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PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE

jens-weidmannL’attenzione dei media e l’azione politica in questi giorni sono sempre più catalizzate dagli eventi interni al PD che in queste ora sta svolgendo la propria assemblea nazionale. Le divergenze sono ormai forti, forse insanabili, di sicuro mostrano l’esistenza di due correnti con vedute quasi diametralmente opposte. Da una parte vi è Renzi con i suoi seguaci, la maggioranza del partito, dall’altra vi è la cosiddetta vecchia guardia o coloro che mostrano riserbo nei confronti delle scelte politico-strategiche del segretario. Nella vecchia guardia vi sono Cuperlo, Fassina, Bindi, D’Alema, Bersani mentre i dissidenti sono rappresentati da Civati. Ciò che più rimproverano al al Premier sono: l’accordo con Berlusconi, il cosiddetto patto del Nazareno, il quale a loro detta sta prevaricando l’esclusivo tema delle riforme costituzionali per abbracciare tutta l’azione di governo, le eventuali elezioni del presidente della Repubblica e probabilmente inserisce alcune clausole per garantire vantaggi al Cavaliere (che siano essi politici, economici, personali o giudiziari) e l’impronta della linea politica dell’Esecutivo distante da quello che era il programma del PD, un partito che si starebbe avvicinando sempre più a Confindustria e starebbe eseguendo le volontà del centro destra, NCD e FI in particolare (del resto Alfano proprio oggi parlando ad In mezz’ora su Rai3 ha apertamente affermato che l’alleanza sussiste in quanto il Governo sta realizzando i programmi di centro destra), senza dare il medesimo credito e la medesima possibilità di confronto ai sindacati, liquidati in un incontro di 60 minuti. La votazione della Commissione Costituzionale sull’articolo 3 della riforma del Senato, relativa ai senatori di nomina presidenziale, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso e se (e ciò emerge anche dalle prime notizia provenienti dall’assemblea PD), Cuperlo ed “i suoi” non sembrano possibilisti nei confronti di una scissione di diverso avviso è Civati che qualora la linea continuasse ad essere quella in atto si è detto, parlando al futuro e se opportunamente seguito, a dividersi fondando una nuova sinistra.

Le difficoltà e la presenza di una parte di elettorato di centro sinistra non rappresentata dal PD sono evidenti, molti sono coloro che hanno aderito agli scioperi, altri sono i delusi della politica di Renzi, ed altri ancora gli astenuti e quelli che hanno riversato nel M5S un voto di protesta. Questa circostanza mette effettivamente i critici interni al PD di fronte ad una domanda che devono dirimere, cioè se sia giusto eticamente e moralmente dare a questo elettorato una rappresentanza, pur rischiando di essere schiacciati alle urne dal peso del partito di Renzi oppure mantenere la posizione “di comodo” ed accettare la linea di partito quale essa sia, in quanto l’alternativa di far cambiare strada al Premier è oggettivamente impossibile e per la determinazione di Renzi e per i suoi numeri ed alleanze trasversali. Che la situazione vada chiarita e che non sia corretto continuare in queste discussioni e divisioni interne è evidente e quindi ognuno dovrebbe prendersi le proprie responsabilità ed agire secondo le proprie convinzioni, votando a favore dei provvedimenti se si ritengono corretti oppure contro per dar voce ai propri elettori, in alternativa dire chiaramente agli elettori di essersi convinti, allineati ed aver mutato pensiero.

Potrebbe essere pensabile una alleanza Civati-Sindacati (CGIL e FIOM in primis) che coinvolgesse anche SEL, ma la sensazione è che l’alto rischio, quasi la consapevolezza, delle poca forza di questo nuovo schieramento mantenga un po’ tutti in stallo e porti i protagonisti in ultimo ad accettare, pur avanzando critiche quasi fini a se stesse se poi non sono seguite da fatti, ogni decisione venendo talvolta meno alle loro idee. Evidentemente il timore fondato di poter sparire quasi definitivamente dalla scena esiste e non vuole essere corso.

Senza voler incolpare né renziani né “dissidenti” e convinti che si debba convergere rapidamente ad una soluzione che sia essa PD unito o PD diviso, più che alla questione PD, importante internamente perché comporta un rallentamento dei lavori Parlamentari, viene come al solito dall’Europa il segnale più preoccupante, per la precisione dalla Germania e per essere ancor più precisi dal Governatore della BuBa Weidmann. Segnale passato quasi inosservato nonostante la sua importanza. In una intervista rilasciata a La Repubblica Weidmann conferma quanto scritto in questa sede proprio qualche ora prima dell’incontro tra il tedesco ed i giornalisti (italiani e non solo): L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia) 11/12/14Dopo una chiosa di circostanza e retorica a supporto delle riforme del Governo Renzi, in particolare quella sul lavoro, conclusa comunque col perentorio suggerimento che adesso è il momento di passare dall’annuncio all’attuazione delle riforme, il discorso si è concentrato sulla politica monetaria della BCE.

Riguardo alle riforme va detto che la posizione dell’Europa, in tal caso esposta dal Commissario Pier Moscovici, è molto netta: a Bruxelles interessano relativamente poco i contenuti delle riforme, quello che conta sono i risultati ed i saldi finali, il mezzo e le modalità con cui raggiungerli è in capo ai singoli stati. Per tale ragione si può supporre che, fatto salvo per i “numeri” approfonditi meticolosamente, i lunghi piani di riforme siano sommariamente letti dalla Commissione Europea ed analogamente dal Presidente Weidmann. Ad esempio sulla riforma del lavoro al giudizio di Bruxelles poco importa se sia fatta a vantaggio degli imprenditori, dei lavoratori o, come sarebbe auspicabile, di entrambi, l’importante è finalizzare il risultato; al momento, ma la situazione sta cambiando e la nuova crisi Greca sarà un primo decisivo banco di prova, in UE non devono far fronte alla popolarità e sopratutto non devono perseguire il consenso elettorale che a volte nei singoli paesi membri muove le azioni politiche fuorviandole da quello che è nell’interesse della collettività.

Tornando alle dichiarazioni di Weidmann sulla politica monetaria, in estrema sintesi ha asserito che Draghi dovrebbe scartare l’ipotesi di QE con acquisto di Bond sovrani e parimenti non dovrebbe neppure considerare una condivisione dei rischi e dei debiti degli Stati, che pure il Governatore aveva avanzato, in quanto tali misure spingerebbero i paesi meno virtuosi ad indebitarsi ulteriormente e rallentare il cammino delle riforme. Gli esempi della FED in USA o della BoJ in Giappone, secondo il leader della BuBa, non sarebbero significativi nè attuabili in un contesto come l’Europa che non presenta, a differenza di USA e Giappone appunto, una finanza, una legislazione ed una economia unitaria (da ricordare comunque che anche la BoE in UK ha attuato con successo una politica espansiva animata dai QE). La via da perseguire secondo il Presidente della Bundesbank rimane quella del rigore, della disciplina di bilancio e delle riforme. Riguardo agli investimenti che la Germania dovrebbe fare per cercare di potenziare il suo ruolo di “locomotiva europea”, secondo il Presidente ed anche secondo la Merkel, essi possono anche essere fatti, ma non sortiranno effetto sugli altri paesi, come a dire: “lasciateci fare che in casa nostra decidiamo noi”. Wiedmann non ritiene un problema nè inflazione che secondo lui è dovuta esclusivamente al calo dei prezzi energetici, quando sappiamo che c’è stata una dinamica deflattiva anche sui salari, in Italia in particolar modo ma non solo, nè il rallentamento della Germania che lui vede in perfetta salute. La sua strategia sarebbe quella di ATTENDERE gli effetti del rigore di bilancio e delle riforme che dovrebbero portare da sole buoni risultati. Anche Weidmann a chiedere tempo, o meglio di temporeggiare.

Come già detto svariate volte in questa sede, il rigore e la disciplina di bilancio sono importanti e le riforme in questo frangente lo sono ancora di più, ma i primi dovrebbero essere allentati in momenti drammatici come quello in atto per poi essere nuovamente applicati per rendere strutturale il percorso di crescita già intrapreso, le seconde invece necessitano di tempo per portare risultati, si parla di effetti nel medio – lungo periodo. Manca un’azione espansiva che affianchi i Governi nazionali nelle riforme e che sortisca effetti subitanei.

Si intende chiaramente che fino ad ora la politica della BCE è stata dominata dalla BuBa, maggiore azionista della BCE stessa, e nonostante sia le ipotizzabili velleità espansive di Draghi sia la dinamica decisionale non soggetta ad unanimità bensì a maggioranza, a dominare è sempre stata la linea attendista dei rigoristi e, per quel che conta il mio parere, se ne vedono i risultati. Il punto chiave è che la posizione di Weidmann (e del seguito che avrà) pare possa continuare a rallentare le azioni di politica monetaria volte a contrastare nel breve e brevissimo termine inflazione ed a sostenere le dinamiche dei prezzi: infatti se adesso la maggioranza della Board BCE parrebbe orientata ad azioni più espansive (anche per lo scarso successo di ABS e TLTRO e per gli scenari europei ancora molto traballanti e deboli) è innegabile che il peso di una BuBa ostacolante non sarà un elemento facilmente liquidabile e richiederà dunque tempo, riunioni, negoziati e ridimensionamento dei piani (come lo è stato per l’unione bancaria ed i criteri di Basilea). Tempo che per Weidmann c’è copioso mentre per uno che come me vede la realtà dagli “stupidi occhi senza MBA e master in economia e finanza nelle prestigiosi Università ed Atenei chissà di quale stato del mondo” questo tempo sembra ormai già scaduto e lo percepisce nella vita quotidiana, nel calcare le vie dei mercati rionali, nei negozi, nei bar, nelle piazze ed osservando il proprio portafoglio, il conto in banca, le entrate e gli adempiente fiscali imminenti. In Italia siamo tornati ai livelli di salari del 1999 con prezzi e rincari del 2014, altro che dinamiche salariali in aumento paventate da Jens Weidnamm.

Il pericolo quindi è che la situazione scivoli e degeneri facendo il proprio corso vittima del non fare, corso che riteniamo estremamente differente, a meno di non essere tedeschi e quindi sapientemente protetti dal trino scudo Merkel-Schauble-Weidmann con supporto di Commissione Europea, da quello positivo ipotizzato con certezza dal Presidente Weidmann.

La politica italiana quindi è là, in Europa, e nelle relazioni con gli altri Stati che dovrebbe concentrarsi, unita, coordinata e con una strategia sottoscritta da tutti i partiti, rivolta a concretizzare quanto presente negli slogan per una Unione Europea meno burocratica e rigida quindi più coesa e flessibile. Purtroppo la sensazione che si ha costantemente dal 2011, quando il tema della Governance europea è entrato nei dibattiti nazionali, è che le istituzioni che dovrebbero rappresentare l’Italia in UE e la politica italiana non abbiano nè le capacità, nè le persone, nè l’autorevolezza, nè l’ordine mentale per gestire simili rapporti in modo proficuo per il nostro paese e, riteniamo, per il destino di tutta l’Unione che al momento non pare proprio di prosperità, pace e protezione.

14/12/2014
Valentino Angeletti
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Governo Renzi ed i venti che, reclamando risultati, cambiano. Adesso fare presto e bene!

Sembra passato un secolo dai tempi della Leopolda, quando la maggior parte dei media (a cominciare dalla carta stampata), degli imprenditori quelli nuovi ed illuminati (Farinetti, Guerra, Della Valle, Colao ecc), ed anche tanta politica non lesinavano manifestazioni di stima e di appoggio esplicito nei confronti di Matteo Renzi. Tutti ricordano (o forse no?) la sua raccolta fondi tramite la fondazione Big Bang con tanto di regolare pubblicazione su internet, la cena milanese col Gotha della finanza impersonata per Renzi dal rampante Davide Serra di Algebris, quella ad Arcore con Berlusconi ed altri non precisamente noti e si rammenta anche l’intesa con Landini della FIOM.
Ora a distanza di circa un anno molto è cambiato.
Le critiche al Premier piovono da più parti e forse l’unico a non aver mutato radicalmente il proprio atteggiamento è quel ramo del PD, gli scissionisti, che fin da subito non lo avrebbero voluto nelle posizioni che sta ricoprendo.
Le stoccate a Renzi sono arrivate pungenti dal Corriere, un tempo sostenitore esplicito, portate direttamente da Ferruccio De Bortoli, dall’ex amico Della Valle sempre tagliente e senza mezze misure, dalla CEI e dai Cardinali (Galantino, Bagnasco ed dal quotidiano Avvenire) che chiedono meno slogan e più fatti, dal Sole 24 Ore col direttore Napoletano e le “punture” di Stefano Folli e Barisoni, per non parlare del Sindacato, tra i quali con la CGIL esiste una evidente rottura.
Nel PD si parla addirittura di esplicita volontà di rompere (Civati), salvo poi smentite a mezzo di un poco edificante visti i precedenti “Stai Sereno” di Bersani.
La Camusso (CGIL) ha paventato la possibilità concreta di sciopero per via dell’apertissima partita sull’articolo 18 (che in realtà dovrebbe essere ampliata a tutta la riforma del lavoro e non limitata ad un solo articolo).
Di tutto ciò si avvantaggia il NCD che spinge sull’uso del decreto per riformare il lavoro (ipotesi inaccettabile per la CGIL) e FI che approfitta per provare a rinnovare la classe dirigente e ricordare la loro disponibilità a 360° sulle riforme pur sottolineando il ruolo di opposizione.
Che cosa è cambiato in questo lasso di tempo?
Allora come ora la situazione era di emergenza, riecheggiavano i “non c’è più tempo”, i “fate presto”, e l’Esecutivo non sembrava in grado di poter fornire lo shock necessario.
Renzi si era presentato, oltre che con grande capacità comunicativa, con un concetto di velocità e radicale cambiamento effettivamente indispensabili e condivisi, almeno negli intenti, trasversalmente. In seguito presentò un ambiziosissimo crono programma con tanto di precise date (che lo avrebbero differenziato da un sogno), 100 giorni, una riforma al mese da portare a termine, cambio radicale della classe dirigente industriale e dell’establishment politico, giovani e donne, grande importanza e leva sul semestre di presidenza italiano in UE, ipotizzò, appoggiato da Padoan, un pil a +0.8% nel 2014 definito per giunta pessimistico e con possibili sorprese positive.
Venendo al presente alcune cose sono state fatte, il taglio del 10% dell’Irap ed il bonus Irpef sono state due buone misure anche se gli effetti sono stati smorzati in gran parte dagli elementi congiunturali e macro economici peggiori.
Molte cose sono ancora in cantiere ed avranno a venire, ma i 100 giorni sono diventati 1000, molti provvedimenti (si parla di 700) dei Governi passati attendono ancora l’attuazione, la legge elettorale è ferma, le province sono diventare aree metropolitane ma comunque oggetto di elezione di secondo livello che di fatto mantengono in piedi buona parte degli “apparati”, la riforma del Senato è passata in prima lettura, ma ne serviranno altre tre e quindi almeno un altro anno di attesa, i debiti delle PA sono stati pagati al 50% (pur avendo stanziato fondi per una percentuale superiore) e l’Italia rimane cattivo pagatore contravvenendo alle norme UE e con la possibile scure di una procedura di infrazione, la riforma del lavoro non sarà né così rapida né così indolore, il decreto sblocca Italia deve ancora essere riempito di contenuti, grandi investimenti infrastrutturali non se ne vedono così come un sensibile aumento degli investimenti privati nostrani ed esteri, la burocrazia continua a fare il suo lavoro, il semestre UE è già a metà ed il PIL sarà negativo tra 0.2 e 0.4% con 1 pto percentuale di peggioramento rispetto alle previsioni.
Coloro che ora criticano Renzi a questo punto del percorso si aspettavano risultati più concreti.

In realtà non si può dare la colpa a Renzi, ha ereditato una situazione più che difficile ed il Governo non è suo, ma di compromesso. Gli si può rimproverare però di essere stato troppo ambizioso, un po’ superbo e facilone ed aver posto l’asticella decisamente troppo in alto (LINK). Ad esempio se dici alle imprese che alla data X le PA salderanno i propri debiti, esse si attendono che al giorno X+1 i soldi siano accreditati sul loro conto corrente e non semplicemente stanziati e ostaggio dei soliti lacci e lacciuoli burocratici. Allo stesso modo è rimproverabile a persone di indubbia esperienza di essersi fatte prendere dalla voglia di speranza pensando che davvero in così poco tempo (100 giorni???) si potessero raggiungere risultati così ambiziosi.
Il Governo di compromesso, le lotte intestine al PD, i diverbi col Sindacato non fanno bene alla velocità e neppure alla bontà del risultato finale che dovrebbe essere il più possibile condiviso e mirato al bene collettivo.

Parla bene la CEI quando dice che l’articolo 18 non è un dogma, si può fare tutto, l’importante è che alla fine sia più facile assumere e dare lavoro; dicono bene i Sindacati, CISL in particolare, quando ricordano che la riforma del lavoro deve puntare a migliorare le condizioni e le dinamiche lavorative per le aziende e per tutti i lavoratori, sicuramente non peggiorarle; dice bene anche Renzi quando parla di necessità di una profonda riforma del lavoro e degli ammortizzatori sociali in caso di perdita del posto verso una efficace riqualificazione del lavoratore a spese dello stato in settori più funzionali (modello tedesco).

Meritano poi una brevissima menzione i cosiddetti poteri forti, chi sono costoro? Possono essere De Benedetti, Bazoli, Bisignani, Passera, Ligresti, Geronzi, Romiti, ma possono essere anche Carrai, lo stesso Serra, De Benedetti, Marchionne, Verdini, Letta e Berlusconi…. In sostanza a quei livelli porta che apri potere forte che trovi.

Insomma, il compito è arduo, il consiglio umilissimo, dote che in generale dovrebbe essere riscoperta, è che non devono esistere ideologie e preconcetti, si può fare e discutere su tutto, la vera sfida titanica è farlo in fretta e bene (ma forse le forze conservatrici sono ancora troppo presenti, pervasive e potenti), perché le alternative reali che pure non è vero non esistere (leggi Troika) possono essere devastanti per lo stato sociale e per i cittadini, in particolare coloro che a ben vedere hanno sempre pagato.

Link:
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre
L’ora ics un inizio, effettivamente perfettibile, ma mai intrapreso prima
Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare?
Riforme come quella del Senato sono importantissime; proviamo però ad inserirle in un ragionamento di respiro globale

 

28/09/2014
Valentino Angeletti
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