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Referendum abrogativo e confermativo: le vittorie in tasca di Renzi

Nella giornata di ieri, la notizia che più ha allietato il pomeriggio del Premier, è senza dubbio stato l’ok parlamentare alla riforma costituzionale. L’approvazione è stata a larga maggioranza, non tanto per una condivisione comune e traversale all’interno dell’Emiciclo, quanto perché ad esprimere il loro voto sono state soltanto la maggioranza ed il partito di Verdini, dichiaratamente “filo-renziano”, Ala. Tutte le opposizioni, dopo aver espresso la loro dichiarazione di voto, hanno abbandonato l’aula. C’è chi ha letto in questo comportamento, quasi aventiniano, tenuto anche dal M5S, un segno di rispetto ed ultimo saluto ad una delle anime del movimento, Gianroberto Casaleggio, prematuramente scomparso.

Giunti a questo punto, dopo aver metabolizzando i proclami di giubilo per aver “abolito il Senato” e snellito le pastosità per l’approvazione di leggi e decreti, l’attesa è per il referendum confermativo dei ottobre, ove il popolo sovrano (più per storicità che per dato di fatto) è tenuto ad esprimere un proprio parere sulla nuova costituzione, decidendo, con il mezzo democratico del voto, se confermare o meno quanto proposto dal Governo per la nuova carta costituzionale.

Considerando le divergenze tra coloro che, nelle file del Parlamento, si schierano a favore o meno della riforma, esistono due scuole di pensiero: la prima, degli entusiasti, che affermano che in tal modo sarà molto più semplice e meno dispendioso tutto il processo legislativo, con l’ulteriore risparmio economico dato dall’aver diminuito il numero di Senatori che ora svolgono gratuitamente la loro mansione (essendo esponenti regionali); la seconda, quella dei detrattori, la quale sostiene che aver ridotto il Senato ad un centro di competenza per un limitato numero di argomenti, farà esplodere i ricorsi e di conseguenza i ritardi, avendo creato 12 differenti modi di possibilità di blocco, a ciò si aggiunge la diatriba sulla “fittizia” elettività dei della seconda camera.

I tecnicismi però, incomprensibili alla maggior parte degli elettori medi come avviene per la stragrande maggioranza dei referendum, non saranno gli elementi decisivi per l’esito della tornata. Ad essere l’ago della bilancia saranno principalmente due fattori: l’astensionismo imperante nel nostro paese; e l’accezione di voto pro o contro il Premier Renzi, il quale, ha affermato, che sarebbe disposto ad abbandonare qualora vincessero i “NO” alla modifica costituzionale.

In realtà, contrariamente a quanto accade per i referendum abrogativi, dove è necessario il quorum per validare la tornata, nel caso di un referendum costituzionale il quorum non è necessario, quindi si andrà incontro alla situazione in cui saranno solo gli elettori effettivi a dare il via libera o meno alla modifica della Carta che regolerà ed influenzerà la vita di ogni cittadino. Motivo in più per esercitare il proprio diritto-dovere di voto. L’italia però, come si sa, è un paese di astensionisti, soprattutto in questa fase di disaffezione politica.

Tale connotazione, unita alla natura differenziata delle due tipologie di referendum, fa si che nel caso di referendum abrogativo (con necessità di quorum dunque) ad essere avvantaggiato è il “NO” che equivale al mantenimento dello status quo, come accadrà per il referendum del 17 aprile, dove, ne sono certo, non verrà raggiunto il 50%+1 degli aventi diritto, consegnando facili argomentazioni vittoriose al Premier, quand’anche l’astensione è legata e alla difficoltà della materia e soprattutto alla disaffezione che il popolo ha nei confronti della politica, quindi proprio il contrario che il perseguimento delle indicazioni di voto (o meglio di non voto) governative.

Nel caso invece di referendum costituzionale, senza necessità di quorum, ad essere avvantaggiati, soprattutto in questa fase politica con l’elettorato sempre più lontano dalla partecipazione attiva della gestione della “res publica”, sono i “SI'” , vale a dire i voti di coloro che sono motivati e conoscitori delle modifiche in essere. Il fatto grave è che con pochi voti si agisce su questioni che regolano la vita di tutti i cittadini e di un sistema paese intero. Nella fattispecie del referendum confermativo di ottobre, con tutta probabilità, Renzi vedrà confermate le modifiche, ed avrà altri elementi per dichiararsi nuovamente vincitore. L’unico elemento imprevisto che può occorrere è il voto proprio contro il Premier, con l’obiettivo di far cadere il Governo ed andare a nuove elezioni, piano, quest’ultimo, sul quale è stato posto il referendum autunnale dalle forze di opposizione.

La strada è lunga, ed al momento non sembra che le opposizioni, M5S, Lega ed FI in primis, abbiano la forza per indirizzare l’esito del referendum, ma il tempo è tanto e se riuscissero ad organizzarsi convogliando tutto il malessere del paese, potrebbe anche verificarsi quell’esito profetizzato dal “fu Casaleggio”, di elezioni un anno in anticipo, nel 2017.

13/04/2016
Valentino Angeletti
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Riforma del Senato, con alle spalle il DEF su pensioni e contanti

Missione compiuta, potrebbe, a ragione, asserire il Governo Renzi, giustificando di fatto la relativa tranquillità manifestata durante la votazione dei singoli emendamenti. Il Senato infatti ha approvato a larga maggioranza, con 179 sì, 16 no, 7 astenuti, la riforma del Senato, o DDL Boschi, che annovera la giovane aretina Maria Elena, tra le figure di spicco di questa legislatura e la proietta verso posizioni di sempre maggior prestigio in un venturo esecutivo Renzi, un “curus honorum” che il Premier vorrebbe la portasse alla presidenza della Camera, che, dopo la trasformazione del Senato, assumerà potere preminente, appoggiata, pare, dal sostegno istruttivo dei mentori Giorgio Napolitano ed Anna Finocchiaro. Durante il passaggio parlamentare, che ha approvato la riforma alla Camera Alta rappresentandone di fatto un “auto-suicidio”, si è verificato l’aventino delle opposizioni, tra cui M5S, Lega e FI, che non hanno preso parte alle votazioni. All’interno della Minoranza Dem, invece, la forte opposizione che, dalle solite ed ormai poco auterovoli voci, sembrava volessero mettere a ferri ignique i palazzi romani, c’è stata la solita rassegnazione, ad esclusione dei più pugnaci Corradino Mineo, Felice Casson e qualche altro prodigo seguace. Ora, il successivo passaggio alla Camera, rappresenta poco più che una formalità, ed eventuali tentativi di bloccare la riforma potranno avvenire solo in seno al referendum confermativo, durante il quale, per finalizzare un fronte degno di rilevanza, dovrebbe creare un metlin pot politico (da SEL a Lega, da M5S a Berlusconi) che, a paragone, la contaminazione etnica delle americhe e degli USA, pare ben poca cosa. Il Senatore a Vita e Presidente Emerito Giorgio Napolitano, si è prodigato in un discorso a favore delle riforme costituzionali, al quale hanno fatto seguito aspre critiche delle opposizioni, da Berlusconi, che a suo tempo fu strenue sostenitore della rielezione di Napolitano, a Vendola, il quale ironizza piccato, come la costituzione precedente fosse stata redatta, nel 48, a firma Terracini ed ora vi sia apposta quella di Verdini (anche se va evidenziato che per il voto finale il supporto dei Verdiniani non ha costituito un fattore discriminante).

Volendo fare una considerazione su Napolitano, effettivamente va detto che ha sempre sostenuto la riforma, sia del Senato che della legge elettorale (in realtà è stato uno dei maggiori sostenitori del Governo Renzi), ma l’auspicio, o proverbiale monito, dell’ex Presidente della Repubblica era di una riforma che fosse il più possibile condivisa, come lo fu nel 48, quando parti politiche diverse ed antitetiche, intavolarono un armistizio a pro della governabilità e dell’interesse della cosa pubblica, alias cittadino. Tale riforma non pare aver conseguito la condivisione auspicata e necessaria. Gli emendamenti spesso sono andati avanti come atti di forza, ed anche il passaggio complessivo al Senato, con 179 voti, non è quella quasi unanimità che avremmo voluto vedere in una riforma così delicata e piena di implicazioni. Del reso gli scontri aspri, e verbali ed a volte quasi fisici, si sono susseguiti ed ampio è il malcontento (il M5S, Di Maio Luigi, fa notare come se fosse in vigore il nuovo Senato, Mantovani, vice governatore della Lombardia in forza a FI, indagato per appalti truccati, godrebbe di immunità e non sarebbe perseguibile).

Detto ciò il percorso della riforma del Senato pare in discesa, e sarà costituito da 24 consiglieri regionali e 21 sindaci.

Le polemiche delle opposizioni, in attesa della battaglia del referendum confermativo, si spostano sull’economia, in vista della stesura del DEF.

Le misure sotto la lente sono un paio: la riforma delle pensioni e l’innalzamento a 3000 € dell’uso del contante.

Sulle pensioni, va dato atto al Premier quando dice che prima di agire su temi delicati come le pensioni e che hanno creato tanto caos e grossi problemi in passato, è bene pensarci una volta in più prima di fare “pastrocchi”. In linea di principio nulla da eccepire, all’atto pratico invece, siamo di fronte alla necessità impellente di modificare i meccanismi pensionistici per sanare la questione degli esodati e chiarire la situazione di quei lavoratori, dipendenti, ma principalmente partite IVA ed autonomi, che si sono visti decurtare il corrispettivo ed allungare, dall’oggi al domani, la vita lavorativa di svariati anni, senza ad ora avere idea di quando sarà il loro turno per il ritiro dal lavoro, comportando per alcuni una pressione psicologica non irrilevante. Sarebbe quindi doveroso, anche senza modifiche complessive che richiedono giustamente uno studio più approfondito, mettere una pezza alle situazioni di limbo che si sono create e che gravano sulle spalle di tanti lavoratori.

L’incremento dell’uso del contate dai 1’000 ai 3’000 €, come per le pensioni del resto, ha attirato le critiche della minoranza Dem, che per bocca di Bersani rappresenta un assist all’evasione e riciclaggio. Il Governatore di Bankitalia, Visco, ha la medesima visione dell’ex segretario PD, mentre l’Agenzia delle Entrate rileva che il provvedimento potrebbe aggravare il bilancio degli istituti di credito con oneri pari a 8 bil, i quali, aggiungiamo, non è difficile che si ripercuotano sui correntisti, come spesso accaduto in passato. Per la Voce.info invece, così come per Confcommercio, il provvedimento andrebbe a vantaggio di piccole e medie imprese e degli anziani. In realtà è assai difficile pensare che un anziano possa andare a spendere 3’000 € in contati, differente sarebbe per le soglia di cui era stata avanzata l’ipotesi di 50 o 100 €. Pagamenti in contanti di 3’000 €, anche ipotizzando facoltosi turisti, peraltro avvezzi all’uso della moneta elettronica, sono sporadici e relegabili ai soli pagamenti di lavoretti domestici ed edili i quali, grazie alle agevolazioni fiscali confermate, non rendono più conveniente l’evasione. Il Premier afferma di voler allineare il valore agli altri paesi europei, come la Francia. Il punto però, è che negli altri stati europei i livelli di evasione fiscale sono decisamente più bassi e l’uso della moneta elettronica assai diffuso, se non prassi comune anche tra i più anziani e per acquisti minimali, come il pane. In Italia non v’è questa mentalità (nè possibilità, perché pagare un caffè con il bancomat spesso non è consentito dal gestore, mentre è naturale in Danimarca), ed è compito del Governo introdurla con lo scopo ultimo di combattere l’evasione. Per tali ragioni, differentemente dai limiti ridicoli di 50 o 100 €, innalzare dai 1’000 ai 3’000 € sembra portare più vantaggi a potenziali medi evasori che a sostenere il commercio; parlandoci chiaro, in pochi girano con 1’000 € in contanti per una spesa in unica soluzione, la grande evasione non è toccata da questa misura, essendo le cifre in gioco sono bel altre, quindi l’impatto complessivo pare, ad una prima analisi, limitato o con leggero vantaggio per la media evasione. Esiste invece il passo indietro sull’istruzione all’uso diffuso delle carte di pagamento, mentalità che nel cittadino italiano, ben poco digitalizzato culturalmente, è ancora lontana e che la politica, tramite l’azzeramento dei costi d’uso, gestione e mantenimento di questi strumenti e con campagne informative e pubblicitarie ad hoc, ha il compito di indirizzare. Qualche giornalista malizioso ha asserto che d’ora in poi le cene di rappresentanza di sindaci e politici possono eccedere, del triplo, il “millino”.

 

14/10/2015
Valentino Angeletti
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Riforme, economia, alleanze: iniziano le danze per le regionali

L’approvazione alla Camera con voto segreto (334 a favore e 61 contrari) della riforma sulla legge elettorale “Italicum” e la seguente, quasi immediata, firma del presidente della Repubblica Mattarella hanno rappresentato una vittoria, un ulteriore trofeo, per Renzi. Ancora non è chiaro se questa legge, che va ricordato entrerà in vigore solo a partire dal primo luglio 2016 e varrà solo per la Camera dei Deputati in quanto di qui ad allora è nei piani del governo portare a compimento la riforma Costituzionale del Senato, consenta un reale e netto miglioramento del sistema elettorale italiano e non provochi, come accusano gli oppositori (M5s, FI, Lega, ma anche molti del PD) che sul piede di guerra sono disposti a mettere in gioco l’arma referendaria, un eccesso di concentrazione del potere.

Sicuramente il vessillo di questa riforma è pregiato soprattutto se offerto alle istituzioni europee. Tra l’altro il compimento della riforma è già stato elogiato dall’agenzia di rating Fitch (che crediamo non sia entrata nel merito della legge e delle sue implicazioni) con la motivazione che arrecherà più stabilità alla futura gestione politica dell’Italia, ma soprattutto perché apre la speranza verso una maggior concentrazione delle riforme ai temi prettamente economici che principalmente interessano le 3 sorelle del rating, i grandi fondi e le banche.

Premesso ciò ed appurata l’ennesima vittoria renziana, la situazione rimane assi complessa (i numeri nel PD si sono ulteriormente ristretti e fondamentale è stato il supporto di Scelta Civica ed NCD) soprattutto in vista della riforma costituzionale e delle elezioni, con relativa della campagna elettorale, per le regionali del 31 maggio venturo.

Sul tema della riforma della scuola il 5 maggio si è tenuto un grande sciopero, capace, come non succedeva da tempo, di riunire tutti i sindacati e sono stati aperti tavoli di dialogo per non arrivare allo scontro che in periodo elettorale tutti preferiscono evitare. Il proposito è giungere a modifiche condivise, che dovrebbero riguardare il potere conferito ai presidi e dirigenti scolastici, la stabilizzazione dei precari e le risorse pubbliche conferite agli istituti privati, anche se il premier Renzi non ha tra le sue capacità una dedizione particolare all’ascolto altrui.

Il tema economico rimane il nodo più dolente, le previsione di primavera della Commissione vedono una crescita di 0.6% per il 2015 e 1.4% per il 2016, leggermente peggiore a quella prevista da Istat e Governo (0.7%), un debito che si stabilizzerà solo nel 2016 ed un deficit al 2.5% nel 2015 e 2% nel 2016 senza tener conto dell’eventuale rimborso sulla rivalutazione delle pensione oltre 3 volte il minimo, che cifre, ancora eccessivamente ballerine, collocano in una forbice tra i 5 ed i 19 miliardi. Il tema del lavoro mantiene la sua centralità ed è la disoccupazione, che permane attorno al 12.5% con quella giovanile attorno a 43.5%, a destare più preoccupazione, anche alla luce del fatto che non si vedono contesti che consentano di invertirne la tendenza, se non di insignificanti punti decimali più dovuti a oscillazioni fisiologiche che motivate da solidi miglioramenti strutturali come la ripresa degli investimenti o dei consumi.

Evidentemente la partita per le elezioni è già iniziata e la recentissima approvazione del taglio dei vitalizi sarà un argomento che il PD di Renzi cercherà di utilizzare contro i movimenti “più anti sistema”, come M5S e Lega. L’eliminazione dei vitalizi per politici condannati in via definitiva a pene oltre i due anni di detenzione non è però immune da polemiche, in quanto con contempla il reato di abuso di ufficio e non viene applicata in caso di reintegro. FI avrebbe preferito una legge ad hoc, mentre il M5S e la Lega (che pure ha votato favorevolmente) avrebbero preferito misure più pesanti. Nonostante ciò è evidente che il mantra secondo cui si sta lottando contra la casta, contro i privilegi e le rendite di posizione, da parte del PD (in cui vi sono stati oppositori anche su questa misura) risuonerà nelle prossime settimane, essendo un argomento che senza dubbio mantiene un elevatissimo appeal tra gli elettori. Alla stregua dell’abolizione dei vitalizi, per il medesimo fine potrà essere utilizzata anche la legge sul conflitto di interessi, che il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi ha dichiarato verrà posta all’attenzione del Parlamento nelle prossime settimane (allo stato attuale parrebbe che coloro che assumessero un incarico di governo siano costretti a vendere aziende ed imprese proprie o comunque a cederne il controllo; se solo questa fosse la misura ci sarebbe da attendare una mercato floridissimo di prestanomi o l’uso smodato di parenti non di medesimo cognome).

Ovviamente non è possibile essere sempre e solo faziosi, se queste leggi, attese da anni e sempre rimandate, vengono fatte bene e correggono lapalissiane distorsioni del nostro attuale sistema, sono ben accette anche in tempo elettorale e sicuramente giustificato motivo per raccogliere consensi. Il rischio però è che per mettere in cassaforte il bottino in tempi rapidi e passare alla fase comunicativa e propagandistica, si trascuri la qualità del provvedimento, rischio che abbiamo avuto modo di veder verificarsi più e più volte.

Parallelamente all’oggettiva complessità tecnica e di bilancio di trovare una soluzione per la sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni, vi è anche il problema del consenso elettorale. Decisioni in merito hanno enorme influenza e coinvolgono un ampio bacino di elettori, molti dei quali storicamente del PD (i pensionati oltre 1’400 € lordi al mese sono generalmente dipendenti o ex del pubblico impiego), è pertanto chiaro che decisioni di limitare i rimborsi preserverebbero parzialmente il bilancio statale, ma al contempo farebbero perdere al Governo voti, contrariamente un eccesso di zelo nel rimborsare gli aventi diritto potrebbe portare problemi di bilancio, aumento del deficit e conseguente sforamento della soglia del 3% deficit/pil, ipotesi che Bruxelles non vuol neppure sentire bisbigliare, concentrati come sono a ricordarci che i conti devono essere mantenuti in ordine ed i patti rispettati.

Simili “armi” elettorali, potrebbero essere utilizzate dal governo per esorcizzare e mitigare una situazione che a livello prettamente partitico rimane difficile, tanto a destra quanto a sinistra.

La Liguria, regione storicamente votata a sostenere il PD, vede una situazione complessa per i Democratici causata dell’uscita di Sergio Cofferati dopo le tese Primarie per la scelta del candidato di partito, dalle accuse alla candidata ufficiale renziana Raffaella Paita che gli oppositori rimproverano di essere ancora in corsa nonostante sia indagata nell’ambito dell’inchiesta sui disastri meteorologici ed i mancati allarmi ed infine dalla scissione con il candidato civatiano Pastorino, che ha fatto le veci di precursore del recente abbandono da parte di Giuseppe Civati del partito, il quale corre da solo e che potrà senza dubbio drenare voti ai democratici, fungendo da primo test elettorale per una forza politica alla sinistra del PD. Il fluido contesto Dem, e le divisioni interne che permangono, pare poter porre in vantaggio l’esponente di Forza Italia al momento più rappresentativo a livello nazionale, Giovanni Toti.

In Puglia ad essere diviso ed indebolito dai contrasti interni è invece il centro destra. Sono presenti infatti due candidati di centro destra: Adriana Poli Bortone, per Forza Italia, Lega e Liberali e Francesco Schittulli, afferente alle tre liste dell’area fittiana. Sembra dunque che Michele Emiliano, ex sindaco di Bari, possa avere vita facile nonostante sia accusato di raccogliere ingressi provenienti da ogni parte politica finanche l’estrema destra, ma del resto le elezioni si vincono col cinismo ed i  numeri e non con l’etica e la morale, anche se, viste la debolezza del centro destra, per preservare l’immagine Emiliano potrebbe fare anche a meno di criticabili e dubbi sostegni.

La Toscana, altra roccaforte rossa dove si ripresenta l’uscente Enrico Rossi, non pare avere particolari problemi a riconfermare il suo colore, se non quello di dover fare i conti con un probabile incremento di elettori per Lega e M5S.

Un altro contesto complesso è quello della Campania, dove Stefano Caldoro è candidato unico per le 10 liste di centrodestra, mentre per il PD il candidato a Governatore è Vincenzo De Luca, divisivo perché si è candidato nonostante il PD avesse espresso desiderio contrario. Inoltre sono di oggi i sospetti lanciati da Saviano e dal Fatto Quotidiano su possibili infiltrazioni mafiose all’interno del PD. Come in Puglia anche in Campania la campagna acquisti del PD è pesante, ne è testimonianza l’ingresso, a sostegno dei Democratici, di Demita, che nonostante ormai fuori dalla politica nazionale, continua ad avere notevoli influenze e seguito elettorale a livello territoriale.

Assai spinosa risulta essere la region Veneta. A livello teorico la vittoria Leghista e del centrodestra dovrebbe essere scontata, ma, ancora una volta, a vantaggio del PD renziano e della candidata Alessandra Moretti (ex Bersaniana ed ora Renziana doc), vi è la scissione occorsa nella Lega tra il candidato ufficiale di Lega e FI, Luca Zaia ed il sindaco di Verona Flavio Tosi, non sostenuto da Salvini, ma che comunque ha deciso di correre in solitaria. Tale frammentazione inevitabilmente getterà numerosi dubbi nell’elettorato leghista e di CDX considerato il gran seguito che hanno sia Zaia che Tosi. Taluni potrebbero decidere di votare PD o M5S che presenta alcune idee “antisistema ed anticasta” comuni alla Lega, o, cosa ancora più probabile, potrebbero andare ad infoltire le schiere degli astensionisti.

Più canonica la situazione dell’Umbria dove pare avvantaggiata la Presidente Uscente Marini, del PD, sostenuta oltre che dai Democratici anche da SEL.

Analoga situazione nelle Marche, con l’anomalia che il Presidente PD uscente, Gian Marco Spacca, ha abbandonato il centro sinistra per il centrodestra; la sua lista Marche 2020 ha raccolto gli ingrassi di Area Popolare ed è sostenuta da FI. Il candidato PD è il giovane sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli che può confidare anche nel supporto dei Popolari-UDC.

In una situazione, che comunque vede ancora avvantaggiato il PD di Renzi, secondo solo agli astensionisti, ma del tutto fluida ed incerta e con il centrodestra che ha legato l’esito della tornata alle urne (principalmente in Toscana, Veneto, Liguria e Campania) alla tenuta e sopravvivenza del Governo, fervono le manovre ed i lavorii in vista della campagna elettorale, lustrando e preparando le “armi mediatiche” e le scoccate comunicative.

08/05/2015
Valentino Angeletti
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Brutti dati e brutta politica spingono ad una “violenta” denuncia

Che la situazione italiana sia complessa dal punto di vista politico ed economico è superfluo ripeterlo per l’ennesima volta, ma ora, nonostante la tendenza a minimizzare sui dissidi politici da parte del Governo ad iniziare da Renzi e Delrio, si è arrivati ad una svolta preoccupante.

Il Governo è stato battuto nella votazione a scrutinio segreto (qui si disse che avrebbe portato questo genere di problemi) in merito ad un emendamento presentato dalla Lega. Il caos ha regnato in Senato con le proteste animate da Lega ed M5S tanto da dover sospendere la seduta a seguito di indegni episodi di urla e spinte che sono costate una presunta lussazione alla spalla per l’esponente NCD Bianconi, trasportata in ospedale. Grasso ha dovuto minacciare addirittura l’intervento dei custodi che svolgono funzione di polizia per ripristinare l’ordine. Il voto riporta alla memoria i 101 franchi tiratori del PD che “impallinarono” Prodi alle scorse elezioni del Presidente della Repubblica e che forse hanno altamente contribuito a generare le condizione al contorno per questa situazione di stallo.
Tale episodio segue l’allarme di Cottarelli sulla Spending Review (spending review LINK-30/07/14, LINK-22/01/14, LINK-15/02/14), il cui fine ultimo avrebbe dovuto essere la riduzione del carico fiscale (ai massimi mondiali in Italia) e del debito (tendente al 137%).
Il Commissario ha fatto notare in riferimento alla coperture, individuate ex ante nella revisione della spesa, di 1.6 mld € per alcuni pensionamenti nel settore pubblico a rimedio degli effetti collaterali della Legge Fornero, che se si continua spendere basandosi sulle previsione (neanche sui dati reali) della Spending Review gli obiettivi di riduzione fiscale non potranno essere raggiunti, né tanto meno quelli di riduzione del debito. Ricordiamo che il taglio e l’ottimizzazione della spesa sono giustamente un cavallo di battaglia a partire dall’Esecutivo Monti sempre confermato nei governi seguenti e che l’Europa chiede pressantemente dati certi e numeri chiari su questo spinoso tema che costa al paese circa 800 mld annui di cui 300 mld comprimibili fin da subito. Ricordiamo anche che il Commissario non ha alcuno potere esecutivo rispetto ai report ed alle azioni che propone, l’implementazione spetta alla politica declassando il commissario a consulente e proprio questo è il nodo cruciale.

Verissimo come dice il Premier Renzi che, considerando la probabile uscita di Cottarelli, la Spending Reviw si po’ fare ugualmente. Ciò vale però solo se c’è quella volontà mancata fino ad ora e non sarà un altro commissario a procurarla, ma è richiesto che i partiti si decidano e si accordino su dove agire immediatamente.
Nessun commissario, a meno di non conferirgli potere attuativo che ridurrebbe il potere della politica su decisione della politica stessa, cosa che sinceramente non si è mai vista, potrà fare più di quanto fatto da Bondi o Cottarelli, del resto ormai i capitoli di spesa da tagliare sono ben noti (aziende municipalizzate, pubbliche, centri di costo, sanità, regioni, province, politica, alcune forme di incentivi e sovvenzioni ecc) e forse la necessità di un commissario speciale non è più giustificata, serve invece la voglia di tagliare e fin da subito il che vuol dire scontentare qualcuno. Più i risparmi, quindi le somme attualmente spese, sono ingenti più si va in alto nella catena del comando e più e difficile tagliare questo ramo infetto proprio a causa della chioma di potere ed influenza che lo ricopre.

Oltre a queste vicende al confine tra politica ed economia arrivano le questioni prettamente economiche.

L’AIBE (Associazione Italiana banche Estere) ha messo in guardia dal rischio che investitori esteri possano rallentare l’acquisto dei titoli di stato italiani.

Dopo la revisione al ribasso di tutte le stime di crescita da parte di tutti gli organi (anche l’Istat ha una prospettiva di crescita “difficile” al 0.2% da confermare a breve coi dati ufficiali); dopo gli ultimi dati Istat che certificano una disoccupazione del 12.3% (in realtà in calo di 50’000 unità, ma sempre altissima) che arriva al 43.7% per i giovani, livello più alto da quando sono iniziati i rilevamenti nel 1977; dopo una inflazione (a chi piace vedere il segno positivo si può dire che si ha +0.1%….. ma di deflazione) di -0.1% a luglio rispetto a giungo e di 0.1% rispetto a luglio 2013, anche Padoan e Renzi cominciano a lanciare allarmi.

Al MEF ed al Governo affermano che la situazione è più preoccupante del previsto, che servono sacrifici e che non si avrà quel percorso virtuoso immaginato (forse più sperato). Ciò, a loro detta, sarebbe dovuto ad un acuirsi delle congiunture macroeconomiche negative che hanno ribassato le crescite in tutta Europa. L’affermazione è vera solo in parte, perché se alcuni Stati sono effettivamente in difficoltà altri, che hanno fatto quelle azioni che avrebbe dovuto fare l’Italia (e che sono più che note), vanno meglio.
Gli UK a seguito di un piano di taglio di spesa, peraltro supportato dall’azienda con sede a Milano “Bravo”, di 11 miliardi di $ includendo tagli ai lavoratori pubblici senza gravare sull’occupazione complessiva, assieme ad un piano di defiscalizzazione per le imprese, avrà una crescita, secondo l’FMI, del 3.2% nel 2014 e del 2.7% nel 2015.
Lo stesso FMI ha posto la crescita spagnola, ove il percorso di riforme è stato iniziato ben prima che in Italia, all’ 1.2% ed 1.6% per il biennio 2014/15 e lo stesso Governo di Madrid ha rivisto al rialzo le stime ponendole sempre per il 2014/15 a 1.5%-2% dai precedenti 1.2%-1.8%.
In USA l’istituto di Washington vede un +1.7%-3%, ma è dato consolidato che la crescita statunitense nel Q2 2014, messo alle spalle il rigido inverno e nonostante la prosecuzione del tapering, sia stata +4% rispetto al Q2 2013. Non è dunque vero che tutto il mondo è paese italico (poi certo, l’Argentina è in default pilotato, in Liberia c’è l’Ebola ed anche il Botswana non se la passa meglio di noi… sono soddisfazioni se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno…).

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

IFM, previsioni PIL 2014/15 mondo

Complessivamente la crisi sta risultando, incrociata con gravi vicende internazionali, più drammatica del previsto, ma ciò non giustifica affatto l’incapacità di reagire o quanto meno di provare a farlo in modo concreto, determinato e condiviso da parte del nostro paese.

La situazione va precipitando da almeno 5 anni e da almeno 3 ci ripetiamo che non c’è più tempo. Sono stati istituiti Governi di emergenza, speciali per far fronte all’eccezionalità della crisi con misure Shock in grado di lasciare un segno nel breve e pianificando interventi miranti nel medio-lungo periodo che fossero strutturali, creassero nuove opportunità di crescita e rimediassero ai cronici vizi del paese.
Dissi che il processo sarebbe stato lungo, che probabilmente avrebbe richiesto 10-15 anni e sostanzialmente una generazione, quella dei 25-30 enni senza speranza di una qualità di vita superiore a quella dei padri, constatai che esistono numerosi gli italiani (operai, artigiani, imprenditori, giovani, vecchi, donne uomini) disposti a mettersi in gioco, a patto che le alte sfere mostrassero realmente la buona volontà di cambiare le cose in meglio potendo poi utilizzare l’autorevolezza dei risultati, anche in Europa.
I dati in calo forse non faranno salire oltre il 3% il rapporto deficit/PIL, ma il contenimento sarà probabilmente artificio contabile del nuovo calcolo europeo del Prodotto Interno che calcolerà retroattivamente alcune attività illegali (scandaloso che un aiuto ci venga da questa circostanza chissà quanto fortuita) e che quindi, incrementandolo in valore assoluto, pur senza influenza sulle variazioni percentuali del PIL rispetto a se stesso m/m o y/y, va a variare favorevolmente i rapporti ed i differenziali proprio come quello con il deficit.

Le soluzioni possibili a ben vedere non sono né poche né sconosciute, anzi ormai sono ben note, proprio come i capitoli di spesa della Spending Review.
Si conoscono sia in campo economico che istituzionale, le hanno presentate economisti, giornalisti (Alesina, Giavazzi, Rizzo, Stella, Sapelli, Piga, Fubini e ne dimentico tanti), costituzionalisti, persino qui sono state snocciolate più e più volte già in tempi non sospetti e quando avrebbero potuto sortire effetti benefici se implementate, anche solo parzialmente, per tempo.
Non è tanto l’individuazione delle misure la parte difficile, lo è invece la loro attuazione perché richiede volontà politica unanime, accordi, talvolta compromessi che però in un momento di urgenza si devono trovare per il bene del paese, del resto è questo il compito dei politici: il governo ottimale della Polis.

Invece no, purtroppo è un dato di fatto che molta della classe dirigente-politica, non tutta, lungi da me generalizzare, ma sufficiente a creare quella viscosità che sfocia nella conservazione o in una troppo lenta e poco incisiva azione, composta da luminari super laureati si sia mostrata e continui a mostrarsi o incapace e cieca alla realtà proseguendo coi litigi, le inezie e le perdite di tempo, forse troppo lontana dalla crisi visto il salario su cui possono contare che la porta a non sentire quell’impellenza e quella necessità di agire all’unisono come dovrebbe in emergenza per il bene del paese e per onorare la loro missione oppure colpevolmente e vigliaccamente propensa a difendere interessi di partito, di posizione, personali che la rende indegna di essere chiamata Onorevole.

Sono molto duro perché non si può continuare a constatare che non c’è tempo e poi perderne di ulteriore; che quanto fatto fino ad ora non è sufficiente e non rimediare di conseguenza; che il processo di riforme istituzionali ed economiche è da portare a termine salvo poi, rimanendo bloccati per giorni e settimane su un singolo emendamento, rimandarne continuamente le scadenze; che la situazione è peggiore del previsto quando si sapeva benissimo che si sarebbe giunti a questo punto se non si fossero fatte azioni IMMEDIATE: il processo economico non si ferma in agosto e non viene rallentato dal dissenso sulla modifica ad una legge costituzionale (c’è chi diceva “fai male a non occuparti di economia perché anche quando non te ne accorgi l’economia si occupa di te e quando te ne accorgi in genere non è piacevole”).
Sono certo, e non vorrei peccare di presunzione o sembrare saccente, che tanti di noi, giovani e meno giovani, servirebbero meglio il Paese ma non ne hanno avuto e non ne avranno mai la possibilità semplicemente e banalmente perché non del giro giusto, ma giusto per chi? Per l’Italia? Bhà!

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31/07/2014
Valentino Angeletti
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Tagliola fu, ma in nella cronica lentezza del dissenso

Dopo che ieri, primo giorno di voto in aula sugli emendamenti dalla riforma del senato che ha portato il bottino di due sole votazioni con bocciatura dei testi proposti, oggi è stato deciso che si ricorrerà alla tagliola, ossia alla contingentazione dei tempi, per arrivare al voto definitivo entro la pausa estiva dell’ 8 agosto.

Questa esigenza, che, sottolinea Zanda del PD, non è piacevole e sarebbe stata volentieri evitata, si è resa necessaria perché con un ostruzionismo ad oltranza il quale non consente né dialogo né confronto costruttivo e con 7850 emendamenti in ballo non ci sarebbe modo, pur utilizzando l’effetto canguro/domino, di giungere in tempi rapidi ad un voto finale.

Il dissenso di per se non va demonizzato, anzi e parte del processo democratico e migliorativo di una legge o di un provvedimento, ma deve avere l’accezione positiva del confronto e non nascondere dietro di se la volontà di non cambiare nulla, come si ha la sensazione che stia accadendo.

La determinazione di Renzi e del Governo nello sbrogliare il nodo delle riforme è evidente ed ammirevole è l’energia che il Premier ci mette, però non si può non constatare che in tal contesto di dissidenza generalizzata, mossa vuoi per motivazioni di dissenso puramente politico, vuoi per un atteggiamento conservatoristico e protezionistico di interessi particolari che pervade parte del PD, della maggioranza di governo ed ovviamente nelle opposizioni, così come tra altri elementi della società come aziende, enti pubblici, dipendenti di Camera e Senato e molti altri gruppi di interessi, è pressoché impensabile giungere entro breve termine alla soluzione del problema, pur con tutti i moniti del Presidente Napolitano che sottolinea la necessità di evitare gravi paralisi e pur con la proposta di lavorare ad oltranza, anch’essa altamente contestata, dalle 21 alle 24 nel mese di agosto, weekend inclusi.

Ad aggiungere lentezza e macchinazioni alle procedure si inseriscono poi la viscosità dei processi burocratici italiani che richiedono altri 3 passaggi in aula per una riforma come quella del Senato la quale potrà essere operativa non prima di qualche anno e la possibilità del voto segreto su 900 argomenti che acuirebbero sicuramente le divisioni dando adito a macchinazioni e mercanteggiamenti. Il risultato è che i lavori procedono a rilento, in modo non chiaro, infatti non c’è totale consapevolezza se si stia andando incontro ad un Senato di nominati o di eletti a volte a seconda dell’interpretazione del termine il Senato venturo potrebbe essere elettivo o nominativo. Una vicenda che ben rappresenta la monicelliana “supercazzola”.

La necessità della modifica della governance del paese, e lo si ripete per l’ennesima volta, è fondata poiché è necessaria una modernizzazione e poiché è  funzionale anche all’aspetto economico, ma non può, nonostante il lodevole zelo del Premier nel portare i risultati, sottrarre troppe energie ed arrivare a conclusione troppo tardi, perché in fasi economiche come quella in essere il non rispettare i tempi equivale a non centrare l’obiettivo.

La veritiera affermazione che non si è fatto nulla fino ad ora, perdendo colpevolmente anni, e che quindi qualche mese in più o in meno non sono la fine del mondo, perde di significato quando si devono fare i conti con una crescita in continuo ribasso, stimata in zero da Confindustria e dimezzata rispetto a tre mesi fa anche dall’FMI che l’ha allineata alle previsioni Censisi, Eurostat ed Istat di 0.3-0.2%, con consumi e produzione industriale che si muove sul filo dello 0 animando l’euforia quando sale di qualche decimale e buttando nella depressione quando si porta appena sotto lo zero senza considerare che nelle dinamiche reali oscillazioni simili non hanno impatto significativo se non quello di confermare il trend in essere, sfortunatamente per noi negativo. Anche le riforme più rivolte all’economia hanno subito uno slittamento rispetto al “cronoprogramma”, il Jobs-Act è rimandato a settembre, mentre le privatizzazioni hanno rallentato paurosamente, tanto che per far fronte al minor gettito derivato dalla collocazione in borsa di Fincantieri e dalle posticipazioni delle quotazioni di Enav e Poste si sta accelerando nella dismissione di circa il 30% di CdP-Reti che raggruppa importanti infrastrutture energetiche italiane (Snam ad esempio) in favore dei partner cinesi e si sta facendo sempre più concreta la collocazione di ulteriori quote di Eni ed Enel (gettito totale 6 miliardi) con relativa modifica della legge sull’OPA che abbasserebbe dal’attuale 30% al 20% (o 25% come richiesto dal governo) la soglia minima che garantirebbe il totale controllo. Modifica che fa parte del pacchetto DDL Competitività, domani 25 luglio in scadenza e che rischia di rimanere incompiuto.

La situazione è tale che il tempo per implementare misure, senza false illusioni efficaci nel medio periodo, equivale a raggiungere l’obiettivo, il ritardo è un fallimento, a maggior ragione quando l’Italia dovrebbe investire i prossime sei mesi per andare in Europa e dettarne l’agenda, partecipare alla “partita delle nomine”, trattare seriamente con pesanti investitori esteri senza lodarsi per aver ricevuto qualche briciola (come gli scorsi 500 milioni dal fondo del Quatar, per gli elargitori poco più di una mancia per una brava colf) cosa che evidentemente non può fare con piene forze se invischiata nella lotta ai conservatorismi interni.

Al momento, senza voler essere cattivi o troppo pessimisti la situazione è che: il paese non ha trovato quella temporanea armonia dell’accordo trasversale per far sollevare l’Italia da un periodo oltremodo difficile (anche a livello sociale e perciò la mancanza dell’accordo è ancora più grave) che si auspicava tempo fa; mostra dati economici inattesi e decisamente peggiori del previsto; le riforme proseguono troppo lentamente sul piano istituzionale ed anche su quello economico continuando a slittare; in Europa ancora non si è chiarito se il concetto di flessibilità è quello proposto da Padoan o da Katainen; un reale piano industriale e di investimenti pubblici che risponda alla domanda “dove vuole andare nei prossimi 40-50 anni il paese e soprattutto che mezzi vuole mettere in campo” non esiste ancora.

Pensare che di opportunità anche connesse al nostro semestre europeo ve ne sarebbero, ad esempio il nuovo pacchetto clima-energia europeo pone il nuovo obiettivo di risparmio energetico al 30% entro il 2030, insieme a una riduzione del 40% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990 e ad una quota di energie rinnovabili pari ad almeno il 27% del consumo totale di energia. Tutti campi in cui l’italia eccelle per competenze e tecnologie e dove potrebbe investire creando un importante indotto ad alto valore aggiunto e diventando per risultati oggettivi un esempio mondiale….. forse però per i fissati del Senato i reali problemi sono altri.

Vale sempre il solito quesito, pur in una situazione istituzionale complessa, con una legge elettorale a metà, le elezioni ed una conseguente forte maggioranza (che rimane una scommessa da vincere da parte di Renzi) potrebbe riuscire a sbloccare l’impasse?

el resto si disse tempo fa che il governo avrebbe avuto vita difficilissima dovendo sottostare a molti compromessi: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07-05-14

24/07/2014
Valentino Angeletti
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Elezione senza precedenti del nuovo presidente della Commissione ed il patto sulla flessibilità

La designazione del nuovo Presidente della Commissione Europea sì è conclusa non senza difficoltà. L’esito è stato quello che, stando a come era stata presentata questa tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, le elezioni avevano suggerito. Dai media ed anche dalle comunicazioni istituzionali pareva che l’elezione del nuovo Presidente di Commissione fosse sostanzialmente diretta, senza precisare chiaramente che in realtà si trattava solo di una indicazione alla quale il Consiglio ed il Parlamento Europeo avrebbero dovuto prestare attenzione per il loro voto, vera espressione decisiva in questa nomina.

La presidenza andrà dunque a Jean Claude Juncker, candidato del partito popolare che alle elezioni di maggio aveva raccolto la maggioranza delle preferenze. Il finale non è stato assolutamente scontato, anzi è stato tirato fino all’ultimo, benché per la prima volta in assoluto il popolo si fosse espresso. Altro primato da sottolineare è l’assenza della totale unanimità da parte dei 28 membri, infatti il Presidente è stato eletto a maggioranza qualificata con 26 voti sui 28 totali, circostanza che non ha impressionato più di tanto i votanti, a cominciare dalla Merkel la quale ha ribadito come l’unanimità del resto non sia necessaria.

A votare contro  sono stati il Premier ungherese, Orban, esponente di una destra estrema e dichiaratamente anti europea, ed il Premier britannico David Cameron secondo cui Juncker sarebbe l’espressione di una continuità accentratrice a Bruxelles della sovranità che lascerebbe troppo poco spazio ai singoli stati. Cameron si è espresso in un vaticinatorio “ve ne pentirete” di manzoniana memoria, chissà se si tratta solo di una sorta di pronostico personale o se ha intenzione di prendere provvedimenti per far avverare il monito, magari agendo in sinergia con i potenti banchieri della City. Da considerare che l’economia inglese è legata a triplo giro alla finanza londinese che in questo periodo viaggia a gonfie vele, ma che non può non guardarsi dal rischio di uno scarico degli oscillatori come alcuni parametri potrebbero far ipotizzare. Molti importanti quotidiani britannici titolano esprimendo il concetto secondo cui la Gran Bretagna sarebbe più vicina all’uscita dall’Unione e rimproverano al loro Premier la modalità conduzione della trattativa; ciò fa senza dubbio pensare a come la reputazione e l’interesse per l”Unione Europea sia mutata nel corso del tempo, di certo è probabile che nel prossimo futuro vedremo una Gran Bretagna sempre più avamposto statunitense e sempre più in sintonia con l’alleato storico d’oltre Atlantico.

Nella trattativa che ha portato alla scelta del popolare Juncker, Renzi avrebbe mantenuto la posizione più volte espressa, vincolando la scelta del candidato alla presenza di un programma e di una agenda condivisa che dovrebbe ridisegnare le modalità di governance europee all’insegna di lavoro e crescita. Il riassunto di questo programma può essere espresso con la parola forse anche abusata, di flessibilità, ed in particolare di flessibilità in cambio di riforme.

La frase però risulta in ogni caso ancora ermetica: di che tipo di flessibilità si parla? Flessibilità pur rispettando i patti? Flessibilità sui conti? Concessione di più tempo? Flessibilità entro i vincoli? Ovviamente non è pensabile che verranno aperti i cordoni delle borse come si si fosse fatto un jackpot a Las Vegas. Ed ancora, come si farà a quantificare la flessibilità da poter applicare come contropartita per una determinata riforma?

Lato italiano comunque sia intesa questa flessibilità, ed è un bene che se ne parli, l’importante è puntare alle riforme in tempi rapidi, non tanto per accedere alla paventata flessibilità, o meglio non solo, quanto perché davvero indispensabili nel nostro paese. Il processo riformatore, come dimostrano le tensioni sulla riforma del Senato, non è così semplice da intraprendere, e singolare è il fatto che ogni volta che il Premier si allontana dall’Italia si manifestano i malumori; è successo a Renzi come successe a Letta (ricordiamo, e qui ne parlammo, il terremoto Telecom-Telefonica proprio quando l’allora premier Letta era in USA a rassicurare gli investitori sulla stabilità ed affidabilità del nostro paese). Il semestre italiano alla guida del Consiglio EU può dare una mano ad impostare qualche priorità ed una agenda su cui discutere e sulla quale poi la Commissione potrà prendere spunto per legiferare, ma anche in tal caso dimentichiamoci chissà quale vantaggio correlato; ricordiamo che la presidenza in uscita è stata della Grecia e non pare che gli ellenici abbiano ottenuto particolari elargizioni o abbiano avuto la possibilità di indirizzare il lavoro di Bruxelles a proprio pro.

In Europa dovrà essere chiarito in cosa consiste questa flessibilità e come si interfaccerà con le politiche della ECB per sostenere la crescita. Ad essere precisi di un certo margine di flessibilità hanno già goduto la Francia, con la concessione di più tempo per raggiungere il 3% nel rapporto deficit/PIL, ma anche l’Italia con lo spostamento al 2016 del pareggio di bilancio. Le tempistiche per applicare la flessibilità necessaria a creare uno shock tale da influenzare concretamente lavoro e crescita, devono essere più che stringenti. Troppo spesso in Europa a fronte di intenzioni più che condivisibili ed encomiabili, la rapidità non è stata quella che avrebbe dovuto essere, come nel caso dell’unione bancaria che avrebbe potuto contribuire in modo decisivo alla gestione della crisi, ma il cui processo lungo e macchinoso è ancora lungi dall’essere completato.

Quello che quindi dovrebbe essere auspicato è un processo riformatore rapido, incisivo e concreto nel nostro paese così come in Europa, la definizione del concetto di flessibilità e di precisi settori di intervento ed investimento (energia, trasporti, telecomunicazioni) in ambito europeo e la loro immediata applicazione in sinergia con una politica monetaria espansiva.

28/06/2014

Valentino Angeletti
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Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare?

La giornata di ieri è stata decisamente travagliata per il Governo. Due le questioni fondamentali, da un lato il congresso nazionale della CGIL di Rimini dall’altro il voto in commissione sulla riforma del Senato (per approfondimenti link Unita.it, Ansa.it).

Riguardo alla riforma del Senato dopo una prima vittoria doll’ OdG proposto da Calderoli con una vittoria di 15 a 13, tra cui spiccano il voto favorevole dell’esponente della maggioranza di Governo Mauro e l’assenza del Senatore PD Mineo, passa in tarda serata la proposta del Governo per 17 a 10 con il decisivo appoggio, precedentemente negato, della forza di opposizione FI. Il testo base del Governo passa una prima approvazione, ma il percorso per la riforma del Senato è ancora lungo e sono possibili modifiche a questo punto mai scontate.

Aria di tensione si continua a respirare anche tra sindacati, in particolare, CGIL e CISL, e Governo accusato di escludere totalmente ogni forma di concertazione e di arrogarsi l’epiteto di innovatore semplicemente perché in opposizione con le sigle sindacali. Il tema centrale è indubbiamente la riforma del lavoro accusata di aumentare precarietà  e non garantire adeguati diritti ai lavoratori senza peraltro contribuire ad abbassare il livello di disoccupazione.

Se nei confronti dei sindacati e della Camusso, con la quale potrebbero sussistere pregresse ingerenze interne al PD, il Premier ed il Ministro Poletti possono dire che verranno ascoltati ma poi il Governo deciderà in autonomia la propria strada secondo quello che ritiene essere il bene per il paese altrettanto non può essere fatto nelle varie commissioni dove le votazioni sulle riforme non sembrano avere numeri sempre sufficienti.

Riguardo all’argomento lavoro va sottolineato che in passato è innegabile che i sindacati abbiano in certe situazioni prediletto la tutela di diritti acquisiti ed effettivamente ormai fuori tempo e luogo e si siano opposti ad una sostanziale innovazione del concetto di lavoro e di industria che avrebbe dovuto essere affrontato già da tempo, senza ovviamente venire meno ai diritti dei lavoratori; diritti che, pur senza riduzioni, potrebbero necessariamente dover essere adattati (ripeto non diminuiti) alle nuove contingenze macro economiche. Tale rigidità è stata un parziale contributo, assieme alle ben più importanti assenza di una politica industriale concreta dei precedenti Governi e crisi mondiale, all’accrescimento del livello di disoccupazione. D’altro canto è condivisibile anche la richiesta avanzata dalle sigle sindacali di una politica industriale, economica (ed aggiungo monetari esulando dal perimetro del Governo italiano), che supporti la creazione di posti di lavoro e quindi la ripresa economica.

Considerando lo scenario macroeconomico e le sue evoluzioni appare chiaro che siano necessarie sia una chiara e lungimirante (ossia in grado di interpretare scenari di medio e lungo periodo non escludendo eventuali adattamenti in corso dovuti ai rapidi cambiamenti economico, sociali, geopolitici e tecnologici a cui dovremo sempre più abituarci) politica industriale così come un’impalcatura legislativa e normativa che supporti la creazione di posti di lavoro, la riqualificazione dei lavoratori, la flessibilità, la formazione, i nuovi modelli e settori economici e la sostenibilità rispetto ad ammortizzatori sociali e tutele.

Tornando ai numeri dell’Esecutivo, come testimoniato dalla votazione sul Senato, sembra proprio che la strada delle riforme sia lastricata di difficoltà poiché sono presenti frange interne al PD, frange interne al Governo ed una opposizione con potere determinante. Ogni commissione, ogni emendamento, ogni OdG, ogni proposta di modifica sarà una forca caudina non tanto per il Governo che non ha una linea ben definita e condivisa da tutti membri, quanto per il Premier Matteo Renzi e per la sua idea finale di assetto istituzionale. Inoltre quando sarà il momento di riformare le PA o aggredire quei privilegi che Renzi ha detto di voler scalfire, i giochi si faranno ancora più duri e serrati in quanto in certi casi ad avere voce in capitolo su alcune riforme sono proprio coloro i quali vengono penalizzati dalle stesse. Per giunta l’azione di certi gruppi di potere derivanti dalla politica delle conoscenze e delle relazioni (e non centra nulla l’attività di Lobbying sulla quale è stato gettato fin troppo discredito “link: distorsione mdiati ca delle lobby) agiscono in modo non ufficiale lungi dunque dall’essere chiaramente individuati.

Certamente scontro serrato vi sarà anche sul testo della riforma del lavoro, e vi sarà anche all’interno del PD, dove il sindacato è presente così come lo è nella commissione lavoro, oltre che con l’alleato di Governo NCD, con FI, col M5S e con Scelta Civica.

Del tutto personalmente, alla luce delle voci poi immediatamente smentite secondo le quali eventuali bocciature del testo base del Governo sul Senato avrebbero comportato le dimissioni del Ministro Boschi e dello stesso Renzi e considerando le dichiarazioni del Premier che sarebbe pronto a dimettersi in ogni momento qualora non riuscisse a completare quanto promesso, ritengo che il processo di riforme possa riuscire ad andare avanti mosso dalla credibilità europea e mondiale in gioco, dal timore di ripercussioni finanziarie sui mercati ([link] che a dire il vero sono mossi da variabili ben più ampie rispetto alle politiche interne italiane), dall’interesse di molti investitori internazionali che in questa fase sembrano pronti ad investire in Italia a patto del completamento di un sostanziale pacchetto di riforme e di una stabilità politica fino a qui sempre in dubbio e che ha portato a sfare e disfare quanto fatto in precedenza rendendo ogni certezza ed ogni piano industriale, fondamentale per coloro che vogliono investire, inconsistenti.

La domanda centrale però è: a che prezzo si potrà andare avanti? Quali compromessi, non tanto il variegato Governo quanto lo stesso Renzi, dovrà accettare? I risultati e quindi l’impatto sui cittadini, lo shock economico necessario, il radicale cambiamento della PA, la riduzione delle spese e dei privilegi, quanto si discosteranno da quello che il Premier aveva in mente? Quanto potranno essere ignorate e superate le burocrazie, le tecnocrazie e tutte quelle realtà particolari che influiscono indirettamente sulle scelte politiche e per le quali la conservazione del sistema in essere è fonte di guadagno?

A priori non è possibile rispondere a queste domande e c’è da stare certi che il percorso sarà lungo, duro e non privo di colpi di scena tanto da far sorgere un’ultima e dirimente domanda:

Non dovrebbe forse il Premier pensare se e quanto potrebbero essere utili eventuali elezioni anticipate dove mettere in gioco non tanto la vittoria, quanto una ampia vittoria, testimonianza di un paese che sarebbe davvero dalla sua parte e del quale tutti i partiti dovrebbero a quel punto prendere atto, tale da rendere possibile la sostituzione delle “imperiture” burocrazie e tecnocrazie bloccanti e conservatrici nonché la creazione di un governo non di compromesso ed avente i numeri affinché i propri piani e le proprie idee possano essere messe in atto senza subire distorsioni e snaturamenti? 

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07/05/2014
Valentino Angeletti
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Renzi al Qurinale. Il processo riformatore che deve coinvolgere l’Italia e l’Europa.

Si è svolto in mattinata l’incontro tra il Premier Renzi, impegnato in svariati tavoli internazionali con al centro la crisi ucraina, ed il Presidente della Repubblica Napolitano. Il tema è stato quello delle riforme, fondamentali secondo i Presidenti ed oggettivamente non più rimandabili nei fatti.
Negli ultimi giorni però sono sorte alcune falle nel processo riformista che pareva avviato e scandito da un rigido crono-programma.
I maggiori azionisti del patto per le riforme sono il PD, ala renziana, e Berlusconi, leader indiscusso di Forza Italia. Il leader di centro destra, probabilmente a causa delle vicende giudiziarie e soprattutto vedendo avvicinarsi le elezioni europee in un momento in cui la popolarità della sua parte politica è quasi ai minimi, ha esplicitato la possibilità di non appoggiare le riforme, ed in particolare quella del Senato, che vorrebbe mantenere elettivo, e quella della legge elettorale che, sempre stando ai sondaggi, non gli consentirebbe di incassare il dividendo riservato ai primi due partiti.
In questo momento gli istituti di statistica (di seguito risultati del sondaggio IXE’ realizzato per Agorà) danno PD al 32.1%, il M5S al 27.4%, e Forza Italia al 17.5% i cui elettori si sarebbero allontanati per avvicinarsi proprio allo schieramento di Grillo (l’astensionismo complessivo rasenterebbe quasi il 50%, segno di distacco dei cittadini da politica ed Europa. Probabilmente sul dato influirà anche la singola tornata domenicale del 25 maggio soprattutto in caso di bel tempo).

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE' per Agorà.

24/04/2014 Sondaggio intenzioni di voto europee maggio 2014, IXE’ per Agorà.

Le dichiarazioni bellicose di Berlusconi sono state poi edulcorate, ma l’intento di mantenere alta l’attenzione sulla sua importanza e popolarità e sul ruolo politico di primo piano che vorrebbe preservare, pare chiaro.
Oltre alle dichiarazioni di Forza Italia vi sono poi gli scontri interni allo stesso PD, ove un’area non trascurabile prova malcontento nei confronti dei contenuti delle riforme presentate e che non teme di opporsi nelle sedi parlamentari.

In questo scenario in bilico il Presidente Napolitano ha probabilmente voluto sincerarsi dello stato dei rapporti di forza e del processo di implementazione delle riforme delle quali è un grande sostenitore così come è avverso alla eventualità di nuove elezioni, poiché sua intenzione sarebbe quella di accompagnare a conclusione in una stabilità di governo le riforme stesse per poi dimettersi e ritirarsi a vita privata.
L’appuntamento con la prima lettura dei testi fissato dai programmi di Renzi prima delle elezioni europee del 25 maggio, pare ormai difficilmente rispettabile, ma dieci giorni in più o in meno non fanno la differenza a detta del Governo che si ritiene in grado di andare avanti in autonomia appoggiato dalla maggioranza anche in caso di strappo con Berlusconi.

Le elezioni rappresentano al momento solamente una exit strategy per la parte renziana del PD, comunque sostenuta esplicitamente da alcuni fedelissimi del Premier, che potrebbe essere perseguibile in autunno previa applicazione dell’Italicum anche in Senato (sondaggi indicano però che la maggioranza degli interpellati, oltre il 40% sarebbe favorevole ad elezioni immediate).

Considerando quanto il Premier, e con lui le riforme, siano collocate in mezzo ad una sorta di incudine e martello viene da pensare se le elezioni effettivamente non siano l’unica via attraverso la quale il PD di Renzi possa davvero assumere quell’indipendenza e quel potere decisionale necessario per riformare in modo sostanziale un paese da anni bloccato, superando gli avversari politici, le fronde interne, i conservatorismi insiti nei poteri parlamentari ed istituzionali che vedono nel cambiamento il diminuire della loro influenza e del loro ruolo nascosto ma centrale nella gestione del paese.
Una vittoria forte di Renzi consentirebbe al Premier di formare un governo totalmente proprio, di ridimensionare l’ala del PD oppositrice, di collocare in posti chiave non prettamente politici ma spesso di nomina politica o politicizzati suoi fedeli, di liberarsi dalla condizione di dipendenza nei confronti del patto del Nazareno con Silvio Berlusconi, il quale agli occhi degli italiani perderebbe la natura di elemento chiave per il rinnovo del paese che pur sta tentando di mantenere, ed infine, ma non per importanza, mettere realmente solo e soltanto la “propria faccia” nella sfida del cambiamento con tutti gli oneri e gli onori del caso.

Il Governo Renzi sta cercando, con tutte le difficoltà connesse, di sviluppare un percorso di cambiamento, che di certo non è il migliore possibile, è senz’altro perfettibile e c’è da augurarsi che venga perfezionato anche grazie all’innesto di persone nuove e competenti prese dalla platea degli individui comuni che hanno ritrovato la voglia di servire il paese e partecipare alla vita politica, ma gli va dato atto che sta provando a fare quello che da decenni nessuno ha mai convintamente tentato o per interesse personale e partitico, e dunque colpa, o perché mosso dalla rassegnazione che il paese non fosse modificabile in meglio e quindi, perso per perso, ci si sarebbe dovuti adattare ad una politica al ribasso, oppure perché, nonostante l’impegno e la buona volontà, a prevalere sono stati i potentati, le tecnocrazie ed i beneficiari del prosperare di un simile sistema.

Alla luce di ciò valutare la possibilità, anche interpellando in Presidente della Repubblica, di un passaggio elettorale, con tutti i rischi potenziali connessi, ma con un enorme premio in ballo, potrebbe avere decisamente senso e non rappresentare solamente una exit strategy da una situazione che rischia di essere bloccante in ogni momento.

Se in Italia quella delle riforme è una partita fondamentale, lo è allo stesso modo, se non di più in Europa. I programmi di tutti i partiti, sia nazionali che europei (a meno dei fautori dello sfascio dell’Europa), proclamano esplicitamente la propria volontà di riformare il contesto dell’Unione che fino ad oggi ha fallito nel processo di avvicinamento dei popoli e delle nazioni verso una unità istituzionale normativa e “sentimentale” che avrebbe dovuto avere come obiettivo, agendo spesso con eccessiva intransigenza e proteggendo alcuni particolarismi a discapito di realtà più bisognose e deboli.

Quanto sarà possibile però perseguire una vera riforma europea preservando la natura dell’Europa stessa che sembra l’unica via per il continente e per gli stati membri di rimanere un tassello importante dell’economia e dei processi strategico decisionali in un mondo globale?
Difficile a dirsi.
Gli anti-europeismi avanzano (UKIP in GB è dato al secondo posto dietro i Laburisti e prima dei conservatori del Premier Cameron) ma peccano di capacità organizzativa trasversale (del resto sono i profeti dei nazionalismi a volte anche molto spinti e di stampo nazista), i partiti che si dicono europeisti ma che al contempo reclamano drastici cambiamenti nella politica economica e sociale (tipicamente di sinistra più radicale) sembrano non avere forza sufficiente, e le due maggiori fazioni PSE ed PPE secondo alcuni analisti hanno, in caso di vittoria, un percorso già da tempo disegnato e che non molto ricalcherebbe i programmi di riforme ed avvicinamento al popolo che a dire il vero non sono tra loro così dissimili nei punti fondamentali (dalla centralità dei popoli europei, alla modifica della politica monetaria ed economica abbandonando l’austerità totale, dalla collaborazione internazionale con partner economici alla protezione dei diritti di popoli non ancora liberi).
L’esito delle urne potrebbe essere molto frammentario ed allora si potrebbe prospettare l’ipotesi di una grande coalizione, simile a quella tedesca, in cui governano assieme PSE ed PPE e che, qualora venisse data con convinzione e determinazione priorità al processo riformatore nei suoi punti cardine, non sarebbe sicuramente peggio che una frammentazione in cui è difficile giungere a decisioni. Nel nuovo assetto europeo si inserirà la presidenza italiana del semestre che, nonostante margini di manovra non forse eccessivi, potrà rappresentare un’opportunità per indirizzare alcune questioni importanti, ad esempio i vincoli di bilancio, il fiscal compact e l’unione bancaria.

Come si deve imparare a pensare, in questo frangente il punto principale non è chi governi o chi indichi la via del cambiamento, ma che questa via, ormai nota quasi in toto salvo piccole deviazioni, venga rapidamente e definitivamente intrapresa in modo comune, sincronizzato e condiviso, poiché in caso di ulteriori ritardi non vi saranno vincitori duraturi, ma solo sconfitti in tempi più o meno brevi.

26/04/2014
Valentino Angeletti
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