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Ecofin alle prese con unione bancaria

Domani, 10/12, in programma l’Ecofin, con all’ordine del giorno l’Unione Bancaria. Questo processo è di estrema importanza e fondamentale per livellare talune disparità sussistenti tra alcuni Stati membri, foriere di ampie differenze che minano anche la possibilità di competere pariteticamente e concorrere lealmente per le imprese di certi paesi rispetto ad altri. I punti ancora dirimenti sono: l’implementazione di un fondo salva banche, forse con una tassa ad hoc unificata a livello europeo (non necessariamente a carico dei cittadini); il concorso al salvataggio eventuale di una banca da parte dei correntisti (oltre ad azionisti ed obbligazionisti), che in ogni caso entro una certa soglia di capitale dovrebbero continuare ad essere tutelati (attualmente 100’000€). Il prossimo anno poi partiranno gli stress test, nella loro prima versione superati da quasi tutti gli istituti, ma che ad oggi non stabiliscono cosa accadrà a quanti non raggiungessero le performance richieste.

Di sicuro c’è che per la Commissione Europea il sistema bancario necessiterebbe di essere ricapitalizzato e che non vi è alcuna intenzione di far ricadere questo onere sugli Stati. Il riadattamento del capitale servirebbe, tra le altre, anche alle banche nostrane, notoriamente meno avvezze al leverage ed alla speculazione rispetto a quelle nordiche, e che fino ad ora hanno necessitato di meno fondi pubblici; dire che non ne hanno mai attinto è un’imprecisione, poiché il caso MPS ne è dimostrazione, le modalità sono state differenti rispetto alla nazionalizzazione, ad esempio di RBS o Bankia, ma il denaro è comunque arrivato dallo Stato a mezzo di bond e probabilmente, considerati gli interessi difficilmente sostenibili al 9%, la nazionalizzazione, anche parziale, non è improbabile.

Il sospetto riguardo alle decisioni che potrebbero essere prese all’Ecofin è che il recentissimo accordo, siglato formalmente ieri tra CDU ed SPD in Germania avrà un suo peso, benché indiretto, a far slittare ulteriormente il provvedimento per tutelare gli istituti tedeschi che ormai tutti sanno essere sottocapitalizzati, altamente propensi al rischio ed indebitati, sia i colossi come DB e Commerzbank sia i locali istituti dei “Land”, peraltro troppo piccoli per sottostare agli ultimi criteri di Basilea, ma numerosissimi e che gestiscono complessivamente patrimoni non trascurabili. In caso di rinvii è praticamente certo che non si giungerà ad una accordo prima del 2015 per via delle elezione europee della prossima primavera.

Probabilmente quello della chiarezza e trasparenza del sistema bancario e dei loro conti, forse (solo forse?) pieni di attività “shadow” che consentono di incrementare l’indebitamento nascosto rientrando nei parametri impostati per statuto, è un altro vaso di pandora da scoperchiare, e forse più si attende più le dimensioni del problema, perché per chi non l’avesse capito di problema, e grave, si tratta, assumeranno dimensioni importanti.
A sottolineare le difficoltà delle banche italiane vi sono i dati relativi alla concessione di credito ad imprese e famiglie che secondo Banca d’Italia cala, su base annua e mensile, anche ad ottobre: – 1,3% y/y, -1.1% m/m per le famiglia; -4.9% y/y, – 4.2% m/m, per le società non finanziarie; in media la contrazione dei prestiti al settore privato è stata di -3.7% y/y e -3.5% m/m. Dati parzialmente giustificati da minori richieste, ma che inevitabilmente portano alla luce come parte del mandato del sistema bancario, cioè di finanziare e fornire liquidità all’economia, sia stato disdetto.

09/12/2013
Valentino Angeletti
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Draghi, unione bancaria ed un sistema finanziario troppo shadow

Apposta vi era la firma di Mario Draghi, Presidente della ECB, si trattava di una lettera rivolta alla Commissione di Bruxelles dal carattere riservato. Il “manoscritto” esprimeva le preoccupazioni del Presidente nei confronti della situazione finanziaria del sistema bancario europeo in particolare in relazione al processo di Unione Bancaria che prevede una serie di stress test a partire dal prossimo anno.
Il timore di Draghi è che dagli stress test emerga che la capitalizzazione degli istituti sia insufficiente a far fronte agli impegni sottoscritti ed al loro indebitamento.
Gli stress test riguarderanno circa 150 banche europee, le principali, di cui 13 italiane.

Già a partire del 2007/08, immediatamente dopo il crack Lehman Brothers, si sono susseguiti interventi di stato per salvare istituti di credito mal gestiti: le banche irlandesi hanno devastato l’economia del paese ora in ripresa (sono ricominciate le emissioni di bond), la britannica RBS è stata nazionalizzata, aiuti di stato sono stati indispensabili alla franco belga Dexia così come all’ iberica Bankia e le crisi greca e cipriota non hanno risparmiato gli istituti dei due paesi.

Alcune stime affermano che l’ ammontare complessivo necessario per mettere al riparo il sistema bancario europeo oscilla tra i 25 ed i 55 miliardi di € a seconda dei metodi di calcolo utilizzati. Le banche più esposte sarebbero quelle tedesche a cominciare dai colossi Commerzbank e Deutsche Bank seguite dagli istituti italiani. Riguardo alla Germania andrebbe poi detto che esiste una moltitudine di banche locali, le landsbank, paragonabili alle nostre Banche di Credito Cooperativo, particolarmente propense all’ uso di derivati e leverage e che, dopo l’allagamento delle maglie dei criteri di Basilea (dal tempismo piuttosto sospetto), non rientrerebbero, poiché troppo piccole, tra quelle messe sotto controllo; nonostante ciò per la loro dimensione, il loro portfolio e la loro numerosità in caso di problemi di solvibilità il sistema finanziario tedesco ed a catena quello europeo verrebbe messo a rischio. Sempre in Germania la Commerzbank pare (questi dati sono sempre molto segreti e difficili da reperire) usi un leverage di circa 30x mentre Deutsche Bank di circa 40x con una esposizione complessiva (noti e non) ai derivati di poco oltre i 55’000 miliardi di € (contro un PIL tedesco di circa 2’700 miliardi di €).

Per il Ministro Saccomanni lo scenario bancario italiano non ha di che temere, ma secondo uno studio della Goldman Sachs la MPS sarebbe la banca più a rischio di tutta Europa. Inoltre gran parte del flottante immobiliare italiano è in mano alle banche, le quali contabilizzano nei loro bilanci questi assets con valori ipotetici e decisamente fuori mercato non considerando l’attuale potere d’acquisto dei privati (ciò è una delle cause per le quali i prezzi delle case nel nostro paese non sono crollati e quindi anche dello stagnamento del mercato immobiliare) e che gli eventuali ispettori europei potrebbero imporre di rivalutarli, ovviamente al ribasso.

È probabile che la causa prima dell’ eventuale sotto-capitalizzazione bancaria sia da cercare nel diffuso utilizzo di derivati, che secondo uno degli “inventori”, Lawrence Summers, avrebbero dovuto essere utilizzati solo da pochi esperti vista la loro complessità. Essi in realtà vengono utilizzati come una sorta di garanzia per incapsulare o cartolarizzare mutui e prestiti e reimmetterli nel mercato nascondendoli dal bilancio così da poter continuare a concedere credito, che in situazioni normali non può superare un certo rapporto in relazione alla patrimonializzazione dalla banca (Tier 1). Con questo espediente il leverage e quindi il rischio di esposizione della banca aumenta, ma non in modo ufficiale e documentato. Tutto il meccanismo ovviamente impiega il denaro dei risparmiatori ai quali spesso sono proposti simili prodotti che paradossalmente potrebbero contenere anche il mutuo da loro stessi contratto, che, in parole molto semplici, verrebbe pagato due volte.

Le misure per bilanciare l’esposizione bancaria e senza l’aiuto di stato, come prevedono le recenti norme europee che pongono gli azionisti e poi gli obbligazionisti al primo posto tra coloro che dovrebbero accollarsi eventuali perdite, mettono ansia ai vertici della ECB. L’insolvenza nei confronti di azionisti ed obbligazionisti, piccoli e grandi, Stati sovrani, altre banche, regioni e comuni inclusi, costringerebbero nuovamente in ginocchio tutta l’Europa, vanificando il poco fatto fino ad ora. Il problema è molto complesso e Draghi forse sta temendo che il processo di Unificazione e Controllo Bancario possa avere l’effetto contrario rispetto alla stabilità finanziaria europea che si prefiggeva e che sia ancora presto per un simile provvedimento, o forse sta pensando che il motto secondo cui le “banche non falliscono” sia da rivedere dalle fondamenta.

Certo è che per il futuro è necessario porre un freno all’ uso di derivati e shadow banking, cercare di regolamentare anche quei mercati ora fuori controllo, ma soprattutto tornare a segregare le banche commerciali da quelle di investimento e d’affari. Questa commistione ha già fatto troppi danni, tranne che ad alcune banche perché, detto in modo delicato che non troppo si si addice alle cruente immagini di squali, sangue, tori e orsi della finanza, se tanti perdono ne consegue che pochi guadagnano e tanto.

Citando le parole, forse leggendarie ma d’ effetto, attribuite ad un trader londinese:
“Se ti siedi ad un tavolo per trattare di derivati e non sai chi è il pollo, insospettisciti perché è altamente probabile che il pollo sia tu”.

Per approfondimenti:
Stralcio lettera Draghi, La Repubblica
Stress test bancari, Linkiesta

19/10/2013
Valentino Angeletti
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Un difficile G20 per puntare alla resilienza

Sarà un G20 estremamente difficile e delicato quello che si svolgerà giovedì 5 e venerdì 6 settembre, a San Pietroburgo, in Russia, si intrecceranno le problematiche economico-sociali con quelle geo-politiche e relative agli scontri in medio oriente.

Nelle ultime settimane le tensioni tra USA e Russia hanno progredito in crescendo, a cominciare dal caso Snowden fino alla vicenda della Siria. Russia e Cina, che con USA, Gran Bretagna e Francia rappresentano i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU, potrebbero porre veto alla bozza di risoluzione presentata da Cameron che prevedeva un intervento armato in risposta al presunto utilizzo di armi chimiche in Siria. Già prima della vicenda siriana esistevano addirittura dubbi sulla partecipazione di Obama al meeting, che in seguito ha confermato la propria presenza.
Nonostante si sostenga che quella siriana non è una vicenda che verrà trattata al G20 è innegabile che qualche risvolto lo porterà, le atrocità attuate non possono e non devono essere taciute ed inoltre, pur non essendo la Sira un grosso esportatore di petrolio, si trova in un aria strategica per l’approvvigionamento energetico del Mediterraneo. Gli scontri in Siria, in Egitto ed Libano, oltre al dramma umanitario di prima importanza, hanno fatto sfiorare al greggio quota 120$ al barile ed i prezzi dei carburanti sono in aumento, queste ripercussione saranno probabilmente inserite nei dibattiti.

Astraendo e ponendoci su un piano più elevato rispetto alle discussioni di dettaglio che verranno affrontate non c’è dubbio che debbano essere messi al centro della discussione il cambiamento che la società ed il mondo stanno vivendo, addirittura in molti casi subendo, e le interconnessioni globali che rendono sempre più complessi ed intrigati i rapporti tra paesi, continenti ed intere regioni geografiche.
Strettamente collegata al cambiamento ed alla possibilità do continuare a vivere con una elevati standard di benessere, ma al contempo in modo sostenibile, e diffondendo questo benessere alla platea più grande possibile, è la capacità dei singoli paesi ed aree di essere rapidamente resilienti rinnovandosi ed adattandosi proattivamente alle evoluzioni esterne, intraprendendo percorsi anche molto complessi per modificare stili, abitudini e più in generale sistema.

L’energia e l’ambiente saranno punti da affrontare e di sicuro Russia, Cina e USA (ma non solo) non si lasceranno scappare l’occasione. Anche nell’ “Energy and Environment” il cambiamento è evidente e rapido da un lato si dovranno analizzare le mutate esigenze energetiche, in particolare lo spostamento del baricentro della domanda, le differenti disponibilità dovute a nuove scoperte ed a tecnologie innovative e la necessità, essendo l’energia fonte di vita e bisogno primario per il benessere dei popoli, di cercar di rendere disponibile a tutto il globo sufficienti risorse energetiche per uno standard di vita dignitoso, dall’altro si dovrà fare i conti con l’ambiente sempre più sofferente e che non può sopportare ulteriori massicce immissioni di anidride carbonica ed in generale di veleni. L’impegno USA, che comunque non ha ratificato gli ultimi protocolli sul clima, è stato ribadito a più riprese da Obama che ha intenzione di imporre limiti di legge alle emissioni di CO2 alle aziende energetiche americane così come ha intenzione di investire sempre più in efficienza energetica domestica ed industriale, nel rinnovabile e nello shale gas. Analoghi impegni dovranno essere presi anche dagli altri paesi, in primis Russia, Cina e Canada, e sottoscritti, e ciò vale anche per gli USA, in modo formale nelle sedi deputate.

Le politiche monetarie dei vari Stati sono una questione che potrebbe sembrare troppo specifica e geograficamente limitata per essere affrontata in un G20, ma non è così. I soli annunci da parte della FED di un tapering, cioè riduzione dell’acquisto di titoli di stato, tramite stampa di nuovo denaro, che al momento ammonta ad 80-85 miliardi di dollari al mese, ha avuto un impatto importante sui mercati mondiali. E conseguenze ancora peggiori stanno avendo le crisi monetarie in India e Brasile dove per fronteggiare il rallentamento della crescita ha avuto luogo una enorme svalutazione delle valute locali che ha creato problemi al commercio, agli investimenti ed alle borse di tutto il mondo. Anche il rallentamento della crescita cinese che si è attestato al 7% circa (valore spaventoso per le economie sviluppate) e la politica del nipponico Abe si sono ripercosse sull’economia globale.

Il mondo della finanza e più semplicisticamente delle banche ha influenzato in modo drammatico gli ultimi anni. La decisione di unificare le banche d’investimento con le banche “commerciali” presa nel 1999 in USA ha contribuito, oltre che alla crisi dei mutui subprime iniziata nel 2008, alla deriva della finanza rispetto all’economia reale, creando un substrato di ricchezza virtuale ad appannaggio di pochi, così come han fatto, in modo minore, lo scandalo Libor o lo zelo del trader londinese di J.P. Morgan soprannominato la “balena di Londra”.
Il periodo pre-crisi è stato un periodo di indubbia crescita economica e prosperità viziato però da un fatto singolare nella storia, cioè che la ricchezza creata veniva incanalata verso pochissime persone aumentando sempre più marcatamente il divario tra i ricchi ed i poveri. Il Brasile, la Cina, la Russia ed in generale i paesi in via di sviluppo, ma anche quelli pesantemente basati sulla finanza come la Gran Bretagna e non dimentichiamo la stessa Italia vedono una disuguaglianza sociale enorme che il G20 dovrebbe discuterne al fine di implementare piani di intervento per riportare la finanza al servizio dell’economia. In tutti i periodi di crescita economica precedenti a quello conclusosi nel 2008 a beneficiare del maggior benessere era tutta la società, ciò dimostra una distorsione negli ingranaggi del sistema che necessità di un cambiamento radicale del paradigma ed in ogni caso di un maggior controllo, in particolare su tutta quell’aria finanziaria al momento non regolamentata, la shadow banking, popolata da derivati, cds, etf e strumenti che di per se non sono diabolici, ma non essendo stati regolati, avendo meccanismi incomprensibili se non a pochissimi esperti (il caso MPS dimostra come l’utilizzo di questi strumenti non sia banale neppure per addetti ai lavori) ed avendo superato per valore il PIL mondiale (poco meno di 70 mila miliardi di $) possono dare adito a speculazioni e crisi economiche e sistemiche di dimensioni catastrofiche.

In Europa problemi in paesi relativamente poco rilevanti come incidenza del loro PIL su quello dell’Eurozona hanno portato centinaia di miliardi di perdita in capitalizzazioni di borsa ed influito negativamente, in modo diretto sui loro cittadini, in modo indiretto su quelli europei, così come le scelte di politica monetaria della ECB o la propensione all’austerity della Germania hanno portato ripercussioni da est ad ovest.

Le interconnessioni tra le varie economie e la rapidità con cui enormi flussi di capitale e di investimenti, sia finanziari che reali (la Cina è molto attiva nel settore energetico, Oil&Gas e minerario), in poche parole la globalizzazione, si spostano tra zone geograficamente lontanissime a seconda della convenienza, rendono il sistema tanto interdipendente da ampliarne enormemente sia le potenzialità di crescita e sviluppo che le vulnerabilità le quaoli si ripercuotono su tutti gli attori dello scenario globale.

Il modo di affrontare una situazione che in relativamente poco tempo è mutata radicalmente necessita di un cambiamento incisivo, convinto, simultaneo e sincronizzato di tutti i sistemi paese e delle popolazioni. La resilienza che governi del G20 devono discutere assieme ad altri importanti attori della globalizzazione, come banche, multinazionali energetiche, fondi di investimento ed ovviamente istituzioni politiche e divulgare nei loro confini di competenza consiste nell’adattamento proattivo al cambiamento, della politica, delle amministrazioni, delle aziende e delle genti, che la ricerca del trade-off ottimo tra sviluppo e sostenibilità ci impone di perseguire in tutti i settori economico-sociali con il fine ultimo di modificare e porre dei limiti a quel sistema ed a quel paradigma che ha portato le distorsioni e le disuguaglianze foriere di crisi e tensioni sociali.

29/08/2013
Valentino Angeletti
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