se gli altri 26 stati UE non esistessero (se non esiste un numero di telefono UE unico figuriamoci un rappresentante unico). La pochissima forza Europea si evidenzia anche nella gestione della crisi Libica e nella lotta al terrorismo che sta diventando sempre più pericoloso, potente e sicuro dei propri mezzi; la Farnesina ha intimato agli italiani di lasciare Tripoli e sta meditando la chiusura dell’Ambasciata, il Ministro Gentiloni ha paventato un intervento militare in un quadro di legalità internazionale.

Infine, riguardo alle “insignificanti” vicende del nostro paese se rapportate a quelle mondiali, vi sono gli ultimi dati sul PIL che effettivamente possono essere letti anche in modo moderatamente positivo. La crescita zero, il leggero calo del debito pubblico registrati nel Q4 2014 e la previsione di crescita di quale decimale nel 2015, potrebbero essere visti come stop della recessione ed inizio di una fase di “crescita”. In realtà il debito è calato per le entrate fiscali dirompenti nell’ultimo trimestre dell’anno (ad iniziare dall’IMU) e l’eventuale “zero punto” di PIL relativo al 2015 non è significativo nè può essere strutturale senza che le riforme (economiche e relative alla burocrazia ed alla governance dello stato) vengano rese attuative (non solo annunciate o approvate in prima lettura), entrino in vigore e portino i frutti previsti (risultato non scontato). Da ciò si capisce perché è sempre più necessario fare presto e bene entro i nostri confini, concentrandosi al contempo su ciò che accade al di fuori fuori, che, per le ripercussioni certe sul nostro paese, non può e non deve mancare della nostra attenzione. Se non lo fa la politica è bene che se ne interessino i cittadini e tutta la popolazione, sperando che essa non sia, come statistica vorrebbe, un estensione numerica di quelli che in queste notti hanno trasformato il Parlamento in un ring.

Link Grecia:
Negoziato Europa – Grecia, intanto UK ed USA si preparano alla GrExit
Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane
Tsipras: le prime mosse. Europa: reazioni all’insegna del vecchio approccio
La contrapposizione tra interessi tedeschi ed europei e la “speranza” greca
Link Quirinale:
Encomi e plausi per Mattarella. Auguriamo a lui sinceramente una mole enorme di lavoro
Mattarella presidente: il capolavoro di Renzi
Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi
Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno
Link Economia – Politica
Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto
La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso
Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama
L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato 
Governo Renzi ed i venti che, reclamando risultati, cambiano. Adesso fare presto e bene!

14/02/2015
Valentino Angeletti
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Guerra sui prezzi del greggio e “l’insospettabile” strategia Russa

OPECNei giorni scorsi si è tenuto a Vienna il vertice OPEC, organizzazione che raggruppa i paesi esportatori di petrolio. Al momento, perché seppur rare sono possibili ingressi ed uscite dall’associazione, i membri sono: Algeria, Angola, Ecuador, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Quatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Venezuela. Il consesso è stato indetto per fare il punto, ed eventualmente prendere contro misure, in merito al calo delle quotazioni del petrolio che è arrivato a toccare valori inferiori ai 70 $ al barile. A contribuire al drastico ribasso sono complici il rallentamento della domanda, dei consumi dovuto alla crisi e l’eccesso di produzione conseguenza parziale del non convenzionale shale (principalmente, ma non esclusivamente statunitense). Oltre a ciò è complice anche il tentativo dei paesi del medio oriente di mantenere la loro egemonia petrolifera rendendo meno profittevole proprio lo shale.

La decisione emersa dal vertice viennese è stata quella di non intraprendere alcuna azione, mantenendo così inalterata la produzione di greggio a circa 30 milioni di barili al giorno. Pare che la convergenza non sia stata semplice ed abbia trovato aspre opposizioni da parte di quei paesi che hanno costi estrattivi e di trasporto superiori e che quindi necessitano di più marginalità per essere competitivi, in particolare Venezuela, Libia e Iran, contrapposti agli stati del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) che invece hanno visto realizzato il loro desiderata di mantenimento dello status quo.

Il tentativo, oltre a rendere meno appetibile l’estrazione di shale voleva avere anche la valenza geo-politica e strategica di colpire le economie di Iran e Russia, paesi ritenuti troppo aggressivi, destabilizzanti e spregiudicati in campo di politica estera (crisi Ucraina) e nelle sperimentazioni sul nucleare ad uso bellico.

Gli Stati Uniti stessi sono stati favorevoli alla decisione, nonostante le possibili ripercussioni sulle loro produzioni, come ulteriore addendum alle sanzioni imposte alla Russia. Va detto che se un tempo per le aziende Oil&Gas USA operanti nello shale non era possibile sopportare prezzi inferiori inizialmente a 100 $/bar ed in seguito a 70 $/bar, adesso i 60 $/bar possono essere affrontati e stando ai dati ufficiali diffusi dalle autorità del North Dakota è possibile spingersi anche a 45-42 $/bar, ringraziando l’utilizzo delle infrastrutture esistenti per le estrazioni petrolifere classiche e le innovazioni tecnologiche applicate ad un settore che ha visto negli anni scorsi ingenti investimenti e che secondo alcuni sarebbe sull’orlo di causare una bolla simile a quella “dot-com”.

Lato italiano il ribasso dei prezzi della materia prima non ha fino ad ora comportato sensibili decrementi alla pompa, evidentemente il carico fiscale delle accise è preponderante rispetto al costo della materia prima, da tenere in considerazione poi che i prezzi al consumo seguono quelli del greggio con un certo ritardo dovuto al fatto che ciò che si sta vendendo adesso è stato acquistato in passato ed inoltre anche l’autorità per l’energia e per il gas gioca un ruolo chiave nei prezzi di alcuni carburanti regolati. Altra conseguenza che potrebbe scaturire da un calo dei prezzi potrebbe essere un’ulteriore diminuzione dei prezzi al consumo di tutti quei prodotti (la quasi totalità) influenzati dal del greggio per i trasporti e per la produzione spingendo così l’inflazione ulteriormente al ribasso proprio in un momento in cui questa tendenza vorrebbe essere arginata per limitare la stagnazione dei consumi e l’attendismo dei consumatori (tema già discusso ampiamente in questa sede).

Un altro possibile effetto di medio-luno periodo del protrarsi della guerra sui prezzi petroliferi potrebbe paradossalmente essere la spinta verso una maggior diversificazione delle fonti energetiche e via via l’abbandono del greggio come energia primaria. La domanda ora è bassa e gli investimenti, i molti casi poco convenienti a questi livelli di prezzo, potrebbero essere ridotti dalle major del settore. Nel momento in cui la domanda crescerà nuovamente potrebbe non esserci sufficiente capacità per soddisfarla ed allora potrebbe essere seriamente preso in considerazione un reale, più consistente e convinto processo di abbandono dell’economia basata sul petrolio.

L’aspetto più interessante di questo fenomeno riguarda però gli effetti strategici e geopolitici che vedono la Russia come protagonista. Mosca sta subendo le sanzioni dell’occidente, peraltro dannose per la stessa UE, ed è totalmente critica nei confronti di questo provvedimento definita da Mosca intollerabile. La decisione OPEC indubbiamente colpisce l’economia russa ed in particolare le aziende come Gazprom o Rosneft e le stime sul PIL russo non sono confortanti passando da una previsione di +1.5% a -0.8%, nonostante ciò l’atteggiamento di Putin rimane muscolare. Il Cremlino ha dichiarato a gran voce di poter supportare prezzi del greggio ben più bassi, così come non lo spaventa il calo del Rublo, che in parte potrebbe anche essere stato indotto da Mosca stessa per supportare le esportazioni nei paesi non aderenti alle sanzioni, per via delle ingenti (sempre a detta del Cremlino) riserve monetarie disponibili. Putin è passato poi all’azione cercando di mettere in difficoltà l’occidente con l’arma energetica: ha stoppato il progetto South Stream andando a cercare di orientare le proprie forniture verso altri clienti: la Turchia, ma anche e soprattutto la Cina.

Il South Stream è un progetto dal costo titanico di 50 mld € partecipato al 20% da Eni e nel quale Saipem si è aggiudicata la commessa della posa dei tubi per un controvalore di circa 2 mld €. L’effetto sui mercati del blocco del progetto, precedentemente osteggiato dalla Bulgaria sotto la spinta dell’ UE, e dei bassi prezzi del greggio è stato un sensibile calo delle quotazioni dei titoli legati al petrolio ed all’ingegneria petrolifera, come ENI ed appunto Saipem. Il gasdotto avrebbe contribuito a trasportare gas russo bypassando l’Ucraina, non si tratta quindi di una diversificazione geografica (a differenza del TAP), ma solo di uno svincolarsi dai territori Ucraini, instabili e dalle infrastrutture vecchie che necessitano di investimenti per 19 mld $, incrementando pericolosamente la dipendenza ed il legame con Mosca.

Il rapporto che l’Europa ha con la Russia nel campo dell’approvvigionamento di energia primaria è evidente, e lo è tanto più in Italia. La decisione autoritaria del Cremlino non fa altro che andare a supporto della scelta di fortificare il rapporto con l’Africa, come sostenuto da Renzi e come nei piani delle grandi compagnie italiane Eni ed Enel, per puntare in ultimo alla creazione di un corridoio Sud-Nord e di un “Anello energetico-commerciale-economico” del Mediterraneo, magari in attesa che si concretizzi la difficile possibilità di approvvigionarsi stabilmente ed a basso costo dagli USA. Il Premier Renzi parlando dall’Algeria ha ribadito che il South Stream non è un progetto fondamentale e dello stesso avviso è stato anche l’AD di SNAM Carlo Malacarne. Effettivamente i depositi pieni, il clima mite e la crisi fanno sì che in questo momento, nonostante le diminuzioni delle produzioni del nord Europa (Norvegia, Olanda e UK) e nonostante la dipendenza quasi totale dell’Italia da zone politicamente poco stabili, non si corrano rischi, anche se continuare sulla diversificazione geografica e puntare internamente ad un mix energetico bilanciato ed aggiornato, è una priorità non solo italiana, ma europea.

Detto ciò non è pensabile che la Russia non abbia considerato fin dall’inizio il rischio che la sua strategia di subire e rilanciare nella guerra del petrolio potesse portare in dote più effetti negativi rispetto a quelli positivi. La tendenza a monopolizzare i settori Oil&Gas era da tempo evidente dalle mosse di Gazprom e Rosneft così come la volontà di Putin di legarsi a nuovi acquirenti per il proprio gas e petrolio (ricordiamo il contratto con la Cina assetata di energia per la quale la Russia non è altro che un fornitore). Riteniamo che proprio la Cina possa essere una chiave di lettura. La Russia evidentemente punta molto su Pechino con il quale non ha sanzioni in ballo, che necessita di energia per sostenere i ritmi di crescita pianificati dal partito e che deve cercare di ridurre le emissioni di CO2 dovute principalmente al carbone delle centrali elettriche (importanti progetti rinnovabili sono già stati realizzati, ma anche l’uso del gas è un’alternativa). La tigre cinese in futuro potrebbe diventare la meta preponderante per le esportazioni russe in particolar modo di gas. Perché ciò avvenga però la Russia deve lavorare affinché la Cina, che pure sta investendo nel settore, non viva con lo shale la stessa rivoluzione che ha inaspettatamente portato la quasi indipendenza energetica negli USA, modificando di fatto tutto l’assetto geopolitico dell’area medio orientale. In Cina lo shale è presente, ma ancora l’estrazione non è competitiva per la mancanza di tecnologie avanzate come negli USA e perché non presenti infrastrutture petrolifere da riadattare allo shale consentendo l’abbattimento dei costi per la costruzione delle dispendiose infrastrutture estrattive; è plausibile che il limite della convenienza sia ancora attorno ai 100 $/bar. Il fatto che la riduzione del prezzo del greggio possa ostacolare lo sviluppo dello shale in Cina in fondo potrebbe essere il vero obiettivo di Putin, quello che ha spinto il Cremlino a rilanciare alzando ulteriormente la posta in gioco. Di certo un azzardo, ma che sembra non avulso dall’atteggiamento tipico di un leader come Vladimir Putin.

02/12/2014
Valentino Angeletti
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G20 di Brisbane tra Economia, Geopolitica, Clima cioè nulla di nuovo, stallo, rinvii

G20-Brisbane-Australia-2014Proprio in queste ore si sta concludendo a Brisbane in Australia la prima delle due giornate del G20. L’evento come di consueto ha attirato le attenzioni delle cronache e dei mass media mondiali e del resto, essendosi mossi tutti i Premier delle maggiori economie mondiali più alcune “whitecard”, non poteva essere altrimenti.

Quando ancora poco è trapelato dei discorsi ufficiali, cosa è lecito attendersi da un simile consesso? A dire il vero non molto rispetto a quanto già non si sapesse. Probabilmente a far da padroni saranno temi come l’economia, la geopolitica, il clima e forse l’emergenza ebola.

Riguardo all’economia è già chiara la direttrice che verrà seguita, l’obiettivo è quello di portare di qui a 5 anni il PIL mondiale a crescere del 2% (circa 2 triliardi di dollari) ed al momento il vero fardello e la vera mina vagante economica è l’Europa. I propositi e le indicazioni per il vecchio continente saranno senza dubbio quelli di abbandonare, almeno momentaneamente, l’austerità e svolgere politiche più mirate alla crescita, agli investimenti ed all’occupazione proseguendo nell’intento di riformare un sistema di governance che, sia per l’UE che per molti dei paesi membri (tra cui l’Italia), non è più al passo coi tempi. Alcune stoccate sono già arrivate sia dal Tesoro statunitense sia dal FMI che hanno redarguito nuovamente Europa e BCE per aver proseguito per troppo tempo con politiche poco espansive e troppo rigoriste, pur avendo l’esempio statunitense a portata di mano: i livelli di crescita sono troppo bassi, l’inflazione quasi a zero, la disoccupazione in certe aree, le stesse ove stentano gli investimenti ed i consumi, drammatica e le stime sono state ulteriormente tagliate da molti istituti, in definitiva uno scenario ben vicino all’essere ormai compromesso (da tempo si fa notare che non c’è più tempo). In particolare viene proprio dal portavoce del Tesoro USA l’allarme secondo cui (e qui lo si era già scritto) i 300 miliardi di investimenti (di cui l’Italia, con un piano di investimenti inviato proprio poche ore, fa ha fatto richiesta per una quota fino a 40 miliardi) promessi da Juncker sarebbero inadeguati. Se guardiamo la cifra con gli occhi degli statunitensi, che per mesi e mesi si sono visti erogare 85 miliardi di dollari “fior di conio” dalla FED con l’obiettivo di raggiungere determinati target di disoccupazione (<6%), l’affermazione non pare per nulla campata in aria. Di qui il caloroso consiglio di fare di più, incluso l’acquisto di titoli sovrani da parte della BCE dando il via al più classico dei QE con eventuale buona pace della Germania.

Questi moniti o consigli fraterni li abbiamo sentiti ripetere più e più volte, ma fino ad ora poco hanno sortito perché l’EU, influenzata (crediamo di sì, e molto) o meno da elementi interni, è parsa non recepirli, pur avendo ormai raggiunto la condivisa opinione di dover lavorare sul fronte della crescita, occupazione, giovani ed investimenti, ma a quanto pare senza un vero piano .

Sul lato geo-politico oltre alla Libia e la Siria sarà la questione Ucraina a tener banco. Le tensioni nelle aree dell’est si sono nuovamente fatte pesanti e Putin si è presentato con atteggiamento belligerante seguito da un paio di navi da guerra ferme a largo del continente oceanico che hanno destato non poche preoccupazioni (dalle chiavette USB del G20 Russo alle navi da guerra: di sicuro mostra eclettismo lo Zar). Il Primo Ministro ha poi alzato ulteriormente i toni rispondendo ad alcune interviste in merito alle sanzioni ancora in vigore contro Mosca che lui non ha intenzione di stare all’angolo e che se proseguiranno si vedrà costretto a prendere provvedimenti. Ha ricordato quanto grande sia la dipendenza europea dal gas russo e la possibilità di lavorare per combattere la supremazia del Dollaro negli scambi di combustibili fossili che avrebbe contribuito ad un drammatico ribasso dei prezzi. Temano gli Stati Uniti, ma tema anche la Germania perché se decidesse, come sembra, di proseguire o addirittura di inasprire le sanzioni, potrebbero essere messi a repentaglio i 300’000 posti di lavoro che le imprese tedesche impiegano nel suolo russo, ha paventato lo Zar.

L’atteggiamento ferreo di Putin, che fino all’ultimo sembrava intenzionato ad abbandonare i tavoli dopo il primo giorno, i bilaterali tra il capo del Cremlino ed i Leader Canadese e Britannico carichi di tensioni su Ucraina e sanzioni ed il ritorno delle violenze, invero mai cessate, nelle regioni del Donbass, Lugansk ed in tutto l’est ucraino, lasciano trasparire due aspetti che gli interessati vorrebbero mascherare ma che emergono lampanti: il primo è che anche l’economia russa è alle strette, la crescita è stata ben inferiore del previsto ed anche il predominio energetico potrebbe essere messo in discussione dalla rivoluzione americana, di qui le mosse per fortificare i colossi Rosfnet e Gazprom tramite acquisizioni trasversali nel campo energy ed Oil&Gas. Putin dunque mentre cerca di stringersi di più con la Cina, per la quel comunque rimane poco più che un potenzialmente forte fornitore energetico e di qualche altra materia prima (nulla in confronto ai rapporti commerciali tra Cina ed USA che spaziano dalle infrastrutture alla tecnologia), vuol continuare a difendere ed interpretare la parte della tigre ruggente, apprezzata in patria, mentre in realtà potrebbe rischiare di diventare a breve una tigre in gabbia. Il secondo aspetto riguarda invece la totale incapacità europea nel gestire la situazione ucraina nonostante i tavoli, i trilaterali, gli incontri diplomatici in territorio neutro e le sanzioni le quali non è ben chiaro se abbiano colpito di più la Russia o l’Europa. L’UE non ha parlato una lingua comune, ha dimostrato la sua persistente fragilità ed inconsistenza a livello strategico e non ha saputo trovare una linea in politica estera condivisa tra i vari membri, anche in tal caso come sul fronte economico, sempre in bilico nel dover scegliere tra interessi propri oppure collettivi.

Infine una nota sul clima. Il tema sembrerebbe quello più promettente in senso positivo perché parte da un accordo tra USA e Cina dichiarato la settimana scorsa nell’incontro tra le economie del Pacifico e perché Obama ha detto di destinare 3 miliardi all’ONU per supportare i paesi più poveri nello sviluppo di tecnologie (principalmente energetiche) verdi. La realtà però è un’altra e ben più complessa, l’accordo “USA – Cina” prevede che gli Stati Uniti riducano di qui al 2025 del 26-28% le proprie emissioni di CO2 mentre la Cina entro il 2030 dovrebbe ridurre le emissioni di picco (il che vuol che la media delle emissioni Cinesi potrebbe anche non diminuire). Considerando le tempistiche in atto e le frizioni occorse è come se con l’accordo si fosse rimandato tutto almeno al 2015 con il vertice climatico parigino. Allo stato attuale e viste le previsioni IPCC (e di molti altri enti di ricerca) non è possibile attendere 10-15 anni, le azioni dovrebbero essere molto più rapide, ma in molte occasioni si ha la sensazione che, nonostante le parole e le dichiarazioni di intenti, non si voglia sacrificare la crescita del PIL, differente dal benessere collettivo e diffuso, per l’ambiente. Anche i 3 miliardi di $ di Obama, ai quali dovrebbero aggiungersene altri 1.5 dal Giappone proprio durante il G20, a prima vista ben più concreti per rimpinguare il fondo ONU attualmente di 3 miliardi e che punta ai 10, in realtà sono ancora molto ipotetici. Si tratta infatti della promessa di una anatra zoppa che poi dovrà fare i conti con la maggioranza parlamentare repubblicana sicuramente non così favorevole ad una simile spesa.

Questi incontri e questi prestigiosi tavoli che fanno così scalpore sono buone occasioni per ribadire linee guida ed intenzioni spesso già ben note, ma è impensabile che tutto ciò di cui si discute e su cui si conviene possa essere realizzato. La prima ragione è perché oltre alle parole servono piani concreti che non si costruiscono nei due giorni di consesso, ma avrebbero già dovuto esserci quando invece pare non siano stati elaborati anzi sembra sempre che attorno ai discorsi, usualmente molto condivisibili, ben poco vi sia di tangibili; insomma chiuso l’evento si va a cena ed il compitino è sbrigato. La seconda motivazione è che, differentemente rispetto a quando ci si limita alle sole parole, quando viene il momento di decidere, troppo spesso sono gli interessi personali/nazionali a spingere in una direzione piuttosto che in un’altra.

Nulla di nuovo sul fronte economico, stallo in geo-politica e rinvii sul clima, questo sembra quello che partorirà il G20 australiano, e sarà così per ogni nuovo vertice fintanto che non verrà davvero deciso di adottare una linea comune verso una direzione comune la quale, sia ben chiaro, non potrà necessariamente essere la migliore in ogni settore per ciascun contraente, è di ciò che se ne dovrebbero fare una ragione in tanti.

15/11/2014
Valentino Angeletti
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Pillole di news: Consulta, Ucraina, Scozia, Economia, PIL

Oggi ore 16 nuova tornata di voto per le elezione dei membri di CSM e soprattutto Corte Costituzionale. I candidati dell’accordo PD – PDL rimangono Violante e Bruno, ma pare che le fronde siano più fori avendo fino ad ora impedito di raggiungere il quorum di 3/5 (570 voti). Sorge la domanda: quanto in realtà è forte questo patto del Nazareno?

Unione Europea: Strasburgo ratifica a partire da gennaio 2016 l’associazione dell’Ucraina all’UE. La Rada, parlamento Ucraino, approva un disegno di legge per dare uno status speciale per tre anni ad alcuni distretti (inclusi Donetsk e Lugansk) concedendo maggiori autonomie per le minoranze. La Russia non vede bene l’accordo con l’Europa ed i separatisti non sono soddisfatti delle concessioni. Si prevede il perseverare delle tensioni e degli scontri che la diplomazia non ha saputo contenere.

Nelle prossime ore la Scozia andrà al voto per la sua separazione dalla Gran Bretagna. Domina l’indecisione tanto che per il poco scarto i sondaggi non sono attendibili. Il mondo politico-economico-finanziario è in allerta perché la separazione di Edimburgo non sarebbe indolore:
-) La Scozia, pur continuando a riconoscere la Regina, non potrà adottare né sterlina né Euro (alto rischio monetario che ha già indebolito la Sterlina).
-) La Scozia vale il 10% del PIL britannico e l’8% delle entrate fiscali.
-) Tutto il settore Oil&Gas, estrattivo, minerario, di cantieristica navale e militare britannico è collocato in Scozia.
-) In Scozia vi sono importanti basi militari strategiche, in particolare sottomarini nucleari nei mari scozzesi.
-) La divisione comporterebbe una fase in cui la Scozia non avrebbe esercito (l’UK non è disposta a condividere il proprio).
-) Molte compagnie soprattutto istituti assicurativi e finanziari scozzesi come la Royal Bank of Scotland e la storica Lloyd’s sarebbero già pronti a trasferirsi nella City assicurando il proprio contributo fiscale a Londra.

Dopo l’Ecofin è emersa una visione ancora divergente sulle nuove modalità di approccio e gestione della crisi tra UE e stati nazionali più in difficoltà.
(Approfondimenti:
Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti?
Dalla tre giorni economica milanese emergono ingredienti condivisi, ma la ricetta finale è ancora ignota ).

La stima di crescita del PIL 2014 italiana è stata ribassata da Morgan Stanley che l’ha portata a -0.2%; il Premier Renzi dalla Fiera del Levante ha ipotizzato crescita attorno allo zero, in seguito anche S&P ha attribuito all’Italia crescita nulla, l’OCSE l’ha ribassato a -0.4% (approfondimento: OCSE taglia stime di crescita, scenario fragile. Serve più flessibilità parallelamente al processo di riforme ) seguita a ruota dal Centro Studi Confindustria (sempre -0.4%, precedentemente anche Bankitalia aveva ritoccato la propria previsione); in ultimo il ministro Padoan ha definito molto probabile un 2014 a crescita negativa, ma una ripresa nel 2015 ed un risparmio di 5 miliardi dovuto alle inferiori spese sugli interessi sul debito grazie ad uno spread più basso delle attese (da considerare l’aspetto della deflazione vanifica parte di questo risultato). In ogni caso l’Italia si conferma il paese peggiore relativamente al PIL nel G7 e non può fuggire da un 2014 ancora in recessione e, considerando i dati e gli scenari macroeconomici attuali, un 2015 debole se non di probabile stagnazione .

16/09/2014
Valentino Angeletti
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Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE

La Spending-Review è stata la protagonista del vertice d’urgenza convocato a palazzo Chigi nelle ore scorse. Erano presenti oltre a Renzi e Padoan, ovviamente il commissario Cottarelli, ma anche il Ministro Boschi ed il consigliere economico di Renzi Yoram Gutgeld che sarebbe in lizza per sostituire Cottarelli, di ritorno alla base del FMI a Washington, nella revisione della spesa.

I tagli in analisi ammonterebbero a 20 miliardi in 3 anni (sperando che non si collochino tutti alla fine del terzo anno) da reperirsi tra Ministeri e PA. I 20 mld sono un obiettivo fattibile alla luce dei 720 mld di base di spesa dice Cottarelli, ma in realtà i piani originari avevano previsto tagli per 37 miliardi e per tali ragioni, oltre che a causa delle difficoltà nelle privatizzazioni ex novo di Poste, Enav, Fincantieri, è stato deciso di accelerare la discesa statale di un ulteriore 5% nel capitale di Eni ed Enel.

In particolare 7 mld arriveranno dai Ministeri (convocati in riunione a partire dai prossimi giorni) ai quali è chiesto un piano dettagliato per arrivare ad un risparmio tra il 3 ed il 5%, altrimenti sarà il Governo a decidere per loro. Si tratta di una concessione intelligente che i Ministeri con la massima serietà devono sfruttare, conoscendo sicuramente meglio dove si annidano gli sprechi rispetto ad un intervento centralizzato di certo più orizzontale.  Gli altri 13 mld dovrebbero arrivare dalle PA, inclusa la riduzione, ottimizzazione, privatizzazione delle partecipate pubbliche che dovrebbero passare da 8000 a 2000 consentendo nel breve 0.5 mld di risparmi e 2 mld nel lungo periodo.

In verità il riservatissimo piano Cottarelli e del suo team era pronto da tempo, come lo erano quelli dei suoi predecessori Giarda e Bondi, poi rimasti, alla stregua dei consiglio dei Saggi, incompiuti per l’alternarsi dei Governi e soprattutto per l’incapacità di trovare quella volontà politica necessaria ad adottare misure restrittive su centri di potere, fatto ben più complesso che agire sulla maggioranza dei cittadini impotenti di fronte ad esempio ad un incremento più o meno lineare di tasse o ad un pasticcio immane come quello IMU – TASI (TASI che per 7 famiglie su 10 sarà complessivamente più pensante dell’IMU, ma ovviamente non è opera dei 6-7 mesi di Governo Renzi, ma come altre circostanze, eredità precedente).

Ora la volontà politica va trovata, è, come si usa dire, improrogabile per più di una ragione. Ad una prima lettura potrebbero sembrare i dati economici ad essere i più pressanti per la revisione della spesa, infatti gli ultimi dati non buoni sono relativi alla disoccupazione (che, pur con posti di lavoro in aumento, torna a salire a luglio dello 0.3% raggiungendo il 12.6%, contro l’11.5 della zona UE), il cui incremento ha cessato di rallentare, al debito ed al PIL che il Premier Renzi colloca a zero per il 2014, decimale più decimale meno confermando la previsione di Morgan Stanley che mette in guardia il nostro paese sul perseverare della recessione fin tutto il 2014 (vi sono puoi tutti gli altri dati ripetuti più e più volte che spaziano dai consumi fino alla sofferenza delle imprese); al momento considerando il nuovo modello di calcolo del PIL che inserisce anche le attività illegali, il rispetto del 3% deficit/PIL, seppur risicato, pare in sicurezza.  In realtà è bene ricordare che i proventi della spending review dovranno essere utilizzati per la riduzione del debito e per il taglio delle tasse, non per finanziare vecchie o nuove spese, bonus ed incentivi.

Con la spendig review, oltre ovviamente a razionalizzare spese non sostenibili ed ingiustificate reperendo risorse, è soprattutto l’Europa che si vuole guardare e convincere, infatti Bruxelles usualmente e giustamente è meticolosa nel voler leggere e capire approfonditamente i piani economici, i tagli, le entrate, gli impieghi e le spese (lo farà anche col documento di metà ottobre). Con la revisione della spesa ha fatto (link a fondo pagina), bacchettando che i piani non erano ben chiari, e farà lo stesso. Le aspettative dell’UE rispetto al nostro Governo e rispetto al Premier sono alte, come lo sono quelle dei cittadini e di molti leaders europei ed economici che, pur non negando critiche, hanno tutti appoggiato il piano di riforme di Renzi giungendo però negli ultimi giorni a concludere che oltre alla comunicazione servono a questo punto fatti concreti, tangibili e soprattutto quantificabili, cosa richiesta anche dalla maggioranza dei cittadini che dal “cambiamento” e dal “nuovo verso della politica” del paese si attendono vantaggi rapidi in termini di benessere e qualità della vita ad oggi purtroppo ancora non pervenuti in egual misura rispetto alle aspettative nutrite.

Una buona spending può sicuramente, ancora prima delle riforme che nei prossimi mesi non possono essere altro che impostate poiché il vero blocco sono le plurime letture parlamentari ed i decreti attuativi e ciò è ben noto alla Commissione ed i cui effetti presentano un fisiologico ritardo, giocare a favore della credibilità dell’Italia, da usarsi come leva per ampliare quel termine “flessibilità” che si vorrebbe da Bruxelles e da Berlino limitare ai patti in essere, ma che in tal caso sarebbe insufficiente rispetto a quella realmente necessaria per sboccare una situazione ben più difficile del previsto (sempre a braccetto con una politica monetaria impostata al supporto delle attività produttive, alla stabilità dei prezzi e dunque inflazione al 2% e giusto apprezzamento dell’Euro). L’obiettivo quindi è cercare la credibilità e la fiducia da parte di Europa ed investitori che vogliono certezze ed impegno; in tal senso, pur non essendo l’unico elemento di valutazione, la revisione della spesa in un paese notoriamente sprecone come l’Italia, può avere un ruolo importante. L’obiettivo ultimo (per il quale è necessario il sostanzioso e noto pacchetto di riforme economico-istituzionali) è supportare un una prima fase di aumento dei consumi e di export (che hanno un ruolo complementare alla politica monetaria nel contrastare la deflazione) tramite sgravi fiscali ed immediatamente dopo, grazie al rilancio degli investimenti, bloccare quell’incedere diabolico della disoccupazione. Gli investimenti infatti rimangono un punto dolente visto che il nostro paese non ha ad oggi le condizioni (burocrazie, norme, lentezze, fisco ecc) per attrarre aziende private ben più allettate da altri luoghi benché interessate al nostro, non è in grado di provvedere pubblicamente (come fecero gli USA dopo la grande depressione del 29, quando immense opere come la Hoover Dam finalizzata in 5 anni, furono finanziate e riportarono alla crescita), e le aziende nostrane non sono così forti e patrimonializzate da poter investire su lunghi orizzonti, anzi sono più che altro concentrate a tagliare spese e sprechi (a volte anche personale) per risorse nel breve. Inoltre il sistema di investimenti nostrano è totalmente basato sulle banche che quando chiudono, come in questo momento, i rubinetti del credito creano un blocco decisamente di grande impatto; questo sistema di investimenti eccessivamente basato su istituti di credito è un elemento da superare a livello europeo con vari strumenti che possono essere quotazioni in borsa incentivate, venutre capital privati, mini bond, BEI ecc.

Per tutto ciò però è necessaria una volontà politica che fino ad ora non si è mai manifestata ed anche durante questo esecutivo non pare facile da trovare, ne sono esempio le riforme della magistratura la cui proposta è avversata dall’ANM che la definisce punitiva e del lavoro, a cominciar dall’articolo 18 emblema delle bandiere ideologiche sia a destra che a sinistra, seme della discordia anche tra stessi ministri (Poletti – Guidi), all’interno dello stesso PD, ovviamente tra le differenti forze dell’Esecutivo di coalizione (PD  ed NCD) e tra i contraenti del Nazareno (PD – FI). Per una maggior velocità dell’azione di Governo si rimanda alle riflessioni già fatte ( Link: 06/09/14 Renzi – Cernobbio – Link: 07/05/14 Governo Renzi e compromessi ). Una volontà politica che andrà senza dubbio a penalizzare classi, ceti e tecno-burocrazie molto potenti ed influenti che si opporranno con tutti gli strumenti, e ne hanno molti, soprattutto se, come sovente accade, presentano delle teste di ponte, avamposti tra le file del Governo.

Aprendo una breve parentesi, si fa riferimento ad una volontà politica nostrana che manca invero anche in Europa, come dimostrano le vicende Russe ed in Medio Oriente che stanno ulteriormente screditando la forza, l’autonomia e la capacità decisionale dell’Europa, sempre in bilico tra la necessaria alleanza e supporto agli USA (a prescindere dal tema) e la necessità economica del legame con la Russia (ma anche con la Libia) che forte del suo potere energetico ha svariati strumenti di ricatto per contraccambiare sanzioni sempre molto incerte nell’entrare in vigore (anche le ultime sanzioni economiche contro Mosca, non leggere, sono state sospese per una verifica sul proseguire di una tregua che a ben vedere formalmente non dovrebbe interessare il Cremlino, sussistendo tra Ucraina e separatisti filo-russi). Non è un mistero tra l’altro che l’Uione Europea abbia sempre meno appeal, nel referendum che si terrà a breve sull indipendenza della Scozia dall’UK, gli indipendentisti (i SI) sono in vantaggio (51 a 49), lanciando Londra nella preoccupazione poiché sono scozzesi circa l’ 8% delle entrate fiscali, i l 10% del PIL, tutto il settore Oil&Gas, energetico, estrattivo e cantieristico navale, così da spingere l’UK a proporre più concessioni di autonomia finanziaria e fiscale.

La domanda è quella già fatta: avranno, con tempi già scaduti e risultati finali probabilmente già parzialmente compromessi, l’Italia e L’UE la capacità di raggiungere la volontà e la collaborazione politica necessaria per ottenere gli obiettivi prefissati e probabilmente non graditi a molti, ormai chiari a tutto il mondo senza che sia necessario sentirli ripetuti durante gli ennesimi tavoli e simposi accademici?

Link Spending Review:

08/09/2014
Valentino Angeletti
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Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno

Giorno dell’importante consiglio dei ministri su giustizia, sblocca italia, scuola.

La presentazione delle linee guida sulla scuola sono slittate; probabilmente non c’è stato modo di reperire le coperture per le assunzioni previste ed anticipate dal Ministro Giannini. Grande è stata l’indignazione dei professori e dei precari. Il fronte scuola doveva essere un pezzo forte della giornata ed avrebbe dovuto “sorprendere”. Il Premier giustamente punta molto sul settore istruzione, università e ricerca. Ciò è più che giusto perché la ripartenza del paese non può prescindere da un sistema di formazione che miri all’eccellenza, al rilancio dei talenti e del capitale umano, così come gli investimenti e le aziende necessitano di competenze e di un sistema di istruzione che sia più vicino alle loro oggettive esigenze. Al momento lo scollamento è notevole.
Il miglioramento del settore istruzione dovrebbe inoltre garantire più opportunità per tutti, prescindendo dal ceto sociale e basandosi su meritocrazia e competenze in modo da demolire quel meccanismo di politica ed economia relazionale che ha dominato in Italia.
Link capitale umano
Il capitale sociale punto di ripartenza che necessita dell’impegno di istituzioni pubbliche, aziende private e singoli individui 30/03/14
Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero 28/03/14
CERVELLI IN FUGA, DEPAUPERAMENTO PER L’ITALIA ED IL SUO TESSUTO PRODUTTIVO 04/05/13

Al centro del CdM rimarranno dunque lo sblocca italia che deve assolutamente essere riempito di quei contenuti necessari a far ripartire gli investimenti. Risorse quindi destinate alla ripartenza di opere ferme, alla prosecuzione o inizio di opere immediatamente cantierabili, alla ristrutturazione dell’edilizia scolastica, ma anche al settore energetico per abbattere il costo dell’elettricità. Tolti questi ed altri paletti, come fisco, burocrazia, legalità – giustizia, aleatorietà del sistema regolatorio e normativo, investitori seriamente interessati a far fruttare i loro capitali nell’industria italiana si troveranno in modo automatica e saranno sia nostrani che internazionali.
Ovviamente per far ciò ci vuole la volontà politica ed è bene che si trovi alla svelta.
Giusto per citare due esempi, qualche anno fa la British Gas ha abbandonato il progetto di costruzione di un rigassificatore nel brindisino proprio per la burocrazia e l’incertezza normativa, dopo aver già speso e perso 250 milioni di €. Analogamente i giorni scorsi una ditta di bio-componentistica e protesi statunitense ha deciso di abbandonare il piano di investimento in italia sempre per le medesime ragioni legate a giustizia, burocrazia e norme sibilline talvolta incomprensibili che non lasciano spazio alle certezze necessarie per investire.

La Giustizia è il terzo tema presente al CdM, probabilmente in questa prima fase verrà coinvolta solo quella civile, lasciando il penale ad una seconda fase. Media maliziosi dicono che sia per non disturbare troppo l’alleanza con Forza Italia e con NCD.

Nei giorni scorsi dal Ministero dell’Economia si è assistito ad una accelerata molto potente sulla privatizzazione di Eni ed Enel. Le critiche come al solito quando si parla di queste tematiche sono molte. C’è chi parla di svendita, chi di cessione di asset strategici, chi ritiene che la fase di mercato non sia corretta e via dicendo. La cessione dovrebbe interessare il 5% di Enel e poco più del 4% di Eni per fruttare complessivamente circa 5 miliardi. Le aziende sono ovviamente strategiche ed è bene che si abbia modo di valutare ed appoggiare piani industriali che puntino a rilanciare la competitività del paese e delle aziende stesse, evitando di dare carta bianca a chicchessia senza un controllo e senza voce in capitolo.
Non c’è spazio però per l’avversione a priori, ad esempio il modello public company (appoggiato da Morando) che garantirebbe comunque il controllo statale è molto apprezzato altrove e vi sono esempi di ottimi risultati.
Non esistono altresì fasi di mercato favorevoli o sfavorevoli per azioni simili, il mercato può sempre crescere e sempre calare (fino allo zero), ma esistono fasi favorevoli o sfavorevoli se incrociate con le condizioni al contorno e le necessità impellenti.
In questo momento il vero punto su cui farsi qualche domanda è che queste privatizzazioni sono state anticipate di circa un anno da quelli che erano i programmi originari perché i dati economici si sono rivelati peggiori, perché le risorse sono sempre meno, perché la spending review (che avrebbe dovuto ridurre il debito) va a rilento ed anche gli interventi sulle partecipate pubbliche risultano complessi (anche solo il loro conteggio), perché ancora siamo lontani dalla flessibilità europea ed alla politica monetaria che potrebbero essere utili ed auspicabili, perché la privatizzazione di Fincantieri ha portato ad un gettito inferiore al previsto (450 mln € VS 600 mln € stimanti) e perché, alla luce dei conti e dei bilanci, i nuovi amministratori di Poste e Finmeccanica hanno ritenuto che non sia percorribile la quotazione immediata (stesso discorso vale per Enav). Queste son le domande da farsi per inquadrare una situazione davvero complicata.

Puntando il focus sull’Ucraina e la Russia continua l’escalation delle tensioni. La Nato, ed il Ministero degli Esteri svedese confermerebbe, avrebbe prove di interventi di uomini e mezzi dell’esercito regolare Russo in Ucraina, cosa sempre smentita da Puntin. Ciò ha portato il Premier Renzi, presidente di turno dell’Unione europea, a telefonare a Putin per esprimere le rimostranze europee di fonte ad un simile gesto. Il Presidente Obama, condannando l’azione, ha avanzato la più che realistica ipotesi di inasprire ulteriormente le sanzioni, le quali indubbiamente hanno già un pesante risvolto sulla già debole economia europea che a questo punto dovrà considerare di richiedere un maggior supporto agli USA stessi anche e soprattutto in tema energetico, cosa non semplice per via delle infrastrutture necessarie, e commerciale (TTIP?).
Quando si parla di Russia ed Ucraina l’energia non può non essere un tema centrale. Da tenere a mente anche i problemi gravi in medio oriente ed in Libia con possibili conseguenze sui prezzi delle materie prime.
L’ex AD Eni, Paolo Scaroni, nel tranquillizzare di fronte elle prime tensione russo-ucraine nei mesi scorsi, asseriva che per approvvigionamento energetico l’Italia è in grado di sopportare un evento critico singolo (N) in un paese fornitore (Russia ad esempio), ma non due eventi simultanei (N+1) presso nostri fornitori principali, quindi ad esempio in Russia e Libia.
La politica del nuovo corso Eni è basata proprio al riequilibrio ed alla diversificazione degli approvvigionamenti, ad esempio dall’Africa dove sta portando avanti importanti investimenti e dove ha trovato ulteriori idrocarburi, ma ancora la dipendenza russo – libica del nostro paese è preponderante e la ritorsione energetica russa a valle di nuove sanzioni assolutamente possibile. Vero è che le scorse stagioni relativamente miti hanno consentito buoni stoccaggi, ma è anche vero che le previsioni (con tutta la aleatorietà del caso) invernali parlano di un freddo anomalo da ottobre a gennaio con possibili -15°, -18° e nevicati su tutta la penisola incluse Napoli e Roma.

IN aggiunta l’Istat (www.istat.it) continua a diramare dati su inflazione ed occupazione tutt’altro che incoraggianti.

In sostanza la complessità degli scenari è all’ordine del giorno….

28/08/2014
Valentino Angeletti
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