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I dati della celeberrima Spending Review tardano, il finnico Rehn reclama

Le vicende del Governo, delicatissime ed importantissime, stanno monopolizzando l’attenzione, ma si sta maturando una nuova testimonianza di inadeguatezza del nostro paese a cogliere le poche opportunità che questo periodo storico ci riserva.

Qualche dato positivo ultimamente è arrivato: un leggero calo del debito pubblico in termini di valore assoluto nel mese di dicembre 2013; un rialzo del PIL di 0.1% nell’ultimo trimestre del 2013 (anche se nel 2013 il PIL ha registrato -1.9% invece del previsto -1.7%); Moody’s ha mantenuto il rating a BAA2 migliorando l’outlook da negativo a stabile dicendo che questa fase politica non modifica il loro giudizio partorito il 10 febbraio che è dovuto sostanzialmente al migliorare delle condizioni economiche delle economie mature (al momento la finanza non sta guardando le vicende interne italiane, ha ben altro a cui pensare: LINK). Questi dati così come i 500 milioni assicurati dal fondo sovrano del Kuwait al Premier Letta durante il suo viaggio negli Emirati sono ben poca cosa e dopo i drastici cali che vi sono stati negli anni scorsi poco incidono e non contribuiscono ad una decisa inversione di tendenza.

Uno dei problemi del nostro paese è radicato nell’enorme debito pubblico che nel 2014 raggiungerà un rapporto sul PIL tra il 132.5% ed il 133%. L’Europa non perde occasione di ricordarcelo e proprio per questa gigantesca zavorra non ha concesso la possibilità di oltrepassare il rapporto del 3% deficit/PIL come invece ha fatto per Francia e Germania. Altro elemento importante su cui agire è l’assurda spesa pubblica e lo spreco di risorse pubbliche in mille inefficienze e burocrazie. La riduzione e razionalizzazione della spesa rappresenta dunque un altro obiettivo centrale della politica economica italiana.

Per cercare di scalfire i due fardelli sopra menzionati, fallimento di tanti Governi e commissari, è stata istituita una commissione speciale, a dire il vero non la prima, con a capo la persona di Carlo Cottarelli, ex funzionario IMF in forze negli USA. Il fine della spendig review a cui Cottarelli dovrà lavorare, benché senza potere attuativo nei confronti dei suoi report i quali dovranno poi passare dalle forche caudine della politica e del conflitto d’interessi tra provvedimento ed approvatore dello stesso, è quello di destinare risorse per abbattere il debito.

Il tentativo sulla carta è dunque lodevole, anche se la spending review sta diventando un po’ la panacea di tutti i mali ed ogni volta che è necessario reperire risorse di ogni tipo si confida, forse peccando di ottimismo nelle previsioni, nel taglio alla spesa. Di questo tentativo ha preso atto l’Europa che ci avrebbe concesso la possibilità di spendere più denaro per investimenti produttivi (clausola per investimenti), pur rispettando il 3%, a patto di presentare a Bruxelles entro questi giorni un piano di spending review consistente e credibile. Orbene questo piano non è stato ancora presentato e, benché non vi sia possibilità di sforare il 3%, è sempre in ballo la capacità dell’Italia di rispettare piani e scadenze. Olli Rehn sollecita affinché i dati siano inviati, mentre il MEF assicura che sono pronti ed arriveranno in tempo, aggiungendo la critica, peraltro sensata, che senza oltrepassare il 3% la clausola non avrebbe molta utilità.

Il punto è che per risanare una situazione drammatica non è possibile perdere nessuna occasione (ma de resto siamo campioni nel non utilizzare o sprecare in bizzarre circostanze i fondi Europei) e per poter discutere e negoziare da pari in Europa, come sarà necessario fare ed avrebbe già dovuto essere stato fatto, la nostra credibilità e capacità di agire rispettando ciò che è stato promesso, senza esserne stati costretti, deve essere ineccepibile.

Fino ad ora ciò di rado si è verificato e come al solito siamo a sperare che in futuro si cambi davvero verso.

 
15/02/2014
Valentino Angeletti
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Quote Bankitalia e privatizzazione Enav e Poste. A cosa si potrebbe andare in contro?

È ormai avviata e durerà circa due anni la fase di nuove privatizzazioni di cui si è parlato nei mesi scorsi ed ufficializzata dal Ministro Saccomanni al World Economic Forum di Davos. Le intenzioni del governo sarebbero quelle di raccogliere tra i 15 ed i 20 miliardi di € mettendo sul mercato alcuni gioielli dello Stato, nella fattispecie, una quota di controllo di Sace e Grandi Stazioni, poi quote non di maggioranza di Enav, Stm, Fincantieri, Cdp Reti, il gasdotto Tag, Poste ed un 3% di Eni.

Parallelamente a queste avverrà anche il rafforzamento del capitale di Bankitalia (o Banca d’Italia). Il capitale sociale dell’istituto di via Nazionale passerà dagli attuali 156’000 € ai 7.5 miliardi di €. Le quote Bankitalia sono detenute per il 95% da banche ed assicurazioni (principalmente Intesa 30.3, Unicredit 21.1, Generali 6.3, CdR Bologna 6.2, e poi Unipol Sai, MPS) e per il 5% dallo Stato.
I possessori delle quote beneficiano annualmente della distribuzione degli utili, fino ad un massimo del 10% del capitale sociale (attualmente 15’600 €), più fino ad un massimo del 4% delle riserve statutaria che ammontano complessivamente a 23 miliardi, benché negli anni scorsi la percentuale distribuita sia stata decisamente inferiore, attorno allo 0.5%.
Oltre a ciò verrebbe fissato al 3% la quota massima per ciascun istituto, l’eccedenza dovrà essere venduta entro 36 mesi alla Banca d’Italia stessa, in quanto unico acquirente per statuto possibile, che potrà a sua volta rivenderle ad altri istituti andando ad ampliare il panorama degli azionisti, oppure mantenerle.
Questa operazione porterà una plusvalenza pura per gli istituti detentori che quindi dovranno, per il primo anno, pagare più tasse (si stima circa tra 900 mln e 1.5 mld €), ma che poi potranno incassare dividendi pubblici, fino ad un massimo del 6% del capitale sociale, più cospicui (il pareggio avverrebbe circa dopo 2 anni), ma soprattutto incasseranno denaro fresco (e pubblico) dalla cessione delle quote rivalutate eccedenti il 3%. Tal provvedimento, decisamente migliore della prima versione dove non era previsto il tetto massimo del 3% e dove la rivalutazione costituiva puramente un artificio contabile, sembra comunque un palliativo di brevissimo termine per lo Stato, ed un tocca sana per istituti bancari ed assicurazioni, proprio nell’anno degli stress test e dell’asset quality review.

Tornando alle privatizzazioni, la prima tranche vedrà coinvolte Enav e Poste per le quali si prevede una cessione di quote di minoranza pari rispettivamente al 49% e 40%.
Premettendo che, a patto di uno stretto controllo sui piani industriali, giudico positivamente le privatizzazioni quando un soggetto pubblico, a causa di conti dissestati o priorità strategiche differenti, non è più in grado di investire e potenziare una propria azienda non consentendole dunque di essere competitiva e di affrontare le nuove sfide dei mercati o di erogare un servizio sufficientemente di qualità e capillare e quando i proventi delle privatizzazioni sono utilizzati in modo produttivo e non finiscono nel gigantesco oceano di spesa pubblica, magari andando a sovvenzionare eventi e manifestazioni di dubbio interesse o ancor peggio la pletora di aziende partecipate da enti statali e locali con i loro organici apicali e manageriali lautamente retribuiti a fronte di bilanci disastrati, l’operazione in essere lascia qualche perplessità, nonostante il recente caso della britannica Royal Mail che rappresenta un esempio di grande successo.

Il gettito previsto ammonta a circa 1.8 miliardi per l’ Ente Nazionale Assistenti di Volo ed a 4 miliardi per le Poste. Esso andrà a cercare di scalfire il debito pubblico di oltre 2’100 miliardi di €, evidentemente una goccia nel mare poiché con i 6 miliardi scarsi si arriva malapena a pagare tra 1/15 ed 1/13 degli interessi che l’Italia deve corrispondere annualmente ai propri creditori.

Un altro punto che dovrebbe essere approfondito riguarda, nel caso delle Poste, la volontà di avvicinarsi al modello tedesco ed americano, dove i lavoratori azionisti hanno propri rappresentanti nelle assemblee. Idea di per se buona quella di riservare azioni ai propri dipendenti, ma, a fronte di una percentuale che potrà arrivare ottimisticamente al 10-15%, difficilmente essi, come ogni altro azionista, avranno voce in capitolo contro uno Stato detentore del 60%.

Infine, ma aspetto più importante, riguarda il mutamento della mission di una azienda che da totale controllo pubblico si appresta ad aprirsi, benché parzialmente, al mercato.
In ogni mission di qualsiasi azienda quotata, e non potrà fare diversamente Poste se vorrà attrarre investitori importanti, è presente, più o meno esplicitamente, la frase che il fine ultimo dell’azienda è quello di creare valore per i propri azionisti, mentre per un soggetto pubblico l’obiettivo è quello di garantire un servizio eccellente ai cittadini. Servizio contro profitto dunque, elementi che non necessariamente sono in contrapposizione. Nelle economie sane ed oneste infatti a servizio di qualità ed al giusto prezzo corrisponde spesso il profitto dovuto ad un’ampia e fedele clientela. Le Poste però in Italia, caso non unico, ma raro, agiscono, per quel che riguarda il business della corrispondenza, in regime di monopolio e non hanno concorrenza con il quale competere, non c’è vero libero mercato e si corre il rischio che per perseguire il profitto il privato possa ridurre il servizio, forte del fatto che la clientela è per forza di cose certa. Inoltre vanno presi in considerazione i ragionamenti ed i meccanismi che regolano le aziende private, benché partecipate.
Gli investitori vorranno dei piani industriali che puntino a razionalizzare ed ottimizzare i costi, le spese e gli organici, quindi non è difficile pensare che possa essere messa in discussione la reale utilità e l’efficienza operativa dei 145’000 dipendenti e dei quasi 50’000 uffici postali, situati a volte in zone decisamente periferiche e con pochi clienti a settimana, che avevano rischiato la chiusura già qualche mese fa.
Potrebbero essere proposti piani di esodo anticipato o accompagnamento alla pensione, chiusura di uffici secondari o accorpamento con centri maggiori e relativo spostamento dei dipendenti.
Per quanto riguarda i servizi potrebbe essere considerata una loro esternalizzazione, magari proprio a cominciare dai porta lettere, dai servizi informatici e dalla gestione degli immobili.
Potrebbe poi essere valutato di concentrarsi sul core business, che se per le Poste pubbliche poteva essere la poco redditizia attività di consegna della corrispondenza, per i privati saranno sicuramente le attività BancoPosta, i prodotti finanziari ed assicurativi, come Poste Vita, che offrono buoni profitti, perché va saputo che ormai le Poste guadagnano solo con le loro attività di servizio bancario.Di qui il passo che porta a depotenziare le attività non core dandole in gestione a terzi oppure dismettendole, il passo è estremamente breve.

Esempi ne abbiamo fin troppi, a cominciare da Ferrovia che hanno deciso di puntare sui collegamenti ad alta velocità, disinvestendo sulle tratte secondarie (in usa dai pendolari) e cedendole a regioni, province o trasporti locali; Alitalia con la cassa integrazione e gli esuberi dei suoi dipendenti; ENI, con la cessione ad HP di tutti i suoi servizi ICT e non mi voglio dilungare oltre.

Questi ragionamenti devono essere fatti a priori, non sono meccanismi nuovi, anzi si ripetono costantemente sia in Italia che all’estero. Deve essere deciso preventivamente come agire perché attendendo, come è stato sempre fatto finora, che i problemi si presentino saremo nella costante situazione di correre ai ripari e mettere pezze provvidenziali che avrebbero potuto essere evitata gestendo diversamente una situazione prevedibile.

Considerando poi che le Poste, dopo il riassetto di Passera, sono una realtà pubblica funzionante, fatti salvi i disguidi che possono presentarsi ovunque, c’è da fare un ulteriore ragionamento a monte: conviene davvero cedere, probabilmente a prezzi inferiori al reale valore di mercato, il 40% di Poste per ricavarne 4 miliardi, quando volendo avere un impatto importante sul debito servirebbe mobilitare, tra privatizzazioni di aziende, vendita e gestione del patrimonio immobiliare, una somma orientativamente di 100 miliardi di € (a cifre simili ammontarono le prime privatizzazioni)?
Ed ancora, si è in grado di garantire che i già esigui proventi della vendita degli assets pubblici non vengano fagocitati per alimentare la spesa corrente? In altri termini, si ha un’idea più precisa della semplice frase “andranno a ridurre il debito”?
Si è in grado di garantire che dei 145’000 dipendenti delle Poste, il più grande datore di lavoro nostrano, nessuno vada a gravare sugli ammortizzatori sociali e sul sistema di welfare pubblico?
Almeno a queste domande si deve essere in grado di rispondere prima di lanciarsi in operazioni simili.

24/01/2014
Valentino Angeletti
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L’Italia: una casa diroccata nonostante alcuni buoni intenti condivisi

Fa abbastanza sorridere, sicuramente in modo un po’ isterico, quello che si sente negli ultimi giorni nel panorama politico. Mettendo da parte i continui colpi di scena sull’IMU, ultimo quello che ha visto il ministro Saccomanni dichiarare che l’eventuale abolizione per il 2013 (se ci sarà) sarà solo una mossa singola, poiché negli anni venturi un’imposta sugli immobili è necessaria per assicurare i bilanci comunali (anche il più stolto si chiederebbe dunque perché sia stata formalmente tolta), fa ridere come adesso tornino prepotenti i contratti, i punti, le priorità, gli impegni da assolvere rapidamente e con la massima urgenza.

Se si analizzano molti di essi sono trasversali e non così nuovi. C’erano nel contratto con gli italiani del 1994, nel governo Monti, erano presenti come “pillars” dei 180 giorni nei quali il governo Letta si era prefissato di risolvere le 2 o 3 questioni di massima urgenza, ci sono nelle proposte di Alfano nel suo nuovo contratto da proporre al Governo, non più delle larghe intese, ma delle chiare intese, ci sono nei programmi del nuovo PD rappresentato dai tre candidati alla segreteria, che rispetto a quanto è stato in passato sono comunque un bell’esempio di partecipazione e di rinnovo, un tentativo di discontinuità da mettere alla prova, in ultimo sono presenti addirittura nel programma che Grillo ha presentato all’odierno V-Day di Genova, per certi versi meno audace, fatto salvo l’impeachment del Presidente della Repubblica, rispetto al passato.

La necessità di ridurre il costo del lavoro, di abbassare o cancellare le imposte su persone fisiche ed imprese, di rivedere i trattati europei con la volontà di arrivare ad un’ Europa dei popoli e non dell’austerità, che sia animata dal concetto di solidarietà ed integrazione sostenuto da Schuman nel 1950, la tendenza di rimettere la finanza al servizio dell’economia facilitando il credito alle famiglie ed alle imprese, il taglio dei costi della politica, degli sprechi, del numero dei parlamentari, delle province, l’integrazione dell’area mediterranea, la riforma della legge elettorale, che tra pochi giorni potrebbe essere dichiarate incostituzionale, sono tutti punti condivisi, sia all’interno del governo, che all’esterno, e lo sono non da poco tempo, nonostante ciò da molto se ne parla, ma nulla è mai stato fatto.

A volte è stata data la parola al popolo, come nel caso dei finanziamenti pubblici ai partiti, salvo poi continuare a perseverare con modalità che sfiorano la truffa, tanto che anche il rimborso ai partiti potrebbe essere dichiarato incostituzionale. Altre volte alcune cose sono state cominciate, come la spending review del commissario Bondi o la commissione di saggi per indicare le linee di indirizzo della ripresa, Governo Monti, ma nulla è stato portato a termine. Ora è la volta del Commissario Cottarelli, vedremo quanta libertà avrà.

Sembra che in ultimo, oltre a tante parole, i fatti non riescano ad essere compiuti, non solo per colpa dei politici, che rifiuto di credere siano tutti in malafede e che lavorino solo per se stessi, anzi ritengo che tanti lo facciano con passione e dedizione, ma è il sistema che non consente loro mobilità di azione, sono le tecnocrazie, la burocrazia, è lo stesso sistema, che ormai è evidente vada cambiato e che perciò tende ad auto-proteggersi, ad impedirlo.
Anche per tali ragioni le azione sono sempre stare rivolte a porre rimedio a problemi marginali, insignificanti se inseriti nel contesto macro, si è sempre agito alla giornata, senza piani di lungo termine, senza aprire gli occhi sui temi di vera importanza globale, come la situazione di Russia, Ucraina, Iran, del Medio Oriente, le possibilità offerte dai mercati emergenti, l’Africa, il Sahel, le nuove sfide della tecnologia e dell’energia, la diffusione e l’utilizzo consapevole e produttivo di internet, il clima, l’inquinamento, la crescita della popolazione mondiale, i flussi migratori e molti altri ve ne sono che dovrebbero essere affrontati ed in taluni casi potrebbero essere facilmente trasformati in grandi opportunità.
A ciò non si è mai guardato seriamente, si è preferito ad esempio pensare all’IMU, 3 miliardi su un debito di 2’070 miliardi, un PIL di 1’600 miliardi ed una spesa pubblica di oltre 800 miliardi; il confronto è impietoso.

Pensando all’Italia ed ai provvedimenti di cui si discute, viene in mente una casa diroccata con le fondamenta pericolanti ed erose da anni di incuria e barbarie. Il Governo dovrebbe essere il direttore dei complessi lavori di ristrutturazione. Esso invece di solidificare e ripristinare le fondamenta stesse seguendo un inesistente dettagliato progetto di risanamento, si concentra or sugli infissi, or sull’intonaco, or sul tetto, quasi che fosse incapace di capire che la priorità sono le fondamenta, altrimenti l’edificio benché con belle finestre e tetto a prova di alluvione non potrà reggersi in piedi. Ed anche quantunque si decidesse a lavorare sulle fondamenta non utilizza calcestruzzo, cemento armato e legno per rendere l’edificio antisismico, ma, affidandosi a ditte non all’altezza o truffaldine, fa uso di sabbione e rena marina senza legante alcuno. Il destino dell’edificio è più che chiaro, non v’è sancta manu che lo possa salvare.

Che fare allora? Innanzi tutti iniziare a mettere in pratica quei punti trascinati da anni che mai sono stai implementati, farlo in poche ore perché il consenso necessario, volendo, c’è. Serve poi pianificare immediatamente il futuro, non di domani, ma dei prossimi 50 anni; farlo ponendosi obiettivi chiari, pensando ai nuovi scenari in evoluzione, avendo la flessibilità di cambiare i piani in corsa perché la mutevolezza della nostra era lo richiede ed a tal pro avvalersi dei migliori talenti, trattenendoli, giovani ed anziani che possono contribuire, con freschezza ed audacia di idee i primi, con saggezza ed esperienza i secondi.

C’è da tempo consapevolezza diffusa ed apartitica che si deve cambiare radicalmente, creare discontinuità con il passato, ma nessuno è mai stato così coraggioso da prendersi la responsabilità di farlo. Ancora una volta l’insegnamento, se vogliamo semplice ed immediato, di Papa Francesco calza precisamente con la politica. Il pontefice ha detto alla sua platea di Universitari in occasione dei Vespri di Avvento, di prendere rischi, essere audaci, non temere di mettersi in gioco e raccogliere le sfide in modo onesto e leale, di non omologarsi e cadere nella mediocrità che spesso caratterizza il pensiero dominante, di contribuire, con le proprie unicità, al servizio della collettività, di vivere non vivacchiare.
Da troppo tempo invece il nostro paese sta vivacchiando.

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01/12/2013
Valentino Angeletti
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La Commissione Europea come dovrebbe leggere le stime sull’ Italia?

La Commissione Europea, come prevedibile e come ormai ci ha abituato a fare, ha ritoccato al ribasso le previsioni di crescita per l’Italia. Le stime del Governo facevano segnare sul PIL -1.7% per il 2013 e +1.1% per il 2014 la EU invece la ha corrette rispettivamente a -1.8%, +0.7% pubblicando la stima per il 2015 a +1.2%. Anche la disoccupazione è rivista al rialzo, secondo Bruxelles si attesterà ad 12.2% nel 2013, raggiungerà il picco di 12.4% nel 2014 per poi calare, confermando il fatto che solo con incrementi del PIL superiori all’ 1% si possono avere impatti positivi sull’occupazione, a 12.1%. Infine il debito passerà dal 133% del 2013 al 134% del 2014 per poi iniziale a calare lentamente nel corso del 2015. Nel panorama italiano a riprendere un poco di vigore è l’ export, mentre l’ indebolimento economico italiano è stato penalizzato da un Euro molto apprezzato nei confronti di Dollaro, Yen e Yuan, che ha necessariamente influito anche sull’export il quale avrebbe potuto crescere maggiormente.
La previsione sul rapporto Deficit/PIL secondo la EU passa dal 2.9% al 3%, rimanendo dunque entro il valore massimo concesso per non incappare nuovamente nella procedura di infrazione.

Già a livello puramente numerico la situazione è negativa e non molto convincenti sono le rassicurazione londinesi del Ministro Saccomanni che ritiene che non sia stato valuto correttamente l’ impatto dei vari provvedimenti presenti nella legge di stabilità. Legge di stabilità in realtà non troppo apprezzata a Bruxelles in particolare nella parte riguardante l’ IMU che allo stato attuale delle cose rimane un punto di domanda non essendo ancora ben chiara la provenienza delle risorse per la cancellazione della seconda rata. La Commissione EU in ogni caso ha blindato i conti, Olli Rehn ha ribadito che ogni modifica all’ ex finanziaria dovrà essere coperta da entrate attendibili.
A ciò si aggiungono le minori entrate tributarie (-0.3% nei primi nove mesi) ed in particolare la flessione del gettito IVA per 3.7 miliardi di € segnala una continua diminuzione dei consumi.
Al paese va comunque dato atto che è riuscito, con sforzi notevoli da parte dei cittadini, a contenere il rapporto Deficit/PIL.

Questi dati dovrebbero essere letti dall’ Europa come ennesima prova che, nonostante l’impegno dei contribuenti, senza stimoli forti ed incisivi il paese non ha la possibilità di ripartire. La crescita può avvenire solo aumentando il potere d’acquisto, creando domanda, lavoro e puntando sull’export. Fermi restando gli indispensabili tagli alle spese, lotta all’ evasione, sburocratizzazione e piano di dismissioni pubbliche volte a ridurre il debito ed a diminuire la tassazione, che in alcuni casi arriva al 68%, sia per privati che per imprese.
Le esportazioni sono parzialmente penalizzate da una moneta decisamente forte e da una concorrenza che, escludendo le produzioni di nicchia, è più competitiva, quindi il solo export, senza una svalutazione competitiva fuori dai poteri della ECB, non risulta sufficiente. Per avere un impatto consistente sul potere di acquisto dei lavoratori, secondo alcuni economisti, servirebbe un provvedimento (ad esempio il taglio del cuneo fiscale e della tassazione in generale) di almeno 50 miliardi di €, evidentemente fuori portata. La creazione di lavoro è figlia della domanda che però cala di trimestre in trimestre e gli effetti benefici degli incentivi alle assunzioni non possono supplire ad un problema di portata drammatica (40.4% di disoccupazione giovanile).
L’unica strada che nel breve potrebbe contribuire ad un aumento del PIL è quella di consentire lo sforamento temporaneo (oppure il non computo nel deficit di queste spese in applicazione della Golden Rule) del 3%, bindato a causa del debito elevato e secondo solo alla Grecia, per investimenti in infrastrutture, riqualificazioni, lavori pubblici, grandi e piccole opere incompiute, efficienza energetica ed in generale tutta la filiera ad alto valore aggiunto.
Il controllo di queste spese e dell’avanzamento dei lavori dovrebbe avvenire con una sorta di Troika direttamente dalla EU, onde evitare gli sprechi ai quali siamo ormai abituati (ultimo caso certificato a livello europeo è quello de L’Aquila che potrebbe costarci la restituzione di tutti i fondi percepiti per la ricostruzione), i bandi di gara dovrebbero essere aperti alle sole aziende con i conti in ordine e senza vertenze legali, dovrebbero essere limitati i subappalti e dovrebbe essere verificata approfonditamente la regolarità contributiva delle aziende partecipanti (il DURC esiste già, ma spesso esistono modi per aggirarlo).

Potrebbe poi essere pensabile, da parte della ECB, far confluire parte dei fondi destinati all’acquisto dei titoli di stato, quindi che vanno ad alimentare la finanza ed il sistema bancario, nell’ economia reale favorendo dunque investimenti produttivi e creazione di posti di lavoro. Nel caso italiano la risposta all’emissione di titoli è sempre molto alta (il BTP Italia ha fatto segnare il 5/11 il record storico di richieste per una sola giornata) sia da parte di privati che da parte di istituzionali e forse potrebbero supplire all’ operato della ECB.
Tutti gli investimenti produttivi che momentaneamente andrebbero ad amplificare il deficit, consentirebbero nel medio periodo di aumentare il PIL, bilanciando positivamente il rapporto Deficit/PIL.

Le banche infine dovrebbero tornare a concedere credito alle aziende ed alle attività produttive, così come ai privati. Se è vero che in questo momento la loro propensione al credito è aumentata rispetto a qualche mese fa è anche vero che il loro comportamento dal 2008 in avanti gli ha fatto perdere, agli occhi dei clienti, gran parte della credibilità. Questo fattore, assieme allo stato di incertezza generalizzato spaventa molti di coloro che potenzialmente vorrebbero chiedere un mutuo o un finanziamento.

Tali considerazioni dovrebbero essere fatte a livello europeo, ma forse ancor prima accettate dalla Germania che nonostante le elezione non ha mutato significativamente atteggiamento e dai falchi del nord, non comprendendo (o fingendo di non comprendere) che dietro un numero in ordine si può nascondere disagio e povertà. Dal canto nostro invece si dovrebbe avere la forza, la determinazione, la coesione e la credibilità politico-istituzionale per richiedere a Bruxelles interventi in favore di una maggior unificazione e di una progressione dell’ EU più sincrona ed armonica, ricordando che i particolarismi e gli egoismi dei singoli stanno portando allo sgretolamento di un progetto che è l’unico che può fare dell’ Europa un’ entità competitiva globalmente…. Ma forse internamente siamo focalizzati sulle “ben più importanti” vicende della decadenza, delle telefonate sospette, dei congressi di partito e dei tesseramenti.

PS: alle banche per adeguare i loro bilanci alle regolamentazioni europee sull’unione bancaria è stata concessa una proroga di 15 giorni.

05/11/2013
Valentino Angeletti
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Per Bruxelles una domenica tra Merkel e Saccomanni

È giorno di elezioni in Germania e di certo a Bruxelles le stanno seguendo con trepidazione. Il futuro governo Tedesco, probabilmente presieduto nuovamente dalla Merkel, dovrà scegliere se essere più europeista e meno particolarista, cercando di trainare realmente la competitività dell’Unione.

Il movimento antieuropeo e pro Marco, Alternativa per la Germania, ha ottime possibilità di superare il 5% ed entrare in Parlamento. Se così fosse sarebbe a scapito principalmente dei liberali. Tale ipotesi porrà la Merkel in una condizione non invidiabile nella quale sicuramente dovrà tenere in considerazione questi delusi dell’Europa Unita, tipicamente provenienti dalla destra anche estrema. Molto più favorevole a Bruxelles e probabilmente è l’esito che Euro Tower e ECB auspicano, è una grande coalizione tra CDU ed SPD, dichiaratamente più propensi ad una reale unificazione europea.

Il Cancelliere Merkel, ha sottolineato come un ritorno al Marco sia impensabile e rischioso vestendo i panni di europeista convinta, ma poi ha dichiarato, in una delle sue ultime uscite pubbliche, che la Germania non farà sconti ai paesi meno virtuosi o più in difficoltà, dirà no agli Eurobond e porrà il veto su alcuni punti dell’unione bancaria che nella realtà dei fatti fanno tremare gli istituti tedeschi, dai Land territoriali ai colossi Deutsche Bank e Commerzbank, molto esposti a causa di un elevato leverage.

Il bene del continente, dell’istituzione Europea e della competitività sono strettamente connessi alle decisioni tedesche che fino ad ora, probabilmente anche per via delle imminenti elezioni, sono state poco accomodanti. L’auspicio è che, una volta posto alle spalle lo scalino delle votazioni, l’atteggiamento della Merkel e degli alleati, chiunque essi siano, si faccia più rilassato, è questa la sfida che il nuovo esecutivo dovrà cogliere per essere davvero la locomotiva intercontinentale dell’EU, poiché non v’è dubbio che in summa la via dell’austerità inflessibile ha fallito e quindi una strada alternativa deve essere trovata ed applicata congiuntamente dagli stati membri senza diktat e veti bloccanti in favore di pochi.

Bruxelles però oggi avrà trovato preoccupante anche la situazione italiana, dove il Ministro Saccomanni, dando una spallata alla stabilità politica, ha paventato le sue dimissioni se non cesseranno gli scontri sul tema IVA, il cui aumento ora come ora non può essere scongiurato, contrariamente a quanto vorrebbero sia PD che PDL i quali, in modi più o meno pacati, lanciano il loro ultimatum. Per giunta poi anche la seconda rata dell’IMU ha esito incerto.

Le vie comuni e condivise sono alla base di un governo di grande coalizione, e l’aumento dell’IVA è spinoso poiché non garantirebbe gettito certo e stabile visti i consumi sempre più in calo. Quello dell’IVA sarebbe  con tutta probabilità un ritardo al massimo fino al 31 dicembre poiché va ricordato che solo poche settimane fa Visco di Bankitalia ha ammonito che non è pensabile che l’IVA non aumenti nel 2014.

La situazione generale è ancora più complessa se si considera che l’ IFM ha rivisto ulteriormente al ribasso le stime del paese, portando la crescita (che pesa sul rapporto deficit/PIL) 2013 a -1.8% da -1.7% e la previsione sul 2014 a +0.7% invece che +1% inoltre il tetto del 3% sul rapporto deficit/PIL è stato sforato di 0.1% il che equivale a dover reperire altri 1.5 miliardi di € entro fine anno.

Alla luce di ciò la reazione di Saccomanni è comprensibile, ma verrebbe da chiedersi perché non si sia manifestata prima; almeno a partire da quando gli scontri erano sull’IMU, la cui abolizione non è affatto piaciuta all’Europa, al fine di mettere in chiaro duramente lo scopo di uno strano Governo che per tempi e modi dovrebbe agire rapidamente ed incidendo profondamente su priorità ben note, senza doversi inventare strane alchimie. L’Europa da questo punto di vista alla fantasia mediterranea preferisce sicuramente il pragmatismo e l’ordine nordico.

 

22/09/2013

Valentino Angeletti

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Rapporto Deficit/PIL al 3.1% sforamento temporaneo, ma la crescita economica necessita di investimenti a lungo termine

In occasione dell’aggiornamento del DEF il Premier Letta ed il Ministro Saccomanni hanno confermato il dato che in maniera non ufficiale era stato sospettato già dall’Ecofin di Vilnius, ossia il raggiungimento del 3.1% per quanto riguarda il rapporto Deficit/PIL.

Le cause dello sforamento di un decimo di punto percentuale, quantificabile circa in 1.5 miliardi di euro, sono molteplici, sicuramente l’instabilità politica menzionata da Letta, ma anche il peggioramento del dato sul PIL a -1.7%, che, essendo il denominatore del rapporto, calando contribuisce ad un innalzamento del quoziente, è stato fondamentale, come l’insufficiente taglio delle spese, che il Premier ha quantificato in 1.7 miliardi di Euro. Vi sono poi gli investimenti di 12 miliardi nel triennio in corso che ancora non hanno portato frutti benefici, i pagamenti dei debiti delle PA già in corso, le manovre su IMU, il rifinanziamento della CIG e delle missioni all’estero, che hanno avuto un certo peso.
I comuni dichiarano che potrebbero sussistere problemi nel pagare gli stipendi a partire dalla fine di settembre qualora non fosse versato dal Governo il corrispettivo dell’IMU, ed in oltre c’è il nodo IVA il cui aumento potrebbe non apportare il gettito previsto come è accaduto fino ad ora e ridurre ulteriormente i consumi interni, ma che rappresenta un ennesimo fattore importante di stabilità politica.

È evidente la complessità della situazione e lo è anche agli occhi di Bruxelles che conferma la fiducia nelle parole di Saccomanni, rassicuranti sul fatto che a fine anno l’impegno di rimanere sotto il 3% verrà rispettato e che le misure attuate porteranno, una volte a regime, il differenziale BTP-BUND a 100 punti base (ma a che prezzo?).

Il 3% però non deve essere visto come un obiettivo di fine anno, ma deve essere una costante da monitorare in ogni momento della vita politico-economica del governo. Di certo l’abbattimento delle spese ed il contenimento dei costi sono fondamentali, ma non si può prescindere dal far ripartire l’economia e quindi il PIL. La crescita economica nel nostro paese si può ottenere non puntando solamente su un fattore, come potrebbe essere l’export che pare riprendersi, ma dal rilancio dei consumi e della produzione interna e da un mix di provvedimenti che portino benefici anche nel lungo termine, altrimenti ad ogni legge di stabilità si dovrà fronteggiare il medesimo problema.

In tal ottica il progetto Destinazione Italia è fondamentale ed il testo uscito oggi sembra promettente. Vi è però un altro punto piuttosto problematico, gli investimenti, principalmente i grandi investimenti infrastrutturali, energetici e di riqualificazione edile, devono venire anche dallo Stato stesso che in questo frangente non ha coperture per affrontare spese con ritorno a lungo termine. I mercati e gli investitori osservano e questi hanno vista molto breve, ragionano in giorni a volte anche in ore o minuti, basti pensare alle oscillazioni dello spread sull’oda di rumors. Se necessario proprio per questo genere di investimenti, con ritorno sul PIL a lungo termine, è necessario negoziare con la EU e Bruxelles affinché concedano un temporaneo sforamento del rapporto Deficit/PIL, con la garanzia, e qui entra in gioco la serietà del paese e la capacità di raggiungere gli obiettivi non sempre dimostrata, che, in un tempo definito a priori, la crescita del prodotto interno lordo nel lungo periodo abbatterà il rapporto, idealmente più di quanto gli sia stato momentaneamente concesso di salire.

20/09/2013
Valentino Angeletti
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L’imperitura scure del 3%, ed un futuro basato su Europa e persone

Solo pochi giorni fa il Premier Letta dal G20 dichiarava orgoglioso che l’Italia, avendo lavorato bene sul fronte dei conti, non era più “l’osservata speciale”.
Tutti noi, un minimo attenti alle vicende economico-politiche nazionali ed internazionali, non potevamo farci completamente convincere da questa affermazione (scrissi poco dopo la dichiarazione del Premier: https://valentinoangeletti.wordpress.com/2013/09/05/g20-letta-ottimista/ ), il debito italiano rimane in trend crescente al 130% del PIL, gli interessi annui ammontano a 80-85 miliardi, tra i membri del G7 l’Italia è l’unico paese a non crescere, l’instabilità politica è evidente come la lentezza nel mettere in atto le riforme necessarie, per giunta sacrificate ad operazioni dispendiose, ma di scarso effetto sia sul breve che sul lungo termine, emblematico è il caso dell’IMU, non troppo gradito anche alle istituzioni europee.
Il lavoro sui conti pubblici iniziato con l’Esecutivo Monti che ha portato all’uscita dalla procedura di infrazione è stato un ottimo risultato, un inizio non sufficiente e da consolidarsi.

Oggi dall’Eurogruppo di Vilnius più voci, in primis, il commissario EU per gli affari economici Olli Rehn ed il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, hanno sottolineato che i dati italiani non sono buoni, il PIL per il secondo trimestre 2013 è in calo dello 0.2%, ma quel che preoccupa di più è l’instabilità politica, mentre in Europa la situazione è in miglioramento (molto lento ad essere precisi).
Benché internamente fino ad ora si sia cercato di sdrammatizzare, è evidente e lampante che la situazione politica ballerina sia vista, a ragione, come una minaccia, se non globale di sicuro europea. Il timore, presente anche nell’ultimo bollettino della ECB, è che i provvedimenti presi fino ad ora, come i doverosi pagamenti alle PA e la manovra sull’IMU rischino di mettere a rischio la tenuta del rapporto DEFICIT/PIL al 3% che, stando alle previsioni, non rispettabili secondo alcune recenti voci, avrebbe dovuto essere mantenuto al 2.9% di qui a fine anno.

Il Ministro dell’economia Saccomanni ed il premier Letta hanno subito tranquillizzato, garantendo la tenuta del 3%, ma il Primo Ministro ha anche affermato le difficoltà quotidiane che il governo deve affrontare e di quanto sarebbe necessario un lavoro comune permeato di responsabilità.

Un altro punto che pone l’Italia nel mirino degli osservatori europei, con il rischio di apertura di una procedura di infrazione (che comporterebbe pene pecuniarie) è il non rispetto dei tempi di pagamento alle PA di 30 giorni istituiti da Bruxelles, prorogabili a 60 in taluni casi specifici che diventerebbero troppo frequenti nel caso Italia, come riferisce il VP della commissione EU Antonio Tajani durante una conferenza stampa a Roma.

L’Europa se vuole avere possibilità di uscire dalla crisi più grave di sempre deve muoversi in modo unito e compatto riformando dove necessario (il sistema bancario su cui stanno lavorando ed il mercato dell’energia sono due cardini per la competitività) e ridistribuendo ricchezze in modo oculato e produttivo, che ovviamente non piacerà a chi è detentore di queste ricchezze (le elezioni tedesche di settembre per questo argomento sono uno spartiacque decisivo), ma che nel lungo termine gioverà anche a loro.
Il problema della disoccupazione, che l’ Europa deve arginare, non si risolve con qualche decimo di punto, ma servono crescite sostanziose del PIL, tra 1% ed 2% affinché si crei nuova occupazione; nel nostro paese poi devono essere effettuate profonde riforme (dalla tassazione alla revisione degli ammortizzatori sociali e del sistema pensionistico).

L’entità della crisi e le difficoltà nostrane rendono necessaria una spinta propulsiva per tornare a crescere che solo internamente non può essere trovata, perché, come in un gorgo, quasi tutti i giorni sorgono nuove questioni da risolvere e nuovi tavoli di discussione (ultimi casi sono quelli di Vestas in Puglia e delle aziende del gruppo Riva che hanno messo in mobilità 1400 lavoratori) i quali risucchiano e vanificano ogni minimo segnale positivo che principalmente può essere attribuito ad export e produzione interna di certi beni.
Questa spinta deve necessariamente venire dall’Europa che, controllando e monitorando severamente destinazione ed usi degli investimenti, deve applicare la “Golden Rule” per quelle attività necessarie al rilancio, ma che, obbiettivamente, in autonomia questa Italia non può accollarsi, come grandi infrastrutture ed opere incompiute, riqualificazione, ammodernamento ed efficientamento energetico di edilizia abitativa ed industriale, agricoltura, ridefinizione di un nuovo e più efficiente ed efficace mix energetico e così via. È però lampante che concessioni simili potranno essere date solo ad un governo serio e stabile.
A livello interno oltre alle dismissioni ed al miglior utilizzo del patrimonio pubblico, è necessario comprendere che tutte le nostre aziende, turismo in primis, devono cercare di diventare big player mondiali, puntando su export e qualità produttiva ed investendo oltre che in innovazione, ricerca e nuove tecnologie al servizio dell’abbattimento dei tempi e dei costi, per ingrandirsi e fare “massa critica” dotandosi di una filiera distributiva funzionale ed internazionale, cosa che alle nostre imprese, anche più grandi e globalizzate manca (l’EXPO2015 potrebbe essere un’occasione interessante).

Infine c’è un punto, forse una fissazione ma non credo, che è fondamentale per il futuro, e sono le persone. Il cambiamento e rinnovamento della classe dirigente sia privata che pubblica e politica è alla base per il futuro poiché solo attraverso coloro che il futuro lo vivranno è possibile comprenderlo e cercare di anticiparlo, non perché le generazioni passate non siano in grado, ma perché sono state protagoniste di altre epoche con altre dinamiche ormai non più applicabili. La contaminazione e la collaborazione tra generazioni deve essere un obiettivo per ogni governo. Si deve dare la possibilità a tutti coloro che ne potrebbero essere in grado di contribuire al alto livello, cosa che al momento non è possibile un po’ per il sistema di formazione sia universitario che non risponde alle esigenze del sistema, sia post universitario che risulta ad appannaggio di pochi, tipicamente già introdotti, rampolli (dopo l’università avrei voluto iscrivermi ad un MBA in una prestigiosa Università milanese, ma ho dovuto desistere per motivi economici) che sicuramente saranno validi, ma che appartengono sempre alla stessa elite economica, contribuendo ad incrementare la disuguaglianza sociale già alta nel nostro paese e nel mondo intero, dove le grandi banche di investimento ed i loro manager sono tornati a guadagnare lautamente con strumenti finanziari, principalmente derivati.
Guardandosi intorno, fanno parte dei più prestigiosi “Think Tank”, che di fatto formano il nuovo management, quasi esclusivamente cognomi noti come accade per a posti apicali di grandi aziende, oggi ad esempio è stato nominato dirigente di una azienda della Poste un parente molto prossimo e giovane del Ministro Alfano. Sicuramente costui è meritevole e validissimo, ma il punto è che per sperare di traghettare l’Italia fuori dalla crisi e mantenerla competitiva nel lungo termine si devono trattenere e formare persone attingendo ad ogni ceto sociale, senza consentire una fuga in sola andata di talenti.
L’aspetto delle opportunità, se si vuole di “pari opportunità”, evidenziato sopra, può essere considerato utopico e di poco conto per risolvere i problemi attuali, ma è fondamentale per affrontare e competere nel futuro.

13/09/2013
Valentino Angeletti
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Dal G20, il bicchiere mezzo pieno di Letta

A margine del G20 di San Pietroburgo il ministro dell’Economia Saccomanni rispondendo ad una intervista ha ricordato come, benché molto lentamente e debolmente, l’Eurozona mostri segnali di ripresa, tanto che, riferendosi ai dati Eurostat, i paesi della moneta unica sono fuori dalla recessione. Non l’Italia però, che ancora non riesce ad invertire il segno davanti al dato della crescita. Il Ministro ha poi fatto cenno all’instabilità politica che stiamo osservando a livello globale e soprattutto a livello nazionale che condiziona evidentemente gli investitori.

Più ottimista, sempre durante un’intervista a latere dell’evento, è stato il Premier Enrico Letta che si è detto soddisfatto ed orgoglioso che l’Italia non fosse “il sorvegliato speciale”.

Effettivamente dal punto di vista dei conti pubblici il Premier ha ragione, a partire dal governo Monti è stato raggiunto il fondamentale risultato, non senza sacrifici che purtroppo non sono ben rappresentabili ed immediatamente evinti dal freddo quoziente, di riportare il rapporto debito/pil sotto al 3% (prestazione migliore di Francia ed Olanda). L’Europa questo sforzo ce lo ha riconosciuto ed anche lo spettro della Troika (EU, ECB, IMF) è lontano, diretto verso la penisola ellenica che dovrebbe avere necessità di ulteriori aiuti entro il 2014 come ricordato da Schäuble e dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem (probabilmente attorno ai 5.5 – 6 mld €).

Esiste però l’altra metà del bicchiere, quella mezza vuota al quale in parte e velatamente ha fatto riferimento il Ministro Saccomanni. La strada delle riforme, che a dire il vero dovrebbero essere a carico sia nostro che dell’Europa attraverso ad esempio applicazioni della “Golden Rule”, è percorsa molto lentamente e posta in secondo piano rispetto ad altre problematiche più campanilistiche e poco lungimiranti. Questo fatto Bruxelles non manca occasione per ricordarcelo, come dalla capitale belga hanno intenzione di indagare in modo preciso le coperture per l’IMU, operazione non gradita all’Unione. L’instabilità politica che ormai caratterizza questa stagione e fa sussultare il Governo ogni giorno è costata al paese il declassamento da parte di S&P a BBB (luglio 2013). Vero che le agenzie di rating sono “odiose” ed oggettivamente in conflitto di interessi, però è sul loro giudizio che gli investitori (privati, governativi, istituzionali) basano la formazione del loro portfolio e sotto la categoria “Juck”, giusto due passi da BBB, non sono autorizzati per statuto ad investire.
L’ultimo declassamento subito è stato motivato non dall’andamento dei conti, ritenuto positivo, ma per dal debito a quasi il 130% del PIL e soprattutto a causa dell’instabilità politica, accentuatasi nelle ultime settimane, che osta qualsiasi misura per la crescita.
Ogni declassamento a livello nazionale si ripercuote poi sulle multinazionali nostrane e sulle banche detentrici del debito sovrano innescando un meccanismo che rende il rifinanziamento sempre più costoso colpendo più o meno direttamente l’intero paese (concessione e tassi su mutui e credito, ripercussione sull’occupazione e su politiche aziendali ecc).
È dunque giusto essere ottimisti, ma è anche bene non volare troppo alto lavorando sempre con la consapevolezza che qualcuno da est o da ovest ci tiene d’occhio. Non c’è da temere, a patto di sviluppare le tutte le nostre potenzialità e facendo quelle mosse che, ne più ne meno, è noto debbano essere fatte.

05/09/2013
Valentino Angeletti
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IMU VS urgenze del paese

Lentamente, molto lentamente, si sta prendendo atto che l’aumento dell’iva al 22%, il quale nei giorni scorsi è stato posticipato, come da previsioni, ad ottobre 2013, non è così redditizio come era stato preventivato, i consumi si adeguano al potere d’acquisto ed al livello di prelievo fiscale, in Italia estremamente alto. Il punto percentuale che ha fatto balzare l’IVA dal 20 al 21% ha portato entrate inferiori di circa il 6% rispetto a quanto previsto.
Si sta prendendo atto anche che la cancellazione dell’IMU non è probabilmente sostenibile, e che questo provvedimento, contravvenendo a quanto sancito dalla Costituzione, andrebbe a favorire le fasce a redditi maggiori; si tratta di una misura regressiva e priva di coperture sufficienti, afferma il Ministro dell’economia Saccomanni con alla mano uno studio del MEF che presenta 9 alternative all’IMU elencate per efficienza, mentre il Premier Letta, che mai aveva confermato una cancellazione totale dell’IMU, al massimo aveva parlato di rimodulazione o di “metter mano all’imposta”, tranquillizza che la questione verrà risolta entro agosto. Tra le 9 alternative proposte una delle più probabili sarebbe l’inserimento dell’IMU all’interno di una service tax che la includa assieme alle imposte su servizi comunali, da augurarsi che abbaino pensato a come tener conto della tipologia di immobile e soprattutto di come tutelare i non possessori di prima casa da una semplice e subdola ridistribuzione del gettito IMU su una platea più ampia.

Ambedue le evidenze di cui sopra sono state anticipate già qualche mese fa e ribadite più volte. Concludere che la cancellazione dell’imposta sugli immobili agevola la maggior parte delle volte (ovviamente esistono le eccezioni ed i casi particolari) le fasce a più alto reddito non è un sillogismo troppo articolato, me ne ero accorto io e la mia famiglia che purtroppo non siamo possessori di immobili, se ne erano accorti coloro che percepiscono meno di 13’000€ all’anno in quanto esentati, se ne erano accorti la maggior parte dei contribuenti che versavano circa 150€ all’anno di imposta immobiliare, se ne era accorto il PD ed ancora prima Scelta Civica di Monti. Per le categorie a basso reddito il nullo o lieve risparmio di un’eventuale cancellazione dell’IMU non contribuirebbe di certo a spingere vigorosamente i loro consumi, come per i più ricchi e facoltosi il risparmio di qualche migliaia di euro all’anno non sarebbe così significativo da alzare ulteriormente un tenore di vita già elevato, ancora meno plausibile è pensare ad un effetto benefico sul mercato immobiliare.

Dunque tutto ciò che aveva bloccato il Governo Letta, e continua a farlo visto che da Brunetta a Berlusconi non si accetta la possibilità di non cancellare l’imposta sugli immobili minacciando esplicitamente la tenuta dell’Esecutivo, è sempre più evidente essere una questione di poco conto, sostanzialmente proclami da campagna elettorale se paragonata ai reali problemi che con grande difficoltà l’Esecutivo sta cercando di affrontare, primo tra tutti la disoccupazione, il pagamento dei debiti delle PA, il cuneo fiscale, il sostegno alle famiglie ed alle imprese, gli investimenti in sviluppo, il problema del costo dell’energia e via discorrendo.

Mentre la maggior parte dei leader di centro destra è impegnata a lanciare pesanti ultimatum al Governo, non senza scontri interni, sui temi dell’agibilità politica di Berlusconi, sulla quale si pronuncerà l’apposita giunta il 9 settembre, e dell’IMU, nel centro sinistra sono il congresso, la segreteria di partito e la candidatura a Premier ad essere gli argomenti sui quali vengono spese le maggiori energie, in ambo i casi ancora una volta dimenticando le priorità del paese. Non sarebbe meglio, solo per citare l’ultima opportunità da cogliere al volo e da sfruttare senza errori visto che si sta parlando di soldi dei risparmiatori “postali”, supportare già da subito la CdP che, presentando il suo piano industriale per il triennio 2013-2015, ha messo a disposizione da 74 a 80 miliardi di euro per privatizzazioni e piani di lungo periodo come investimenti in infrastrutture e nella crescita dimensionale delle imprese?

09/08/2013
Valentino Angeletti
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Superare l’impasse agostana, poi concentrarsi sul concreto

Il voto di sfiducia al Governo ha avuto esito negativo.

Il Premier Letta ed il suo Esecutivo l’hanno scampata dunque? A dire il vero solo parzialmente perché la vicenda Kazaka ha lasciato strascichi di non poco conto, del resto la questione è complessa sul piano geopolitico internazionale, un vero e proprio intrigo. Nonostante il voto a favore del Governo nel PD si sta diffondendo l’idea della necessità di un rimpasto dell’Esecutivo in ottobre. Ciò si aggiunge alle tensioni già in essere dovute principalmente all’esito del “processo Berlusconi” del 30 luglio che ha sicuramente un’importante valenza politica ed alle decisioni che dovranno essere prese entro il 31 agosto.

Come un eventuale voto di sfiducia al Governo anche un rimpasto non è un provvedimento banale non sono convito che passerà inosservato agli occhi degli altri stati europei ed a quelli delle istituzioni di Bruxelles poiché testimonierebbe che gli attriti già evidenti, ma fino ad ora domati dal Premier con il supporto del Presidente Napolitano, stanno assumendo dimensioni sempre maggiori col rischio di minare seriamente la stabilità politica. In Europa attualmente i paesi che stanno fronteggiando crisi di governo, mettendo i apprensione i mercati, sono non a caso il Portogallo e la Grecia le cui difficili condizioni sono ben note.

Il contesto che stiamo attraversando impone collaborazione e negoziati produttivi sia perché non c’è tempo da perdere in contrasti sia perché le risorse sono poche e vanno utilizzate al meglio, quindi tutte le energie dovrebbero essere vincolate in modo costruttivo. Abbiamo l’onere e l’onore, effettivamente non sempre riconosciuto dagli altri stati membri, di essere un paese fondatore dell’Unione Europea e la terza economia del vecchio continente, questo deve essere chiaro a Bruxelles, ma anche a Roma, non ci possiamo permettere di essere ulteriormente causa o capro espiatorio per movimenti di mercato problematici o alibi per gli speculatori che, considerando le situazioni economiche di Asia ed USA, vedono nel nostro continente la preda più debilitata ed il nostro paese ne rappresenta la vitale giugulare ove attaccare mortalmente.

A proposito di risorse il 31 agosto è il termine per prendere decisioni in merito a quattro temi fondamentali per la resistenza dell’esecutivo: il nodo esodati, la procedura di pagamento della prima tranche da 20 miliardi dei debiti alle PA che vorrebbe essere anticipata rispetto al 2014 ed infine il nodo IMU ed IVA. La cancellazione totale dell’IMU richiesta dal PDL non è ormai evidentemente percorribile, ma la soluzione definitiva è ancora lontana, si parla di franchigia entro un certo limite (i capannoni industriali produttivi non dovrebbero essere tassati in accordo con Confindustria, ma pronunciamenti definitivi non si sono sentiti), oppure di integrazione con TARES e TARSU, o ancora una imposta comunale che tenga conto del patrimonio immobiliare incrociato con il nuovo indice ISEE, ovviamente anche l’ipotesi di un rinvio alla
legge di stabilità del 2014 non manca, servirebbero 4 miliardi, ma la riunione odierna della Cabina di Regia ha confermato, senza esplicitare i modi, una definitiva risoluzione entro il 31 agosto.

L’IVA, che dovrebbe passare al 22% dal 1 ottobre, analizzando i dati è un falso problema, non dovrebbe essere aumentata in quanto non strutturale, non porterebbe gettito e vesserebbe ulteriormente consumatori ed imprese. È dimostrato (Curva di Laffer in figura) che aumentare l’imposta oltre un certo livello (in Italia già superato) deprime i consumi portando incassi molto inferiori rispetto a quanto previsto. È successo con l’aumento dal 20 al 21% e si è ripetuto con l’incremento delle accise sui carburanti che, a causa del drastico calo dell’utilizzo delle auto ed alle difficoltà delle grandi aziende di autotrasporto, ha apportato un gettito inferiore rispetto a quando le accise erano più basse.

Figura 1. Curva di Laffer: prelievo fiscale vs gettito

Figura 1. Curva di Laffer: prelievo fiscale vs gettito

 

Questi nodi sono fondamentali più per consentire al Governo di sboccarsi e concentrarsi su questioni sostanziali che per il loro valore assoluto, pochi spiccioli nel mare magnum del debito. Alcune ombre sulle coperture di qui a fine anno sono state sollevate, poi smentite dai Ministeri competenti. Si sono sentite voci su una possibile manovra correttiva da 12 miliardi, del resto l’oggettiva necessità di concentrarsi sull’abbattimento del debito di oltre 2060 miliardi di € ha portato il Ministro Saccomanni a paventare l’ipotesi, durante il G20 di Mosca, di cessione delle aziende partecipate (leggi le strategiche ENI – ENEL – FINMECCANICA molto appetibili per settore merceologico a stati asiatici, arabi ed anche la stessa Russia dove il Ministro era intervistato) subito smentita modificando “cessione” in “garanzie collaterali” (oggettivamente ai valori attuali più che vendita sarebbe una svendita con conseguente rinuncia ai dividendi che nel complesso, tra Ministero del Tesoro e CdP, ammontano a quasi 2 miliardi annui) ed inserendo la possibilità di quotare Poste e Ferrovie dello Stato che già si sono affacciate sul mercato obbligazionario.

La vera questione da chiarire nell’immediato è che senza investimenti strutturali non conteggiati nel deficit (applicare la golden rule per grandi investimenti infrastrutturali, interventi nell’ambito dell’Expo 2015, detassazione del lavoro ecc), abbattimento della pressione fiscale e del costo del lavoro applicando entro dicembre i provvedimenti della Youth Guarantee, modifica dei contesti produttivi e del modello economico trainante (mettere la finanza al servizio dell’economia reale e di produzione, comprendere quale siano i nuovi settori che saranno trainanti riconvertendo quelli più tradizionali e dei quali l’Europa sta perdendo il primato), spostamento della fiscalità dalle persone ed imprese ai consumi, lotta all’evasione, alla corruzione ed alla burocrazia, abbattimento della spesa pubblica e gestione profittevole del patrimonio statale, costo dell’energia allineato a quello del resto d’Europa, incremento dell’export, riforma delle pensioni e del mercato del lavoro favorendo la riallocazione e riconversione dei lavoratori sarà la stessa Unione e non uscire dalla crisi e rischiare l’implosione.

Le misure sono quello ormai note e devono essere prese in sede Europea: unione bancaria e fiscale, mercato unico dell’energia, condivisione trasparente dei dati bancari, regimi sui proventi finanziari comuni e soprattutto politica monetaria che temporaneamente inietti liquidità (applicando il meccanismo OMT dell’ ESM o stampando direttamente) per far partire la fase degli investimenti come hanno fatto, fino ad ora a ragione, il Giappone, momentaneamente in attesa del rinnovo della Camera Alta, e gli USA che hanno registrato buoni dati in termini occupazionali ed hanno i loro indici borsistici ai massimi storici.

L’esempio della Grecia, col senno di poi, dovrebbe essere una lesson learnt. Avere agito subito senza ricorrere in modo quasi ostinato all’austerità che ha portato in ultimo al taglio di 25000 dipendenti pubblici che sicuramente contribuiranno a deprimere ulteriormente economia e consumi nonostante un drastico abbassamento dell’IVA su certi prodotti e servizi per supportare il turismo estivo favorito dalle tensioni in medio oriente ed Egitto, avrebbe ridotto di 10 volte il costo sostenuto fino ad ora dai greci e dall’ Europa tutta.

L’obiettivo è dunque superare il 31 agosto, sbloccare l’empasse e lavorare con determinazione così a Roma come a Bruxelles senza pensare in questo frangente a rimpasti, congressi e vicende processuali. Cosa fare si sa, come fare si studia e si implementa, cominciare e subito a farlo è fondamentale.

20/07/2013

Valentino Angeletti

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