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DEF: ammiccamento al CDX con critiche bipartisan, in attesa di Bruxelles

Definita la prima versione “consolidata” della legge di stabilità o Ex Finanziaria, al secolo DEF, ovviamente divampano le contestazioni e le polemiche. Come spesso accade, anzi in questa circostanza più di altre volte, il malcontento sembra essere bipartisan, proviene dai sindacati, dal centro sinistra, dagli industriali, ma anche dal centro destra, che in ogni caso è l’unico ad aver manifestato condivisione ed approvazione rispetto ad alcuni provvedimenti, i quali senza timore di smentita, possiamo annoverare con tutta tranquillità tra quelli che furono cavalli di battaglia del precedente leader di FI, Silvio Berlusconi. Facile intuire il riferimento all’abolizione totale dell’IMU sulla prima abitazione ed all’innalzamento della soglia di uso del contante, portata da 1’000 a 3’000 euro. Nonostante ciò il governatore della Liguria, Giovanni Toti, rappresentate di FI, non ha lesinato critiche asserendo che la manovra non fa altro che dare da una parte, togliendo dall’altra, per un bilancio complessivo non certo favorevole alle tasche del cittadino.

Da parte dei Sindacati, e la minoranza Dem è sulla stessa lunghezza d’onda, arriva la delusione più profonda, innanzi tutto per i bassi aumenti ai dipendenti statali, che malapena raggiungono i 5 euro lordi al mese, ma soprattutto per l’incapacità del Governo, ancora una volta, di mettere una pezza alla riforma delle pensioni, che di fatto non rientra in questo DEF e che, secondo il Governo, verrà affrontata nel 2016, ma pare senza modifiche sostanziali dell’impianto Fornero, introducendo solo la possibilità di Part Time anticipato. Ciò non risolve il problema di tutti coloro che si sono trovati, nel giro di pochissimi mesi, dall’avere l’età pensionabile distante pochi mesi, al vedersela spostata avanti di svariati anni (5 – 7) e che adesso non sanno nè quando andranno in pensione, nè con che remunerazione. Questa condizione di incertezza getta coloro che sono alle prese con lavori più impegnativi o stancanti, sia dal punto di vista fisico che mentale, in un grande sconforto che rasenta la depressione (e parlo per testimonianze personali, non a caso), aggravata dalla potenziale decurtazione dell’assegno previdenziale (spesso già insufficiente per vivere) in caso di ritiro anticipato, ancora non possibile. Se è corretto far valere il principio di “percepire quanto versato nella vita lavorativa”, è anche vero che non si può imporre a coloro che, incolpevoli, hanno versato quello che, secondo norme di legge vigente all’atto dei versamenti, andava versato, una così profonda revisione dei regolamenti e dei meccanismi tale da ridurre le pensioni del 30 – 50% su potenziali cifre lorde di 1’000 euro o poco più. Non viene risolto neppure il problema degli esodati, anch’essi in un frustrante limbo. Sempre i sindacati poi sono assai contrari all’abolizione dell’IMU sulla prima casa, dicendo che sostanzialmente vengono agevolati i ricchi ed i detentori di ville e castelli, rispetto a coloro che hanno dimore modeste e che spesso risultavano già esenti da IMU (almeno prima della riforma in vigore attualmente). Dello stesso avviso risulta l’Ex Premier e professore in Bocconi, Mario Monti, il quale ha asserito che abolendo l’IMU è stata tolta una sorta di patrimoniale presente in tutta Europa, utile, progressiva e realmente equa nei confronti dei contribuenti, e da questa comunanza di vedute “Sindacato – Monti”, si capisce come sia impossibile in questa fase politica discernere con chiarezza chi sia e si comporti secondo principi di CSX e chi secondo quelli di CDX, di certo questa manovra assurge più a documento ascrivibile ad una forza affacciata a destra. In questa sede non si ritira quanto ribadito a più riprese sull’imposta sulla prima casa, ossia, che previa revisione del catasto, essa rimanga indispensabile ed utile ai fini del bilancio pubblico e dell’equità sociale, soprattutto in presenza, come siamo da anni, dell’incapacità politica di aggredire  una spesa pubblica eccessivamente corposa in relazione alla qualità di alcuni servizi e sbilanciata verso entità inutili (da ministeri che comunque avranno budget decurtato, fino a partecipate pubbliche, enti regionali e provinciali ecc, ecc). Altro provvedimento “divisivo” e rigettato dai sindacati, è l’aumento dell’uso del contante a 3’000 euro, dai 1’000 precedenti. Secondo le associazioni sindacali la misura non farebbe altro che agevolare l’evasione e l’elusione, opinione condivisa dal Governatore di Bankitalia e dalla minoranza Dem. A opione di chi scrive, come si disse all’articolo ivi segnalato, questa aumento avrà effetto sostanzialmente nullo, sia dal punto di vista dell’evasione che dei consumi. Le frange interne dei Democratici sono allineate alle motivazioni di critica alla manovra avanzate dai sindacati, differenti invece, all’interno della stessa frangia Dem, sono le modalità di dissenso: da un lato Alfredo D’Attorre, pronto ad uscire per raggiungere Fassina, dall’altro i soliti, inossidabili, sostenitori della Ditta che fino ad ora, per non voler essere causa di scissioni, hanno sempre accettato le condizioni dettate dal premier, si tratta di Cuperlo, Speranza, Bersani, assolutamente contrari all’impianto della manovra e disposti, a parole, a non votarla.

Sul fronte del CDX le maggiori critiche sono rivolte ai tagli agli enti comunali, pari a 600 milioni circa, ma tutto sommato, nonostante le critiche dovute più ad una presa di posizione che ad un dissenso reale, il CDX (in particolare FI) può dirsi soddisfatto. In questa legislatura ha ottenuto la rimozione dell’IMU,  l’aumento a 3’000 euro dell’uso dei contanti, l’abolizione dell’articolo 18, risultati che neppure il leader Berlusconi, nonostante li abbia fortemente cercati, non fu in grado di mettere in cascina.

Anche per Confindustria, ridimensionando una prima analisi positiva del presidente Squinzi, la manovra è poco coraggiosa: mancano i necessari investimenti in crescita, v’è un taglio del 50% degli sgravi per le assunzioni e non è presente sufficiente interesse per il sud, al quale avrebbe dovuto essere dedicato un master plan ad hoc, ma ancora sconosciuto. A fare da cassa di risonanza a questa posizione è stato il raduno dei giovani di Confindustra tenutosi a Capri.

A difesa del provvedimento di innalzamento all’uso dei contanti, proprio da Capri, si è schierato il ministro Padoan, che afferma la certezza che ciò non avrà impatti negativi sull’evasione ed a riprova di ciò porta l’esempio degli altri paesi UE, dove a detta del ministro non v’è correlazione tra limite al contante ed evasione. Andrebbe però fatta notare a Padoan la grande correlazione che c’è tra uso della moneta elettronica ed evasione e tra valore del PIL e scarso uso del contante. Il confronto sarebbe impietoso, infatti a PIL maggiori corrisponde basso uso del contante ed a frequente uso di moneta elettronica corrisponde bassa evasione. Sarebbe bene istruire gli italiani all’uso delle carte di pagamento, i quali, una vota appurata e testata la loro semplicità e comodità, probabilmente, a prescindere dai limiti ai contanti, difficilmente torneranno indietro all’uso delle banconote, come accade nei paesi più progrediti del nord Europa. Il Premier sostiene l’impianto di una manovra che dal suo punto do vista riduce le tasse, agendo con giustezza ed equità, senza dover per forza di cose essere ricondotto alla destra o alla sinistra. Come detto sopra, una maggior vicinanza al centro destra è comunque innegabile. Che siano presenti elementi positivi non può essere negato, ma l’eventuale riduzione delle tasse centrali deve essere rapportata agli aumenti che potrebbero apportare gli enti locali a seguito dei tagli presenti; come al solito potremmo essere di fronte ad una ben nota “partita di giro”.

Il DEF adesso dovrà passare le forche caudine dell’UE, che ha già bocciato la legge spagnola. Il Premier, con la sua proverbiale “spavalderia” nel parlare entro i nostri confini, dice che riproporrà la manovra tal quale, fino a che non verrà approvata, nel mentre punta ad ottenere ulteriori 0.1-0.2 punti percentuali di flessibilità per la tragedia dei migranti (che infondo, in questo frangente, hanno la loro utilità). Forse il complesso della legge di stabilità non verrà bocciato, ma è difficile pensare ad un totale silenzio da parte di Bruxelles, visto l’alto deficit presente, il basso peso degli investimenti, il taglio dell’IMU, imposta sul possesso sulla quale l’UE ha suggerito di spingere, le numerose coperture basate su stime incerte (evasione, volountary discosure etc) e non troppo care alla Commissione, la riduzione di oltre il 50% dei tagli alla spesa (spending review che passa da 17 a 10 ed ora a 5 miliardi).

Attendendo il responso dalla capitale Belga, non è difficile ipotizzare che, qualora siano evidenziati  punti di attenzione, il Premier, che comunque può vantare dati economici in lieve miglioramento, parlerà con tutt’altro vigore e tono rispetto a quanto fatto qui in Italia.

18/10/2015
Valentino Angeletti
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Un Primo Maggio dalle molte sfaccettature: Expo, Balck Bloc, Concertoni, disoccupazione. Intensi spunti e palesi contraddizioni

Quello appena trascorso è senza dubbio stato un primo di maggio decisamente particolare e ricco di intensi avvenimenti tra loro in contrapposizione.

Come di consueto abbiamo potuto assistere alle feste, ai concertoni pomeridiani e serali ed alle manifestazioni in onore del lavoro generalmente patrocinate dai sindacati che si sono svolte in tutta Italia, con la Sicilia meta della manifestazione ufficiale di CGIL, CISL e UIL, in onore del Sud sia perché il divario con il nord in tema del lavoro rimane drammatico, sia perché è il territorio, già di per se molto in difficoltà, che deve “sopportare” l’abnorme flusso migratorio, ingestibile per il nostro meridione senza adeguato supporto istituzionale nazionale, europeo e mondiale, perché quando muoiono centinaia di persone è il “mondo” intero a dover interrogarsi su un simile e problematico fenomeno. In tal senso l’accezione del primo maggio è stata proprio quella di festa di tutti i lavoratori.

Contemporaneamente però ieri è stata anche l’inaugurazione di Expo2015: “Nutrire il pianeta energie per la vita” che ha posto Milano al centro di numerosi eventi più o meno istituzionali, tra cui spiccano indubbiamente l’apertura ufficiale del Premier Renzi e la “Prima Primaverile” alla Scala dell’opera Turandot. L’intervento di Renzi è stato ovviamente un trionfo di ottimismo che lo ha portato a modificare (opinabilmente) l’inno nazionale, sostituendo “siam pronti alla morte” con “siam pronti alla vita” ed a scagliarsi contro tutti i “gufi” che gioiscono dei fallimenti italiani, che sono avvezzi al motto “non ce la faranno” e che mai avrebbero immaginato il successo di Expo2015 con 11 milioni di biglietti già venduti, che però si deve ancora capire se siano stati acquistati da agenzie o da privati. Il Premier si è poi speso in numerosi ringraziamenti, rivolti a tutti coloro i quali in un modo o nell’altro hanno contribuito a rendere possibile l’evento, ad iniziare dal sindaco dell’epoca della vittoria di Milano sulla turca Smirne per l’assegnazione dell’esposizione, Letizia Moratti, fino al commissario Sala, all’attuale sindaco Pisapia, al capocantiere ed a tutti gli operai, veri eroi, che soprattutto negli ultimi tempi hanno dovuto accollarsi turni massacranti. Non è stato menzionato, chissà quanto volutamente, e di certo per la persona quel è non si meriterebbe un trattamento simile, l’allora omologo di Renzi, Romano Prodi che le cronache vogliono abbia abbandonato anzi tempo la manifestazione non essendosi visto annoverare nella lista dei ringraziati (pur essendo a mio avviso uno dei principali ringraziandi, perché quando c’è da mettere l’Italia in mostra all’estero il Professore Bolognese non si risparmia ed è sempre in prima fila: fu uno dei primi ad intessere i rapporti con quella Cina a cui Renzi vorrebbe strizzare sempre di più l’occhio ed ancor maggiormente il portafoglio o con l’Africa che per renzi dovrebbe essere meta di grandi investimenti italiani).

Ora, partendo dal presupposto che è non solo giusto, ma doveroso aver criticato Expo, in preparazione da 7 anni, quando le cose non hanno seguito i programmi, quando si sono verificati scandali, quando sono emersi tangenti ed appalti taroccati, quando si sono manifestati ritardi ed aumenti di costi, è assolutamente vero che ora dobbiamo augurarci tutti, da italiani interessati al nostro paese e non alla lotta aspra del dibattito partitico distruttore, che l’Expo sia un successo, e per la nostra immagine nel mondo, e per il tema che tratta e per l’indotto che può creare, pur continuando a mantenere la giusta dose di criticismo utile a vigilare che tutto proceda in modo accettabile. Detto ciò il successo di Expo è ancora da costruirsi e speriamo che sia ampio ed oggettivo.

Quello di Renzi ha voluto essere un messaggio incoraggiante, positivo, che lascia intravedere una più che prossima e scontata rinascita dell’Italia dalle ceneri di una crisi sistemica e pervasiva, il clima che si poteva respirare in quel di Rho era senza dubbio di gran festa e di speranza in un futuro che ormai viene presentato come radioso. Forse lo è e lo è sempre stato, tra gli alti e bassi che non hanno mai compromesso un tenore di vita comunque alto, per i partecipanti alla Turandot rappresentata alla Scala, ma per molti altri il contesto è assai differente.

A ricordarcelo ci sono stati gli ingiustificabili e tremendi disordini avvenuti nel centro di Milano, tra Cadorna, Carducci, il Giambellino, dove il movimento Black Bloc metteva a ferro e fuoco la città scagliandosi contro i simboli del potere del loro problematico modo di interpretare, ma soprattutto di dissentire, una realtà che sta divenendo sempre più oggettivamente ed inaccettabilmente diseguale. A loro non vanno riservate giustificazioni di alcun tipo, sono teppisti, terroristi, violenti, mascalzoni, ma hanno vita facile a trovare supporto ed appoggio in un clima di insoddisfazione, povertà e disagio sociale come quello che si respira da anni. Questa condizione fa si che anche coloro che non avrebbero motivi di protestare o che non conoscono a pieno le “ragioni” dei blocchi neri, possano unirsi e dar man forte agli scellerati portatori di terrore, coperti da generiche motivazioni quali lotta al potere, all’etile della finanza, alla casta e via dicendo, tutti leit motive di questi anni di crisi facilmente adducibili come causa della totalità dei mali che si stanno vivendo, sentenza proferita ovviamente senza approfondirne davvero la natura ben più complessa ed eterogenea. La conseguenza di ciò è che anche “ultras da stadio” che poco hanno a che fare con i Black Bloc hanno sostenuto la violenza facendo si che numericamente i dissidenti fossero ben di più di quelli davvero riconducibili a frange ben organizzate. Gli pseudo Black Bloc non sanno neppure per quali “ideali” o meglio “motivazioni” (volutamente tra virgolette perché non ve ne sono di plausibili), i Blocchi Neri operano o in altri termini “fanno casino”. Queste persone, purtroppo temo come molti, si gettano nella bolgia senza avere ideali, che quand’anche fossero sbagliati una parvenza di rispetto potrebbero anche trasmetterla essendoci persone che rischiano botte e vita per la loro difesa. Costoro invece no, hanno il solo obiettivo di fare danni per un pomeriggio di adrenalina (visto che non c’è il calcio). Se poi gli venisse chiesto il perché, la risposta sarebbe genericamente: “la lotta contro il potere”; se gli si chiedesse chi è il potere, risponderebbero a suon di luoghi comuni, con un “banche e multinazionali” (magari con il babbo che lavora come promotore finanziario e la mamma impiegata al Carrefour); se si approfondisse chiedendo il perché ancor più nello specifico, non saprebbero rispondere, magari i più “astuti” potrebbero dire che le multinazionali inquinano e che sfruttano il lavoro dei poveri, mentre le banche sono piene di soldi quando la gente muore di fame…. Frasi fatte insomma che dimostrano totale incapacità di ragionamento e visione critica per approfondire la complessa realtà sociale. Questi facinorosi non sono degni di essere chiamati neppure Black Bloc, sono solo casinisti perdigiorno con un cervello che si può pesare tranquillamente usando bilancini da orefice. I Black Bloc, ripeto, sono delinquenti, quasi terroristi, pericolosi ed organizzati, questi invece, e, ribadisco, secondo me non pochi, forse in manifestazioni come quella di ieri addirittura più delle vere tute nere, sono tarati mentali maggiormente pericolosi dei primi perché rappresentano una parte del futuro dell’Italia che non emigrerà perché inetta e che andrà a pesare sulle spalle della società sana! Massimo rispetto sempre e comunque verso ogni opinione e forma di manifestazione, protesta e dissenso civile, massima condanna e pena esemplare per ogni tipo di violenza gratuita, ingiustificata ed ingiustificabile.

Ancora più dei fenomeni di guerriglia urbana da tutti condannati come riprovevoli vi sono dati oggettivi dell’Istat, diramati alla vigilia della festa del lavoro, che da domani dovranno far smaltire al governo la sbornia da parata trionfale e rapirne la concentrazione ancor di più della legge elettorale Italicum. Sono i dati sulla disoccupazione tornata ai massimi livelli, 13% in totale (oltre 3 milioni di persone) e 43.1% per gli under 25 (solo Grecia, Croazia e Spagna fanno peggio). Il dato sembra contraddire quello che aveva fatto esultare le istituzioni e che vedeva un netto incremento di contratti di lavoro a tempo indeterminato. La discrepanza è presto detta, mentre l’Istat si occupa di valutare la condizione reale delle persone, i dati ministeriali trattavano i contratti, quindi vi è ora la prova che la maggior parte di nuovi contratti a tempo indeterminato sono stati trasformazioni di vecchi rapporti e non nuovi posti di lavoro (se ne aveva un sospetto al limite della certezza fin da subito – Link1 – Link2), inoltre i dati Istat confermano una volta in più che il lavoro si crea con investimenti e non con leggi e decreti, che hanno il compito di aiutare, ma non possono fare quello che solo una catena produttiva fatta da potere d’acquisto (disponibilità economica che ora manca), consumi (interni ed esportazioni), creazione di domanda di lavoro dovuta alla floridità e alle potenzialità di business, è in grado di realizzare.

Oltre a questo, noto, tema da dirimere celermente ve ne è un altro che sarà complesso da districare, cioè il pronunciamento della Corte Costituzionale contro i due anni di blocco dell’adeguamento delle pensioni per emolumenti oltre 3 volte il minimo (circa 1400€ lordi al mese) voluto dal Governo Monti – Fornero. La decisione non viene dal nulla, ma c’era da immaginarsi un esito simile, non solo perché i sindacati, primo tra tutti la CISL della Furlan (allora Bonanni), lo avevano anticipato, ma perché un precedente risiede nel pronunciamento di incostituzionalità anche per il contributo di solidarietà per le pensioni oltre i 90’000 €. Se del resto non è costituzionale un contributo dai soli più facoltosi non si capisce come avrebbe potuto esserlo dai i meno abbienti. Il principio che viene seguito dalla Corte è che all’interno di un medesimo gruppo, in tal caso i pensionati, non si possono applicare tassazioni differite tra differenti soggetti, se non seguendo eguale percentuale o specifiche aliquote. In altre parole o si tassano tutti o nessuno. Inoltre il blocco delle rivalutazioni ha una ulteriore motivazione di incostituzionalità e risiede nella riduzione della disponibilità economica di una platea già molto in difficoltà e difficilmente capace al sostentamento del proprio nucleo famigliare.

Conseguenza di tal sentenza è che lo Stato si vedrà costretto a risarcire, e il Ministro del Lavoro Poletti ed il Viceministro dell’Economia Morando hanno detto che se questo è il volere della Corte Costituzionale non può non essere rispettato, circa 6 milioni di pensionati per una somma complessiva che varia dai 6 agli 11 miliardi (ancora da verificare con certezza, ma dovrebbero essere corrisposti circa 1’500€ su una pensione di 2’000€) per gli arretrati 2012-2013. Somma evidentemente ben superiore degli 1.6 ipotetici miliardi di tesoretto virtuale che sarebbe bene non impiegare in anticipo se non per ridurre il debito. In realtà potrebbe esistere una sorta di scappatoia per il governo, valida per i referendum abrogativi: se la decisione presa è tale da mettere a rischio i conti dello Stato, essa può non essere applicata. Chissà se verrà trovato un cavillo per poter applicare clausola simile anche alla sentenza della Consulta.

In questo momento reperire anche “solo” 5 miliardi risulterebbe davvero complesso e, soprattutto quando a Bruxelles verranno a conoscenza di un simile “non banale dettaglio” per i conti già traballanti del nostro paese, il rischio che si ricorra alle clausole di salvaguardia, quali aumento accise ed Iva, è concreto. La soluzione “Iva più accise” è una coppia infausta, perché andrebbe una volta in più ad inserirsi come un grosso detrito nel meccanismo già pieno di attriti del rilancio economico, basato su potere d’acquisto, consumi, richiesta di nuovo lavoro, propensioni agli investimenti, che invece avrebbe bisogno di un lubrificante dalle strabilianti specifiche tecniche.

Insomma tutti tifiamo Expo, tutti tifiamo Italia, tutti condanniamo Balck Bloc, teppistelli e violenti, ma dobbiamo essere realisti, con i piedi per terra, diffidare dai falsi entusiasmi, consci che c’è ancora tanto da fare ed i sacrifici, pur nel clima festoso, solenne e sublime della Turandot alla Scala, sono tutt’altro che finiti.

02/05/2015
Valentino Angeletti
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Un Jobs Act “destrorso” divide le sinistre. Il MEF computa la crescita per le riforme nell’intento di abbonire l’UE

Ebbene, sono stati approvati i decreti attuativi del Jobs Act, un cavallo di battaglia del Governo Renzi su un tema, il lavoro, centrale per il periodo economico in atto caratterizzato da una drammatica situazione occupazionale e messo al centro degli impegni europei. L’argomento è anche altamente caratterizzante la sinistra più radicale che ha sempre fatto del lavoro e del diritto dei lavoratori una delle bandiere da difendere a spada tratta, talvolta, assieme con i sindacati, in modo eccessivamente rigido.

Come prevedibile, considerando quanti aspri scontri vi siano già stati internamente al PD proprio sul JobsAct, anche l’approvazione dei decreti non ha fatto eccezione. Il PD si è nuovamente diviso palesemente, da una parte la cosiddetta minoranza che include Fassina, Civati, Cuperlo, Damiano, Chiti schierata con SEL, M5S, FI e buona parte dei sindacati, assai critici nei confronti della riforma, dall’altra il Governo (PD e NCD) che gioisce per la vittoria conseguita.
Secondo i primi la giornata è stata drammatica per il lavoro e per i lavoratori che hanno perso qualche cosa in termini di tutele e diritti, un giorno infausto dove ha trionfato la precarietà, solo pochi contratti atipici sono stati eliminati (da 47 passerebbero a 45) e la facilità di licenziamento può minare ulteriormente il minino di stabilità lavorativa attualmente raggiungibile con estrema difficoltà (i vecchi contratti non rientrano nel perimetro del JobsAct). Per il Governo invece è un giorno memorabile sia per aziende, facilitate ad assumere, sia per lavoratori precari e disoccupati, beneficiari delle assunzioni, tanto da spingere Poletti a promettere agli italiani 100’000 – 200’000 nuovi posti di lavoro nel 2015 (la forbice del 100% non è certo insignificante, sono in ballo 100’000 posti, se stima deve essere che sia almeno più precisa, ma sarebbe meglio non si stimassero affatto certi numeri visti i precedenti poco felici).
Del resto non nascondono un’enorme soddisfazione gli alleati governativi di NCD che, ottenuto questo dividendo sul lavoro, rilanciano, a margine di una Winter School al Sestriere, la loro posizione di influenza nel Governo, il patto (attenzione ai patti, non portano sempre bene) per far arrivare “l’Esecutivo delle riforme” alla scadenza naturale del 2018 ed avanzano, dall’alto della loro bulgara percentuale elettorale, gli interventi in tema famiglia e diritti civili, sui quali, c’è da star certi, nuovi scontri si concretizzeranno. Se gioiscono Sacconi (identificato come il vero vincitore della riforma sul lavoro dalla minoranza Dem) ed Alfano, non possono gioire i membri più radicali del PD, né tantomeno i sindacati le cui posizioni oscillano tra l’estremamente critico della CGIL-FIOM di Camusso-Landini e quella un più accomodante della CISL della Furlan, maggiormente propensa alla mediazione ma comunque insoddisfatta di certi passaggi.

Le critiche sulle modalità operative, facendo il paio con quelle della sinistra Dem, SEL, Sindacati e M5S, arrivano anche dal Presidente della Camera Laura Boldrini che accusa Renzi di prevaricazione del Parlamento non avendo ascoltato il parere delle Commissioni, votate favorevolmente da tutto il Parlamento, le quali suggerivano una revisione di taluni passaggi della riforma. Certo è che la discussione del parere delle Commissioni Parlamentari ed il loro recepimento non è un obbligo da parte dell’Esecutivo, ma passarvi sopra nonostante il voto parlamentare favorevole e nonostante il PD, partito di cui il Premier è segretario, si fosse espresso unanimemente a fianco delle Commissioni, è un dato di fatto che testimonia una volta in più come il Premier non guardi in faccia a nessuno né sia particolarmente incline al dialogo ed alla mediazione.

Oggettivamente e senza voler giudicare, il prevaricare un parere delle Commissioni, per giunta appoggiato da tutto il Parlamento, non è una banalità. Ciò ha spinto Vannino Chiti, membro della sinistra Dem, a dichiarare che la scelta non sarà senza conseguenze e la Presidente Boldrini ad avanzare il timore per “un uomo solo al comando”, che la storia insegna essere sempre foriero di disgrazie.

I punti più caldi del Decreto sul Lavoro, che fanno gongolare il Centro Destra NCD e lamentare la Sinistra, confermando con le evidenze il carattere più destrorso dei provvedimenti, sono: la cancellazione dell’Articolo 18, il demansionamento, l’utilizzo di tecnologie per il controllo dei dipendenti, i licenziamenti collettivi, il taglio (definito esiguo dalla minoranza Dem, Sel e M5S) che porterebbe da 47 a 44-45 il numero delle tipologie contrattuali precarie.

Per la sinistra Dem l’approvazione del Jobs Act è stato uno schiaffo all’ala sinistra del PD riuscendo dove la destra, quando era di governo, fallì. Sinistre e sindacati sono già sul piede di guerra, verranno organizzate manifestazioni e Landini sembrava aver avanzato addirittura l’ipotesi di iniziare a fare politica proprio in opposizione a Renzi, possibilità poi smentita dallo stesso sindacalista. Renzi nel frattempo alla trasmissione “in mezz’ora” non ha perso occasione di scagliarsi contro la Fiom dicendo che l’eventuale scesa in campo di Landini sarebbe stata la naturale conseguenza della sconfitta del sindacato nella partita con FCA di Marchionne, unico vincitore indiscusso secondo il Premier. In realtà il leader Fiom assieme a Cofferati potrebbe dare il “la”ad una scissione del PD, che con le sole forze della minoranza Dem sembra poco più che una mansueta compagine, per colmare una lacuna a sinistra che innegabilmente esiste.

Se la sinistra non se la passa bene, situazione speculare si rileva a destra. Fitto è pronto a lanciare “i rinnovatori” che dopo i “rottamatori” ed i “formattatori” almeno lasciano intendere una volontà costruttiva. Analogamente alla sinistra Dem, nonostante le tante e talvolta contraddittorie asternazioni sulla possibilità di una fuoruscita che potrebbero riprendere auge dopo le parole poi smentite di Landini, anche per Fitto  la linea ufficiale è quella di lavorare all’interno del partito. In tutto questo marasma è gioco facile per il Premier tirare dritto senza significativi avversari.

Più che l’Articolo 18, evidentemente portato avanti come vessillo ideologico per poter così dire di aver sconfitto i vecchi privilegi (leggi CGIL e sindacati con cui evidentemente ce l’ha a morte), a lasciare più perplessi sono il controllo sui lavoratori, il demansionamento in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o crisi economica dell’azienda e soprattutto la possibilità dei licenziamenti collettivi.

Chissà il caos che accadrà, perché è solo questione di tempo ed accadrà, quando una grande multinazionale, dapprima straniera (che sia FCA?) poi seguiranno anche quelle nostrane, applicherà questa possibilità…. non sarà una situazione semplice da gestire.

Inoltre appare evidente che per un po’ di tempo ancora si perpetreranno le diseguaglianze tra due tipologie di lavoratori, quelli coperta dalle vecchie tutele e quelli sotto l’egida del contratto a tutele crescenti che partirà i primi di marzo. Molti sono i casi in cui potranno verificarsi situazioni distorte (la più palese è la differenza tra pubblico e privato) ed una particolarmente spinosa riguarda proprio i licenziamenti collettivi.
Poniamo ad esempio il caso che un’azienda debba licenziare 40 persone per motivi economici e taluni siano coperti da vecchio contratto mentre i restanti dal Jobs Act. Come si procederebbe? Col reintegro dei primi ed il licenziamento degli altri? La quota di reintegrati poi sarà sostituita da altri licenziamenti attingendo alla platea dei dipendenti sotto nuovo contratto? Del resto se l’esigenza aziendale di riduzione del personale ammontava a 40 unità, 40 alla fine devono essere.
Oppure il cambio di lavoro e azienda comporterebbe per un lavoratore sotto vecchio contratto e tutele il passaggio a quello nuovo senza Articolo 18? Se sì la conseguenza sarebbe una minor propensione al cambiamento ed una maggior rigidità per questo caso specifico.

Insomma, attendiamoci molte, molte polemiche.

Immediatamente dopo l’approvazione di un consistente numero di riforme (liberalizzazioni in vari settori, privatizzazioni, Jobs Act) il Mef si è affrettato ad inviare, a mezzo del vecchio strumento epistolare ancora in voga tra gli uffici di Bruxelles, alcune stime di crescita legate all’attività riformatrice. In particolare:

  • il Jobs Act porterà un incremento di PIL dello 0.9% nel 2020 (stima allineata a quella dell’OCSE);
  • dalle privatizzazioni si ricaverà un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017;
  • complessivamente sempre al 2020 la crescita toccherà +3.6% grazie alle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA;

La motivazione di tale comunicato evidentemente risiede nel fatto che a marzo la Commissione UE dovrà pronunciarsi, in secondo battuta dopo il rinvio di dicembre, sulla legge di stabilità dell’Esecutivo Renzi e questi numeri si spera siano un buon viatico.

Forse però il Governo, conoscendo la puntigliosità della Commissione che non si lascia ammorbidire da stime troppo spesso disattese, dovrebbe limitarsi nel lanciare pronostici non si sa bene basate su che studi. Ricordiamo tutti la previsione del PIL a +0.8% apostrofata come pessimistica e con belle sorprese in vista diramata dal Governo nel febbraio del 2014 e riferita allo stesso anno.

Com’è quantificabile un PIL a +0.9% che il Jobs Act porterà nel 2020 (orizzonte in questo momento lontanissimo e decisamente influenzato da una miriade di fattori esterni come Grecia, Ucraina, Libia, prezzo del greggio, sanzioni alla Russia, crescita cinese ecc, che neppure il miglior economista-stratega può prevedere ad oggi; in economia-finanziaria la certezza sul lungo termine è che saremo tutti morti)?
Le privatizzazioni già slittate più volte, inclusa quella di Enel tecnicamente semplice, potranno davvero comportare un +0.7% di entrate per gli anni 2015-2017?

Ancora, come è stimabile a +3.6% la crescita complessiva sempre al 2020 per effetto delle riforme come quelli istituzionali, costituzionali e di riorganizzazione delle PA considerando quanto sia difficile portarle ad attuazione nei tempi stretti stabiliti e con le pressioni della politica italiana (un cronoprogramma è già stato bucato palesemente, ma nessuno sembra ricordarlo)?

Infine come può il buon Poletti asserire che nel 2015 gli italiani beneficeranno di un incremento di 100’000 – 200’000 posti di lavoro? La forbice, come detto in precedenza, è troppo ampia e tra 100 mila e 200 mila c’è la stessa differenza che tra un risultato mediocre ed uno più che buono.

Non sono bastate le cantonate sui dati di previsione già prese nei tempi addietro? Parrebbe di no.

Appurato che di alternative credibili in un momento di urgenza come questo non ve ne sono, sarebbe auspicabile che Governo ed opposizioni lavorassero assieme con il reale obiettivo del bene e del cambiamento del paese. Purtroppo la sensazione è che sull’altare della comunicazione e della rapidità d’annuncio si sacrifichino fondamentali dettagli, modificabili facilmente durante le discussioni parlamentari ma dagli effetti devastanti una volta approvati, ove, stando al vecchio adagio, si insinua sovente il diavolo….

Link:
Il “Jumpstart Our Business Start-up” Jobs Act che non accontenta nessuno…28/12/2014
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14

22/02/2015
Valentino Angeletti
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PD di fronte ad una scelta necessaria, ma soprattutto un Weidmann passato quasi sotto silenzio che teme il cambiamento in UE

jens-weidmannL’attenzione dei media e l’azione politica in questi giorni sono sempre più catalizzate dagli eventi interni al PD che in queste ora sta svolgendo la propria assemblea nazionale. Le divergenze sono ormai forti, forse insanabili, di sicuro mostrano l’esistenza di due correnti con vedute quasi diametralmente opposte. Da una parte vi è Renzi con i suoi seguaci, la maggioranza del partito, dall’altra vi è la cosiddetta vecchia guardia o coloro che mostrano riserbo nei confronti delle scelte politico-strategiche del segretario. Nella vecchia guardia vi sono Cuperlo, Fassina, Bindi, D’Alema, Bersani mentre i dissidenti sono rappresentati da Civati. Ciò che più rimproverano al al Premier sono: l’accordo con Berlusconi, il cosiddetto patto del Nazareno, il quale a loro detta sta prevaricando l’esclusivo tema delle riforme costituzionali per abbracciare tutta l’azione di governo, le eventuali elezioni del presidente della Repubblica e probabilmente inserisce alcune clausole per garantire vantaggi al Cavaliere (che siano essi politici, economici, personali o giudiziari) e l’impronta della linea politica dell’Esecutivo distante da quello che era il programma del PD, un partito che si starebbe avvicinando sempre più a Confindustria e starebbe eseguendo le volontà del centro destra, NCD e FI in particolare (del resto Alfano proprio oggi parlando ad In mezz’ora su Rai3 ha apertamente affermato che l’alleanza sussiste in quanto il Governo sta realizzando i programmi di centro destra), senza dare il medesimo credito e la medesima possibilità di confronto ai sindacati, liquidati in un incontro di 60 minuti. La votazione della Commissione Costituzionale sull’articolo 3 della riforma del Senato, relativa ai senatori di nomina presidenziale, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso e se (e ciò emerge anche dalle prime notizia provenienti dall’assemblea PD), Cuperlo ed “i suoi” non sembrano possibilisti nei confronti di una scissione di diverso avviso è Civati che qualora la linea continuasse ad essere quella in atto si è detto, parlando al futuro e se opportunamente seguito, a dividersi fondando una nuova sinistra.

Le difficoltà e la presenza di una parte di elettorato di centro sinistra non rappresentata dal PD sono evidenti, molti sono coloro che hanno aderito agli scioperi, altri sono i delusi della politica di Renzi, ed altri ancora gli astenuti e quelli che hanno riversato nel M5S un voto di protesta. Questa circostanza mette effettivamente i critici interni al PD di fronte ad una domanda che devono dirimere, cioè se sia giusto eticamente e moralmente dare a questo elettorato una rappresentanza, pur rischiando di essere schiacciati alle urne dal peso del partito di Renzi oppure mantenere la posizione “di comodo” ed accettare la linea di partito quale essa sia, in quanto l’alternativa di far cambiare strada al Premier è oggettivamente impossibile e per la determinazione di Renzi e per i suoi numeri ed alleanze trasversali. Che la situazione vada chiarita e che non sia corretto continuare in queste discussioni e divisioni interne è evidente e quindi ognuno dovrebbe prendersi le proprie responsabilità ed agire secondo le proprie convinzioni, votando a favore dei provvedimenti se si ritengono corretti oppure contro per dar voce ai propri elettori, in alternativa dire chiaramente agli elettori di essersi convinti, allineati ed aver mutato pensiero.

Potrebbe essere pensabile una alleanza Civati-Sindacati (CGIL e FIOM in primis) che coinvolgesse anche SEL, ma la sensazione è che l’alto rischio, quasi la consapevolezza, delle poca forza di questo nuovo schieramento mantenga un po’ tutti in stallo e porti i protagonisti in ultimo ad accettare, pur avanzando critiche quasi fini a se stesse se poi non sono seguite da fatti, ogni decisione venendo talvolta meno alle loro idee. Evidentemente il timore fondato di poter sparire quasi definitivamente dalla scena esiste e non vuole essere corso.

Senza voler incolpare né renziani né “dissidenti” e convinti che si debba convergere rapidamente ad una soluzione che sia essa PD unito o PD diviso, più che alla questione PD, importante internamente perché comporta un rallentamento dei lavori Parlamentari, viene come al solito dall’Europa il segnale più preoccupante, per la precisione dalla Germania e per essere ancor più precisi dal Governatore della BuBa Weidmann. Segnale passato quasi inosservato nonostante la sua importanza. In una intervista rilasciata a La Repubblica Weidmann conferma quanto scritto in questa sede proprio qualche ora prima dell’incontro tra il tedesco ed i giornalisti (italiani e non solo): L’UE dopo un allentamento torna a pressare l’Italia (e la Francia) 11/12/14Dopo una chiosa di circostanza e retorica a supporto delle riforme del Governo Renzi, in particolare quella sul lavoro, conclusa comunque col perentorio suggerimento che adesso è il momento di passare dall’annuncio all’attuazione delle riforme, il discorso si è concentrato sulla politica monetaria della BCE.

Riguardo alle riforme va detto che la posizione dell’Europa, in tal caso esposta dal Commissario Pier Moscovici, è molto netta: a Bruxelles interessano relativamente poco i contenuti delle riforme, quello che conta sono i risultati ed i saldi finali, il mezzo e le modalità con cui raggiungerli è in capo ai singoli stati. Per tale ragione si può supporre che, fatto salvo per i “numeri” approfonditi meticolosamente, i lunghi piani di riforme siano sommariamente letti dalla Commissione Europea ed analogamente dal Presidente Weidmann. Ad esempio sulla riforma del lavoro al giudizio di Bruxelles poco importa se sia fatta a vantaggio degli imprenditori, dei lavoratori o, come sarebbe auspicabile, di entrambi, l’importante è finalizzare il risultato; al momento, ma la situazione sta cambiando e la nuova crisi Greca sarà un primo decisivo banco di prova, in UE non devono far fronte alla popolarità e sopratutto non devono perseguire il consenso elettorale che a volte nei singoli paesi membri muove le azioni politiche fuorviandole da quello che è nell’interesse della collettività.

Tornando alle dichiarazioni di Weidmann sulla politica monetaria, in estrema sintesi ha asserito che Draghi dovrebbe scartare l’ipotesi di QE con acquisto di Bond sovrani e parimenti non dovrebbe neppure considerare una condivisione dei rischi e dei debiti degli Stati, che pure il Governatore aveva avanzato, in quanto tali misure spingerebbero i paesi meno virtuosi ad indebitarsi ulteriormente e rallentare il cammino delle riforme. Gli esempi della FED in USA o della BoJ in Giappone, secondo il leader della BuBa, non sarebbero significativi nè attuabili in un contesto come l’Europa che non presenta, a differenza di USA e Giappone appunto, una finanza, una legislazione ed una economia unitaria (da ricordare comunque che anche la BoE in UK ha attuato con successo una politica espansiva animata dai QE). La via da perseguire secondo il Presidente della Bundesbank rimane quella del rigore, della disciplina di bilancio e delle riforme. Riguardo agli investimenti che la Germania dovrebbe fare per cercare di potenziare il suo ruolo di “locomotiva europea”, secondo il Presidente ed anche secondo la Merkel, essi possono anche essere fatti, ma non sortiranno effetto sugli altri paesi, come a dire: “lasciateci fare che in casa nostra decidiamo noi”. Wiedmann non ritiene un problema nè inflazione che secondo lui è dovuta esclusivamente al calo dei prezzi energetici, quando sappiamo che c’è stata una dinamica deflattiva anche sui salari, in Italia in particolar modo ma non solo, nè il rallentamento della Germania che lui vede in perfetta salute. La sua strategia sarebbe quella di ATTENDERE gli effetti del rigore di bilancio e delle riforme che dovrebbero portare da sole buoni risultati. Anche Weidmann a chiedere tempo, o meglio di temporeggiare.

Come già detto svariate volte in questa sede, il rigore e la disciplina di bilancio sono importanti e le riforme in questo frangente lo sono ancora di più, ma i primi dovrebbero essere allentati in momenti drammatici come quello in atto per poi essere nuovamente applicati per rendere strutturale il percorso di crescita già intrapreso, le seconde invece necessitano di tempo per portare risultati, si parla di effetti nel medio – lungo periodo. Manca un’azione espansiva che affianchi i Governi nazionali nelle riforme e che sortisca effetti subitanei.

Si intende chiaramente che fino ad ora la politica della BCE è stata dominata dalla BuBa, maggiore azionista della BCE stessa, e nonostante sia le ipotizzabili velleità espansive di Draghi sia la dinamica decisionale non soggetta ad unanimità bensì a maggioranza, a dominare è sempre stata la linea attendista dei rigoristi e, per quel che conta il mio parere, se ne vedono i risultati. Il punto chiave è che la posizione di Weidmann (e del seguito che avrà) pare possa continuare a rallentare le azioni di politica monetaria volte a contrastare nel breve e brevissimo termine inflazione ed a sostenere le dinamiche dei prezzi: infatti se adesso la maggioranza della Board BCE parrebbe orientata ad azioni più espansive (anche per lo scarso successo di ABS e TLTRO e per gli scenari europei ancora molto traballanti e deboli) è innegabile che il peso di una BuBa ostacolante non sarà un elemento facilmente liquidabile e richiederà dunque tempo, riunioni, negoziati e ridimensionamento dei piani (come lo è stato per l’unione bancaria ed i criteri di Basilea). Tempo che per Weidmann c’è copioso mentre per uno che come me vede la realtà dagli “stupidi occhi senza MBA e master in economia e finanza nelle prestigiosi Università ed Atenei chissà di quale stato del mondo” questo tempo sembra ormai già scaduto e lo percepisce nella vita quotidiana, nel calcare le vie dei mercati rionali, nei negozi, nei bar, nelle piazze ed osservando il proprio portafoglio, il conto in banca, le entrate e gli adempiente fiscali imminenti. In Italia siamo tornati ai livelli di salari del 1999 con prezzi e rincari del 2014, altro che dinamiche salariali in aumento paventate da Jens Weidnamm.

Il pericolo quindi è che la situazione scivoli e degeneri facendo il proprio corso vittima del non fare, corso che riteniamo estremamente differente, a meno di non essere tedeschi e quindi sapientemente protetti dal trino scudo Merkel-Schauble-Weidmann con supporto di Commissione Europea, da quello positivo ipotizzato con certezza dal Presidente Weidmann.

La politica italiana quindi è là, in Europa, e nelle relazioni con gli altri Stati che dovrebbe concentrarsi, unita, coordinata e con una strategia sottoscritta da tutti i partiti, rivolta a concretizzare quanto presente negli slogan per una Unione Europea meno burocratica e rigida quindi più coesa e flessibile. Purtroppo la sensazione che si ha costantemente dal 2011, quando il tema della Governance europea è entrato nei dibattiti nazionali, è che le istituzioni che dovrebbero rappresentare l’Italia in UE e la politica italiana non abbiano nè le capacità, nè le persone, nè l’autorevolezza, nè l’ordine mentale per gestire simili rapporti in modo proficuo per il nostro paese e, riteniamo, per il destino di tutta l’Unione che al momento non pare proprio di prosperità, pace e protezione.

14/12/2014
Valentino Angeletti
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Governo, Sindacato, lavoro, disagio sociale: sblocco possibile solo con più ampia coesione e condivisione degli obiettivi

Proprio in questa sede avevamo già preannunciato che il tema dell’Articolo 18, e più in generale del lavoro, avrebbe caratterizzato le settimane a venire e sarebbe stato un argomento molto divisivo all’interno della maggioranza di governo, tra governo ed opposizione e soprattutto tra i ranghi del PD stesso. Le settimane a cui ci riferivamo sono adesso giunte e l’argomento va preso di petto per l’importanza che riveste sia in Italia che in Europa. La discussione in merito si è aperta a dire il vero con alcuni dati migliori di quelli che eravamo soliti dover digerire, ed in particolare l’aumento del numero degli occupati di 82’000 unità in aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente (+82 mila) e dello 0,6% su base annua (+130 mila) e l’incremento del tasso di disoccupazione al 12,6% dal precedente 12,3%. In particolare, pur sembrando contraddittorio, il secondo dato è particolarmente interessante perché mostra la tendenza di coloro che prima erano NEET a tornare nuovamente alla ricerca attiva di un lavoro animati da una rinnovata energia ed auspicabilmente speranza.

Personalmente capisco lo scoramento, ma il cessare la ricerca di occupazione quando si è disoccupati, magari di lungo periodo, faccio davvero fatica a comprenderlo, sia chiaro che questo è solo un del tutto privato ed opinabile pensiero. Il risultato dell’incremento della platea dei cercati è per forza di cose una maggior probabilità che alcuni di essi (magari con competenze tecniche, manuali, artigiane specifiche) possano inserirsi nel mondo del lavoro ed in parte così è stato. L’equazione: “più gente cerca più è probabile che un numero maggiore di persone trovi” rimane valida. Detto ciò va anche ricordato che i mesi scorsi erano quelli estivi ed una maggiore inattività, in particolare tra i giovani ed i neo laureati, è fisiologica. Inoltre non ci si deve mai dimenticare del livello altissimo di disoccupazione che colloca il nostro paese in vetta (negativamente) alle classifiche europee superato tra le big solo dalla Spagna.  Il 12.6% di disoccupazione che sale al 42.9% nella fascia 15-24 anni, sale ulteriormente per le donne e diventa record per le donne del sud italia, non è tollerabile in nessun luogo, tanto meno in un paese dove il lavoro è Costituzionalmente sancito come fondamenta della Repubblica Italiana. Volendo comunque aprire all’ottimismo senza il quale nessuna situazione può volgere in meglio si potrebbe asserire che da qualche parte si deve pur cominciare e questi dati potrebbero rappresentare un punto di partenza.

Purtroppo nelle giornate immediatamente seguenti siamo tornati coi piedi per terra ed i disordini romani di piazza Indipendenza durante la manifestazione degli operai delle acciaierie di AST di Terni, con il Segretario FIOM-CGIL Landini in prima fila (orgogliosamente gli va riconosciuto), hanno messo in luce uno spaccato del paese ben differente. Dall’insediamento del Governo Renzi nello sorso febbraio, ovviamente derivanti da problemi pregressi, sono state oltre 5’000 le vertenze aziendali di cui oltre la metà relative a problemi occupazionali. Uno studio della CGIL basato sui dati ISTAT riporta che da gennaio a settembre 2014 le persone in cassa integrazione sono oltre 1 milione di cui la metà (525 mila) a zero ore. Il reddito complessivo perso è di circa 3,1 miliardi di € pari a 5’900 € annui a cassaintegrato, a settembre le ore di cassa integrazione richieste ammontano a 104 milioni (+43.86%). Infine anche la produzione industriale è in calo per l’ultimo periodo.

La vertenza della AST di Terni che tanto è balzata alle cronache per la sua gravità non è altro che la punta di un iceberg il quale vede numerose grandi aziende versare in condizioni simili. Le vertenze infatti riguardano tra gli altri Meridiana, Lucchini, Alitalia (di poche ora fa il caso di Fiumicino con i badge dei licenziandi disattivati un giorno in anticipo), Edison Sun, Tirreno Power, Fincantieri Palermo, TWR di Livorno, SGL Carbon in Umbria, il servizio di call center erogato da Accenture, IBM, tutto il distretto del Sulcis ed i casi a parte di Ilva, che con il nuovo Commissario Straordinario Gnudi e lo sblocco di oltre un miliardo dei patrimoni dei Riva ha una sfida titanica da affrontare che deve puntare alla riqualificazione ed all’innovazione, e della raffineria ENI di Gela che in questi giorni dovrebbe volgere a risoluzione. In generale si potrebbe dire che la crisi pervade tutti i settori un tempo forti in Italia, come l’energia, la manifattura, la cantieristica e l’edilizia, mentre tengono i settori di nicchia, dalle start up biomediche e tecnologiche, al lusso fino all’alimentare biologico ed alla manifattura di pregio. Evidente, tanto da non richiedere approfondite e complesse analisi, è poi la tendenza di ogni azienda straniera a riportare in patria o altrove le produzioni allontanandosi appena possibile dal nostro paese, anche in quei in settori globalmente non in crisi come quello degli acciai speciali prodotti proprio dalla AST di Terni. Il fenomeno evidenzia un paese sia ostile all’attrazione di investimenti ed al mantenimento di quelli in essere a causa del suo livello di competitività più basso rispetto alle altre zone europee principalmente a causa delle croniche “malattie” nostrane quali burocrazia, corruzione, fisco, costo del lavoro, incertezza normativa e via dicendo nel ben noto impietoso elenco. Gli investimenti sono annoverati come imprescindibili per la ripresa del ciclo economico, ma difficilmente con l’Europa e la BCE avuta fino ad ora e con i vincoli interni al nostro paese imposti agli investitori sarà possibile una reale ripartenza. In USA la ripresa economica confermata anche dagli ultimi dati del PIL è stata trainata da investimenti, re-industrializzazione, rivoluzione energetica e non ultima azione espansiva e precisa della FED che ormai ha cessato il suo operato di quantitative easing, ma che ha fornito all’economia reale, pubblica e privata, capitale fresco da investire con l’obiettivo di riportare attorno al 6% il tasso di disoccupazione.

Quello che è sfociato nei disordini violenti di piazza Indipendenza a Roma è un sentimento preoccupante, perché emblematico di uno stato d’animo diffuso tra i lavoratori, tra i giovani, tra gli artigiani e le partite IVA, tra gli studenti, tra i pensionati e tra la classe media che piano piano si vede declassare essendo ormai relegata negli strati più bassi di una società il cui 28% è a rischio povertà. Neppure la laurea e gli studi sono funzionali al benessere, poiché varie ricerche dimostrano come ormai avere una laurea (con poche differenze tra le varie facoltà) non rappresenti nel nostro paese un segno distintivo capace di consentire un più facile accesso nel mondo del lavoro né tanto meno una scalata sociale un tempo quasi assicurata. Ne consegue che chi può è spinto a migrare spesso a malincuore e con biglietto di sola andata (e pensare che anche lo studio è sancito dalla Costituzione, Art. 34), mentre chi rimane è scoraggiato, soffre di un grave disagio sociale potenzialmente pericoloso e teme per l’assenza di prospettive. Tante delle persone in mobilitazione e che animeranno questo autunno-inverno, a cominciare dagli infermieri finendo con gli scioperi generali a Milano e Napoli indetti a dicembre dalla CGIL, probabilmente hanno percepito gli 80€ del bonus IRPEF, ma non è quella sovvenzione a cambiare loro la vita se non rappresenta il punto d’inizio di un percorso strutturale e pianificato. Proprio l’assenza di pianificazione spaventa. L’incedere del cambiamento, che pur è necessario, sembra sempre traballante, ostaggio quando di tentativi di conservatorismo, quando della propaganda con repentini e ficcanti slogan a scapito della qualità del risultato che, assieme alla rapidità imposta dai ritardi del passato, non va mai sottovalutata onde evitare di creare danni irreparabili una volta entrati a regime. Le tensioni nel Governo, gli scontri parlamentari, il continuo ricorso a decreti e fiducia spesso con fare quasi ricattatorio non contribuiscono a creare un clima di fiducia, come la contrapposizione in certi frangenti quasi personalistica con il sindacato, a volte eretto ad emblema di ogni male italiano. Il sindacato è un istituto che sicuramente si deve rinnovare, ma non va dimenticato che in molte vertenze come Ducati ed Electrolux è riuscito a negoziare portando soluzioni vincenti e preservando il lavoro. Più che lo scontro, tra Governo, Sindacato e ogni altro attore di questa partita di cambiamento, vi dovrebbe essere dialogo e negoziato senza arroccamenti totalitaristici, perché non va dimenticato che il futuro del paese deve essere l’obiettivo comune di tutti e per raggiungere questo ambizioso traguardo serve davvero uno sforzo di mediazione collettivo. Quello che la gente percepisce, pur consapevole delle resistenze conservative e della complessità di dover affrontare un grosso cambiamento ed una poderosa discontinuità col passato che richiederà sacrifici e sforzi per le nuove e meno tutelate generazioni, è una sostanziale stagnazione che poco rispecchia le aspettative iniziali che i Governi Monti e Letta prima e Renzi poi avevano fatto sperare.

Il periodo prossimo venturo sarà fondamentale per capire che direzione vorrà essere presa e con che modalità, in questa fase sia a livello nazionale che europeo puntare allo scontro ed ai diktat non può che peggiorare e bloccare ulteriormente una situazione così grave che va affrontata per forza di cose col più coeso ed ampio dispiegamento di forze possibile.

Link:
Renzi virtualmente a Villa D’Este. Morando: salario minimo e poche illusioni 06/04/14
Non il Pil prevedibilmente basso, ma delle aspettative troppo alte. Cosa ci attende e cosa si deve fare in concreto? 06/08/14
I dettagli del DL lavoro possono risolvere i problemi occupazionali? 24/04/14
La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici 02/04/14
Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo 29/06/13
Eurogruppo sul lavoro, Ecofin sulle banche e campanelli di allarme sull’Italia 28/06/13

02/11/2014
Valentino Angeletti
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Dalla tre giorni economica milanese emergono ingredienti condivisi, ma la ricetta finale è ancora ignota

Dalla tre giorni di vertici europei “informali” EcoFi, EuroGruppo ed EcoFin poche novità e pochi spunti sono emersi rispetto a quanto già non si sapesse e fosse consolidato nella discussione economica continentale.

I punti cardine di cui tanto si è scritto sia qui nelle settimane e nei mesi addietro, sia sulla stampa sono stati le riforme strutturali economiche ed istituzionali che devono affrontare i singoli paesi con varie priorità, gli investimenti in calo a livello europeo che vanno supportati e vincolati e la politica monetaria. Tutti e tre gli elementi fanno parte della strategia volta alla crescita ed al sostegno all’occupazione all’interno di tutta l’UE che sono tra l’altro le priorità dichiarate dal Premier Renzi per il semestre Italiano ormai iniziato da 75 giorni.

Gli ingredienti sono in linea di massima assodati e condivisi tra i vari protagonisti, quindi stati nazionali inclusa l’Italia, Unione Europea e BCE, ad essere differenti invece sono le visioni di insieme e la consecutio di implementazione.

I lavori si sono infatti aperti con l’ennesimo battibecco tra Governo e Commissione uscente con un botta e risposta tra Roma dove si trovava il Premier Renzi e Milano dove erano presenti i rappresentati economici dell’Unione. La scintilla è stata la dichiarazione del commissario uscente ad interim  per l’economia e gli affari monetari Katainen (e venturo VP) secondo cui le riforme in Italia non vanno solo annunciate, ma attuate altrimenti sarebbe come comprare delle medicine senza prenderle: inefficaci. Evidentemente la fiducia del futuro potente VP nei confronti dell’Italia non è massima e considerando il recente passato non lo si può completamente biasimare. Il finlandese ha poi lasciato trasparire un po’ di superficialità asserendo che il programma di riforme italiano è ambizioso, va nella giusta direzione e sicuramente porterà i frutti aspettati una volta applicato, aggiungendo però di non conoscerlo nei dettagli; forse prima di gettarsi in certe dichiarazioni avrebbe potuto documentarsi o tralasciare l’ultima locuzione. Il concetto di Katainen, condiviso anche dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, è che prima di ogni altro intervento europeo si debba attendere l’applicazione ed il risultato misurabile delle riforme, fino ad allora vigono i patti ed i vincoli europei attualmente in essere, sottoscritti dai 28 e mai modificati o resi più flessibili. Quindi prima riforme e presentazione chiara di precise strategie di investimento e destinazione di eventuali fondi e solo dopo concessioni o piani di incentivazione.

A Katainen ha risposto a più riprese Renzi, immediatamente via Twitter e successivamente dalla Fiera del Levante in Puglia. Il Premier ha risposto a tono dicendo che non si prendono lezioni da nessuno e che meritiamo rispetto e credito essendo uno dei pochi paesi a rispettare il 3% (che a dire la verità dovrebbe essere secondo i patti in essere il 2.6% per il 2014) nel rapporto Deficit/PIL, aggiungendo che continueremo a rispettare i patti, il 3%, proseguiremo nelle riforme non per l’Europa ma per andare incontro alle necessità dei cittadini per la prima volta tifosi del governo, e che l’Europa e Juncker dovrebbero pensare a rendere disponibili i 300 miliardi di investimenti paventati.

Katainen ha finemente replicato che l’Europa non è maestra di nessuno né bacchetta alcun paese, ma cerca il confronto con i singoli stati affinché venga mantenuto il rigore di bilancio, vengano implementati i piani e non si venga meno alle regole sottoscritte. Ha poi aggiunto che la situazione italiana nello specifico non è stata ancora valutata e che vige ancora nella sua totalità ciò che il patto di stabilità contiene.

A far da mediatore tra i due leader è il Ministro dell’Economia Padoan (stima sempre maggiore per questo tecnico), con un piede nella calzatura di Renzi e l’altro in quella di Katainen, ribadendo che le riforme nel nostro paese non hanno scadenze, ma carattere di urgenza estrema e che la crescita di lungo periodo potrà avvenire solo dopo la ripresa di un ammontare adeguato di investimenti pubblici ed in particolare privati (in un paese come l’Italia senza sostegno esterno pensare a grossi piani di investimento pubblico è complesso visto lo stato dei conti pubblici e l’allocazione di una spending review ancora in fieri nella riduzione del debito e defiscalizzazione). A tal fine il solo credito bancario, che ha fallito in passato, non è sufficiente e, come scritto più volte in questa sede, è necessaria una diversificazione per la quale il Ministro ha chiesto supporto a BEI e Commissione che dovranno redigere consigli su dove e come agire considerando ipotesi quali Minibond alle imprese (ed aggiungiamo anche quotazioni in borsa facilitate, EuroBond di concerto con la BCE, intervento diretto di BEI ed entità come CdP, ecc). Pur con questi strumenti, ancora teorici, più orientai alla finanza e credito rimane però il punto tanto dirimente quanto ovvio che un privato si accolla l’onere ed il rischio di un investimento solo se esiste la possibilità concreta di profitto, e se il terreno su cui si va ad investire è stabile e non scosceso; questo stato evidentemente si può raggiungere solo con un profondo piano di riforme alla struttura fiscale, burocratica e normativa italiana.

A ciò si aggiunge la posizione ben nota della BCE, di Draghi e del suo VP Victor Constancio che ribadiscono (correttamente) che l’operato della BCE non può prescindere da un contesto di ampie riforme a sostegno della crescita e che la sola politica monetaria non può portare a cambiamenti economici strutturali. L’impegno della BCE è confermato secondo Constancio con la partenza la prossima settimana delle misure di T-LTRO, per il resto l’istituto di Francoforte ritiene di aver fatto la propria parte e che a rivitalizzar un’economia che in complesso e nelle sue componenti nazionali vede ancora dati di PIL peggiori rispetto al 2008 spetta agli stessi stati.
Come spesso ribadito in realtà la BCE avrebbe potuto agire sicuramente prima ed in modo più mirato anche perché i dati di inflazione e la stabilità della moneta e dei prezzi, elementi del mandato della banca centrale, forse potevano essere protetti con più forza e con maggior tempismo visto che segnali chiari non mancavano già anni fa. Non la pensa così la BuBa di Weidmann secondo cui la politica della BCE, espansiva addirittura oltremodo, rischia di minare il percorso di risanamento dei conti, evidentemente priorità assoluta per l’istituto centrale tedesco.

Leggendo le elucubrazioni di Katainen, Renzi e Padoan vi sono alcuni elementi che mettono in dubbio l’efficacia di azioni impostate secondo quanto detto.
Katainen vorrebbe prima attendere l’attuazione delle riforme, che in un contesto italiano sono lentissime, richiedono varie letture e votazioni, ed addirittura poterne misurare i risultati prima di avanzare ipotesi di concessioni ed allentamenti, ben conoscendo la pastosità del sistema italiano. Vorrebbe poi che a fronte dell’erogazione di incentivi ed investimenti fossero presentati piani precisi e dettagliati, richiesti ed ancora non pervenuti anche per la spending review sui cui l’UE conta molto come elemento di abbattimento del debito e riduzione del carico fiscale assieme alle privatizzazioni. Un approccio simile è ovviamente condiviso in toto dalla Germania, con Schauble in prima fila, essendo già ben indirizzati in tema di riforme con l’impegno di sostenere il mercato interno e ridurre il surplus. La Germania potrebbe quindi (ma è solo una ipotesi) beneficare per prima di ogni tipo di investimento europeo.
Il Premier Renzi invece vorrebbe che allentamenti dei vincoli, investimenti e fondi venissero fatti immediatamente, forti del nostro rispetto del 3% (che al 2014 dovrebbe essere 2.6%) contrariamente ad altri paesi come la Francia (che però ha un debito attorno al 90% e dati su occupazione ed inflazione migliori dei nostri). Evidentemente, se credito e concessioni vorranno essere dati al nostro paese, non ha senso attendere perché di tempo non ve n’è.
Infine Padoan il quale sa bene dell’urgenza delle riforme e della loro attuazione, ma al contempo è consapevole che gli investimenti devono riprendere subitamente. A tal pro in modo molto diplomatico il Ministro ha tirato in ballo un piano a supporto di investimenti, chiaramente parte del meccanismo complessivo di azioni da implementare, da produrre congiuntamente e rapidamente da BEI e Commissione. Inoltre ha allentato ulteriormente la tensione definendo il controllo europeo (che considerando la cessione di sovranità che dovrà avvenire sarà sempre maggiore) un utile strumento di confronto tra stati e di miglioramento.
Anche in tal caso però il rischio di ritardi è altissimo perché la Commissione, che dovrà lavorare sul programma a sostegno degli investimenti nonché sul piano di investimenti stesso (probabilmente anche quello da 300 mld di Juncker), è la nuova che si insedierà solo da Novembre ed avrà bisogno di un po’ di tempo per rodarsi andando così a sfiorare la conclusione del nostro semestre di presidenza che attualmente ben meno del previsto, complice le elezioni ed il riassetto europeo, ha potuto indirizzare l’agenda UE impegnata su questioni più squisitamente di governance che non pratiche.

A corollario di ciò vi è la dichiarazione più che pragmatica di Visco, Governatore di Bankitalia, che riporta tutti con i piedi per terra dicendo che da queste riunioni, le quali di fatto non hanno aggiunto nulla di nuovo o utile alla soluzione della crisi, l’Italia esce con i soliti problemi.
I soliti appunto: debito, disoccupazione, deflazione, pil, imprese in difficoltà, basso potere d’acquisto, basso credito, investimenti azzerati ed altissimo carico fiscale assieme a tutti gli intoppi burocratici e le questioni politiche, che vedono con il voto per la Consulta, un patto del Nazareno in bilico e con la vicende in Emilia-Romagna divergenze interne al PD.

A tirare la stoccate al Governo sono poi anche i sindacati che manifesteranno ad ottobre. Il più duro di questa tornata è stato Bonanni della CISL che ha tuonato contro i “palloni gonfiati che promettono riforme sul lavoro senza poi fare nulla, come accade da 5 governi a questa parte”. Il riferimento e la rottura con l’Esecutivo sembra abbastanza immediato anche se non sono stati fatti esplicitamente nomi.

Pare quindi che gli ingredienti da portare in cucina siano condivisi dai vari cuochi, chef e garzoni, ma manchi la ricetta in cui impiegarli.
L’impressione è che più o meno si abbia un’idea abbastanza chiara di quali siano gli strumenti da usare, ma non vi sia assolutamente un piano complessivo ed una sequenza di attuazione, anzi ogni leader ha una propria idea ed è abbastanza fermo sulla propria posizione, poco disposto a cedere in totale contrasto con lo spirito comunitario di condivisione ed aiuto reciproco.
Ciò, unitamente al processo di insediamento della nuova Commissione, rischia di richiedere ancora troppo tempo in cui indubbiamente, almeno per il nostro paese, i dati già pessimi peggioreranno e le tensioni politiche si acuiranno ulteriormente.
Insomma, l’UE è ancora ben lungi da quella sinergia che mai come ora è indispensabile.

Link:
Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti? 12/09/14
Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida 11/09/14
Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE 09/09/14
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14
Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno 28/08/14
Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble 28/08/14
La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista? 26/08/14

 

13/09/2014
Valentino Angeletti
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Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre.

Dopo l’assenza al meeting di Comunicazione e Liberazione che ogni agosto anima Rimini e lo rende centro, oltre che vacanziero, d’incontri e di dibattiti con grandi nomi della politica, dell’economia, del volontariato, il Premir Renzi ha confermato la sua tendenza al mantenimento di un profilo basso, molto apprezzato in questo frangente dal grande pubblico e dal ceto, per così dire, popolare, mancando anche ad un altro appuntamento in cui politica, industria, finanza si incontrano, ossia il Forum Ambrosetti di Cernoobbio che tra dibattiti, propositi e soluzioni, da il LA alla stagione politico-economica autunnale.

Il Presidente Renzi ha preferito visitare l’apertura di una fabbrica di rubinetti nel bresciano assieme al numero uno di Confindustria Giorgio Squinzi.

L’idea di Renzi è evidentemente quella di voler abbandonare i salotti buoni, le stanze della finanza ed i bunker dei bottoni, dove tutto si decide, o almeno così l’immaginario collettivo ritiene, in gran segreto. Questi ambienti per un certo verso mistici riuniscono coloro che effettivamente hanno per la posizione ricoperta, in alcuni casi non si sa quanto meritata o quanto consegnata per cooptazione quasiché delfini di un destino ineluttabilmente benevolo che in questo paese volta sovente le spalle ad ottimi talenti inghiottiti dal gorgo delle sue inefficienze oppure realizzatisi oltre i confini muniti di biglietto di sola andata,  notevole influenza nel paese. Si tratta di finanzieri, industriali, grandi manager e dirigenti che usualmente la politica, se non asseconda, tiene in considerazione, ma al contempo additati dai cittadini comuni come grandi responsabili assieme alla politica stessa del tracollo di un paese schiacciato dall’incapacità della classe che (sempre facendo le debite distinzioni) dovrebbe essere illuminata per lo sviluppo economico e per la gestione della cosa pubblica. Il Premier identifica come segno di rottura con la politica di relazionatone l’essere assente o al limite contrastare realtà come il meeting di Rimini, il forum di Cernobbio o gli stessi sindacati, tutti ritenuti colpevoli dell’interesse nella conservazione per proteggere rendite di posizione o potentati e burocrazie bloccanti a buon pro del loro stesso interesse, ovviamente nonostante discorsi orientati verso tutt’altra direzione.

Ai cittadini segni come questi possono effettivamente dare l’impressione del un desiderio di slegarsi ed essere indipendenti dal potere “nascosto”, così come la visita alla fabbrica di rubinetti può essere interpretata come interesse per le realtà pratiche, produttive ed in difficoltà del paese. Non v’è dubbio però che prima ancora di simili segnali in una fase ancora drammatica, come confermano tutti i dati economici e dell’occupazione, al cittadino interessino i risultati che hanno scandito i programmi e riempito le slide di Renzi. Quindi si ritorna al pacchetto di riforme istituzionali ed economiche, al sostegno alle classi meno agiate che vada al di là del bonus Irpef che a ben vedere non ha supportato i più poveri, al sostegno alle imprese in enorme difficoltà, alle modifiche sul lavoro, alla reale offerta di possibilità di accesso alla classe dirigente prescindendo da ceto sociale e conoscenze, ed a tutto ciò che può rilanciare investimenti ed aprire le porte a coloro che volessero farne dei nuovi. Il titanico lavoro si inserisce in una complessa partita a livello Europeo, giocata sotto il vessillo del semestre di presidenza così come in difficili, dinamici e fluidi scenari esteri.

In questo momento i risultati ed il raggiungimento di alcuni obiettivi tangibili per i cittadini nel giro di poco tempo sono fondamentali, perché se da un lato il liberarsi da quelli da lui definiti come poteri forti e salotti buoni, leggasi Cernobbio, CL, Sindacati, Mediobanca ecc, ha guadagnato in popolarità, parallelamente questa popolarità non è per sempre e per essere mantenuta necessita di azioni concrete. La decisione di proseguire col blocco della rivalutazione degli stipendi per le forze di polizia già allo stremo e per altre categoria deboli sembra tanto uno di quei tagli lineari che tanto i cittadini detestano e che vanno contro il principio che ormai tutti vorrebbero fosse esaudito di ridistribuzione della ricchezza, indubbiamente uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale renziana. Vi sono poi molti sostenitori e leopoldiani della prima ora che stanno avanzando apertamente critiche al Premier, non così rapido ed incisivo come atteso, ci si riferisce ad alcuni giornali e direttori di media e/o testate ed a manager “amici” come Della Valle. All’interno del PD poi le tensioni si fanno sempre più evidenti e manifeste palesemente. A favore del Premier gioca la lapalissiana circostanza di assenza di avversari concreti e strutturati in grado di contrastarlo, adeguatamente carismatici, con spiccate capacità comunicative e metodi guascon-fiorentini tali da raggiungere la pancia delle masse, benché poco popolari tra le alte sfere.

Il programma renziano da 100 giorni è passato a 1000, in questa sede si era avanzata la necessità di 10 anni di duro, meticoloso, calibrato e perfetto lavoro per risollevare la situazione economico-sociale raggiungendo una crescita relativamente strutturale, il giornalista del Financial Times, Wolf, pronostica almeno 5 anni. Quindi tempi non immediati durante i quali, se meramente di attesa ed aspettativa, non è certa la tenuta sociale.

Se v’è la sensazione di non essere in grado di raggiungere ciò che è stato presentato nel crono programma, anche alla luce della situazione complessa ereditata e delle altissime aspettative che Renzi si è accollato per avere ampio consenso, forse questo momento potrebbe essere l’ultimo per pensare a nuove elezioni in modo da poter essere totalmente legittimato ed avere un proprio governo tale da presentare qualche possibilità di scalfire i poteri delle burocrazie e tecnocrazie bloccanti che, tanto sono potenti, riescono a frapporsi al percorso delle riforme e del cambiamento. Ovviamente è una partita a poker che, con la legge elettorale in essere, richiede un ampio consenso per avere la maggioranza in ambedue le Camere, ma del resto Renzi del “mi ci gioco la faccia” ha fatto un motto, forse quindi è arrivato il momento di un “all-In”.

Link: Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/14

06/09/2014
Valentino Angeletti
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Alitalia: Errare umanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur

Alitalia-Etihad Fossi in James Hogan, CEO di Etihad, qualche dubbio comincerei a farmelo seriamente venire.

Nella trattativa su Alitalia è vero che gli Emiri hanno un enorme potere contrattuale ben sapendo di  essere l’ultima spiaggia, ma è altresì vero che stanno comunque acquistando una azienda che nel  2013 ha perso 569 milioni di €, che ha necessitato di svariati salvataggi statali, che gli stessi capitani  coraggiosi, lungimiranti industriali italiani, non hanno saputo salvare nonostante la scissione in bad  company, totalmente in carico al pubblico e good company sotto la loro gestione, che negli anni è  stata un mezzo di creazione di posti di lavoro ingiustificati e di concessioni clientelari,  che è arrivata  ad avere un costo del lavoro esorbitante rispetto ai competitors, che non è stata in grado di rendere  efficiente la gestione dei processi e delle spese, così come ha errato clamorosamente il piano  industriale investendo nel corto raggio in particolare nazionale (tagliando in tal modo fuori tutte le  rotte lungo raggio, in primis quelle verso Asia, Africa e Medio Oriente), quando era già evidente che  la concorrenza dei treni veloci sarebbe stata difficilmente vinta. A ciò si aggiunse il rifiuto della proposta Air France, che avrebbe previsto anche l’accollarsi dei debiti evitando il ricorso al pubblico (l’AD di Air France allora disse: “per trattare coi sindacati ci vorrebbe un esorcista….”).

Hogan, non di certo uno sprovveduto, la situazione la conosce bene, così come sa bene che l’altro grande azionista di Alitalia, Air France appunto, difficilmente potrà aderire ad ulteriori aumenti di capitale visti i conti non eccellenti della compagnia francese e sa anche che Poste, con il nuovo Amministratore Caio ed in prossimità ad una delicata quotazione sul mercato, hanno dato disponibilità a sottoscrivere l’ADC (circa 40 milioni di € su 250) a patto di avere un ritorno, di verificare l’esistenza di un piano industriale concreto, insomma, proprio come lo stesso Hogan, Caio vuole un investimento serio e non ha assolutamente intenzione di elargire denaro per stipendi, contratti di solidarietà, pagamento forniture e così via, come fatto in passato sfruttando l’ingerenza dello Stato in simili aziende che di fatto si sono talvolta trasformate nel braccio armato del tesoro (una sorta di CdP versione 2.0).

Sembra proprio che, parafrasando il Ministro delle infrastrutture Lupi, non esista alcun piano B e che questa situazione vada conclusa rapidamente.

In tal scenario si inseriscono le proteste di alcune sigle sindacali, in primis la UIL, principalmente rappresentative degli operatori di terra che si schierano agguerrite contro i tagli proposti al costo del lavoro sul quale è stato indetto un referendum che non ha raggiunto il quorum (i votanti hanno raggiunto poco meno del 27%). Le divergenze sindacali sono molto veementi, in particolare il leader della CISL Bonanni, non ha lesinato di criticare aspramente le posizioni bloccanti e “corporative” delle sigle sindacali schierate con la UIL che rischiano di creare gravi problemi agli accordi ed al futuro della stessa ex compagnia di bandiera la quale potrebbe diventare la quarta compagnia mondiale se l’accordo con Etihad si concludesse positivamente.

L’affermazione più che mai oggettiva e concreta del premier Renzi trova assoluta riprova nei fatti, l’alternativa alla gestione di circa 2500 esuberi è mandare a casa tutti e 13200 i dipendenti, Monsieur del La Palice non poteva essere più chiaro ed incisivo, ma pare che a molte orecchie il monito serva costantemente per ricordare che su questa vicenda va posta la parola fine una volta per tutte, gli strascichi sono già stati troppo onerosi e penalizzanti per la competitività italiana e per le tasche dei cittadini.

Il caso è un emblema della situazione che in Italia perdura da anni (si può assimilare con le differenze opportune al caso MPS). Ci troviamo senza un piano industriale nazionale, senza che sia stata definito un percorso di crescita e di sviluppo per il paese, dove la scuola e l’università non sono in grado di rispondere alle richieste del mondo del lavoro il che significa che domanda ed offerta non si incontrano quindi le poche opportunità di occupazione specifica che esistono non sono soddisfatte penalizzando giovani che non trovano lavoro ed aziende che non trovano addetti specializzati; analogamente si può dire  sul piano energetico e su quello turistico ove l’Italia potrebbe eccellere, ma dove per troppo tempo si è lasciato spazio ad azioni autonome locali sovvenzionando con incentivi centrali senza verificare l’effettivo ritorno o l’efficacia delle azioni implementate; si è spesso vissuto sul debito per creare lavoro inutile senza destinarlo invece ad investimenti ad alto ROI alimentando in gran parte dei casi meccanismi clientelari in più di un organo gestito totalmente o parzialmente dallo Stato; ci si è spesso gettati sulla finanza speculativa del brevissimo termine piuttosto che pensare alle generazioni future, perché in quel momento pareva che tutti guadagnassero, senza tenere in considerazione che il gioco è a somma zero, quindi se alcuni guadagnano, e molto, alcuni altri perdono; tante aziende (senza generalizzare, perché le eccellenze esistono e sono prova delle potenzialità insite negli italiani ben svantaggiati su molti fronti rispetto ai colleghi europei) non hanno saputo cogliere la sfida della globalizzazione e sono rimaste troppo piccole e senza la giusta filiera per competere nel mercato mondiale (ne è un esempio la GDO nostrana se confrontata a quella francese); si sono spesso protetti, con complicità a volte anche dei sindacati, privilegi antichi e piccoli gruppi in genere già ben tutelati a scapito delle nuove generazioni con il risultato di impedire il progresso e mantenere meccanismi anacronistici (esattamente stessa identica accusa che a ragione si può muovere al parametro del 3% deficit/PIL europeo) come ad esempio la CIG in sostituzione della quale non è mai stata pianificata alcuna forma di riqualificazione del lavoratore ove l’azienda non fosse più in grado di sopravvivere; non si è stati capaci di innovare a livello amministrativo, di governance, di mercato del lavoro, di processi e burocrazie, di tecnologie con il risultato di mantenere una macchinosità insostenibile; ovviamente ci si potrebbe dilungare molto oltre (evasione, corruzione ecc) e va sottolineato che tutto ciò prescinde dalla crisi che ne ha solo aggravato ed anticipato le conseguenze.

Nonostante la consapevolezza di quanto detto sopra, nonostante si sappia che troppo tempo è stato perso e si è davvero all’ultima spiaggia essendo già molti nodi venuti al pettine, sapendo che le riforme quand’anche fossero perfette porteranno risultati nel medio-lungo periodo (anche quelle implementate ed in via di implementazione avranno un consistente “delay time”) e che quindi l’immediato futuro richiederà ancora pesanti sacrifici, si insiste a non trovare un accordo tra parti che in una situazione normale potrebbero anche avere il dovere di scontrarsi (costruttivamente) e cercare ulteriore dialogo e confronto, ma che in casi di emergenza come questo devono fare forza comune per raggiungere l’obiettivo di “proteggere” gli interassi del paese o dell’azienda rappresentata. Invece no, anche in situazione in cui ogni minuto è prezioso, anche quando i dati continuano ad essere preoccupanti, si continua a non essere in grado di formare un tavolo comune in cui le parti, nel caso Alitalia Governo, sindacati, banche, Poste (nel caso del Governo i vari partiti) si siedono e si trovano d’accordo per capire quale sia il meglio ottenibile per la nostra compagnia di volo con le condizioni al contorno in essere. Prevalgono invece i particolarismi, l’ostruzionismo ad oltranza, la perdita di tempo, l’impasse perenne e ciò è riscontrabile appunto in alcune vicende del governo (che pure ha implementato non senza difficoltà alcune misure),  così come nei frequenti rallentamenti e rinvii in Alitalia.

Vedendo la “malgama” e l’instabilità in cui Hogan rischia di radicare una parte importante del proprio busieness e confidando in una marginalità di Etihad che consente ampiamente di attendere e trovare altre e più convenienti soluzioni, il considerare di temporeggiare e mettersi in stand by ancora un po’ potrebbe essere una mossa più che sensata.

Errare umanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur.

Solo alcuni link su Alitalia:
Alitalia-Cai verso la creazione di una nuova Bad Company? 03-05-14
Etihad-Alitalia; Alstom-GE, Siemens: la differente azione dei Governi 30-04-14
Lucchini, Alitalia e la grande industria 26-04-14
Dedica del primo maggio e speranza per una visione comune 01-05-14
Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto 02-04-14
Termini Imerese e Mastrapasqua: ritardi cronici ed endemica perdita di denaro e competitività 02-02-14

26/07/2014
Valentino Angeletti
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La revisione normativa può rilanciare il lavoro solo assieme ad interventi economici

Non serve approfondire ulteriormente la desolazione che i dati sul lavoro in Italia conferiscono al lettore, bastano i crudi numeri, 13% di senza lavoro che salgono al 42,3% nella fascia di età tra 15 e 24 anni, 3,3 milioni di persone in cerca di occupazione ed incapaci di trovarla, il dato è il peggiore dal 1977, ma solo perché da quell’anno iniziano le rilevazioni ISTAT, in realtà è stato stimato che per avere un valore simile si debba tornare agli anni 50.
Da Londra Renzi, dove è in visita presso istituzioni ed investitori e dove ha raccolto anche la stima di Cameron, non ha potuto soprassedere la notizia tanto da spostare il discorso ed i contenuti delle interviste dal piano di riforme proprio verso il lavoro ed il Jobs Act.
Il provvedimento “Jumpstart Our Business Startup” si propone di rendere il mondo del lavoro più flessibile, meno soggetto alla burocrazia, le assunzioni più semplici e meno onerose tramite sgravi per le imprese, di eliminare i vincoli per il rinnovo dei contratti in modo da avere continuità nella permanenza in azienda, di inserire nuove forme di apprendistato, il tutto per far fronte ad un ormai innegabile cambiamento che si è consolidato e che richiede ai lavoratori di adattarsi, di essere propensi alla riqualificazione ed al reimpiego, di essere sempre pronti ad imparare ed a cambiare attività assecondando un mondo in inarrestabile evoluzione; stessa flessibilità andrà richiesta alle aziende, alle associazioni datoriali e sindacali in modo che più della difesa degli interessi si impegnino per una collaborazione produttiva. Lavoratori (e sindacati) ed aziende non dovrebbero essere nemici, ma parte di un medesimo ingranaggio dal cui funzionamento dipende il benessere ed il prosperare di entrambi.

La flessibilità è il modello seguito nella dinamica Gran Bretagna, dove il problema dell’occupazione non sussiste, anzi spesso vi è carenza di personale, perché però la flessibilità non si trasformi in elemento ricattatorio o abusato è necessario, come accade in UK ove sono stati fatti tagli importanti nel settore pubblico impattando minimamente sui lavoratori, che l’economia sia dinamica, crei costantemente nuove opportunità di impiego, offra adeguati strumenti formativi e di riqualificazione supportati dal contributo dello Stato e rispondenti alle reali esigenze di mercato abbandonando il concetto di ammortizzatore sociale statico e neutrale, offra adeguate retribuzioni, corretti avanzamenti di carriera e prospettive e sia necessariamente basato sul merito e sulle capacità.

La dinamicità economica e quindi la creazione di posti di lavoro, come abbiamo ripetuto più volte in questa sede, non si possono creare per decreto, che pure può essere un acceleratore, ma necessitano di condizioni specifiche. Nel caso italiano ad ostacolare il nascite di opportunità lavorative è la scarsissima domanda ed il calo dei consumi che hanno ridotto le produzioni e quindi la necessità di manodopera (senza differenze particolari tra per operai, impiegati e quadri).
Le azioni volte a sostenere il mercato del lavoro devono essere concentrate sulla ripartenza dei consumi e delle produzioni.
Si deve cercare di incrementare la quota dell’export, grazie al quale molte aziende sono sopravvissute o neppure hanno sentito la crisi, ampliandola a quei settori ancora chiusi, con una filiera distributiva ridotta e bassa visibilità oltre confine, che indubbiamente sono molti nel nostro paese; si deve cercare di incrementare il potere d’acquisto agendo sulla riduzione delle tasse, sul cuneo fiscale e sgravando, come detto precedentemente le imprese, ma questo punto è estremamente complesso poiché servirebbe un incremento netto dei salari di almeno un 15% affinché si possano avere effetti realmente benefici sui consumi e come sappiamo il reperimento di risorse nelle condizioni in cui si trova l’Italia e con i vincoli europei in essere è estremamente complesso, inoltre i tagli della spesa dovranno essere concentrati principalmente sulla riduzione del debito piuttosto che su quella delle tasse; devono essere destinate risorse agli investimenti produttivi, ad infrastrutture grandi e piccole, principalmente cantierabili nell’immediato, allo sviluppo di poli e distretti tecnologici nei campi più innovativi ed attrattivi anche per i capitali esteri (energie rinnovabili, sostenibilità ambientale, efficienza e risparmio energetico, energia, riqualificazione di territori e scuole, turismo, edilizia eco-compatibile, tecnologie industriali avanzate, tecnologie anti inquinamento, telecomunicazioni ed ICT, internet ed e-commerce/business), a tal scopo la possibilità di avere più tempo per rispettare in vincoli europei, che rimarrebbero immutati, (eventualità sostenuta da tempo in questa sede) avanzata velatamente all’Econfin dal Ministro Padoan, è un’ipotesi da far valutare all’EU che continua a rammentarci di proseguire con il risanamento e con la disciplina di bilancio; si deve incrementare l‘apertura a partnership ed investimenti stranieri, anche in settori totalmente o parzialmente pubblici qualora per assenza di risorse lo Stato non sia capace investire e di ingrandire i propri campioni industriali; infine, assecondando quanto già sottolineato più volte nei precedenti pezzi in questo blog, sufficienti risorse devono essere destinate ad innovazione, R&D, utilizzo intelligente in azienda delle nuove tecnologie, perché non è affatto vero che le nuove tecnologie sostituiscono il lavoratore, ma semplicemente creano la necessità di persone con competenze differenti per un loro ottimale utilizzo ed ancor prima per il loro sviluppo e produzione.
Le aziende che hanno saputo mantenere alto i livelli di innovazione e spesa in R&D sono quelle che hanno anche resistito alla crisi e questo è stato un punto che al convegno “Il Capitale Umano” di Bari ha messo d’accordo il Governatore di Bankitalia Visco, i Sindacati e Confindustria.

Oltre alle indispensabili modifiche normative che devono essere apportate al mondo del lavoro è dunque assolutamente necessario intervenire rapidamente a sostegno dell’economia in modo che, già a partire dal breve termine ma con prospettiva più lungimirante, vi sia un contesto di dinamicità ove poter applicare, valutare ed eventualmente revisionare la nuova regolamentazione; in caso contrario l’obiettivo del 10% di disoccupazione fissato dal Premier Renzi per il 2018 sarà difficilmente raggiungibile.

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01/04/2014
Valentino Angeletti
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Il valore non aggiunto

Sono stati mappati in modo abbastanza chiaro alcuni problemi relativi al lavoro, all’innovazione, all’efficienza dei processi e della burocrazia che limitano la competitività dell’industria e del nostro paese tutto.

Spesso vengono denunciati gli obblighi burocratici, che comportano l’impiego di un numero di giorni molto superiore alla media europea per sbrigarne le pratiche, le normative non chiare né stabili, l’assenza di adeguata efficienza ed innovazione nei materiali utilizzati, nelle tecnologie, nell’ICT, nell’automazione, nei processi produttivi e nella supply chain, il “digital divide”, ma anche la poca istruzione e cultura informatica applicata sia al privato sia al business che invece le aziende estere posseggono e del quale non possono più fare a meno per consolidare ed espandere il proprio fatturato e la propria visibilità, il costo dell’energia, ma anche l’assenteismo, la poca dedizione di alcuni lavoratori, l’eccessiva tutela degli stessi lavoratori che si siano comportati palesemente in modo non etico o corretto nei confronti del datore; viceversa alcuna aziende non mettono a disposizione adeguati mezzi ed adeguati piani di formazione e sviluppo affinché i propri dipendenti “performino” nel migliore dei modi ed esprimano tutto il loro potenziale. Il sistema scolastico, formativo ed universitario poi pare totalmente distaccato dai bisogni delle aziende. Negli ultimi anni l’accesso al credito è divenuto quasi proibitivo, mentre la tassazione è aumentata raggiungendo i massimi in Europa.

Come al solito non è bene fare di tutta l’erba un fascio, ma non v’è dubbio che quelli menzionati sopra siano alcuni fattori realmente impedienti.

Tutto ciò contribuisce in modo sostanziale a rendere la produzione italiana una di quelle a più basso valore aggiunto d’Europa. Nel nostro paese il valore aggiunto di un prodotto persa per il 126% circa, contro il 200% della Romania.
Se questo dato viene inserito in un sistema industriale ove vi sono alcune eccellenze che hanno produzioni a valore aggiunto altissimo, come l’industria di precisione ad elevato contenuto tecnologico, la biomedica, la meccanica di nicchia (per fare alcune menzioni: Ferrari, Brembo, moda, lusso, oreficeria, alimentare ecc), ma anche le start-up innovative, si evince che la moltitudine di aziende “normali” crei valore aggiunto ancora inferiore rispetto al dato medio.

Non è più possibile pertanto pensare di difendere un sistema “fuori mercato” e da tempo non più competitivo che evidentemente ha vissuto fin troppo compromettendo la competitività del paese e contribuendo a diffondere una certa mentalità statica e poco avvezza alla flessibilità ed al recepimento di nuove sfide.

Questo processo urgente di cambiamento e riconversione va intrapreso immediatamente ed in modo deciso con il supporto di sindacati, industriali, persone e soprattutto della politica e delle istituzioni che di lavoro da sbrigare ne avrebbero ben donde, ma che non trovano mai il momento giusto per affrontarlo.

Si concludano dunque gli ultimi iter governativi per quelle riforme certamente importanti, come la legge elettorale, che però sarà probabilmente ostaggio dell’abolizione del bicameralismo perfetto e della discussione sulla dimensione dei collegi e delle liste, si cambi conformazione di governo se necessario, ma poi si inizi davvero a supportare il paese, perché, praticamente in tutti i settori, ne ha dannato bisogno.

11/02/2014
Valentino Angeletti
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