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Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già

IMF  Il Fondo Monetario Internazionale lancia un nuovo allarme sulla situazione  economica e politica dell’area Euro. La ripresa dell’ Eurozona, secondo l’istituto di  Washington, è in corso ma non è robusta né sufficientemente forte, inoltre,  nonostante il ritorno della fiducia degli investitori (dovuta parzialmente alla  politica adottata e parzialmente alle condizioni che hanno spinto i capitali a  migrare dagli emergenti verso le economie mature) i livelli pre crisi sono ancora  lontani, i debiti di molti paesi, tra cui l’Italia eccessivamente alti e la crescita,  disomogenea a seconda degli stati e generalmente più consistente nei paesi  economicamente solidi, più debole e lenta del previsto.

Totalmente in linea rispetto a quanto sostenuto da tempo in questa sede, l’ FMI, che pure è stato parte dell’austerità europea come membro della Troika, imputa il perdurare di tale situazione fondamentalmente a due fattori.

Uno è la politica monetaria di Francoforte non sufficientemente accomodante e proattiva, tanto che viene nuovamente suggerito alla BCE, qualora la bassa inflazione non si attenuasse, di procedere a QE tramite acquisto di bond sovrani. Questo messaggio non è nuovo e, contrariamente al passato, il Governatore Draghi pare averlo recepito, avanzando l’ipotesi di QE tramite l’acquisto di bond privati, opzione in certi casi ancora più rischiosa e facile preda di speculazione rispetto ai classici titoli sovrani.

L’altro fattore è la politica economica di Bruxelles – Strasburgo che ha fin da subito (ricordiamo l’inizio dell’escalation della crisi con la questione greca) prediletto l’austerità, appoggiata dagli stati del nord (in certi casi poi caduti in difficoltà essi stessi come nel caso dell’ Olanda) rigorosi ed evidentemente interessati a tutelare il proprio sistema, rispetto a politiche espansive nonostante il lapalissiano stato di recessione. L’eccessivo rigore nell’imposizione del rapporto deficit/Pil al 3% è oltretutto stato perseguito puntando all’abbassamento del deficit invece che all’innalzamento del PIL modalità che avrebbe consentito una maggiore crescita. Inoltre non è stata tempestivamente (anzi, anche ora non è ben chiaro se e come verrà utilizzata) applicata la golden rule agli investimenti produttivi, mirati alla crescita, al rilancio dell’occupazione ed al completamento del processo riformatore necessario in molti paesi così come nella governance europea stessa; in aggiunta neppure sul fattore tempo sono stati ad oggi concessi allentamenti (solo a Francia ed Olanda).

L’aggregazione di questi due fattori ha portato alla stagnazione più totale senza appoggiare in alcun modo, anzi ostacolando, la ripresa economica che è così diventata ancora più complessa da ottenersi e ridotta a qualche decimale, oggettivamente ininfluente a sopperire a problemi come la disoccupazione che nel nostro paese (ma in tutta la Oil Belt) ha raggiunto livelli inaccettabili.

Fin dagli albori di questo periodo recessivo pareva chiaro (e qui si disse) che la politica monetaria avrebbe dovuto prontamente iniettare liquidità nel sistema, senza passare dalle banche che hanno fatto da tappo alla trasmissione di credito, mentre i governi avrebbero dovuto investire in progetti di sviluppo, investimenti pubblici in infrastrutture, istruzione, ricerca, energia, nuovi modelli economici e di business in modo da creare immediatamente uno shock economico in grado di favorire la creazione di posti di lavoro, quindi far girare moneta supportando i consumi e la produzione industriale. Questa avrebbe dovuto rappresentare la prima fase alla quale avrebbe dovuto essere affiancato il processo riformatore volto a spostare la tassazione in modo progressivo da persone e lavoro verso patrimoni, rendite e consumi; a riformare ed unificare il sistema bancario; a semplificare l’accesso al mercato del lavoro; ad armonizzare la normativa europea in modo che non vi fossero eccessivi squilibri e competizioni impari in termini di fiscalità, tassazione, costo del lavoro ecc.

Di tutto ciò, ripeto, estremamente chiaro fin da subito anche avendo sotto mano gli esempi di USA e Giappone, magari da non ricopiare pedissequamente, ma da cui prendere certamente spunto, si sente parlare solo adesso, quando ormai il fattore tempo è andato perduto. La ripresa dunque, già difficile con azione tempestive e mirate, sarà ancora più lunga del previsto ed in certe zone del continente si potrà realmente parlare di generazioni sacrificate.

Ora, a distanza di almeno due anni, sembra che l’ Europa, in tutte le sue rappresentanze politiche, abbia preso atto della necessità di agire concretamente. Se andrà in porto la suddivisione delle posizioni di Presidente della Commissione EU e la riconferma all’Europarlamento (oppure la nomina a Presidente del Consiglio EU) rispettivamente a Jucker (PPE) e Schulz (PSE) potrebbe essere il viatico di una grande coalizione tra i due maggiori partiti europei che necessariamente dovranno avere idee comuni quantomeno sul cambio di approccio rivolto alla crescita ed all’occupazione e non più alla sola austerity, così come sulla necessità di rilanciare l’immagine dell’Unione compromessa dall’applicazione di modelli economici errati che hanno portato a derive anti europee ed a nazionalismi, movimenti ciechi di fronte alla necessità di aggregazione, sinergia e cooperazione per mantenere la competitività ed la prosperità dell’Europa e dei singoli stati membri che, pur dotati di indubbi punti di forza interni, sarebbero sopraffatti dalle potenze globali con cui è per certi settori impossibile competere.

Queste discussioni da qualche tempo, guarda caso a partire dal periodo di campagna elettorale per le europee, animano i dibattiti interni ai partiti e tra le differenti fazioni e saranno il tema dell’incontro di questi giorni tra i leader dei partiti aderenti al PSE.

In Italia il Ministro dell’ Economia Padoan ha ribadito la necessità di riequilibrare il sistema fiscale facendo in modo di supportare i consumi, ma ciò inevitabilmente passa da una minor tassazione che impone una pesante rivisitazione della spesa pubblica e dalla necessità dello scorporo di alcune voci relative a riforme ed investimenti produttivi dal calcolo del deficit. A livello europeo invece presso l’Ecofin è passata un serie di misure mirate ad ostacolare l’elusione fiscale, cioè ad impedire alle grandi multinazionali di poter pagare tasse in paesi a fiscalità privilegiata differenti da quelli in cui si è realizzato il margine operativo alimentando in tal modo una perversa competizione, totalmente legale, all’interno della stessa area Euro che generalmente va a premiare i paesi più rivolti alla finanza ed alla speculazione rispetto a quelli più inclini all’industria ed alla produzione che dovrebbero essere i capisaldi per ripartire percorrendo la via di una crescita sostenibile nel lungo periodo e scongiurando le crisi alle quali i sistemi eccessivamente finanziarizzati periodicamente vanno incontro come in una sorta di “scaricamento degli oscillatori”.

Se quanto condiviso verrà realmente recepito e soprattutto implementato nel minor tempo possibile, ed a questo punto non ci sono più alibi per non farlo, allora si potrebbe pensare a scenari di medio-lungo termine meno drammatici e con qualche spazio anche per il vecchio continente europeo; in caso contrario il destino è quello di rimanere compressi tra Russia, USA, Cina e tutti i problemi di instabilità presenti sul bacino Mediterraneo.

Alcuni Link collegati:
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva? 29/04/2014
Rapporto Deficit/PIL al 3.1% sforamento temporaneo, ma la crescita economica necessita di investimenti a lungo termine 20/09/13
Merkel in Grecia, Lagarde a Washington, ed una strategia politico-economico-monetaria contro la stagnazione 12/04/2014
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21/06/2014
Valentino Angeletti
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Due interpretazioni delle elezioni europee

I risultati delle elezioni europee sono ormai definitivi.

Essi, se considerati dal punto di vista italiano, si prestano a due chiavi di lettura, la prima interna al nostro paese, la seconda di più ampia visuale che abbraccia tutto il continente.

Nel nostro pese abbiamo assistito innanzi tutto al confermarsi della bassa affluenza che non ha superato il 60% (tra il 57 ed il 58%) confermando le attese, ma superando di gran lunga la media degli altri stati europei. Passando ai risultati invece si conferma, con un risultato percentuale decisamente storico ed inaspettato (il 30% era il risultato più ottimistico a cui è mai stato fatto riferimento), il PD ed in particolare Matteo Renzi, che, nonostante non abbia voluto inserire il nome nel simbolo, è de facto la figura di riferimento sul quale il votante nel segreto dell’urna ha apposto la croce. Il M5S è rimasto staccato di circa 20 pti percentuali e, pur rimanendo la seconda forza incontrastata, ha perso 5 punti dalle scorse elezioni nazionali incassando una sconfitta rispetto all’obiettivo di vittoria, possibilmente plebiscitaria. Nei prossimi mesi vedremo se vi sarà un rimpasto di Governo, delle nuove elezioni (interessante ipotesi per il Premier e per portare a termine in toto i propri piani) oppure se rimarrà tutto come adesso e come la natura delle europee lascerebbe pensare, anche perché nessun membro dell’esecutivo sarà disposto a cedere il passo a seguito di queste elezioni che tecnicamente non hanno influenza sugli esecutivi nazionali. A Renzi adesso il compito fondamentale di fortificare la fiducia ricevuta andando ad attuare rapidamente ed in modo incisivo il processo riformatore e di cambiamento fino ad oggi solo abbozzato e per mille ragioni contingenti ritardato e modificato più volte in corso d’opera. La sfida per il nostro paese risulta importante e decisiva, anche in ottica della presidenza italiana del semestre Europeo.

Lato Grillo e M5S evidentemente il loro approccio di non voler scendere a compromessi su alcun tema e con nessun interlocutore gli ha fatto dilapidare un patrimonio elettorale, e sopratutto di speranza di cambiamento e rottura, inestimabile;  l’elettorato pare gli abbia parzialmente tolto la fiducia avendo visto nel movimento una forza unicamente distruttiva e mai costruttiva né propositiva. Il concetto, più volte espresso dal leader penta-stellato, di andare al governo con il 100% è innanzi tutto impraticabile ed in secondo luogo fa presagire un approccio quasi dittatoriale che, complici anche i toni molto coloriti ridimensionati solo nell’intervista a Porta a Porta, può aver spaventato coloro che votarono M5S senza esserne convinti sostenitori ma perché pareva una forza nuova ed in grado di rompere col sistema a patto però di saper lavorare trattando e negoziando al suo interno, capacità che non hanno avuto, ed è una grossa colpa per tutti coloro che pretendono di fare politica.

Passando all’aspetto europeo avanzano i movimenti anti europeisti o euro scettici, anche con connotazioni naziste e xenofobe come nei casi di Ungheria, Austria, Danimarca. In Francia FN di Le Pen è il primo partito ed in UK si è perso il bipolarismo storico tra Labour e Tory e lo scettro di primo partito e passato all’ UKIP, indipendentisti che sostengono l’abbandono totale dell’Europa nonché un referendum per l’indipendenza scozzese (storico bacino dei laburisti). In Grecia vince la sinistra di Tsipras, ma contrariamente all’ostilità nei confronti dell’Europa dei partiti di destra, l’idea di Syriza è quella di una Europa più forte e più vicina ai cittadini, con meno disuguaglianze e più solidarietà tra gli Stati (macro linee non dissimili a quelle del PSE e formalmente del PPE).

Anche in tal caso è evidente che tutti i partiti filo europei che andranno a comporre il nuovo parlamento (in cui il primo partito dovrebbe essere il PPE con Junker probabile presidente della Commissione) a cominciare da PPE e PSE (che in totale si aggiudicheranno circa 400 parlamentari su 751, quindi non una maggioranza esagerata), passando ad ALDE ed anche a lista Tsypras, dovranno collaborare per portare avanti e realizzare quei punti che si sono mostrati evidentemente lacunosi nel processo di costruzione di questa Europa ancora ben poco unita. A convincersene  dovrà essere soprattutto la Germania dove la CDU, in calo, rimane il primo partito con SPD secondo in risalita (fortunatamente si tratta delle due forze europeiste). Magari a far da ambasciatore sarà Schulz, spiegando che in Germania è necessario cedere un poco di sovranità nazionale fungendo nei momenti di difficoltà da vera locomotiva dell’Unione. Il pericolo del sentimento anti europeo e la chiusura nei propri nazionalismi, deleteri per la competitività ed il benessere del continente europeo, sono tutt’altro che scongiurati, anzi ne escono rafforzati.

Nel processo di riforma europeo dovrà entrare anche la ECB di Draghi, mostratasi,  in questa ultima fase di crisi, lenta e poco incisiva nell’agire, focalizzandosi solamente sull’effetto annuncio gestito magistralmente, ma che si esaurisce nel giro di qualche giorno, al più settimana. Questa settimana si terrà un simposio in Portogallo  dei banchieri centrali dove parleranno di tassi e di come combattere la bassa inflazione (ora ben sotto il target del 2%; verrebbe da dire che tempismo questi banchieri..). Pare che la ECB dal 5 giugno sia disposta a mettere in campo misure eccezionali, forse tassi negativi, forse prestiti a banche con vincolo di fare credito alle imprese o direttamente alle imprese stessa (ipotesi che si è più volte ribadita).

In Italia l’errore in cui non incappare è quello di esasperare il risultato delle europee con una connotazione esclusivamente nazionale, perdendo di vista lo stampo europeo e tutto il lavoro che, parallelamente alle riforme nazionali, tra Bruxelles e Strasburgo deve essere fatto.

Link su inflazione:

 

26/05/2014
Valentino Angeletti
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Alleanza in Europa, pragmatismo in Italia…per ora va bene così…

Da Bruxelles molto positiva è la dichiarata intesa tra Schulz (SPD-PSE) e Renzi con l’obiettivo di una Europa, si solida dal punto di vista dei conti, ma flessibile, dinamica, collaborativa e realmente unita. Alle dichiarazioni, che devono guardare oltre le elezioni e la campagna elettorale, dovranno seguire i fatti perché risultati ambiziosi si ottengono solo con squadre forti e strategie ben congegnate. Probabilmente la via dell’alleanza forte, “open minded” e conscia di una difficile realtà sociale, è l’unica per combattere gli anti-europeismi, ma ancor prima per condurre l’ EU in un rinnovato percorso.

Dall’Italia, forum di Cernobbio di Confcommercio dove, nonostante i dati leggermente positivi di gennaio, non c’è stato troppo ottimismo su crescita e consumi interni principalmente a causa della maggior pressione fiscale che ammonta a 70 mld € tra il 2008 ed il 3013, il pragmatico Ministro del lavoro Poletti non ha voluto diffondere false aspettative dichiarando che benefici realmente tangibili sul mercato del lavoro e su occupazione si vedranno di qui a 3-4 anni…noi già lo sapevamo, ma la verità è sempre e comunque apprezzata.

Anche il Ministro Padoan, MEF, è stato chiaro, la spending review strutturale è fondamentale così come l’attenzione sui conti e l’abbattimento del debito che verrà aggredito proseguendo anche sulla via delle privatizzazioni (sarebbe già pronto un nuovo piano ad integrazione di quello del Governo Letta, al momento comunque le società coinvolte sarebbero le medesime, quindi Poste, CdP, FS, Enav, Sace, Stm, Grandi Strazioni, ENI, Fincantieri), ma risultati concreti in termini di risparmi e di crescita che non si limiti all’attuale stagnazione dovuta a persistenti incertezze e fragilità congiunturali, si vedranno nel medio periodo. Il ministro ha voluto anche ricordare come paesi ove i vincoli europei siano stati meno rigidi, ad esempio concedendo più tempo per rientrare nel rapporto del 3% deficit/PIL, abbiano potuto applicare politiche meno austere e recessive pesando meno su società, cittadini ed imprese.

Del resto il disagio sociale è cresciuto dal 25.3% del 2008 all’attuale 30% (inconcepibile per un paese civile ed industrializzato) contro una media Europea del 25% (di queste ore è la notizia di pesanti scontri a Madrid contro le politiche di austerità imposte dal Governo spagnolo Rajoy). Il periodo 2007-2013 ha visto un calo del PIL di 9 punti percentuali e la crescita fino al 2007 era già inferiore (circa la metà) rispetto al resto d’Europa. Lo 0.5-0.7% di crescita prevista per questo anno che segue lo stop della caduta iniziato dal terzo trimestre 2013 è ancora poco e lo scenario macroeconomico circostante rimane delicato. Altrettanto delicato è poi il quadro geo-politico, ove la crisi Ucraina ha messo in luce una certa difficoltà dell’Unione nel coordinare azioni di politica estera in modo tale da essere un player fondamentale, a ciò si unisce il problema dell’approvvigionamento energetico da zone politicamente e socialmente instabili che rimane un fattore di alto rischio per l’EU ed a maggior ragione per l’Italia. L’obiettivo dell’Europa (e dell’Italia) di giungere, attraverso le rinnovabili, l’efficienza, un mercato unico, l’ottimizzazione delle fonti convenzionali, un miglior utilizzo del gas naturale presente e la possibilità di importarlo da zone ove non siano presenti conflitti (rigassificatori per importare LNG dagli USA o gasdotti che bypassino le zone a maggior rischio), l’abbattimento degli inquinanti, l’innovazione tecnologica, ad essere meno dipendenti dall’estero, ed in particolare da zone di tensione, è di primaria importanza e le vicende libiche e mediorientali prima ed ucraine poi lo dimostrano per l’ennesima volta. Oltre al pericolo di ultima istanza, che è quello di non vedere più approvvigionate adeguatamente alcune zone del vecchio continente, vi è la costante fluttuazione dei prezzi delle materie prime energetiche di importazione che fungono da fattore ostante la competitività per le aziende europee (ed italiane). 

In sostanza il lavoro è ancora durissimo, richiederà sacrifici, ed il percorso, che necessita delle migliori risorse, estremamente lungo.

22/03/2014
Valentino Angeletti
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Le prime due richieste di Renzi

Il Presidente della Commissione Europea durante il primo giorno della riunione dell’Eurogruppo, ha sottolineato l’importanza di agire rapidamente e con decisione sulle problematiche del lavoro e della crescita, aggiungendo che la via della ripresa è stata imboccata e che la situazione è in miglioramento per il continente europeo; si tratta però di un dato “medio” che non tiene conto delle condizioni particolari.

La realtà è che la situazione è estremamente eterogenea tra i vari stati membri ed a fronte di alcune locomotive che non sentono il peso della disoccupazione e della crisi come Germania e Gran Bretagna, vi sono stati, anche economicamente pesanti, in difficoltà, come Francia ed Italia dove in queste ore è entrato in vigore il piano lavoro. Ormai è consolidato che per una crescita sostenibile e duratura queste disomogeneità vadano sanate.

Sul fronte italiano sono stati apprezzati i piani di riforma del Governo, definiti da Barroso e Van Rompoy “ambiziosi”; non poteva essere attesa una reazione differente, il grosso problema non è individuare le riforme, ormai note, bensì applicarle rapidamente e fare in modo che siano efficaci. L’attuazione sarà la vera forca caudina che il Governo dovrà attraversare e sulla quale il pronunciamento della EU non farà sconti.

In merito alle richieste su possibili allentamenti dei vincoli, in particolare il tetto del 3%, Il Presidente della Commissione Barroso e quello del Consiglio Van Rompoy, hanno ribadito la necessità di rispettare i parametri e proseguire col rigore dei bilanci; del resto Renzi ha fatto loro sponda assicurando che non verranno infrante le regole e che l’Italia, non ultima della classe, rispetta gli accordi presi.

Allo stesso modo però il Primo Ministro italiano avrebbe avanzato due richieste effettivamente molto interessanti, ossia non computare nel calcolo del deficit gli investimenti in piccoli lavori infrastrutturali di immediata cantierabilità, come la messa in sicurezza delle scuole, in grado di creare indotto principalmente sul territorio ed i soldi necessari allo sblocco dei fondi strutturali Europei. Fatto 100 il valore del fondo strutturale a cui si vuole attingere infatti, lo Stato necessita di 50 per sbloccarlo. Le cifre stimate si aggirerebbero, ma sono solo previsioni, attorno ai 2 miliardi di € per il primo provvedimento ed attorno ai 20 per il secondo.

L’aver avanzato simili richieste alla commissione è stata una mossa intelligente perché fa comprendere, senza arroganza poco diplomatica in particolare al primo meeting, quale sia l’idea dell’Italia su certe tematiche. Altrettanto positivo è stato l’appoggio del PSE ed in particolare di Schulz in prima persona che ha ribadito come l’Italia ed in generale tutti gli stati membri vadano supportati e come vada intrapreso un percorso finalizzato alla realizzazione di una vera unione.

L’aria di campagna elettorale si fa vicina, ma una presa di posizione in un contesto allargato ed internazionale del PSE fa ben sperare, auspicando che Schulz si faccia forte sostenitore tanto in Europa quanto in Patria di questo punto di vista appoggiandolo concretamente.

La risposta dalla Commissione ancora non è arrivata e forse non sarà positiva su ambedue i fronti, ma è un buon inizio.

Nel frattempo l’Eurogruppo proseguirà oggi la sua seduta trattando temi delicatissimi, quali crisi Ucraina, inquinamento e meccanismo unico di risoluzione ed unione bancaria, che proprio in queste ore ha raggiunto l’obiettivo di allineare anche Austria ed Lussemburgo alle norme in tema di segreto bancario e trasmissione dei dati.

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20/03/2014
Valentino Angeletti
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Cosa dovrà chiedere Renzi alla Merkel?

Un weekend ed un inizio settimana decisamente impegnativi per il Premier Matteo Renzi. In queste ore si trova all’Eliseo ricevuto da Hollande, poi lunedì sarà la volta della Merkel assieme al Presidente di Confindustria Squinzi ed una ristretta delegazione di imprenditori.

Matteo dopo la presentazione del suo piano di intervento in Italia, tra la condivisione di buona parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche e le obiezioni critiche principalmente ad opera di alcune frange PD e del M5S, ha riscosso approvazione da parte della Cancelleria tedesca. Il FT invece si è mostrato più scettico sulla capacità di Renzi di trovare le adeguate copertura, a dire il vero dopo che un editoriale dei giorni scorsi spezzava più di una lancia in favore dell’ex sindaco di Firenze. E’ evidente che sia per i contenuti che per i modi di presentarsi, a volte un po’ irriverenti e guasconi, il personaggio stia attirando su di se molte attenzioni e sembri  quasi “border line”: o lo si apprezza o non ci si riesce proprio.

Questo doppio passaggio europeo di Renzi, che nel frattempo ha disdetto un viaggio in Cina presso potenziali investitori organizzato da Letta per concentrarsi (al momento giustamente) sulle vicende interne ed europee, è importantissimo.
Renzi dovrà essere in grado di attirare nell’orbita italiana la Francia di Hollande, facendole capire che la situazione dei due paesi è molto simile e solo una partenza da una miglior situazione dei francesi ha fatto si che potessero resistere meglio all’onda d’urto della crisi, ma un eventuale protrarsi di questa condizione potrebbe essere fatale ad ambedue i paesi, dove per giunta il fronte anti-europeo è molto forte (dominato in Francia da Le Pen, mentre in Italia è più trasversale e meno organizzato). Il potere contrattuale di un’asse franco-italo (spagnola) sarebbe enorme e probabilmente non passerebbe inascoltato neppure dalla Germania, da Bruxelles e dalle economia del nord, che pure hanno rallentato, a cominciare dall’Olanda.

Dopo la Francia, ove il compito è vitale per spostare un poco il baricentro europeo ma sulla carta più semplice, sarà la volta dello scoglio tedesco. Alla Merkel, e di rimbalzo all’Europa, facendo leva sul supporto francese, su quello dell’SPD di Schulz che ora dovrebbe essere messo alla prova dei fatti, e sulla presidenza italiana del prossimo semestre europeo, si dovrebbe chiedere di cambiare rotta abbandonando quella politica di austerità che tutti non ritengono sostenibile e che i fatti lo hanno dimostrato da tempo, lo dimostrarono in verità fin dall’inizio. L’esempio degli USA che con la loro politica espansiva e la rivoluzione energetica stanno uscendo dalla crisi e puntando al 6% di disoccupazione, le analisi di grandi economisti e finanzieri-speculatori come Soros e Buffet, le previsioni molto caute rispetto al continente europeo dei principali outlook economici, i fatti e le condizioni in cui sono stati ridotti alcuni stati europei, dovrebbero far venire più di un dubbio alla Commissione EU.

Il compito non è dei più facili perché sull’Italia pesa il fardello del debito, ancora in aumento a Gennaio ed ormai in prossimità del 133.6%, la lenta crescita (o meglio stagnazione) stimata da Ficth a 0.6% per il 2014, 1% per il 2015, il persistere di consumi mai così bassi e la disoccupazione che crescerà anche nel 2014 così come l’incapacità di riformare in modo rapido e risoluto degli scorsi Esecutivi, sono argomenti oggettivi che possono essere utilizzate contro Renzi. Inoltre il piano del Premier Matteo suscita in Europa più di un dubbio poiché la destinazione dei proventi della spending review dovrebbe essere l’abbattimento del debito e non il taglio delle tasse e del cuneo fiscale, così come non sembra condivisa l’ipoteso di un aumento del deficit pur rispettando il vincolo del 3%. Difficilmente, se la linea si manterrà quella attuale, ambedue le concessioni potranno avere approvazione.

Il Premier dovrà puntare su alcuni elementi non obiettabili. Il primo è che l’Italia si è oggettivamente impegnata e sacrificata per rispettare i vincoli fino ad ora imposti gravando pesantemente sui cittadini e non vorrebbe proseguire in questa direzione alimentando populismi e sentimento anti-europeo; un italiano su tre vorrebbe tornare alla lira, ma i giovani, il futuro e la nuova classe dirigente, sono in prevalenza favorevoli all’Europa, sanno, in particolare quelli più istruiti, che l’Europa è un’opportunità da cogliere ed una ricchezza, ma di contro sono convinti che a breve la politica dell’Eurozona non cambierà, facendo dell’Unione più un elemento vessatorio e tecnocratico che una reale fonte di arricchimento, cooperazione e contaminazione economico culturale per far fronte agli standard di competitività sempre più elevati che la globalizzazione ci impone. Questa linfa vitale delle nuove generazioni deve essere alimentata con speranza e prospettive.
Il secondo elemento è che senza una Unione reale ed una condivisione di rischi e benefici (ad esempio Eurobond, mercato unico dell’energia, allineamento del fisco, della tassazione, del costo del lavoro ecc) anche la Germania ne uscirà col tempo sempre più indebolita e non sarà in grado da sola a competere con economie che comunque corrono ben più di lei.
Il terzo punto, estremamente importante, è insistere sulla possibilità di sforare temporaneamente il tetto del 3%, ricordando alla Merkel che anche la Germania non è in regola avendo consumi interni troppo bassi ed una export oltre il 6% (limite imposto dall’EU) sull’import, del resto più tempo è stato concesso alla Francia ed all’Olanda. Renzi però dovrà mettere sul piatto promesse molto importanti e difficili: ridurre tutte le procedure di infrazione già in essere, o in fase di applicazione, nei confronti del nostro paese; presentare un piano di investimenti di medio termine ai quali sarà destinata la somma eccedente al 2.6% (ed in prospettiva 3%) che sia chiaramente elemento di sviluppo ed occupazione, che porti col tempo il PIL a crescere più di quanto è stato investito, un vero piano industriale e di innovazione per il sistema paese; dovrà proporre la spesa oltre il 2.6%-3% (così come quella dei fondi europei che non riusciamo ad impiegare) sia soggetta a stretto controllo da parte di organismi europei, una sorta di Troika, che monitori costantemente avanzamento del progetto e così, in modo da non ricadere nel vizio italico dello sperpero dei denari che fanno lievitare i costi di qualsiasi opera; dovrà partire celermente ad applicare tutto il piano di riforme che l’Europa avrebbe già voluto veder realizzate, dalla lotta all’evasione e corruzione alle riforme del mercato del lavoro, dall’abbassamento delle tasse su persone e lavoro alle riforme costituzionali, al pagamento tempestivo dei debiti delle PA, alla riforma e digitalizzazione della burocrazia che ingessa da anni un sistema difendendo particolarismi e centri di potere; infine puntare al taglio di spesa presentando finalmente a Bruxelles quel piano di spending review già in ritardo.
In particolare sugli ultimi due punti, non tanto Matteo, quanto l’intero paese dovrebbe “metterci umilmente la faccia”.
A valle di ciò poi l’Unione dovrà convincersi ad intraprendere con convinzione lei stessa quel percorso riformatore con l’obiettivo di giungere davvero ad una entità economico-politico-sociale unica ove regna la cooperazione e la collaborazione e che se inizialmente può sembrare più vantaggiosa per coloro che ne sono stati fin qui penalizzati e più svantaggiosa per chi più ne ha goduto, alla lunga porterà non solo benefici per tutti, ma sarà l’unica possibilità per il vecchio continente di rimanere un importante attore dello scacchiere mondiale.

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15/03/2014
Valentino Angeletti
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Renzi, ministeri, Schulz, Europa

Quasi da bookmakers londinesi sono le speculazione mediatiche, basate su fondamentali assai poco concreti, in merito al “totoministri” ed al rinnovo dei consigli delle grandi aziende partecipate ove complessivamente sono in gioco circa 600 posizioni.
Tutti i grandi nomi in lizza per un Ministero, che hanno supportato fin qui Renzi ed in prima fila alle varie edizioni della Leopolda, hanno declinato l’ipotetico invito sostenendo che il loro mestiere è un altro; potrebbero essere più propensi, personalità come Guerra o Colao, ad essere proposte per le grandi partecipate.
Tecnicamente non si può dar loro torto, ma non si può neppure negare che i presupposti iniziali per un loro serio coinvolgimento politico ci fossero, almeno fino a quando non è stata delineata abbastanza chiaramente la composizione della maggioranza che con Renzi dovrebbe governare: sostanzialmente la medesima rispetto al governo Letta a meno del Premier e di alcuni Ministri appunto.

Sembrerebbe che in ultimo non se la siano sentita di affrontare una situazione ben più difficile di quanto era pensabile inizialmente, in particolare se la prospettiva ideale era quella di un Governo in cui il Premier, Renzi, fosse dotato di una propria maggioranza e quindi con meno vincoli di azione e più libertà. Insomma avrebbero voluto un governo di totale discontinuità e cambiamento che al momento non potrà verificarsi in tutti i suoi aspetti.
A sostenere il Governo ci saranno i partiti di centro e dovrebbe rimanere NCD a patto di discutere il programma punto per punto e di vedere rispettati alcuni paletti: no alla patrimoniale (alla quale Renzi durante lo scontro televisivo per le primarie PD non si mostrò totalmente avverso); un Ministro della giustizia garantista e non proveniente dalla magistratura; una revisione della legge elettorale proposta da PD-FI in particolare riguardo alla soglia di sbarramento; interventi sul “Jumpstart Our Business Startups – Act”.

Nel mentre si sta configurando un vero ingorgo istituzionale in merito all’approvazione dei decreti quasi in scadenza e riguardanti, tra gli altri, il finanziamento pubblico ai partiti ed il Salva Roma che quindi potrebbero saltare e vanificarsi, annullando tutto il lavoro di implementazione e modifica, pregevole o meno che sia, fatto nelle settimane scorse (altro tempo ed energie sprecate quindi). A fare il paio poi con i flebili dati positivi relativi all’ultimo mese del 2013, che nonostante ciò che dice Saccomanni segnano una stagnazione e non certo una ripresa economica, arrivano quelli meno rassicuranti sull’export, -0.1% nel 2013, ed import, -5.5% nel medesimo anno, peggiori risultati dal 2009.

Sulla scelta di Ministri, così come sulla nomina dei nuovi consigli delle società partecipate, Renzi dovrà fare attenzione, non dovrà farsi prendere la mano da una rottamazione o un cambiamento ad ogni costo facendo dell’anagrafe e del genere i due driver principali. Dovrà scegliere persone competenti e dovranno essere creati gruppi di lavoro stabili e dedicati agli argomenti più delicati, attingendo al meglio della politica e della società civile. Stesso dicasi per i manager delle partecipate che se validi ed artefici di ottimi risultati devono poter giocarsi la carta della riconferma perché le persone sono importantissime, ma in quanto meritevoli e dotate di ottime doti trasversali, in particolare quella di saper interpretare tempestivamente gli scenari e di innovare; ciò si misura solo con i risultati.
A mio avviso sarebbe auspicabile un mix di genere ed età così da poter ottenere il massimo sfruttando più punti di vista differenti: attingere dalla consolidata esperienza e competenza dei più anziani così come dalla freschezza e capacità di visione dei più giovani, maggiormente propensi a quello che è un mondo interconnesso e globalizzato. La chiave di tutto sta nel dialogo e nella collaborazione generazionale al fine di ottenere il massimo per il numero più ampio possibile di cittadini e classi sociali.

I temi che penalizzano la competitività dell’Italia e del suo tessuto industriale sono molti, ma in prima linea vi sono il COSTO DELL’ENERGIA, ed in generale la politica energetica che deve essere rivista in particolare lavorando su un Mix produttivo tecnologicamente diversificato e coerente con la terna “domanda – capacità produttiva – sostenibilità ambientale”, ed il DIGITAL DIVIDE (Link articolo) che include anche aspetti di educazione all’uso delle nuove tecnologie, di ottimizzazione e razionalizzazione di HW e SW (incluso un lavoro per unificare data base e centri di raccolta dati) in uso dalle PA e di sicurezza dei dati e delle informazioni.
Per questi settori potrebbe valer la pena istituire Ministeri ad hoc: il ministero dell’Energia ed il ministero di Internet/Nuove Tecnologie (che credo in USA ed in qualche paese anglosassone già esistano) o comunque dovranno essere creati gruppi di lavoro stabili composti dalle eccellenze che fortunatamente in Italia ci sono ancora. Se davvero il Governo riuscisse a durare 4 anni il tempo per ottenere buoni risultati su questi argomenti, che dovrebbero godere dell’appoggio di tutti i partiti, ci sarebbe.

Inoltre non si deve mai perdere d’occhio l’Europa, che dal canto suo non perde d’occhio l’Italia. Se Martin Schulz si è mostrato molto propenso ad un cambio di approccio dell’Unione che sia costituito da meno veti e diktat e più cooperazione e solidarietà tra i popoli, meno aiuti alle banche e più politiche per il lavoro, permangono le conferme di Bruxelles e dello stesso Saccomanni dall’Ecofin che ribadiscono come non si possono oltrepassare i vincoli e come ci si impegni a non farlo. Schulz, già in aria di campagna elettorale per le europee, essendo un esponente di spicco del SPD parte della grande coalizione del governo tedesco, potrebbe cercare di intercedere nei confronti della Germania e della CDU, importanti stakeholder dell’ Unione.

Certamente due primari obiettivi che si dovrà dare il Governo Renzi, impossibili senza l’appoggio delle forze delle larghe intese che allo stato delle cose ancora sussistono, saranno quello di imporsi in Europa facendo valere le ragioni e la forza italiane, e pretendendo applicazioni più vantaggiose per il nostro paese della golden rule così come condizioni differenti sul fiscal compact; ancor prima però dovrà garantire al governo una credibilità ed una autorevolezza per le quali sono fondamentali stabilità politica e capacità di fare rapidamente le riforme note a tutti e che l’Europa ricorda ogni volta. Se il secondo obiettivo non verrà raggiunto non potrà esserlo neppure il primo e verranno lasciati, come fin ora successo, ai “falchi” dell’austerità numerosi elementi politico-economici (il ritardatario piano sulla spendig review ne è un esempio) da poter addurre contro la nostra condotta ed a supporto di un approccio asfissiante alla politica economica.

18/02/2014
Valentino Angeletti
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